Paolo Zardi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/paolo-zardi/ un blog di approfondimento culturale Tue, 03 Dec 2019 09:16:59 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Paolo Zardi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/paolo-zardi/ 32 32 L’invenzione degli animali. Intervista a Paolo Zardi https://minimaetmoralia.it/libri/linvenzione-degli-animali-intervista-paolo-zardi/ https://minimaetmoralia.it/libri/linvenzione-degli-animali-intervista-paolo-zardi/#comments Fri, 29 Nov 2019 13:50:17 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=41774 di Valentina Berengo

Paolo Zardi è uno sperimentatore. Scrittore impeccabile di racconti di solito piuttosto duri (l’ultima raccolta, La gente non esiste,uscita prima dell’estate per Neo Edizioni, è però più accogliente), ritorna periodicamente al romanzo, indugiando, nei suoi lavori meglio riusciti, su storie che si svolgono in un futuro prossimo senza essere per questo necessariamente distopiche. Il più noto è XXI secolo (Neo Edizioni, 2015, in dozzina allo Strega) mentre ora è da poco uscito per Chiarelettere L’invenzione degli animali, ambientato nel 2035.

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di Valentina Berengo

Paolo Zardi è uno sperimentatore. Scrittore impeccabile di racconti di solito piuttosto duri (l’ultima raccolta, La gente non esiste,uscita prima dell’estate per Neo Edizioni, è però più accogliente), ritorna periodicamente al romanzo, indugiando, nei suoi lavori meglio riusciti, su storie che si svolgono in un futuro prossimo senza essere per questo necessariamente distopiche. Il più noto è XXI secolo (Neo Edizioni, 2015, in dozzina allo Strega) mentre ora è da poco uscito per Chiarelettere L’invenzione degli animali, ambientato nel 2035.

Il tentativo dello scrittore, nel raccontare la storia di Lucia Franti che lavora a Parigi su un progetto di ibridazione genetica, è quello di ogni buon narratore, cioè di avvolgere il lettore nelle spire di una storia, fargli conoscere i personaggi e lasciarlo pieno di immagini e suggestioni, non di affrontare sotto mentite spoglie tematiche d’altro tipo. Anche se L’invenzione degli animali è ricchissimo di spunti: l’uomo nella sua tracotanza può davvero permettersi “d’inventare” tutto, anche la vita? cos’è la coscienza? in cosa, noi esseri umani, siamo unici? E poi dal romanzo emergono quegli interrogativi che risuonano in sottofondo nei nostri pensieri anche quando semplicemente viviamo: il mondo si muove secondo leggi razionali di causa-effetto? o c’è qualcosa che sfugge, che è generato da energie d’altro tipo? cos’è l’amore? come si gestisce il rapporto uomo-donna?

Al pari di molti suoi colleghi stranieri (alcuni dei quali sono i più amati dall’autore, per esempio Martin Amis o Philip Roth), Zardi fa narrativa mettendo nel romanzo moltissimo d’altro, senza mai perdere il filo o dimenticare il lettore e la storia che gli ha promesso, cosicché se venisse chiesto a ciascuno che l’ha letto: “Di cosa parla l’ultimo romanzo di Zardi?” probabilmente si otterrebbero risposte anche del tutto diverse.

L’invenzione degli animali, il titolo, cosa significa, dentro e fuori metafora?

Come spesso succede, almeno a me, il titolo non emerge chiaro fin dall’inizio: ancora adesso la cartella del mio pc che contiene il file del libro si chiama La coscienza emersa, che era l’idea iniziale, e da subito provvisoria. Uno dei tratti distintivi dell’homo sapiens è senza dubbio la sua capacità di inventare, che va di pari passo con il piacere di farlo. Negli ultimi due secoli e mezzo, e più precisamente dall’invenzione della macchina a vapore di Watt in poi, abbiamo iniziato a maturare la convinzione, per certi versi pericolosa, che l’uomo possa trasformare a proprio piacimento il mondo circostante; e che quando questo non è possibile nel presente, be’, è solo questione di tempo e poi un modo lo si troverà. Sebbene questa fiducia illimitata nel progresso abbia subito qualche battuta d’arresto negli ultimi vent’anni, continuiamo comunque a credere che, erogando un sufficiente impegno, sarà possibile trovare una fonte alternativa ai combustibili fossili, curare il cancro, andare su Marte e avere telefoni con fotocamere da un gigapixel; e spesso, dietro a questa idea non riusciamo ad avvertire i pericoli che da sempre si accompagnano alla hybris.

L’invenzione degli animali è la naturale conseguenza, la ovvia estensione, dell’invito che Dio rivolge ad Adamo ed Eva nel paradiso terrestre: riempite la terra, soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra. Una volta che sono state dominate tutte le specie viventi, non resta altro da fare che crearne di nuove, piegando ai propri scopi le regole definite da quattro miliardi di evoluzione genetica. Se possiamo farlo, dice uno dei personaggi del libro, allora dobbiamo farlo. È questa l’essenza dell’uomo, nel bene e nel male.

Questo romanzo, come si intuisce leggendo i ringraziamenti, deve molto a una certa saggistica (le cui teorie peraltro, ben mimetizzate, sono illustrate nel testo): qual era l’intento che ti eri prefissato nello scrivere? Un esperimento?

La maggior parte delle storie che leggiamo e scriviamo potrebbero essere sintetizzate così: alcuni esseri umani vivono in uno stato di equilibrio ma improvvisamente emerge un problema che li costringe a trovare delle soluzioni e poi ad acquisire una consapevolezza che prima non c’era. Spesso, questi problemi sono di natura personale, intima, una crepa interiore che si apre per motivi sconosciuti; in molti altri casi, sono le relazioni a mettere in crisi i personaggi – un amore non più corrisposto, la perdita di una persona cara, una rivelazione sul proprio passato. Talvolta, chi scrive utilizza rudimenti della psicologia freudiana per determinare l’evoluzione di una storia, o per fornire un contesto verosimile all’interno del quale le cose accadono; altri autori, invece, non esitano a ricorrere alla filosofia, come spesso ha scelto di fare uno dei miei scrittori più amati, Milan Kundera, e alla declinazione di questa nella vita delle persone. Come diceva poco tempo fa Carrère in un’intervista rilasciata a Robinson, il romanzo è vorace e divora tutto quello che gli capita a tiro; e tra gli esempi che cita ci sono la poesia con Flaubert, la psicologia con Joyce, la saggistica con Thomas Mann. Nel caso de L’invenzione degli animali il problema da risolvere ha a che fare con le conseguenze di una possibile evoluzione scientifica (che è anche economica e politica) non ancora interamente compresa. Si tratta solo di una variazione della natura del problema che i personaggi devono affrontare.

I miei interessi culturali abbracciano il mondo della scienza e della filosofia: mi appassionano la biologia, le scienze cognitive, la paleontologia, la genetica, l’evoluzionismo, la cosmologia, la fisica, la matematica. In modo abbastanza oggettivo, posso dire che la mia conoscenza è ampia, eterogenea e tutto sommato superficiale: non sono uno specialista in niente. Questo mi consente di inserire, nelle mie storie, e con una certa disinvoltura, elementi presi dal mondo scientifico, che piego, trasformo e mistifico secondo esigenze che sono puramente narrative: sebbene io cerchi di rappresentare in modo preciso e corretto gli aspetti più tecnici (nel caso di questo libro, l’ibridazione genetica, il deep learning e alcune teorie sulla nascita della coscienza), ciò che mi interessa da scrittore è il tipo di problemi che pongono agli esseri umani, che sono gli unici protagonisti di ogni storia. Non c’è nulla di sperimentale, in tutto questo: se serve, il romanzo può mangiarsi anche la genetica.

Grandi romanzieri di recente si sono occupati di “tematiche distopiche”, se ha senso dir così. Penso a Macchine come me di McEwan, appena uscito, che indaga il tema dell’intelligenza artificiale, ma anche Zero K di De Lillo, libro sulla possibilità di risvegliarsi dalla morte congelando i corpi preventivamente, e a molti altri. L’intento del romanziere è probabilmente sempre lo stesso: raccontare storie e indagare l’essere umano né più né meno di quanto fa nei romanzi senza ambientazioni future o futuribili. Perché hai scelto di portare la scena nel 2035?

La scelta della data ha motivazioni poco serie: la protagonista, Lucia Franti, compariva come “attrice non protagonista” nel mio precedente romanzo, Tutto male finché dura, da dove era possibile calcolare approssimativamente il suo anno di nascita, e cioè il 2010. Tra le cose che sto provando a realizzare, c’è anche un progetto sotterraneo di costruire un mondo parallelo condiviso da tutti i miei romanzi, lunghi o brevi che siano: ogni libro che ho scritto è legato agli altri, e può capitare che personaggi minori di uno diventino i personaggi principali di un altro. È come se io avessi una compagnia di attori con i quali metto in scena, di volta in volta, una storia diversa. Nel caso specifico, dunque, volendo riprendere Lucia da grande, sono stato costretto, per così dire, a spingermi fino al 2035, quando lei sarebbe stata abbastanza adulta da poter essere assunta in un’azienda multinazionale.

Ma, ovviamente, ci sono altre motivazioni più forti, dietro questa scelta. La distopia, il romanzo fantascientifico, l’ucronia, consentono di compiere un’operazione piuttosto interessante, che è quella di isolare una particolare frequenza del mondo contemporaneo, mescolata e spesso indistinguibile nel rumore bianco della contemporaneità, ed esplorarne una delle possibili evoluzioni. Il whatif che è alla base di quasi tutte le narrazioni – cosa succederebbe se…? – trova la sua massima espressione quando l’autore si concede il lusso di rilassare i vincoli del realismo imposti dal presente. Ma nel famoso patto che si stipula con il lettore – tu sospendi la tua incredulità e io in cambio ti garantisco che nel mio mondo non succedano castronerie senza senso – l’esplorazione dei temi legati alle nuove tecnologie, dalla creazione di automi all’ibernazione, impone per forza di cose uno slittamento temporale, per essere sostenibile. È come dire “per la durata di questo romanzo puoi credere che queste cose impossibili siano vere, perché non sono ancora successe”. O almeno questo è il mio punto di vista.

La protagonista, che racchiude in sé intelligenza, studio, razionalità, ma anche istinto e passione per la vita, è un a ragazza. Perché hai scelto una protagonista femminile?

Poco tempo fa mi sono messo a cercare di ricostruire, per feticistica curiosità, il momento in cui è nata l’idea di questo romanzo e incrociando la fattura di acquisto del libro che ha messo in moto tutto (un saggio che parlava, tra le altre cose, di ibridazione genetica), e il giorno in cui avevo accennato questa idea a due amici (nel caso specifico, l’editore Francesco Coscioni e l’ufficio stampa Francesca Fiorletta), sono arrivato a individuare una finestra temporale di due settimane, nel febbraio del 2016. Se ora ripenso alla storia che avevo raccontato, e che si era formata in quel breve intervallo di tempo, mi accorgo che era già interamente definita, compreso il fatto che la protagonista sarebbe stata una donna; e sebbene non io non sia del tutto consapevole del motivo di questa scelta, scaturita più dall’intuizione che dalla deduzione, so che aveva a che fare con il contrasto tra un’apparente fragilità (Lucia Franti è estremamente minuta) e una forza potente che scaturisce da un’insopprimibile spinta etica e da qualcosa che riguarda la maternità in senso lato – l’istinto di prendersi cura di qualcuno, il desiderio di mettere al mondo una nuova vita. Avevo poi in mente una frase letta in Villaggi, uno degli ultimi romanzi di John Updike: Gli uomini capiscono gli uomini, meccanismi dalle pochissime leve – qualche appetito molto concreto, un orgoglio di guerriero e uno stoicismo atavico. Le donne sono luminose creature lunari, che ci feriscono quando si negano e, di nuovo, quando non si negano.

Di fondo, però, c’è che L’invenzione degli animali, che in apparenza è un romanzo distopico, nasconde al suo interno una tensione utopica verso un futuro basato su paradigmi completamente diversi; e in questo senso, qualsiasi nuovo mondo non può che partire da una donna.

Cosa ti auguri che il lettore trovi in questo romanzo? Tu che cosa ci hai messo?

Quando scrivo, non penso mai a chi leggerà il risultato finale: l’unico lettore che tengo in considerazione sono io, con i miei gusti, le mie passioni e le mie idiosincrasie. La speranza di fondo, quindi, è di trovare qualcuno che condivida con me le stesse inclinazioni, che nel caso specifico devono ricomprendere un po’ di interesse per la scienza, l’etica e la politica.

Allo stesso tempo, però, cerco di inserire la storia che ho in mente in una struttura facilmente riconoscibile, come la commedia in Tutto male finché dura, e il thriller in questo, declinando un genere in qualche modo codificato secondo la mia personale sensibilità. Quello che allora vorrei augurare a un ipotetico lettore de L’invenzione degli animali è di trovare, tra queste pagine, una storia avvincente che non ha rinunciato ad affrontare temi un po’ più complessi e che hanno a che fare con il nostro futuro.

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Tutto male finché dura: intervista a Paolo Zardi https://minimaetmoralia.it/letteratura/male-finche-dura-intervista-paolo-zardi/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/male-finche-dura-intervista-paolo-zardi/#comments Tue, 22 May 2018 06:00:37 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=37255 Paolo Zardi, classe 1970, padovano, ingegnere, ha esordito nel 2010 con la raccolta di racconti “Antropometria” per Neo Edizioni: con questa coraggiosa casa editrice ha pubblicato la seconda raccolta di racconti, “Il giorno che diventammo umani” (2013) e con il romanzo “XXI Secolo” (2015), è entrato nella dozzina dello Strega. Del (2017) è “La Passione […]

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Paolo Zardi, classe 1970, padovano, ingegnere, ha esordito nel 2010 con la raccolta di racconti “Antropometria” per Neo Edizioni: con questa coraggiosa casa editrice ha pubblicato la seconda raccolta di racconti, “Il giorno che diventammo umani” (2013) e con il romanzo “XXI Secolo” (2015), è entrato nella dozzina dello Strega. Del (2017) è “La Passione secondo Matteo”. Zardi spesso racconta di essersi sentito “plasmato” dai tipi della Neo – che di fatto – l’hanno accolto in purezza; autore per diletto: scrive soprattutto sui treni, mentre il paesaggio scorre, macina 5000 battute l’ora.

Approccia la letteratura con dei temi che gli sono cari: la contemporaneità in primis, un occhio lucido sulla vita quotidiana, non indulgente e piuttosto riflessivo. Una prosa liscia e “anatomica”, molto attenta agli effetti collaterali degli eventi. Si avventura deciso sul sesso, le relazioni, i tradimenti, il destino: immerge i suoi protagonisti in paesaggi urbani decodificati e totalizzanti. E’ un arguto e prolifico: con Intermezzi ha pubblicato il romanzo breve “Il signor Bovary” (2014), mentre con Feltrinelli Zoom è uscito con “Il principe piccolo” (2015) e “La nuova bellezza” (2016). Ha curato la raccolta di racconti “L’amore ai tempi dell’Apocalisse” (Galaad, 2016).

Il 3 Maggio è uscito “Tutto male finché dura”, prima prova con Feltrinelli. Un romanzo legato ai precedenti ma più “ludico”, una voce più asciutta che ha dato vita a questa storia. Perché per Zardi, è la voce che decide.

Sei arrivato a quello che potremmo definire un genere grottesco: come mai, cosa ti ha spinto verso questa scelta?

Non si tratta di una vera e propria novità: il grottesco compariva in almeno tre racconti della mia prima raccolta, “Antropometria”, ed è presente anche in “XXI Secolo”, del quale questo romanzo è l’ideale continuazione. Il genere grottesco permette di scardinare alcune certezze: ogni volta che si entra nel regno del ridicolo, ridiamo e allo stesso tempo ci vergogniamo di noi stessi. È quando veniamo messi davanti a una nostra caricatura, dove l’esasperazione dei nostri tratti principali è divertente e allo stesso tempo dolorosamente rivelatrice. Alla fine dell’ottocento gli anarchici gridavano uno slogan che poi fu ripreso a Roma negli anni sessanta: una risata vi seppellirà. Lo sberleffo è l’ultima arma di difesa che gli ultimi hanno per provare a ripararsi dal potere.

Hai messo in scena un antieroe per eccellenza, un personaggio senza nome con il quale è impossibile identificarsi – eppure – per il quale si prova una certa empatia. Da dove nasce questo personaggio?

Ho sempre avuto una passione per i personaggi capaci di unire una totale assenza di morale a una certa simpatia umana – sono per lo più uomini che, per la loro incapacità di adeguarsi alle regole di una società, o per la forza che li spinge verso il perseguimento di piaceri tutto sommato effimeri, finiscono per rovinarsi con le loro stesse mani. Nel primo romanzo che ho pubblicato, “La felicità esiste”, compariva un prototipo del personaggio di questo libro. Si chiamava Marco Baganis, e, a differenza di questo, era molto triste; per seguire un desiderio incontentabile, il più classico e banale, a dire il vero, quello verso ogni donna in grado di respirare, mandava in rovina la propria famiglia, salvo poi pentirsi, inutilmente, di quanto fatto. E in quest’ultimo romanzo, tra le tante false identità scelte dal personaggio principale (che per la maggior parte del libro assume nomi e cognomi altrui – solo nel finale si scoprirà, incidentalmente, il suo vero cognome, che è un omaggio a un grandissimo intellettuale e a un discreto romanziere dei primi del novecento), c’è anche quella di Marco Baganis.

Dal punto di vista narrativo, gli uomini pessimi sono una vera miniera di situazioni tragicomiche: sono come dei camion senza freni che, fischiettando, scendono lungo i tornanti di una montagna. Scrivere di loro è un’esperienza sempre entusiasmante.

Il tuo stile sembra essersi assottigliato, come se avessi lavorato di lima: questa nuova scrittura è nata per sostenere la storia?

È successo esattamente il contrario. Per più di un anno, la voce che poi ho usato per questo libro mi ha costretto a rinunciare alle storie che avrei voluto raccontare, e che emergevano piuttosto numerose: una partita a scacchi tra Nabokov e Turing, tre gravidanze che si intrecciano tra loro nel corso di centomila anni, una famiglia che racconta la propria vita dall’aldilà come in una poesia di Edgar Lee Masters. Ho il pc pieno di false partenze, capitoli che non vedranno mai la luce. Alla fine, mi sono rassegnato: dovevo rovesciare l’approccio, partire dalla voce e arrivare all’oggetto del mio romanzo. Così mi sono messo a pensare a quali sarebbero stati i personaggi, l’intreccio, l’ambientazione, i luoghi, in grado di sopportare, e giustificare a posteriori, questa scelta stilistica.

Anche in questo libro, il tuo sguardo sulla vita moderna è molto forte: dalla descrizione della città, ai social, a tutte le declinazioni del contemporaneo. Questo è un tema centrale nei tuoi libri. Come vivi tu, come essere umano la contemporaneità: ne sei affascinato o impaurito?

Chi scrive dovrebbe cercare, per quanto possibile, di descrivere, e rappresentare nel modo più fedele, l’impronta che il mondo lascia sulla propria vita. Non credo che quest’epoca sia la peggiore tra quelle che si sono susseguite nel corso dei secoli e anzi, è probabile che chi vive in occidente adesso sia la persona più fortunata nella storia del mondo; tuttavia, è innegabile che ci sono molte cose che non vanno anche in questo mondo, o che non funzionano come ci si potrebbe aspettare. Il tema di fondo è l’ineguaglianza sociale, la profonda frattura che da sempre esiste tra chi possiede il capitale e chi vive del proprio lavoro: da questa tensione, nascono quasi tutte le mie storie. Dal punto di vista narrativo, credo che anche questo secolo offra notevoli spunti, alcuni dei quali assolutamente nuovi, come appunto la pervasività, e la centralità, dei social nelle vite delle persone: la “rete” non è il male assoluto, anzi, ma obbliga a riconsiderare il modo con il quale nascono e si sviluppano i rapporti e l’evoluzione di un pensiero condiviso. Tutto questo mi affascina e mi impaurisce allo stesso tempo. Il timore ha cause intrinseche: come succede più o meno a tutti, mi relaziono con un secolo attraverso gli strumenti che si sono formati in quello precedente, applicando un pattern superato e inadatto. Come molti miei coetanei, ragiono ancora in termini di morale, di visione politica, di centralità del lavoro; ma questi temi non sono più centrali, e ne ho la conferma osservando i miei due figli, che ora hanno quattordici e undici anni, e che io considero le mie “talpe” infiltrate nel contemporaneo. Ascoltano musica molto particolare (tra tutti, Tha Supreme e Lil Pump), si relazionano con il mondo attraverso i loro cellulari, non hanno alcuno dei pregiudizi che infestano la mia generazione (ad esempio metà dei loro compagni di classe viene da un paese straniero). Per me, rappresentano un punto di osservazione straordinario; e quando li guardo, quasi sempre penso, tra me e me, che anche se no ci capirò nulla, andrà tutto bene.

Stai lavorando su nuovi progetti?

Poiché la scrittura è l’unico hobby che ho, mi trovo sempre ad avere un qualche progetto tra le mani. Il più imminente è un soggetto per una graphic novel che dovrebbe uscire a settembre – è un’esperienza totalmente nuova che mi sta facendo scoprire un mondo intero. L’editore è Miraggi di Torino, che vuole inaugurare una nuova collana. Per il momento ci stiamo occupando del numero uno; una volta concluso, passerò il testimone a un altro autore. Subito dopo, c’è l’intenzione di andare a chiudere una raccolta di racconti, questa volta per Neo Edizioni, la casa editrice con la quale sono cresciuto in questi otto anni. C’è già parecchio materiale e stiamo capendo insieme come organizzarlo nel modo migliore. In sospeso, c’è la storia delle gravidanze che si intrecciano: è un romanzo breve già finito e sto capendo con il mio agente, Daniele Pinna, quale potrebbe essere la sua destinazione.

E poi? Altro romanzo finito è quello che racconta la storia di un uomo  che soffre di depressione che perde la testa per una ragazza, precipitando in un’ossessione che si trasforma in tragedia: è forse il libro più cupo e amaro che abbia mai scritto. Infine, sto raccogliendo le forze per scrivere un libro che metta insieme gli scacchi, l’intelligenza artificiale, Nabokov, Turing e Hitler. Mi ci vorranno anni, per finirlo – è il progetto più ambizioso che abbia mai intrapreso, tanto che non so se sarò in grado di portarlo fino in fondo. In ogni caso, so per certo che anche i prossimi anni saranno occupati da questa passione.

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Il treno dell’ultimo “veneto”: Nico Naldini https://minimaetmoralia.it/altro/treno-dellultimo-veneto-nico-naldini/ https://minimaetmoralia.it/altro/treno-dellultimo-veneto-nico-naldini/#comments Tue, 14 Mar 2017 14:30:41 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=33928 Pubblichiamo un pezzo uscito su Succede Oggi.

Sarebbe il direttissimo Vienna-Roma, Il treno del buon appetito di Nico Naldini: un lussuoso convoglio con tanto di wagon-restaurant sul quale egli, bambino davanti al passaggio a livello, avvistava i signori, immaginando altre vite. Riferito all’interezza del libro, però, il titolo potrebbe anche alludere all’inesauribile appetito sessuale dell’autore… Ma partiamo dall’inizio. Nella raffinata veste cui ci ha già abituati, la giovane e vicentina Ronzani Editore manda in stampa questa seconda uscita della collana “VentoVeneto”, curata dallo scrittore Francesco Maino: prodotto di altissima qualità, in tiratura di mille copie, con cinque disegni di Pier Paolo Pasolini, dei quali uno replicato in sovraccoperta, e introduzione dell’artista, filologo e saggista Franco Zabagli, direttore editoriale della stessa Ronzani.

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Pubblichiamo un pezzo uscito su Succede Oggi.

Sarebbe il direttissimo Vienna-Roma, Il treno del buon appetito di Nico Naldini: un lussuoso convoglio con tanto di wagon-restaurant sul quale egli, bambino davanti al passaggio a livello, avvistava i signori, immaginando altre vite. Riferito all’interezza del libro, però, il titolo potrebbe anche alludere all’inesauribile appetito sessuale dell’autore… Ma partiamo dall’inizio. Nella raffinata veste cui ci ha già abituati, la giovane e vicentina Ronzani Editore manda in stampa questa seconda uscita della collana “VentoVeneto”, curata dallo scrittore Francesco Maino: prodotto di altissima qualità, in tiratura di mille copie, con cinque disegni di Pier Paolo Pasolini, dei quali uno replicato in sovraccoperta, e introduzione dell’artista, filologo e saggista Franco Zabagli, direttore editoriale della stessa Ronzani.

Ricordo un’intervista di Naldini su “la Repubblica” di qualche anno fa e vado a recuperarla. Alla domanda di Antonio Gnoli su che cosa, per lui, significasse scrivere, Naldini rispondeva: “Indovinare l’istante di leggerezza. È facile scrivere in modo accademico e serioso”. Ciò che seguiva, però, cioè il giudizio sull’amico Goffredo Parise, mi lasciò contraddetto: “Sono incerto, dovrei rileggerlo. Quello che mi piace di meno sono i Sillabari. Mi sembrano sopravvalutati. Scambiati per l’inizio di una nuova estetica narrativa, fondata su una sofisticata semplicità. Ce ne vuole per diventare Truman Capote”.

Proprio un’antologia di Sillabari veneti tratti dal capolavoro di Parise, guarda caso, precede il libro in oggetto nella stessa collana, dedicata agli autori originari della regione o che, comunque, con il Veneto abbiano avuto a che fare, e la comune collocazione delle due opere risulta perfetta, contrariamente all’opinione di Naldini, perché il riverbero di echi parisiani (e comissiani) sulTreno del buon appetitosembra innegabile. Schivo e quasi vergognoso della propria esistenza, culturale e non, figura decisamente inconsueta nel panorama delle lettere italiane, Naldini haquasi utilizzato la vicenda umana altrui, quella dei tanti amici, per definire la propria, in ragione di una sua spiccata ritrosia, autentica e non recitata: nato nella friulana Casarsa e trevigiano di residenza, cugino di Pier Paolo Pasolini, Naldini è narratore, biografo, memorialista –  ed è esattamente un memoir quello che stiamo per analizzare –, e poeta, come riconosciuto dall’amico Parise: poeta anche o soprattutto quando scrive in prosa, come in questo caso. Il libro, nella sua prima edizione, è stato pubblicato presso un altro editore nel 1995 e nelle sue pagine erano confluiti alcuni brani tratti dai precedenti Nei campi del Friuli (1984) e Il solo fratello. Ritratto di Goffredo Parise (1989).

Prosa autobiografica, ricordi di innumerevoli storie d’amore e di gelosia, di eventi erotici “dell’eros uranista” raccontati con penna lievissima, ed episodi di una vita vissuta nel privilegio delle amicizie artistiche: quelle con Biagio Marin, Virgilio Giotti, Alberto Moravia, Bartolo Cattafi, Sandro Penna, Federico Fellini, Pier Paolo Pasolini,e Giovanni Comisso, maestro dell’autore e dell’altro amico Parise, sono soltanto alcune delle frequentazioni che il Naldini sessantaseienne di allora cercava di fermare su carta, perché lo accompagnassero lungo la propria vecchiaia.

L’autore ha appena compiuto ottantotto anni, in questo 2017, e si potrebbe attribuirgli la qualifica di ultimo superstite, seppure nel proprio ruolo di veneto acquisito o di “triveneto”, di una generazione regionale che è stata composta da Andrea Zanzotto e Luigi Meneghello, oltre che dagli stessi Comisso e Parise, senza contare il più giovane e vivente Ferdinando Camon e i più anziani Guido Piovene e Filippo de Pisis, quest’ultimo di natali ferraresi ma veneziano per residenza e per indole psico-artistica. Che cosa si muove e resta, in quella “terra morbida e fantastica, nostalgica della classicità, eminentemente antideologica” di cui scriveva Enzo Bettiza? Per uno che sia appassionato di geografia letteraria, sarà difficile trascurare un visibile e recente primato veneto, nella mappa delle appartenenze locali: i padovani Romolo Bugaro, Paolo Zardi e Matteo Righetto, il trevigiano Francesco Targhetta, il vicentino Vitaliano Trevisan, il rovigotto Mattia Signorini, i veneziani Tiziano Scarpa e Massimo Rizzante e lo stesso Francesco Maino,adottato dalla Laguna ma trevigiano di nascita, sono i primi nomi che si affacciano a chi volti il capo verso quel Nord-Est, e le sole province venete che sembrano sguarnite sono la bellunese, una volta occupata da Dino Buzzati (e da chi, adesso? Forse Antonio G. Bortoluzzi?) e la veronese, dove il compito improbo sarebbe quello di individuare un erede di Emilio Salgari.

Tuttavia, Naldini, per quanto suo figlio “degenere” – causa quel pudore che gli ha impedito un percorso letterario più regolare –,appartiene davvero a un’altra stirpe, distinta per qualità dall’attuale: per una qualità non misurabile e non replicabile, cioè quel grano di follia della “venetità”, quella “corda pazza” che Raffaele La Capria ritrovava nell’amico Parise e in Comisso e che, oggi, non risuona più. Per fortuna, verrebbe da dire, perché, se essa risuonasse ancora, lo farebbe per certo in falsetto, come posa o recupero estetizzante: la generazione letteraria presente, quindi, sembrerà tanto valida quanto irreggimentata a chi delle memorie di Naldini condivida il lamento per la perdita degli stili inimitabili, per la lenta abolizione delle mattane che furono, delle scorribande omosessuali che impegnavano l’autore e i suoi coetanei negli anni del dopoguerra, eredità erotica delle quali non è altro (!) che “una trentina di amici sparsi per le rive del Mediterraneo (più gli incontri occasionali) e una decina nelle oasi sahariane”.

Insomma, un friulano che sembra l’“ultimo veneto” di un’altra Italia e che non aspira in nessun modo a seguire le orme di questo tempo, né a farsi omologare, sebbene nella “differenza”: “Non ho mai appartenuto né al vittimismo né all’orgoglio omosessuale. Per la mia generazione, cresciuta in una società solo relativamente repressiva (cessato l’incubo nazista delle vite “non degne di essere vissute”), vale la convinzione che meno se ne parla meglio è. Dissimulazione onesta. Perché l’omosessualità è uno di quegli argomenti che se messi in discussione non se ne viene fuori. Perché non lasciarlo alla pura ontologia?”. Suona come una giustificazione, quest’inciso che stoppa per un attimo il treno dei ricordi: ma anche come una rivendicazionedella distanza che ha separato Naldini dai movimenti e dalle identità che avrebbero potuto garantire alla sua opera un’altra risonanza, un’altra gloria.

Il treno del buon appetito ha avuto più di vent’anni di tempo a disposizione per diventare un classico della letteratura omosessuale, ma così non è stato, nonostante l’alto valore letterario e per i motivi che si sono manifestati: l’unica militanza che sembra cara all’autore è quella atmosferica e geografica, e la sua felicità quella di poter respirare “l’aria veneta, l’unica al mondo che non turba”.

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La vita sobria https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-vita-sobria/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-vita-sobria/#comments Sun, 14 Dec 2014 09:36:06 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24753 Questo racconto di Claudia Durastanti fa parte dell’antologia La vita sobria. Racconti ubriachi (Neo Edizioni), a cura di Graziano Dell’Anna. Racconti di Claudia Durastanti, Gianni Solla, Fabio Viola, Alessandro Turati, Francesco Pacifico, Olivia Corio, Dario Falconi, Paolo Zardi, Stefano Sgambati, Filippo Tuena. Ringraziamo il curatore e la casa editrice. E invitiamo a leggere gli altri racconti dell’antologia. Jet […]

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Questo racconto di Claudia Durastanti fa parte dell’antologia La vita sobria. Racconti ubriachi (Neo Edizioni), a cura di Graziano Dell’Anna. Racconti di Claudia Durastanti, Gianni Solla, Fabio Viola, Alessandro Turati, Francesco Pacifico, Olivia Corio, Dario Falconi, Paolo Zardi, Stefano Sgambati, Filippo Tuena. Ringraziamo il curatore e la casa editrice. E invitiamo a leggere gli altri racconti dell’antologia.

Jet Lag

di Claudia Durastanti

La prima volta che mi hanno messa su un aereo avevo quattro mesi; si dice che io non abbia pianto per tutto il viaggio. I miei genitori avevano deciso di vivere da una parte e l’altra dell’oceano, e mia madre aveva finalmente deciso di portarmi a Roma per presentarmi mio padre.

Mia madre mi racconta di questi pomeriggi con le serrande semiabbassate nel salotto dell’uomo che non aveva voluto sposarla; lui seduto su una poltrona di pelle marrone lucida ai bordi. La tappezzeria a cerchi gialli e arancioni che avrei imparato a conoscere come tipica di quei luoghi e di quegli anni, qualche pianta finta. Mia madre mi racconta di questi pomeriggi in cui mio padre le fumava in faccia senza offrirle una sigaretta, di quando si accampavano agli estremi opposti di una stanza, lei mi allattava e lui le diceva di togliersi la camicetta del tutto. Dopo una settimana di stallo, le ha pagato il biglietto di ritorno.

Non le ho mai chiesto se mi avesse presa in braccio in quei giorni: non sono quel tipo di persona. Durante il ritorno, le hostess e i vicini di posto non avevano fatto che complimentarsi per la mia disciplina. Mia madre aveva allungato il latte col bourbon, la mia riluttanza al pianto era chimicamente indotta. Ci scherziamo sopra ogni tanto, quando esco da una clinica. Non è che avessi molta scelta, dice mia madre: la mia infelicità è stata chimicamente indotta.

Quando avevo dieci anni, abbiamo subito il primo sfratto e ci siamo trasferite a casa di un amico che disinfestava piscine. Mia madre ci dormiva insieme ma non facevano sesso: lui era impotente, lei svogliata. L’estate lo accompagnavo a pulire i filtri delle vasche e sciogliere sacchetti di cloro in piscine appena battezzate. È stato durante una di quelle gite che ho incontrato quella che sarebbe diventata la mia migliore amica: era sdraiata sul fondo di una vasca a forma di fagiolo e suo padre la schizzava con un annaffiatoio minacciando di annegarla. Quando ci aveva visto, il padre aveva riposto la canna dell’acqua mimando un sorriso imbarazzato. Lei era uscita dalla piscina strizzandosi la maglietta e si era stretta addosso a lui. È così che si toccano padri e figlie, devo aver pensato.

L’amico di mia madre non mi sfiorava neanche per sbaglio. E poi, non era mio padre.

La mia migliore amica era snodata, e non ha mai avuto problemi a fare sesso in macchina.

Io mi sono sempre riempita di lividi. «È per via della tua pessima circolazione» mi diceva. «La tua pelle si ammacca in fretta». I medici dicono che non ci sono presupposti scientifici dietro la mia tendenza a illividirmi. «Non c’è una singola componente del tuo corpo che giustifichi queste macchie». E poi, non ho mai avuto una pessima circolazione.

Era solo il suo modo di ferirmi: tra le due, era lei quella snodata.

La mia migliore amica voleva mettere su una band, ma solo se poteva essere lei la cantante. Dopo una conversazione molto franca e molto nervosa sul suo letto, ha acconsentito a mettersi alla batteria. Io ho iniziato a scrivere dei testi e a mimare la fama davanti allo specchio.

A ventidue anni sono finita nella Top 100 di Billboard. A trent’anni, ero tra i primi della lista.

La mia migliore amica è morta di cancro al fegato. L’avevo vista grigia per tre mesi, finché grigia non è stata più.

Il giorno del mio quarantesimo compleanno partiamo alla volta di una città scimmiesca e millenaria del subcontinente indiano, il volo è turbolento. Dopo avermi artigliato il polso la ragazza nuova del reparto comunicazioni mi chiede come faccio a essere imperturbabile. Le spiego la storia di quando avevo quattro mesi, lei annuisce con aria grave. «Certe persone imparano a volare presto» conclude.

È una frase da ufficio stampa; il motivo per cui l’hanno assunta.

L’albergo in cui ci hanno sistemato è fatto solo di tende. Dopo cena, gli altri mi raggiungono in camera per una partita a carte. La guardia del corpo ride, poggia le carte sul tavolo e mima il gesto di tagliarsi la gola. Il fonico ride, la parrucchiera ride, il tecnico delle luci ride. Io rido. Ho perso trecento dollari ieri, stasera ne ho persi altri cento. Ogni volta che vado in tour la curva del mio conto in banca inizia a flettere verso il basso. Al telefono il commercialista dice: «Pensavo che eliminato il problema i tuoi conti avrebbero iniziato a prosperare».

Ma non è proprio da me, sostituire un fallimento con un altro? «Scrivici un pezzo» dice il commercialista. «Scrivici un pezzo», per tante persone che mi sono vicine, e per tanto tempo, è stata una risposta a tutto.

A sedici anni sono andata a Roma a trovare mio padre. È venuto a prendermi all’aeroporto con un cartello, io mi sono sporta in avanti per abbracciarlo, credevo di doverglielo, e lui invece ha teso la mano. Mi ha portato nell’appartamento che avevo visto in foto, la tappezzeria era uguale, e mi ha presentato alle sue amiche. Non ne ha mai sposata nessuna.

Una sera si è macchiato la camicia di vino e mi ha chiesto se gliela lavavo. Io l’ho sciacquata nel lavandino con del sapone per i piatti verde radioattivo e lui ha riso. Mi ha detto che mia madre non mi aveva insegnato le “cose”. Credo di aver ereditato da lui questa magnifica capacità di astrazione: il nostro vocabolario è barbaro e contratto e il mondo è solo un posto fatto di “cose”: cose d’amore, cose di soldi, cose di salute, cose di spirito.

Provate a leggere le mie interviste: non so cosa siano i sinonimi.

Sono tornata a Roma altre due volte, lui è venuto a sentirmi, e il giorno dopo mi ha pagato la colazione. Mi ha chiesto cosa pensassi della città; io gli ho detto che la trovavo violenta e che aveva piovuto tutte le volte che ci ero stata. «È un posto pieno di morti ammazzati» ho aggiunto. È vero: è l’unica città in cui abbia assistito ad accoltellamenti a cielo aperto, davanti alle stazioni. Non mi piace calpestare una pozza di fluidi in cui riversa uno sconosciuto; non ho alcun diritto al suo sangue.

Mi sono innamorata di un uomo che non beveva, una volta. Camminava perpetuamente in linea retta, e davanti a lui la mia dipendenza si era contratta per vergogna. Credeva che guidare quaranta ore a settimana facesse di lui una persona spirituale, e che l’ecoterrorismo non fosse penalmente perseguibile. Aveva militato in una band punk hardcore da ragazzo; gli erano rimasti dei tatuaggi gravidi di rose. Per un po’, grazie a lui,  ho avuto la pelle liscia e lo stomaco piatto, un carattere migliore. Non sono una di quelle donne che perdono carisma quando sono sobrie; l’alcol non mi ha mai restituito niente che non avessi già. Almeno questo era quello che mi diceva. Suonava romantico, questo glielo riconosco.

L’ho lasciato il giorno in cui mi ha chiesto di farci delle foto per salvare le foche; ci parliamo ancora di tanto in tanto.

Quando sono in albergo e non dormo, faccio zapping tra i canali erotici a pagamento ma raramente do il consenso per l’acquisto: mi piacciono i titoli. Chiamo la mia guardia del corpo e glieli recito, lui mi chiede se voglio andare in uno strip-club. Ordino una Coca Cola al bancone, la ragazza mi guarda come se fossi ottusa. Aspetta che io tiri fuori un portapillole dalla borsa, io mi limito a tirare su con il naso per non farla stare in pensiero. La mia guardia del corpo mi presta cento dollari in biglietti da venti, io li finisco dopo mezz’ora. Mi spiega la differenza tra una tetta finta e una tetta vera, lo ascolto per educazione. La consistenza del silicone lo commuove, così iniziamo a parlare di materassi ad acqua, gatte che mangiano la placenta dopo aver partorito e piani per la pensione (il suo è più corazzato del mio). Quando ci salutiamo nell’atrio mi dice che «Gangbangs of New York» era il migliore.

A metà tour, quando siamo in Giappone, veniamo raggiunti da un cantante più giovane da svezzare; la casa discografica ha messo una clausola al riguardo nel mio contratto. Entra in scena per un paio di pezzi; non trovo che la sua presenza giovi particolarmente allo spettacolo ma sono a quel punto della mia carriera in cui non capisco chi sta facendo un favore a chi.

Una volta, dopo una partita a carte in camera mia in cui lo derubiamo di tutti i contanti, mi chiede di restare. La mattina dopo mi accorgo di avergli fatto un graffio sulla guancia, glielo pulisco con un Kleenex che ho cura di buttare nel cestino (nessuno ha diritto a questo sangue). Il ragazzo mi fa domande sulle sue prestazioni mentre sono sotto la doccia – per lui graffio non è sinonimo di orgasmo – a cui rispondo con entusiasmo. Nelle settimane successive mi dice «voglio scoparti fino a consumarti le ossa» e «vorrei non averti mai incontrata per avere il piacere di violentarti» e io dico che è ora di prendere la strada del ritorno.

L’Asia che ci lasciamo alle spalle è meno al neon di quando l’ho vista la prima volta.

Prima, ogni volta che prendevo un aereo, c’erano determinati tipi di signori a ricevermi all’atterraggio. Uomini felici, senza calli, che dispensavano strette di mano leggere e gentili, non alzavano la voce. Sorridevano. Annuivano, poi sparivano. Le macchine che possedevano non erano mai troppo vistose o volgari, tutti quelli che conoscevo avevano un gusto eccellente. Per loro non ero una cliente, solo una a cui veniva fatta della beneficenza. Se mi comportavo bene potevo sorbirmi un quarto d’ora di memoriali e moniti da padreterno.

Quei poveretti credevano che il dialogo innalzasse il livello complessivo del servizio.

Io volevo solo sapere come miscelare “cosa” con “cosa”.

La mia guardia del corpo è infatuata della parrucchiera, che a sua volta è infatuata del fonico. Sono persone che porto in viaggio con me da quindici anni. Conosco i nomi di battesimo dei loro figli, di che malattia sono morte le loro madri, conosco la virulenza dei loro attacchi gastrointestinali. Da quando la mia migliore amica è morta, non ho più avuto migliori amiche, e la parrucchiera è quel che mi resta. «Hai un odore migliore» mi dice ultimamente. Quel che vuole dire è: «Non importa se sei ingrassata». Da quando ho intrapreso un percorso terapeutico sono molliccia e bianchiccia, posso scopare solo a luci spente.

Ne parliamo spesso alle riunioni: di questo grasso che ci fa orrore.

Un altro uomo che ho amato invece beveva molto, con dedizione metodica. Ci siamo trasferiti in una casetta nei boschi per sei mesi, il ragazzo delle consegne passava una volta a settimana a consegnarci casse di liquori barricati. Non stavamo vivendo la buona vita, checché ne pensassero i fotografi. Recentemente ha scritto un romanzo in cui morivo, mi ha chiesto se volevo correggere qualche dettaglio. Gli ho detto che rispetto a quei personaggi eravamo meno molesti e che non ci eravamo mai denudati in pubblico declamando la nostra miseria in versi. Però avevo l’abitudine di infilargli due dita in bocca per farmele succhiare, e quando le tiravo fuori era come se fossi stata a mollo nella vasca per mezz’ora. Poteva andare?

Il libro non ha venduto quanto si aspettava. L’ho portato a cena per consolarlo, ha cercato di appiccicarmi al parabrezza. Gli ho detto «Sono pulita» e lui mi ha chiesto chi aveva mai pensato il contrario.

Da quando è finito il tour l’interno delle mie braccia si sta gradualmente coprendo di efflorescenze color carminio. Sembra una malattia da scimmie, oppure mi sto trasformando in una spugna. La casa discografica mi dà l’indirizzo di un ambulatorio privato e il giorno prescelto il medico mi tasta le costole, mentre sento la mia voce dalla radio sulla scrivania della segretaria. Lui sorride, poi mi pizzica la pelle per vedere quanto ci mette a diventare rossa. Mi chiede se sono sensibile, per qualche secondo non capisco la domanda.  Dopo una settimana mi chiede di tornare, questa volta sono di spalle e lui e i suoi colleghi formano una fila ordinata dietro di me. Mi toccano le vertebre con dita ricoperte di lattice, sussurrano tra loro, e per un attimo temo di essere diventata una santa. Ne esco con un verdetto di malattia autoimmune. Quando vado a pranzo a casa di mia madre per raccontarglielo lei scuote la testa; dice che autoimmune è sinonimo di tutto quello che i medici non capiscono.

Una ragazzina viene alle riunioni nel centro dietro il mio appartamento anche se vive a due ore da qui. Lo fa perché ci sono io. «Come lo hai scoperto?» le chiedo. Mi informa di un sito internet specializzato nelle dipendenze di personaggi famosi, con tanto di mappe e avvistamenti. C’è un elenco dettagliato di centri AA ed NA in cui possono stanarci. L’ingresso è gratuito, la miseria democratica, non posso rimproverare la ragazzina perché crede che abbiamo un problema in comune. Abbiamo un problema in comune. Le chiedo il significato dei suoi tatuaggi. «Sono versi delle tue canzoni» dice. Non ho mai avuto la grazia di arrossire. Non c’è una singola componente del nostro corpo che giustifichi queste macchie.

L’uomo che ho amato più di tutti non prendeva mai aerei per viaggiare, così per vederlo dovevo noleggiare macchine, pagare autisti, prenotare autobus e treni. Lui si trasferiva in abitazioni sempre più remote; io avanzavo con i fari accesi e lui retrocedeva finché non diventava solo una sagoma di cartone, di quelle su cui ti eserciti a sparare. Ogni volta che gli telefonavo mi sembrava di entrare in un poligono; se restava in silenzio capivo di aver mancato il bersaglio.

Mi aveva intervistato per l’uscita del mio disco più brutto, una circostanza che ancora oggi mi riempie di vergogna. Era arrivato per ultimo, e mi aveva rivolto domande paternaliste che non richiedevano commenti. Era molto più grande di me, e lo è stato per tutto il tempo che abbiamo trascorso insieme. Ha abitato nel deserto, nella valle e persino su una piattaforma, ma non ha mai avuto case con piscina. Mi faceva sempre delle manovre di Heimlich per scherzo; gli piaceva dire che mi aveva salvata.

L’ultima volta che sono stata a cena con il mio fratellastro prima che lo ricoverassero per gli ultimi fuochi del suo sarcoma ho fatto caso alle sue dita che scrollavano cenere in un bicchiere pieno di birra; erano tappezzate di croste lattiginose. Mi ha spiegato che all’inizio se le grattava sempre ma il sangue non smetteva di fluire; non era come i tagli che ci facevamo da ragazzi quando cadevamo dai muretti o dagli alberi.

La mia migliore amica era brava a scalare superfici verticali e in ragione delle sue membra allungate era particolarmente aggraziata quando penzolava a testa in giù dai rami. Una volta lo abbiamo fatto anche se non avevamo il reggiseno e il suo ragazzo ci ha scattato una Polaroid che conservo tuttora nel portafoglio, anche se abbiamo le teste mozzate.

La tiravo sempre fuori quando ero sbronza; non rendo giustizia alle nostre tette da tempo immemorabile.

Quando accompagno i bambini della parrucchiera alle giostre, e giriamo in tondo in quella specie di ciambella con un timone in mezzo, loro gridano «basta» ridacchiando ma so che in realtà mi stanno chiedendo di andare più veloce, e io mi fermo giusto in tempo prima che ci venga il mal di stomaco. Qualche volta, non sempre, penso che quel che voleva la mia migliore amica dalla band era solo girare in tondo, un po’ più in fretta, con il cielo che le collassava negli occhi e la possibilità di ordinare a qualcuno di fermare la giostra in tempo.

«Tu non hai bisogno di copiloti». Questo era il succo della sua telefonata in cui mi ha detto che avrebbe mollato. Aveva ragione.

Io e l’uomo che ho amato più di tutti ci incontriamo al funerale del mio fratellastro. C’era stato dell’affetto tra loro, e io ho apprezzato la sua presenza. Dopo la cerimonia ricordiamo le sue braccia con i peli quasi ingrigiti, i capelli chiari e disidratati riassunti in strane ciocche sulla fronte e gli occhi pieni di nervetti rossi, sedati da una stanchezza senza origini. Riusciamo a ricordarlo così bene perché negli ultimi anni della sua vita il mio fratellastro ha partecipato a un progetto fotografico su persone candidate a morire.

Informata dell’infelice occorrenza, l’addetta stampa ha detto: «Nessuno schiatta più per questa malattia» e anche se è il genere di frase per cui l’hanno assunta, ho dovuto rimproverarla lo stesso. Il mio fratellastro è entrato nella mia vita senza un inizio, senza una storia. È nato insieme alla sua dipendenza e non mi ha mai raccontato com’era prima. Portava dei lividi, so che lo picchiavano e presumo che gli piacesse, che in qualche ora della sua adolescenza si fosse convinto che il suo orientamento non era adeguato e le macchie scure fossero una pena commisurata alla colpa. Ho deciso di non scriverci una canzone sopra anche se è quello che tutti si aspettano. Quando l’ho spiegato all’uomo che ho amato più di tutti lui mi ha abbracciata con rispetto.

Io e il cantante più giovane siamo diventati amici da quando ha smesso di necro-corteggiarmi. Guardiamo del porno insieme, lui fa le sue cose e io faccio le mie.  Una sera, durante la tappa europea del tour alla fine dell’estate, lui e la guardia del corpo mi buttano in una fontana e io so che le mie cosce fanno più schizzi di quando ero ragazza, ma non mi importa. Mio padre mi chiama sul cellulare di produzione, è l’unico numero a cui può avere accesso. Ha visto le mie foto nella fontana, dice che sono diventata una donna decente. Le uniche che riusciva a ricordare erano quelle in cui avevo conche viola ai lati del naso. Mia madre, dopo quel soggiorno a Roma, ha deciso di non prendere più aerei: posso portarla in vacanza solo su rotaie, lo facciamo almeno una volta all’anno. Ci divertiamo, la maggior parte delle volte.

La prima volta che sono stata in volo avevo quattro mesi e non ho pianto: la mia tranquillità era stata chimicamente indotta. La mia migliore amica non si è mai ammaccata ed è scomparsa lo stesso. Se avessi chiesto a mia madre se papà mi aveva tenuta in braccio, in quei giorni, lei avrebbe riso. Come me, non è mai stata quel tipo di persona.

Non bevo da un anno e cinque mesi, fatto salvo per una serata di cui non ho voluto parlare in riunione. Ho collezionato una decina di medagliette di sobrietà, le ho regalate al mio staff e ai figli della parrucchiera che ci hanno abbigliato il cane o li usano come portachiavi.

Non c’è una singola componente del mio corpo che giustifichi questa infelicità.

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Il meglio di Pagina3 – Settimana dal 24 al 28 dicembre https://minimaetmoralia.it/cultura/il-meglio-di-pagina3-24-28-dicembre/ https://minimaetmoralia.it/cultura/il-meglio-di-pagina3-24-28-dicembre/#comments Fri, 28 Dec 2012 14:00:14 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12183 Questa rubrica è in collaborazione con Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Tutti i venerdì minima&moralia selezionerà gli articoli più significativi tra quelli letti ogni mattina in radio dai conduttori di Pagina 3 e ve li segnalerà. In questo modo cercheremo di offrire una panoramica su quello che è stato il dibattito culturale italiano nel corso della settimana. Il conduttore del mese di dicembre è Nicola Lagioia. Un ringraziamento particolare a Radio3 e a Marino Sinibaldi.

Lunedì 24 dicembre:

• La Natività. Libertà e uguaglianza nella storia dell'uomo. La conciliazione di divino e umano da Hegel in poi. Articolo di Michele Ciliberto, l'Unità, pp. 14-15.

• Fantascienza con la data di scadenza. Articolo di Fabio Deotto su rivistainutile.it

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Questa rubrica è in collaborazione con Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Tutti i venerdì minima&moralia selezionerà gli articoli più significativi tra quelli letti ogni mattina in radio dai conduttori di Pagina 3 e ve li segnalerà. In questo modo cercheremo di offrire una panoramica su quello che è stato il dibattito culturale italiano nel corso della settimana. Il conduttore del mese di dicembre è Nicola Lagioia. Un ringraziamento particolare a Radio3 e a Marino Sinibaldi.

Lunedì 24 dicembre:

 La Natività. Libertà e uguaglianza nella storia dell’uomo. La conciliazione di divino e umano da Hegel in poi. Articolo di Michele Ciliberto, l’Unità, pp. 14-15.

 Fantascienza con la data di scadenza. Articolo di Fabio Deotto su rivistainutile.it

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è Fellini’s Waltz di Enrico Pieranunzi

 

Martedì 25 dicembre:

 L’ultima favola dei fratelli Grimm? L’ha scritta Jack Zipes. Articolo di Gianni Brunoro su donzelli.it e giornalismoestoria.it

 Il mistero di Harper Lee. Articolo di Rosanna Fiocchetto su fuoricampo.net

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è I don’t stand (a Ghost of a Chance with you) dell’Helmo Hope Trio

 

Mercoledì 26 dicembre:

 Un’intervista inedita a Philip Roth. Traduzione e nota introduttiva di Paolo Zardi su vicolocannery.it

 Flaubert e la stupidità delle idee comuni. Articolo di Paolo Zardi su grafemi.wordpress.com

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è Together di Paul Smith

 

Giovedì 27 dicembre:

 Le passioni ci fanno resuscitare e diventano le nostre radici. Intervista a Patrizia Valduga, la Repubblica, pp. 44-45.

 Stoner, il racconto dell’accademia. Articolo di Nicola Villa su gliasinirivista.org

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è Summertime di Gershwin nella versione di Hank Jones

 

Venerdì 28 dicembre:

 Modernismo antiborghese. Manhattan Transfer di John Dos Passos. Articolo di Daniela Brogi su leparoleelecose.it

 E il fantasma degli Usa apparve a Don De Lillo. Articolo di Stefania Vitulli, il Giornale, p. 24.

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è Low Society di Lowell Fulson nell’interpretazione di Ray Charles

 

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