papa Francesco Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/papa-francesco/ un blog di approfondimento culturale Sun, 13 Oct 2019 23:06:18 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg papa Francesco Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/papa-francesco/ 32 32 “Organizzarvi è un vostro dovere”. L’eredità di padre Óscar Romero https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/organizzarvi-e-un-vostro-dovere-leredita-di-padre-oscar-romero/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/organizzarvi-e-un-vostro-dovere-leredita-di-padre-oscar-romero/#comments Mon, 19 Mar 2018 07:00:55 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28676 (fonte immagine)

A Napoli nella bellissima chiesa settecentesca dei Santi Filippo e Giacomo, edificata alla fine del Cinquecento nel cuore del vicolo stretto di San Biagio dei Librai, s'incontrano le parole del Beato Óscar Arnulfo Romero. Padre Mariano Imperato, parroco da trentatré anni, è custode, studioso e divulgatore dell'autentico lascito testuale del buon pastore salvadoregno, assassinato il 24 marzo 1980 con un proiettile a frammentazione, esploso all'altezza del cuore, mentre celebrava la messa.

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Il prossimo 24 marzo ricorre l’anniversario della morte di Oscar Romero: Francesco ha autorizzato la canonizzazione dell’arcivescovo di San Salvador. Ripubblichiamo un articolo di Gabriele Santoro.

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A Napoli nella bellissima chiesa settecentesca dei Santi Filippo e Giacomo, edificata alla fine del Cinquecento nel cuore del vicolo stretto di San Biagio dei Librai, s’incontrano le parole del Beato Óscar Arnulfo Romero. Padre Mariano Imperato, parroco da trentatré anni, è custode, studioso e divulgatore dell’autentico lascito testuale del buon pastore salvadoregno, assassinato il 24 marzo 1980 con un proiettile a frammentazione, esploso all’altezza del cuore, mentre celebrava la messa.

Imperato, in qualità di vice postulatore, ha svolto un ruolo chiave nella complessa causa di beatificazione. Ora lavora alla pubblicazione integrale, inedita per l’Italia, delle omelie dalla Quaresima del 1977, quando Romero venne nominato arcivescovo di San Salvador, alla Quaresima del suo martirio. Le omelie indicano la strada maestra per comprendere le peculiarità di un sacerdozio rivoluzionario nella fedeltà alla radicalità del Vangelo e nella violenza dell’amore nei confronti degli oppressi, dei senza voce, in cui si è incarnato. Saranno pubblicati tre volumi. Ciascuno dei quali conterrà circa settanta omelie, tradotte dall’originale trascrizione delle registrazioni radiofoniche, che propagavano in tutto il Paese il messaggio del primate.

Le prime settanta omelie, delle duecentodieci registrate, già ultimate per l’uscita, sono in fase di revisione critica. Per il secondo volume previsto è stata praticamente portata a conclusione la traduzione, mentre per il terzo è agli inizi. Padre Mariano si commuove durante la lettura dei testi, ché uniscono il cielo a una terra rigogliosa, ostaggio dell’oligarchia, violentata dal privilegio che fa scandalo. Romero vide l’oppressione del proprio popolo, che amava, udì le grida di dolore dei suoi figli, e andò in loro aiuto per liberarli. Come ha scritto Papa Francesco nella bolla della beatificazione: «Rendiamo grazie a Dio, perché ha concesso al vescovo martire la capacità di vedere e udire la sofferenza del suo popolo».

In ogni omelia Romero spiegava il Vangelo calato nella realtà concreta del proprio Paese. Parlava finanche oltre le due ore, perché forniva l’informazione negata dalla stampa assoggettata al potere. Denunciava le sparizioni, le torture, le ingiustizie. Aggiornava sugli scioperi, sulle lotte dei lavoratori. Fedele al papa, alla Chiesa di Roma, dove si era formato e della quale ricordava il mistero di ineffabile dolcezza della primavera romana, sapeva cogliere l’anelito di liberazione latinoamericano. «Nella nostra America Latina la croce è una realtà ogni giorno maggiore. Farcene carico e darle il suo vero senso, affinché le sofferenze e le lotte del nostro popolo siano unite alla croce redentrice di Cristo e se ne scopra così il vero senso, è il nostro compito», da una lettera di risposta alle inquietudini di un sacerdote, Padre Pablo G., datata 21 marzo 1979.

Sentir con la iglesia sintetizzava il suo attaccamento alla Chiesa. Da una parte c’è il pastore che vuole nutrire del Vangelo il popolo, dall’altra si avverte la responsabilità di un’informazione civile, indispensabile. Il vescovo, per stessa definizione di Romero, è essenzialmente un pastore, che va facendo il cammino con gli uomini, seminando la speranza sul suo sentiero, condividendo il suo dolore e la sua gioia, impegnandosi per la pace, nella giustizia e nell’amore.

«La lettura delle omelie consente di sottrarsi alle contrapposizioni ideologiche, dando la dimensione propria della sua personalità, che era sacerdotale – dice Imperato – . Viene fuori in maniera chiarissima il suo essere un pastore. È stato accusato di essere comunista, “Marxnulfo”. Un’accusa mossa da destra, perché faceva comodo. Anche in Vaticano pervenivano dossier atti a descriverlo come uno legato al comunismo. La sua rivoluzione è nella bellissima pastorale. La lettura politica, ideologica, devia dal cuore della questione. Lo si guardava con le lenti della Guerra Fredda. Emerge con ogni evidenza che in America Latina, dove dominava una religiosità popolare fatta più di devozione, di pratiche religiose, anche buone, lui si è messo di punta a comunicare i contenuti del Concilio Vaticano II, verso il quale ancora oggi permangono resistenze, dunque una fede che si basa sulla parola di Dio. Arricchiva tale religiosità attraverso i documenti propri della dottrina cattolica».

La modernità del figlio di un telegrafista di Ciudad Barrios si esprimeva pure nella capacità di utilizzare i mezzi di comunicazione. Sempre attento alle sollecitazioni dei giornalisti, spesso asserviti, sfruttando al massimo le potenzialità della radio diocesana YSAX, assumeva la supplenza di una mediazione giornalistica indipendente. Quando la voce non giungeva nelle case con i transistor, veniva portata da lui nelle lunghissime peregrinazioni a bordo della jeep dotata di altoparlanti.

La radio esaltava le sue doti di predicatore e oratore, già spiccate in giovane età. Nelle campagne le sue trasmissioni raggiungevano i picchi di ascolto più alti. I fedeli, quanto i laici, riponevano in lui la massima fiducia. Lo giudicavano diverso dai vertici ecclesiastici a lungo distanti dalle urgenze popolari. Impressiona la corrispondenza disponibile nel suo archivio, oltre cinquemila lettere. Rispondeva a tutti. Quanta attenzione anche all’ultimo degli alcolisti che voleva uscirne. Affidò alla segretaria il compito di fare una copia di ogni risposta epistolare. Hanno cercato spesso di mettere a tacere la radio. Tutti l’ascoltavano. Si potrebbe scrivere una storia non solo religiosa, ma civile, di quegli anni grazie a questa sua preziosa eredità.

Le dita battevano forte sui tasti dell’inseparabile Remington. La Chiesa non può stare zitta. «Monsignor Romero sapeva che bisognava pronunciare un mea culpa per il silenzio degli ecclesiastici che per molto tempo, divinizzati dai privilegi e dalle prebende dei fedeli ricchi, avevano adottato l’atteggiamento idolatrico di avere occhi e non vedere, avere bocca e non parlare», annota Jesús Delgado, postulatore diocesano della causa, che ritroveremo più avanti.

Il quadro sociopolitico polarizzato nel quale operava Romero era compromesso da una democrazia formale, svilita dall’assenza di una classe politica, da elezioni costantemente truccate. Dagli anni Trenta i militari reprimevano le insorgenze d’ispirazione comunista, controllavano il paese istmico per conto delle famiglie, d’origine europea, dell’oligarchia, che consideravano El Salvador come una proprietà privata. La crescita economica, impetuosa negli anni Sessanta, non aveva prodotto alcun criterio di equa redistribuzione della ricchezza e favorito lo sviluppo della democrazia. Le urgenti richieste di trasformazione venivano represse nel sangue. Dall’estero cresceva la pressione e l’ingerenza degli Stati Uniti, interessati a fare di quel lembo di terra un avamposto di resistenza all’avanzata comunista. «L’oligarchia aveva sostenuto il cattolicesimo, aveva mantenuto il clero, aveva dato denaro per costruire le chiese. Il cattolicesimo, in cambio, aveva sostenuto l’ordine costituito e aveva garantito la stabilità dei regimi», scrive Roberto Morozzo della Rocca, nella biografia che ha il respiro dell’indagine storica.

Romero diventò arcivescovo con l’appoggio determinante degli oligarchi, che confidavano nella sua mitezza, nella conservazione dello status quo. Lui invece rinunciò all’agio del fastoso palazzo vescovile offerto da quest’ultimi, andando a vivere nelle due stanzette del portiere di un presidio per malati terminali, l’Hospitalito de la Divina Providencia. «Lo diceva esplicitamente: la ricchezza va condivisa. Toccava il nodo dolente della distribuzione più giusta delle ricchezze e dei beni. Nel rapporto Stato-Chiesa non chiedeva privilegi di sorta. Reclamava la giustizia, il rispetto dei diritti per i braccianti vessati nelle piantagioni di caffè, cotone e canna da zucchero, non vantaggi economici per la Chiesa. “Non siamo padroni, siamo amministratori”», spiega Imperato.

Romero, uomo del dialogo, inteso come ricerca dell’altro, di ciò in cui manchiamo, disertava gli appuntamenti pubblici, invitando con fermezza il governo a cessare qualunque forma di persecuzione. Dall’altare implorava la disobbedienza dei militari agli ordini. Il dialogo doveva essere il metodo per giungere a una pacificazione figlia della giustizia sociale. «Il terrorismo si sconfigge promuovendo giustizia legale, economica e sociale. Il rispetto per l’imperio della legge promuove la giustizia ed elimina i semi della sovversione».

D’altra parte nel documento conciliare Gaudium et Spes, a lui particolarmente caro, si legge: «(…) Mai il genere umano ebbe a disposizione tante ricchezze, possibilità e potenza economica e tuttavia una grande parte degli uomini è tormentata dalla fame e dalla miseria, e intere moltitudini sono ancora interamente analfabete. Mai come oggi gli uomini hanno avuto un senso così acuto della libertà, e intanto si affermano nuove forme di schiavitù sociali e psichiche.

(…) Le troppe diseguaglianze economiche e sociali tra membri e tra popoli dell’unica famiglia umana suscitano scandalo e sono contrarie all’equità, alla dignità della persona umana nonché alla pace sociale e internazionale». Vincenzo Paglia, postulatore della causa, non esita a definirlo come il primo martire del Concilio Vaticano II. Un assassinio per far tacere il rinnovamento e il progresso che animò il Concilio. Una sorta di avvertimento alla Chiesa scomoda interpretata da Romero. Nelle oltre duecento omelie appaiono 298 citazioni riferibili ai documenti conciliari.

La difesa della dignità umana attraverso il lavoro è al centro della sua pastorale, mirata sulla periferia, nel suo senso globale, generata da un’irresponsabile gestione della terra. Il mondo dei poveri quale criterio teologico, storico, della condotta della Chiesa. «Il lavoratore non è una mercanzia, soggetta agli alti e bassi dell’economia, ma una persona umana, che per il solo fatto di essere tale ha diritto a un giusto salario», affermava Romero, sconcertato dal trattamento riservato ai braccianti del caffè, le cui paghe da fame erano soggette alla variazione del prezzo mondiale della materia prima.

Non si limita all’opzione preferenziale per i poveri. «Fa un’affermazione molto forte – evidenzia Imperato – Il povero che non si dà da fare per uscire dalla condizione di schiavitù commette peccato. Una cosa fortissima. Tu devi risvegliarti. Devi uscire da questo sonno, mentre loro ti dicono accetta, rassegnati. Questa non è la volontà di Dio. Questa pigrizia è un peccato. Ha appoggiato molto gli scioperi che facevano per la conquista di diritti inesistenti. “Organizzarvi è un vostro dovere”. Ciò ricorre frequentemente nelle sue omelie. Impastava il Vangelo con la vita».

Romero riconosce la dimensione politica insopprimibile che la giustizia richiede, ma la liberazione non può esaurirsi nella dimensione terrena. La Chiesa è escatologica, non può perdere il valore escatologico. La lotta svanirebbe nella sola immanenza. La rivendicazione cristiana della giustizia è però parte integrante della predicazione del Vangelo di pace. La rottura è dirompente, ma non troviamo mai nelle sue parole tracce di odio.

Nell’ufficio parrocchiale di Padre Imperato c’è un solo manifesto. Óscar Arnulfo Romero ha il microfono in mano, il braccio sinistro sembra vibrare, come il volto accennare un sorriso. Poco sotto alla cornice c’è scritto: Vive. Il parroco mi mostra l’allegato di una mail di Jesús Delgado, all’epoca segretario di Romero, mandata l’indomani della beatificazione a San Salvador. È una fotografia scattata durante la lettura della bolla papale. La giornata era dominata da un sole caldo. All’improvviso una nuvola lo oscura, al centro del sole appare un foro dal quale si irradia un raggio. Una suggestione, un’impressione, niente di più, che ha scosso la piazza come a dire non uccidi il sole se gli spari addosso.

Delgado è un testimone diretto di questa storia. Il 24 marzo 1980 avrebbe dovuto celebrare la messa al posto di Romero, per proteggerlo da eventuali attentati. Così avevano concordato, poi il presule insistette per non cedere alla paura, sentimento con cui ha convissuto. Nei trentacinque anni che ci separano dal delitto, Delgado si è speso in modo decisivo per la raccolta di testimonianze, scritti, ricerche, documenti per sostenere il difficile itinerario processuale per la beatificazione. Un eccezionale approfondimento storico e teologico, lo cataloga Paglia, per superare i numerosi ostacoli frapposti e non consegnare Romero all’oblio che molti hanno accarezzato.

«La notizia della morte di questo vescovo ci colpì nel profondo – racconta Imperato – . Sapevamo che era stato ucciso, perché difendeva i poveri in un paese dove erano i ricchi, le quattordici grandi famiglie al potere, a comandare. Nel 1982 la Comunità di Sant’Egidio a Roma, a Santa Maria in Trastevere, invitò il vescovo successore Rivera y Damas che, nonostante nella precedente nomina fosse stato scalzato da Romero, gli aveva sempre dimostrato vicinanza, un’amicizia fraterna, mentre gli altri vescovi si preoccupavano di preparare dossier con accuse destituite di fondamento. Impossibilitato a raggiungerci, mandò Delgado. In quell’incontro abbiamo scoperto un mondo. Ci ha fatto conoscere realmente chi era Romero».

Da San Salvador, dopo la prima fase del processo diocesano, la causa approdò a Roma presso la Congregazione per le cause dei santi. Rivera y Damas sollecitò la Comunità: «Vincenzo Paglia mi propose di occuparmi della parte del processo a livello centrale, col mandato di vice postulatore. Accettai l’incarico. Disdissi il corso d’inglese che avevo appena cominciato, e partii immediatamente destinazione Madrid per studiare lo spagnolo». Imperato, insieme al biografo Morozzo della Rocca, ha trascorso tempo importante nell’archivio e nella biblioteca personale di Romero.

Avversario pugnace del percorso intrapreso nel 1996 è stato l’influente cardinale colombiano Alfonso López Trujillo, per tre decadi ispiratore della linea vaticana sulla chiesa latinoamericana, strenuo oppositore dei teologi della liberazione. Trujillo, ordinato nel 1960, espresse la propria opposizione all’opzione per i poveri elaborata nella Conferenza dei vescovi latinoamericani di Medellin nel 1968, al progressismo medellinista. Romero, come esterna anche in numerose lettere, voleva mettere in pratica il Vaticano II e Medellin, che sono stati fra le cause della persecuzione. Medellin denunciava il peccato sociale della violenza istituzionalizzata, che s’instaura in una situazione d’ingiustizia permanente e strutturata.

La Chiesa cattolica, che durante il papato di Giovanni Paolo II celebrò 1341 beatificazioni, ha riconosciuto il martirio in odium fidei. A lungo gli oppositori hanno sostenuto che sarebbe stato ucciso invece in odio alla sua posizione politica. Perseguitato perché si era messo in politica e non perché predicava l’osservanza al Vangelo, la rinuncia ai privilegi. L’odium fidei doveva essere strettamente connesso all’affermazione dell’ostilità contro la Chiesa, contro il Vangelo, contro Gesù Cristo. «Gli studi e i documenti presentati hanno dimostrato, insieme a uno sforzo di comprensione più ampio dell’odium fidei, che Romero è stato ucciso perché in realtà predicava il Vangelo – spiega Imperato – . Chiaramente perché predicava il Vangelo della giustizia, il Vangelo dell’amore verso i poveri. Era per fede che Romero parlava di riconciliazione e chiedeva giustizia sociale. È un martire del Vangelo. Non dimentico in questo passaggio il ruolo di Giovanni Paolo II per superare gli ostacoli».

Nel periodo della formazione romana Romero assunse come modello di magistero il papato di Pio XI. Da Paolo VI ricevette amicizia, ascolto, comprensione e incoraggiamento: «È un lavoro che può essere incompreso e ha bisogno di molta pazienza e fortezza. Ma vada avanti con coraggio, pazienza, forza e speranza». Lo avvicinava a Paolo VI l’idea dell’Esortazione Apostolica Evangelii nuntiandi di una Chiesa dialogante e parte attiva nella società. Lo avvicinavano i contenuti dell’enciclica sociale Populorum progressio che, ammettendo le ferite provocate dal colonialismo e dagli squilibri crescenti offensivi per la dignità umana, posava lo sguardo su temi e istanze a lungo trascurate.

Il primo impatto con Giovanni Paolo II, da poco eletto, lasciò perplesso il vescovo salvadoregno. Furono sette mesi difficili, secondo la ricostruzione dei biografi. Le informazioni distorte giunte in Vaticano, l’opposizione del Nunzio Gerada intento, dalla prospettiva diplomatica, a mantenere rapporti indulgenti con il governo dittatoriale, il quadro internazionale complicarono la conoscenza.

«Il papa era in una situazione che forse sul momento non comprese totalmente, ma già al secondo incontro ci fu un’evoluzione – sottolinea Imperato – . Aveva capito la situazione. La richiesta di tenere unito l’episcopato si scontrava con l’indisponibilità dei vescovi a mutare gli equilibri acquisiti, la reciprocità con la classe dominante».

Restano poi due fatti. Wojtyla nel viaggio del 1983 in El Salvador, piombato piena guerra civile, volle pregare sulla tomba di Romero. Una visita non prevista dal protocollo ufficiale. Gli dissero che non c’erano le chiavi per entrare. Attese con pazienza qualche ora, affinché le trovassero. Dopo una lunga genuflessione il pontefice ricordò ai presenti: «Romero è nostro». Nel 2000, nella Roma del Giubileo, avevano estromesso il nome dell’arcivescovo dal testo della celebrazione dei Nuovi Martiri. Giovanni Paolo II lo inserì di proprio pugno nell’Oremus finale.

C’è una frase significativa, attribuita a Romero: «Ciascun papa incarna nel suo modo d’essere l’aspetto che più necessita in quel tempo alla vita della Chiesa». Fra gli ultimi atti del dimissionario Joseph Ratzinger ci fu la riattualizzazione della pratica riguardante il martire: «Non dubito che la sua persona meriti la beatificazione». Un viatico al nuovo corso di Francesco. «Abbiamo avuto rapporti con Benedetto XVI per accelerare il processo – precisa Imperato – . Lui si muoveva in questa direzione, ma c’erano dei blocchi, in particolare da qualche cardinale latinoamericano, López Trujillo, poi scomparso nel 2008, che continuamente rallentava. Nonostante questo anche Ratzinger ha facilitato. Si ponevano con costanza obiezioni. “Bisogna verificare gli scritti, se lui ha detto veramente così”. E lui, il papa, insisteva affinché il collegio dei teologi esaminasse e sciogliesse i nodi. Tutto ok, e allora si presentava un’altra obiezione». Papa Francesco ha dato la spinta, l’accelerazione sostanziosa per sbloccare una delle cause canoniche più ardue, per rimediare a un ritardo pesante. Lo scorso 23 maggio il popolo salvadoregno ha festeggiato il proprio Beato.

La citazione che segue risale al 2011 ed è tratta da un’omelia dell’allora arcivescovo di Buenos Aires, Jorge Mario Bergoglio. «Dopo aver ascoltato la parola di Dio facciamo un istante di silenzio nel nostro cuore e ricordiamo sette persone che, cinque anni fa, lavoravano qui in un regime di schiavitù: Harry Rodriguez Palma, di cinque anni; Wilfredo Quispe Mendoza, di 15 anni; Juana Wilma Quispe, di 25 anni e il figlio che portava in grembo e di cui soltanto Dio conosce il nome; Elias Carabajal Quispe, di 10 anni; Rodrigo Quispe Carabajal, di 4 anni e Luis Quispe, di 4 anni.

Quei bambini lavoravano come schiavi e sono morti nell’incendio di un laboratorio clandestino. Dio disse a Caino: «Il sangue di tuo fratello mi chiede giustizia». E oggi noi ripetiamo quella stessa frase: «Il sangue di questi nostri sette fratelli ci chiede giustizia». Il senso del lavoro si è degradato, perché è il lavoro a darci dignità. Quando si ribalta il vero fine del lavoro, il centro del lavoro che è la persona comincia a crescere il desiderio insaziabile di denaro e da qui si finisce nella schiavitù. (…) Ma soprattutto chiediamo al Signore che i nostri cuori crescano in consapevolezza, perché non abbiamo paura di lottare per questa giustizia che, oggi possiamo ripeterlo ancora una volta, è attesa da così tanto tempo. Giustizia per gli uomini e le donne vittime della tratta di persone di qualsiasi genere.

(…) Agli Erode che ancora vivono a Buenos Aires e che si arricchiscono con il sangue dei poveri, che Dio tocchi il loro cuore e li converta. E che tocchi anche il nostro cuore, perché continuiamo a lottare per la giustizia». In tante omelie del Pontefice sembra di leggere, circa quarant’anni dopo, Óscar Arnulfo Romero. Si passa dal paesaggio del mondo rurale delle case di fango alla vastità delle favelas nelle periferie delle metropoli globali, prive di un centro geografico. Si è passa dall’oligarchia di poche famiglie all’élite globalizzante. La città, come le campagne di allora, rappresentano il terreno di sfida della evangelizzazione.

Come si ritrova Romero nelle encicliche Lumen Fidei e Laudato Si’. «È spaventoso sentire ripetere ovunque che la benzina sta scarseggiando, che l’aria si sta inquinando, che non c’è acqua, che ci sono zone della nostra capitale in cui viene erogata soltanto alcuni minuti o addirittura mai, che le falde acquifere si stanno esaurendo, che ormai ruscelli, così caratteristici, delle nostre montagne, sono scomparsi. Il patto dell’uomo con Dio non viene rispettato perché l’uomo da padrone della natura, si sta trasformando in sfruttatore della natura», leggiamo in un’omelia di Romero del 3 giugno 1979.

Romero si scagliava contro le idolatrie della ricchezza, della proprietà privata e della sicurezza nazionale, che altro non era che violenza istituzionalizzata, nonché contro l’idolatria delle organizzazioni popolari che coltivavano interessi di parte. Nelle omelie, invocando la ristrutturazione del sistema economico e sociale, definiva come ostile al Cristianesimo l’assolutizzazione della proprietà privata. Sosteneva a chiare lettere che la violenza diffusa avesse fondamento nell’ingiustizia sociale, riferibile alla cultura innestata dai conquistadores. «Non mi stancherò mai di ripetere che, se vogliamo davvero una cessazione efficace della violenza, occorre stroncare la violenza che sta alla base di tutte le violenze: la violenza strutturale, l’ingiustizia sociale basata su un’aberrazione della proprietà privata e su un’assolutizzazione della ricchezza che, oltretutto, si cerca di difendere con la repressione».

Così Francesco nell’Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium:

«No a un’economia dell’esclusione
53. (…) Così come il comandamento “non uccidere” pone un limite chiaro per assicurare il valore della vita umana, oggi dobbiamo dire “no a un’economia dell’esclusione e della inequità”. Questa economia uccide.

No all’inequità che genera violenza
59. (…) Oggi da molte parti si reclama maggiore sicurezza. Ma fino a quando non si eliminano l’esclusione e l’inequità nella società e tra i diversi popoli sarà impossibile sradicare la violenza. Si accusano della violenza i poveri e le popolazioni più povere, ma, senza uguaglianza di opportunità, le diverse forme di aggressione e di guerra troveranno un terreno fertile che prima o poi provocherà l’esplosione. Quando la società – locale, nazionale o mondiale – abbandona nella periferia una parte di sé, non vi saranno programmi politici, né forze dell’ordine o di intelligence che possano assicurare illimitatamente la tranquillità. Ciò non accade soltanto perché l’inequità provoca la reazione violenta di quanti sono esclusi dal sistema, bensì perché il sistema sociale ed economico è ingiusto alla radice».

Il primo papa giunto dalle Americhe non ha mai incontrato il Beato, tuttavia non ha mai nascosto la propria ammirazione. Più volte ha ricevuto in Argentina il segretario Delgado, e ha seguito anche a distanza il processo. «La loro sintonia è nel Vangelo – riconosce Imperato – . Nell’incontro di Gesù con i poveri. Che cosa sta facendo Papa Francesco? Vive il Vangelo personalmente e annuncia il Vangelo, lo comunica sia con le parole sia con i gesti, negli incontri. Praticamente il Romero di quarant’anni prima. Anche Bergoglio è stato un sacerdote legato alla pastorale e si rintraccia sintonia nell’approccio missionario: la comune vocazione a stare in mezzo alla gente. C’è una continuità profonda fra Medellin, cioè l’idea di mettere in opera nel subcontinente latinoamericano gli insegnamenti del Vaticano II, Puebla, che sancirono l’opzione per i poveri, e Aparecida 2007, dove si è tenuta l’ultima assemblea generale dell’episcopato dell’America Latina. Lì Bergoglio ha guidato i lavori di redazione del documento finale della Conferenza e ha richiamato quell’opzione. La Chiesa che cammina come popolo di Dio».

Una Chiesa che in America Latina per essere autenticamente una Chiesa dei poveri ha pagato un prezzo di sangue alto. Guardare la storia dalla parte degli ultimi, porsi il problema della liberazione dei vinti attraverso l’esaltazione della dignità della persona. Romero nell’osservanza dell’Antico e del Nuovo Testamento assunse il duplice significato biblico dell’ambiguo concetto di povertà. Lo stato di povertà materiale, scandaloso, che mina la dignità umana, contrario alla volontà di Dio, che è causa diretta dell’ingiustizia degli oppressori. Non trattandosi di una fatalità richiede azioni concrete. E poi invocava lo stato di povertà spirituale per una sincera apertura a Dio, la condizione necessaria per accogliere la parola di Dio.

Romero della teologia della liberazione accoglieva il principio di emancipazione intellettuale e teologica, la ricerca di una via della chiesa latinoamericana. Si sottraeva alla deriva di una liberazione intesa univocamente nella liberazione economica dell’oppresso dall’oppressore. E condannava la scelta della lotta armata per sovvertire questa dialettica, richiamando spesso i propri sacerdoti. Bergoglio ha chiuso una stagione di conflitto lacerante con la teologia della liberazione, che vide Giovanni Paolo II schierato in prima fila.

Romero, in mancanza dell’agognata riforma agraria, auspicava la trasformazione della proprietà latifondista in un sistema cooperativistico, solidaristico. Difendeva il diritto dei lavoratori allo sciopero. Come per Papa Francesco ricorreva sovente l’accusa di comunismo. Così, in una lettera del 30 giugno 1978, s’indirizzò al colonnello Romero B. R.: «(…) Un altro modo di accusare la Chiesa di infedeltà consiste nel dirla marxista. Sono gli interessi acquisiti a cercare di far passare per marxista l’azione della Chiesa, quando questa ricorda i più elementari diritti dell’uomo e mette tutto il suo potere istituzionale e profetico al servizio degli indigenti e dei deboli. La muove l’interesse etico della fede. Alla Chiesa non interessa alcuna ideologia in quanto tale deve essere pronta a opporre la sua parola critica all’assolutizzazione di una qualsiasi di esse, sia socialista o capitalista. Anche l’attuale capitalismo è materialismo pratico».

Scrive a proposito il biografo Morozzo della Rocca: «(…) Nel 1967 Romero parla di dialogo prudente e sincero con i comunisti per edificare il mondo a tutti comune. Il comunismo per Romero è una conseguenza della madre di tutte le eresie: il liberalismo secolarizzatore che ha allontanato la società da Dio». Più volte mise all’indice le mancanze dello Stato liberale e l’influenza massonica sulla vita pubblica: «(…) Quale patria? La patria di questa lurida storia di liberalismo e massoneria i cui propositi si sostanziano nell’abbrutire il popolo per manovrarlo a proprio capriccio?»

Nel recente intervento del Pontefice al Congresso statunitense individuiamo una precisa coincidenza col pensiero politico e sociale di Romero: «Politica è, invece, espressione del nostro insopprimibile bisogno di vivere insieme in unità, per poter costruire uniti il più grande bene comune: quello di una comunità che sacrifichi gli interessi particolari per poter condividere, nella giustizia e nella pace, i suoi benefici, i suoi interessi, la sua vita sociale. Non sottovaluto le difficoltà che questo comporta, ma vi incoraggio in questo sforzo». A più riprese Romero, che mai si legò a una fazione politica, difese la reciproca autonomia della comunità politica e della Chiesa. Indipendenti nel proprio ambito devono tuttavia servire la vocazione personale e sociale dell’uomo.

La dottrina prevede la conversione etica di chi si trova in posizione dominante, affinché si occupi di chi è oppresso in una logica di convivenza possibile. Dagli scritti si desume che Romero intese il proprio ruolo quale sponda utile, pur rifuggendo l’equidistanza tra vittime e carnefici, fra le parti, per contribuire a trasformare la classe dirigente nell’interesse del popolo.

L’ecumenismo è una struttura mentale che apparteneva a Romero, uomo di dialogo, umile nell’accettare la propria fallibilità. Disegnava la chiesa quale costruttrice di ponti. L’unica violenza ammessa è quella di Cristo che si fa uccidere, è il martirio. All’epoca Romero instaurò con gli evangelici una mediazione fattiva. La Chiesa anglicana ha posto la statua di Romero sulla facciata della cattedrale di Westminster, accanto a quella di Martin Luther King e Dietrich Bonhoeffer. Anche qui possiamo riprendere Francesco nel viaggio statunitense per descrivere la grammatica di Romero, trentacinque anni fa:

«(…) Sappiamo che nessuna religione è immune da forme di inganno individuale o estremismo ideologico. Questo significa che dobbiamo essere particolarmente attenti a ogni forma di fondamentalismo, tanto religioso come di ogni altro genere. È necessario un delicato equilibrio per combattere la violenza perpetrata nel nome di una religione, di un’ideologia o di un sistema economico, mentre si salvaguarda allo stesso tempo la libertà religiosa, la libertà intellettuale e le libertà individuali.

(…) È importante che oggi, come nel passato, la voce della fede continui ad essere ascoltata, perché è una voce di fraternità e di amore, che cerca di far emergere il meglio in ogni persona e in ogni società. Tale cooperazione è una potente risorsa nella battaglia per eliminare le nuove forme globali di schiavitù, nate da gravi ingiustizie le quali possono essere superate solo grazie a nuove politiche e a nuove forme di consenso sociale».

Imperato conferma l’avanzamento veloce del processo di beatificazione, aperto a San Salvador alla fine dello scorso anno, di Padre Rutilio Grande. Gli squadroni della morte lo uccisero il 12 marzo 1977, mentre raggiungeva El Paisnal dalla parrocchia di Aguilares, attorno alla quale aveva creato dal nulla un’ampia comunità cristiana. Morì stringendo la mano ai campesinos per i quali aveva messo da parte una sicura carriera accademica, per i quali sacrificò la propria esistenza. Lavorava a una giustizia che avvicinasse il Regno di Dio alla terra, come Romero e tanti altri sacerdoti, catechisti, cristiani delle organizzazioni popolari vittime del linciaggio, poiché impegnati nel sociale.

La vicenda di Grande, amico fraterno di Romero, è dirimente per capire l’evoluzione dell’arcivescovo cui toccò poi la stessa sorte. Accorse immediatamente a vegliare sui tre corpi trucidati. Tutelò la memoria di Rutilio dalla diffamazione, ricordandolo come un sacerdote esemplare. Infranse l’ipocrisia delle relazioni con lo Stato, a fronte del comportamento del Presidente della Repubblica Arturo Armando Molina, vago nell’assicurare alla giustizia gli assassini. Molti raffigurano quella notte di veglia come una sorta di conversione, l’uscita dal Tempio dell’uomo di culto e preghiera che s’interrogava sul come agire per combattere l’ingiustizia. Da allora camminò lungo la via di un impegno diretto nel mondo. Ciò negli anni ha alimentato lo stereotipo politico di Romero.

Jesús Delgado ritrae il momento del cambio d’attitudine, della presa di responsabilità nel nome del Vangelo che è rivoluzione, nel modo più efficace: «Venne il giorno in cui Dio lo precipitò del tutto e fino al collo nella cruda realtà della sofferenza di un popolo, causata dalla prepotenza disumana delle élite del potere salvadoregno. Quando monsignor Romero assunse l’incarico di pastore dell’arcidiocesi di San Salvador, le sue prediche non si ispirarono più soltanto ai testi dei padri della Chiesa e alla dottrina del magistero della Chiesa cattolica, ma soprattutto alla vita reale dei salvadoregni».

Che cosa ne è oggi dell’eredità etica di Romero nel più piccolo paese centroamericano? Nel marzo 1993, cinque giorni dopo la divulgazione del rapporto della Commissione d’inchiesta dell’Onu che individuava nell’ex maggiore Roberto D’Aubuisson, sanguinario leader dei gruppi paramilitari foraggiati dagli oligarchi, il mandante del commando di quattro persone responsabili, l’Assemblea legislativa salvadoregna decretò l’amnistia generalizzata per i crimini di guerra. Che cosa resta lo spiega ancora Delgado con parole splendide:

«Cercano di convincere il popolo che il profeta è squilibrato e perciò può destabilizzare i poteri dello Stato, sfigurare il volto della Chiesa e trascinare la popolazione in una guerra civile. Se tutte quelle misure si rivelano inutili e inefficaci, allora il re permette che entrino in gioco forze occulte che, con il pretesto di salvare la nazione e la Chiesa, assoldano sicari prezzolati per zittire la voce del profeta. Assassinato il profeta, il re, a volte insieme ai sacerdoti, cerca di giustificare l’ingiustificabile. Tentano di spiegare al popolo che quell’uomo è morto vittima della sua stessa intransigenza, della sua cocciutaggine e del ciclone nato dal vento che lui stesso aveva sollevato. Ormai il profeta non è più presente a difendere la verità, ma la sua parola resta ad attestare ai posteri che la sua era fedeltà alla giustizia e all’amore di Dio».

La scelta politica di abdicare alla ricerca della verità, che è il seme più fertile della giustizia, non ha contribuito a una reale riconciliazione dialettica del tessuto politico, sociale, oggi minacciato dalla violenza terribile delle gang criminali delle maras, anch’esse aguzzine del popolo salvadoregno, radicatesi mediante il potere militare e la corruzione. Le mafie, in tutte le proprie sembianze, costituiscono la nuova frontiera per la Chiesa nelle periferie. La svolta impressa da Papa Francesco ha unito l’episcopato nel segno di Romero. Ora c’è da percorrere con sincerità la strada tracciata dal martire, troppo a lungo, e a torto, misconosciuto.

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Così si svela il volto della misericordia https://minimaetmoralia.it/arte/il-volto-della-misericordia/ https://minimaetmoralia.it/arte/il-volto-della-misericordia/#respond Mon, 14 Mar 2016 06:30:34 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30263 Questo articolo è uscito su Repubblica.

Misericordiae vultus è il titolo della bolla con cui papa Francesco ha indetto il giubileo straordinario. Ma dove possiamo vederlo, il volto della misericordia? In quale immagine, in quale opera d'arte, in quale iconografia?

La risposta è sorprendente: nell'arte sacra la personificazione della Misericordia non ha quasi avuto diritto di cittadinanza. Tutta la scena è stata occupata dalle virtù teologali (Fede, Speranza, Carità), e dalle consorelle cardinali (Prudenza, Giustizia, Fortezza, Temperanza): perché la Misericordia non è una virtù, ma, come scriveva già Dante, «è passione», cioè un moto profondissimo dell'anima. E questo ha sempre insospettito la macchina del potere ecclesiastico, che ha preferito doti meno eversive.

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Questo articolo è uscito su Repubblica.

Misericordiae vultus è il titolo della bolla con cui papa Francesco ha indetto il giubileo straordinario. Ma dove possiamo vederlo, il volto della misericordia? In quale immagine, in quale opera d’arte, in quale iconografia?

La risposta è sorprendente: nell’arte sacra la personificazione della Misericordia non ha quasi avuto diritto di cittadinanza. Tutta la scena è stata occupata dalle virtù teologali (Fede, Speranza, Carità), e dalle consorelle cardinali (Prudenza, Giustizia, Fortezza, Temperanza): perché la Misericordia non è una virtù, ma, come scriveva già Dante, «è passione», cioè un moto profondissimo dell’anima. E questo ha sempre insospettito la macchina del potere ecclesiastico, che ha preferito doti meno eversive.

Esiste, certo, la tradizione iconografica delle opere di misericordia, che ha prediletto specialmente le sette corporali, raffigurandole per esempio negli ospedali (si pensi al fregio di quello del Ceppo, a Pistoia, eseguito intorno al 1525 da Santi Buglioni).

In un suo recentissimo libro (La mia idea di arte, a cura di Tiziana Lupi) papa Francesco ha incluso una di queste serie tra gli esempi che fanno capire il suo rapporto con il figurativo: le Opere di misericordia di Olivuccio di Ciccarello, che oggi sono nella Pinacoteca Vaticana, ma che furono dipinte, nei primi anni del Quattrocento, per la Chiesa della Misericordia di Ancona.

Il papa ama questo ciclo perché qua «gli ‘scartati’ della società si sono affermati come attori principali della rappresentazione»: un punto di vista radicalmente evangelico, che probabilmente i contemporanei di Olivuccio non avrebbero condiviso, concentrati com’erano sul ruolo non dei bisognosi, ma dei benefattori, cioè di se stessi. Il papa potrebbe trovare, sempre nei Sacri Palazzi, un esempio monumentale di questo ‘protagonismo degli scartati’: il meraviglioso affresco in cui Beato Angelico (pittore santo e frate mendicante) esalta san Lorenzo che distribuisce ai poveri i beni della Chiesa.

È somma la dignità con cui i mendicanti, gli straccioni, i bambini scalzi dell’Angelico occupano la prospettiva della basilica aulica in cui avviene il gesto eversivo: la gerarchia ecclesiastica che si spoglia delle sue ricchezze,e sul muro della cappella privata di un papa!

Questo filone iconografico tocca l’apice nella grande pala d’altare in cui Caravaggio concentrale Sette Opere di Misericordia, ambientandole – scrive Roberto Longhi – «all’imbrunire, in un quadrivio napoletano», con gli angeli che volano «all’altezza dei primi piani, nello sgocciolìo delle lenzuola lavate alla peggio, e sventolanti a festone sotto la finestra cui ora si affaccia una ‘nostra donna col Bambino’». Grazie alla presenza di Maria – salutata fin dal X secolo come «mater misericordiae» – Caravaggio fonde l’iconografia delle Sette opere con quella della Madonna della Misericordia, colei che riunisce sotto il suo manto tutti i fedeli: un’immagine diffusissima nel Medioevo italiano, che Piero della Francesca (nel polittico di Borgo San Sepolcro, dipinto intorno al 1460) trasforma in uno spazio abitabile, una vera architettura di misericordia.

Il volto della misericordia è dunque il volto di Maria? Nell’arte italiana certamente sì: una scelta rassicurante, che pone tuttavia due problemi. Il primo è la divaricazione tra la misericordia della Madre e la verità del Figlio: quando invece il fulcro dell’annuncio messianico è che «misericordia e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno» (Salmo 84). Il secondo è che il monopolio di Maria serve a non attribuire a Gesù o a Dio Padre la visceralità della misericordia: ad evitare, insomma, una femminilizzazione di Dio che avrebbe stravolto gli stereotipi di genere.

Dopo il Concilio di Trento la Chiesa cercherà di eliminare perfino le immagini in cui è la stessa Maria ad apparire troppo umana (lo svenimento sotto la Croce, per esempio): figuriamoci rappresentare Gesù, o Dio Padre, commossi! E il punto, invece, era proprio quello: Dio è il Misericordioso perché di fronte ai figli (anche al più ingrato, corrotto, irredimibile) le sue viscere di padre si muovono, e nemmeno Lui può fermarle. Ed è questa meravigliosa tenerezza di un Padre travolto dalla misericordia che sta oggi al centro della teologia di papa Francesco.

Quando apprende che il suo amico Lazzaro è morto, Gesù piange: ma inutilmente si cercherebbe il Signore in lacrime nella nostra storia dell’arte. E la traduzione italiana dei vangeli ha edulcorato, fino a travisarlo, il vasto repertorio in cui Gesù sente, letteralmente, il movimento delle proprie viscere («splancna», in greco). Nella città di Nain vede una madre vedova che porta alla sepoltura il suo figlio unico: senza che nessuno gli chieda nulla, Gesù si avvicina e lo resuscita, perché «le sue viscere lo avevano portato verso di lei» (Luca 7). Lo stesso avviene per i due ciechi di Gerico (Matteo 20). E quandoil lebbroso gli grida: «se vuoi, puoi guarirmi», è il movimento delle viscere che trascina Gesù a rispondergli, di getto, «Lo voglio, guarisci!» (Marco, 1).

Ma questo Gesù visceralmente misericordioso non ha alcun diritto di cittadinanza nell’iconografia, controllata per secoli dalla Chiesa. Eppure è Gesù stesso a suggerire alcune immagini:«Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi coloro che sono mandati a te, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una gallina la sua covata sotto le ali, e voi non avete voluto!» (Luca 13). Ma se abbiamo, in secoli d’arte cristiana, infinite rappresentazioni di un Gesù-pellicano che si squarcia il petto per nutrire i piccoli (trasparente allegoria della Passione), non abbiamo nemmeno un Gesù-chioccia: perché un Cristo femminile, uterino, era impensabile per il potere maschile del clero.

E, allora, dove cercare? Nella bolla, Francesco cita un’immagine evangelica che gli è particolarmente cara: quella della vocazione di Matteo. Gesù sceglie come apostolo ed evangelista l’esattore delle tasse, collaborazionista dei romani: il peggio in assoluto. Il Venerabile Beda ha commentato che qui Gesù agisce «miserando atque eligendo», cioè scegliendo attraverso la misericordia: ed è questa la frase che Bergoglio ha voluto come motto papale. In un’altra occasione il papa ha parlato del suo amore per il quadro più celebre che rappresenta quella scena: la Vocazione di Matteo di Caravaggio in San Luigi dei Francesi, vero manifesto della misericordia come metodo di governo.

Ma forse l’opera che più di ogni altra  può diventare l’icona di questo Giubileo (e che infatti è già stampata sulle copertine di alcune delle traduzioni della bolla di indizione) è il Figliol prodigo (o meglio, appunto, il Padre misericordioso) di Rembrandt (Ermitage di San Pietroburgo, 1666-69 circa). Sotto lo sguardo ostile del fratello virtuoso, il figlio corrotto e ingrato è tornato,lacero e miserabile. Il padre si china verso di lui, lo accoglie: lo abbraccia e insieme lo benedice, con due mani immense. Non chiede, non processa, non rimprovera: chiude gli occhi per la commozione, e nessuno osa rompere il silenzio.

È stato un artista protestante, lontano da ogni clero, a fare il più bel ritratto delle viscere misericordiose di un Dio padre che è anche madre.

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Il caso Spotlight, il film sugli abusi sessuali nella Chiesa https://minimaetmoralia.it/cinema/il-caso-spotlight-il-film-sugli-abusi-sessuali-nella-chiesa/ https://minimaetmoralia.it/cinema/il-caso-spotlight-il-film-sugli-abusi-sessuali-nella-chiesa/#comments Thu, 18 Feb 2016 13:51:27 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29998 C’è una scena che arriva nella primissima parte del film. Il nuovo direttore del Boston Globe Marty Baron (interpretato da Liev Schreiber) è stato invitato a un incontro privato dal cardinale Bernard Francis Law, arcivescovo della città. I due scambiano qualche parola, quindi Law propone a Baron – passato al Globe dopo aver lavorato a New York e in Florida, dunque distante dagli ingranaggi cittadini – di instaurare un rapporto di collaborazione reciproca. Perché Boston possa trarne giovamento: cordialità tra poteri, diciamo.

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C’è una scena che arriva nella primissima parte del film. Il nuovo direttore del Boston Globe Marty Baron è stato invitato a un incontro privato dal cardinale Bernard Francis Law, arcivescovo della città. I due scambiano qualche parola, quindi Law propone a Baron – passato al Globe dopo aver lavorato a New York e in Florida, dunque distante dagli ingranaggi cittadini – di instaurare un rapporto di collaborazione reciproca. Perché Boston possa trarne giovamento: cordialità tra poteri, diciamo.

Il direttore – interpretato da un austero e tuttodunpezzo Liev Schreiber – ringrazia Law, ma risponde che nella sua visione delle cose “un giornale deve camminare sulle sue gambe”. Un giornale deve camminare sulle sue gambe: il futuro reporter in ognuno di noi ha un sussulto, i più scafati avranno una smorfia interiore tendente al cinismo. Gli spettatori, poi, già sanno che da qualche giorno Baron ha incaricato il team Spotlight, la squadra investigativa fiore all’occhiello del Globe, di indagare sul caso del prete John Geoghan, fortemente sospettato di abusi sessuali su minori.

È un momento molto americano di chiamiamolo journalism pride, quel sentimento di indipendenza e forza che è da sempre parte integrante della mitologia sul grande giornalismo americano, quello canonizzato almeno dal Watergate in giù, quello che viene evocato sui manuali per studenti alle scuole. Anche se alle nostre latitudini può capitare che per insegnare la materia si scelga di limitarsi a proiettare Tutti gli uomini del presidente, uno dei film a cui Tom McCarthy si rifà per il suo Il caso Spotlight.

Telefoni che squillano, i cubicoli della redazione, le battute tra colleghi, l’ufficio del direttore sempre acceso, le improvvise epifanie e gli inseguimenti alle fonti, le nottatacce: un po’ di retorica, ma, insomma, non guasta.

L’inchiesta del Globe che ha ispirato il film ottenne il Pulitzer nel 2003 ed è raccolta in Italia nel libro Sette pezzi d’America (minimum fax, a cura di Simone Barillari), assieme ad altri casi che hanno fatto la storia degli Stati Uniti, dall’esplosione del Challenger fino a Scientology e ancora al Watergate. Chi ha letto gli articoli scoprirà che Il caso Spotlight segue il racconto giornalistico molto fedelmente. A fare la differenza è un grande cast: Michael Keaton interpreta Robby Robinson, il capo della squadra; Mark Ruffalo e Rachel McAdams fanno i “reporter di strada”, quelli che a fasi alterne ricevono le porte sbattute in faccia o che incontrano le fonti ai tavoli di un bar; Brian d’Arcy James lavora sull’archivio. Stanley Tucci veste i panni di Mictchell Garabedian, lo spigoloso avvocato che difende le vittime degli abusi.

Quello in cui a un certo punto s’imbattono i giornalisti del Globe è un classico caso di storia-sotto-gli-occhi-di-tutti. Lo stesso giornale, prima di partire con l’inchiesta, ha pubblicato qualche sparuto articolo relegato in cronaca. Perché le molestie dei sacerdoti sono state denunciate, perché esiste persino un’associazione che riunisce le vittime e raccoglie materiale. Ma una grande coltre scende a coprire lo scandalo vero e proprio, ovvero la sconcertante regolarità con cui le violenze si consumano. Un cordone protettivo che passa (appunto) attraverso i grandi poteri della città: diocesi, tribunale, e – almeno fino all’arrivo del nuovo direttore – lo stesso Boston Globe. Il lavoro dei giornalisti porterà alla luce decine di casi, denunciati e regolarmente coperti.

Ora, Il caso Spotlight non insiste morbosamente sullo scandalo. Le violenze sono evocate e non mostrate. Il film è molto equilibrato: mostra il dolore reale delle vittime senza scivolare nella retorica anti-clericale. Del resto il cardinale Sean Patrick O’Malley, succeduto a Law nella diocesi di Boston e unanimemente apprezzato per il suo lavoro di pulizia e trasparenza, ha visto il film alla sua uscita definendolo “importante e potente”, e il cast ha invitato lo stesso Bergoglio a guardarlo.

Quanto a Law, il cardinale che sapeva quanto avveniva e che scriveva lettere d’encomio ai sacerdoti coinvolti (ad esempio a padre Shanley, coinvolto in sette casi di molestie: «Senza dubbio nel corso di tutti questi anni di generoso zelo e sollecitudine, le esistenze e i cuori di molte persone sono state toccate dall’aver condiviso con te lo Spirito del Signore. Sei sinceramente stimato per tutto quello che hai fatto»), dal 2011 è ospite – arciprete emerito – della Basilica di Santa Maria Maggiore.

Nei primi giorni dell’insediamento di Bergoglio, si disse che il papa “allontanò” (o “cacciò” in alcune versioni più spinte) il vecchio cardinale di Boston dalla Basilica: la nota ufficiale di padre Lombardi era tutto sommato più sfumata.

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Lontani ma vicini: l’Islam e noi https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/lontani-ma-vicini-lislam-e-noi/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/lontani-ma-vicini-lislam-e-noi/#comments Tue, 09 Feb 2016 06:30:43 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29884 Nella foto: il monastero di Mar Musa, in Siria (fonte immagine).

Che cos'è l'Islam italiano? La comunità di immigrati musulmani, che ormai conta un milione e seicentomila persone, quali problematiche, contributi e necessità pone? Che cosa s'intende per integrazione? Sono domande alle quali dovrà rispondere anche il Consiglio per le relazioni con l'Islam italiano, organismo consultivo di recentissima formazione.

A metà gennaio, presso il Viminale, il ministro dell'Interno, Angelino Alfano, ha presieduto la riunione d'insediamento del gruppo di lavoro che dovrà elaborare proposte sulla delicata materia dei rapporti tra lo Stato e la comunità Islamica.

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Nella foto: il monastero di Mar Musa, in Siria (fonte immagine).

Che cos’è l’Islam italiano? La comunità di immigrati musulmani, che ormai conta un milione e seicentomila persone, quali problematiche, contributi e necessità pone? Che cosa s’intende per integrazione? Sono domande alle quali dovrà rispondere anche il Consiglio per le relazioni con l’Islam italiano, organismo consultivo di recentissima formazione.

A metà gennaio, presso il Viminale, il ministro dell’Interno, Angelino Alfano, ha presieduto la riunione d’insediamento del gruppo di lavoro che dovrà elaborare proposte sulla delicata materia dei rapporti tra lo Stato e la comunità Islamica.

Fra gli altri nel Consiglio, coordinato da Paolo Naso, una presenza significativa sarà Shahrzad Houshmand, studiosa colta e appassionata. Nata nel 1964 a Teheran, formatasi nella scuola di Qom, centro della ricerca religiosa sciita, si è laureata in teologia Islamica all’università della capitale iraniana e, dopo il trasferimento a metà degli anni Ottanta, in teologia fondamentale cristiana alla Pontificia Università dell’Italia meridionale e alla Lateranense. È specialista in Cristologia Coranica, teologa e docente di Studi Islamici a Roma presso la Pontificia Università Gregoriana. La sua vita è testimonianza della ricchezza e delle opportunità di un fecondo dialogo Islamo cristiano. Figlia di professori universitari, è cresciuta in un ambiente familiare laico, illuminato.

Un prozio  importante come Mehdi Bazargan, ingegnere già al vertice della Compagnia Nazionale Iraniana del Petrolio con Mossadeq e poi oppositore dello scià Reza Pahlavi, messo nel 1979 dall’ayatollah Khomeini a capo del governo provvisorio iraniano dopo la rivolta. Dai primi passi si riscontrò una difficoltà reciproca. Restò in carica per otto mesi. «Bazargan era veramente amato da tutti, perché oltre a essere una persona molto colta, di comprovata onestà, aveva passato anche diversi anni nelle carceri dello Scià – racconta Houshmand –. Sulla sua figura convergevano tutti. Le sue idee rappresentavano un punto d’incontro tra destra e sinistra. Una delle sue prime richieste era di creare una Repubblica democratica Islamica. Questo venne rigettato dall’imam Khomeini. Repubblica Islamica, né una parola in più, né una parola in meno».

Professoressa, all’epoca dell’unica rivoluzione Islamica che finora si sia affermata era un’adolescente, appena quindicenne. Quali ricordi conserva di quelle giornate?

«Ero molto piccola, ma quell’onda coinvolgeva chiunque, nessuno rimase fuori da quel cambiamento forte. Alla monarchia venivano poste richieste di cambiamenti sociali radicali, economici, più diritti. Una rivolta popolare a un certo livello, ma non proprio nel senso vero della parola. Khomeini, fino all’anno precedente era totalmente sconosciuto, tuttavia il popolo aveva riposto tutte le proprie aspettative in una figura di protesta in esilio e che era pure religiosa. Dalla Francia giungeva una certa promessa di pluralismo e diritti sociali che concorse a un’unità nazionale».

Gli eventi influenzarono le sue scelte negli studi? Qualche lettura in particolare?

«La rivolta ha influenzato i giovani, innanzitutto perché le scuole restarono chiuse per sei o sette mesi. Ci siamo impegnati nelle letture alternative. Avevo sotto mano i libri di un grande pensatore, qual era Ali Shariati. Rinnovare, riformare la stessa lettura Islamica con un approccio anche poetico e sociale, perché, oltre a essere figlio di un grande studioso Islamico, aveva compiuto i propri studi di sociologia alla Sorbona in Francia. Riusciva a unificare le visioni Islamiche con la nuova democrazia e ciò era molto affascinante per i giovani, anche per me nonostante avessi 15 anni. Uno dopo l’altro ho letto i suoi libri e mi sono piaciuti. La scelta personale di intraprendere gli studi Islamici è dipesa molto da queste letture. Genitori, nonni, zii erano laici; non mi avevano impartito un’educazione religiosa, ma sicuramente valori di onestà, giustizia, pace, vita etica sì, non sotto una prospettiva religiosa».

Che cosa ha significato la scuola di Qom?

«Non ricordo dove seppi dell’esistenza di una scuola di studi religiosi Islamici nella città di Qom. Apriva per le prime volte a livello massiccio anche alle donne. C’era un concorso, che vinsi, nonostante le difficoltà che trovarono i miei per accettare questa mia scelta fuori ogni schema. Erano preoccupati perché sarei uscita da Teheran, ma soprattutto la stessa scelta di studi Islamici non era in linea con il loro pensiero. Cercarono di dissuadermi per poi permettermi democraticamente di frequentarla. Ho trascorso sette anni in questa scuola tradizionale, non università. Da secoli hanno resistito e hanno avuto la propria indipendenza da ogni Stato ed era un grande bene. Si poteva decidere senza un’oppressione governativa. Aveva tutt’altro sistema rispetto alle università, i professori scelti dallo studente, Il metodo di studio anche era veramente all’avanguardia. Ho imparato tanto, studiato tantissimo, a cominciare dalla lingua araba. Parlavo persiano e francese. Studi di lingua e letteratura araba, storia, esegesi coranica, tradizione e filosofia Islamica. Una buona parte di questi studi si concentravano sul diritto Islamico, un po’ troppo sulla sharia».

Poi il ritorno a Teheran.

«Mi mancava un altro respiro e sono ritornata a casa. Lì ho fatto il percorso dell’università sempre nella facoltà di teologia, nell’indirizzo che ho amato: religioni e misticismo. Vinsi il concorso per il dottorato. Ciò che più mi animava era la passione intellettuale per lo studio delle religioni. Nel frattempo mi trasferii in Italia. Ho chiuso la mia tesi essendo già qui».

Qual è stata la prima esperienza dell’Italia?

«Da turista a Roma. Ricordo dodicenne lo shopping con mia madre in Via Nazionale. Mai avrei immaginato che sarei tornata a viverci. Ora, dopo trent’anni vissuti qui, mi sento italiana. Nelle aule universitarie ho cominciato a frequentare la religione cristiana».

Nel novembre 2011, in un’intervista concessami, il Premio Nobel Shirin Ebadi sostenne che la riuscita della primavera araba, definizione che non condivideva, si sarebbe dovuta valutare sull’effettiva conquista di diritti da parte delle donne. Lei ha patito una condizione di subalternità?

«No. Non sono fuggita, non sono rifugiata. Torno ancora in Iran, ho ottime relazioni e piena fiducia nei cambiamenti, nei progressi culturali quand’anche lenti. Credo profondamente in ogni modo e sempre nell’incontro, nella conoscenza e nel dialogo. Penso per esempio a un viaggio di alto livello nel quale ho fatto incontrare il professore, teologo, Piero Coda con ayatollah di primissimo piano».

Lei conosce personalmente Padre Paolo Dall’Oglio. Le chiedo un ritratto.

«Ci siamo incontrati in varie occasioni di dibattito pubblico e in privato, in casa dei suoi amici romani ai quali narrava i propri vissuti a Mar Musa e il percorso della loro confraternita. Una volta l’ho invitato ed è venuto a casa ed è stato molto bello. Di lui colpisce la fede autentica, sincera. Un essere umano mosso dalla compassione per l’altro chiunque esso sia. Ciò aveva preso la sua anima, in modo vero. Lo testimoniava e testimonia con la propria vita. Non parole, sogni, bensì idee realizzate concretamente, un atto vero. La comunità che ha creato, che esiste, immagina il nostro dopodomani. Lui va in Siria, in un paese a maggioranza musulmana, ristruttura un monastero antico, riapre la porta di questo monastero a tutti, soprattutto ai musulmani, sono più i musulmani che vanno lì.

Rifletteva in un’atmosfera di grande armonia, pace e reciprocità. In un ascolto dell’altro che si trasformava in un dono. Diventava un dono reciproco senza nessuna pretesa di superbia. Tanto da fargli scrivere quel meraviglioso libro, che è la sua tesi di dottorato, Speranza nell’Islam, e l’altro, già il titolo basterebbe a meditare, Innamorato dell’Islam, credente in Cristo. Capovolgendo questa è la mia vita: innamorata di Gesù, credente nell’Islam. Già con i documenti del Vaticano II, dopo secoli possiamo dire che nell’altra esperienza religiosa, che ha un altro nome dal nostro proprio cammino, si possono trovare luci e frutti, semi del verbo, cristianamente detto; il volto di Dio nell’altro, Islamicamente detto. Praticava questo. Sapeva molto. Ha voluto condividere il destino così tragico, violento, del bel popolo siriano che ha amato profondamente».

Come ricostruisce il testo necessario Padre Paolo Dall’Oglio – uomo di dialogo ostaggio in Siria (Pisa University Press, 90 pagine, 10 euro) curato da Chiara Lapi, l’allora ventitreenne novizio gesuita annunciò al padre spirituale di voler offrire la propria vita per la salvezza dei musulmani. Può spiegare la duplice appartenenza Islamo cristiana, il sentirsi cristiano e musulmano allo stesso modo?

«Sì, le dicevo che è l’uomo del dopodomani. Muslimān significa letteralmente chi si affida, abbandona in Dio. Il Corano stesso nomina altri profeti musulmani, perché arriva proprio al senso della parola. Paolo Dall’Oglio era veramente una persona che si affidava e abbandonava in Dio. A prescindere dal senso letterale, condivideva le bellezze dell’Islam e le meraviglie del Cristianesimo, perché una fede autentica non ha più paura di guardare l’altro e di vedere anche le bellezze dell’altro. Quando invece la fede è debole s’impaurisce davanti all’altro, deve rifugiarsi in un istituto, dentro a un confine perché ha paura di perdere qualcosa. Dall’Oglio non ha mai avuto paura di perdere il volto di Gesù nella sua vita, nella sua anima. Anzi l’aveva fatto suo con grande spirito, riuscendo a guardare nell’altro e cogliere la bellezza, tanto da farlo arrivare a dire innamorato dell’Islam. Anche il Corano ha delle meraviglie da far innamorare chi si avvicina al testo senza pregiudizi e superbia».

Il dialogo: come si tiene insieme all’evangelizzazione, all’annuncio, alle pretese assolutistiche? Dall’Oglio sosteneva di superare l’idea di un dialogo interreligioso, per recuperare quella del dialogo fra persone credenti.

«Quando l’incontro si basa sull’uguaglianza, sulla dignità reciproca si può giungere a un dialogo fruttuoso. Dall’Oglio insisteva molto sul punto, perché l’Islam non è una ideologia nell’aria. Quando tu guardi il volto dell’altro, puoi capire meglio ciò che pensa. Per lui l’evangelizzazione non consisteva nel far convertire, battezzare, ma far vedere la bellezza del volto di Gesù. Penso questa sia la vera evangelizzazione. Col potere del denaro, la forza e la guerra non si otterrà mai una conversione sincera. Lui portava avanti una vera evangelizzazione perché era un testimone. Oggi più delle parole abbiamo bisogno di testimoni forti come lui. Per sapere di più oggi abbiamo bisogno dei testimoni che condividono il dolore dell’altro, nonostante la diversità religiosa, politica, che non si fermano davanti a nessun muro perché l’altro resta sempre una persona con pari dignità. Testimoni più fedeli al messaggio del nostro nuovo mondo, che parte con la Rivoluzione francese: libertà, fraternità e uguaglianza. L’abbiamo dimenticato in Europa».

Tema cruciale: democrazia e religione. Il khomeneismo riconosceva allo sciismo uno specifico carattere politico, il repubblicanesimo Islamico. Per tornare a Dall’Oglio: un credente non può non essere democratico, diceva. L’intreccio tra religione e politica è una caratteristica irrinunciabile nell’Islam?

«Nel pensiero Islamico ciò che non è ammissibile è il disinteresse, per usare le parole di Papa Francesco: la globalizzazione dell’indifferenza. Per il Corano e per la lettura Islamica ciò che è peccato nel senso religioso è il disinteressarsi della vita del prossimo. Di questo ne è pieno il Corano quanto la tradizione Islamica che avverte: “Non puoi dormire con la pancia piena, sapendo che l’altro ha fame”. Se questa vogliamo chiamarla politica, allora sì, l’Islam risponde che dobbiamo essere politici. La vita stessa del profeta Muhammad dice che era un politico, ma sempre ritornando al concetto dell’interesse per la giustizia sociale della propria comunità. Infatti la testimonianza della giustizia e della fede vanno di pari passo nel Corano. Ci sono due versetti significativi: Siate testimoni di Dio, portatori della giustizia; per poi capovolgere: Siate portatori della giustizia, testimoni di Dio. Un vero credente non è colui che si rifugia soltanto nelle proprie preghiere. Come può una persona dichiararsi credente e non avere la compassione per il prossimo? In questo campo la politica sì è irrinunciabile: non è possibile dividere la lettura di una fede autentica religiosa dalla compassione, dall’intervento per il benessere sociale, politico, dalla giustizia per l’altro».

Però…

«Ora però confondere questo con il prendere assolutamente il potere politico, governare il popolo è tutto un altro discorso. In questo senso non c’è nessun obbligo Islamico di dover prendere il governo di una nazione. L’obbligo è dover partecipare pienamente. Essere sempre attento a ciò che chi governa fa. È dovere del popolo criticare il governo, non è semplicemente un suo diritto. Non partecipare alla vita politica colpisce sia l’individuo sia la comunità. Rimane un dovere religioso criticare i passi sbagliati di un governante, che non dovrebbe essere necessariamente un credente musulmano. L’importante è che faccia bene il proprio lavoro».

Il fondamentalismo è sostanzialmente una religione senza cultura. L’Islam è una visione monocolore del mondo, la sottomissione della soggettività al testo?

«Sono trascorsi quattordici secoli dall’arrivo del messaggio coranico. Si sono creati popoli, culture, civiltà. Una grande civiltà che ha contribuito allo sviluppo della civiltà oggi europea. Perché all’inizio si poteva avere un approccio totalmente anche razionale e scientifico? All’origine, nel testo, nella comprensione del testo, la ricerca della conoscenza faceva parte della stessa vita religiosa. Se vogliamo parlare di grandi matematici, chimici, medici, filosofi, astronomi, loro non si sono mai dichiarati non musulmani. Erano pienamente consci, credenti nel messaggio coranico e proprio per questo l’amore per la conoscenza li portava ad andare oltre.

Il Corano stesso nel momento della creazione, quando presenta questa sua nuova creatura, che era l’essere umano, in una scena allegorica chiede agli angeli e arcangeli di sottomettersi. Davanti al loro stupore, alla loro quasi critica, il Corano in una risposta dichiara, annuncia la supremazia di questa nuova creatura che è proprio la conoscenza. “L’essere umano è capace di arrivare alla conoscenza ultima”. Se questo è il criterio stesso che il Corano presenta come il criterio della supremazia dell’essere umano, anche sugli angeli e arcangeli del cielo, la conoscenza diventa fondamentale per la vita religiosa. Questa era la prima lettura dei musulmani che hanno creato, creduto e portato avanti una civiltà basata anche sulle scienze».

Poi che cosa è successo?

«Purtroppo lentamente si è data più importanza a un aspetto giuridico. Vediamo che nei secoli più recenti gran parte dello studio coranico, l’esegesi, si è basata soprattutto sul diritto Islamico. Si è data troppa importanza tra gli ottanta e duecento versetti fonte della sharia tra gli oltre 6200 versetti del Corano, tralasciando il resto e arrivando a creare una idolatria del Corano che non si presenta mai come un idolo, ma come un libro. Dice io sono un libro, non il libro in assoluto. Sono luce, guida, aiuto il discernimento, sono un ricordo, un invito per gli uomini. Un libro che può aiutare la conoscenza. È vero che oggi ci sono delle scuole che hanno creato una vera idolatria del Corano, mistificandolo. Siamo purtroppo a livelli dequalificati. Conosco purtroppo bene questa mentalità. Compito degli intellettuali, teologi è di far riemergere l’importanza della conoscenza e della stessa ricerca della verità sulla quale il Corano insiste. Usando la simbologia dei nomi invita a una ricerca senza fine, anche il centesimo nome di Dio è un invito a una ricerca continua. Nessuno può afferrare tutta la verità ma il cammino della conoscenza è un cammino aperto e percorribile. È in contraddizione stessa con il Corano chiudere tutto in una interpretazione oscurantista».

Violenza e Islam, a causa del terrorismo di matrice Islamista, vengono sempre più associati nel discorso pubblico, mediatico. Adonis nella conversazione che alimenta il libro Violenza e Islam (Guanda, 189 pagine, 14 euro) dice che il Corano è «un testo estremamente violento». Il testo coranico come si pone nei confronti del miscredente, dell’apostata e della giustificazione della violenza?

«La violenza così ricorrente nel Corano? Assolutamente no, direi molto meno della Bibbia, in cui solo tre libri sono assenti scene di violenza e sono al femminile: Rut, Ester e Cantico dei cantici. Il Corano ha dei versetti dove si può interpretare una certa aggressività, dipende sempre dal lettore.

Non si può criticare un testo dicendo può essere abusato con una certa lettura. Quale dovrebbe essere la risposta alle ingiustizie, alle violenze? La violenza è esistita ed esisterà. Una religione che pretende di presentare una via di vita non solo spirituale ma umana terrena al suo lettore, dovrebbe dirci cosa si dovrebbe fare davanti a delle ingiustizie. Pure il Corano presenta delle risposte. Sostiene che davanti all’ingiustizia si possa rispondere con un atteggiamento forte.

C’è un aspetto interessante che come studiosi dell’Islam oggi dobbiamo riprendere, rielaborare e far riemergere. Il Corano dice che puoi reagire, ma ci sono versetti in cui afferma chi è il nemico di Dio. Chi abusa del denaro dell’altro con l’usura dichiara guerra a Dio e al suo Messaggero. Chi è il nemico di Dio? Chi fa male al popolo abusando a livello economico della sua fiducia, in questo versetto viene chiamato nemico. Dopo aver contemplato reazione, la via maestra che il Corano presenta è il perdono: Tu rispondi al male non con un bene della stessa misura, bensì superiore. Ciò comporta uno sforzo grande.

Non esiste la guerra santa nel Corano. Questo è un termine usato dalle crociate. Il Corano non usa mai la guerra santa. È una guerra di difesa personale o collettiva per il popolo, contro l’usura, la violenza o sui minori. Come mai non vi alzate a difendere uomini, donne e bambini che gridano aiuto ché vivono in una situazione dolorosa? Questo è lo spirito del Corano e lo possiamo analizzare benissimo. Un testo può essere abusato come ammette lo stesso Corano: ci sono dei versetti chiarissimi e solidi, altri che possono essere fraintesi, chi ha il cuore malato utilizzerà quei versetti per i propri fini».

C’è un aspetto in particolare della strategia dell’Isis che la colpisce in quanto negazione della civiltà Islamica?

«La distruzione delle ricchezze archeologiche, del patrimonio artistico – culturale è un segno evidente della negazione della civiltà Islamica operata dall’Isis».

Lei partecipa al nascente Consiglio per le relazioni con l’Islam italiano. Sono circa centomila i musulmani in possesso della cittadinanza italiana. Una domanda preliminare: che cos’è l’Islam italiano?

«Ci sto pensando da tempo e mi dico che può esistere. L’influenza culturale, geografica, nazionale, caratterizza il comportamento di questa forma religiosa che rimane sempre l’Islam. È una realtà da non poter cancellare. Con una politica lungimirante si possono determinare le condizioni affinché la comunità Islamica contribuisca alla pluralità della democrazia italiana, contribuisca con il proprio lavoro al miglioramento economico sociale dell’Italia. Un Islam più aperto consapevole di trovarsi nella culla del cattolicesimo. Sognare, progettare, un Islam che contribuisca a una lettura più illuminata per i musulmani in Europa e nel resto del mondo. Un Islam che viva in grande armonia e scambio, in una dinamica di reciprocità. Il cristianesimo può aiutare a superare questo esagerato atteggiamento verso la sharia. La lettura islamica può aiutare il cristiano a essere maggiormente operatore di una fede autentica cristiana».

Una questione concreta: i luoghi di culto. Attualmente in Italia le moschee sono meno di dieci su un totale di ottocento luoghi di preghiera. E la richiesta di aggregazione è crescente. Che cosa si fa?

«La paura porta all’aggressività. Non aiuta nessuna delle due parti. Non si può chiedere a chi arriva di abbandonare da un giorno all’altro le proprie tradizioni, necessità spirituali, alimentazione, sistema di relazioni, non è fattibile e giusto. Chiedere di tradire la propria identità causa malessere. Avere luoghi di aggregazione e preghiera dignitosi aiuta a mantenere l’equilibrio».

L’Italia importa il 75.9% del proprio fabbisogno energetico. Proprio oggi comincia a Teheran la missione del governo e imprese italiane. Che cosa ci lega, oltre ai tredici memorandum e i contratti dal valore di 17 miliardi di euro firmati in seguito alla visita del presidente Hassan Rohani?

«Diciassette miliardi, sì. L’antica Persia e l’antica Roma avevano gli stessi confini. Ci siamo scambiati non solo soldati ma amanti, poeti, scrittori. L’Italia e l’Iran hanno una lunga storia e cultura comune poco conosciuta oggi. All’epoca di Dante Alighieri si conoscevano maggiormente, la stessa letteratura e poesia persiana. Dante aveva avuto accesso alla poesia persiana, un testo appare molto simile a ciò che lui elaborò. A ogni modo ci sono stati incontri e scambi profondissimi intimi a livello intellettuale, poetico, religioso, spirituale tra questi due popoli, culture e nazioni. Non solo quello economico è fattibile. Direi che tra tutti i popoli europei gli iraniani amano soprattutto gli italiani. Molti giovani senza aver visto questo paese lo immaginano. L’Italia non ha mai fatto nessun danno. Figure come Mattei hanno mostrato la dignità della relazione con gli iraniani».

Qual è il ruolo della religione in quella che Francesco ha definito la terza guerra mondiale?

«La religione ha un grande potere, perché non rimane solo sulla superficie della vita dell’uomo ma entra nella mente dell’essere umano, nel cuore. Per questo ne constatiamo l’abuso. La religione può essere d’aiuto con una visione universale invece se settaria provoca ferite più profonde. I viaggi di Papa Francesco indicano una via maestra per le religioni. Una fede autentica religiosa non è un’istituzione, non è un confine ma un insegnamento soprattutto a una visione unitaria del mondo, della famiglia umana. Ripartire dai valori della rivoluzione francese, un concetto laico e religioso che non siamo riusciti ancora a concretizzare».

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La pace è sempre possibile. Intervista a Sako, Patriarca di Babilonia https://minimaetmoralia.it/interviste/la-pace-e-sempre-possibile-intervista-a-sako-patriarca-di-babilonia/ https://minimaetmoralia.it/interviste/la-pace-e-sempre-possibile-intervista-a-sako-patriarca-di-babilonia/#respond Tue, 08 Sep 2015 12:45:55 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28379 «Non possiamo arrivare all'altra riva, se non dopo aver affrontato le tempeste e le onde. La pace viene dopo due passi, la guerra, il combattimento, e la seconda fase, il caos. Oggi viviamo in questo stato di caos, ma il passo successivo è la pace e la convivenza, la prosperità». Jawad Al-Khoei Segretario generale dell'Al-Khoei Institute, istituzione sciita di Najaf, vicina all'imam al-Sistani, parla per immagini. Scatta con il proprio iPhone fotografie durante un incontro rilevante, che ha caratterizzato il convegno interreligioso La pace è sempre possibile, conclusosi oggi.

A Tirana, ex capitale comunista dell'ateismo, la Comunità di Sant'Egidio ha riunito oltre trecento personalità fra leader religiosi, politici ed esponenti del mondo della cultura. «L'incontro è stato fruttuoso. Ripartiamo da Tirana con l'idea di essere più incisivi sugli scenari di guerra, che è la madre di tutte le povertà. Qui è cominciato un processo di guarigione. Tutte le religioni devono uscire dal proprio guscio e andare incontro alle urgenze del mondo. Per i rifugiati è necessario sottrarre definitivamente la questione alla speculazione politica. Ci sono segnali incoraggianti dai cittadini europei nella direzione dell'accoglienza», afferma Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant'Egidio.

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PAESAGGIO_kurdistan-9-1024x685Il nostro Gabriele Santoro è a Tirana, dove ha seguito il convegno interreligioso La pace è sempre possibile organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio. In questa occasione ha incontrato il patriarca di Babilonia dei Caldei, in Iraq, Louis Raphaël I Sako. E lo ha intervistato per minima&moralia. (Nell’immagine, la piana di Navkur durante la primavera – dal sito del progetto Terra di Ninive, che vi invitiamo a visitare)

 

«Non possiamo arrivare all’altra riva, se non dopo aver affrontato le tempeste e le onde. La pace viene dopo due passi, la guerra, il combattimento, e la seconda fase, il caos. Oggi viviamo in questo stato di caos, ma il passo successivo è la pace e la convivenza, la prosperità». Jawad Al-Khoei Segretario generale dell’Al-Khoei Institute, istituzione sciita di Najaf, vicina all’imam al-Sistani, parla per immagini. Scatta con il proprio iPhone fotografie durante un incontro rilevante, che ha caratterizzato il convegno interreligioso La pace è sempre possibile, conclusosi oggi.

A Tirana, ex capitale comunista dell’ateismo, la Comunità di Sant’Egidio ha riunito oltre trecento personalità fra leader religiosi, politici ed esponenti del mondo della cultura. «L’incontro è stato fruttuoso. Ripartiamo da Tirana con l’idea di essere più incisivi sugli scenari di guerra, che è la madre di tutte le povertà. Qui è cominciato un processo di guarigione. Tutte le religioni devono uscire dal proprio guscio e andare incontro alle urgenze del mondo. Per i rifugiati è necessario sottrarre definitivamente la questione alla speculazione politica. Ci sono segnali incoraggianti dai cittadini europei nella direzione dell’accoglienza», afferma Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio.

Sponsorship. Da qui è partita anche la proposta di introdurre nei sistemi legislativi europei uno strumento che consenta a singoli, associazioni, parrocchie e organizzazioni della società civile, di farsi garanti dell’accoglienza, ospitando subito coloro che sono arrivati con l’opportunità anche di far arrivare famiglie direttamente dalla zone a rischio. «Ogni parrocchia accolga una famiglia di rifugiati», aveva esortato il Papa.

Per utilizzare le parole del rappresentante del Patriarcato di Mosca, Ignatij, Metropolita di Vologda e Kirillov, per la prima volta in visita in Albania, il luogo scelto, un tempo segnato dalla negazione di qualsiasi forma di vita religiosa, raffigura di per sé una piattaforma di dialogo. Un concetto ribadito nel messaggio inaugurale da Papa Francesco, che proprio in Albania ha compiuto il primo viaggio apostolico in Europa: «Quest’anno avete scelto di fare tappa a Tirana, capitale di un Paese diventato simbolo della convivenza pacifica tra religioni diverse, dopo una lunga storia di sofferenza».

Sono state dunque tre le linee guida, gli obiettivi dell’evento: la non rassegnazione alla guerra, la sollecitazione di una diversa politica dell’accoglienza e rispondere all’esigenza di mettere attorno allo stesso tavolo chi fatica a trovare parole comuni. All’Auditorium dell’Universiteti Politeknik Sant’Egidio ha fatto dialogare, a tratti in modo vivace, esponenti autorevoli delle componenti religiose irachene e il ministro curdo Kamal Muslim. Louis Raphaël I Sako, già protagonista della giornata d’apertura, anche qui ha indossato i panni del mediatore. Più volte ha richiamato gli interlocutori convenuti a non rimanere imprigionati nel passato, invocando la fine della stagione delle accuse reciproche. Sako, Patriarca di Babilonia dei Caldei, già rettore del seminario di Baghdad, perno del dialogo interreligioso iracheno, è un baluardo della permanenza cristiana in Medio Oriente.

Dal confronto sono emerse due priorità irrinunciabili: l’affermarsi di una maggioranza politica, e non numerica, etnica, per costruire un governo autorevole, e del principio di cittadinanza e l’uguaglianza dei diritti fra gli iracheni. Giustizia è la parola che più ricorre, tutti la nominano dal rispettivo punto d’osservazione della realtà. Jawad Al-Khoei lo sottolinea esplicitamente: «La palla è nel nostro campo. Siamo uomini di religione, non politici. Mai chiesto uno stato religioso. Noi vogliamo uno stato civile, una separazione tra la religione e lo Stato. La lotta alla corruzione e all’ingiustizia ci accomuna».

Sua Beatitudine Louis Raphaël I Sako, i numeri dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati danno una misura dell’ultimo decennio. Nel 2005 i rifugiati erano 19.4 milioni, oggi sono oltre 52 milioni. Mai così tanti da sessant’anni. Una crescita esponenziale, conseguenza diretta dei 14 conflitti in corso da almeno cinque anni. Il mondo ha consapevolezza di questo movimento epocale? È possibile valutare l’impatto a medio, lungo termine di questo sradicamento?
«Da troppi anni in Iraq non facciamo altro che contare i morti. Il protrarsi del conflitto potrà produrre lo smembramento del Paese. È un esodo triste e terribile. Dove vanno, che futuro avranno?
Questo è un dramma per il mondo intero. L’Iraq rimane unito? Sarà diviso? Unicamente se supereremo le discriminazioni settarie i nostri Stati potranno rimanere uniti. È grande la responsabilità dei musulmani per ciò che avverrà. Chi parte non ritorna, è finita. Non c’è speranza, coloro che partono non ritornano. Chi parte cerca la sicurezza, un rifugio. Ma come saranno integrati nella nuova società? Un’altra cultura, un’altra mentalità, un’altra religione, altre tradizioni. Non basta dare loro da mangiare».

Nove rifugiati su dieci si ritrovano nei paesi definiti economicamente meno sviluppati. Il podio delle nazioni da cui si scappa è speculare a quello dell’accoglienza (Siria, Colombia, Iraq). I rifugiati interni iracheni su un totale di oltre quattro milioni sono un milione e mezzo. Lei ha qualcosa da chiedere all’Occidente?
«Invece di assumersi il carico dello svuotamento della popolazione di questi paesi, c’è il dovere del consesso internazionale di costruire la pace in questa regione. E trovare la soluzione adatta perché la gente rimanga lì. I risultati degli interventi, delle guerre in Medio Oriente, sono ben evidenti. Dov’è la tutela dei diritti? Abbiamo il diritto di essere difesi e protetti. La solidarietà è un’esigenza, tuttavia qui ci vuole una soluzione duratura. Come ho già avuto modo di affermare la comunità internazionale, a causa della sua responsabilità morale e storica verso l’Iraq, non può restare indifferente».

Che cosa hanno da chiedere gli iracheni ai propri sogni? Hanno una visione, che la politica non ha?
«Intanto di non dover più combattere, subire, i conflitti degli altri. L’affrancamento dalla logica del nemico del mio nemico è mio amico. I sogni ci sono, perché l’Iraq è un paese ricco. Il nostro popolo ha un cuore e una resistenza grandi, nonostante tutto riesce a sorridere. Le racconto un episodio che mi ha colpito. Un anziano musulmano è venuto in chiesa a donare cinquemila dollari per i profughi. Ha detto che doveva ringraziare una scuola cristiana per la sua istruzione. Ripeto l’Iraq è un paese potenzialmente molto ricco. Può dotarsi delle infrastrutture, creare lavoro, ricostruire scuole, ospedali. Questa lotta non è giustificata. Occorre trovare un sistema per la convivenza. La religione deve essere distinta dalla politica, dallo Stato. Una cittadinanza incarnata politicamente, concreta, implica una separazione della religione e dello Stato. Un principio da affermare nelle Costituzioni. Una vera cittadinanza, una cittadinanza reale per tutti in Medio Oriente, può essere la soluzione. La pace implica una riforma della Costituzione irachena».

Il rapporto dell’Unicef Education under fire impressiona. Quattordici milioni di bambini in Medio Oriente e Nord Africa senza scuola. Il sistema scolastico è collassato in nove paesi. Novemila scuole inutilizzabili in Siria, Iraq, Yemen e Libia. Gli insegnanti sono fuggiti. Le scuole di Giordania, Turchia e Libano scoppiano, non possono provvedere all’istruzione di 700mila bambini rifugiati. La strategia dell’IS stanzia risorse e dedica la propria retorica al sistema educativo con l’obiettivo di addestrare una nuova generazione. Chi rimedierà a questo abisso?
«Senza i muri visibili e invisibili che dividono i nostri paesi in funzione della religione, della lingua e dell’etnia, senza parlare della corruzione, dell’ingiustizia, della disoccupazione, della povertà, senza tutto ciò l’ideologia jihadista, che non nasce dalla fantasia, non avrebbe potuto diffondersi. La comunità internazionale dovrebbe investire qui in progetti educativi. Mi preoccupa moltissimo la massa di studenti che non vanno a scuola o che sono rifugiati. Quando si nasce e ci si ritrova senza alternative, possono uscire da loro altri jihadisti. Solo l’educazione può avviare la trasformazione di una società fondata sull’uguaglianza fra i cittadini. Ciò può essere realizzato in primo luogo operando una opportuna revisione del curriculum di tutti i centri di insegnamento, specialmente dei centri di formazione religiosa».

Lei insiste molto su questo punto.
«Un aggiornamento del vocabolario religioso e una riforma dei programmi di insegnamenti religiosi sono dirimenti. Le religioni dovrebbero ricercare un nuovo linguaggio umano e teologico, che parli e tocchi i cuori delle persone, dando un orientamento e una speranza alla loro vita invece di essere strumenti di violenza a beneficio di pochi. Dovrebbe essere realizzata una carta con parole comuni per i manuali di educazione religiosa, accettata e applicata da tutti. I programmi di educazione attuali contengono purtroppo idee estremiste. Tanto quanto il linguaggio mediatico dei format televisivi religiosi. A questo si deve aggiungere una interpretazione dei testi sacri “appropriata”, che metta al bando la logica della violenza. Liberare il paese dai falsi profeti per un’autentica coscienza religiosa».

Che cosa non è la fede?
«Non è né una questione ideologica, né un’utopia, ma un legame personale, a volte esistenziale con la persona di Cristo. Il rapporto è tra me e Dio. La gente deve essere libera di credere o non credere. Cionondimeno sono cristiano, nato qui, e ho il diritto anche di vivere qui la mia vita e la mia fede. Nessuno può eliminarmi. Abbiamo sofferto abbastanza, dovremmo perdonarci a vicenda».

Per uscire dal caos principi di reciproca tolleranza, che spesso altrove sono sinonimi di indifferenza, sono sufficienti?
«La tolleranza non è la libertà. La tolleranza di cui si parla, non significa per nulla libertà e uguaglianza. Noi aspettiamo l’uguaglianza. Tolleranza e pace sono diverse. Noi abbiamo bisogno della pace. Vivere insieme richiede che ci sia un’amministrazione della giustizia credibile.
Il dialogo è uno stile di vita, è uno sforzo autentico intellettuale nel pensare e analizzare la propria fede, vita e cultura, mentre facciamo spazio alla comprensione della fede, della vita e della cultura degli altri».

Nei giorni scorsi le agenzie di stampa hanno battuto la notizia dell’istituzione da parte del governo di Baghdad di un comitato, incaricato di accertare le violazioni, gli espropri e assumere misure di protezione verso i cristiani. È un sostegno? Si fida?
«No, no. Il governo non ha soldi, niente. La Chiesa, aiutata anche da Roma, dalle Chiese cristiane in Occidente, da organizzazioni terze, si fa carico delle famiglie sfollate. Al momento la situazione è peggiorata. Il governo centrale non controlla più della metà del paese, poi con tutta questa corruzione. Il governo non sa. Quando la visione è assente non ci sono piani possibili».

Il patriarca melchita di Damasco, Gregorios III Laham, ha esortato i giovani cristiani a non abbandonare la Siria e in generale il Medio Oriente. Qual è la situazione in Iraq? La fuoriuscita è inarrestabile?
«I cristiani vanno via, perché non ci sono prospettive. Pensano che non ci sia futuro. La stessa sorte che tocca a moltissimi musulmani. L’intellighenzia è già andata via. I ricchi sono andati via, comprando i visti. La povera gente dove va? Io dico che i cristiani non devono pensare a scappare in Occidente, perché se qui abbiamo difficoltà immense, il Paradiso non è certo da voi. Immaginate centoventimila cristiani che hanno dovuto abbandonare in una notte le proprie case, con qualche vestito dentro a una borsa».

L’Iraq è uno Stato impossibile?
«C’è una barriera psicologica adesso. Oggi l’Iraq è già diviso, crollato. Dunque forse è meglio accettare il dato di realtà. La realizzazione di un vero sistema federalista con una capitale è la strada da percorrere. La federazione curda, sunnita, sciita, un cantone, una zona sicura per i cristiani, riprogettando l’unità formale del paese. Ci vuole una cultura della pace, una formazione alla pace che avversi la cultura tribale, settaria e la mentalità della vendetta. Ciò che possiamo dire è che siamo in una situazione prima della formazione di uno Stato. Educarci nella pace, nella confidenza, non abbiamo altro futuro».

Che cosa la preoccupa maggiormente della strategia del Daesh?
«L’Isis progredisce con la sua guerra totalitaria feroce contro la cultura e la diversità. Qui si sta minacciando la costruzione intellettuale e sociale dell’intera società. Non possiamo accettare un’altra, presunta, teocrazia. Daesh non è una possibilità».

Kamal Muslim, ministro degli Affari religioni del Kurdistan, lo dichiara. Non sono più in grado di reggere a livello sociale, economico, il cambio demografico delle ondate di profughi, che in quell’area hanno raggiunto il milione e mezzo di persone. Al contempo sostengono la necessità della presenza cristiana.
«Ha ragione, non possono avere i mezzi per gestire lo sforzo umanitario richiesto, per gestire lo shock che queste guerre provocano. La presenza delle comunità cristiane ha una datazione bimillenaria. Hanno vissuto in Iraq, Siria, Egitto e altrove in Medio Oriente, contribuendo economicamente, politicamente e intellettualmente allo sviluppo culturale. I cristiani hanno lottato per questo paese. L’equilibrio s’è rotto con conseguenze in tutti i settori. Apprezzo l’esperienza di riconciliazione interna dei curdi. Il perdono giova alla sicurezza».

Crede davvero che un giorno questa terra meravigliosa educherà alla pace?
«Sì, sì, sì. Questo impegno vale la vita. Non vogliamo andarcene dall’Iraq».

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Il ruolo dell’uomo nel mondo: sull’Enciclica Laudato Si’ https://minimaetmoralia.it/interventi/il-ruolo-delluomo-nel-mondo-sullenciclica-laudato-si/ https://minimaetmoralia.it/interventi/il-ruolo-delluomo-nel-mondo-sullenciclica-laudato-si/#comments Thu, 25 Jun 2015 15:30:06 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27541 Questo articolo è uscito il 19 giugno su Avvenire. Ringraziamo l'autore e la testata. (fonte immagine)

di Leonardo Becchetti

L’Enciclica Laudato Si' è una miniera di spunti con un ben preciso filo conduttore da tenere presente per valutare analisi e impatti socioeconomici.

Lungo tutto il ricchissimo percorso il motivo principale è quello dell’uomo e del suo ruolo nel mondo e nella storia.  Da una parte c’è la sua caricatura, il superuomo inebriato dalle conquiste del pensiero raziocinante che usa tecnologia e finanza per sfruttare e dominare ciò che lo circonda. Dall’altra la persona che si rende conto di vivere in un “ambiente” fatto di interdipendenze e reti di relazioni (con Dio, con gli altri esseri umani, con la natura come ecosistema e come insieme di specie animali e vegetali) e di essere legato in una catena di interdipendenze nel tempo con le generazioni passate e future.  Il primo modello antropologico porta inevitabilmente ad un sistema economico di pochi sfruttatori e tanti sfruttati, il secondo è inclusivo e solidale e può costruire un nuovo equilibrio orientato al bene comune. Usando una metafora per descrivere l’idea suggerita dall’enciclica è come se ci trovassimo in una sessione musicale dal vivo dove un gruppo di artisti arrangia e improvvisa. Non c’è uno spartito fisso ma nel primo caso (il superuomo) si pensa di suonare da soli e si producono solo cacofonie. Nel secondo (l’uomo in relazione) si sviluppa la propria creatività tenendo conto dell’armonia dell’insieme e si produce un gran momento di musica.

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moonearth

Questo articolo è uscito il 19 giugno su Avvenire. Ringraziamo l’autore e la testata. (fonte immagine)

di Leonardo Becchetti

L’Enciclica Laudato Si’ è una miniera di spunti con un ben preciso filo conduttore da tenere presente per valutare analisi e impatti socioeconomici.

Lungo tutto il ricchissimo percorso il motivo principale è quello dell’uomo e del suo ruolo nel mondo e nella storia.  Da una parte c’è la sua caricatura, il superuomo inebriato dalle conquiste del pensiero raziocinante che usa tecnologia e finanza per sfruttare e dominare ciò che lo circonda. Dall’altra la persona che si rende conto di vivere in un “ambiente” fatto di interdipendenze e reti di relazioni (con Dio, con gli altri esseri umani, con la natura come ecosistema e come insieme di specie animali e vegetali) e di essere legato in una catena di interdipendenze nel tempo con le generazioni passate e future.  Il primo modello antropologico porta inevitabilmente ad un sistema economico di pochi sfruttatori e tanti sfruttati, il secondo è inclusivo e solidale e può costruire un nuovo equilibrio orientato al bene comune. Usando una metafora per descrivere l’idea suggerita dall’enciclica è come se ci trovassimo in una sessione musicale dal vivo dove un gruppo di artisti arrangia e improvvisa. Non c’è uno spartito fisso ma nel primo caso (il superuomo) si pensa di suonare da soli e si producono solo cacofonie. Nel secondo (l’uomo in relazione) si sviluppa la propria creatività tenendo conto dell’armonia dell’insieme e si produce un gran momento di musica.

La soddisfazione della naturale aspirazione alla pienezza e alla felicità citata dal papa nell’enciclica sta dunque nello scegliere la seconda opzione e nel coltivare quel rispetto e quella capacità di contemplazione che ci consente di vivere in armonia con l’”ambiente”. È peraltro evidente che la concezione di “ambiente” illustrata sopra va molto oltre l’idea della tutela delle specie animali e vegetali, che pure ricomprende, per collegare in un’unica trama anche il rapporto con Dio, con gli altri uomini presenti, passati e futuri.

Lo stile dell’enciclica è insieme alto e coinvolgente tanto che in alcuni punti che raccontano le bellezze del creato sembra di essere di fronte ad uno di quei documentari capolavoro che alimentano il nostro stupore per la bellezza di ciò che ci circonda. Inseguire tutti i temi sarebbe opera improba nello spazio di un editoriale. C’è in più punti l’aspra critica alla massimizzazione del profitto, alla supremazia di una finanza autoreferenziale, una critica agli ogm non fatta di preclusione ideologica ma legata ai loro effetti sulla distribuzione del valore nella filiera. E l’accenno interessante al debito ecologico dei paesi del Nord verso quelli del Sud del mondo, l’apertura ad una possibile decrescita in alcune aree del mondo, l’accenno al fatto che il controllo delle nascite non è la soluzione del problema ambientale.

Tocca a noi dare maggiore respiro ad alcuni punti accennati. Ricordando che il voto col portafoglio citato dal papa si esprime al meglio nella dimensione premiale dell’impresa più sostenibile e non solo in quella di rifiuto di acquisto. E che, mentre speriamo che un giorno arrivi un governo mondiale, le uniche politiche ambientali possibili ed efficaci sono oggi quelle nazionali che premiano/puniscono fiscalmente le scelte dei cittadini e delle imprese relative alla sostenibilità (conti energia, iva modulata sulla sostenibilità ambientale delle filiere) proprio perché i cittadini sono sottomessi ad un’autorità che esiste e può sanzionarli mentre purtroppo non è così per gli stati. Infine che la questione demografica esiste solo in condizioni di miseria e povertà estreme e si capovolge esattamente nei paesi ricchi che hanno perso la capacità di sperare nel futuro (in tutti i paesi OCSE siamo sotto il tasso di riproduzione della popolazione).

Riprendendo i vari fili e stimoli è possibile dunque prefigurare un modello di economia civile e sociale di mercato sostenibile e partecipato in grado di creare valore economico ambientalmente, finanziariamente e socialmente sostenibile, che soddisfi molto meglio dell’attuale sistema l’aspirazione della persona alla fioritura della propria vita e al bene comune. Un sistema socioeconomico armonico deve sviluppare in egual modo efficienza, equità e fraternità senza “lati corti” mentre la concezione magica del mercato e della massimizzazione del profitto criticata reiteratamente dal papa nell’enciclica si concentra brutalmente sulla prima dimensione assumendo fideisticamente che le altre due saranno soddisfatte di conseguenza.

Nell’ultima parte delle soluzioni è evidente che la costruzione di questo nuovo equilibrio non è demandata solo alla politica e agli stati ma dipende dalla cittadinanza attiva, dall’azione delle reti, degli enti intermedi e finisce per coinvolgere profondamente gli stili di vita di ciascuno di noi. In continuità con la visione di un’economia civile a quattro mani già sviluppata nella Caritas in Veritate dove cittadini responsabili e imprese sostenibili complementano l’azione di mercato e istituzioni per il bene comune.

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Meraviglioso Boccaccio, Meravigliosi Taviani https://minimaetmoralia.it/cinema/meraviglioso-boccacio-meravigliosi-taviani/ https://minimaetmoralia.it/cinema/meraviglioso-boccacio-meravigliosi-taviani/#comments Thu, 26 Feb 2015 09:45:27 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25561 Arriva al cinema Meraviglioso Boccaccio di Paolo e Vittorio Taviani. Paola Zanuttini li ha incontrati e raccontati sul Venerdì di Repubblica

Roma. Nel Maraviglioso Boccaccio, il Decameron dei fratelli Taviani, c’è un grande attore: un falcone che pianta in macchina uno sguardo da Anna Magnani. Stupito, deluso, tristissimo. Sentimenti comprensibili, perché il suo adorato padrone Federico degli Alberighi, già dissipatore di patrimoni in feste e giostre per amore dell’inespugnabile Monna Giovanna, ha deciso di arrostirlo. Anche Federico va capito. La Giovanna delle sue brame gli è capitata a casa all’improvviso e si è pure invitata a pranzo, ma in dispensa non c’è niente per farle onore: così le sacrifica l’ultimo bene, il compagno di cacce solitarie che, fra l’altro, gli aveva procurato chissà quanti arrosti prima di finire allo spiedo.

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meraviglioso boccaccioArriva al cinema Meraviglioso Boccaccio di Paolo e Vittorio Taviani. Paola Zanuttini li ha incontrati e raccontati sul Venerdì di Repubblica

Roma. Nel Maraviglioso Boccaccio, il Decameron dei fratelli Taviani, c’è un grande attore: un falcone che pianta in macchina uno sguardo da Anna Magnani. Stupito, deluso, tristissimo. Sentimenti comprensibili, perché il suo adorato padrone Federico degli Alberighi, già dissipatore di patrimoni in feste e giostre per amore dell’inespugnabile Monna Giovanna, ha deciso di arrostirlo. Anche Federico va capito. La Giovanna delle sue brame gli è capitata a casa all’improvviso e si è pure invitata a pranzo, ma in dispensa non c’è niente per farle onore: così le sacrifica l’ultimo bene, il compagno di cacce solitarie che, fra l’altro, gli aveva procurato chissà quanti arrosti prima di finire allo spiedo.

Nella lunghissima carriera di Paolo e Vittorio Taviani questo è il cast più numeroso, quindi pare brutto chiedere solo del falcone, ma loro condividono l’entusiamo: «È il più bravo di tutti: quando ha fatto quello sguardo ci siamo emozionati, sembrava dicesse ma che mi faaai?». Mentre scrivevano la sceneggiatura, i due erano preoccupati di come rendere il rapporto d’amicizia fra l’uomo e il falco, ma confidavano nella tecnologia «che è molto più avanti di quel che ne sappiamo noi» e chiedevano alla produttrice di «rivolgersi agli americani». Invece, l’eccentrica produttrice Donatella Palermo (capelli grigi un po’ a cespuglio, stivali di gomma, calzettoni e cagnolina – meticcia – al seguito) nicchiava: «Ad Anguillara, vicino a casa mia, ho un amico che alleva falconi». Loro diffidavano e insistevano con gli americani, poi hanno ceduto. Ora professano eterna gratitudine all’amico di Anguillara.

Paolo ha 83 anni e Vittorio 85. Paolo ha ancora tutti i capelli, «perché lui è bello» commenta acidino Vittorio, che da tempi immemorabili copre la residua chioma (l’avrebbe voluta folta e ribelle, da musicista romantico) con un cappello da nostromo «di chachemire!» diventato un marchio di fabbrica, ma ormai difficile da rinnovare in seguito alla chiusura della premiata ditta Viganò, che ha creato sconquassi fra le teste brulle della scena romana. Nel 2012 i Taviani hanno vinto l’Orso d’oro a Berlino con Cesare deve morire, docudrama di un Giulio Cesare allestito a Rebibbia che, girato quasi per caso in 20 giorni, è stato venduto in 96 Paesi. Quest’anno, Maraviglioso Boccaccio ha mancato Berlino perché i fratelli non erano pronti, cincischiavano in post produzione sul loro mirabile affresco. Così affollato di protagonisti che, per citarli evitando l’effetto elenco telefonico, conviene riportare solo i cognomi, rischiando però il contreffetto formazione di calcio: Arena, Cortellesi, Crescentini, Parenti, Puccini, Riondino, Rossi Stuart, Scamarcio, Smutniak, Trinca, Vagni. Più dieci giovani narratori che introducono le cinque novelle scelte fra le cento della raccolta.

Nel Decameron pasoliniano del 1971 di novelle ce n’erano dieci e una in comune con il film dei Taviani: quella della badessa e delle braghe del prete. Storia boccaccesca, appunto, in cui una badessa è svegliata dalle suore che hanno sorpreso una consorella in peccato naturale con un giovanotto. La superiora, interrotta anche lei nei suoi peccatucci notturni col prete, vestendosi in fretta si ficca in testa le mutande dell’amante invece del velo; poi fa una pubblica sfuriata alla monachella, che però nota, e le fa notare, quello strano copricapo. Smascherata, la badessa cambia predica: ai piaceri della carne non si può resistere, neppure in convento, provvedano quindi le pie donne spione a procacciarseli anche loro. Ecco, questo è l’unico punto di contatto con il film di Pasolini perché, per il resto, i due Decameron non potrebbero essere più lontani. E soprattutto per una ragione: il Boccaccio dei Taviani oltre che maraviglioso, armonioso, luminoso, toscanissimo e per nulla napoletano, è estremamente casto.

L’aggettivo non gli piace: «Non sono casto né lo è mai stato il nostro cinema» protesta Paolo. «Penso che nel film ci sia una sensualità sotterranea. Suggerita senza esibirla più di tanto, è più coinvolgente. In tempi di battaglie per la liberazione sessuale, Pasolini ha costruito il suo bellissimo Decameron sulla rappresentazione del sesso, sul racconto dei corpi. Alla presentazione alla Sala Palatino, eravamo i soliti sette o otto e alla fine della proiezione ci fu un silenzio pieno di rispetto. Perché, nonostante le scene che facevano o dovevano far ridere, si sentiva la sofferenza. E Pasolini, reduce del Festival di Berlino, ci disse: “Sentite, è vero che anche in questo film c’è il mio dolore, ma a Berlino ridevano tutti”. Poi, infatti, il pubblico ha riso ed è stato un successo, però in quell’anteprima il senso per noi era un altro, la rappresentazione del corpo violentemente aggressivo contro la repressione sessuale. Pasolini faceva questa battaglia, lui era una battaglia».

Sì, va bene, ma i Taviani insistono molto più del Boccaccio sulla castità che si autoimpone l’onesta brigata dei giovani novellatori (sette donne e tre uomini) transumati in una villa di campagna per sfuggire la peste che decima Firenze e intrattenersi, in dieci giorni che rifondano la convivenza, con banchetti, danze, canti e novelle, appunto. Piene di eros felice e infelice, beffe e arguzie. Per esempio: nel film, due innamorati che sfruttano l’eccezionale libertà del momento per imbandire un furente pomicio vengono subito interrotti. Spiega il fratel giovane: «Boccaccio introduce questa regola con la formula del non voler dar materia agl’invidiosi». Citazione per citazione, a un certo punto le fanciulle fanno il bagno nude nel fiume e i loro corpi candidi sono nascosti dall’acqua come una vermiglia rosa un sottil vetro, cioè per niente: e allora perché i registi le fanno immergere con la sottoveste? «Era un’immagine bella, con le ragazze nude avrebbe avuto un altro significato». E il maggiore: «Non è alterigia, ma a un certo punto ce ne freghiamo di quel che c’è sul Decameron: ci importa all’inizio, poi si cambia strada. Dicono che i nostri film sono pieni di riferimenti letterari, ma non è vero. Noi siamo fatti di cinema, cinema, cinema». (A volte, i fratelli chiedono agli intervistatori di farli parlare in prima persona plurale, ma non è giusto perché sono molto diversi e per  garantire la loro identità osservano una rigida disciplina. Si sa che girano un’inquadratura a testa e che chi è di turno è padrone assoluto del set. Ma chi  gira la prima inquadratura? «Dipende da chi l’ha girata nel film precedente: è tutto scritto!» (Vittorio).

Comunque al Decameron ci hanno sempre pensato. Da quando il loro babbo antifascista indicava Certaldo, il paese di Boccaccio, dal terrazzo della casa di famiglia a San Miniato. Ma c’è una motivazione più profonda dietro questo film girato solo adesso: la peste. Che a Firenze disgregava il tessuto sociale, i buoni costumi, gli affetti, e che ora si ripresenta con una faccia nuova ma terribile, quella di un disagio diffuso capace di togliere senso alla vita e al futuro. «La sofferenza dei giovani di oggi è davvero grande, abbiamo intorno figli, nipoti, amici dei figli che ci incolpano per il mondo che gli consegnamo. Con loro parliamo di questa sofferenza, ma anche della disperata volontà di non arrendersi, del bisogno di sogno, fantasia e speranza». L’ottimismo dei Taviani: Pasolini disse che era più tragico del suo pessimismo.

Questo ottimismo cosmico ha prodotto un’amicizia forte quanto inaspettata per due vecchi comunisti (critici però col Pci dai fatti d’Ungheria): con papa Francesco. «A un gesuita siciliano che gli chiedeva se conosceva la sua isola il Papa ha risposto che la conosceva “Grazie a Kaos, un bellissimo film dei fratelli Taviani”. È nato un certo rapporto ed è arrivato l’invito a parlare alla Festa della famiglia a piazza San Pietro, davanti a 200 mila persone. Che c’entriamo noi? abbiamo chiesto. Ci hanno risposto che in Padre padrone e La notte di San Lorenzo ci sono le famiglie. Così siamo andati e abbiamo citato Dostoevskij, sapendo che a Francesco piace molto, infilando nel discorso il dolore delle famiglie povere, senza cibo, e una frase presa da L’idiota che suona più o meno così: se non sai risolvere un problema, chiedi a un bambino e lui ti saprà dare la risposta. Non è detto che sia vero, ma non lo scriva. Comunque questo è un grande Papa, un maestro, e siamo contenti di essere campati tanto per averne uno così. Speriamo che faccia da maestro anche a Mattarella, tanto cattolico pure lui».

I tempi cambiano: molti anni fa, in certe zone della Spagna, la filastrocca di San Michele aveva un gallo era il canto di riconoscimento degli antifranchisti cinefili, oggi i fratelli che non volevano morire democristiani cercano di riconoscere in questo centrosinistra pieno di ex Dc il compimento del compromesso storico.

Che altro? L’oroscopo. Sì, i sobri Taviani sono in fissa con le stelle. Celiano, dicono di non crederci, ma in fase di sceneggiatura attribuiscono un segno zodiacale a ogni personaggio, per dargli un carattere. La buttano sul colto tirando fuori un epistolario Schiller-Goethe in cui il primo scriveva di essersi bloccato con il suo Wallenstein. Goethe gli suggerì di fare come lui, che distribuiva arieti, scorpioni e tori alle sue creature letterarie.

All’inizio delle riprese di un film, Paolo ha curiosato nei documenti della troupe per vedere le date di nascita, poi, a cena, ha finto di indovinare il segno zodiacale dei commensali sparando consigli: «Dopo cinque minuti erano tutti in ginocchio davanti all’oracolo».

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Tornare a Mare Nostrum per evitare altre tragedie https://minimaetmoralia.it/interventi/tornare-a-mare-nostrum-per-evitare-altre-tragedie/ https://minimaetmoralia.it/interventi/tornare-a-mare-nostrum-per-evitare-altre-tragedie/#comments Wed, 11 Feb 2015 14:00:58 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25397 Pubblichiamo una riflessione di Francesco Anfossi uscita su Famiglia Cristiana, ringraziando l'autore e la testata.  (Foto: Paolo Grazioli)

di Francesco Anfossi

Contro la stupidità cinica e strumentale di certe affermazioni bastava l’evidenza dei fatti: nonostante la missione Mare Nostrum sia stata cancellata, i barconi della morte carichi di profughi continuano a partire dalle coste dell’Africa. I 366 morti del 3 ottobre 2013 non ci hanno insegnato niente. Niente. Ieri (l'altroieri per chi legge, ndr) l’ennesima tragedia, oltre trenta migranti hanno perso la vita assiderati o inghiottiti dalle onde alte nove metri nel Canale di Sicilia. E pensare che c’è chi parlava di navi adoperate come taxi, accampando un’equazione tanto orribile quanto stupida: mettiamo al bando i soccorsi, non partiranno più. E invece - casomai qualcuno avesse qualche dubbio -  i disperati partono lo stesso. Se vogliamo affrontare il dramma delle migrazioni dobbiamo partire da un punto fermo: l'umanità, il dovere di salvare uomini, donne, vecchi, bambini dalla morte in mare. Tutto il resto viene dopo. Altrimenti è solo pericolosa demagogia.

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la nuit sur le bosphorePubblichiamo una riflessione di Francesco Anfossi uscita su Famiglia Cristiana, ringraziando l’autore e la testata.  (Foto: Paolo Grazioli)

di Francesco Anfossi

Contro la stupidità cinica e strumentale di certe affermazioni bastava l’evidenza dei fatti: nonostante la missione Mare Nostrum sia stata cancellata, i barconi della morte carichi di profughi continuano a partire dalle coste dell’Africa. I 366 morti del 3 ottobre 2013 non ci hanno insegnato niente. Niente. Ieri (l’altroieri per chi legge, ndr) l’ennesima tragedia, oltre trenta migranti hanno perso la vita assiderati o inghiottiti dalle onde alte nove metri nel Canale di Sicilia. E pensare che c’è chi parlava di navi adoperate come taxi, accampando un’equazione tanto orribile quanto stupida: mettiamo al bando i soccorsi, non partiranno più. E invece – casomai qualcuno avesse qualche dubbio –  i disperati partono lo stesso. Se vogliamo affrontare il dramma delle migrazioni dobbiamo partire da un punto fermo: l’umanità, il dovere di salvare uomini, donne, vecchi, bambini dalla morte in mare. Tutto il resto viene dopo. Altrimenti è solo pericolosa demagogia.

L’operazione Mare Nostrum ha salvato 170 mila vite umane, eppure quasi lo diciamo sottovoce, come se dovessimo vergognarcene. I protagonisti di quell’impresa dovrebbero essere decorati col titolo di cavalieri della Repubblica e invece se ne occupano solo (alcuni) giornali. Solo il capo di Stato Napolitano, nel suo discorso di fine anno, ha citato un ufficiale medico della Marina Militare, a nome di tutti. Abbiamo reclamato l’intervento dell’Europa, perché l’Italia da sola non ce la può fare ma abbiamo ottenuto una soluzione pasticciata. Al suo posto abbiamo istituito la missione Triton, sotto l’egida europea, che non è un’operazione umanitaria di salvataggio ma di salvaguardia delle frontiere. Le conseguenze le abbiamo viste ieri. Se lo scopo è solo quello di preservare il territorio dagli sbarchi, i pattugliamenti e i controlli sono più blandi. Non ci sono più le navi della Marina Militare attrezzate come ospedali da campo in mare aperto che incrociano tra le due sponde, quella europea e quella africana. Tra l’altro, paradossalmente, il controllo di chi approda in Europa, l’arresto di eventuali delinquenti o addirittura terroristi jiahdisti è meno capillare, perché con Triton possono sfuggire alle maglie dei pattugliamenti.  Quando le motovedette della Guardia Costiera sono partite dal molo Favarello di Lampedusa per andare a recuperare alcuni gommoni alla deriva era già troppo tardi: dovevano percorrere almeno 120 miglia con un mare forza otto.

Li hanno caricati a bordo – quelli che ancora stavano sui gommoni – con i vestiti fradici di acqua, gli occhi sbarrati, la pelle violacea. Sono morti tutti a bordo delle imbarcazioni, sprovviste di attrezzature mediche, durante il viaggio di ritorno. Bastano le parole del dottor Pietro Bartolo, il medico di guardia dell’isola per capire: “Con Mare Nostrum molto probabilmente questi ragazzi sarebbero ancora vivi. Non è possibile che si vadano a recuperare i migranti a 120 miglia da Lampedusa per poi portarli verso la Sicilia in condizioni meteo proibitive e con mezzi inadeguati al soccorso”.  Dicono che le tragedie sono destinate a ripetersi. Migliaia di profughi sono pronti a partire dalle coste libiche o tunisine, con o senza la presenza delle navi di pattuglia lungo il Mediterraneo. In fuga dalla guerra, dal caos, dai conflitti etnici o di religione, da stati dittatoriali, dalle torture, da una vita senza senso e semza prospettive. Quello di ieri è solo il primo segnale. Ha ragione il sindaco di Lampedusa Giusi Nicolini: abbiamo dimenticato le parole di Francesco. Davvero siamo disposti a rimanere indifferenti di fronte a tutto questo, davvero siamo pronti a mettere da parte la nostra umanità?

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Alexis il greco. Intervista a Tsipras mentre la Grecia sceglie il suo futuro https://minimaetmoralia.it/interviste/alexis-il-greco-intervista-a-tsipras/ https://minimaetmoralia.it/interviste/alexis-il-greco-intervista-a-tsipras/#comments Sun, 25 Jan 2015 06:00:53 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25140 Pubblichiamo l'intervista di Matteo Nucci  ad Alexis Tsipras, leader della sinistra greca. L'intervista - l'unica concessa a un giornalista italiano alla vigilia delle elezioni politiche che si tengono in Grecia oggi, 25 gennaio - è stata pubblicata dal Venerdì di Repubblica, che ringraziamo. (Fonte immagine)

 

ATENE. Dietro alla scrivania dove Alexis Tsipras lavora, all’ultimo piano di un palazzo immerso nel centro più multiculturale di Atene, campeggia una grande tela. Su uno sfondo a tinte rosso fuoco, due tori selvaggi si osservano pronti alla carica. “Sono i negoziati fra noi e la Troika” dice lui e scoppia a ridere. “Scherzo, davvero scherzo” scuote la testa “Scherzo perché l’artista lì ha richiamato altre storie, fra cui quella di Europa rapita da Zeus nelle sembianze di un toro. Ma soprattutto, vede, se noi vinceremo le elezioni e riceveremo un mandato di governo chiaro, non ci sarà nessun negoziato con la Troika. Perché dovrei sedermi a un tavolo con questi funzionari a discutere del nostro futuro? Non si tratta di un’istituzione europea, che io sappia. Non ha ricevuto nessuna legittimazione dall’Europa. Io chiederò di incontrare i partner degli altri ventisette paesi dell’Unione, discuterò nelle sedi appropriate, presenterò il mio progetto e ascolterò quello che ciascuno ha da dire. Ma con la Troika no”.

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0301_alexis-tsipras_1260Pubblichiamo l’intervista di Matteo Nucci  ad Alexis Tsipras, leader della sinistra greca. L’intervista – l’unica concessa a un giornalista italiano alla vigilia delle elezioni politiche che si tengono in Grecia oggi, 25 gennaio – è stata pubblicata dal Venerdì di Repubblica, che ringraziamo. (Fonte immagine)

 

ATENE. Dietro alla scrivania dove Alexis Tsipras lavora, all’ultimo piano di un palazzo immerso nel centro più multiculturale di Atene, campeggia una grande tela. Su uno sfondo a tinte rosso fuoco, due tori selvaggi si osservano pronti alla carica. “Sono i negoziati fra noi e la Troika” dice lui e scoppia a ridere. “Scherzo, davvero scherzo” scuote la testa “Scherzo perché l’artista lì ha richiamato altre storie, fra cui quella di Europa rapita da Zeus nelle sembianze di un toro. Ma soprattutto, vede, se noi vinceremo le elezioni e riceveremo un mandato di governo chiaro, non ci sarà nessun negoziato con la Troika. Perché dovrei sedermi a un tavolo con questi funzionari a discutere del nostro futuro? Non si tratta di un’istituzione europea, che io sappia. Non ha ricevuto nessuna legittimazione dall’Europa. Io chiederò di incontrare i partner degli altri ventisette paesi dell’Unione, discuterò nelle sedi appropriate, presenterò il mio progetto e ascolterò quello che ciascuno ha da dire. Ma con la Troika no”.

È probabile che, se quel giorno verrà, come tutti i sondaggi sembrano anticipare, gli altri ventisette leader (fra cui una sola unità – Tsipras lo ha sempre ripetuto – una sola su ventotto è rappresentata da Frau Merkel) non saranno impreparati. Quel che Syriza – il partito della sinistra radicale di cui Tsipras è presidente – chiede, del resto, è noto da tempo e gira principalmente attorno a due mosse: la cancellazione della maggior parte del debito greco, esattamente come si fece per la Germania prostrata dalla guerra con la Conferenza di Londra del 1953, e una “clausola di sviluppo” per pagare la restante parte non indebitandosi ulteriormente ma in relazione alle entrate prodotte dalla crescita economica del Paese. È difficile immaginare oggi come potrebbero andare quei negoziati. Una cosa è certa: Alexis Tsipras non ha limitato la portata delle sue richieste a quella che potrebbe sembrare la mossa più semplice e vantaggiosa per il proprio Paese che, sessant’anni dopo la Germania, è a sua volta prostrato da cinque anni di austerità che assomigliano a una guerra. La sua idea si inscrive in un progetto ben più ampio, in cui – ne è sicuro – rientra il destino dell’Europa tutta, della sua autonomia, della sua esistenza come idea fin dalle origini. Perché sarà in quel momento, in quegli incontri da cui i funzionari della Troika saranno tenuti lontani, che sarà possibile capire se l’Europa ha un futuro, se si vuole continuare con “l’estremismo dell’austerità” o si vuole costruire un’unione fondata sulla solidarietà, la democrazia, la coesione sociale. Tsipras sembra avere pochi dubbi. Come chi sente di avere in mano il suo stesso destino.

“La parola “crisi” in cinese ha due facce” dice e forse è fiero di non ricorrere all’etimologia greca antica del termine “Da una parte c’è il pericolo, dall’altra la possibilità, la speranza. Finora abbiamo vissuto la crisi come un pericolo. Direi che è arrivato, per tutti, il momento della speranza. Dico per tutti e intendo per tutti in Europa. Perché è chiaro che fino al 2012 si è guardato alla crisi come un fenomeno soprattutto greco, ma poi è diventato evidente che la questione riguardava l’Europa in generale. Ora, la teoria economica prevede tre modi per affrontare la crisi del debito pubblico. Il primo è l’austerità e dopo quattro anni possiamo constatare che la medicina ha peggiorato la malattia del paziente: avevamo un debito del 120 per cento sul PIL e oggi è cresciuto fino a sfiorare il 180 per cento. Sarebbe grottesco continuare su questa strada. Il secondo è il contrario del primo e prevede una politica di espansione, di aumento della spesa pubblica. Il terzo è il taglio del debito. Ossia quel che proponiamo noi, ma attenzione: i risultati non li vedrà solo la Grecia o solo l’Italia che ha un debito del 132 per cento del PIL ma di gran lunga maggiore quantitativamente rispetto al nostro. Dei risultati godrà tutta l’Europa. Da qui infatti partirà finalmente l’effetto contagio che si è sempre temuto, ma il contagio stavolta andrà inteso in termini positivi, il famoso effetto domino, certo, ma che non porta caduta, al contrario. Quello di cui c’è bisogno infatti è fiducia, sviluppo, un nuovo clima anche sui mercati”. Gli avversari politici di Tsipras liquidano le sue parole come ingenuità, illusioni, vaneggiamenti che porteranno soltanto disastro. Lui non si lascia scalfire dalle accuse e le giudica alla stregua di reazioni disordinate e quasi disperate. Da una parte perché percepisce la fiducia che si è creata attorno a lui anche da parte di un elettorato che tradizionalmente gli era avverso e che – dice – “ha provato sulla sua pelle le menzogne di chi li ha governati in questi anni”. Dall’altra perché sta ricevendo dall’estero un sostegno più ampio di quanto si prevedesse. Giornali per natura lontani come il Financial Times non sembrano avere nessuna paura di un suo prossimo governo. Economisti più tradizionalmente vicini, come Thomas Piketty, autore del bestseller Il capitale nel XXI secolo, approvano, chiedendosi dove sarebbe andata a finire la Germania se invece di vedere il suo debito tagliato dal 200 al 30 per cento del PIL nel 1953 fosse stata costretta alle politiche di austerità che pretende di imporre ora.

“La paura” ripete oggi Alexis Tsipras “non è più dalla nostra parte. Nel 2012, una campagna selvaggia di ricatto aveva spinto la maggioranza dei Greci a credere al fantasma del cosiddetto Grexit, l’uscita della Grecia dall’euro. Merkel e gli altri leader che intervennero pesantemente nella nostra campagna elettorale volevano che diventasse premier Samaras, uno su cui potevano contare perché erano certi che non avrebbe ostacolato le loro politiche. La paura sparsa a arte fu un’arma letale. Oggi questa paura ha cambiato fronte: è passata dalla loro parte. Perché sanno che noi non ne abbiamo più. E sanno che il giorno dopo le elezioni, quando sarà evidente che la nostra vittoria non porta terremoti né scenari apocalittici, un’onda positiva si libererà sui mercati e il cambiamento avrà inizio. Di quel cambiamento hanno paura. Perché, come ho già detto, le cose sono destinate a trasformarsi in tutta Europa”.

In Grecia, se Tsipras riuscisse a vincere e a conquistare una maggioranza salda (l’ipotesi più difficile da prevedere perché la legge elettorale qui è un complicato gioco di numeri), i primi passi del suo governo sono stabiliti da un programma presentato a Salonicco ben prima che l’ipotesi di andare al voto diventasse concreta. È un programma d’impatto, teso innanzitutto a cercare di porre rimedio al dramma umanitario che la Grecia sta vivendo. Di questi giorni è la notizia che tre famiglie su dieci vivono sotto la soglia di povertà, dove si intendono famiglie da due a quattro membri con meno di diecimila euro all’anno (gli altri dati che certificano il dramma greco a fine pagina). Elettricità, casa, buoni pasto, assistenza medica, trasporto pubblico, riscaldamento per i più colpiti dalle misure di austerità sono fra i primi punti del programma (dettagliatamente riportato nei libri di Synghellakis e Deliolanes in uscita in questi giorni), un programma che si estende poi ai primi investimenti per il rilancio dell’economia e dell’occupazione e si chiude sulla riforma della politica.

“Quello di cui abbiamo bisogno è una vera e propria rinascita” spiega Tsipras “E soprattutto la ricostruzione di un ponte ormai in macerie che unisca i cittadini e il sistema politico. Perché, vede, la Troika ha imposto tante riforme ma nessuna ha cercato di colpire, per esempio, i grandi evasori fiscali o chi porta i soldi in Svizzera. La Troika non ha mai cercato di spezzare quello che io chiamo “il triangolo del peccato”, ossia quel circolo vizioso che in Grecia ha portato rovina: il potere politico (lo stesso da quarant’anni, i due partiti che si sono alternati al governo: i socialisti del Pasok e i conservatori di Nea Demokratia), i banchieri (sempre gli stessi anche dopo la bancarotta), i massmedia. Con i politici che davano soldi ai banchieri e i banchieri che li davano ai media i quali a loro volta offrivano supporto a politici e bancarottieri. Questo triangolo la Troika non ha mai voluto spezzarlo. Ma ci penseremo noi. Per avere meritocrazia, giustizia, diritti democratici per tutti. È evidente che questo non ci distinguerà in nessun modo da Paesi in cui prevalgono politiche liberiste. Ma è necessario che le condizioni del nostro Paese tornino in uno stato di normalità per avviare la ricostruzione dei diritti del lavoratore, calpestati in questi ultimi anni, una ricostruzione che porteremo avanti all’interno delle organizzazioni europee per i diritti del lavoro. La Grecia non diventerà un soviet, insomma”.

Di strada ne ha fatta, Alexis Tsipras, quarantenne ateniese, ingegnere, da quando sei anni fa divenne Presidente di quella che era nata come l’alleanza di molte sigle della sinistra radicale e che faticava a superare la soglia di sbarramento fissata dalla legge elettorale al tre per cento. Le stanze dove nel 2009 lo incontrai per il Venerdì erano disseminate di scatoloni zeppi di volantini. Giovani si aggiravano frenetici interrompendolo in ogni momento e lui con pazienza già mi spiegava come le socialdemocrazie europee si stessero dissolvendo nel liberismo, mentre le élites politiche avevano perso il polso della realtà, rinchiudendosi in una vita asettica lontana dalla strada. Nessuno però dentro Syriza avrebbe mai pensato che il governo potesse diventare una prospettiva realistica in così pochi anni. Certi di un eterno lavoro di opposizione, si divertivano a leggere sondaggi che assegnavano al loro giovanissimo leader un consenso già allora strabiliante. Poi venne la crisi e con essa le politiche di austerità, la troika, un “protettorato che non siamo in nessun modo disposti a sopportare”. Oggi quelle stanze sono cambiate, ma il partito è sempre immerso nel turbinio di migranti che popolano piazza Koumoundourou, anche detta Piazza Eleftherias, ossia della Libertà.

Di nazionalizzazioni non si parla più, qui, ma quello su cui Tsipras è irremovibile è che le privatizzazioni devono finire: “Certi beni, come l’acqua e l’energia devono restare nelle mani dello Stato, senonaltro per garantire la sicurezza e la difesa dei cittadini. Dell’Ente voluto dalla Troika per vendere beni statali invece posso dire soltanto che è servito a un esperimento neoliberale estremo ma che faremo fallire: privare completamente un Paese delle sue proprietà pubbliche”. La vendita di isole, spiagge, litorali incontaminati che ha sconvolto l’opinione pubblica, sarà interrotta. “Anche perché finora non ha portato soldi ma solo svendite, semplici cambi dei titoli delle proprietà: da pubbliche a private. Come per l’immensa area di Ellinikò (il vecchio aeroporto cittadino dismesso) la cui vendita è stata trattata per quattro volte meno del prezzo di mercato”.

Quanto a mantenersi in contatto con la società civile, Syriza non può cambiare. Non ci si può rinchiudere nelle stanze di partito. C’è una dimensione personale e spirituale che non si deve mai abbandonare. Tsipras è reticente a parlarne. Le polemiche della campagna elettorale greca hanno puntato spesso il dito sul suo ateismo, lui che non è sposato e ha due figli non battezzati di cui uno di secondo nome fa addirittura Ernesto… Ma non c’è molto da rispondere a polemiche del genere, secondo lui. I fatti parlano da sé. E i fatti raccontano che in questi giorni in giro per la Grecia, Tispras ogni sera torna nel suo semplice appartamento del quartiere popolare di Kypseli, dalla sua famiglia. Su religione e spiritualità non si specula. “Innanzitutto perché in questi tempi in cui assistiamo a un’escalation di volenza del fondamentalismo è necessario un sereno confronto fra forze politiche e esponenti religiosi. Eppoi perché io ho i miei principi e il mio modo di vivere la spiritualità ma non lo metto sul tavolo della propaganda politica”. Gli sarebbe facile. È stato uno dei primi politici a incontrare il Papa, ha visitato il Monte Athos dove per tre giorni si è adeguato alla vita monastica e conosce molto bene l’attivismo della Chiesa che in Grecia, in questi anni, ha contribuito in maniera speciale a erigere un argine contro il dramma umanitario. “In periodi di crisi così acuta, la sinistra e la Chiesa inevitabilmente si incontrano e cooperano per essere vicini a chi soffre e per strutturare la solidarietà. Con Papa Francesco abbiamo parlato proprio di questo”. Di più, Tsipras non vuole dire. Insisto: “Ho letto che dopo il vostro incontro il Papa ha commentato: “le sue parole sono una melodia di speranza”. Tsipras apre le mani e solleva le sopracciglia in un gesto tipicamente greco, poi ripete: “Prevaleva la paura nel 2012. Adesso c’è solo la speranza. La speranza vincerà la paura. I problemi saranno enormi e difficili da affrontare, inutile negarlo, i numeri lo dicono chiaramente. Ma cambierà l’atteggiamento psicologico in Grecia eppoi cambierà anche in Europa. E quello che pochi vogliono ricordarsi è che l’economia per metà è psicologia. Dunque anche l’economia riceverà i frutti salutari di questo straordinario cambio di atteggiamento”.

NOTA:

2010-2015: I numeri della Grecia dall’inizio degli “aiuti” della Troika:

-Il debito pubblico è passato dal 124% al 175% del PIL.
-Il PIL è sceso del 20%.
-La disoccupazione è passata dal 15 al 27% (tra i giovani è al 62%).
-240.000 piccole e medie imprese hanno chiuso (erano 745.677).
-I senzatetto di Atene erano circa 3000. Ora sono circa 35000.
-La spesa sanitaria è scesa del 25% (3 milioni – sui quasi 11 milioni di abitanti – sono privi di copertura sanitaria).
-330.000 sono le case senza elettricità.
-150.000 i giovani che hanno lasciato il paese.
-I suicidi sono cresciuti del 43%.

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Come sopravvive un papa https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/come-sopravvive-un-papa/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/come-sopravvive-un-papa/#comments Mon, 18 Aug 2014 09:59:03 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22880 Sull'ultimo numero Lo Straniero, che vi invitiamo a leggere, c'è questo interessante pezzo del vaticanista Iacopo Scaramuzzi sul pontificato di Bergoglio. Valutare il papa argentino sulla base dei nemici che è riuscito a farsi in neanche un anno e mezzo di pontificato, potrebbe essere un buon sistema per capire qualcosa (al di là dei pregiudizi) di ciò che sta accadendo in Vaticano. Ringraziamo "Lo Straniero" per averci consentito di riproporre il pezzo.

di Iacopo Scaramuzzi

Giovanni Paolo I ha regnato per soli 33 giorni ed è morto in circostanze mai del tutto chiarite. Giovanni Paolo II è stato papa per oltre 26 anni ma è scampato per un pelo alla morte a cui lo volevano condannare tre pallottole sparata da Ali Agca il 13 maggio 1981 in piazza San Pietro. Anche Paolo VI aveva rischiato grosso, quando all’aeroporto di Manila, nel novembre del 1970, uno squilibrato tentò di accoltellarlo, subito bloccato dal monsignore che organizzava i viaggi papali, un robusto giovanottone statunitense di origine lituane che avrebbe fatto strada, Paul Casimir Marcinkus. Benedetto XVI si è dimesso. Fare il papa è un lavoro pericoloso. E Jorge Mario Bergoglio, serenamente, lo sa.

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Sull’ultimo numero Lo Straniero, che vi invitiamo a leggere, c’è questo interessante pezzo del vaticanista Iacopo Scaramuzzi sul pontificato di Bergoglio. Valutare il papa argentino sulla base dei nemici che è riuscito a farsi in neanche un anno e mezzo di pontificato, potrebbe essere un buon sistema per capire qualcosa (al di là dei pregiudizi) di ciò che sta accadendo in Vaticano. Ringraziamo “Lo Straniero” per averci consentito di riproporre il pezzo.

di Iacopo Scaramuzzi

Giovanni Paolo I ha regnato per soli 33 giorni ed è morto in circostanze mai del tutto chiarite. Giovanni Paolo II è stato papa per oltre 26 anni ma è scampato per un pelo alla morte a cui lo volevano condannare tre pallottole sparata da Ali Agca il 13 maggio 1981 in piazza San Pietro. Anche Paolo VI aveva rischiato grosso, quando all’aeroporto di Manila, nel novembre del 1970, uno squilibrato tentò di accoltellarlo, subito bloccato dal monsignore che organizzava i viaggi papali, un robusto giovanottone statunitense di origine lituane che avrebbe fatto strada, Paul Casimir Marcinkus. Benedetto XVI si è dimesso. Fare il papa è un lavoro pericoloso. E Jorge Mario Bergoglio, serenamente, lo sa.

“Chi finora si è nutrito del potere e della ricchezza che derivano direttamente dalla Chiesa, è nervoso, agitato”, si è spinto a dire il procuratore aggiunto di Reggio Calabria Nicola Gratteri. “Papa Bergoglio sta smontando centri di potere economico in Vaticano. Se i boss potessero fargli uno sgambetto non esiterebbero”.

Chiamato dalla “fine del mondo” per riformare il Vaticano e rilanciare la Chiesa, papa Francesco cambia molte cose in un’istituzione refrattaria ai cambiamenti. “Pregate per me, non contro di me”, dice. Poi, en passant, spiega ai fedeli che il suo lavoro è “insalubre”. Abbatte, pezzo a pezzo, la corte pontificia. Sconvolge il protocollo, disordina le consuetudini, poco ieraticamente scherza. Invoca la tenerezza per il popolo di Dio ma usa il bastone contro il clericalismo. Entusiasma folle di fedeli, incuriosisce non credenti e grandi riviste internazionali che gli dedicano copertine neanche fosse una popstar, ravviva cattolici che nel corso degli anni si sono sentiti trascurati o fuori posto. Infastidisce molti altri. Lui, misericordiosamente, provoca. “Oggi possiamo chiedere allo Spirito Santo che ci dia la grazia di dare fastidio alle cose che sono troppo tranquille nella Chiesa”, ha detto a una messa a Casa Santa Marta. In Argentina, alla fine del suo provincialato dei gesuiti, la Chiesa era divisa in bergogliani e antibergogliani. La sua personalità è prorompente, forte. Anche oggi le reazioni non mancano. Dissimulate dai felpati toni curiali, trattenute a stento dall’obbedienza che nella Chiesa i fedeli, soprattutto i più tradizionalisti, dovrebbero al romano Pontefice, frenate dalla popolarità del papa argentino, ma comunque dure, aspre, rancorose.

Ci sono i reazionari allarmati dal primo papa che non ha preso parte al Concilio vaticano II e, proprio per questo, lo dà per acquisito. C’è un pezzo di Chiesa, in Italia e nel resto del mondo, che ha costruito per un trentennio l’equazione tra fede e “valori non negoziabili”, tra essere cattolici ed essere pro life, ed è irritata da un papa che non nega l’insegnamento magisteriale passato ma lo cita molto meno di quanto menzioni i poveri e gli immigrati – e comunque non è ossessionato dai temi che incrociano la sessualità. C’è poi la fronda dei cardinali della vecchia guardia che aveva sperato di riportare il papato in Italia e lo ha visto allontanarsi dall’Europa, gli apparatchick della curia allergici alle riforme o, meno ideologicamente, timorosi per il posto di lavoro. Fanno propri gli argomenti utilizzati per decenni dai cattodemocratici e dai conciliaristi: essere cattolici, spiegano con immacolata indignazione, mica vuol dire coltivare la “papolatria”. Ci sono resistenze e ostilità fuori della Chiesa.

Negli Stati Uniti, i repubblicani e i tea party che lo accusano di marxismo per le sue critiche al capitalismo, l’“Economist” ha parlato addirittura di leninismo. In America latina, vescovi, preti e teologi che mal sopportavano Bergoglio già da arcivescovo di Buenos Aires. In Italia, pezzi di società e di politica orfani di una Chiesa magari estranea, ma gagliarda, identitaria, capace di condiscendenza. Settori imprenditoriali e ambienti istituzionali che con i conti allo Ior, gli immobili di Propaganda fide, le donazioni all’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (Apsa) hanno fatto affari per decenni. Mafiosi che il papa argentino, per la prima volta nella storia, ha scomunicato. Devoti più o meno atei.

I nemici sono agguerriti. Antichi avversari, porporati italiani che si sono fatti per decenni la guerra – prima sotterraneamente, durante la lunga era Wojtyla segnata da una pax armata che si reggeva su una sorta di manuale Cencelli ecclesiale, poi in modo eclatante e sgraziato negli anni di Joseph Ratzinger e Tarcisio Bertone – ora stringono alleanze per far fronte al papa straniero. Le riforme, si sa, creano benefici nel lungo periodo e resistenze nel breve. L’opposizione si coagula attorno alla revisione dell’organigramma della curia ma anche, e sempre più col passare dei mesi, nel campo di battaglia del doppio sinodo voluto da Bergoglio a ottobre del 2014 e a ottobre del 2015 su un nodo, quello della famiglia, che tocca, quasi un Concilio vaticano III tematico, questioni divisive come la comunione ai divorziati risposati, l’omosessualità, la contraccezione. Jorge Mario Bergoglio tributa a piene mani riconoscimenti ai suoi predecessori, canonizza Roncalli e Wojtyla, beatifica Montini, coinvolge Ratzinger, ma intano procede alla perestrojka del papato.

L’opposizione, come al Cremlino, prende forme diverse. Rimane sottotraccia, esce in superficie tramite blog anonimi o fughe di notizie, assume il volto del boicottaggio passivo confidando nell’idea che il papa passa, ma la curia resta. Reazioni tipiche di una istituzione che, depositaria di verità immutabili nel tempo, continuamente si sforza di dimostrare che Ecclesia non facit saltus, che i cambiamenti non rappresentano fratture ma evoluzioni nella continuità, che i singoli papi sono sì personalità diverse l’una dall’altra, ma non troppo, che ogni papa in fondo è un po’ come i suoi predecessori, anche lui è papa, anche lui vive in Vaticano, anche lui ha due braccia e due gambe… Cercano di imbrigliare papa Francesco nel protocollo? Lui lo manda a rotoli, lascia vuota la sedia bianca a un concerto, si va a confessare in un confessionale di San Pietro sotto gli occhi attoniti del cerimoniere pontificio, sparisce nelle grotte vaticane per pregare. Cercano di controllare i suoi testi? Lui bypassa gli uffici di curia, aggiunge a braccio le frasi clou dei discorsi. Provano a normalizzare il suo linguaggio immaginifico e profetico, smussano, sui media ufficiali del Vaticano, i suoi spigoli lessicali, evitando di riportare una frase sullo Ior (“Tutti gli uffici sono necessari, ma fino a un certo punto…”), non traducendolo quando invita i ragazzi argentini della Giornata mondiale della gioventà di Rio de Janeiro a fare “casino”? Lui parla direttamente con amici, giornalisti, fedeli. Tentano di riportare la rivoluzione del primo papa della storia che ha scelto il nome di Francesco nell’alveo di un riformismo prudente? Lui crea disordine, avvia processi irreversibili, allunga discussioni, anticipa decisioni. Loro attaccano, lui contrattacca. È un corpo a corpo, e si nutre delle armi più velenose. Come quella delle voci sulla salute. Gli avversari che lo conoscevano bene provarono, nel conclave del 2005 e in quello del 2013, a diffondere la voce che, a causa di una malattia giovanile che portò i medici ad asportargli un pezzo di polmone, Bergoglio era troppo malandato per fare il papa. È dovuto intervenire il cardinale hondureño Oscar Rodriguez Maradiaga, amico e grande elettore, girando tra cardinali di tavolo in tavolo a marzo dell’anno scorso, per smentire questa malignità.

Ora ogni occasione è buona – e Jorge Mario Bergoglio, annullando all’improvviso appuntamenti pubblici per “improvvisa indisposizione”, senza troppo badare all’etichetta, ne offre l’occasione – per diffondere allarmi, alimentare premonizioni di malanni, ipotizzare segreti medici inconfessabili. Il papa argentino mangia la foglia e, dopo aver fatto capire che anche lui, come Benedetto XVI, probabilmente si dimetterà, ribalta il discorso e afferma che la fine di un papa è nella tomba. Una previsione che diventa una minaccia, per i ragionamenti più machiavellici. “Quello che mi preoccupa”, ha scritto sul suo blog padre Dwight Longenecker, un prete della South Carolina ipercritico di Bergoglio, “è che se papa Francesco improvvisamente collassa o muore, inizieranno immediatamente le stupide voci di un complotto e avremo una nuova ondata di accuse su come il papa è stato fatto fuori da quegli spregevoli conservatori”.

Il papa gesuita è alla mano, schietto, sa parlare semplice, ma non è ingenuo. Il suo stile di vita è un messaggio di sobrietà francescana e, al contempo, un metodo di gesuitica scaltrezza per evitare i tranelli della curia. Da arcivescovo di Buenos Aires, col passare degli anni, in Vaticano veniva sempre meno. Se ne teneva alla larga, rattristato dai suoi intrighi. Da pontefice ha subito scelto – nello sconcerto generale – di disertare il palazzo apostolico, teatro, nell’ultimo scorcio del pontificato di Joseph Ratzinger, della clamorosa fuga di documenti riservati veicolati dal maggiordomo Paolo Gabriele, in favore della Casa Santa Marta. Nel residence, peraltro bonificato dai gendarmi prima del Conclave, Jorge Mario Bergoglio non è mai solo, dice messa ogni mattina a una quarantina di persone, incontra gente per i corridoi e in ascensore. È più immerso tra la gente, più esposto agli sguardi, anche indiscreti, ma paradossalmente più libero, meno controllabile. Può incontrare facilmente chi vuole, fuori dalla tabella ufficiale pubblicata ogni mattina dalla sala stampa vaticana. A Casa Santa Marta abitano i cardinali consiglieri che lo aiutano a ridisegnare l’organigramma vaticano e il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin, da lì passano, senza essere troppo notati, politici, consiglieri, amici. Riecheggiando leggende lugubri sulla scomparsa di papa Albino Luciani qualcuno gli augura di evitare i caffè e continuare a bere il mate argentino. Di simili boutade lui probabilmente riderebbe. Mangia, a ogni modo, a mensa con gli altri ospiti di Santa Marta. Dicono che a volte si cucina da sé come soleva fare da rettore di seminario e arcivescovo porteño. Piglio tipicamente gesuitico, è geloso della sua autonomia. Raccontano che quando lo ha colto un improvviso mal di denti, si è incamminato a piedi dal dentista, dall’altra parte del piccolo Stato pontificio, voltandosi brusco verso il codazzo di inservienti e gendarmi che si erano messi in marcia con lui: “Non vi azzardate a seguirmi”. Non ha un solo segretario particolare, come i suoi predecessori che dai collaboratori finivano per dipendere, ma diversi segretari, fidati quanto invisibili. Si è fantasticato sul contenuto della sua borsa di pelle nera che si è portato personalmente in Brasile fin sulla scaletta dell’aereo. “C’è il rasoio, c’è il breviario, c’è l’agenda, c’è un libro da leggere – ne ho portato uno su Santa Teresina di cui io sono devoto…”, si è schermito lui. “Io sono andato sempre con la borsa quando viaggio: è normale”.

Papa Francesco si gestisce da solo l’agenda, la rubrica, gli appuntamenti e le telefonate, oltre che molta corrispondenza e, ovviamente, i dossier delicati. Jorge Mario Bergoglio ha dalla sua l’esperienza sotto la dittatura argentina. Gli è stata rinfacciata dai suoi avversari al conclave del 2005 per le sue presunte ambiguità, in realtà lo ha rafforzato nell’evangelico dettame di essere puri come colombe, scaltri come serpenti. Era come lui Giovanni XXIII, al secolo Angelo Roncalli, il papa del quale, in un primo momento, avrebbe voluto prendere il nome, chiamandosi Giovanni XXIV. Lo chiamavano il papa buono, ma andò su tutte le furie quando ritrovò le parole esatte di alcune conversazioni riservate che aveva su una linea telefonica esclusiva con il suo segretario di Stato pubblicate sul settimanale “Il Borghese”. “Non chiamatelo papa buono, era il soprannome che gli davano i giornali di destra per depotenziare il suo pontificato”, ha rivelato di recente il suo segretario, l’ultranovantenne Loris Capovilla che Bergoglio, dopo quarant’anni, ha creato cardinale. Il papa di Sotto il Monte fuggiva dal Vaticano in auto con il suo aiutante di camera Guido Gusso spiegandogli come seminare i gendarmi. Rilasciò un’intervista a Indro Montanelli e rimase amareggiato quando questi successivamente lo accusò, su suggerimento di qualche velenoso monsignore di curia, di modernismo. Sapeva fidarsi degli uomini di buona volontà e diffidare dei profeti di sventura. Era un diplomatico dotato di senso dell’umorismo. Per dribblare i servizi segreti stranieri quando era delegato apostolico in Grecia e Turchia aveva escogitato il metodo più banale e geniale: scriveva in bergamasco a un interlocutore che parlava il suo stesso dialetto. Alcuni ecclesiastici a cui dare informazioni erano “chi sota ol tecc”, il cardinale Maglione era “ol tricotè”, un esponente ortodosso era “ol barbù”…

Quando padre Antonio Spadaro, il direttore di “Civiltà cattolica”, ha parlato a Bergoglio, in un ormai noto colloquio pubblicato dal quindicinale gesuita, delle analogie con papa Marcello II (1501-1555), lui ha commentato: “Il suo pontificato è durato appena un mese e poi è venuto il cardinal Carafa”. Cioè la restaurazione. Quello che lui, facendo “casino”, vuole evitare. Chiunque conosceva papa Francesco prima che fosse eletto al Conclave racconta che a Buenos Aires era meno sorridente, meno energico, meno sereno. Succedere all’apostolo Pietro, tanto più dopo lo sterminato pontificato luci e ombre di Wojtyla e quello di Ratzinger, che ha incubato e svelato la crisi della Chiesa, è un compito immane. Bergoglio lo svolge naturalmente. Per i credenti si chiama “stato di grazia”. Papa Francesco è un uomo radicato nella preghiera, “confidente in sé e in Dio” ha scritto il biografo Paul Valley. Recita ogni giorno la preghiera che gli insegnò la nonna italiana, un misto di pietà popolare e radicale affidamento a Dio. I cardinali elettori lo hanno chiamato “dalla fine del mondo” come si fa con i tagliatori di teste nelle grandi aziende. “Vi perdono per quello che avete fatto”, disse loro al brindisi serale dopo il Conclave. Ma la Chiesa non è una multinazionale. Profondamente romana, profondamente globale, sprofondata in una crisi epocale – il cardinale Prosper Grech, a cui fu affidata l’ultima meditazione in cappella Sistina prima che si aprissero le votazioni, parlò di pedofilia, tradimenti, scismi… – ha avuto un estremo istinto di sopravvivenza. E si è affidata all’uomo che può salvarla. Sconvolgendola.

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Fine della primavera pugliese? https://minimaetmoralia.it/societa/fine-della-primavera-pugliese/ https://minimaetmoralia.it/societa/fine-della-primavera-pugliese/#comments Fri, 19 Apr 2013 08:45:40 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14080 Questo pezzo è uscito sulla «Gazzetta del Mezzogiorno».

di Oscar Iarussi

Se c’è un’immagine sintetica ed espressiva della Puglia negli ultimi quattro o cinque lustri, essa è senza dubbio quella della regione di frontiera. Innescata dagli sbarchi albanesi del 1991 - al culmine nell’approdo della nave «Vlora» nel porto di Bari, un’icona dell’exodus novecentesco – la dimensione frontaliera resa evidente dall’emig razione clandestina fu un trauma che non tardò a essere elaborato in positivo, equivalse a uno choc provvidenziale, offrì un’occasione storica per affrancarsi da un meridionalismo glorioso, ma spesso vittimistico e inefficace. Non furono di poco conto, infatti, la percezione e quindi la consapevolezza della Puglia come una delle linee geopolitiche di confine nel mondo globale e reticolare, una terra fremente dell’incessante movimento di uomini e merci sprigionato dal crollo del Muro di Berlino. In particolare, cambiò radicalmente il punto di vista: era strabico e fallace continuare a ritenere che la stella polare dello sviluppo coincidesse sempre e soltanto con il Nord, con un’Italia settentrionale che in quegli anni si serrava nella agorafobia politica e negli arcaici riti «padani» della Lega.

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Questo pezzo è uscito sulla «Gazzetta del Mezzogiorno».

di Oscar Iarussi

Se c’è un’immagine sintetica ed espressiva della Puglia negli ultimi quattro o cinque lustri, essa è senza dubbio quella della regione di frontiera. Innescata dagli sbarchi albanesi del 1991 – al culmine nell’approdo della nave «Vlora» nel porto di Bari, un’icona dell’exodus novecentesco – la dimensione frontaliera resa evidente dall’emig razione clandestina fu un trauma che non tardò a essere elaborato in positivo, equivalse a uno choc provvidenziale, offrì un’occasione storica per affrancarsi da un meridionalismo glorioso, ma spesso vittimistico e inefficace. Non furono di poco conto, infatti, la percezione e quindi la consapevolezza della Puglia come una delle linee geopolitiche di confine nel mondo globale e reticolare, una terra fremente dell’incessante movimento di uomini e merci sprigionato dal crollo del Muro di Berlino. In particolare, cambiò radicalmente il punto di vista: era strabico e fallace continuare a ritenere che la stella polare dello sviluppo coincidesse sempre e soltanto con il Nord, con un’Italia settentrionale che in quegli anni si serrava nella agorafobia politica e negli arcaici riti «padani» della Lega.

«Scombussolati» o, se volete, «disorientati» rispetto alla tradizione della Puglia «porta d’Oriente», ci accorgemmo di essere diventati invece l’ultima spiaggia occidentale (o la prima) per centinaia di migliaia di persone in fuga dalle rovine economico-morali del comunismo. Mondo ex fu la felice definizione che lo scrittore Predrag Matvejevic adottò per il disgregarsi degli stati nazione non solo nei «suoi» Balcani. Ebbene, il «tempo del dopo» in Puglia trovava l’opportunità di un ricominciamento. Eravamo una terra promessa, una nuova America, anzi Lamerica, per dirla col titolo di un prezioso film di Gianni Amelio (1994).

In questi ultimi vent’anni le visioni della Puglia di frontiera si sono nutrite di contributi laici e cattolici, di saperi e di arti tesi – oltretutto – a sprovincializzare l’ine – dito protagonismo regionale, giacché metaforico di una condizione ben più larga, appunto, dell’ombra del campanile (sebbene non sempre vi siano riusciti). Come non ricordare, nei giorni del ventennale della morte, l’apporto di don Tonino Bello? Per il vescovo salentino l’idea della Puglia finis terrae s’incarna nel pacifismo operoso in ogni dove e nell’incontro con l’«altro», che davvero ricordano lo sguardo venuto dalla «fine del mondo» del papa Francesco. «Se noi non poggiamo la nostra vita sugli altri – diceva don Tonino – la facciamo cadere. L’unica condizione perché ci si mantenga in piedi è che il baricentro esca fuori di noi, che ci sia questo sbilanciamento». Inoltre, lungo gli anni Novanta e nei primi anni Zero, qui nacquero il «pensiero meridiano» del sociologo Franco Cassano, una serie di apporti originali in ambito culturale ed economico propiziati da un rinverdimento dell’impegno locale e non localistico di Casa Laterza (e di altri editori non solo pugliesi, da Donzelli a Dedalo), e talune forme di cittadinanza attiva precoci rispetto ai «girotondi» anti-berlusconiani di Nanni Moretti. E qui c’è stato un inedito fiorire della letteratura, del cinema e della musica, pregni di umori, suggestioni, idee mediterranei e frontalieri.

Sono esperienze per cui in Puglia a taluni parve addirittura lì lì per realizzarsi una variante della leggendaria «immaginazione al potere» invocata dai sessantottini parigini, nella stagione seguita alle prime vittorie elettorali del centro-sinistra di Michele Emiliano, due volte sindaco di Bari (2004 e 2009), e di Nichi Vendola, due volte presidente della Regione (2005 e 2010). La cosiddetta «primavera pugliese», nei promettenti anni d’esordio, irrompe su una scena regionale storicamente cauta e moderata, salvo l’infatuazione craxiana del capoluogo presaga di certi fatui decisionismi a venire.

L’affermarsi di un nuovo ceto politico corrisponde in realtà alla sua capacità di istituzionalizzare la brama ardente delle storie di frontiera. La Puglia in cui forse il genio di Ennio Flaiano si sarebbe specchiato, perché come lui «con i piedi fortemente poggiati sulle nuvole», ha sognato e fatto sognare. E ha realizzato dei progressi innegabili, del resto incorniciati negli ultimi due-tre anni da una sorta di «alleanza» strisciante fra centro-sinistra e centro-destra regionali, parimenti interessati a difendersi dagli eccessi di rigore del governo centrale e a farsi valere nella partita cruciale dei fondi europei. Ma oggi tutto ciò è ancora in corso? Lo scenario resta valido o è mutato? Senza che gli osservatori (gli intellettuali, i politici, l’opinione pubblica stessa) se ne accorgessero, oppure accorgendosene senza dirlo per viltà, ignavia, connivenza, siamo da tempo in un’altra stagione. Stavolta è la politica a offrire segnali che suonano come conferme: i recenti risultati elettorali pugliesi, certo, sfavorevoli a chi ha governato dal 2004-2005 in avanti; e la scelta simbolica di Bari per l’ultimo comizio di Silvio Berlusconi, che il sindaco Emiliano ha tentato probabilmente di esorcizzare col suo discusso striscione di benvenuto al Cavaliere. Né ha molto senso, riteniamo, meditare interventi di restauro della «primavera pugliese » o vagheggiarne una paradossale restaurazione.

Non risulta interessante – nel quadro che ci preme di più: l’identità della nostra terra – scrutare le imperscrutabili contingenze del ceto politico, il destino dei suoi personaggi e le relazioni fra loro. Intanto la Puglia che fu del cinema di frontiera degli Amelio, Olmi, Winspeare oggi sembra paga di se stessa. Le sue bellezze paesaggistiche fanno da sfondo, in questi giorni su Canale 5, ad alcune puntate della saga infinita di Beautiful, girate tra Polignano a Mare e Alberobello. Perfette locations, per carità, che è legittimo valorizzare. Ma eravamo partiti dalla «Vlora» e siamo arrivati ai matrimoni vip in masseria. C’era una volta Lamerica, qualcosa è cambiato. Vogliamo dircelo?

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Sede Vagante – I media e il Vaticano/2 https://minimaetmoralia.it/giornalismo/media-vaticano-2/ https://minimaetmoralia.it/giornalismo/media-vaticano-2/#respond Wed, 03 Apr 2013 09:21:58 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13832 Qui la prima parte. (Fonte immagine: PontifEX (2013), documentario di Emiliano Sacchetti, prodotto da Federico Schiavi.)

Nei discorsi che hanno accompagnato il cammino verso la recente elezione del nuovo pontefice è stato inevitabile che si facessero paragoni con "l'altra volta". Magari meglio circostanziato nei dibattiti televisivi, ma spesso per le strade chiamato semplicemente "l'altra volta", il lungo calvario di Giovanni Paolo II e la successiva elezione di Benedetto XVI rappresentano l'eterno paradigma dell'evento epocale per eccellenza. I numeri possono dare un'idea delle differenze tra le due successioni: Wojtyla fu ricoverato una prima volta il 1 febbraio 2005 e morì il 2 aprile successivo; le esequie furono celebrate l'8 aprile, il conclave si svolse il 18 e il 19, l'intronizzazione di papa Ratzinger avvenne il 24 aprile. Un totale di 83 giorni, contro i soli 37 trascorsi dall'annuncio di dimissioni di Benedetto XVI alla messa di insediamento di Francesco. Va considerato inoltre che nel 2005 il cambiamento di pontefice avveniva dopo quasi 27 anni, dall'ottobre del 1978.

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Qui la prima parte. (Fonte immagine: PontifEX (2013), documentario di Emiliano Sacchetti, prodotto da Federico Schiavi.)

Nei discorsi che hanno accompagnato il cammino verso la recente elezione del nuovo pontefice è stato inevitabile che si facessero paragoni con “l’altra volta”. Magari meglio circostanziato nei dibattiti televisivi, ma spesso per le strade chiamato semplicemente “l’altra volta”, il lungo calvario di Giovanni Paolo II e la successiva elezione di Benedetto XVI rappresentano l’eterno paradigma dell’evento epocale per eccellenza. I numeri possono dare un’idea delle differenze tra le due successioni: Wojtyla fu ricoverato una prima volta il 1 febbraio 2005 e morì il 2 aprile successivo; le esequie furono celebrate l’8 aprile, il conclave si svolse il 18 e il 19, l’intronizzazione di papa Ratzinger avvenne il 24 aprile. Un totale di 83 giorni, contro i soli 37 trascorsi dall’annuncio di dimissioni di Benedetto XVI alla messa di insediamento di Francesco. Va considerato inoltre che nel 2005 il cambiamento di pontefice avveniva dopo quasi 27 anni, dall’ottobre del 1978.

Giovanni Paolo II era semplicemente “il papa”: per anni durante il pontificato di Benedetto XVI abbiamo continuato tra colleghi a ricordare i giorni della malattia di Wojtyla con l’espressione “durante il papa”, come se “il papa” non fosse una persona ma un’entità collettiva dentro cui eravamo tutti contenuti, persone, televisioni, città. Durante l’esposizione della salma del pontefice polacco la fila dei pellegrini per entrare in Basilica raggiunse i 5 km di lunghezza, la Protezione Civile prese in mano le operazioni in pieno stile Guido Bertolaso, con sommozzatori, elicotteri, tensostrutture. Ricordo che il giorno delle esequie il traffico era chiuso in quasi tutta la città, regalandomi l’allucinazione di una via Prenestina vuota in un giorno settimanale, solo tre-quattro scooter temerari stretti a un semaforo, davanti una spianata libera come neanche ad agosto.

Da un punto di vista televisivo era una Sede Vacante pre-HD, le immagini erano nel modesto formato 4:3 e non lo slanciato 16:9 di oggi, la maggior parte delle TV ancora lavorava con le cassette, poco computer, niente ftp (trasferimento file via internet) e le chiavette per navigare non esistevano. Otto anni fa neanche l’iPhone esisteva, cosa che ha permesso a un fotografo di fare il confronto tra una folla a Piazza S. Pietro nel 2005 e una nel 2013: la prima una selva di nuche nella notte bagnata dalla luce dei lampioni vaticani, la seconda un mare di display a perdita d’occhio, luminosissimi.

Si può dire che l’evento del 2005 sia stato più grande della copertura televisiva ricevuta, la massa di persone riversatasi su Roma ben superiore a quella di quest’anno, la reazione popolare più sofferta: lì si è trattato di un lutto, qui di un cambio della guardia. Poi un conclave non accadeva da moltissimi anni, e molto del fascino delle manovre cardinalizie ha a che fare con la rarità con cui si manifestano.

Il comignolo, la fumata, l’assemblea nella Cappella Sistina, l’extra omnes: tutti rituali avvolti in un esoterismo dovuto alla loro eccezionalità. E noi tutti lì ad ammirare il loro manifestarsi, il maestro di cerimonie che chiude le porte della Sistina, gli esperti di Vaticano a elucubrare sul rinchiudersi dei cardinali in una perenne seduzione per l’ancestrale, con una spruzzata di Dan Brown. In fondo un banale consiglio dei ministri si svolge in modo simile: alle TV è in genere concesso di filmarne uno all’anno, per fare il cosiddetto “giro di tavolo” con i componenti del governo seduti assieme, prima che la riunione abbia ufficialmente inizio e i cine-foto operatori (come ancora teneramente vengono chiamati dagli uffici stampa parlamentari) vengano gentilmente fatti uscire dalla sala.

Lo stesso che accade al momento dell’extra omnes, pronunciato dal maestro di cerimonie ancora in mezzo ai cardinali assisi, per poi procedere solennemente verso l’ingresso e chiudere l’accesso alla Sistina. Con uno zoom all’indietro la diretta televisiva ci ha mostrato un fiume di preti, suore, fotografi e cameraman uscire, e poi ha stretto di nuovo sulla chiusura del portone, con un suono per descrivere il quale vale la pena rispolverare il termine clangore. Dopo detto clangore l’inquadratura ha cominciato a fluttuare verso l’alto, con una lenta progressione che ha sfiorato gli affreschi della sala antistante la Sistina, raggiungendo un finestrone sul quale ha lentamente sfocato e in dissolvenza è passata a mostrare il tetto della Sistina da fuori, con il comignolo in bella vista. Splendida prova di misticismo cablato.

Il fervore registico del Centro Televisivo Vaticano ha anche prodotto un momento al limite del sacrilego: subito prima che il nuovo pontefice si manifestasse alla folla, mentre le tende del balcone erano state richiuse dopo l’annuncio dell’Habemus Papam, la diretta ufficiale ha mostrato per una manciata di secondi papa Francesco che lasciava la Sistina appena vestito di bianco (qui, al minuto 11:18). Poi bruscamente le immagini sono tornate sul balcone, le tende si sono aperte e il pontefice è apparso. In sostanza il nuovo papa è stato mostrato in diretta televisiva ancor prima che si concedesse alla folla, un eccesso di zelo mediatico del quale deve forse essersi resa conto la stessa regia dell’evento, che su quella scena privata è rimasta così poco da far pensare a un pentimento.

Simile profluvio di narrazione d’altronde asseconda la richiesta di partecipare, osservare, commentare: una secolarizzazione delle pratiche politiche vaticane a uso di un apparato mediatico che vuole giocare a fare l’insider, approfittando dell’illusione di un momento in cui tutte le persone sembrano unite in uno stesso afflato: le fotografie delle suore che esultano come fan sfegatati, le fotografie dei cardinali che arrivano in bici o che armeggiano con il blackberry, le infinite rubriche sui segreti vaticani.

Il trionfo dei salotti televisivi, come quello di repubblica.it dallo sgraziato nome Teleconclave, dove per giorni vari esperti hanno speculato sulle scarpe rosse griffate Prada che papa Francesco non avrebbe più indossato, oppure sul buonasera bergogliano, letto come un segno di laicità provocatoria con echi addirittura della canzone “Buonasera signorina”, un allure da Clark Gable e Sofia Loren. Tutto un ragionare lievemente birichino a scoperchiare infiniti segreti di Pulcinella, la condanna a dover produrre analisi a getto continuo per riempire la diretta, cercando di combinare una postura da giornalismo di osservazione con un’innegabile seduzione per la gigantesca macchina celebrativa,e infine avvertendo che no, non possiamo aspettarci un papa grillino.

Sotto questo tappeto di immagini e parole, per le strade risulta più arduo comprendere ciò che si osserva. Ricordo ad esempio la domenica precedente all’inizio del conclave, quando tradizione vuole che i cardinali celebrino messa nella chiesa romana di cui sono titolari. Una diaspora di potenziali pontefici in giro per la città, tutti da aspettare all’arrivo alla parrocchia per strappargli un saluto o chissà cos’altro, chiese intasate di giornalisti, sotto una pioggia torrenziale. Dentro corrispondenti parlano alle telecamere camminando tra i banchi, intervistano fedeli prima e durante la messa, facendo lo slalom tra un offertorio e una confessione.

Finito di assistere alla terza messa della giornata esco su Via della Conciliazione, le luci del viale che si riflettono sui sampietrini lucidi, la basilica che splende imperturbabile, mentre sotto i tanti portici vaticani vedo barboni che sistemano i giacigli sopra decine di metri di cavi che alimentano le piattaforme per le televisioni. Scampoli di una carità cristiana che permette il bivacco a quelle creature ai margini, meglio tollerate di noi operatori dell’informazione, che passiamo il tempo a discutere con carabinieri e polizia su cavalletti che non si possono usare (“occupazione di suolo pubblico”, il mantra ripetuto), e sui continui salti di frontiera tra stato italiano e Città del Vaticano di quel pugno di strade.

Mi guardo intorno e penso che una delle cose che non permette di guardare nel giusto modo il pianeta Vaticano sia proprio la crudele bellezza della basilica e delle sue propaggini, quell’unione di armonia, pesantezza, eternità. Visione inamovibile, che lascia senza fiato e toglie senso alle speculazioni sui cambiamenti, la modernità, il pauperismo del nuovo millennio. Svettano come una realtà che non muterà mai, tonnellate di marmo perfetto che sopravviveranno a tutti noi.

Un paio di anni fa sono stato a Yamoussoukro, la capitale amministrativa della Costa d’Avorio, e mentre entravamo in città all’improvviso è comparsa in lontananza una forma gigantesca, talmente grande da non riuscire a intuirne le reali dimensioni. Era la cupola della basilica Nostra Signora della Pace, voluta alla fine degli anni ’80 dal padre della patria Félix Houphouët-Boigny a un costo spropositato, da molti ritenuto scandaloso viste le condizioni del paese. Gli ivoriani sono fieri di descriverla come la più grande chiesa cattolica del mondo, anche se non è chiaro se il primato le appartenga davvero. Eretta su una spianata tuttora deserta, la basilica si presenta come un’aberrante replica di San Pietro: lo stesso doppio colonnato che abbraccia la piazza, la stessa forma della cupola con forti reminiscenze dei motivi michelangioleschi, qui espressi con un’economia di forme che ricorda i rendering degli architetti. Un trionfo della volontà in mezzo al nulla, un’astronave di simulacri cattolici planata su una città in divenire.

Nei giorni di escalation vaticana, mentre ascoltavo molte persone interrogarsi su cosa rappresenti per noi il sorriso di papa Francesco, più volte il mio pensiero è tornato alla basilica di Nostra Signora. Sommerso da pullman di turisti e pellegrini, negozi di souvenir e scorci di colonnato, mi sono chiesto se non fosse stato meglio trovarci di fronte quell’arido cupolone macrocefalo ben venti metri più alto dell’originale, privo dell’ammaliante splendore creato da alcuni tra i più grandi artisti mai esistiti. Così avremmo avuto di fronte un maldestro doppelgänger,nudo nella sua prepotenza che esprime solo potere, e non la bellezza sovrana della casa di Pietro, che da secoli siamo costretti a ammirare.

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Via della Conciliazione https://minimaetmoralia.it/religione/papa-francesco/ https://minimaetmoralia.it/religione/papa-francesco/#comments Mon, 25 Mar 2013 15:59:46 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13736 Lo dico subito: sono anticlericale e continuerò ad esserlo, come molti italiani di mezza età costretti a subìre sin dall’infanzia scolastica le angherie della madre superiora, che per punizione ti costringeva ogni mattina a far recitare la preghiera al resto della classe perché già allora al Cristo di Zeffirelli preferivi quello di Jesus Christ Superstar, e lo scrivevi nei temi, divenendo per la maestra la prova provata di come il maligno si insinui nei giovani cuori indifesi. Poi leggi la storia e il diciannovesimo canto dell’Inferno dantesco; leggi di Giordano Bruno, di Galileo, e delle persecuzioni contro gli eretici. Infine tanta Dc, la banda Marcinkus e vari preti pedofili hanno completato il cerchio.

Immaginate quindi quale sorpresa nel ritrovarmi martedì mattina, appena tornato da un viaggio in Africa, a far suonare la sveglia di buon'ora per vestirmi e uscire in fretta verso via della Conciliazione. Camminavo e pensavo se fossi diventato matto, se si trattasse di una crisi di coscienza, se la vecchiaia avanzasse implacabile, e la paura della morte cominciasse minacciosa a bussare alla porta; se anche il mio destino fosse quello di nascere incendiario e morire pompiere. Poi sono arrivato a destinazione, e ho capito che non era niente di tutto questo.

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Lo dico subito: sono anticlericale e continuerò ad esserlo, come molti italiani di mezza età costretti a subìre sin dall’infanzia scolastica le angherie della madre superiora, che per punizione ti costringeva ogni mattina a far recitare la preghiera al resto della classe perché già allora al Cristo di Zeffirelli preferivi quello di Jesus Christ Superstar, e lo scrivevi nei temi, divenendo per la maestra la prova provata di come il maligno si insinui nei giovani cuori indifesi. Poi leggi la storia e il diciannovesimo canto dell’Inferno dantesco; leggi di Giordano Bruno, di Galileo, e delle persecuzioni contro gli eretici. Infine tanta Dc, la banda Marcinkus e vari preti pedofili hanno completato il cerchio.

Immaginate quindi quale sorpresa nel ritrovarmi martedì mattina, appena tornato da un viaggio in Africa, a far suonare la sveglia di buon’ora per vestirmi e uscire in fretta verso via della Conciliazione. Camminavo e pensavo se fossi diventato matto, se si trattasse di una crisi di coscienza, se la vecchiaia avanzasse implacabile, e la paura della morte cominciasse minacciosa a bussare alla porta; se anche il mio destino fosse quello di nascere incendiario e morire pompiere. Poi sono arrivato a destinazione, e ho capito che non era niente di tutto questo.

A portarmi davanti la basilica di San Pietro era stata una insostenibile curiosità bi-direzionale: vedere chi c’era, e vedere il nuovo Papa da vicino. Mi sono così ritrovato insieme a centinaia di migliaia di persone con le quali sino a poco tempo fa pensavo non avrei mai avuto niente da condividere, e che invece ora sentivo prossime, quasi complici, senza più provare quell’imbarazzo che mi aveva accompagnato sin lì. Guadagnate poco a poco le transenne, il mio stato d’animo si faceva sempre più chiaro, ed era uno stato d’animo sereno, pacato, pacifico.

Erano state le prime parole e i primi gesti di papa Francesco, nei giorni precedenti la grande kermesse dell’intronizzazione, ad aver fatto scattare in me la scintilla, quella curiosità attiva per certi versi simile al credo di Tommaso, il santo che voleva toccare con mano. Ecco, la chiave di volta era stata questa: voler rendermi conto di persona se quel papa fosse veramente ciò che lasciava intendere: un papa diverso, un papa vero. Un papa normale.

Non sono rimasto deluso. Non tanto e non solo perché il Pontefice fermava la sua macchina senza vetri a ogni metro, distribuendo carezze e sorrisi a tutti; ma soprattutto perché i volti e gli occhi dei fedeli sembravano avere una luce nuova e antica allo stesso tempo, la luce della speranza e del desiderio di ritrovare un punto di riferimento, una guida spirituale. Un uomo di cui potersi fidare.

Quanto poco è bastato a questo papa per conquistare tutti. Pochi gesti che richiamano i valori fondamentali della Chiesa cattolica, e poche parole per ricordare, ad esempio, che il guardare al nostro prossimo come a un fratello e il rivolgersi verso l’altro con cortesia e rispetto sono azioni che dovrebbero rientrare nella banale quotidianità di ciascuna esistenza.

Sia chiaro che siamo agli inizi, e molto cammino c’è fare. Lo aspettiamo al varco dei diritti civili, delle unioni civili, o della insoluta quaestio sul testamento biologico. Su questi temi noi rimaniamo l’Italia, Stato laico, loro lo Stato Vaticano: niente ingerenze, please. A ciascuno il suo.

Però intanto qualcosa si muove e non era così scontato, neanche dopo la clamorosa rinuncia di Ratzinger, manifestazione esplicita di tutto il marcio che vegeta dentro le mura vaticane: la sostituzione del presidente dello Ior appena ventiquattr’ore dopo le sue dimissioni, sta lì a dimostrare inequivocabilmente l’essenza del peggior secolarismo accumulato nel tempo dalla curia di Roma.

E adesso? Adesso aspettiamo. Aspettiamo decisioni ben più importanti del rifiutare la scorta, le scarpette rosse o un anello d’oro. Ma la strada, finalmente, torna ad essere quella della retta via. Il primo servitore di Cristo deve dare l’esempio, e gli altri, a partire da quel clero indegno, colpevole di intrighi, ricatti e giochi di potere, si devono adeguare.

Papa Francesco, proveniente dal Sud del mondo, e che di quel Sud sembra aver ereditato e conservato semplicità e umiltà, è apparso all’improvviso come l’uomo giusto al posto giusto, arrivato giusto in tempo per tornare a infondere energie vitali a chi le aveva perdute.

Speriamo non ci deluda.

Speriamo non gli facciano fare la fine di Papa Luciani.

Amen.             

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Sede Vagante – I media e il Vaticano/1 https://minimaetmoralia.it/giornalismo/media-vaticano/ https://minimaetmoralia.it/giornalismo/media-vaticano/#comments Mon, 18 Mar 2013 16:18:29 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13629 (Fonte immagine: Peter Macdiarmid/Getty Images.)

Quando guardiamo distrattamente un'edizione di un telegiornale e ci si presenta uno di quei servizi fatti di immagini di titoli di prime pagine, riprese generiche di traffico e passanti in centro città, difficilmente ci chiediamo da dove vengano, e come siano state realizzate. Come l'incedere delle colonne sonore di molti film, sono lì per non essere registrate, un sottofondo che serve soltanto a ambientare le parole pronunciate dal giornalista che firma il servizio, a dargli sostegno. Charlie Brooker, di cui si parla molto in questo periodo per la sua serie TV Black Mirror, in cui ogni episodio immagina un modo diverso in cui la vita umana prossimo-futura possa venire stravolta dall'uso della tecnologia, nel 2009 aveva dedicato un intero programma di due stagioni a decodificare come vengono create e diffuse le news, chiamato Newswipe.

Un segmento di un episodio, dal titolo How to Report the News e confezionato come il classico servizio costume & società, apriva con scene dalla city di Londra, seguite da Brooker in veste di corrispondente che parla in strada e poi dalle famigerate riprese dei passanti, il tutto accompagnato dalla sua voce che diceva: "Comincia qui, con una sciatta immagine di apertura di un qualche luogo significativo. Poi un preambolo enunciato dall'autore camminando verso l'obiettivo, ribadendo ogni cosa detta con un gesto della mano e ignorando tutti gli idioti che ciondolano attorno a lui, come se fluttuasse dentro Matrix, prima di fermarsi e fare una domanda: 'E adesso?' ".

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(Fonte immagine: Peter Macdiarmid/Getty Images.)

Quando guardiamo distrattamente un’edizione di un telegiornale e ci si presenta uno di quei servizi fatti di immagini di titoli di prime pagine, riprese generiche di traffico e passanti in centro città, difficilmente ci chiediamo da dove vengano, e come siano state realizzate. Come l’incedere delle colonne sonore di molti film, sono lì per non essere registrate, un sottofondo che serve soltanto a ambientare le parole pronunciate dal giornalista che firma il servizio, a dargli sostegno. Charlie Brooker, di cui si parla molto in questo periodo per la sua serie TV Black Mirror, in cui ogni episodio immagina un modo diverso in cui la vita umana prossimo-futura possa venire stravolta dall’uso della tecnologia, nel 2009 aveva dedicato un intero programma di due stagioni a decodificare come vengono create e diffuse le news, chiamato Newswipe.

Un segmento di un episodio, dal titolo How to Report the News e confezionato come il classico servizio costume & società, apriva con scene dalla city di Londra, seguite da Brooker in veste di corrispondente che parla in strada e poi dalle famigerate riprese dei passanti, il tutto accompagnato dalla sua voce che diceva: “Comincia qui, con una sciatta immagine di apertura di un qualche luogo significativo. Poi un preambolo enunciato dall’autore camminando verso l’obiettivo, ribadendo ogni cosa detta con un gesto della mano e ignorando tutti gli idioti che ciondolano attorno a lui, come se fluttuasse dentro Matrix, prima di fermarsi e fare una domanda: ‘E adesso?’ “.

Tutti quei servizi descritti da Brooker come inutili sono regolarmente prodotti, ogni giorno in tutto il mondo, da network e agenzie che devono coprire storie ininterrottamente, a prescindere se queste offrano immagini o meno. Un esempio è stata la crisi finanziaria degli ultimi anni, che a parte tutti quei giorni in cui manifestazioni e proteste la rendevano visibile materialmente, si presentava come un mantra quotidiano di indici di borsa e tassi che salivano e scendevano. Ma l’obbligo di coprire rimaneva comunque, e allora di fronte al difficile compito di raccontare l’andamento quotidiano dello spread, ecco un fiorire di riprese di prime pagine di giornali, schermi di computer, interviste lampo con il primo analista finanziario disponibile.

Le prime pagine dei giornali: da lì può cominciare la giornata di una troupe televisiva, magari durante un fine settimana all’indomani dell’ennesimo downgrade inflitto da Fitch o Moody’s (i downgrade vengono crudelmente annunciati quasi sempre di venerdì sera). Due persone si incontrano in redazione la mattina presto, mentre la città ancora dorme, e dispongono su un tavolo un tappeto di quotidiani, scelgono le pagine da filmare, i panning da fare con la telecamera da un titolo a una foto significativi. Quella sarà la fragile base del loro servizio, che magari dovrà essere finito e trasmesso entro l’ora successiva (il downgrade è ormai notizia vecchia di mezza giornata), e che verrà integrato da una serie di scene metropolitane girate velocemente nel primo incrocio o piazza, dove ai commenti dell’analista probabilmente verranno aggiunte le impressioni dell’uomo della strada, altrimenti dette vox pop.

Il modus operandi di base appena descritto poi viene periodicamente ripensato all’interno di coperture più ampie e diversificate, a seconda di quanto la storia sia grande, quanto offra sviluppi, angoli, immagini. Recentemente Roma ad esempio è stata al centro dell’informazione mondiale per le dimissioni di Benedetto XVI e l’elezione del nuovo papa Francesco. La saga si è svolta nell’arco di circa un mese, dall’11 febbraio giorno dell’annuncio di resa di Ratzinger, fino al 13 marzo sera, quando l’ex cardinale Jorge Bergoglio è apparso timidamente al balcone per augurare buonasera al mondo intero.

I giornalisti accreditati dal Vaticano sono stati circa 5600, per la gioia della microeconomia della Capitale, e nello specifico della zona di Prati che si stringe attorno a Città del Vaticano, dove alzando il naso si potevano scorgere decine di set televisivi allestiti in cima agli edifici che affacciano sul cupolone. Non è stato poi difficile trovare affacci per tutti alla fine, considerando che annunci improvvisati di offerte di affitto terrazzi si trovavano sui tergicristalli delle macchine sin dalla metà di febbraio.

Il copione dell’evento è stato pressappoco il seguente: in seguito all’annuncio di dimissioni fatto da Benedetto XVI (in latino), le due settimane successive sono state scandite dagli ultimi appuntamenti ufficiali del pontefice, prove generali di congedo che sono culminate nel giorno 28, quando il pontefice di lì a poco emerito ha salutato i cardinali ed è volato a Castel Gandolfo. La copertura dell’evento è stata realizzata dal Centro Televisivo Vaticano (CTV): fondato nel 1983 e cresciuto a dismisura negli anni, probabilmente spronato dal pontificato viaggiatore di Giovanni Paolo II, è l’organo ufficiale deputato all’emanazione dell’immagine del pontefice. In altre parole tutto quello che i media vedono di un papa viene dal CTV. Andate in un qualsiasi archivio di redazione e confrontate i filmati girati dalla stessa televisione e quelli che detta TV ha ricevuto dal CTV: da una parte vedrete una manciata di minuti tremolanti con il papa lontano trenta metri, dall’altra montaggi multicamera con dolly e dissolvenze.

Le dimissioni papali sono state un’operazione televisiva a dir poco impressionante, uno storyboard da kolossal. Nell’ordine: larghi del cortile di San Damaso dove si radunano preti suore e staff vaticano assortito, motorcade papale che si dispone al centro del cortile, cardinali e vescovi che arrivano (il tutto con una fluida regia fatta di totali, primi piani tra la folla, riprese dall’alto), il pontefice che cammina lungo i corridoi verso l’uscita, accolto poi da uno stuolo di porporati. Salito in macchina e poi giunto alla piattaforma di decollo, alla vista di Benedetto da terra e dall’alto si sono uniti i controcampi su un palazzo di fronte, subito fuori dalle mura vaticane, dove dei fedeli lo salutavano con uno striscione, dopo di che Benedetto è salito sull’elicottero e c’è stato il decollo. Da lì in poi un tripudio di vedute aeree del velivolo che andava a incorniciarsi su ogni scorcio classico della Roma monumentale, a cominciare da un passaggio malinconico dietro il pennacchio della cupola di San Pietro e finendo con un volo d’angelo sopra il ventre vuoto del Colosseo.

Ma se lo script della sequenza avrebbe anche potuto concludersi in volo sopra le meraviglie dell’antichità, la realtà imponeva un altro finale, ed ecco allora le telecamere posizionate a Castel Gandolfo che ci mostrano l’elicottero che atterra, il pontefice che sale in macchina, l’arrivo alla residenza, la folla che attende nella piazza, poi stacco dentro il palazzo, con Benedetto che attraversa stanze e saloni per arrivare al balcone, mentre lo vediamo sia da dentro che da fuori il palazzo che impartisce l’ultima benedizione prima della conclusione della sua vita pubblica. Un epilogo serale poi sigillerà la fine con la diretta della chiusura del portone della residenza papale, con telecamere al di qua e al di là dei bastioni vaticani che ci mostrano la chiusura del pontificato, con il passaggio di consegne tra le Guardie Svizzere e l’ordinaria gendarmeria vaticana.

Il bello di questa coreografata copertura televisiva è che quando il portone si chiude e le Guardie Svizzere rompono le righe, a sancire la sospensione delle loro mansioni causa assenza pontefice, noi siamo dentro, al di qua dei bastioni, stiamo osservando i primi secondi di Sede Vacante, e la sontuosa alta definizione delle immagini suggestiona al punto che mentre le banali divise da questurini della gendarmeria vaticana sostituiscono le fattezze da uccelli esotici delle guardie papali, sembra quasi di respirare un cambiamento d’aria, un calo di temperatura, un senso di mortalità sceso all’improvviso su quel luogo così immune al tempo che passa, indifferente alle intemperie della storia.

In fondo così vanno le cose, quando le storie sono ben scritte.

A questo punto si apre un nuovo capitolo della vicenda, nel senso che tutta la questione di passare da un papa all’altro da un punto di vista mediatico presenta un’alternanza di fasi: c’è un inizio dove la notizia esplode (l’inossidabile breaking news anglofono) e i media si affannano a reagire, non hanno immagini fresche e pronte a disposizione e devono realizzare dei servizi al più presto. Poi quando la storia prende corpo arrivano momenti come quello appena descritto, dove il papa si congeda e la TV ufficiale vaticana fornisce il piatto principale, attorno a cui le emittenti e agenzie aggiungono qualche contorno o condimento con interviste, scene generiche, side stories, etc.

Dopo di che inizia il cammino verso il conclave, dove gli operatori del’informazione televisiva vengono di nuovo lasciati soli e comincia la caccia a tutte le microstorie che gravitano attorno alle grandi manovre: si pedinano i cardinali, i pellegrini, i venditori di souvenir, i bookmaker inglesi in visita a Roma, i gruppi di protesta contro i crimini sessuali dei preti, i vaticanisti, si racconta l’arrivo dei vestiti papali, la preparazione della Cappella Sistina, gli alloggi dei cardinali, le operazioni di polizia. La storia più bella che ho sentito è probabilmente quella che hanno girato in Austria su un conducente di treno che si chiama Josef Ratzinger, e che ogni giorno al lavoro passa davanti a una cittadina che si chiama Marktl, proprio come quella dove è nato in Germania il papa omonimo (quasi, lui si chiama Joseph).

Magia dei nessi, nel news non se ne potrebbe mai fare a meno.

Lasciati soli senza un papa attorno a cui far girare il tutto, i network adesso vivono la loro propria Sede Vacante televisiva, dove al trono vuoto e alle congregazioni cardinalizie corrisponde una deflagrazione della storia in tutte le direzioni possibili (o disponibili), pericolosamente simile all’antico motto ‘non importa come se ne parli, purché se ne parli’.

(Fine prima parte)

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