Patrik Ourednik Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/patrik-ourednik/ un blog di approfondimento culturale Mon, 08 May 2017 12:24:32 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Patrik Ourednik Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/patrik-ourednik/ 32 32 Europeana, il viaggio nel Novecento di Patrick Ourednik https://minimaetmoralia.it/libri/europeana-viaggio-nel-novecento-patrick-ourednik/ https://minimaetmoralia.it/libri/europeana-viaggio-nel-novecento-patrick-ourednik/#comments Mon, 08 May 2017 12:24:32 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=34323 Questo pezzo è uscito su Linus, che ringraziamo.

Un’utile chiave di lettura di questo geniale e sfuggente libretto è fornita dal lavoro dell’autore, “traduttore e redattore di enciclopedie”, opportunamente riportato nella breve nota biografica. Patrik Ourednik è di origine ceca, vive in Francia dagli anni ottanta ed Europeana, tradotto in 25 lingue, è il suo maggiore successo. Già pubblicato da :duepunti, piccolo ma glorioso editore siciliano ormai defunto (credo), approda adesso a Compagnia extra, la bella collana diretta da Ermanno Cavazzoni e Jean Talon per Quodlibet, dove si pubblicano libri dalle forme strane, ludiche, sperimentali.

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Questo pezzo è uscito su Linus, che ringraziamo.

Un’utile chiave di lettura di questo geniale e sfuggente libretto è fornita dal lavoro dell’autore, “traduttore e redattore di enciclopedie”, opportunamente riportato nella breve nota biografica. Patrik Ourednik è di origine ceca, vive in Francia dagli anni ottanta ed Europeana, tradotto in 25 lingue, è il suo maggiore successo. Già pubblicato da :duepunti, piccolo ma glorioso editore siciliano ormai defunto (credo), approda adesso a Compagnia extra, la bella collana diretta da Ermanno Cavazzoni e Jean Talon per Quodlibet, dove si pubblicano libri dalle forme strane, ludiche, sperimentali.

Europeana è una storia del novecento come non l’avete mai letta (l’autore l’ha definita “dal di sotto”), qualcosa a metà tra l’atlante di Warburg, il collezionismo di benjaminiana memoria, e il “Dizionario dei luoghi comuni” di Flaubert. Un libro che forse è più difficile spiegare che descrivere. Quasi tutte le frasi iniziano con “E”: “E nel 1986 fu creata una bambola Barbie con la divisa a righe dei campi di concentramento”, “E i comunisti pensavano che la rivoluzione di ottobre avesse a tutti gli effetti messo fine alla storia perché…”. Un flusso di paratassi che annulla ogni ordine (anzitutto cronologico) e gerarchia, dove un evento come l’invasione della Polonia può trovarsi incastrato tra due frammenti eterogenei di storia culturale o sociale senza che né il primo né i secondi risultino fuori posto, mancando per l’appunto un criterio prestabilito.

Questa orizzontalità è paradossalmente sottolineata dalle rientranze nel corpo del testo dove brevi titoli o didascalie servono meno a fare ordine che a scimmiottarlo: piuttosto che farci capire di che si parla in quel punto, alla maniera di certi testi didattici, questi paragrafetti creano una serie di associazioni dal sapore dadaista. Apro a caso e ne leggo alcuni: “Le bande suonavano arie”, “I tedeschi confezionavano uniformi”, “Idee meschine”, “Il buco nero”, “Tutto è finzione”, “Il cervello è un ologramma”, “La bomba atomica”.

Il libro pare insomma una parodia della strutturata ratio gutenberghiana ed enciclopedica, alla quale viene sostituito un blob di fatti e avvenimenti il cui accostamento genera effetti stranianti. A ben vedere la libera associazione segue alcune tracce, almeno per qualche pagina. In mezzo a formule che tornano assurdamente secondo quello che potrebbe essere un principio ironico di ricorrenza poetica (“Il vento spettinava le spighe”), si riconoscono figure o grumi tematici intorno ai quali coagulano questi atomi di storia.

Per esempio l’eugenetica, le diverse forme di regressione culturale pre e post new age, le lingue universali, o la Shoah. Ma la curiosità del libro non è solo di ordine sintattico: anche il materiale stesso con cui è creato il montaggio solleva domande. Cosa sono questi frammenti? Da dove provengono? Di chi è la voce narrante? Qual è il punto di vista? Quale l’ideologia? Si direbbe (ed è l’aspetto più flaubertiano) che molto di quello che troviamo nel libro sia una rimasticazione di frasi fatte, un vociare indistinto colto dall’aria dei tempi e trasformato in una sorta di vetriloquismo storiografico.

Operazione che richiede una buona dose di conoscenze ma, soprattutto, di freddo disincanto. Non c’è molto di positivo in Europeana: ridicolo e tragico sono i due registri che dominano in questo inventario tematico di luoghi comuni, alternandosi senza soluzione di continuità e non di rado confondendosi l’uno nell’altro. Forse, alla fine, quello che si fa strada tra le pagine del novecento polverizzato di Ourednik, più che la storia, è la vanità tragicomica dei discorsi umani.

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Bibliografia delle pulci https://minimaetmoralia.it/societa/bibliografia-delle-pulci/ https://minimaetmoralia.it/societa/bibliografia-delle-pulci/#comments Sun, 15 Dec 2013 09:39:34 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=17063 Questo pezzo è uscito in versione ridotta su Repubblica. (Immagine: Waste Not, l'installazione dell'artista cinese Song Dong. Fonte immagine.)

Essere sonnambuli.

Non per le stanze di una casa ma all’estremità nord di una città, in una radura di settantamila metri quadri circondata dal ribollire della periferia. Vagare tra vicoli assediati da una moltiplicazione di forme, in un’emorragia di cose che sgorga da ogni bottega. Nel dormiveglia distinguere la giacca di un torero bambino, un ritratto di Platini che supera un avversario in dribbling, vecchi numeri di Paris Star e di Noir et Blanc, un lettore di diapositive Gaumont che somiglia al wall-e della Pixar, centinaia di automobiline parcheggiate dentro un cabarè per dolci. Avere la vaga certezza che tutto, lì e altrove, sia in vendita. Tutto acquistabile. Sentirsi sorgere nelle viscere gli impulsi apparentemente opposti all’accumulo e alla dispersione, la coscienza di una fame radicale e l’altrettanto radicale consapevolezza della sua insaziabilità.

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Questo pezzo è uscito in versione ridotta su Repubblica. (Immagine: Waste Not, l’installazione dell’artista cinese Song Dong. Fonte immagine.)

Essere sonnambuli.

Non per le stanze di una casa ma all’estremità nord di una città, in una radura di settantamila metri quadri circondata dal ribollire della periferia. Vagare tra vicoli assediati da una moltiplicazione di forme, in un’emorragia di cose che sgorga da ogni bottega. Nel dormiveglia distinguere la giacca di un torero bambino, un ritratto di Platini che supera un avversario in dribbling, vecchi numeri di Paris Star e di Noir et Blanc, un lettore di diapositive Gaumont che somiglia al wall-e della Pixar, centinaia di automobiline parcheggiate dentro un cabarè per dolci. Avere la vaga certezza che tutto, lì e altrove, sia in vendita. Tutto acquistabile. Sentirsi sorgere nelle viscere gli impulsi apparentemente opposti all’accumulo e alla dispersione, la coscienza di una fame radicale e l’altrettanto radicale consapevolezza della sua insaziabilità.

Il marché aux puches di Saint Ouen, a Parigi, è il più grande del mondo. Quindici diversi mercati che contengono centinaia di botteghe per un totale di duemila spazi di accumulazione e di vendita. Percorrendone la struttura alveolare ci si accorge che se la maggior parte delle botteghe tende alla specializzazione, capita di trovarne una in cui ogni logica ordinatrice è sospesa. Tutto giace accanto a tutto. Laddove la rinuncia a qualsivoglia classificazione è originaria e programmatica, allora ci si trova al cospetto di una cosmogonia. Il proprietario di queste botteghe onnivore è indiscutibilmente Esiodo: classificare, dice, è un’illusione. Così come è un’illusione pensare che il mercato delle pulci sia uno spazio. Al pari di quei luoghi che in realtà sono elenchi (le nursery, i cimiteri), Saint Ouen è un tempo umano: l’epoca in cui – come il principe di Salina che separa le pagliuzze d’oro della vita intensa dal mucchio enorme dell’esistenza combusta – passiamo in rassegna ciò che abbiamo accumulato per inventariare le pulci che teniamo dentro il cranio. Per dipanare il caos e inventargli una forma.

Quando le narrazioni vanno a passeggio per questi mercati generano pulci, fanno le pulci, provano ad addestrarle. Descrivono tanto l’impulso a disperdere quanto il bisogno di classificare. Aggrovigliano e dipanano.

Nel Don Giovanni di Mozart Lorenzo Da Ponte affida a Leporello l’enumerazione delle conquiste del suo padrone. Numeri, luoghi, tipologie muliebri: il catalogo brulicante delle «donnesche imprese» di Don Giovanni dovrebbe in teoria valere da monito rivelandosi invece qualcosa di simile a un magnete, un baratro nel quale ogni donna vuole precipitare.

Proprio di brulichio parla Roland Barthes a proposito delle «teste composte» di Arcimboldo, non a caso colui il quale ritrasse Rodolfo II – che nel ’500 archiviava mirabilia nelle sue Wunderkammer – in veste di Vertumno: «La mischia delle cose viventi disposte in un disordine stipato (prima di giungere alla intelligibilità della figura finale) evoca una vita tutta larvale, un pullulìo di esseri vegetativi». In termini analoghi potremmo descrivere l’esistenza pullulante e larvale del mercato di Saint Ouen, un brulichio immobile repulsivo e attraente. Con qualche dubbio sulla possibilità di una figura finale.

In Il gabinetto delle meraviglie di Mr Wilson Lawrence Weschler descrive il Museum of Jurassic Technology di Los Angeles: un luogo che esiste, non esiste, potrebbe esistere. Le sue meraviglie sono impossibili e necessarie tanto quanto lo spazio mitico che le ospita. Leggendo, per esempio, della formica stridulante resa folle da una spora si dubita di ciò che si legge, si desidera che l’inverosimile sia reale, si ammette che l’impossibile possa essere conservato in una teca di vetro. Prima si patisce e poi si gode di un’irriducibile ambiguità, la stessa indecidibilità tra vero e falso che governa la nostra memoria.

In Homer & Langley Edgar L. Doctorow si ispira alla cronaca per raccontare la storia di due fratelli. Affetti da disposofobia – l’accaparramento compulsivo di oggetti che non vengono né usati né gettati – i Collyer attraversano il ’900 ammassando nella loro casa tutto ciò che trovano. Il xx secolo è stato un tempo-spazio da ingombrare fino all’orlo, un’epoca dentro cui abbiamo accatastato di tutto, quello stesso caos regolato di episodi teoricamente irrilevanti rubricati da Patrik Ourednik in Europeana. Breve storia del xx secolo, centocinquanta pagine in cui, via via che vicende e aneddoti minutissimi vengono enumerati, il relitto del ’900 compare per un istante e poi scompare tra i flutti.

Se il tempo ha fatto naufragio ed è in frantumi allora dire le cose diventa un’azione imprescindibile.

Alla fine degli anni ’70 Georges Perec e il cineasta Robert Bober realizzano un documentario perlustrando l’isolotto abbandonato di Ellis Island (il filtro per il quale passava chi emigrava negli Stati Uniti). Quello che trovano è un caos di macerie. Se tempo e spazio si raggrumano, la scrittura si accosta al grumo e distingue. Nominando ciò che vede, in Ellis Island. Storie di erranza e di speranza Perec fa esistere le cose nella loro mite separatezza. Perché nominare è l’equivalente laico di una preghiera, un modo per affrontare il fantasma annidato nell’accumulo: la coscienza del fatto che ciò che c’è – chi c’è – se ne andrà via.

In Se mi lasci ti cancello – il film di Michel Gondry del 2004 – si mette in scena il bisogno profondamente terrestre di liberarsi, nel momento in cui ci si separa da qualcuno, di tutto ciò che si è accumulato nella memoria in relazione a quella persona. Si racconta cioè il bisogno di perderne la memoria. Ma nel momento in cui si constata che l’altro è penetrato dappertutto e che quindi perderne la memoria significherebbe perdere la memoria tout court, allora si reagisce, si interrompe il processo che condurrebbe all’oblio e si riconosce il proprio dolore come patrimonio irrinunciabile.

Il lutto è all’origine anche di Waste Not, l’installazione dell’artista cinese Song Dong. Alla morte del padre, Song Dong aiuta la madre ad affrontare il dolore della perdita scomponendo il contenuto ordinario della casa in cui i due coniugi avevano vissuto. Percorrendo l’installazione si osservano, ben compartimentati sul pavimento, gli oggetti accumulati negli anni: rocchetti di filo, tubetti di dentifricio spremuti, scarpe, vasellame, saponette, bacinelle. Un memorial degli oggetti domestici. Pur coerente con il monito di Mao a conservare e a riciclare, in Waste Not la parsimonia familiare si svincola da ogni contenuto sociopolitico (o, per tornare alla disposofobia, psicopatologico): non gettare via nulla, nel comporre il ritratto del tempo trascorso, è un comportamento di struggente tenerezza.

Nell’epoca abissale in cui «non gettare via nulla» prescinde dalle nostre intenzioni, quando accumulare indiscriminatamente e altrettanto indiscriminatamente essere accumulati è un tratto del contemporaneo (pensiamo soltanto alla quantità di dati digitali che ogni giorno assorbiamo e liberiamo nello spazio), vivere nel caos sereno di esistenze disposofobiche è la nostra comune fisiologica patologia.

E dunque.

«Chiama le cose perché restino con te fino all’ultimo», scrive Gianni Celati in Verso la foce. Nella rêverie dell’esistenza, girovagando sonnambuli per i nostri intrapsichici marché aux puches, non c’è altro da fare che questo: percepire, discernere, dare nomi.

Addestrare le pulci.

Insegnare loro a parlare.

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Patrik Ourednik: la voce che parla nella lacuna https://minimaetmoralia.it/libri/patrik-ourednik-la-voce-che-parla-nella-lacuna/ https://minimaetmoralia.it/libri/patrik-ourednik-la-voce-che-parla-nella-lacuna/#comments Tue, 27 Sep 2011 07:02:13 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5269 Questo pezzo è uscito su Repubblica. di Giorgio Vasta Cinque uomini in una stanza. Dal soffitto penzola una lampadina, sul pavimento di legno ci sono alcune sedie, più in là una pendola ferma alle undici e cinquantacinque. Da qualche parte c’è anche una porta di cui non si sa bene cosa fare, se spingerla o […]

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Questo pezzo è uscito su Repubblica.

di Giorgio Vasta

Cinque uomini in una stanza. Dal soffitto penzola una lampadina, sul pavimento di legno ci sono alcune sedie, più in là una pendola ferma alle undici e cinquantacinque. Da qualche parte c’è anche una porta di cui non si sa bene cosa fare, se spingerla o tirarla a sé, una porta alla quale fra l’altro manca la maniglia. Fuori dalla stanza non c’è più niente, il mondo si è dissolto e ai cinque uomini non resta che farsi domande – seriamente oziose, oziosamente serie – sulla fine del mondo. Questa la premessa, essenziale e stilizzata, del nuovo libro di Patrik Ourednik. Un autore inclassificabile – praghese del 1957, dal 1983 residente a Parigi, traduttore e redattore di enciclopedie, in Italia ancora relativamente percepito mentre in altri paesi costituisce un punto di riferimento – che qualche anno fa con Europeana. Breve storia del XX secolo (:duepunti edizioni 2005, tradotto in oltre venti lingue) ci ha consegnato un testo capitale per la comprensione di quel caos al contempo autodistruttivo e fertilissimo che è stato il Novecento, un racconto brulicante di fenomeni che aderendo a un moto elicoidale costruisce in centocinquanta pagine una specie di Dna del secolo appena trascorso.
Con Oggi e dopodomani. Discorsi di cinque sopravvissuti (sempre edito da :duepunti edizioni, traduzione e adattamento di Andrea L. Carbone e dello stesso autore) Ourednik si concentra nuovamente, questa volta nella forma della pièce teatrale, sui temi che sembrano valere come passione motrice della sua riflessione e della sua scrittura: le forme del tempo, i termini nei quali ne facciamo esperienza, il desiderio di fabbricare qualcosa, dentro al tempo, e l’impulso umano (a quanto pare incoercibile) verso un cupio dissolvi, il tragicomico strutturale di ogni intenzione terrestre, l’indistinguibilità di fine e inizio, di genesi e apocalisse. Tanto che i cinque sopravvissuti alla catastrofe (fra l’altro, come loro stessi rilevano, una catastrofe di profilo umilissimo, esteticamente riprovevole, squallida e disarmata: nessun “sole in agonia, cielo disseminato di meteoriti, masse in preda al panico”: l’umano non è all’altezza neppure della propria fine), se da un lato sono – o suppongono di essere – i superstiti, dunque coloro i quali esistono postumi, proprio per questo, se soltanto riuscissero a fecondare qualcuno o qualcosa, sarebbero i nuovi progenitori; a loro, dunque, toccherebbe domandarsi se “dopo quello che ha passato l’umanità” avrebbe senso far ricominciare tutto da capo. Attraverso un reticolo di dialoghi implacabilmente umoristici tra personaggi sradicati – teneri e inermi, stupidi o intelligenti ma sempre inutilmente intelligenti – Ourednik ci chiarisce che la fine del mondo è il gioco di società (del resto lo si gioca discutendo intorno a un tavolo) più comicamente perverso che siamo stati in grado di inventarci, un azzeramento temuto eppure desiderato, un bisogno di oblio e un’illusione di palingenesi. In questo modo, una pagina dopo l’altra, si va componendo l’equivalente, in ambito letterario, di un grafico della fine: della sua psicologia, delle necessità e dei terrori a cui prova a rispondere.
Da un lato, mentre viviamo immersi in un flusso disorganico di eventi, la fine è funzionale al tentativo umano di misurare il tempo per estrarne – o meglio, considerata la resistenza che oppone, per estirparne – una forma e una possibilità di comprensione ultima (“E, grazie a me, ci sarà il verbo anche alla fine”, dice un personaggio). Dall’altro lato, a un certo punto ai cinque sopravvissuti sorge un dubbio: e se la fine del mondo fosse già avvenuta? Se fosse avvenuta tutte le volte in cui è stata immaginata? Se fosse cioè intessuta al quotidiano, non un vertice estremo ma parte integrante del nostro modo di pensare al tempo? A quel punto si dovrebbe capire cosa significano le nostre esperienze emotive – cosa significa la nostra paura, la psicologia millenaristica – nel momento in cui temiamo qualcosa che non è là da venire ma è già stato e continua a esserci.
Forse dobbiamo allora ragionare sul senso della frase che un paziente psicotico disse a Donald Winnicot: “Ho paura di una catastrofe che ha già avuto luogo.” Ovvero: il confine che separa il tempo dal suo collasso è già stato varcato e non ce ne siamo resi conto, la fine del mondo è l’esperienza di un passato sempre presente che non abbiamo mai saputo metabolizzare. È qualcosa che è venuto meno, una lacuna. La stessa lacuna con cui i personaggi di Ourednik si confrontano quando fanno i conti con la porta che conduce (che condurrebbe) fuori. “La storia dell’umanità è piena zeppa di invenzioni di ogni genere. Lo sgabello del ciabattino, la cruna dell’ago, la ruota, il paracadute, lo scafandro […]
L’immaginazione umana è insaziabile.” Eppure l’immaginazione umana “ha dimenticato di inventare la maniglia della porta.” Tra la fine e il fine permane uno scarto irriducibile. Manca un senso che faccia da tessuto connettivo. La letteratura – e quella di Ourednik ne è un esempio splendido – è la voce che parla nella lacuna.

Leggi la recensione di Giorgio Vasta a Europeana.
Leggi l’intervista a Patrik Ourednik su Nazione Indiana.

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