Paul Gauguin Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/paul-gauguin/ un blog di approfondimento culturale Wed, 18 Jun 2014 09:20:01 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Paul Gauguin Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/paul-gauguin/ 32 32 Letteratura e calcio https://minimaetmoralia.it/libri/letteratura-e-calcio/ https://minimaetmoralia.it/libri/letteratura-e-calcio/#comments Wed, 18 Jun 2014 09:20:01 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21590 Questo pezzo è uscito su Pagina 99.

di Francesca Serafini

“Raccogliere scritti sul calcio è un po’ come raccogliere conchiglie in riva al mare: ne trovi sempre, ogni mareggiata ne porta di nuove, e ciascuno se ne può sbalordire come fosse la prima volta”. Esordiva così Sandro Veronesi nella sua Prefazione a “Panta Calcio” (Bompiani, da qui in poi PaC), uscito alla vigilia dei Mondiali di Francia del 1998. A distanza di sedici anni, proprio quando ci prepariamo a barattare ore di sonno con le emozioni di un altro campionato a molti fusi orari da qui, la similitudine è tanto più valida perché ad arricchire il panorama di scritti calcistici di vario tipo che continuano a essere pubblicati su quotidiani, riviste o libri, ora ne circolano molti altri anche in rete, nei siti (come www.ultimouomo.com) o nei blog (come www.lacrimediborghetti.com) che sono sorti nel frattempo.

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99. (Immagine: Slinkachu. Fonte)

di Francesca Serafini

“Raccogliere scritti sul calcio è un po’ come raccogliere conchiglie in riva al mare: ne trovi sempre, ogni mareggiata ne porta di nuove, e ciascuno se ne può sbalordire come fosse la prima volta”. Esordiva così Sandro Veronesi nella sua Prefazione a “Panta Calcio” (Bompiani, da qui in poi PaC), uscito alla vigilia dei Mondiali di Francia del 1998. A distanza di sedici anni, proprio quando ci prepariamo a barattare ore di sonno con le emozioni di un altro campionato a molti fusi orari da qui, la similitudine è tanto più valida perché ad arricchire il panorama di scritti calcistici di vario tipo che continuano a essere pubblicati su quotidiani, riviste o libri, ora ne circolano molti altri anche in rete, nei siti (come www.ultimouomo.com) o nei blog (come www.lacrimediborghetti.com) che sono sorti nel frattempo.

Orientarsi non è semplice: soprattutto se si è in cerca di bellezza; dal momento che la suggestione del tema non basta in sé a rendere questo tipo di letteratura – usando il termine come si fa nel diritto o nella medicina, per esempio, per intendere l’insieme degli scritti di una data disciplina su un certo argomento – letteratura tout court. Tra molti dei testi sul calcio in circolazione e la Letteratura sul calcio, infatti, c’è un po’ la stessa differenza esistente tra la cronaca – per quanto dolorosa e coinvolgente nel ricordo della barbarie – del rapimento di Dori Ghezzi e di Fabrizio De André e ciò in cui l’ha trasformata il cantautore genovese nell’album a tutti noto come Indiano (1981). E quella differenza è l’arte, sempre affidata, proprio come in una partita di calcio, al gesto e all’intuizione dei fuoriclasse: alla loro formidabile tecnica (e da questo punto di vista, se pensiamo al lavoro di Gianni Brera sulla lingua, si capisce che il campione, quando c’è, è in grado di smarcarsi da ogni smania tassonomica: Brera è uno scrittore o un giornalista? De André, il cantautore che si diceva o un poeta?).

A leggere le pagine sul calcio di Soriano, di Bolaño, di Marías, di Peace o – per guardare anche in casa nostra – di Pasolini (quello che una volta aveva assegnato ai suoi studenti il tema “Ringraziamento a Umberto Saba per le sue poesie sul calcio”), non c’è il rischio di incorrere in delusioni, sebbene scrivere di calcio sia difficile, come sottolineano due scrittori molto distanti tra loro. Da un lato Giovanni Arpino che, in una lettera indirizzata a Soriano (allora poco più che esordiente), durante la gestazione del romanzo Azzurro tenebra (Einaudi, 1977) – la storia tribolata dell’Italia ai Mondiali di Germania del 1974 – scrive: “È ambientato nel mondo del calcio, che in Italia (non solo in Italia, però) è molto complesso, acqua che scappa dalle mani”. E dall’altro lato, Enrique Vila-Matas, secondo cui – come ricorda Massimo Raffaeli nella raccolta mirabile La poetica del catenaccio (Italic, 2013) – “il calcio è una realtà autocentrata, un fenomeno auto-evidente”, e allora “raccontarlo non è più possibile”.

Eppure – si diceva – nonostante questa dichiarata difficoltà (o magari invece proprio in virtù della sfida che comporta), di calcio si continua a scrivere molto e in tanti modi diversi. C’è chi lo racconta in una dimensione privata, famigliare, che poi è il contesto in cui nella maggior parte dei casi si sviluppa questa passione: come Fernando Acitelli nelle poesie struggenti dedicate al padre in Epilogo in cielo (PaC). E c’è chi, come Carlo D’Amicis, offre due diverse declinazioni di questo tema. Da un lato un racconto di finzione in cui il calcio fa da sfondo a una storia più ampia, come fissazione del suo protagonista, nel Ferroviere e il golden gol (Transeuropa, 1998); e dall’altro lato il racconto di un eroe – come sempre vengono vissuti dai tifosi i loro campioni – in Ho visto un Re. Luciano Re Cecconi, l’eroe biancoazzurro che giocava alla morte ed è morto per gioco (Limina, 1999). Che poi è anche la variante più diffusa tra gli scritti di calcio, anche perché, come ci ha spiegato Eduardo Galeano in Gli abitati (in PaC, trad. E. Pintor): “Dentro alcuni atleti, abita una folla, una moltitudine di gente. E quando i discriminati, i disprezzati, i condannati al fallimento eterno si riconoscono nel successo di un eroe solitario, in questo trionfo pulsa, in qualche modo, la speranza collettiva”.

È questo il caso di uno degli eroi più fascinosi – il filosofo, il medico, la bandiera del Corinthians – a cui è dedicato il libro di Lorenzo Iervolino Un giorno triste così felice. Sócrates, viaggio nella vita di un rivoluzionario (66th and 2nd, 2014); e tanti altri sono i protagonisti di questa straordinaria epopea nell’ultimo libro di Giancarlo Liviano D’Arcangelo Gloria agli eroi del mondo di sogno. Il gioco del calcio. Racconto fantastico di un universo mitico (Il Saggiatore, 2014), che insieme mostrano la validità dell’idea di Vila-Matas del calcio come racconto in sé, forma di narrazione (e dunque – non bisogna avere paura a dirlo – di arte, quando i suoi interpreti sono quei campioni lì). Motivo per cui ogni tentativo di raccontarlo diventa immediatamente mise en abyme, operazione metanarrativa, che moltiplica a sua volta le possibilità di rimandi e di intermittenze.

Un gioco di specchi che, quando riesce, può determinare nel lettore-tifoso – in ogni appassionato di calcio e di letteratura insieme – lo stesso sconvolgente rimescolamento che determinano per esempio le pagine di Noa Noa (Passigli, 2000, trad. M. C. Marinelli) di Paul Gauguin, a leggerle sdraiati in riva al mare (lo stesso che porta le conchiglie di cui parlava Veronesi), quando si arriva al punto in cui – nella descrizione di Tahiti che si sporge sull’orizzonte da Morea – uno, avendo la fortuna di trovarsi proprio lì, alza gli occhi e la riconosce. Legge Tahiti e intanto la vede. Qualcosa di simile a quell’emozione, insomma, ma accessibile a tutti, perché a un costo infinitamente più contenuto rispetto a un viaggio in Polinesia, come quello di uno dei libri che hanno raccolto la sfida di Vila-Matias e sono riusciti a vincerla.

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Intervista a Judith Schalansky https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-judith-schalansky/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-judith-schalansky/#comments Tue, 22 Apr 2014 14:26:40 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20176 Questa intervista è uscita su Flair a ottobre 2013.

In greco antico “tele”significa “lontano”. Parole come “televisione” o “telematico” rimandano proprio a una distanza che si accorcia grazie alla tecnologia: quello che era lontano oggi è più sempre vicino, disintegrando così gli spazi e i tempi della lontananza; ogni luogo è ormai accessibile, a portata di telecomando, o di Google Earth. Ma “lontano” è solo un’idea astratta, e spesso ce ne dimentichiamo. “Sull’infinita Terra sferica, ogni punto può diventare il centro”, dice Judith Schalansky. “Lontano” è un’invenzione che serve a stabilire un confine tra noi e il resto del mondo: si può raccontare la storia del mondo intero attraverso delle isole sperdute, luoghi reali e surreali allo stesso tempo”.

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Questa intervista è uscita su Flair a ottobre 2013. (Fonte immagine)

In greco antico “tele”significa “lontano”. Parole come “televisione” o “telematico” rimandano proprio a una distanza che si accorcia grazie alla tecnologia: quello che era lontano oggi è più sempre vicino, disintegrando così gli spazi e i tempi della lontananza; ogni luogo è ormai accessibile, a portata di telecomando, o di Google Earth. Ma “lontano” è solo un’idea astratta, e spesso ce ne dimentichiamo. “Sull’infinita Terra sferica, ogni punto può diventare il centro”, dice Judith Schalansky. “Lontano” è un’invenzione che serve a stabilire un confine tra noi e il resto del mondo: si può raccontare la storia del mondo intero attraverso delle isole sperdute, luoghi reali e surreali allo stesso tempo”.

Cresciuta a Berlino Est negli anni Ottanta, Schalansky ha passato l’infanzia a sognare posti dove non era permesso andare; da grande ha condensato il suo desiderio dell’altrove in un libro onirico e favoloso, un vero e proprio “Atlante delle isole remote. Cinquanta isole dove sono mai stata e mai andrò” (Bompiani).

Una sorta di epica della lontananza. È d’accordo?

Sì, assolutamenteTutti noi idealizziamo l’isola sperduta, la consideriamo un luogo di pace, lontano dallo stress quotidiano. Quando ero piccola, andavo tutte le estati sul Mar Baltico a casa dei miei nonni che vivevano sull’isola di Usedom. L’isola era collegata alla terraferma da due ponti. Per una ragazzina dall’animo romantico non era una vera isola! Lo era invece quella del faro, un minuscolo scoglio vicino alla costa. Morivo dalla voglia di andarci. Ma non si poteva, era territorio proibito, come il Muro di Berlino. Qualche anno fa sono andata a visitare l’isoletta: un posto incantevole, una vista strepitosa, con il rumore del mare che arrivava da ogni parte. Ma quando sono salita sul faro, mi sono sentita improvvisamente sola e triste. Non sarei rimasta lì un minuto di più.

“Può darsi che il paradiso sia un’isola. Lo è anche l’inferno”, scrive. In che senso?

Le isole remote, soprattutto quelle del Pacifico, sono per natura prigioni, circondate dalle mura di un mare ostinatamente presente; lontane dalle rotte commerciali, sono luoghi adatti per raccogliervi tutto ciò che è indesiderato, anomalo. E in quei piccoli continenti, lontano dagli occhi del mondo, è facile violare i diritti internazionali. Pensiamo alle misteriose morti infantili a St. Kilda, o alla prassi dell’uccisione dei bambini a Tikopia, due isolette sperdute nel Pacifico.

Quest’immenso oceano… che sembra quasi un grande romanzo.

Quando guardi un mappamondo sembra che il Pacifico stia sul retro del globo. Vedi una massa enorme di acqua con questi puntini di terra disseminati qua e là: diversi linguaggi, diverse visioni. Il Pacifico è tante piccole storie diverse. Direi che assomiglia di più una lunga raccolta di racconti che un romanzo. Il romanzo è più un genere “continentale”.

Ma non c’è un fil rouge di abitudini, costume e folkore che unisca le sue migliaia di isole?

È tutto molto diverso dal nostro modo di pensare. Ho la sensazione che ogni isola sia diversa dall’altra. Ma è possibile sia la mia fantasia a lavorare, più che la realtà.

A proposito: lei dice che “la realtà è sopravvalutata”. Meglio sognare sulle carte?

Viaggiare è istruttivo. Ma non bisogna andare a Venezia per scrivere di Venezia. Se il mondo non fosse stato ancora scoperto, sarei diventata un’esploratrice. Ma, visto che oggi è tutto così accessibile, non ho altra scelta che stare a casa e scrivere.

Alcune delle isole di cui parla stanno scomparendo a causa del cambiamento climatico: il mare le mangia via lentamente. Scriverà un “Atlante delle isole scomparse”?

No, che malinconia… Ma è vero. Il mio atlante non è solo quello di un mondo sperduto, ma anche quello di un mondo che sparisce a poco a poco.

Sembra che realtà e finzione siano molto ben intrecciate nell’Oceano Pacifico: dal disastro di Fukushima all’ultimo film di Guillermo del Toro “Pacific Rim”, dal pittore Paul Gauguin che fece di Tahiti il suo atelier al leggendario Bounty con tre diverse versione cinematografiche… Perché?

Proprio a causa della sua “sperdutezza” – almeno dal punto di vista della terraferma – che è perfetta per qualsiasi idea, da quella in stile “paradiso terrestre” ad altre più crudeli. Marlon Brando diceva ne “Gli ammutinati del Bounty”: “In Inghilterra siamo rinchiusi, qui siamo esclusi”. Ma come ho sempre detto questo è una visione totalmente europea del Pacifico. Sarebbe molto più interessante saper cosa pensa la gente delle isole del Pacifico di questo strano piccolo borioso continente che è l’Europa.

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