Paul Goodman Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/paul-goodman/ un blog di approfondimento culturale Thu, 10 Dec 2020 12:17:05 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Paul Goodman Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/paul-goodman/ 32 32 I giovani e il mito di James Dean: il nuovo libro di Goffredo Fofi https://minimaetmoralia.it/cinema/i-giovani-e-il-mito-di-james-dean-a-partire-dal-nuovo-libro-di-goffredo-fofi/ https://minimaetmoralia.it/cinema/i-giovani-e-il-mito-di-james-dean-a-partire-dal-nuovo-libro-di-goffredo-fofi/#respond Thu, 10 Dec 2020 13:01:19 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=47332 In "Il secolo dei giovani e il mito di James Dean" Goffredo Fofi analizza la parabola dei giovani nel Novecento, la figura tragica e l'eredità di James Dean

L'articolo I giovani e il mito di James Dean: il nuovo libro di Goffredo Fofi proviene da Minima et Moralia.

]]>
Il titolo del nuovo libro di Goffredo Fofi, Il secolo dei giovani e il mito di James Dean (pubblicato da La nave di Teseo), svela tutta la sua intelligente problematicità sin dalle prime pagine, dove Fofi si chiede se si possa definire “secolo dei giovani” il Novecento, che ha falcidiato milioni di persone, soprattutto giovani, in due guerre talmente estese da poter essere definite “mondiali”, e dove gli «immensi progressi della scienza e della tecnica» si sono concretizzati, tra le altre cose, nell’invenzione del secolo, la scissione dell’atomo, usata sotto la forma di una bomba dagli effetti devastanti. Chi ha definito il Novecento “secolo dei giovani”, riferendosi così al loro nuovo protagonismo, chiude gli occhi volontariamente sui modi attraverso i quali questa spinta spontanea è stata volta volta neutralizzata per farla rientrare nel grande alveo dei modelli occidentali e capitalisti: «il dominio parte sempre dai giovani, si serve dei giovani» chiosa Fofi.

Eppure resta indubitabile che nel Novecento, soprattutto a partire dalla violenta presa di coscienza a seguito della Prima e della Seconda guerra mondiale, i giovani hanno avuto un ruolo centrale di opposizione rispetto al mondo borghese – e basta pensare, per esempio, al mondo delle avanguardie artistiche e letterarie –, ma il rischio è sempre stato quello di una normalizzazione successiva destinata a sopire ogni spirito rivoluzionario. Un ripiegamento individuale, nel periodo tra la seconda guerra mondiale e gli anni Settanta, ha in un primo momento dato ai giovani gli strumenti per conoscere dove andare, quale strade percorrere per dare seguito a un desiderio di centralità nel mondo, dire “io” e rifiutarsi di «asservire la propria ispirazione alla ragion di stato»: questa generazione del secondo dopoguerra, come sottolinea Fofi nel libro, fu mossa «da un individualismo ben lontano da quello cui oggi assistiamo (dominato da un”io” chiuso e conformista)», arrivando a unire questa spinta dell’io «con quelle di un’epoca, di una generazione, degli oppressi». In questo senso il Novecento è stato allora il secolo dei giovani, che ebbe però una vita breve lunga qualche decennio, prima che il culto del «narcisismo», inteso in chiave ampia come nelle definizioni ancora ineluttabilmente profetiche di Christopher Lasch, segnasse una sconfitta definitiva e «l’attenzione spasmodica del capitale alle forme della comunicazione e del controllo compissero l’opera».

All’interno di questo scenario, che Fofi tratteggia con consueta e spietata precisione nella prima parte del libro, si inserisce la vicenda di James Dean, tra gli anni Cinquanta che lo vedono attore iconico, il futuro Sessantotto fino alle sconfitte degli anni Settanta e Ottanta dove diventerà il simbolo che resiste ancora oggi. Nato nel 1931 dentro la furia della Grande Depressione e morto nel 1955 a seguito di un incidente stradale con la sua macchina da corsa diventando ancora di più l’emblema di una rivolta adolescente, l’attore americano figura nell’argomentazione di Fofi come esempio rivelatore di questo movimento, per la sua esistenza tormentata dentro una società che faceva del benessere il suo vessillo principale. Oltre a ricostruire il significato del cinema americano negli anni Cinquanta, nominare attori, produttori e registi protagonisti di questa fase di “evasione” della storia del cinema («il cinema “tira”, la novità è che ormai “parla” e la gente fa le code per distrarsi sognando») e ripercorrere le fasi iniziali delle carriere di Marlon Brando e di Montogomery Clift, Fofi racconta i primi ruoli di James Dean (tutti e tre gli attori ebbero a che fare con Elia Kazan, altro protagonista del libro), gli incontri con registi che sapevano leggere in lui un disagio che necessitava di essere accompagnato, la sua incapacità di entrare in un mondo in cui non si riconosceva e come i suoi personaggi suggerissero ai giovani degli anni Cinquanta «una psicologia e un’immagine, modi di muoversi, gestire, parlare ed esprimere una propria diversità».

Il disagio avvertito dai giovani in quegli anni, spinta ai movimenti che li resero i protagonisti di quei decenni, ha un debito verso le immagini di questi attori proposti dal cinema, come suggerito anche da Paul Goodman, autore che insieme a Lasch compare spesso in queste pagine, in Gioventù assurda (il titolo in lingua originale, Growing up absurd suona ancora più incisivo) dove il sociologo analizza il disagio di una generazione e le potenzialità di rivolta collettiva. Nei film con Dean protagonista – ma anche in Fiume rosso dove Clift si ribella alla padre interpretato da John Wayne –, La valle dell’Eden (incentrato sulle incomprensioni tra l’introverso e «mal amato» Cal Trask/James Dean e il padre) e, soprattutto, l’iconico Gioventù bruciata, con quell’identificazione tra l’attore e il personaggio che «ha qualcosa di morboso che si comunica allo spettatore, figuriamoci dunque a uno spettatore adolescente», emerge l’immagine di una famiglia che non comprende i suoi figli e della frustrazione che nasce da questa incomprensione (e sempre Lasch in Rifugio in un mondo senza cuore. La famiglia in stato d’assedio avverte sui pericoli nella dissoluzione della famiglia, ultimo rifugio). In Gioventù bruciata, nonostante la questione “giovanile” non abbia un ruolo preponderante, viene descritta con arguzia, e con un attore che vive quasi in maniera mitica la parte, il disagio che nasce da «un’adolescenza senza più modelli famigliari e comunitari accettabili, in una società dove la retorica e il consumo hanno sostituito l’attenzione alla formazione del carattere e alle stesse possibilità di maturare».

In apertura a un suo libro di quasi trent’anni fa, Benché giovani, incentrato sulla «difficoltà di crescere» negli anni Novanta, ma ricco di esempi a cui guardare, Fofi scriveva: «è difficile parlare di giovani o a giovani senza paternalismo, senza nulla nascondere delle brutture del mondo, eppure senza spingere al cinismo o alla disperazione, alla paura. […] Nello stesso tempo occorre però reagire e molti di noi reagiscono». Quest’ultimo piccolo libro su James Dean, oltre a essere una miniera di informazioni sull’attore e sul cinema americano degli anni Cinquanta, prosegue questo discorso nella convinzione che possibili modi di reagire esistono e che sia possibile farli propri restando in guardia rispetto agli errori e le furie del passato, perché speranze nel futuro devono sempre esserci e «anche quando non ce ne fossero, è dalla disperazione che può e deve nascere la ribellione». Edgar Morin ha scritto, in un libro citato da Fofi, I divi, dove trova spazio anche un’analisi della figura mitologica di James Dean, che «l’adulto delle società burocratiche e imborghesite è colui che accetta di vivere poco per non morire molto, il segreto dell’adolescenza è che vivere significa rischiare la morte, che la rabbia di vivere è l’impossibilità di vivere» e sta in questo, sicuramente, il segreto e la forza simbolica dell’adolescenza.

L'articolo I giovani e il mito di James Dean: il nuovo libro di Goffredo Fofi proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/cinema/i-giovani-e-il-mito-di-james-dean-a-partire-dal-nuovo-libro-di-goffredo-fofi/feed/ 0
Su Grillo e Simone Weil https://minimaetmoralia.it/libri/beppe-grillo-simone-weil/ https://minimaetmoralia.it/libri/beppe-grillo-simone-weil/#comments Wed, 06 Mar 2013 10:26:58 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13410 Questo articolo è uscito su Orwell nel novembre scorso.

Su Grillo e Simone Weil
ovvero alcune considerazioni sul vincolo di mandato imposto ai parlamentari del MoVimento 5 Stelle

All'indomani delle elezioni siciliane che hanno sancito un clamoroso successo del Movimento 5 stelle anche a Sud, e un ecatombe di voti per tutti gli altri partiti, Beppe Grillo consigliava sul suo sito la lettura di un vecchio testo di Simone Weil, Manifesto per la soppressione dei partiti politici, recentemente riedito da Castelvecchi.

Cosa c'entrano Grillo e Casaleggio con questa solitaria pensatrice radicale, scomparsa giovanissima nel 1943? Probabilmente niente, eppure è curioso che in coda al post in cui si è prontamente affrettato a definire dall'alto le regole della selezione dei futuri candidati del Movimento 5 stelle al Parlamento, auto-nominandosi allo stesso tempo “capo politico” e “garante”, capace di “essere a garanzia di controllare, vedere chi entra...”, il guru trionfante abbia rimandato a questo saggio della Weil, il cui rinato successo editoriale (dovuto a un titolo percepito immediatamente come “anti-casta”) è direttamente proporzionale al suo fraintendimento. Basta rileggere le poche decine di pagine della Weil (e i testi di André Breton e Alain che le accompagnano nella edizione Castelvecchi) per scoprire immediatamente il bluff.

L'articolo Su Grillo e Simone Weil proviene da Minima et Moralia.

]]>

Questo articolo è uscito su Orwell nel novembre scorso.

Su Grillo e Simone Weil
ovvero alcune considerazioni sul vincolo di mandato imposto ai parlamentari del MoVimento 5 Stelle

All’indomani delle elezioni siciliane che hanno sancito un clamoroso successo del Movimento 5 stelle anche a Sud, e un ecatombe di voti per tutti gli altri partiti, Beppe Grillo consigliava sul suo sito la lettura di un vecchio testo di Simone Weil, Manifesto per la soppressione dei partiti politici, recentemente riedito da Castelvecchi.

Cosa c’entrano Grillo e Casaleggio con questa solitaria pensatrice radicale, scomparsa giovanissima nel 1943? Probabilmente niente, eppure è curioso che in coda al post in cui si è prontamente affrettato a definire dall’alto le regole della selezione dei futuri candidati del Movimento 5 stelle al Parlamento, auto-nominandosi allo stesso tempo “capo politico” e “garante”, capace di “essere a garanzia di controllare, vedere chi entra…”, il guru trionfante abbia rimandato a questo saggio della Weil, il cui rinato successo editoriale (dovuto a un titolo percepito immediatamente come “anti-casta”) è direttamente proporzionale al suo fraintendimento. Basta rileggere le poche decine di pagine della Weil (e i testi di André Breton e Alain che le accompagnano nella edizione Castelvecchi) per scoprire immediatamente il bluff.

Simone Weil criticava aspramente il partito giacobino-staliniano (e il modellarsi su quella forma anche dei partiti nati in un solco culturale e politico diverso). Criticava l’asservimento dei singoli militanti al volere del Capo, il sacrificare la capacità di discernimento di ogni singolo eletto sull’altare di quella che è invece la volontà che discende dall’alto dei gruppi parlamentari o del comitato centrale o del sommo leader. Il pensare “partitico”, nel momento in cui sostituisce a ogni criterio di Giustizia e Verità, cioè di pensiero autonomo e disinteressato, quello del successo del partito medesimo (contro tutti gli altri partiti) conduce in un vicolo cieco. E produce disastri. Simone Weil ci va giù pesante: “Si tratta di una lebbra che ha avuto origine negli ambienti politici, e si è espansa, attraverso tutto il Paese, alla quasi totalità del pensiero”.

Andando al cuore di questo Manifesto apparentemente antipolitico, si coglie in maniera lampante un dettaglio: la cosa che Simone Weil più temeva (ancora più dell’organizzazione “militare” della lotta politica) è il fuoco della demagogia, cioè la capacità di alcune forze politiche (soprattutto di quelle che vogliano abbattere tutto, per poi edificare una nuova era) di essere straordinari moltiplicatori di torbide passioni collettive. Come? Con un uso sapiente della propaganda e della persuasione, che sono diametralmente opposte alla comunicazione reale tra persone, al discernimento dei problemi concreti.

Qual è l’obiettivo reale di Beppe Grillo quando scrive, come ha scritto qualche mese fa: “Il Movimento 5 Stelle è il cambiamento che non si può arrestare, è il segno dei tempi. È l’avvento di una democrazia popolare che pretende di decidere, di controllare il destino del suo Paese, del suo Comune, della sua vita”? Controllare la vita di chi?

La “soppressione” di cui parlava Simone Weil era una idea regolativa posta in maniera radicale. È un ragionamento, il suo, che avrebbe voluto contribuire a un superamento della crisi della rappresentanza. Ovvio che questo discorso risorga dalla ceneri del Novecento nel momento in cui – come avviene oggi in Italia – non solo una intera classe politica è profondamente screditata, ma la stessa forma-partito sembra cadere sotto le mannaie del furore grillino.

Eppure quel furore, anche se a volte si propaga nel vuoto lasciato dalla politica, appare più figlio delle “passioni collettive” (a loro volta alimentate dalla demagogia e dalla propaganda, smisuratamente lontane dall’“interesse generale”) che non da una minoritaria, ereticale ricerca di una via di uscita. Soprattutto, lasciava intendere Simone Weil, bisogna massimamente diffidare da chi sostiene la necessità di sopprimere tutti i partiti politici meno uno, il proprio, con la scusa magari che il proprio non è un partito, bensì un movimento. È proprio qui che si annida la logica giacobina che Simone Weil vedeva ben formulata nelle parole di un vecchio sindacalista russo, Michail Tomskij: “Un partito al potere e tutti gli altri in prigione”.

Arrivati a questo punto, è evidente che occorre separare come il grano dal loglio una ricca, per quanto misconosciuta, tradizione impolitica del pensiero novecentesco e la cosiddetta antipolitica, che oggi ha nel maschio alfa Grillo il suo principale campione. Quella che definiamo spesso impropriamente antipolitica mutua dalla politica le sue forme demagogiche peggiori. Al di là delle ciarle sulla rete orizzontale, non vuole costruire un luogo altro dell’amministrazione o delle relazioni umane, ma occupare lo stesso Palazzo “a modo proprio”. Ripete come un mantra l’idea vetusta secondo cui la classe politica è marcia mentre il paese reale, i suoi imprenditori, i suoi dirigenti, i suoi giudici sarebbero lungimiranti e laboriosi, come se il degrado non riguardi tutti e non sia stato – soprattutto – causato da tutti. Non vuole riformare niente, ma distruggere tutto: creare una steppa in cui poter scorrazzare in lungo e in largo. Con quali forme? Esattamente quelle indicate da Simone Weil.

Oggi non solo abbiamo bisogno di separare la critica radicale della politica da chi si erge in maniera diametralmente opposta, ma speculare, al sistema dei partiti. Questo nucleo originario (analizzato ad esempio da Vittorio Giacopini nel suo saggio Scrittori contro la politica, Bollati Boringhieri 1999; o da Roberto Esposito in un’antologia curata per Bruno Mondadori nel 1996: Oltre la politica. Antologia del pensiero “impolitico”) va apertamente difeso, preservato dalle appropriazioni di Grillo & co. Simone Weil, Hannah Arendt, Karl Barth, Elias Canetti, T.W. Adorno, Jan Patocka, George Orwell, Albert Camus, Dwight Macdonald, Paul Goodman… sono un’altra cosa. Tra il mantenimento dello status quo da una parte (l’agenda Monti, per intenderci), e la demagogia dissolutrice dall’altra, si sta stringendo una tenaglia. Nel mezzo, rischia di scomparire la possibilità di una critica radicale dell’esistente che miri a costruire – qui, ora – qualcosa di nuovo.

L'articolo Su Grillo e Simone Weil proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/libri/beppe-grillo-simone-weil/feed/ 33