Paul McCartney Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/paul-mccartney/ un blog di approfondimento culturale Fri, 25 Oct 2019 09:43:35 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Paul McCartney Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/paul-mccartney/ 32 32 Il fascino senza tempo di “Something” nei cinquant’anni di Abbey Road https://minimaetmoralia.it/musica/fascino-senza-tempo-something-nei-cinquantanni-abbey-road/ https://minimaetmoralia.it/musica/fascino-senza-tempo-something-nei-cinquantanni-abbey-road/#comments Thu, 24 Oct 2019 12:00:15 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=41457 di Simone Bachechi

Piccoli editori crescono e cercano nuove strade e sbocchi negli impervi percorsi e nel mare magnum dell’editoria, piccola, media o grande che sia, già di per sé quello dell’editoria settore economico di nicchia, almeno nel nostro paese, al cui interno l’editoria musicale riveste un ruolo ancor più di nicchia. Da prendere quindi con grande curiosità e rispetto la coraggiosa intrapresa di una piccola casa editrice del Sud come quella della GM Press, che traendo spunto da un leggendario brano dei Beatles, nel cinquantesimo anniversario della sua pubblicazione all’interno di Abbey Road – il loro ultimo album – gli dedica un breve ma intenso saggio, il primo seguendo la ratio della collana “songs” che lo ospita e che dovrebbe portare ad altre pubblicazioni dello stesso tenore.

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di Simone Bachechi

Piccoli editori crescono e cercano nuove strade e sbocchi negli impervi percorsi e nel mare magnum dell’editoria, piccola, media o grande che sia, già di per sé quello dell’editoria settore economico di nicchia, almeno nel nostro paese, al cui interno l’editoria musicale riveste un ruolo ancor più di nicchia. Da prendere quindi con grande curiosità e rispetto la coraggiosa intrapresa di una piccola casa editrice del Sud come quella della GM Press, che traendo spunto da un leggendario brano dei Beatles, nel cinquantesimo anniversario della sua pubblicazione all’interno di Abbey Road – il loro ultimo album di fatto; Let it Be, uscito dopo, conteneva canzoni incise precedentemente – gli dedica un breve ma intenso saggio, il primo seguendo la ratio della collana “songs” che lo ospita  e che dovrebbe portare ad altre pubblicazioni dello stesso tenore.

Il brano in questione è Something, che dà anche il titolo al piccolo ma ricchissimo volume di Donato Zoppo, già affermato fine critico e storico della musica rock; il titolo completo del libro è “Something – il 1969 e una canzone leggendaria” (GM Press 2019 – pag.98). L’occasione vuole essere sia celebrativa – tant’è che il libro è uscito il 26 settembre 2019, esattamente 50 anni dopo il release dell’album beatlesiano – che divulgativa. L’editoria musicale può infatti essere un importante veicolo per portare soprattutto le più giovani generazioni a conoscenza di mostri sacri e non solo della musica rock, mentre per i più attempati può essere un utile strumento per rimaneggiare i giganti della storia della musica rock o pop che la si voglia definire, come i Beatles, i quali possono piacere o meno, non per questione di generazioni  diverse, perché i giganti (e i Beatles lo sono) superano ogni barriera generazionale, o per varie occorrenze giovanili, quando si forma il gusto e l’orecchio e possono diventare o meno parte del nostro bagaglio culturale musicale, ma sono imprescindibili.

Parafrasando Benedetto Croce, non possiamo non dirci beatlesiani. I Beatles sanciscono la definitiva superiorità della cultura pop all’ interno della quale assumono il ruolo di perno e simbolo universale del mutamento alle porte negli anni Sessanta. I Beatles sono una continua scoperta e anche un breve saggio come quello di Zoppo, con il suo particolare punto di vista, aiuta a capire che tutto girava intorno a loro, tutte le prassi discografiche, i mutamenti in corso nella musica e nella cultura giovanile, per non parlare dell’immensa eredità sui generi e gruppi degli anni a venire; insomma, i Fab Four tornano sempre.

Sono qui fotografati in quel fatidico 1969, un’istantanea prima della fine, prima della “Grande Smobilitazione”, quando i segnali del loro sfaldamento e imminente implosione fino allo scioglimento dell’anno successivo sono inequivocabili. Grande risalto è ovviamente riservato alla genesi del celeberrimo brano harrisoniano che dà il titolo al volume, quella che Frank Sinatra definirà “la più bella canzone d’amore mai scritta”… sebbene all’interno della quale non è  pronunciata una sola volta la parola amore.

Il merito del volume di Zoppo, impreziosito dalla schietta prefazione di Michelangelo Iossa,  uno dei maggiori studiosi beatlesiani italiani, grazie alla minuziosa attenzione al dettaglio, frutto di una certosina documentazione riferita nelle quattro pagine finali di fonti bibliografiche, è quello di portare il lettore all’interno delle dinamiche e vicissitudini dei Fab Four, a vivere praticamente in presa diretta quei giorni  e mesi fatidici per la sorte della band “più famosa di Gesù Cristo” (Lennon dixit), una vera e propria immersione nei Sixties e nel making of di uno dei capolavori della storia del rock.

Il particolare taglio, l’ellissi narrativa del parlare di una singola canzone, serve da grimaldello e introduzione per entrare nell’officina e nell’universo Beatles, microcosmo e macrocosmo. In questa analisi non può che spiccare la figura dell’autore di Something, George Harrison, Il “Beatle introverso”. Una figura autoriale che – se anche sia stata rivalutata negli anni all’interno del quartetto – ancora oggi nell’immaginario collettivo è considerata di secondo piano, quasi sbiadita, ingiustamente stretta nella morsa del duo Lennon-McCartney.

Ci accorgeremo invece come all’interno della band il ruolo del figlio di una cattolica irlandese e di un controllare di autobus vada mutando progressivamente. Il componente anagraficamente più giovane del gruppo, per la cui minore età fra l’altro i Beatles degli esordi dovranno rientrare da Amburgo nella natia Liverpool, rischiando quasi di compromettere la loro definitiva ascesa, colui del quale Lennon lamentava  lo seguisse come un un’ombra, un ragazzino insicuro che gli stava appiccicato tutto il tempo, confessando che gli occorreranno anni per ritenerlo un “parigrado”, ha nel tempo sviluppato una sua personalità compiuta all’interno del gruppo. Fra il solipsismo e il cinismo di Lennon, l’indole regolativa del paziente ma autocrate McCartney e il rinunciatario Ringo, il tenebroso George riesce a farsi strada e ritagliarsi un ruolo sempre più di primo piano per il  seppur breve futuro del gruppo.

Con la scoperta dell’oriente e della musica classica indiana attraverso Ravi Shankar, con la meditazione trascendentale, insieme a George Harrison arrivano nella terra di sua Maestà non solo spezie e tè dalla compagnia delle indie ma anche quella spiritualità e incontro fra occidente e oriente che grande ruolo avrà nella cultura musicale e non solo degli anni successivi, oltre a una buona dose di psichedelia, musicale e più strettamente chimica sulla scia delle esperienze di George stesso con l’LSD.

Tuttavia, non tragga in inganno questa immagine mistica di Harrison. Il libro di Zoppo sa anche divertire con una ricca aneddotica che ferma l’immagine sui risvolti più prosaici di quel 1969 che è il ciclo finale della vicenda beatlesiana, con le sessioni di registrazione di Abbey Road. Possiamo così scoprire che il titolo dell’ultimo album dei Fab Four avrebbe potuto essere Everest, dalla marca di sigarette che il fidato tecnico del suono Geoff Emerick accendeva una dopo l’altra nel fumosissimo iconico studio di registrazione londinese, dove fra l’altro  si scatena la furia di Harrison per i biscotti mangiatigli da Yoko Ono con la sua di lei sempre più ingombrante presenza; o a quella rivolta verso un fonico che gli aveva chiesto di abbassare il volume durante una sessione di registrazione. Tutti sintomi del malessere interno ai Fab Four e che rendono in filigrana un’immagine diversa da quella del temperante, distaccato e meditativo Harrison.

In quel fatidico anno, nel bel mezzo della bagarre legata alla disastrosa vicenda economica della Apple Record, dopo il famoso concerto sul di cui tetto, di fatto l’ultimo live dei Beatles, McCartney prende le redini in mano e decide di incidere negli studi EMI di Abbey road l’album omonimo, dopo le spinte centrifughe dei vari progetti solisti dei quattro.

Alla piccola collezione dei precedenti brani harrisoniani, da Taxman a While my guitar gently weeps, l’ultimo 33 dei Beatles aggiunge due sue perle: Here come the sun e lei, la più bella canzone d’amore mai scritta: Something. Solo apparentemente dedicata alla moglie Pattie Boyd, modella e vera propria “musa del rock ”(sarà la futura moglie di Eric Clapton), conosciuta da Harrison sul set di A Hard day’s night, Something va oltre l’amore per una donna, come ammesso dallo stesso George: “In realtà parla di Krishna ma non potevo certo parlare di lui, dovevo parlare di una donna, altrimenti mi avrebbero preso per una checca” e ancora più esplicitamente: “Tutto l’amore fa parte dell’amore universale, quando ami una donna vedi il Dio che c’è in lei”.

Per un pezzo di musica rock, la coverizzazione è un po’ la sua canonizzazione. Nel caso di Something se ne contano oltre 150, fra cui oltre – a quella di Sinatra – una incisa da Elvis fino a Chet Baker, Ray Charles, James Brown, Willie Nelson, Gilberto Gil; insomma un’eterogeneità dei generi per un’eterogenesi dei fini e riconoscere e tributare il giusto omaggio al “Beatle introverso” e più in generale a quattro  ragazzi che a soli trent’anni hanno già dato tutto e scritto la storia della musica, con buona pace di tanto giovanilismo di facciata dei nostri tempi. I Beatles sono la gioia, la gioventù, la contestazione, la libertà, l’amore e il rock e lo sono ancora oggi, cosa viva anche a distanza di 50 anni; e il merito di un breve ma ricco saggio come quello di Zoppo, una goccia nella vastissima geografia beatlesiana, è quello di essere lì a ricordarlo.

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Eight days a week, i giorni felici dei Beatles https://minimaetmoralia.it/cinema/eight-days-a-week-i-giorni-felici-dei-beatles/ https://minimaetmoralia.it/cinema/eight-days-a-week-i-giorni-felici-dei-beatles/#respond Fri, 23 Sep 2016 12:30:58 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=32077 “Siamo ragazzacci come voi!”, urla John Lennon a una folla che lo sta travolgendo, mentre cerca di salire su un’auto blindata; George, Paul e Ringo, dentro, sorridono, ma hanno l’aria sfatta di chi ha lavorato più di sette giorni a settimana, otto, per l’esattezza, come recita una famosa canzone dei Beatles, che dà il titolo al documentario di Ron Howard.

Un film in cui il regista di Cocoon e Apollo 13 lascia il posto a Richie Cunningham, al ragazzino appassionato di rock’n’roll, protagonista del telefilm Happy Days. Solo un amante sincero dei quattro di Liverpool avrebbe potuto affrontare una storia del genere così, sovrapponendo lo spasmo al divertimento.

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“Siamo ragazzacci come voi!”, urla John Lennon a una folla che lo sta travolgendo, mentre cerca di salire su un’auto blindata; George, Paul e Ringo, dentro, sorridono, ma hanno l’aria sfatta di chi ha lavorato più di sette giorni a settimana, otto, per l’esattezza, come recita una famosa canzone dei Beatles, che dà il titolo al documentario di Ron Howard.

Un film in cui il regista di Cocoon e Apollo 13 lascia il posto a Richie Cunningham, al ragazzino appassionato di rock’n’roll, protagonista del telefilm Happy Days. Solo un amante sincero dei quattro di Liverpool avrebbe potuto affrontare una storia del genere così, sovrapponendo lo spasmo al divertimento.

I Beatles erano felici solo quando suonavano, forse, ma fino al ‘66 la mole di concerti e le urla del pubblico sovrastavano tutto: quando si arriverà all’ultima data al Candlestick di San Francisco (29 agosto 1966), sarà un sospiro di sollievo per tutti, appassionati, band e manager del gruppo.

Una narrazione ricca di immagini rare e di spezzoni inediti, che Howard ha potuto pescare dal mucchio grazie alla complicità di Paul McCartney, di Yoko Ono e della famiglia Harrison, garanti della correttezza filologica dell’operazione.

Una festa di suoni e colori, testimonianze di fan inattesi (come una giovanissima Sigourney Weaver, che racconta del suo amore per Lennon) e tributo alla parte più frenetica della vita, non solo artistica, dei Fab Four: i Touring Years, sono, appunto, quelli del giro del mondo in centinaia di concerti, quasi mai più lunghi di mezz’ora ciascuno (il pomeriggio e la sera, tante volte, nello stesso teatro) e in condizioni di ascolto impossibili, dell’uscita di una sfilza di canzoni memorabili e della tenuta stagna di un’amicizia fra i quattro che solo due donne (Yoko per John e Linda per Paul) sarebbero riuscite a far esplodere.

Un vortice, un bel dietro le quinte del periodo ’63-’66, per una settimana al cinema (dal 15 settembre). Una visione da accompagnare con la ristampa dell’unico live ufficiale dei Beatles, Live At The Hollywood Bowl: mai così nitido, inalmente, nonostante il rombo continuo creato da chi era sotto il palco.

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La straordinaria storia degli Arctic 30 https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/la-straordinaria-storia-degli-arctic-30/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/la-straordinaria-storia-degli-arctic-30/#comments Sun, 18 Oct 2015 06:00:49 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28762 Nel settembre 2013 un gruppo di attivisti di Greenpeace venne incarcerato dalle autorità russe in seguito a una protesta pacifica tentata verso una piattaforma petrolifera della Gazprom, nel mar Glaciale artico. La vicenda - l'arresto, la prigionia, la prospettiva di una condanna a 15 anni di galera - è stata raccontata dal giornalista inglese Ben Stewart nel libro Non fidarti. Non temere. Non pregare, pubblicato in Italia da e/o. Di seguito ospitiamo la prefazione di Paul McCartney al libro, ringraziando l'editore.

di Paul McCartney

1968. Un anno memorabile. Le folle riempivano le strade, la rivoluzione era nell’aria, uscì il nostro White Album e la foto forse più significativa di tutti i tempi fu scattata da un astronauta di nome William Anders. Era la vigilia di Natale. Anders, il suo ufficiale di rotta Jim Lovell e il comandante della missione Frank Borman avevano appena circumnavigato la Luna per la prima volta nella storia dell’umanità. Fu allora che, da dietro il piccolo finestrino della navicella spaziale Apollo 8, i loro sguardi caddero su qualcosa che nessuno aveva mai visto prima, qualcosa di familiare e alieno al tempo stesso, qualcosa di straordinariamente bello e fragile. «Oh, mio Dio» gridò Anders. «Guardate che spettacolo, laggiù! La Terra sta sorgendo. Wow, è bellissimo!».

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Nel settembre 2013 un gruppo di attivisti di Greenpeace venne incarcerato dalle autorità russe in seguito a una protesta pacifica tentata verso una piattaforma petrolifera della Gazprom, nel mar Glaciale artico. La vicenda – l’arresto, la prigionia, la prospettiva di una condanna a 15 anni di galera – è stata raccontata dal giornalista inglese Ben Stewart nel libro Non fidarti. Non temere. Non pregare, pubblicato in Italia da e/o. Di seguito ospitiamo la prefazione di Paul McCartney al libro, ringraziando l’editore.

di Paul McCartney

1968. Un anno memorabile. Le folle riempivano le strade, la rivoluzione era nell’aria, uscì il nostro White Album e la foto forse più significativa di tutti i tempi fu scattata da un astronauta di nome William Anders. Era la vigilia di Natale. Anders, il suo ufficiale di rotta Jim Lovell e il comandante della missione Frank Borman avevano appena circumnavigato la Luna per la prima volta nella storia dell’umanità. Fu allora che, da dietro il piccolo finestrino della navicella spaziale Apollo 8, i loro sguardi caddero su qualcosa che nessuno aveva mai visto prima, qualcosa di familiare e alieno al tempo stesso, qualcosa di straordinariamente bello e fragile. «Oh, mio Dio» gridò Anders. «Guardate che spettacolo, laggiù! La Terra sta sorgendo. Wow, è bellissimo!».

«Avete una pellicola a colori?» chiese agli altri. «Passatemi quel rullino a colori, svelti…». Per un minuto o poco più tre esseri umani dentro una scatola di latta a quasi 400.000 chilometri da casa si affannarono a inserire un rullino nella loro macchina fotografica. Poi Anders la avvicinò al finestrino, aprì l’otturatore e immortalò il nostro delicato pianeta mentre sorgeva sopra l’orizzonte della Luna. L’alba terrestre. Quella semplice immagine ha avuto un tale impatto sulla psiche umana che ancora oggi si ritiene abbia decretato la nascita del movimento ambientalista globale, e un cambiamento radicale nella percezione di noi stessi.

È trascorso quasi mezzo secolo da quel giorno, un’inezia nell’infinità del tempo, ma da allora è successo qualcosa di straordinario. Da quando gli esseri umani abitano la Terra il Mar glaciale artico è ricoperto da una lastra di acqua ghiacciata grande come un continente. Tuttavia, nei decenni successivi al fatidico giorno in cui la foto fu scattata, i satelliti hanno rilevato un costante scioglimento della calotta bianca. Gran parte del ghiaccio si è sciolto, ormai, ed è plausibile che nelle prossime generazioni il Polo Nord sarà composto di sole acque libere. Riflettete un istante. Da quando l’alba terrestre è stata immortalata ci siamo impegnati a tal punto per riscaldare il nostro pianeta che ora, visto dallo spazio, ha tutto un altro aspetto.

Scavando alla ricerca di combustibili fossili e bruciando le nostre foreste abbiamo immesso così tanto carbonio nell’atmosfera che gli odierni astronauti si ritrovano a osservare un pianeta completamente diverso. Ecco che cosa mi sconcerta. Mentre i ghiacci si ritirano, i giganti del petrolio entrano in scena. Anziché vedere nel fenomeno dello scioglimento una seria minaccia per l’umanità, adocchiano il petrolio, prima inaccessibile, presente sul fondale marino all’estremità della Terra. Sfruttano la scomparsa del ghiaccio per estrarre quello stesso combustibile che ha contribuito in maniera decisiva allo scioglimento.

È il motivo per cui, nell’estate del 2013, trenta attivisti tra uomini e donne provenienti da diciotto paesi diversi si sono messi in mare per raggiungere una piattaforma petrolifera russa nell’Artico, decisi a richiamare l’attenzione mondiale sulla nuova corsa al petrolio in atto in quei mari. Erano consapevoli di come i carburanti fossili abbiano finito per dominare le nostre vite sulla Terra, e di come i giganti dell’energia spadroneggino sull’intero pianeta, senza che nessuno li controlli. Sapevano che prima o poi, da qualche parte, qualcuno avrebbe dovuto gridare: «Basta!». Per i trenta attivisti quel momento era arrivato, e lo scenario era l’Artico. La loro nave è stata presa d’assalto, sono stati rinchiusi in prigione e hanno rischiato una condanna a quindici anni. Milioni di persone da tutto il mondo hanno fatto sentire la propria voce a sostegno della protesta, inclusi molti cittadini della grandiosa nazione russa.

La storia che state per leggere è straordinaria. È una storia di terrore, speranza, disperazione e umanità. Ancora però non sappiamo come andrà a finire. Dipenderà da tutti noi. Sì, anche da voi. Vi prego, convincete i vostri amici a collaborare affinché questa commovente vicenda si concluda nel
modo migliore.

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Storia di un anno vissuto elettricamente https://minimaetmoralia.it/cinema/jimi-all-is-by-my-side-john-ridle/ https://minimaetmoralia.it/cinema/jimi-all-is-by-my-side-john-ridle/#respond Mon, 03 Nov 2014 15:30:46 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24043 Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

È arrivato nelle sale italiane il 18 settembre (anniversario della morte del musicista) l'atteso biopic su Jimi Hendrix diretto dal premio Oscar John Ridley (12 anni schiavo). Il film, presentato al Biografilm Festival di Bologna (che come I Wonder Pictures e Unipol Biografilm Collection si occupa della distribuzione in Italia del film), si chiama Jimi - All Is By My Side e a interpretarlo è André Benjamin aka André 3000, musicista del duo hip hop OutKast. Insieme a lui Hayley Atwell, nei panni della storica fidanzata di Hendrix Kathy Etchingham, e Imogen Poots in quelli di Linda Keith. Ed è da Linda Keith che inizia e finisce l'anno della vita di Hendrix (giugno 1966-giugno 1967) magnificamente raccontato da John Ridley nel film.

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

È arrivato nelle sale italiane il 18 settembre (anniversario della morte del musicista) l’atteso biopic su Jimi Hendrix diretto dal premio Oscar John Ridley (12 anni schiavo). Il film, presentato al Biografilm Festival di Bologna (che come I Wonder Pictures e Unipol Biografilm Collection si occupa della distribuzione in Italia del film), si chiama Jimi – All Is By My Side e a interpretarlo è André Benjamin aka André 3000, musicista del duo hip hop OutKast. Insieme a lui Hayley Atwell, nei panni della storica fidanzata di Hendrix Kathy Etchingham, e Imogen Poots in quelli di Linda Keith. Ed è da Linda Keith che inizia e finisce l’anno della vita di Hendrix (giugno 1966-giugno 1967) magnificamente raccontato da John Ridley nel film.

La storia (bellissima) è questa qua: Linda Keith, all’epoca ventenne modella per Vogue e fidanzata del chitarrista dei Rolling Stones Keith Richards, assiste per caso a un live al Cheetah Club di New York dell’allora pressoché sconosciuto Jimi Hendrix (quella sera chitarrista per Curtis Knight and the Squires). Impressionata dal talento lo invita a continuare la serata nel suo appartamento dove ascoltano qualche disco e parlano. Quando lei gli domanda perché suona con Knight invece che con una band tutta sua, lui onesto risponde: perché non ho una chitarra mia. Linda gli presta una chitarra di Richards (in tour altrove), lo aiuta a mettere in piedi una sua band (Jimi James and the Blue Flames) e appena i Rolling Stones ritornano in città li porta insieme al loro manager Andrew Loog Oldham a sentirlo. Nessuno di loro è particolarmente impressionato da Hendrix.

Linda riprova con Chas Chandler, già bassista degli Animals interessato a reinventarsi come producer e manager, questa volta con più successo. Chandler chiede a Hendrix di andare a Londra e Hendrix accetta a condizione di potere suonare con Eric Clapton. A Londra, insieme a Noel Redding e Mitch Mitchell, Hendrix e Chandler mettono su la Jimi Hendrix Experience. A chiudere l’anno raccontato da Ridley c’è la burrascosa love story con Kathy Etchingham, conosciuta a Londra e musa di The Wind Cries Mary e Foxy Lady, la vigilia del Monterey Pop Festival e la chitarra lasciata in regalo a Linda Keith a dire riconoscenza e gratitudine.

Impeccabili fotografia e sceneggiatura del film, impreziosito da materiali di repertorio che restituiscono epoca e spazi in cui si muove Hendrix. Migliore scena del film è quella del concerto del ’67 al Saville Theatre di Londra. Nel pubblico ci sono George Harrison e Paul McCartney. Jimi, in ritardo esagerato, entra in camerino, tira fuori l’LP dei Beatles Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band uscito tre giorni prima (“Ascolto tutto, da Bach ai Beatles” scriverà Hendrix nella sua bella autobiografia Zero. La mia storia pubblicata da poco in Italia per Einaudi Stile Libero) e dice ai suoi: adesso facciamo una cover. I tre ascoltano il disco e pochi minuti dopo sono sul palco, a estasiare i due Beatles presenti in sala con una strepitosa “Sgt. Pepper” che come tutto il resto passerà alla storia.

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Un tè a casa di Paul McCartney: David Leavitt e la musica https://minimaetmoralia.it/interviste/david-leavitt-e-la-musica/ https://minimaetmoralia.it/interviste/david-leavitt-e-la-musica/#respond Tue, 29 Jul 2014 14:54:13 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22544 David Leavitt, il celebre autore di Ballo di famiglia, è uno dei venticinque scrittori intervistati da Pierluigi Lucadei nel suo libro Ascolti d’autore, pubblicato nelle scorse settimane da Galaad con una postfazione di Nicola Lagioia.

È vero che da bambino volevi diventare un cantante?

Sì, verissimo, ma purtroppo ero stonato.

Hai studiato qualche strumento?

Da bambino ho preso lezioni di chitarra da Linda Waterfall, una cantante folk ancora in attività, ma suonavo in modo terribile. Oggi, nonostante non suoni nessuno strumento, spesso sogno di saper suonare il pianoforte o il clarinetto. Soprattutto mi piacerebbe saper cantare. Se potessi cantare, sarei felice di smetterla con la scrittura.

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David Leavitt, il celebre autore di Ballo di famiglia, è uno dei venticinque scrittori intervistati da Pierluigi Lucadei nel suo libro Ascolti d’autore, pubblicato nelle scorse settimane da Galaad con una postfazione di Nicola Lagioia. (Fonte immagine)

È vero che da bambino volevi diventare un cantante?

Sì, verissimo, ma purtroppo ero stonato.

Hai studiato qualche strumento?

Da bambino ho preso lezioni di chitarra da Linda Waterfall, una cantante folk ancora in attività, ma suonavo in modo terribile. Oggi, nonostante non suoni nessuno strumento, spesso sogno di saper suonare il pianoforte o il clarinetto. Soprattutto mi piacerebbe saper cantare. Se potessi cantare, sarei felice di smetterla con la scrittura.

Che musica ascoltavi da ragazzino?

Il primo disco che ho comprato fu quello dei Carpenters intitolato semplicemente Carpenters. Potevo avere otto anni. Poi i miei gusti musicali maturarono insieme a me, influenzati sicuramente dalle cose ascoltate da mio fratello, da mia sorella e da mia madre. Mio fratello mi faceva ascoltare la Incredible String Band, Frank Zappa, e Captain Beefheart. Mia sorella mi faceva ascoltare i musical di Broadway come Bye Bye Birdie, Follies e, ovviamente, West Side Story. Mia madre mi faceva ascoltare Edith Piaf e la musica classica. Mia madre era una pianista. Mia sorella è una fantastica cantante, con un’intonazione perfetta. Mia nipote è una flautista. Sembra che nella mia famiglia soltanto le donne ereditino il gene della musica.

E dall’adolescenza in poi?

Durante l’adolescenza ho ascoltato quasi esclusivamente Joni Mitchell. A diciassette anni sapevo tutti i testi delle canzoni a memoria. Quando ero al college, ricordo che andai a due concerti a New Haven, una volta ad ascoltare le Go-Go’s e un’altra le Roches. La musica dei miei anni di college, dal 1979 al 1983, è stata la new wave: Talking Heads, Thompson Twins, B-52’s, Human League, Eurythmics. Il mio compagno, Mark, è il maggior esperto di musica per pianoforte che io conosca. Quando abbiamo vissuto a Firenze, negli anni Novanta, andavamo spessissimo ai concerti al Teatro della Pergola. Lì, ma anche in altri teatri italiani, ho avuto il piacere di assistere ai concerti di grandi musicisti come Martha Argerich, Radu Lupu, Krystian Zimerman, Maurizio Pollini, Andras Schiff, Mikhail Pletnev, Bella Davidovich. Forse l’esperienza musicale più memorabile dei miei anni italiani è stata ascoltare Sviatoslav Richter. Più recentemente sono diventato un grande ammiratore delle canzoni di Noël Coward.

Ascolti musica quando scrivi?

Qualche volta. Se lo faccio, ascolto musica per pianoforte. Mozart, Brahms, Schubert, Ravel, Franck e Rachmaninov sono gli autori che prediligo.

La musica può influenzare la tua scrittura?

Guarda, ho capito come finire il mio nuovo romanzo, The Two Hotel Francforts, ascoltando la registrazione di Eva Knardahl dell’Intermezzo op. 118 n. 6 di Brahms. La struttura di quell’intermezzo è interpretata dalla Knardahl in un modo drammatico che mi è servito da modello per l’ultima parte del romanzo.

La musica può arrivare dove la letteratura non arriva?

La musica può raggiungere luoghi dell’anima che si trovano oltre le parole.

C’è qualche romanzo scritto da un musicista che ti sia mai piaciuto?

Anche sforzandomi, non me ne viene in mente nemmeno uno.

Ti è capitato di conoscere personalmente dei musicisti famosi?

Il regista John Schlesinger una volta mi portò a un tè a casa di Paul e Linda McCartney e dei loro figli, che allora erano bambini. Paul e Linda non avrebbero potuto essere più accoglienti (in italiano, ndr).

Vai ancora spesso a sentire musica dal vivo?

Non più. Ma ascolto cd in continuazione.

Il più bel concerto della tua vita in assoluto?

Eh, questa è difficile. Sono stato a molti grandi concerti. Il più bello di tutti però credo proprio che sia stato quello alla Pergola in cui Zimerman suonò la Marcia funebre della Sonata n. 2 di Chopin e, come bis, la Passacaglia di Bach.

Ci sono dei musicisti in particolare che hanno ispirato i protagonisti de Il voltapagine?

Oh, no. Non sono personaggi ispirati da qualcuno in particolare.

Puoi dirmi il titolo di una canzone che riassuma l’atmosfera e il senso di Ballo di famiglia?

California di Joni Mitchell.

De La lingua perduta delle gru?

On, On, On, On dei Tom Tom Club.

De Il corpo di Jonah Boyd?

La cover di Joni Mitchell della It’s All Over Now, Baby Blue di Bob Dylan.

Del romanzo che stai scrivendo, The Two Hotel Francforts?

World Weary di Noël Coward.

I tuoi cinque album di tutti i tempi?

Joni Mitchell, Night Ride Home; il live di Noël Coward At Las Vegas; Teresa Stratas, Stratas Sings Weill; Nikolai Demidenko & Dmitri Alexeev, Medtner & Rachmaninov: Music For Two Pianos; Sviatoslav Richter, Schubert: Piano Sonata n. 9, n. 11 e n. 13.

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Free Pussy Riot https://minimaetmoralia.it/cultura/free-pussy-riot/ https://minimaetmoralia.it/cultura/free-pussy-riot/#respond Mon, 23 Dec 2013 14:31:18 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=17158 Oggi sono state rilasciate le due Pussy Riot Maria Alyokhina e Nadia Tolokonnikova. Questa è la versione integrale di un pezzo uscito sull'ultimo numero di XL la Repubblica.

Le Pussy Riot sono un collettivo punk femminista nato a Mosca nell’estate del 2011, il giorno stesso in cui è stato annunciato il ritorno di Putin. La loro arte sta in performance pubbliche di dissidenza politica, come quella del febbraio 2012 nella cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca che ha visto l’arresto di tre di loro e la condanna a due anni di reclusione.

La storia delle Pussy Riot accade oggi davanti ai nostri occhi. È una storia di oppressione e di rivolta, in cui l’estetica e l’attitudine punk ritornano sulla scena più contemporanee e opportune che mai a manifestare la diversità dal comune obbedire, il desiderio politico e sentimentale di cambiare lo stato delle cose malgrado l’evidente distanza tra un manipolo di ventenni femministe che cantano coi passamontagna colorati in testa e la Russia ingombrante, millenaria, devota a Putin e a Dio, profondamente sessista, ferma nella propria evoluzione da qualche parte nell’ottocento. Come faranno le nostre Pussy Riot a vincere?

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Oggi sono state rilasciate le due Pussy Riot Maria Alyokhina e Nadia Tolokonnikova. Questa è la versione integrale di un pezzo uscito sull’ultimo numero di XL la Repubblica.

Le Pussy Riot sono un collettivo punk femminista nato a Mosca nell’estate del 2011, il giorno stesso in cui è stato annunciato il ritorno di Putin. La loro arte sta in performance pubbliche di dissidenza politica, come quella del febbraio 2012 nella cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca che ha visto l’arresto di tre di loro e la condanna a due anni di reclusione.

La storia delle Pussy Riot accade oggi davanti ai nostri occhi. È una storia di oppressione e di rivolta, in cui l’estetica e l’attitudine punk ritornano sulla scena più contemporanee e opportune che mai a manifestare la diversità dal comune obbedire, il desiderio politico e sentimentale di cambiare lo stato delle cose malgrado l’evidente distanza tra un manipolo di ventenni femministe che cantano coi passamontagna colorati in testa e la Russia ingombrante, millenaria, devota a Putin e a Dio, profondamente sessista, ferma nella propria evoluzione da qualche parte nell’ottocento. Come faranno le nostre Pussy Riot a vincere?

Le armi di cui dispongono sono la trasversalissima femminilità contemporanea (che è femminista ma è anche gay e queer e ha nella diversità la propria forza) e un certo modo di essere eroine (e supereroine) che si direbbe appartenere più a romanzi, cinema e fumetti che alla vita vera. A definire le Pussy Riot sono poi il punk, l’attivismo politico, la religione (meglio, l’opporsi a un certo modo di pensare e di praticare la religione), la parola riot, che è al tempo stesso rivolta ma anche dissenso. Ed è un dissenso costruttivo il loro, è volontà e urgenza. Quel riot loro lo portano con eleganza, sfrontatezza e coraggio. Come i passamontagna che hanno in testa e i vestiti coloratissimi con cui hanno trovato un modo tutto loro per non restare invisibili, per rendersi riconoscibili anche in mezzo a una folla di milioni, per esprimere positività malgrado la cattività del contesto geopolitico in cui si muovono.

Avessi vent’anni andrei in Russia e diventerei una Pussy Riot. Me lo dico uscendo da un cinema di New York dopo avere visto il documentario di Mike Lerner e Maxim Pozdorovkin Pussy Riot: A Punk Prayer (dal 12 dicembre nelle sale italiane distribuito da I Wonder e in dvd per Feltrinelli Real Cinema, mentre il 25 febbraio uscirà in America per Riverhead Trade il bel libro-reportage della giornalista Masha Gessen Words Will Break Cement: The Passion of Pussy Riot). All’anteprima americana del film c’era Patti Smith che pochi giorni dopo, a un concerto organizzato per festeggiare e ricordare Federico García Lorca, poeta spagnolo ucciso dai franchisti nel 1936, dirà: “La distanza tra García Lorca e le Pussy Riot o i giovani che manifestano a Istanbul non è tanta. Dobbiamo difendere il diritto alla parola perché è l’unico diritto che ci hanno lasciato”. Così Patti Smith, che se avesse vent’anni e vivesse in Russia sarebbe anche lei una Pussy Riot.

Del documentario sulle Pussy Riot di Lerner e Pozdorovkin va detto che è un film bellissimo, è pieno di storia e informazione, e tutti dovrebbero vederlo. Lo vedi e ti accorgi di quanto poco pop e molto politica sia la storia delle Pussy Riot. Lo vedi e capisci che la Russia non è affatto come te la immagini, che lì il femminismo non è ancora datato né anacronistico, che il punk ha ancora un’urgenza, un’attualità e una giovinezza tutte sue. Lo vedi e rimani inchiodato a una frase di Majakowskij citata in esergo che dice: “L’arte non è uno specchio per riflettere il mondo, ma un martello per forgiarlo”. Poi mi viene in mente un titolo di un reportage sulle Pussy Riot fatto dal settimanale francese les Inrocks. Diceva: “Poutine reveille le punk”, Putin risveglia il punk. Quasi gli siamo grati che l’abbia risvegliato.

Ma il punk non è tutto la stessa cosa. La distanza tra Pussy Riot e Sex Pistols, per esempio, la spiega benissimo Alessandra Cristofari in un breve documentatissimo saggio-reportage pubblicato lo scorso gennaio (Free Pussy Riot! Viaggio nella Russia di Putin, Editori Internazionali Riuniti, pagg. 108, 8,50 euro). In un primo momento sembra avvicinare tra le loro le due band, citando Johnny Rotten, leader della band inglese che il giorno della celebrazione del Giubileo d’Argento della Regina Elisabetta salì su una barca sul Tamigi (affittata dal manager) per cantare God Save the Queen in direzione di Westmister. Dice Rotten: “Non si scrive una canzone come God Save the Queen perché si odiano gli inglesi. Si scrive una canzone come questa perché si amano e si è stanchi di vederli maltrattati”. Subito dopo però fa parlare una delle Pussy Riot che senza girarci intorno in un’intervista rilasciata al St. Petersburg Times nel febbraio 2012 prende le dovute distanze dalla band inglese, alza la posta e dice: “È difficile riconoscere un reale elemento di protesta se si esegue la protesta su una barca che è stata presa regolarmente in affitto; al massimo si tratta di una performance commerciale. Non c’è nessuna affinità con noi perché noi non abbiamo mai affittato niente e non abbiamo intenzione di farlo, noi utilizziamo gli spazi che non ci appartengono e li utilizziamo gratis”.

“Cosa sono le Pussy Riot? Un gruppo punk femminista”. Mentre lo dice Nadia (Nadežda Tolokonniková, nata nel 1989, madre di una bambina, tra le fondatrici delle Pussy Riot, arrestata nel febbraio 2012 e condannata a due anni di detenzione, recentemente trasferita in una colonia penale in Siberia) guarda in camera da dietro le sbarre della cella da cui assiste al proprio processo. Dice questo, e dice anche che il loro è solo uno dei tanti gruppi punk femministi che dovrebbero esserci in Russia. I tanti gruppi punk femministi però in Russia non ci sono. E la misura dell’assenza di democrazia in Russia viene data dal fatto che le Pussy Riot siano un caso unico nella Russia di Putin. Nell’agosto del 2012 Madonna ha chiuso la tournée in Russia con un passamontagna in testa e la scritta Pussy Riot sulla schiena. Milioni di ragazzine russe l’hanno vista schierarsi apertamente con le Pussy Riot e ignorare gli insulti dell’assai poco elegante vicepremier russo Dmitry Rogozin (in un tweet ha commentato: “Tutte le ex prostitute tendono a dare in giro lezioni di morale quando invecchiano”).

Insieme a Madonna e a Patti Smith hanno manifestato la propria solidarietà alle Pussy Riot Sting, gli U2, Yoko Ono, Adele, Elton John, Bryan Adams, Courtney Love, i Radiohead, Bruce Springsteen, i Coldplay, gli Arcade Fire, Paul McCartney, i Portishead, Bjork, Cat Power, il filosofo Slavoj Žižek (l’interessante e appassionato scambio epistolare tra il filosofo e Nadia è stato recentemente pubblicato da Micromega). Peaches ha fatto una canzone che si chiama Free Pussy Riot e ci ha girato un video. Non si ha però notizia di altri collettivi di ragazze russe che come le Pussy Riot si siano messe a fare punk politico. In un’intervista rilasciata pochi giorni prima della performance nella cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca, un giornalista americano ha chiesto: “Le Pussy Riot cercano nuovi membri?” Una di loro ha risposto: “Lei conosce qualcuno che voglia venire a Mosca, fare concerti illegalmente, e aiutarci a combattere Putin e gli sciovinisti russi?”

Al processo, chiamata a difendersi, Masha (Maria Alëchina, nata nel 1988, anche lei madre di un bambino, anche lei Pussy Riot, anche lei arrestata e condannata a due anni di detenzione) dice che è la sete di libertà a renderci un po’ più liberi. Al processo Nadia dice: “Anche se fisicamente siamo qui, ci sentiamo più libere di tutti coloro che siedono di fronte a noi, dalla parte dell’accusa. Possiamo dire ciò che vogliamo e diciamo ciò che vogliamo. L’accusa può dire solo ciò che è permesso dalla censura politica. Non possono dire preghiera punk, o Maria Vergine, liberaci da Putin”. C’è un piccolo libro pubblicato l’anno scorso in Italia che raccoglie i testi (canzoni, lettere, atti processuali) delle Pussy Riot. Il libro si chiama Pussy Riot. Una preghiera punk per la libertà (Il saggiatore, pagg. 144, 12 euro) e dentro c’è una lettera dal carcere di Masha che dice: “Io e la mia unica compagna di cella, Nina, dormiamo vestite su brande di metallo. Lei dorme in pelliccia, io con un cappotto. In cella fa così freddo che abbiamo il naso arrossato e i piedi gelati, ma non è permesso infilarsi sotto le coperte fino al suono della campanella notturna. Le crepe negli infissi sono tappate con assorbenti igienici e pezzi di pane”.

Della sua permanenza in galera Nadia dice che se hai la salute va anche bene. Che lì hai sempre il tuo cervello, la coscienza e l’anima. Che fintanto che pensi non è il posto peggiore dove stare. A un certo punto del film, fuori da una chiesa russa ortodossa, ci sono degli strani ortodossi dal look heavy metal che manifestano contro le Pussy Riot. Sono esclusivamente uomini, di una certa età, sulle magliette hanno stampato teschi e la scritta ORTODOSSIA O MORTE, alla telecamera che li riprende dicono che se non sei ortodosso muori. Li guardi e pensi che in effetti la galera di Nadia non è il posto peggiore dove stare.

Le ragioni per cui hanno arrestato Masha, Nadia e Katia (Yekaterina Samucevič, 1981, l’unica delle tre a essere liberata, fuori dal carcere continua a essere una Pussy Riot) sono l’avere violato le regole della chiesa russa ortodossa indossando vestiti inappropriati. Portare “maschere provocatorie con gli occhi tagliati” (sarebbero i passamontagna) è violare le regole della chiesa russa ortodossa. Portare la calzamaglia gialla è violare le regole della chiesa russa ortodossa. Più ufficialmente, con la performance del febbraio 2012 dentro la cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca hanno violato l’articolo 213.2 del codice penale russo, ovvero hanno turbato l’ordine sociale con un atto di teppismo che mostra mancanza di rispetto per la società ed è motivato da odio o ostilità religiosa. L’atto di teppismo sono quaranta secondi di performance non violenta che ha visto cinque Pussy Riot dentro la cattedrale cantare e ballare con i passamontagna e i vestiti colorati. Dice Nadia in una lettera dal carcere: “Se duemila anni fa fosse esistito l’articolo 213, Gesù sarebbe stato accusato di teppismo”. La canzone che hanno cantato si chiama Maria Vergine, liberaci da Putin (preghiera punk). L’hanno cantata sull’altare perché l’altare è un luogo vietato alle donne. Il loro era un gesto femminista. La canzone dice: Maria Vergine, Madre di Dio, diventa femminista, diventa femminista, diventa femminista. E poi dice: Maria, Madre di Dio, protesta al nostro fianco. E alla fine: Maria Vergine, Madre di Dio, liberaci da Putin, liberaci da Putin, liberaci da Putin.

Quando le viene chiesto perché tra tanti posti hanno scelto proprio la cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca, Nadia risponde: “È simbolo dell’unione tra Chiesa e Stato che non dovrebbe esserci”. Nel settembre del 2012 il settimanale tedesco Der Spiegel le ha chiesto se si è pentita. E lei: “No, non mi pento di niente. Se hai paura dei lupi, dovresti evitare le foreste”.

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Di documentari, di Harlem e di buoni maestri https://minimaetmoralia.it/cinema/di-documentari-di-harlem-e-di-buoni-maestri/ https://minimaetmoralia.it/cinema/di-documentari-di-harlem-e-di-buoni-maestri/#comments Tue, 09 Oct 2012 10:24:05 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9754 Questo articolo è uscito sulla versione online di Orwell

Questa storia comincia così

Albert Maysles è il più bravo documentarista del mondo e in Italia pochi sanno chi è. Lo incontro in un cinema lo scorso maggio. Sono a New York da un paio di settimane e starò ancora un paio di mesi. Una sera vado all’IFC, un cinema downtown, a vedere un suo documentario, uno dei suoi più belli e che non ho mai visto, è del ’68, si chiama Salesman. È la storia di quattro venditori di bibbie porta a porta.

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Questo articolo è uscito sulla versione online di Orwell

Questa storia comincia così

Albert Maysles è il più bravo documentarista del mondo e in Italia pochi sanno chi è. Lo incontro in un cinema lo scorso maggio. Sono a New York da un paio di settimane e starò ancora un paio di mesi. Una sera vado all’IFC, un cinema downtown, a vedere un suo documentario, uno dei suoi più belli e che non ho mai visto, è del ’68, si chiama Salesman. È la storia di quattro venditori di bibbie porta a porta.

I due fratelli Maysles (Albert e David) li seguirono nel New England e in Florida e trasformarono quelle giornate on the road in un film di culto. All’epoca dell’uscita il New York Times  lo celebrò definendolo “uno degli esempi migliori di quello che viene chiamato cinema vérité”. A guardarlo quasi mezzo secolo dopo verrebbe da dire lo stesso. Dopo la proiezione c’è il dibattito, in ogni suo momento all’altezza del film. Dopo il dibattito ci sono io che avvicino Maysles, gli dico che amo questo e gli altri suoi film, gli dico che starò a New York un paio di mesi e che voglio intervistarlo. Lui sorride, mi dà il suo biglietto da visita e mi dice call me tomorrow. Questa storia comincia così.

Albert e David Maysles

Albert Maysles ha iniziato a fare documentari nel 1960, coinvolgendo presto il fratello David (scomparso nel 1987). David si occupava del suono, Albert faceva le riprese, entrambi firmavano la regia. A loro non interessava intervistare la gente, preferivano riprendere quello che accadeva nel frattempo. Niente sceneggiature e set e nessuna struttura narrativa, solo su una costante e rigorosa ricerca di un giusto equilibrio tra realtà soggettiva e verità oggettiva. Praticamente, la giusta distanza tra te e il mondo. I fratelli Maysles realizzarono così l’equivalente americano del francesissimo e contemporaneo cinema vérité passando alla storia come pionieri del “direct cinema”. I loro film, e quelli di Albert dalla scomparsa del fratello, sono tutti belli. I più famosi, insieme a Salesman, sono Gimme Shelter (l’infamous tour dei Rolling Stones che culminò con l’omicidio di Altamont, 1970) e Grey Gardens (l’incantevole, magnifica storia delle due Edie Bouvier Beales, madre e figlia, nella loro decaduta casa negli Hamptons, 1976). Meno famosi ma mai minori decine di altri documentari su artisti (cinque solo su Christo e Jeanne-Claude), musicisti (dal primo tour dei Beatles in America del 1964 al recentissimo su Paul McCartney e il concerto in memoria dell’11 settembre, The Love We Make), attori (Meet Marlon Brando, 1965), scrittori (From Truman With Love, su Truman Capote, 1966), sportivi (Muhammad and Larry, sull’incontro Muhammad Ali vs. Larry Holmes, 1980). Gente famosa (non solo ma soprattutto) di cui hanno raccontato la possibilità di essere gente comune, smontando frame dopo frame il concetto di celebrità nella sua accezione più stereotipata, e trasformando anche la più venerata delle pop star o delle star hollywoodiane in uno di noi.

A proposito della celebrità

Per capire il cinema dei fratelli Maysles basta prendere uno dei loro film e guardarlo. The Beatles. The Firts U.S. Visit, per esempio. Nel 1964 la Granada Television chiama al telefono Albert e gli chiede se lui e il fratello possono fare le riprese dei Beatles durante il loro primo tour americano. Senza riagganciare Albert si gira verso David e gli chiede: “Chi sono i Beatles? Sono bravi?” David dice che sì, li conosce, sono bravi, e in quella stessa telefonata accettano il lavoro. I Beatles arrivano, loro li seguono per tutto il tour usando apparecchiature talmente silenziose da diventare quasi invisibili, in pochi giorni sono amici. Non li intervistano, semplicemente riprendono. E la logica che guida il tutto e trasforma un qualunque documentario su una band famosa in un’opera d’arte la capisci quando i Beatles vanno ospiti all’Ed Sullivan Show e ai fratelli Maysles non viene permesso di entrare in studio. È un momento fondamentale per il tour e per il documentario, milioni di americani saranno inchiodati alla tv a guardarli, ma loro non possono essere lì insieme ai Beatles. Cosa fanno i Maysles? Entrano in una casa qualunque e seguono l’Ed Sullivan Show riprendendo due ragazzine e la loro famiglia e lo schermo della tv con sopra le immagini dei Beatles. In pochi minuti e senza alcuna premeditazione di quel tour, dei Beatles e dell’America hanno detto tutto. “Era molto più interessante dal nostro punto di vista che non starcene attaccati a un treppiede in una perfetta ma non realistica situazione di vita”, dirà quasi cinquant’anni dopo Albert. Che è un po’ come quando John Lennon diceva che la vita è quello che succede mentre tu stai facendo altro.

Ad Harlem la gente è più gentile

L’intervista la faccio a Harlem, nella palazzina che è società di produzione, cinema e scuola. Si chiama tutto Maysles. Prima di trasferirsi ad Harlem e creare ogni cosa, Albert Maysles abitava al Dakota Building con la moglie, la psicoterapeuta Gillian Walker. Otto anni fa hanno deciso di vendere l’appartamento al Dakota e comprare una palazzina ad Harlem. È il 2005 e lì Albert apre un cinema (fondato insieme al figlio Philip e in cui vengono proiettati esclusivamente documentari) e una scuola (sempre di documentari, per adulti e ragazzi di Harlem, gratuita e che ha come unico requisito di ammissione l’avere una buona storia e l’urgenza di raccontarla). Arrivo lì una mattina di maggio, e il qui e ora mi sembra talmente bello che guardo Albert Maysles e gli dico: se ti va parliamo del futuro, che del passato sappiamo già tutto. Albert mi sorride e comincia a raccontare. Mi spiega Harlem, e come la gente lì sia più gentile. Mi racconta di una volta che faceva freddo e una signora per strada lo ha fermato per tirargli su il cappuccio della felpa. Sorride. E basta questa storia del cappuccio (me la racconterà ancora una volta un paio di mesi dopo, quasi a non volermene fare dimenticare) perché l’immagine si fissi nella mia mente alla voce “poetica della gentilezza”.

Una ricerca poetica

Parlare con quest’uomo è una sorta di costante ricerca poetica. Prima di venire qua avevo visto molti dei suoi film ma di lui ignoravo tutto. Lo conosco adesso sentendolo parlare e ragionando intorno a quel che dice. Lo conosco guardando le persone che lavorano in questo posto da mattina a sera perché la gente di Harlem impari a raccontare da sé la realtà e perché abbia un cinema che sia un po’ come una casa e in cui potersi riconoscere (il cinema ospita ogni anno, oltre a decine di film sulla black culture, rassegne sul cinema delle Black Panthers, del South Africa o dei Caraibi). Guardo ogni oggetto che c’è in questa stanza, e ogni manifesto, e ogni singolo libro. E nel frattempo cerco domande che alimentino un discorso poetico. Nella conversazione si inseriscono Kay Dilday e Jessica Green, entrambe lavorano lì, mi spiegano progetti passati e futuri, più tardi mi faranno visitare gli spazi, e oggi e nei giorni a venire mi presenteranno gli altri che lavorano al cinema o alla scuola. Man mano che il quadro si allarga capisco perché Albert ha iniziato a spiegarmi il lavoro del Maysles Institute dicendo: “questa è una comunità”. C’è una coerenza di fondo, nelle intenzioni e nelle azioni di tutta questa gente, che li accomuna e che quotidianamente trasforma un modo di fare cinema in uno spazio reale. Che è un po’ come restituire la verità alla realtà. O come costruire il mondo in cui abitare e lavorare decidendo quali siano le priorità. Per esempio, avere a cuore la gente e circondarsi di gente che abbia a cuore noi. Tenere viva una costante ricerca poetica. Perché poetica è la vita. E talvolta può essere anche gentile.

Che cos’è un buon documentario

Maysles dice che un buon documentario è “un’ode alla realtà”. Poi fa una lista di sei cose necessarie a fare un buon documentario: 1. prendi distanza da un punto di vista; 2. ama il tuo soggetto; 3. riprendi eventi, scene, sequenze; evita interviste, narrazione, conduttori; 4. lavora col meglio del talento che hai; 5. fanne un’esperienza, e filma l’esperienza in modo diretto, senza messa in scena né controllo; 6. c’è un legame tra realtà e verità: resta fedele a entrambe. Nei suoi film, e in quelli girati insieme al fratello, c’è tutto questo. Soprattutto c’è molto stupore. Come se oltre a catturare le immagini e i suoni, sia possibile catturare lo stupore e l’incanto di chi riprende per trasmetterlo, intatto e potente, allo spettatore. Dice Albert Maysles che i documentari sono potenti, che “hanno il potere di far capire le cose alla gente, e di cambiare le cose”. Dice che la gente è felice quando li guarda, “perché i protagonisti sono gente comune, e non attori. Sono esattamente come loro”. E infine, sul documentario oggi: “Stiamo vivendo una vera Renaissance del documentario come genere cinematografico. Ma solo perché è la gente a sceglierli, a preferirli alla fiction”.

Una scuola ad Harlem

La filosofia della scuola fondata da Maysles ad Harlem sta nell’insegnare “impegnandosi a riprendere con fede nella realtà e dovere nei confronti della verità”. Ed è a metà strada tra verità e realtà che si colloca di fatto il cinema documentario dei fratelli Maysles, in quella costante ricerca di una giusta distanza tra verità soggettiva e realtà oggettiva. O a dirla con Werner Herzog, “la linea che separa ciò che puoi dimostrare vero da ciò che è poeticamente possibile”. Un’altra delle cose che mi dice Albert è che il suo vero mestiere è insegnare. Dice: “Io insegno”. Rimane un po’ in silenzio e poi mi spiega che il suo primo mestiere è stato “insegnare psicologia all’università”. Un giorno ha pensato che fare un documentario su un ospedale psichiatrico in Russia potesse essere una buona idea, è partito con una 16 mm e ha girato il suo primo film (era l’estate del 1955 e il film era Psychiatry in Russia). “Sono stato lì un mese, solo con un visto turistico. Mi sono presentato all’ospedale e loro mi hanno commissionato il film”. Aggiunge: “Una cosa che in America non potrebbe succedere mai con tutte le regole sul rispetto della privacy”. Poi mi parla dei film realizzati dagli studenti della sua scuola, del come certe volte vengano comprati e trasmessi da HBO o presentati a festival importanti come il Tribeca. Mi racconta di questi giovanissimi neo-registi di Harlem che alle anteprime dei loro stessi film sgranano gli occhi ed esclamano: “questo l’ho fatto io!”

L’America ad Harlem

L’America ho cominciato a capirla lavorando al cinema di Maysles. A fine intervista sono andata dalla direttrice del cinema, Jessica Green, e le ho chiesto se potevo tornare a dare una mano. Nei due mesi successivi sono andata lì due o tre volte a settimana, a volte anche di più. Davo una mano a Nick Daniele, l’house manager del cinema, e ai ragazzi (prevalentemente studenti di cinema) che vanno lì a fare volontariato e a imparare. Certi giorni il mio aiuto non serviva e restavo solo a guardare i film, altri giorni stavo alla cassa o davo una mano al piano di sotto, nella sala dove prima o dopo ogni proiezione registi e spettatori vengono invitati a bere un bicchiere di vino e chiacchierare. Si parla del film che si è appena visto, o del perché si sia lì in quel momento, ci si scambiano numeri, si fa amicizia. “Fare documentari è un modo per fare amicizia con la gente”, mi dice Albert un giorno alla fine di una proiezione. Io gli dico che anche frequentare un cinema di documentari aiuta, e che da quando ho cominciato a frequentare il Maysles Cinema ho quasi più amici ad Harlem che a Roma. Lui sorride e ha capito cosa voglio dire.

Link & video

Sul sito del Maysles Institute è possibile trovare tutte le informazioni sulla scuola e il cinema, mentre sul sito della Maysles Films ci sono maggiori informazioni su Albert Maysles e i suoi film.

Qui il trailer originale di Salesman, quello di Grey Gardens, alcuni minuti di outtakes di The Beatles: The First U.S. Visit e il trailer di Muhammad and Larry.

Tra i tanti video su youtube c’è un breve documentario su Albert Maysles, diverse interviste tra cui una di Regina Weinreich e un paio di minuti della Harlem intorno al Maysles Institute.

Tra i film di Albert Maysles in produzione sono già online i primi minuti di In transit e di un documentario su Iris Apfel.

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Il Baronetto e il Re https://minimaetmoralia.it/musica/il-baronetto-e-il-re/ https://minimaetmoralia.it/musica/il-baronetto-e-il-re/#respond Thu, 04 Nov 2010 08:51:59 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3168 di Liborio Conca

Scenario country americano anni ’30. Un uomo e una donna col megafono. Stanno cercando di vendere una bibita che promette di migliorare la forza muscolare di chi la manda giù. «Provatela, signori!». Un ragazzetto nero si avvicina timidamente, talmente debole da non riuscire ad aprire la bottiglia

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Scenario country americano anni ’30. Un uomo e una donna col megafono. Stanno cercando di vendere una bibita che promette di migliorare la forza muscolare di chi la manda giù. «Provatela, signori!». Un ragazzetto nero si avvicina timidamente, talmente debole da non riuscire ad aprire la bottiglia. Lo aiuta l’ambulante; il ragazzo tracanna il liquido, sfida a braccio di ferro un omaccione muscoloso, lo batte. La bevanda miracolosa va a ruba.

Be’, se la scena suona familiare, è perché il commerciante è Paul McCartney e il ragazzetto è Michael Jackson. È l’inizio del videoclip di Say Say Say. Cinque minuti scarsi che in un certo senso racchiudono – almeno a livello simbolico – l’apice della pop music più opulenta, la grandeur di quella fase arlecchinesca e spensierata e sembrerebbe tanto rimpianta. Insomma, è la massima estensione, o quasi, dell’Impero, di quell’Impero. Siamo nel 1983, nel cuore in technicolor degli anni che hanno visto il bang-bang planetario/onnivoro della cultura pop, dei mega-video girati a suon di dollaroni sonanti trasmessi da Mtv, e a esibirsi ci sono due altezze reali del genere: la giovane star nera, reduce dal trionfo intergalattico di «Thriller»,e il baronetto ormai non più rampante, ma ancora erede e continuatore a modo suo dell’epopea beatlesiana (John Lennon è morto da tre anni). Il giochino della collaborazione monstre tra colossi c’era già stato e si ripeterà ancora. Anche resuscitando le anime morte (Sinatra, Lennon, Mercury). Anche in questi ultimi anni rantolanti e pieni di controfigure (Beyoncè e Lady GaGa). Ma in quei pochi minuti c’è una miniera. Pare che il regista del videoclip abbia affermato: «con gli ego di quei due avremmo potuto riempirci una stanza».
Eppure, come per tutte le vette imbiancate e marmoree o persino di plastica che si rispettino, anche Say Say Say ha dentro l’avviso incombente della corruzione in arrivo, della fine irrimediabile di un’epoca.

L’ironia è che sono almeno dieci anni che il recupero musicale degli Ottanta va alla grande, tanto che ormai si può parlare di due decenni distinti: quello reale, ammazzato e sotterrato da «Nevermind», e quello parallelo, che si è sviluppato a partire dalla fine degli anni Novanta riemergendo dalla cassa da morto più vivo che mai (tipo Eddie, lo zombie-simbolo degli Iron Maiden, che riemerge dalle viscere della terra nella copertina di «Live After Death», 1985). Personalmente, ero lì che guardavo Tmc2 nel ’98 o ‘99 e già parlavano di revival anni Ottanta, a proposito di una…ehm, un tantino ridondante cover di un pezzo degli Heaven 17, Let Me Go. Mi sembrava già sospetto: se rivalutano questa roba adesso, che faranno nel 2010? Ci sono arrivato da vivo, e la risposta alla domanda è stata l’ennesimo programma trash-revival in onda su Italia1 l’estate scorsa sul tema eighties.

Say say say è una canzoncina innocua, commercialmente perfetta, in cui le parti di McCartney e Jackson si incastrano in un certo senso alla grande. Il tono vacuo e melenso di un McCartney anni luce lontano da Helter Skelter cede all’irruenza ritmica e fisica della giovin popstar, e così via. Non c’è un vero ritornello, il che a onor del vero impreziosisce la canzone. Il video racconta di una truffa, seppure a fin di bene (e a occhio e croce, gli anni Ottanta sono stati una grande truffa, e certo non a fin di bene; noi italiani ne sappiamo qualcosa). Poi, come in ogni video di Michael Jackson che si rispetti, arrivano i bambini: succede infatti che i soldi raccattati vendendo questa bibita falsamente miracolosa vengano ceduti a un orfanotrofio. Più avanti, compare sullo schermo una delle sorelle di Michael, LaToya Jackson, seduta al tavolino di un cabaret mentre i due protagonisti si esibiscono in una scenetta. Ad affiancarli c’è Linda, moglie di McCartney, sua musa amatissima, sodale nei Wings, eccetera. Poco prima, durante la preparazione al numero, Jackson si sporca accidentalmente con un po’ della schiuma da barba usata da Paul; l’effetto del bianco sul volto all’epoca ancora nero e imberbe di Michael è accompagnato da una simultanea smorfia di meraviglia. La canzone si chiude con lo sceriffo del villaggio che scopre i due Robin Hood, i quali però riescono a fuggire vestiti di tutto punto.

E allora adesso stacchiamo queste figure dallo sfondo bucolico/da età dell’oro in cui sono incastonate, dal profondo ventre lievemente funkeggiante del videoclip di Say say say – diventato nel frattempo un must degli «Ottanta paralleli» grazie alla programmazione di Mtv Gold, il canale che il network americano dedica in loop ai grandi successi del passato. E vediamo, oltre la rappresentazione nostalgica del decennio, oltre il fischiettare una melodia che non poteva che essere fischiettabile, dove sono finiti i protagonisti di quel piccolo mondo country, microcosmo rappresentativo della belle èpoque del pop, partendo proprio dal mezzo senza cui tanto sfarzo produttivo (500.000 dollari) non avrebbe avuto ragione di esistere.

Mtv. Video Killed The Radio Stars, la canzone dei Buggles con la quale il canale americano aprì le danze nel 1981, la raccontava troppo semplice. Non ricordo chi ha scritto che Lester Bangs è morto in tempo per non vedere Mtv. Forse Dave Marsh. La verità è che il peggio doveva ancora arrivare. Adesso la musica è spesso un triste mordi&fuggi, i pc sono pieni di discografie nelle quali si skippa che è una meraviglia, le canzoni sono ridotte a suoneria del cellulare, e Mtv si è adeguata: la programmazione musicale è sempre più striminzita, stretta tra vuote serie teen-oriented e reality oscenamente demenziali, il rock relegato a nicchia notturna infrasettimanale, per il resto è tutto un trionfo ripetitivo e vuoto di melodie da strapazzo partorite dal cantante-da-reality-di-turno. O dagli U2, quando va bene, e ormai neanche troppo.

Michael Jackson&Paul McCartney. I due eroi di Say Say Say hanno intrecciato le loro carriere e i loro affari in altri momenti, a partire dalla collaborazione in The Girl is Mine, contenuta nel Disco Più Venduto Di Tutti I Tempi, «Thriller» . E poi, all’apice della propria potenza economica, l’imperiale Michael, il 14 agosto 1985, acquistava per la cifra di 47,5 milioni di dollari i diritti dell’intero tintinnante catalogo dei Beatles. Ricacciando nelle soffitte polverose di ogni giornalista dell’NME qualsiasi British Invasion gli fosse mai venuta in mente. Non lo fareste anche voi? Ad ogni modo, tanta tracotanza non verrà ben ripagata. Assediato dai debiti, dagli avvocati, dalle accuse, Jackson sarà costretto a rivendere i diritti nel 2006.

Michael Jackson Quella macchia di schiuma da barba che per un istante è ripresa nel video di Say Say Say… ha assunto nel corso degli anni una sinistra fisionomia profetica. Non che suoni così bene, la Profezia Della Schiuma Da Barba. Però Michael ha cominciato a perdere parallelamente al suo percorso di sbiancamento: che alla base della progressiva trasformazione grottesca di Jackson in un alieno pallido e smorto (in un certo senso la versione sbiadita degli zombie che hanno inaugurato la sua carriera musicale ad altissimo livello nel video di Thriller) siano state cause fisiche (il tentativo maldestro di arginare l’incedere della vitiligine, come pare che effettivamente sia stato) o chissà che altro, non importa. Ancora nel 1984 veniva ricevuto a corte da Ronald Reagan, e non c’è bisogno di dire chi dei due sembrasse più fico e importante. Poco prima s’era ustionato durante le riprese di uno spot girato per la Pepsi (i primi interventi chirurgici risalirebbero a questo periodo). Ma se abbiamo parlato di Say Say Say come di una vetta simbolica per la musica pop, l’apice personale di Jackson si materializza nel 1985, quando riesce a far cantare la stessa canzone a Bruce Springsteen, Cindy Lauper e Bob Dylan (e svariati altri). A fin di bene. A fin di bambini. Come nella truffa orchestrata nel videoclip di Say Say Say. Il resto è fatto di qualche trionfo e di tutto quello che ha portato al giugno 2009.

Paul McCartney Me lo ricordo, Paul, nel duemilatre, di spalle al Colosseo d’arancio illuminato. E a dispetto della celebre leggenda metropolitana che lo vorrebbe morto nel 1966, era in splendida forma. Me lo ricordo, mentre con una specie di sorriso sardonico introduceva Something e diceva: «questa è per il mio amico George». Ecco Lady Madonna: «questa è per il mio amico John». E poi My love, dedicata a Linda, scomparsa nel 1998. Morto il primo manager, Brian Epstein, morto Lennon, morta Linda, morto Harrison, morto Jackson, resta Paul McCartney. Quando ha compiuto 64 anni, i beatlemaniaci sparsi nelle redazioni giornalistiche di mezzo mondo lo hanno celebrato ricordando When I’m Sixty-Four, direttamente dal «Sgt Pepper’s Lonely Heart Club Band». Di recente, un bell’articolo su «Blow up» ha provato a rilanciare lo sdoganamento definitivo dell’opera solista di McCartney presso il pubblico italiano più snob&alternativo. Le silly love songs e le sperimentazioni strambe degli anni Settanta, il baratro commerciale anni Ottanta, la ripresa classicheggiante dei Novanta, ben condensata nella splendida Beautiful Night, 1997.

Proprio in quell’articolo è riportata una celebre frase di Lennon: «Paul scrive canzoni per ziette». A furia di scrivere canzoni per ziette, Paul è diventato la zietta del rock.

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