Paul Newman Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/paul-newman/ un blog di approfondimento culturale Mon, 07 Mar 2016 12:51:01 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Paul Newman Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/paul-newman/ 32 32 Unioni civili e non: come ha risolto il problema Tennessee Williams https://minimaetmoralia.it/letteratura/unioni-civili-e-non-come-ha-risolto-il-problema-tennessee-williams/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/unioni-civili-e-non-come-ha-risolto-il-problema-tennessee-williams/#respond Mon, 07 Mar 2016 14:00:09 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30203 Rispetto della diversità, diritto a viverla e a condividerla, a mostrarla senza doversene vergognare, senza che qualcuno ritenga strano, ingiusto o “contro natura” che due spiriti affini vogliano vivere insieme ed avere gli stessi diritti di qualsiasi altre due persone nella stessa condizione emotiva e spirituale, a prescindere dal sesso degli esseri umani in questione.

Non ci riferiamo al Governo italiano, ai suoi più o meno degni rappresentanti e alla via crucis della legge sulle unioni civili, che di civile sembra aver conservato ben poco. No, qui parliamo di un uomo che di questi temi discuteva e scriveva già negli anni ’50 del Novecento, con molti meno tabù e molto più coraggio di fronte a una platea di conservatori che non condividevano il suo punto di vista e, ciononostante, non potevano smettere di andare ad ascoltare le sue parole.

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Rispetto della diversità, diritto a viverla e a condividerla, a mostrarla senza doversene vergognare, senza che qualcuno ritenga strano, ingiusto o “contro natura” che due spiriti affini vogliano vivere insieme ed avere gli stessi diritti di qualsiasi altre due persone nella stessa condizione emotiva e spirituale, a prescindere dal sesso degli esseri umani in questione.

Non ci riferiamo al Governo italiano, ai suoi più o meno degni rappresentanti e alla via crucis della legge sulle unioni civili, che di civile sembra aver conservato ben poco. No, qui parliamo di un uomo che di questi temi discuteva e scriveva già negli anni ’50 del Novecento, con molti meno tabù e molto più coraggio di fronte a una platea di conservatori che non condividevano il suo punto di vista e, ciononostante, non potevano smettere di andare ad ascoltare le sue parole.

Non potevano smettere perché quest’uomo, che aveva vissuto la diversità fin da bambino e che per questa era stato messo da parte, dileggiato e ferito da familiari e amici, era riuscito a superare tutte le differenze di genere, dimostrando l’universalità dell’essere umano come portatore sano di ipocrisia, meschinerie, paure e debolezze. Universalità che con la sessualità ha poco a che fare.

L’uomo in questione è uno scrittore e un drammaturgo che portava il nome di Thomas Lanier Williams, divenuto famoso con lo pseudonimo di Tennessee Williams. Con opere rappresentate nei teatri di tutto il mondo, poi trasformate in film, come ad esempio La gatta sul tetto che scotta (premio Pulitzer nel 1954), portata poi sul grande schermo da Richard Brooks con Paul Newman e Elizabeth Taylor, Williams ha sdoganato la libertà di sensazione e di pensiero, dimostrando che una coppia gay (mi riferisco per esempio all’amore mai confessato fra Brick e Skipper ne La gatta sul tetto che scotta, amore che porta Brick a sposare Maggie e quest’ultima a costringere Skipper a fare l’amore con lei per dimostrare di non essere innamorato di Brick) non è né migliore né peggiore di una coppia etero e spesso vive nella stessa ipocrisia, come se fosse l’unica strada per rimanere insieme.

È qui la forza di Tennessee Williams, raccontare così bene la “normalità” dei rapporti umani e soprattutto le debolezze, i piccoli ricatti, le recriminazioni su cui questa si fonda, da far perdere di vista allo spettatore il genere di coppia che si sta osservando.  E quando iniziamo a seguire i suoi personaggi nella loro discesa verso la rovina, cercando di convincerci che noi che li spiamo siamo “diversi”, ecco che Williams ci assesta il colpo di grazia e fa dire al suo Brick frasi come: «A volte mi sento così poco vivo che devo proprio iniziare a dire la verità.»

Se ne rammarica, finge di farlo, ma sorprende tutti comunque e parla. Parla davvero, rischia il suo ruolo di personaggio minore del gran ballo dell’ipocrisia regnante solo per cercare un contatto con un’anima affine, che poi dovrebbe essere l’obiettivo di ogni unione, civile e non.

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Walter Tevis: la scrittura come cura https://minimaetmoralia.it/estratti/solo-il-mimo-canta-al-limitare-del-bosco-walter-tevis/ Thu, 29 Oct 2015 07:00:43 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28881 Pubblichiamo la prefazione di Goffredo Fofi a Solo il mimo canta al limitare del bosco, romanzo di Walter Tevis in libreria per minimum fax con una nota di Jonathan Lethem (traduzione di Roberta Rambelli) ringraziando l’autore e l’editore. di Goffredo Fofi Non sono pochi gli autori di romanzi di genere che hanno scritto per sfogare […]

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Pubblichiamo la prefazione di Goffredo Fofi a Solo il mimo canta al limitare del bosco, romanzo di Walter Tevis in libreria per minimum fax con una nota di Jonathan Lethem (traduzione di Roberta Rambelli) ringraziando l’autore e l’editore.

di Goffredo Fofi

Non sono pochi gli autori di romanzi di genere che hanno scritto per sfogare le loro nevrosi, la loro solitudine, la loro disperazione. La scrittura come analisi, come cura. Ne ricordo due tra i più amati maestri del noir, Cornell Woolrich e David Goodis, e, nella fantascienza, il più geniale e malato di tutti, Philip K. Dick.

Walter Tevis appartiene a questo gruppo, e lo ha mostrato in particolare nei racconti contenuti in Lontano da casa, dove ha spregiudicatamente – non è possibile pensare che lo facesse ingenuamente – confessato l’origine delle sue insicurezze ma anche della sua ispirazione: un edipo grande come una casa e di conseguenza una libido, come si diceva un tempo, mal fissata. La fantascienza gli ha permesso di dichiararli, con le mediazioni e i veli dell’immaginario, del futuribile, dell’estremo altrove e, nella confusione dei tempi storici, di vedersi coetaneo e amante della propria madre o di inventarsi femmina invece che maschio.

Sono più mediati gli ottimi romanzi nei quali sfogò la sua passione per il biliardo – un’arte insegnatagli da ragazzo, dopo una lunga malattia e un’estrema solitudine affettiva, da un amato coetaneo – e per gli scacchi. Al biliardo dedicò un romanzo, Lo spaccone, che ebbe la fortuna di essere trasposto nel 1961 nell’omonimo film, bellissimo ed «hemingwayano», diretto da Robert Rossen con Paul Newman e Jackie Gleason (allievo e rivale-maestro), mentre il suo seguito fu preso in mano da Scorsese (meno convincente, meno profondo e meno chiaro nel giudizio sulla società che va mostrando) nel Colore dei soldi, con Paul Newman e Tom Cruise (maestro e allievo).

Alla sua seconda passione dedicò invece La regina degli scacchi, che ha una protagonista dalla psicologia non meno complessa e malata degli «eroi» degli altri romanzi. Per restare al cinema, l’altro grande romanzo di fantascienza di Walter Tevis, L’uomo che cadde sulla Terra, fu tradotto in film da Nicholas Roeg ed ebbe come protagonista il cantante David Bowie, fisicamente perfetto per il ruolo di un fragile extraterrestre che si confronta con il perfido mondo degli umani dominato dal potere del denaro, dal capitale.

C’è chi, come me, preferisce a quel romanzo il meno noto Solo il mimo canta al limitare del bosco (1980) per il fondo di tenerezza che lo muove, per una difficoltà e una disperazione che ormai non appartengono solo ai più nevrotici fra i nostri simili, e per una sorta di lucidità «politica». Il mockingbird del titolo, il «mimo», è peraltro l’«uccello beffatore» cui si riferisce il titolo originale del Buio oltre la siepe di Harper Lee (To Kill a Mockingbird), che uscì nel 1960 e che Tevis non poteva ignorare, dal momento che il suo Mimo è di vent’anni dopo. In un’edizione mondadoriana del 1983 gli diedero un titolo davvero qualsiasi, Futuro in trance.

Walter Tevis non ha scritto molto, né nel genere né altrove, ma quel che ha scritto è certamente il frutto di lunghi pensamenti e, credo lo si possa affermare, di molte sofferenze, non soltanto fisiche. Attirato dalle droghe e dall’alcol (che affliggono molti suoi protagonisti), fisicamente e psichicamente fragile, proprio grazie a questo ha però visto giusto sui mali del mondo – a cominciare da quello cui apparteneva, gli Stati Uniti, dominati dall’arroganza e dalla manipolazione dei potenti e dall’ossessione del denaro e del successo – ed è noto che molti grandi scrittori, pensatori e profeti hanno avuto infanzie da malati, con molto tempo per pensare al senso della vita e alle sue incongruenze. Senza mai essere geniale, è tuttavia la sua onestà ad attrarci e talvolta a commuoverci.

È anche lui un continuatore dell’opera demistificatrice degli Orwell, degli Huxley e degli Zamjatin, come gli altri grandi della fantascienza, Vonnegut e Ballard in testa, ma anche Wyndham, Matheson, Sheckley, Silverberg, Christopher, Simak e tutti quelli che seppero partire dalle tre grandi opere dei primi – 1984, Il mondo nuovo e Noi – condividendone le analisi, le preoccupazioni, le paure. A tutto questo Tevis ha aggiunto di suo una particolare forma di delicatezza, di malinconia, di dolore. Solo il mimo canta al limitare del bosco è un racconto al futuro, ma parla anche del passato da cui è nato, su cui Tevis dà informazioni asciutte e chiare e niente affatto banali.

Tutto parte dalla Morte del Petrolio, «quando la benzina era diventata più cara del whisky, e quasi tutti se ne stavano a casa»; è allora che si cominciarono a costruire i robot, «in nome di un cieco amore per la tecnologia». L’azione del romanzo ha luogo in un mondo in cui la tecnica ha avuto il sopravvento e sembra andare avanti per conto suo, dominando malamente i comportamenti dei robot come degli umani; senza più guide forti, una società allo sbando viene retta da imposizioni che sembrano portare all’estremo alcune tendenze che già ora, nel nostro presente, sono in atto da tempo, ma con una tipica accelerazione che la fantascienza aveva previsto, basata su nuove e più radicali mutazioni. La linea di tendenza oggi rimane però la stessa di quando il romanzo venne scritto e pubblicato.

Due leggi sovrastano e indirizzano i comportamenti umani, e vengono chiamate diritto alla Privacy e all’Individualismo – di fatto l’imposizione della solitudine e di norme a cui è impossibile sfuggire, secondo parametri che risalgono, per quel che Tevis ce ne fa capire, a una visione autoritaria e centralizzatrice di stampo religioso, tipica del più truce protestantismo wasp. Le droghe sono la forma iperlegale dei condizionamenti, sono modi di dimenticare più che di dimenticarsi, e il suicidio, consentito e favorito, individuale o di gruppo, è una pratica propagandata e comune. In quel che resta di un contesto le cui radici sono profonde – e hanno per noi e forse anche per Tevis un nome preciso, capitalismo – gli uomini hanno finito per contare meno dei robot, ma non si può certo dire che i robot, in particolare quelli più elaborati, siano felici.

Il tormento di uno dei tre protagonisti del romanzo, il robot Spofforth, è duplice: avere dei sentimenti (è stato costruito avendo come modello un cervello umano) ma non avere un sesso e non poter dunque fare l’amore e procreare; non potersi uccidere, perché quando tenta di farlo quest’impulso è frenato dai condizionamenti inseriti nella macchina che egli è: potrà morire solo quando sarà morto l’ultimo degli umani. Spofforth sa di appartenere a una specie che è una «parodia dell’umanità».

Il secondo personaggio, Bentley, è un umano inquieto e sofferente, ricercante, che a tratti ha nostalgia della sua «vita passata di autentico figlio del mondo moderno»:

volevo, agognavo i miei sopor e la mia marijuana e le altre droghe che facevano fiorire la mente, e la mia Serenità Chimica e l’esperienza televisiva e le preghiere ai «Direttori», qualunque cosa fossero, e il sonno dolce e drogato nella mia stanzetta di permoplastica, ad aria condizionata, silenziosa, protetta dalla confusione, dai desideri, dalle inquietudini e dalla disperazione di cui era fatta la mia nuova vita. Non volevo vivere più con la realtà; era un peso troppo grande. Un peso doloroso, opprimente.

(A questo quadro sembra mancare solo il computer, solo internet, solo la «rete».)

Un’altra citazione è opportuno fare, sulle «cause del declino della popolazione », per insistere sull’intelligenza del nostro autore; anche se sappiamo che la popolazione del pianeta aumenta e non diminuisce, non è detto che in futuro l’ipotesi avanzata da Tevis non possa vincere. Essa è in ogni caso molto utile a comprendere il fondo teorico su cui è costruito il romanzo.

Le cause sono:

1. paura della sovrappopolazione
2. perfezionamento delle tecniche di sterilizzazione
3. scomparsa della famiglia
4. diffusione dell’interesse per le esperienze «interiori»
5. perdita dell’interesse per i bambini
6. desiderio generalizzato di evitare le responsabilità.

Il romanzo è diviso in capitoli che alternano le storie (e i punti di vista) di Spofforth e di Bentley: le prime vengo­no narrate in terza persona, oggettive perché non è facile entrare nella testa di un robot; le seconde in prima persona (e Bentley è ovviamente l’alter ego dell’autore). Si aggiunge più tardi un’altra voce, quella di Mary Lou, una sorta di ultima donna che sa ragionare e sa scegliere. Intelligente, volitiva e anarcoide, apprezza la virtù – da tutti aborrita – della disubbidienza.

L’irrequieto Bentley impara a leggere, su mandato di Spofforth, a partire (trovata curiosa, da cinefilo) dalle didascalie dei film muti e arriva a leggere la Bibbia per una piccola comunità di sopravvissuti piuttosto ottusi e fondamentalisti. «Quando era morta l’arte di leggere, era morta anche la storia», dice questo erede del Montag di Ray Bradbury (Gli anni della fenice, del 1953, più noto come Fahrenheit 451). Leggere vuol dire ragionare, interrogarsi, capire (ma oggi, per i più, vuole ancora dire questo?).

L’aspetto forse più conturbante del romanzo di Tevis è nelle riflessioni teologiche che egli attribuisce al suo protagonista a partire dalla lettura della Bibbia. «Nessuno degli ingegneri» che hanno costruito i robot e il mondo in cui si è costretti a vivere «credeva che esistesse un dio», e Bentley (cioè Tevis) propende a pensare che all’origine della vita e della Terra ci sia un dio sadico e crudele, anche se diversa è la sua considerazione di Gesù che «sembra sapesse cose che gli altri non sapevano, e non fosse affatto uno sciocco come le persone di Via col vento» – che è il libro tra quelli letti da Bentley che secondo lui ha i personaggi più idioti! – «e neppure ambizioso e spietato, come i presidenti americani» di cui ha letto le azioni. (Per Mary Lou, «quello che hanno tutti in testa è un filmetto scadente».)

Allontanato da Mary Lou, Bentley sperimenta il carcere, l’amicizia di un uomo e di un gatto, l’evasione, l’amorosa scoperta di quel che resta della natura, la vita in una comunità umana appartata e sopravvissuta ma non meno condizionata da quella metropolitana, un amore infelice, il dialogo con un autobus pensante e fedele. Parallelamente, Mary Lou sperimenta l’amore impossibile con Spofforth, ma non può dimenticare quello concreto con Bentley. Ed è proprio insieme a lui che riuscirà a dare al robot una via di fuga dall’immortalità cui è condannato.

Ai discendenti di Bentley e Mary Lou sarà invece demandato un futuro ancora più difficile, in un mondo in cui i robot ripetono meccanicamente e sempre peggio quel che gli hanno insegnato uomini irresponsabili. Il centro di tutto è una poesia, che Bentley e Mary Lou imparano ad amare perché esprime quello che essi pensano. Si tratta di alcuni famosi versi di Eliot, più volte ricordati nel romanzo e che troviamo declamati anche da Marlon Brando-Kurtz in Apocalypse Now di Coppola, un anno prima che questo libro venisse dato alle stampe.

Certamente Tevis li conosceva da tempo, e forse è da lì che è nata l’ispirazione del suo romanzo. Parlano di «uomini vuoti», di «uomini impagliati». E concludono:

È così che il mondo finisce
è così che il mondo finisce
è così che il mondo finisce non con uno schianto ma con un gemito.

© minimum fax 2015

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I 70 anni di Gigi Riva in un’intervista storica che sembra fatta ieri https://minimaetmoralia.it/interviste/70-anni-di-gigi-riva-intervista-mura/ https://minimaetmoralia.it/interviste/70-anni-di-gigi-riva-intervista-mura/#comments Fri, 07 Nov 2014 06:00:24 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24211 Oggi, 7 novembre, Gigi Riva compie 70 anni. Il nostro modo di fargli gli auguri è ripubblicando quest'intervista di Gianni Mura in occasione dei suoi 60 anni, uscita su la Repubblica, e per la quale ringraziamo la testata e l'autore.

Quando Riva indossò per la prima volta la maglia numero 9 e si ruppe per la prima volta una gamba (la sinistra) a Roma, il 27 marzo del ' 67, lo andai a trovare. Stanza 126 del Policlinico Italia. «Vuoi un' intervista? Va bene. Ti costerà un paio di sigarette, perché qui oltre al gesso non mi lasciano fumare». Ricordo meno il titolo che uscì sulla Gazzetta. Il concetto era: «Quando torno spero di trovare un terzino che meni». Riva era così: forza e coraggio, come le polisportive d' una volta. Frangar, non flectar, per chi era fresco di liceo. Rombo di Tuono lo sarebbe diventato prima del Messico. Gli piaceva il soprannome? «Molto, anche se a Brera non l' ho mai detto. Veniva da uno importante, all'estero il più intervistato dei giornalisti italiani era lui». Riva non ha mai amato i giornalisti. Poteva rispettarli (è il caso di Brera) o sopportarli (era il caso mio). Ma la sua specialità era dribblarli.

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12809Oggi, 7 novembre, Gigi Riva compie 70 anni. Il nostro modo di fargli gli auguri è ripubblicando quest’intervista di Gianni Mura in occasione dei suoi 60 anni, uscita su la Repubblica, e per la quale ringraziamo la testata e l’autore.

Quando Riva indossò per la prima volta la maglia numero 9 e si ruppe per la prima volta una gamba (la sinistra) a Roma, il 27 marzo del ‘ 67, lo andai a trovare. Stanza 126 del Policlinico Italia. «Vuoi un’ intervista? Va bene. Ti costerà un paio di sigarette, perché qui oltre al gesso non mi lasciano fumare». Ricordo meno il titolo che uscì sulla Gazzetta. Il concetto era: «Quando torno spero di trovare un terzino che meni». Riva era così: forza e coraggio, come le polisportive d’ una volta. Frangar, non flectar, per chi era fresco di liceo. Rombo di Tuono lo sarebbe diventato prima del Messico. Gli piaceva il soprannome? «Molto, anche se a Brera non l’ ho mai detto. Veniva da uno importante, all’estero il più intervistato dei giornalisti italiani era lui». Riva non ha mai amato i giornalisti. Poteva rispettarli (è il caso di Brera) o sopportarli (era il caso mio). Ma la sua specialità era dribblarli. Non essendoci telefonini, ai campioni si faceva la posta sotto casa. Per Riva, la casa di Fausta, la sorella che gli ha fatto da madre. O era in ritardo l’ aereo dalla Sardegna, o Gigi era appena uscito e chissà quando sarebbe rientrato. Nell’attesa, spesso inutile, Fausta faceva un caffè, mi mostrava i quadri (paesaggi) che dipingeva suo marito, gli album di ritagli su Gigi calciatore. «A me non importa nulla, se vuoi pensaci tu», le aveva detto. Gigi di suo aveva due scatoloni di ritagli in garage: uno scatolone per Bandini, morto bruciato a Montecarlo, l’altro per Tenco suicida (forse) a Sanremo. E anche per questo sono felice di brindare ai 60 anni di Riva, perché allora, prima del Messico, pensavo che non sarebbe arrivato a 40, che fosse come segnato dalla tragedia, del resto a Cagliari i compagni lo chiamavano Hud (“Hud il selvaggio” era un film con Paul Newman). A volte mollava tutti al tavolo del ristorante Corallo e usciva a correre in macchina sulla costa, a tutta velocità, da solo. Boninsegna diceva di aver fatto un’ assicurazione sulla vita, dopo la prima uscita sull’Alfa 1600 di Gigi. Quando lo rividi, fuori dall’Amsicora, aveva una Dino e sotto il tergicristallo c’erano poesie, bigliettini di ragazze, molto espliciti per i tempi, richieste d’ incontro. Due giorni prima aveva segnato un gol importante e io ero pagato anche per fare domande cretine, tipo «a chi lo dedichi?». Accendendosi l’ ennesima sigaretta, come Yanez (il lunedì un pacchetto abbondante, ma poi a scalare, fino a quella della domenica negli spogliatoi, prima del via), mi guardò come se non ci fossi: «Mi sarebbe piaciuto far vivere a mia madre una vita decente. E’ morta quando sono partito per Cagliari. Cosa vuoi che ti dica? Che dedico il gol alla Sardegna, o all’Italia se gioco in Nazionale? Ma non facciamo ridere. Io non ho nessuno a cui dedicare nulla. Segno per dovere».

La storia della famiglia l’ avevo saputa da Fausta e prima, a Leggiuno, dai paesani. Ugo Riva, il padre, era tornato dalla prima guerra mondiale con una medaglia di bronzo al valore. Aveva fatto il sarto, il barbiere, poi era entrato in fonderia. Una scheggia di ferro schizzata via dalla pressa lo passa da parte a parte, come fosse in guerra. Muore il 10 febbraio del ‘ 53. Edis, la madre, lavora in filanda e arrotonda facendo pulizie nelle case dei meno poveri. Gigi è mandato in collegio dai preti: a Viggiù, a Varese, perfino a Milano. Scappa un sacco di volte, e ogni volta lo riportano indietro. Se avrà incubi, da adulto, riguarderanno i giorni in collegio e più tardi quelli in divisa militare, sempre obbligato a obbedire. «E il peso, l’ umiliazione di essere poveri, le camerate fredde, il mangiare da schifo, il cantare ai funerali anche tre volte al giorno, il dover dire sempre grazie signora grazie signore a chi portava il pane, i vestiti usati, e pregare per i benefattori, e dover stare sempre zitti, obbedienti, ordinati, come dei bambini vecchi».

L’ ho chiamato per gli auguri. Gli ho chiesto se avrebbe rifatto tutto, compresi i tanti no alle squadre del Nord. «Per orgoglio, quando giocavo, ho sempre difeso la mia scelta, ma qualche dubbio l’ avevo. Adesso sono convinto di aver fatto bene. La Sardegna mi ha dato affetto e continua a darmene. La gente mi è vicino come se ancora andassi in campo a fare gol. E questa per me è una bella cosa, non ha prezzo. Lo sai che a Cagliari non volevo andare». Lo so. Quand’ era ancora al Laveno gli arrivò la convocazione dell’ Inter e Gigi era interista. Mostrò quel pezzo di carta a tutto il paese, compresi i dirigenti del Laveno che glielo sequestrarono e addio convocazione dell’ Inter. E poi, quand’ era al Legnano e in Nazionale juniores, la svolta. Italia-Spagna all’ Olimpico, 13 marzo ‘ 63, molti osservatori in tribuna, per il Cagliari Silvestri, Tognon e il dirigente Arrica. Nell’ intervallo, accordo col Legnano per 37 milioni. Nel secondo tempo Gigi segna il definitivo 3-2 e Dall’Ara (Bologna) offre 50 milioni. Ma ormai è fatta. Ancora Riva: «La Sardegna allora non era la Costa Smeralda, l’ Aga Khan, era il posto dove mandavano i carabinieri per punizione. Dall’ aereo, sembrava di andare in Africa. Un aereo che non andava oltre i quattromila metri, viaggi da incubo. Sono arrivato a Cagliari massacrato dalla vita, incazzato, chiuso e anche cattivo, se mi toccavano reagivo. Ero senza famiglia e ne ho trovate tante: quella del pescatore che m’ invitava a cena, quella dell’ edicolante, del macellaio, del pastore. Quando giocavamo a Milano, a Torino, c’ erano cinque-seimila sardi che arrivavano dalla Germania, dalla Svizzera, dalla Francia. Mi dispiace di non aver tenuto tutte le loro lettere, ne basterebbe una o due per far capire perché abbiamo amato Cagliari, la Sardegna. Tutti, non solo io. E nessuno di noi giocatori era sardo. Ma eravamo un gruppo forte, solido, senza che nessuno ci avesse mai chiesto di fare gruppo. Rappresentavamo tutta l’ isola, lo sapevamo e ci piaceva». Per questo non si è mai mosso? «Anche per questo, e perché stavo bene così. Ma ogni volta ne parlavo coi compagni: se a voi va bene, rimango. Un giorno Martiradonna mi disse: rimani, così finisco di pagare la cucina. Ai tempi, si viveva di premi-partita, gli ingaggi non erano granché, tutto quello che ci veniva in tasca lo sudavamo sul campo, non c’ erano sponsor per le scarpe, gli occhiali, le tute. L’ unica possibilità di guadagno extra mi arrivò dal regista Zeffirelli: 400 milioni per intepretare san Francesco in “Fratello sole, sorella luna”. No grazie».

Uno scudetto: poco o tanto? «Poco, altrove ne avremmo vinti tre, ma davamo fastidio al Nord. E il destino, anche. Prima che Hof mi rompesse una gamba a Vienna, avevamo vinto 3-1 in casa dell’ Inter ed eravamo primi in classifica. Mazzola sul 3-0 venne a dirmi: Gigi, andateci piano o qui vien fuori un casino. Rallentammo. Angelo Moratti so che mi voleva, ma Herrera preferiva Pascutti, più maturo e affidabile secondo lui. Non andò in porto. Ogni anno, sapendomi interista, Moratti mi mandava una sterlina d’ oro per Natale. Una volta chiaro che non mi avrebbero preso, credo abbia dato dei soldi al Cagliari per garantirsi che non andassi altrove». Con quali giocatori ha legato di più? «Non guardavo alla grandezza ma alla simpatia. Uno, Aristide Guarneri, che non vedo almeno da 35 anni, l’ altro il povero Bruno Mora. Con Fabbri lui poteva fumare, io no perché ero l’ ultimo arrivato. Allora Bruno mi chiamava dietro il pullman e mi passava una cicca. E poi, amici veri sono Boninsegna, Gori, Cera, Ferrero, Zignoli, Tomasini, quelli di quel periodo». Una volta con Riva, Cera, Longoni e Niccolai c’ era un tavolo di ramino pokerato, in una saletta dell’ hotel Belvedere a Bassano del Grappa. E grappa nei bicchierini, e tanto fumo a mezzanotte passata. Entra Scopigno e dice serafico: «L’ ultimo che va via apra la finestra». Questa non l’ ho sentita raccontare perché il quinto al tavolo ero io, passato da sopportato ad accettato. Scopigno diceva: «Il calcio è un castello le cui fondamenta sono le bugie. Io dico pane al pane e brocco al brocco e passo per un tipo bizzarro. Tutti gli altri, dal mago Helenio al mago di Turi passando per l’ asceta Heriberto, sono tipi regolari». Dice Riva: «Scopigno era intelligentissimo, ci faceva ragionare oltre il calcio e ci trattava da uomini. Pensa cos’ era a quei tempi abolire il ritiro prepartita. Quando si ruppe Tomasini inventò Cera libero e giocavamo un 4-4-2 molto attuale, solo Martiradonna e Niccolai giocavano a uomo. Scopigno aveva tanti interessi, dalla musica alla pittura, ci dava fiducia ma non dovevamo deluderlo. Se in albergo facevamo chiasso a tavola, picchiava il coltello su un bicchiere e diceva: ragazzi, non siamo a casa nostra. E non volava più una mosca. Una notte in albergo si giocava a poker in camera mia, con Albertosi, Poli e Gori, fumo da tagliare con l’ accetta, avevamo fatto salire panini e bottiglie. Bussano alla porta, sarà l’ una, Gori intuisce chi è e si nasconde nell’ armadio. Scopigno entra e dice: “Almeno invitare gli amici, quando si fa festa”. Si siede sul mio letto e fa: disturbo se fumo? Noi zitti. E lui: però è l’ ultima, anche per voi. Il giorno dopo abbiamo vinto 3-0». Scopigno era un bel terzino destro, paragonato a Maroso. Era nel Napoli e chiuse la carriera (rottura legamenti) dopo uno scontro con Sivori. E’ morto il 26 settembre del ‘ 93 e non ci fu a ricordarlo nessun minuto di silenzio, nemmeno a Cagliari. Il nostro calcio faceva già abbastanza tristezza allora.

E adesso, Riva? «Adesso faccio fatica a seguire fino al 90′ , ma mi sforzo, per dovere. Non sopporto le moviole, le frasi tipo “ecco, la maglia è leggermente tirata, c’ è trattenuta, è rigore”, oppure “anche se minimo un contatto con la caviglia sinistra c’ è stato”. Sarà che ho vissuto un calcio in cui certi liberi tiravano una riga vicino alla loro area e dicevano “se la passi ti spacco”, tempi in cui per ottenere un rigore a Milano o a Torino non bastava un certificato medico di 15 giorni. Ma tutto questo rovina il calcio, che è un gioco fisico. Io sarei spietato coi simulatori, prova tv e anche 5 giornate di squalifica. Mi ha fatto sincera pena quel difensore dell’ Udinese, Bertotto, con Adriano che avanzava lui pedalava all’ indietro, non lo sfiorava nemmeno per paura del rosso. Ma che calcio è, così iperprotettivo? All’ estero arbitrano in un altro modo, e noi facciamo la parte dei piagnoni, dei vittimisti, di quelli che basta soffiarti addosso e vai giù chiedendo l’ ammonizione. Questo non è il mio calcio». S’ era intuito. Bisogna aggiungere che Scopigno abolì il ritiro prepartita perché diceva che vivere a Cagliari equivaleva a stare in ritiro. Mister, è vero che Cagliari ha un buon vivaio? «Sì, ma di ostriche». Mister, come ha visto mio figlio? «Dalla fine del secondo tempo in poi s’ è comportato benissimo». Riva, cos’ avrebbe fatto se non fosse diventato calciatore? «Il contrabbandiere». Era un calcio impastato di ironia, di rabbia, di umanità. Era un mondo adulto, si sbagliava da professionisti come nella canzone di Conte. Non tornerà più perché il castello è cresciuto e le fondamenta sono sempre bugie. Ma se uno mi chiedesse di stringere Riva (Giggirrivva) in due parole, dovrei ricorrere allo spagnolo: hombre vertical.

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“American Hustle” – tornare sui propri passi per capire dove abbiamo sbagliato https://minimaetmoralia.it/cinema/american-hustle/ https://minimaetmoralia.it/cinema/american-hustle/#comments Fri, 24 Jan 2014 15:25:32 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=17855 Ringraziamo Oscar Iarussi e la rivista il Mulino che, proprio in questi giorni, ospita in homepage - tra le molte cose interessanti - questa riflessione che parte dal cinema e arriva più lontano.

di Oscar Iarussi

Nelle sale in queste settimane, ora anche col viatico delle dieci nomination agli Oscar, American Hustle di David O. Russell è molto di più che una variante malinconica con tocchi virulenti alla Scorsese di La stangata, la commedia che quarant’anni fa mise insieme Paul Newman e Robert Redford conquistando le platee di mezzo mondo. InfattiAmerican Hustle è lì a ricordarci che “l’apparenza inganna”, come recita la seconda parte del titolo nella versione italiana, didascalica ed efficace. Ambientato alla fine degli anni Settanta nella Atlantic City dei casinò in disarmo cara a Bob Rafelson e a Louis Malle, il film si conclude con una sorta di elogio della realtà.

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Ringraziamo Oscar Iarussi e la rivista il Mulino che, proprio in questi giorni, ospita in homepage – tra le molte cose interessanti – questa riflessione che parte dal cinema e arriva più lontano.

di Oscar Iarussi

Nelle sale in queste settimane, ora anche col viatico delle dieci nomination agli Oscar, American Hustle di David O. Russell è molto di più che una variante malinconica con tocchi virulenti alla Scorsese di La stangata, la commedia che quarant’anni fa mise insieme Paul Newman e Robert Redford conquistando le platee di mezzo mondo. Infatti American Hustle è lì a ricordarci che “l’apparenza inganna”, come recita la seconda parte del titolo nella versione italiana, didascalica ed efficace. Ambientato alla fine degli anni Settanta nella Atlantic City dei casinò in disarmo cara a Bob Rafelson e a Louis Malle, il film si conclude con una sorta di elogio della realtà.

È l’approdo chissà se volontario o inconscio della pirotecnica trama in giallo tra politici corrotti, boss del crimine, ciarlatani allo sbaraglio e due bellissime donne – Amy Adams e Jennifer Lawrence – tanto deluse dalla vita quanto determinate nel duellare. L’esito è politicamente schietto: il protagonista Irving Rosenfeld (Christian Bale imbolsito all’inverosimile rispetto alla prestanza del “suo” Batman) dichiara nelle ultime battute di voler “restare con i piedi ben piantati per terra”. Così, nella filigrana di una pellicola di successo, dagli Stati Uniti giunge un invito neanche troppo dissimulato a rileggere il passaggio decisivo fra i Settanta e gli Ottanta in cui la realtà prese a confondersi con la finzione, ovvero le due dimensioni a sovrapporsi nel nome dell’utilitarismo e dell’edonismo proverbialmente “reaganiano” o berlusconiano nelle declinazioni nostrane. Più soldi e più piacere per tutti! Sappiamo com’è andata a finire, al di là e al di qua dell’Atlantico.

Quell’hustle dai molteplici possibili significati letterali o in slang (andirivieni, fretta, truffa, meretricio, scaltro calcolo;  il nostro gergale “casino”), inorgoglito e rinvigorito nel 1989 dal crollo del muro di Berlino e poco oltre dal disgregarsi dell’impero sovietico, avrebbe impresso un’accelerazione mercantile, suscitato una vertigine finanziaria e, oltretutto, suggerito metafore sulla fine della Storia, parimenti smentite nei fatti. Da bipolare che era, il mondo non diventa affatto unipolare e solo americano, bensì molteplice, sfuggente e più minaccioso di prima. Ed è singolare che siano pochi gli analisti a richiamare il legame fra lo shock delle Twin Towers in principio di un secolo le cui magnifiche sorti pareva potessero essere inficiate al massimo dai difetti telematici o dalla pirateria sul web (ricordate il millennium bug?) e la crisi economica, politica e culturale esplosa nel 2007 e tutt’oggi non doma nel mondo occidentale.

Dal canto suo, l’America negli ultimi lustri – tranne che nell’incipit della presidenza Obama e in occasione del lutto globale per Steve Jobs – è andata dissipando il suo fascino come non era accaduto neppure durante la guerra del Vietnam, allorché, fra il 1960 e il 1975, i ragazzi statunitensi e quelli europei riempirono sì le piazze contro l’intervento bellico di Washington, tuttavia in nome di valori libertari e sbandierando costumi, comportamenti e merci a stelle e strisce. Si ebbe allora il paradosso, annotato da Umberto Eco, della terza generazione italiana innamorata dell’America sebbene politicamente anti-yankee, dopo gli intellettuali come Mario Soldati ed Emilio Cecchi durante il fascismo, e Cesare Pavese ed Elio Vittorini nel dopoguerra. Il Sessantotto rinverdì l’anelito occidentale, consumistico, “americano”, al netto e a dispetto delle sue rigidità orientali di cui è rimasto ben poco (il mito di Stalin, il culto di Mao o la surreale infatuazione per l’Albania).

È presto per dire se oggi la generazione dei social network del selfie (dai dodici ai cinquant’anni tutti ad autoritrarsi!) sia interessata o disponibile a un nuovo incanto americano, a un orizzonte appena più vasto delle funzioni di un iPhone 5s, insomma a non rinserrarsi nell’ideologia tecnologica che permea e imbambola l’immaginario. “Per il narcisista il mondo è uno specchio”: aveva visto lungo il sociologo Christopher Lasch, scomparso giusto vent’anni fa, nel suo The Culture of Narcissism del 1979.

Eppure alcuni segnali depongono per un cambio di stagione. All’America corposa, sanguigna, tenace, autentica, ruvida si ricomincia ad attribuire – suo malgrado – un’attrattiva che sembrava persa per sempre. Ricordate Pavese? L’America a mo’ di palcoscenico dove, prima che altrove, “si recita il dramma di tutti”. Certo, lo sguardo è retrospettivo come in American Hustle o nella rassegna biennale dedicata alla New Hollywood anni Sessanta-Settanta, a cura di Emanuela Martini, che anche nel 2014 il Torino Film Festival dedicherà alle opere dei giovani ribelli del tempo. Peter Bogdanovich, Martin Scorsese, Steven Spielberg, Francis Ford Coppola, Sam Peckinpah, Robert Altman… Registi e film alieni dalle lusinghe degli effetti speciali rispetto al primato del cinema di indagine, dell’elegia realistica e della denuncia dei rapporti di classe o di genere. Vintage? Modernariato? Nostalgia canaglia? Può darsi, ma è roba forte che se riprende a circolare non lascerà indifferenti.

Vedi il caso di Autunno americano, come s’intitola l’importante serie di esposizioni e iniziative in corso a Milano fino al prossimo febbraio. Un successo in primis nel pubblico dei più giovani. Prendendo le mosse dalla Scuola di New York di “Pollock e gli irascibili” a Palazzo Reale e passando per Bob Dylan, Andy Warhol o Marilyn Monroe, di scena vi sono le voci, le visioni e le icone pop che fin dai primi anni Cinquanta palesano/denudano anzitempo l’addio al Novecento delle Grandi Narrazioni, dei movimenti di massa e delle utopie di riscatto. Lì, in America, si produce lo strappo o la ferita della modernità la cui sicumera comincia a sfarinarsi nei frammenti, nei racconti occasionali, nei minima immoralia, nei pensieri brevi o post ben prima che su Facebook.

Ecco, potremmo metterla così: si torna sui propri passi per capire dove abbiamo sbagliato, lungo strade geograficamente lontane eppure familiari. Tra l’altro è sugli schermi italiani anche Nebraska di Alexander Payne (sei nomination all’Oscar), pensoso e delicato road movie in bianco e nero, con stile Seventies e paesaggi desolati che possono ricordare le sonorità dell’omonimo album di Bruce Springsteen. Mentre è stato appena tradotto finalmente in edizione integrale da Sergio Claudio Perroni per Bompiani Furore di John Steinbeck (1939), l’opera di viaggio per eccellenza da cui John Ford trasse un film altrettanto memorabile: è l’odissea verso Ovest di Tom Joad e della sua famiglia contadina in fuga dalla Grande depressione. Come già accaduto nei recenti Lincoln di Steven Spielberg e Django Unchained di Quentin Tarantino, Hollywood rivolge lo sguardo all’indietro e cerca tracce di futuro nelle ombre e nei buchi neri della storia: una sorta di analisi terapeutica per mitigare l’onnipotenza perduta.

La ricerca ci riguarda. A quale bivio ci siamo persi sognando l’America amara? Era il bellissimo titolo di Emilio Cecchi, il più consapevole dei viaggiatori oltreoceano anni Trenta nel gruppo dei Cipolla e Fraccaroli, mutuato dallo storico Lucio Villari per un’agile ricognizione di “storie e miti a stelle e strisce” fresca di stampa per Salerno Editrice. Nei rapporti tra l’Italia e gli Stati Uniti, conclude Villari, “l’America è l’Oggetto di una nostra eterna infanzia, di un nostro futuro misterioso”. In cerca di speranze, dove altro mai rivolgersi?

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Marfa Girl, il mio film migliore. Una conversazione con Larry Clark https://minimaetmoralia.it/cinema/marfa-girl-intervista-larry-clark/ https://minimaetmoralia.it/cinema/marfa-girl-intervista-larry-clark/#respond Mon, 07 Jan 2013 09:55:30 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12231 Questo pezzo è uscito su Orwell. (Fonte immagine)

Prima di salutarmi mi dice: “Com’è che diceva John Lennon? La vita è quello che ti capita mentre tu stai facendo altro”.

A sessantanove anni Larry Clark ha fatto il suo film più bello. Lo penso uscendo dalla sala dell’Auditorium, al Roma Film Festival. Marfa Girl è stato presentato in anteprima e tra qualche giorno farà vincere a Clark il premio come miglior film del festival. Il primo premio nella carriera del regista per un film che non uscirà mai in sala e nemmeno in dvd – Marfa Girl si può vedere solo in streaming sul sito larryclark.com a 5 dollari e 99 centesimi. “Ho deciso di metterlo direttamente in rete per mandare Hollywood a quel paese”, ha dichiarato Larry Clark dal primo giorno che ha messo piede a Roma, passando una settimana a rilasciare interviste in cui imprecava contro produttori e distributori, facendo nomi e cognomi di chi a oggi gli tiene bloccati film che forse non girerà mai, “perché sono pensati per essere interpretati da ragazzini che tra un anno non saranno più ragazzini”.

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Prima di salutarmi mi dice: “Com’è che diceva John Lennon? La vita è quello che ti capita mentre tu stai facendo altro”.

A sessantanove anni Larry Clark ha fatto il suo film più bello. Lo penso uscendo dalla sala dell’Auditorium, al Roma Film Festival. Marfa Girl è stato presentato in anteprima e tra qualche giorno farà vincere a Clark il premio come miglior film del festival. Il primo premio nella carriera del regista per un film che non uscirà mai in sala e nemmeno in dvd – Marfa Girl si può vedere solo in streaming sul sito larryclark.com a 5 dollari e 99 centesimi. “Ho deciso di metterlo direttamente in rete per mandare Hollywood a quel paese”, ha dichiarato Larry Clark dal primo giorno che ha messo piede a Roma, passando una settimana a rilasciare interviste in cui imprecava contro produttori e distributori, facendo nomi e cognomi di chi a oggi gli tiene bloccati film che forse non girerà mai, “perché sono pensati per essere interpretati da ragazzini che tra un anno non saranno più ragazzini”.

Criticato da alcuni per il suo ostinarsi a raccontare sempre e solo storie di adolescenti, amato da altri più per il suo Kids d’esordio che per gli altri suoi film, Larry Clark con Marfa Girl spariglia le carte. Gli adolescenti ci sono sempre, ma la vita irrompe e prende il sopravvento sul resto. La vita è quello che ti ritrovi davanti guardando il film. La vita, mi dirà tra poco, è quello che gli è capitato durante le riprese. E che gli ha permesso di fare il suo film migliore.

Che si tratti di un film politico Clark lo ripete più volte, e aggiunge che è un film sugli immigrati in America. Per girarlo ha scelto Marfa, una piccola cittadina del Texas, millenovecento abitanti, sessanta miglia dal confine col Messico. “È un microcosmo di quella che è l’America. Metà degli abitanti sono bianchi, nati lì, metà sono ispanici, sempre nati lì. Gli ispanici vengono presi di mira dalla polizia di confine”. Gli ispanici di Marfa sono ragazzini messicani-americani nati e cresciuti a Marfa. I poliziotti li conoscono, conoscono le loro famiglie, e ciononostante li fermano con ogni pretesto. “Puro razzismo”, continua Clark. La storia che racconta nel film è quella di Adam Mediano, un quindicenne ispanico di Marfa. Nei centosei minuti del film lo seguiamo nei giorni vicini a quelli del suo sedicesimo compleanno. Adam si avvia verso l’età adulta, con la consapevolezza che l’unica promessa di un posto come Marfa è un no future. “La città è poverissima, e i ragazzi che escono dal liceo non hanno nessuna prospettiva”, continua Clark. “L’unico lavoro in città è il Dairy Queen. Tre o quattro di loro finito il liceo riescono a rimediare un posto lì, altrimenti il meglio che possono sperare è andarsene”.

Intorno a Adam c’è anche una comunità di artisti che gravita intorno alle due fondazioni della città, la Chinati Foundation e la Donald Judd Foundation, entrambe nate in memoria dello scultore Donald Judd che nel 1973 si trasferì a Marfa e vi rimase fino alla morte, vent’anni dopo. “La prima volta che sono venuto a Marfa è stato un anno e quattro mesi fa, su invito di un amico artista che abitava lì”.

“Che la città abbia qualcosa di magnetico me ne sono accorto già quella prima volta”, continua Clark. A renderla così affascinante pare sia la collisione di culture generata dalla coabitazione della gente del luogo, conservatrice e cattolica, e degli artisti, liberal e disinibiti. “Il tutto in una città che ha un’estetica ferma agli anni cinquanta”. Finito lì per caso, innamoratosi di Marfa, Larry Clark decide di scriverci sopra una storia e di trasformarla in un film. Ci torna ancora un paio di volte, poi va a Los Angeles e in due giorni trova qualcuno disposto a produrre il film. “A quel punto però avevo solo la storia e mi serviva una sceneggiatura, che ho scritto mentre giravamo il film. Mi svegliavo presto tutte le mattine e scrivevo scrivevo scrivevo. All’inizio avevo due protagonisti, due ragazzini inseguiti dalla polizia. Lì però mi sono detto, a che mi serve averne due? Uno può bastare. Da lì in avanti Adam è diventato l’unico protagonista. E la cosa ha funzionato”. Lo stesso è successo in altri momenti delle riprese, con una sceneggiatura che proprio perché improvvisata ottiene un maggiore grado di realtà. “E di libertà”, aggiunge Clark. “Se lavori con una sceneggiatura scritta, devi rispettare delle regole, e io non voglio regole, io voglio divertirmi.

Marfa Girl è il film più difficile che abbia mai fatto, ed è il primo film in cui me la sono goduta dall’inizio alla fine. Gireremo presto una seconda parte di Marfa Girl, che comincerà con Adam sedicenne con in braccio due bambini che ha appena avuto da due madri differenti. Già adesso mi chiedo come farà. Ed è esattamente questa la cosa divertente, dovere immaginare come fare a risolvere situazioni problematiche”.

“L’adolescenza è l’età in cui si è più forti”, dice. E poi dice che “a quell’età sei costretto a sviluppare le più disparate tecniche di sopravvivenza. Ci sono ragazzi che in modo assolutamente improbabile e miracoloso riescono a sopravvivere alla strada”. Poi cita Alfred Hitchcock e Sipario strappato. “Nel film ci sono Paul Newman e Julie Andrews che devono uccidere un uomo e faticano moltissimo. Lo colpiscono, lo pugnalano, cercano di ucciderlo in tutti modi e sembrano non riuscirci. In tutto ci mettono qualcosa come dieci minuti”. Mi racconta quella scena del film, e poi aggiunge: “Non è per niente facile uccidere qualcuno. E invece nei film hollywoodiani in una sola sparatoria hai fatto fuori tutti. Nei miei film non voglio soluzioni facili, e se qualcuno muore il pubblico deve capire perché è morto, e deve essere consapevole delle conseguenze di quella morte. Perché le conseguenze ci sono. Cerco di fare film che abbiano lo stesso peso della vita vera. E se Marfa Girl è il mio preferito è proprio perché i personaggi fanno casini, proprio come nella vita vera, ma affrontano le conseguenze di quello che fanno. Ci sono registi che col passare degli anni tendono a semplificare. Io vado nella direzione opposta, cerco di fare film sempre più contorti. Perché la vita è contorta, ed è morbosa. La vita non ha niente di perfetto”.

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