Paula Fox Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/paula-fox/ un blog di approfondimento culturale Tue, 07 Mar 2017 07:31:56 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Paula Fox Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/paula-fox/ 32 32 Nei miei mondi imperfetti scrivo romanzi. In ricordo di Paula Fox https://minimaetmoralia.it/interviste/nei-miei-mondi-imperfetti-scrivo-romanzi-senza-buoni-sentimenti-intervista-a-paula-fox/ https://minimaetmoralia.it/interviste/nei-miei-mondi-imperfetti-scrivo-romanzi-senza-buoni-sentimenti-intervista-a-paula-fox/#comments Mon, 06 Mar 2017 14:10:33 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3789 Il primo marzo è morta Paula Fox, scrittrice americana che abbiamo letto e amato. Tra i suoi libri ricordiamo Il silenzio di Laura e Quello che rimane: i suoi libri sono pubblicati in Italia da Fazi. Ripubblichiamo un'intervista apparsa sul nostro blog qualche tempo fa (foto di Samantha Casolari).

Nessuna donna felice ha mai scritto un libro, ha detto una volta una scrittrice americana oggi fortunatamente dimenticata. Prima di incontrare Paula Fox nella sua casa di Brooklyn, dove vive con il terzo marito, pensavo fosse vero. Poi ho visto questa ottantacinquenne bella e spartana muoversi nel suo giardino, nella sua cucina piena di foto-ricordo. E pensare che quando scrive la Fox sembra possedere un bisturi affilato, maestra di quello stile “chirurgico” tanto amato dagli scrittori delle nuove generazioni, in primis Jonathan Franzen. Unsentimental, dicono i suoi connazionali. Nonostante l’infanzia “mostruosa”, come confessa senza eufemismi, gli abbandoni, i matrimoni sbagliati, oggi Paula sembra contenta della sua vita. A sedici anni ha fatto l’operaia e la cameriera, a venti la reporter nell’Europa del dopoguerra, poi la modella per Harper’s Bazar, la lettrice di soggetti a Hollywood (“mi pagavano 8 $ dollari a sceneggiatura”), la comparsa. “Tesoro morale e letterario degli Stati Uniti d’America”, è stata definita di recente, proprio lei che non è mai stata troppo delicata nel criticare il suo paese, complice forse il sangue materno cubano e spagnolo.

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Il primo marzo è morta Paula Fox, scrittrice americana che abbiamo letto e amato. Tra i suoi libri ricordiamo Il silenzio di Laura e Quello che rimane: i suoi libri sono pubblicati in Italia da Fazi. Ripubblichiamo un’intervista apparsa sul nostro blog qualche tempo fa (foto di Samantha Casolari).

Nessuna donna felice ha mai scritto un libro, ha detto una volta una scrittrice americana oggi fortunatamente dimenticata. Prima di incontrare Paula Fox nella sua casa di Brooklyn, dove vive con il terzo marito, pensavo fosse vero. Poi ho visto questa ottantacinquenne bella e spartana muoversi nel suo giardino, nella sua cucina piena di foto-ricordo. E pensare che quando scrive la Fox sembra possedere un bisturi affilato, maestra di quello stile “chirurgico” tanto amato dagli scrittori delle nuove generazioni, in primis Jonathan Franzen. Unsentimental, dicono i suoi connazionali. Nonostante l’infanzia “mostruosa”, come confessa senza eufemismi, gli abbandoni, i matrimoni sbagliati, oggi Paula sembra contenta della sua vita. A sedici anni ha fatto l’operaia e la cameriera, a venti la reporter nell’Europa del dopoguerra, poi la modella per Harper’s Bazar, la lettrice di soggetti a Hollywood (“mi pagavano 8 $ dollari a sceneggiatura”), la comparsa. “Tesoro morale e letterario degli Stati Uniti d’America”, è stata definita di recente, proprio lei che non è mai stata troppo delicata nel criticare il suo paese, complice forse il sangue materno cubano e spagnolo.

Moralmente parlando lei è piuttosto antiamericana…

Non mi piace questa predilezione per la bontà. Infatti qui non amano molto i miei romanzi, ci sono troppi pochi buoni sentimenti.

Una volta ha detto che sono stati i neri a insegnarle il senso della giustizia. Che cosa pensa di Barack Obama?

Oh, Obama è un principe! E poi è un uomo flessibile e aperto ai suggerimenti e nessuno dei suoi avversari lo era. Mi pare che abbia ben presenti le difficoltà di fare il presidente di questo paese sovraeccitato…

Vive in un Paese in cui i divorzi superano i matrimoni. Crede nell’unione matrimoniale?

Alla fine del Dio degli incubi la protagonista, dice che il matrimonio è ‘un orrore’ e il marito annuisce. Io non la penso come lei. Forse non nel senso in cui negli Stati Uniti si usa la parola ‘credere’, ma ‘credo’ nel matrimonio e penso che sia inevitabile per gli esseri umani formare delle coppie. E anche bello a volte.

(Il dio degli incubi è l’ultimo romanzo che Paula Fox ha scritto, nel 1990. Al posto del consueto milieu newyorchese, il libro ha come sottofondo una New Orleans degli anni Quaranta e ha per protagonista Helen, una ragazza dell’Upstate New York, che si ritrova di colpo nella geografia più diversa, più carica di sensualità, e meno repressa che esista nel Nuovo Mondo. E sarà proprio nella calura della città del jazz, dove l’aria profuma di pesche mature e fiori sconosciuti, che Helen perderà definitivamente l’innocenza).

Tutti i suoi libri cercano in fondo di rispondere a una domanda: quand’è che l’innocenza si avvicina pericolosamente all’inconsapevolezza? Quando, signora Fox?

L’innocenza può voler dire molte cose diverse. In inglese ‘innocent’ vuol dire anche ‘ingenuo’. Innocenza può essere mancanza di esperienza, come quella di Helen, ma anche una volontà deliberata, quella di non voler vedere la verità, per quanto dolorosa. Questa è un’innocenza sinistra, quella di chi non vuol ricordare i linciaggi o le stragi. Essere innocenti di proposito significa avere un proposito ben preciso, e molta gente qui preferisce vedere un mondo perfetto che non esiste.

Amos Oz dei suoi libri dice che tutti sono autobiografia e nessuno è confessione, è d’accordo?

La mia idea è che tutto ciò che una persona può sapere è la sua vita. Perfino gli scrittori di fantascienza scrivono di se stessi. Tutto è autobiografico alla fine. Anche nella mia narrativa per ragazzi ho scritto molto di me.

Quindi anche lei da ragazza è andata a scoprire le gioie del sesso a New Orleans…?

La signora Fox ride di gusto e dice che certo a New Orleans c’è andata anche lei. Ma era già sposata! A 17 anni, con un marinaio.
Era un attore del Mercury Theatre, che poi si imbarcò nella marina. Io ero partita per il Sud con una macchina da due soldi e avevo attraversato tutto il paese. Avevo 19 anni e la guerra mondiale era appena cominciata. Ho vissuto a New Orleans per 7 mesi. Andai a cercarmi una stanza al quartiere francese proprio come Helen.

E il marinaio?

Mi lasciò sola a New Orleans, ma io non lo amavo. Lui mi aveva chiesto di sposarlo così lo feci.

Perché?

Ho sempre fatto quello che la gente mi chiedeva di fare.

Cosa pensa dell’amicizia?

Gli amici per me sono stati molto più importanti della famiglia anche perché ho avuto dei genitori… come dire? Orribili. Mio padre era uno sceneggiatore, da piccola credo di aver trascorso con lui 4, 5 giorni in tutto. Si vergognava di me, con le sue donne. Però ho avuto molti ‘genitori’ che mi hanno amato, primo fra tutti lo zio Eldwood.

A questo punto Paula si alza energicamente dal divano e mi mostra una vecchia minuscola foto color seppia, è lo zio Eldwood, il reverendo che ben conoscono i lettori del Vestito della festa. Con una lieve nota d’ironia mi illustra quello che è un tavolino riservato agli uomini della sua vita: ci sono due dei tre mariti, i due figli maschi, zio Eldwood, e il padre: è bello e dannato, sembra un po’ Francis Scott Fitzgerald. Poi sul caminetto mi mostra le foto di amici, molti sono morti, di altri ancora vivi, mi dice nomi e cognomi, come se io li conoscessi. Noto l’eloquente mancanza di immagini della orribile madre e di Courtney Love, la nipote che Paula ha dichiarato più volte di non amare particolarmente. Le chiedo cosa pensa della madre. Che era una persona cattiva, risponde.

Le persone possono cambiare?

Credo che a volte ci sia un’assenza di anima. Ci sono persone che non hanno qualità e non provano niente. Pensi a Guantanamo dove umiliano i soldati iracheni e lo continueranno a farlo. Però, sì, alcune persone cambiano.

Si considera ottimista?

Non saprei, forse no, ma non perdo mai l’esperanza. Nemmeno con mia madre. L’America è un paese bizzarro, a volte è di un ottimismo che definirei grottesco. Qualche giorno fa sfogliavo le Pagine Gialle e mi sono trovata davanti immagini di donne sorridenti: pubblicizzano le cliniche per l’aborto! Io ho abortito ed è stato terribile, non c’era nulla da ridere.

Paula imita il sorriso forzato delle pubblicità e mi dice che tutti i politici in America fanno questi sorrisi forzati…

Tra tutti i mestieri che ha fatto anche l’insegnante, le piaceva?

Oh… ho fatto l’insegnante di danza, ho insegnato all’università, in una scuola media e in un centro di recupero per ragazzi difficili. Insegnavo ogni volta che avevo bisogno di soldi. Ma so per certo una cosa, insegnare scrittura creativa è frustrante, sono pochissimi gli studenti che hanno una voce ‘dentro’. In sette anni all’Università della Pennsylvania ho incontrato due studenti che ce l’avevano… due!

Ha vissuto in tanti paesi, dove ha lasciato il cuore?

Sono stata a Cuba per due anni, in Canada, in Polonia, in Inghilterra, in Italia, in Grecia, in Spagna, a Parigi. Io e mio marito siamo stati tanto in Italia, a Bellagio sul Lago di Como e ad Arezzo. Avrei voluto nascere in Italia, non ho dubbi.

Dopo averle promesso cartoline dall’Allegro Paese, parliamo del racconto che ha recentemente pubblicato sulla Paris Review, si chiama The Tender Night, è un racconto sull’amicizia mi dice. Non ne ho una copia, ma te lo spedisco in Italia. Pochi giorni dopo il mio ritorno a Roma, trovo un pacco con il racconto – battuto a macchina, è bello e straziante, parla di un vicino di casa che muore di Aids – e un biglietto scritto in italiano. “Cara Valentina, ecco il racconto. Tutto il migliore”.

All the best, Signora Fox.

Questa intervista è stata pubblicata su Flair.

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Gallant, Roth, Purdy e gli altri https://minimaetmoralia.it/libri/non-scrivere-di-me-livia-manera-sambuy/ https://minimaetmoralia.it/libri/non-scrivere-di-me-livia-manera-sambuy/#comments Wed, 22 Apr 2015 14:00:52 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26265 Questo articolo è uscito sul Corriere della Sera. (Nella foto: Livia Manera Sambuy con Philip Roth)

Comincia come un romanzo, Non scrivere di me di Livia Manera Sambuy: un soggiorno in Africa, un flashback innescato dalla lettura di un racconto di Hemingway, lo scoprirsi diversa dalla ragazzina di un tempo; il realizzare di esserlo perché in mezzo c’è stata una vita – una vita di letture. Comincia come un romanzo, questo libro appena uscito per Feltrinelli con una copertina di Adrian Tomine perfetta sia per l’atmosfera che per il suo evocare il New Yorker, rivista che ricorre spesso nel testo e di cui Tomine è stato più volte copertinista, e del romanzo ha il respiro nonostante sia un libro di non-fiction, la raccolta degli incontri dell’autrice con alcuni grandi scrittori nordamericani. Diciamo “autrice” ma potremmo dire protagonista, perché è forte, ancorché delicata, la presenza nel libro dello sguardo e della voce di Livia Manera, a cominciare dalle scelte fatte.

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Questo articolo è uscito sul Corriere della Sera. (Nella foto: Livia Manera Sambuy con Philip Roth)

Comincia come un romanzo, Non scrivere di me di Livia Manera Sambuy: un soggiorno in Africa, un flashback innescato dalla lettura di un racconto di Hemingway, lo scoprirsi diversa dalla ragazzina di un tempo; il realizzare di esserlo perché in mezzo c’è stata una vita – una vita di letture. Comincia come un romanzo, questo libro appena uscito per Feltrinelli con una copertina di Adrian Tomine perfetta sia per l’atmosfera che per il suo evocare il New Yorker, rivista che ricorre spesso nel testo e di cui Tomine è stato più volte copertinista, e del romanzo ha il respiro nonostante sia un libro di non-fiction, la raccolta degli incontri dell’autrice con alcuni grandi scrittori nordamericani. Diciamo “autrice” ma potremmo dire protagonista, perché è forte, ancorché delicata, la presenza nel libro dello sguardo e della voce di Livia Manera, a cominciare dalle scelte fatte.

È sufficiente scorrere l’archivio storico del Corriere della Sera per capire che nella sua carriera ha attraversato l’intero spettro della letteratura angloamericana; tuttavia, tra tanti incontri, ha scelto di rievocarne otto, cosa che appare come una precisa scelta di poetica. Due grandi scrittori poco noti in Italia – Mavis Gallant e James Purdy; due grandi invece celebri – David Foster Wallace e Philip Roth; due autori che ben incarnano un certo spirito pratico degli Stati Uniti, Richard Ford e Paula Fox; due scrittori-giornalisti, sorta di specchi dell’autrice stessa, Joe Mitchell e Judith Thurman. Ma gli specchi, in Non scrivere di me, sono ovunque.

Il primo è proprio Mavis Gallant, che Livia Manera incontra quando si è appena trasferita, da sola, a Parigi, esattamente come fece la scrittrice canadese nel 1950, e con cui stabilisce un’amicizia fatta di confidenza, ironia e riconoscimento; l’ultimo è Philip Roth, leggenda vivente con cui Manera instaura un legame forte, che porterà a due documentari, una conoscenza profonda e una lunga frequentazione – sarà lo stesso Roth a canzonarla amorevolmente con le parole di Groucho Marx “Oh Lydia, oh Lydia, my encyclopedia…”samb
Il risultato di questo gioco di specchi è un viaggio all’interno della letteratura come vita, e dunque come sistema di relazioni. Il che, ed è tra le cose di Non scrivere di me che più incanteranno il lettore, genera un ulteriore livello di riflessi: Manera incontra Gallant che le parla di quando stroncò De Beauvoir e incontrò Sartre; Manera incontra Ford che le racconta del suo amico Carver; Manera visita Purdy e vi trova John Uecker, già compagno di Tennessee Williams; Manera incontra Thurman e da lì ci reca a sfiorare Colette, Karen Blixen e Salinger; Mitchell evoca Edmund Wilson e addirittura il nostro Niccolò Tucci, autore oggi dimenticato che arrivò a pubblicare proprio sul New Yorker

Nicole Krauss scrive, in una frase citata dall’autrice, che la letteratura ha il potere di aprire canali di comunicazione altrimenti preclusi, ma è indubbio che anche Livia Manera ha questo potere: si intuisce, tra le righe, una grazia e una capacità di essere amica discreta, sponda e specchio per le scrittrici e gli scrittori che incontra, che finisce per portare molto oltre la cronaca letteraria.

Se, come dice Wallace – forse l’unico, nella sua già parossistica chiusura al mondo, a sfuggire a questa grazia, alla possibilità stessa di un legame, nonostante l’incontro narrato nel libro sia particolarmente toccante  – “una delle ragioni per cui gli scrittori di narrativa diventano tali è che nulla di veramente importante può essere detto in modo diretto”, Non scrivere di me dimostra invece che quando l’incontro e l’intervista non sono più stretta attualità culturale, quando subentrano il coinvolgimento emotivo e una sensibilità del tutto particolare a conferir loro ulteriori filtri, è lì che la figura e il pensiero dell’autore riappaiono sotto una luce nuova.

È possibile che il lettore si avvicini a questo libro per i nomi più celebri, per scoprire qualcosa in più su Roth o Wallace, e splendidi sono in effetti i loro ritratti; ma il vero dono che si ricava dalla lettura di Non scrivere di me è quello della ricostruzione di un piccolo “canone maneriano”, sicuramente diverso da quello di molti lettori italiani, anche appassionati di letteratura americana: e andrà a finire che ci ritroveremo a ricercare negli scaffali di casa quel vecchio Einaudi di James Purdy finito chissà dove; che andremo in libreria per acquistare i BUR dei racconti di Mavis Gallant, o i libri di Joe Mitchell recentemente ripubblicati da Adelphi.

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