Paulo Coelho Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/paulo-coelho/ un blog di approfondimento culturale Thu, 17 Jul 2014 10:41:10 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Paulo Coelho Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/paulo-coelho/ 32 32 Che pena scriver d’amore https://minimaetmoralia.it/letteratura/che-pena-scriver-damore/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/che-pena-scriver-damore/#respond Thu, 17 Jul 2014 10:41:10 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22263 Questo articolo è uscito su Pagina 99.

Che fine hanno fatto i romanzi d’amore? Esiste oggi una letteratura che esplori i sentimenti e non sia quella serializzata delle nuove Liale? Quelle storie stucchevoli, a partire dai titoli, tipo“Finché amore non ci separi” (Newton Compton): l’ebook in assoluto più venduto in Italia mentre scrivo. L’amore è diventato un brand, un marchio di garanzia per vendere, si dice da tempo. Qualche titolo in arrivo tra giugno e luglio: “L’amore non conviene” “La ricetta segreta dell’amore” “Un amore a Notting Hill”, “Tokyo Love”, “Un amore a Parigi”, “Mai per amore”.

L'articolo Che pena scriver d’amore proviene da Minima et Moralia.

]]>
Banksy Box Canvas A3 Large heart Doctor

Questo articolo è uscito su Pagina 99. (Immagine: Banksy. Fonte)

Che fine hanno fatto i romanzi d’amore? Esiste oggi una letteratura che esplori i sentimenti e non sia quella serializzata delle nuove Liale? Quelle storie stucchevoli, a partire dai titoli, tipo“Finché amore non ci separi” (Newton Compton): l’ebook in assoluto più venduto in Italia mentre scrivo. L’amore è diventato un brand, un marchio di garanzia per vendere, si dice da tempo. Qualche titolo in arrivo tra giugno e luglio: “L’amore non conviene” “La ricetta segreta dell’amore” “Un amore a Notting Hill”, “Tokyo Love”, “Un amore a Parigi”, “Mai per amore”.

Il risultato di questa orgia amorosa è che “l’amore sembra cioè uscito dall’orbita della letteratura che conta”, dice Emanuele Zinato, professore di Teoria della Letteratura di Padova. “La saggistica di successo ci avverte nel frattempo che nell’ipermodernità l’esperienza d’amore, usurata, è divenuta “liquida” o vittima di un irrefrenabile desiderio di intercambiabilità”. In effetti, il best seller “Non è più come prima. Elogio del perdono nella vita amorosa” (Cortina) scritto di Massimo Recalcati indaga proprio questa diffusa, disperata, ricerca del Nuovo. Ricerca in cui, oggi, anche le donne sono in prima linea. Meglio far durare l’amore “vecchio”, ci avverte psicanalista lacaniano, invece che seguire l’onda neo-libertina che ci fa consumare amori come fossero contratti a termine.

“Di sicuro le vite “liquide” e precarie agiscono a fondo sulla gestione dei sentimenti. Ma, secondo il mio parere, sulle varianti – in campi così profondamente radicati nella corporeità umana – prevalgono alcune costanti “biochimiche””, continua Zinato. Recalcati, però, ha toccato il nervo scoperto delle lettrici, le stesse lettrici che (forse?) si ritrovano nella storia del nuovo libro di Paulo Coelho, “Adulterio” uscito da una settimana e già inevitabile successo editoriale, a partire dal claim che lo pubblicizza: “È meglio non vivere piuttosto che non amare”. L’aggettivo che ricorre di più nel libro è “intrigante”. Qualcosa di “intrigante” è quello che cerca la protagonista, vittima di un’esistenza perfetta piena di soddisfazioni – marito, figli, lavoro appagante di giornalista. Per di più è cittadina svizzera, luogo di stabilità e sicurezza per eccellenza. Ma è infelice.

Senza scomodare Emma Bovary per una volta, ci limitiamo a dire che la donna incontrerà qualcuno di “intrigante”: una vecchia fiamma che si trova a intervistare per caso. “Niente è più intrigante della scoperta, della timidezza che lascia il campo all’audacia”, chiosa Coelho. Capirete dove si va a parare: la donna si innamora dell’ex, decide di confessare, ma il marito capisce, e l’accetta così come è, sollevandola dal senso di colpa. La sua storia extraconiugale non ha fatto che riavvicinarla al marito e “imparare ad amore” è l’unica cosa che conta nella vita. Che poi in soldoni è quello che diceva Recalcati.

Una risposta scanzonata a tutto questo lacaniano “far durare l’amore” è il libro di Mila Venturini “L’amore non conviene” (Nottetempo). In una Roma contemporanea e in un Liceo che si chiama Morganti, ma è identico al Mamiani, arriva un professore di Storia e Filosofia, molto bello e un po’ brizzolato. Il professore decide di cancellare tutti i programmi scolastici e far lezione su un tema che gli sta a cuore, essendo vittima, si capirà dopo qualche pagina, di una recente e dolorosa separazione: “Effetti pericolosi dello stato d’innamoramento sulle giovani generazioni”. Gli studenti, inizialmente sospettosi, alla fine si divertono e ognuno fa tesoro a suo modo di questi insegnamenti. Naturalmente sarà poi lo stesso professore a ri-innamorarsi e a “arrendersi al martirio”, suo malgrado. La Venturini è una sceneggiatrice che ha lavorato molto in Rai, e si sente, nei dialoghi che sono agili. La favola funziona ed è chiaro che “l’amore è un equivoco della ragione”, come diceva tanto tempo fa Fabrizio De Andrè.

Eppure le storie d’amore mi piacciono. Non mi vergogno a dirlo. E vorrei che gli scrittori nostrani, quelli bravi, non si vergognassero oggi a dire: “Ho scritto una storia d’amore”. Le storie di Alice Munro, una che non ha paura a parlare di legami e sentimenti, ma li comprime, forse per pudore, in racconti brevi, sono storie d’amore. “Leggere Alice Munro è imparare ogni volta qualcosa cui non si era mai pensato prima”, dice la motivazione del premio Nobel che l’autrice canadese ha vinto nel 2013. Di fatto, quello che dovrebbe fare una storia d’amore è proprio questo. Ma la nostra Alice Munro l’abbiamo, e si chiama Elena Ferrante, nonostante non abbia mai vinto un premio, dicono per la sua assenza dalle scene. A mio parere i premi non li ha vinti perché la Ferrante è una che ha esordito con un libro che si chiamava “L’amore molesto” e poi ha proseguito con “I giorni dell’abbandono”, la storia di una separazione, e che ora è diventata famosa, anche Oltreoceano, con una trilogia (presto quadrilogia, in autunno) che è niente di meno di una lunga, appassionante, viscerale, geniale love story.

La verità è che Elena Ferrante non è amata dai critici letterari nostrani perché scrive d’amore. E che in fondo è quello che era successo a Natalia Ginzburg, qualche decennio fa, ignorata dalla critica. Infatti i bei romanzi d’amore italiani oltretutto ci sono. Mi sono messa di impegno, e ne ho trovati due fra quelli recenti. Uno si chiama “L’amore normale” (Einaudi Stile libero) e lo ha scritto Alessandra Sarchi e l’altro, agli antipodi, s’intitola “Giorni di spasimato amore” (Longanesi) di Romana Petri. Romanzi che analizzano due circostanze opposte: il primo è la storia di un quartetto amoroso, un “dramma della gelosia” per dirla con Ettore Scola, un romanzo che restituisce alla letteratura una storia apparentemente banale di amore e tradimento. Quello di Romana Petri racconta una storia fuori dal tempo, fuori dai canoni, fuori dalla ragione, se vogliamo. L’amore che porta alla pazzia e forse l’unico possibile. “C’è un solo modo di amare ed è perdutamente”, detto con le parole della Petri.

Non racconterò qui le trame di questi due libri perché a raccontarlo un libro d’amore risulta sempre pieno di cliché. La Sarchi lo dichiara in una delle prime pagine del libro: “Il problema era parlare dell’amore, di questa forza che ci trascina come un ottovolante sulla spazzatura della quotidianità, ma che se proviamo a raccontarla agli altri assomiglia sempre a qualcosa di già visto, già consumato, a volte perfino volgare”. E, per non cadere “già visto”, le due scrittrici sanno come problematizzare il linguaggio, sanno come utilizzare sapientemente tecniche narrative, facendo un uso originale della coralità nel caso della Sarchi e dello spostamento spazio-temporale in quello della Petri. “Le dinamiche affettive sono l’unica che ci sposta davvero, a noi esseri umani. L’amore è quell’ambito in cui possiamo cambiare attivamente”, dice Alessandra Sarchi.“In Italia c’è un analfabetismo dei sentimenti, e c’è complice anche la critica e le avanguardie. Peccato, perché all’estero ci sono grandi autori che scrivono di sentimenti e non se ne vergognano: McEwan, la Munro, Coetzee”.

Lontano, lontanissimo, dall’Italia provinciale c’è una scrittrice che ha indagato negli ultimi anni l’amore in maniera completamente originale. È islandese. Si chiama Auður Ava Ólafsdóttir e di lei abbiamo letto“Rosa Candida”,“La donna è un’isola” e “L’eccezione” (Einaudi, il 17 giugno). Il suo modo di parlare di amore non è scontato soprattutto per come racconta gli uomini: i suoi sono uomini poco stereotipati, più disponibili, anche le dolore. Uomini che fanno scelte spiazzanti. In “Rosa candida” il ventiduenne protagonista mette incinta una sua coetanea e poi sparisce a coltivare rose in un monastero. Quando la ragazza lo rintraccia e gli lascia il bambino, lui accetta e diventa un improbabile ma realistico e dolcissimo, ragazzo-padre.

Anche il nuovo “L’eccezione” è una storia simile nella sua insospettabilità: dopo undici anni di matrimonio Flóki e Maríasi lasciano perché lui è innamorato di un altro uomo, il suo migliore amico. María, dice il marito omosessuale, è stata la sua unica “eccezione”. Da qui comincia il dramma di una madre di due gemelli, che si trova a dover far fronte a un caos sentimentale che nemmeno la letteratura riesce a contenere. Diciamo soltanto che alla fine di questo libro, succede una cosa che in un romanzo italiano non sarebbe mai successa. E forse nemmeno nella realtà.

La Ólafsdóttir, che ha molti di lettori in Francia e ora anche in Italia, è bravissima a descrivere con pochi tocchi il paesaggio islandese. Un posto dove – tra lava scura, crepacci, strapiombi, muschi e mirtilli – è tutto così lontano da quello che ti aspetteresti che, forse, è più facile ribaltare le convinzioni del lettore. In sostanza, Auður AvaÓlafsdóttir è una che cerca la verità. Non importa se la trova. E non è questo che deve fare un buon romanzo d’amore?

L'articolo Che pena scriver d’amore proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/letteratura/che-pena-scriver-damore/feed/ 0
Il tradimento dei chierici e dei chierichetti https://minimaetmoralia.it/televisione/il-tradimento-dei-chierici-e-dei-chierichetti/ https://minimaetmoralia.it/televisione/il-tradimento-dei-chierici-e-dei-chierichetti/#comments Fri, 22 Jun 2012 13:44:25 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8177 La diffidenza, e incomprensione reciproca, tra intellettuali e tv parte da lontano. E così la tv italiana si condanna alla serie B. Pubblichiamo un articolo di Aldo Grasso apparso sull'ultimo numero di «Link».

di Aldo Grasso

Gli intellettuali vanno volentieri in tv a presentare i loro libri ma fanno poco per la tv, molto poco. Anzi, se possono ne parlano male. Una sera, nel salotto mondano di Daria Bignardi mi è capitato di vedere Giorgio Faletti che insolentiva con una battuta sprezzante Pietro Citati, reo di aver sostenuto che “oggi la lettura tende a diventare una specie di orgia, dove ciò che conta è la volgarità dell’immaginazione, la banalità della trama e la mediocrità dello stile. Credo che sia molto meglio non leggere affatto, piuttosto che leggere Dan Brown, Giorgio Faletti e Paulo Coelho”. Il grande apporto dato alla tv da Faletti è il personaggio di Vito Catozzo o quello di Carlino, ai tempi di Drive in. Alla letteratura non so.

L'articolo Il tradimento dei chierici e dei chierichetti proviene da Minima et Moralia.

]]>

La diffidenza, e incomprensione reciproca, tra intellettuali e tv parte da lontano. E così la tv italiana si condanna alla serie B. Pubblichiamo un articolo di Aldo Grasso apparso sull’ultimo numero di «Link».

di Aldo Grasso

Gli intellettuali vanno volentieri in tv a presentare i loro libri ma fanno poco per la tv, molto poco. Anzi, se possono ne parlano male. Una sera, nel salotto mondano di Daria Bignardi mi è capitato di vedere Giorgio Faletti che insolentiva con una battuta sprezzante Pietro Citati, reo di aver sostenuto che “oggi la lettura tende a diventare una specie di orgia, dove ciò che conta è la volgarità dell’immaginazione, la banalità della trama e la mediocrità dello stile. Credo che sia molto meglio non leggere affatto, piuttosto che leggere Dan Brown, Giorgio Faletti e Paulo Coelho”. Il grande apporto dato alla tv da Faletti è il personaggio di Vito Catozzo o quello di Carlino, ai tempi di Drive in. Alla letteratura non so.

Sì certo, abbassare il tiro è la maledizione della tv generalista, il suo Geist, il demone inquieto. In questi anni la tv non ha fatto altro che spostare i confini dell’accettabile, del visibile, del sopportabile. Ma è anche vero che i Faletti raggiungono il loro livello più basso in video e poi diventano scrittori di successo. Sulla buona tv c’è rassegnazione intellettuale. In tv, quando si tratta di “spessore”, siamo abituati all’indigenza, alla mendicità, alla ristrettezza. Quattro immagini di repertorio commentate da un giornalista “della carta stampata”, molto bianco e nero, una scrivania presa a prestito dal trovarobato, un intellettuale ingemmato da giullare e via andare. I libri sono diventati occasioni per sontuose markette. Gli uomini di pensiero sono presentabili se accettano la guitteria di un talk show. La prosopopea è soverchiante rispetto all’essenziale.

Non è il caso qui di riaprire l’annosa questione sulla consolidata tesi secondo cui la tv generalista deprime la cultura dei colti e innalza quella degli incolti, ma è doveroso sottolineare come da almeno trent’anni la tv generalista, in nome dell’audience, abbia deciso di abbandonare il pubblico più istruito. Ma è anche vero il contrario: da più di trent’anni, forse da sempre, gli intellettuali hanno abbandonato la tv. È come se la tv italiana avesse deciso che il suo meglio è il suo peggio, è come se il mediocre fosse diventato un valore positivo. E la mediocrità rende potenti i mediocri.

Tempo fa in Francia si era acceso un dibattito su questo tema: il ministro Catherine Clément si chiedeva se fosse ancora praticabile una tv d’autore o, meglio, se fosse possibile riabilitare il servizio pubblico attraverso la cultura e iscriverlo fra i diritti costituzionali. Argomento non da poco, estremamente affascinante. Anche per le facili obbiezioni che si possono muovere. La tv non promuove beni culturali, ma consumi materiali: anzi, trasforma il consumo in un valore. Fare della cultura in tv un valore a sé vuol dire tornare a uno schema pedagogico del passato, che ha fatto il suo tempo. La tv commerciale è condannata alla ripetitività, a un linguaggio semplice, corporeo, ridondante. E poi il rapporto Clément metteva ancora una volta in luce la debolezza di ogni progetto illuministico, di ogni tentativo di identificare la ragione con il progresso. Catherine Clément non faceva alcun accenno a quella che gli americani chiamano “quality tv”: qualità è innanzitutto fare bene le cose, come succede con la scrittura della grande serialità.

Dunque, il peggior nemico della buona tv rischia di essere il perbenismo culturale di cui la tv generalista non riesce a liberarsi: perché non si fa più il teatro in tv? perché non si dà più spazio agli scrittori? e perché non si affida alla famiglia Angela un intero canale? Il perbenismo culturale è il virus che ha infettato in questi anni la tv, che ha trasformato la cultura in noia, pavidità, melensaggine, nell’infernale buona volontà dell’educational. Il perbenismo culturale è solo feconda e faconda bêtise, genera a dismisura comitati di tutela e vigilanza, disseppellisce i vecchi fantasmi dei ministeri della cultura.

Ma dov’è cominciato tutto, dove si è incrinato il rapporto?

Le radici di questa incomprensione paiono antiche e riguardano l’incompatibilità di linguaggi diversi, il prevaricare di una tradizione accademica anche dentro il piccolo schermo, la mancanza di una tradizione divulgativa in campo culturale, la convinzione che la cultura televisiva, in quanto tale, possa, anzi debba, tranquillamente prescindere dagli intellettuali (tanto più che, come insegna Giorgio Faletti, buona parte della narrativa moderna sembra già così largamente televisiva), l’implacabile ossessione che la cultura in televisione non faccia audience.

C’è sempre stata molta diffidenza nei confronti della tv. Una celebre ed epigrammatica affermazione di Alberto Moravia ne racchiude l’essenza: “L’Italia televisiva è una sotto-Italia, un’Italia di serie B”. La prima constatazione – oggi di sapore beffardo – è appunto che la tv è nata fra la ritrosia e l’ostilità degli intellettuali: troppo occupati dal riscatto delle masse, troppo legati al valore catartico dei vari “realismi”, troppo ingenuamente romantici. E oggi paghiamo quell’imprinting.

Eppure la Rai, prima di allinearsi definitivamente ai modelli dell’industria culturale, voleva attribuirsi l’immagine di un serbatoio di diffusione della cultura tradizionalmente compartecipata da un’élite. Questa scelta derivava, in buona parte, dalla formazione dei suoi programmisti e dei suoi autori: la programmazione della Rai si era sempre svolta in un’ottica pedagogica, rinforzata dalla situazione monopolistica, per cui i suoi operatori culturali si erano immediatamente trasformati in divulgatori, un poco per convinzione e un poco per il desiderio di ricrearsi un ruolo di credibilità, dopo aver abbandonato, per “entrare in Rai”, università o case editrici.

Ma c’era una ragione più profonda, ed era l’idea stessa di cultura che avevano allora i dirigenti della Rai. La comunicazione popolare, cui la televisione apparteneva a pieno titolo, è sempre stata considerata come una “corruzione”, un recupero, un’applicazione su vasta scala di un tipo di cultura più colta e alta. Ecco, finché non usciremo dall’equivoco storico della “corruzione”, finché gli intellettuali continueranno a considerare la tv come un potente megafono delle loro opere, la tv generalista italiana resterà per sempre, tanto per fare il verso a Moravia, una sotto-televisione, una televisione di serie B.

L'articolo Il tradimento dei chierici e dei chierichetti proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/televisione/il-tradimento-dei-chierici-e-dei-chierichetti/feed/ 11