Pdl Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/pdl/ un blog di approfondimento culturale Fri, 31 May 2013 08:42:55 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Pdl Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/pdl/ 32 32 La vittoria di Bologna. E ora? https://minimaetmoralia.it/interventi/la-vittoria-di-bologna-e-ora/ https://minimaetmoralia.it/interventi/la-vittoria-di-bologna-e-ora/#comments Fri, 31 May 2013 08:42:55 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14509 di Francesca Coin

Inizio da quanto è avvenuto martedì 28 maggio. A due giorni dal voto, infatti, dopo che l'alleanza PD, PDL, Curia, Lega nord, Scelta Civica, Cei, Cl, Confindustria, Carrozza-Lupi-Merola-Bagnasco-Renzi-Prodi-Gasparri-Casini-e chi per essi ha inesorabilmente perso la campagna referendaria sul finanziamento pubblico alle scuole paritarie private, decretando la vittoria di trecento mamme, auto-convocat@ e papà, il sito del Comune di Bologna Iperbole ha eliminato dalle sue pagine tutti i dati sul referendum e sul voto. Così, spiegava il comitato, “dopo aver ostacolato il diritto di voto dei cittadini mettendo a disposizione meno della metà dei seggi delle elezioni amministrative e politiche e collocandoli in luoghi assurdi a più di 5 chilometri dalla residenza, ora si vuole nascondere la vittoria dei 51.000 che hanno chiesto un’inversione di tendenza nella politica scolastica del comune. [...] Non si vuole far sapere che l’ipotesi B ha perso in tutte le zone popolari e vinto solo fra i cittadini che abitano i colli di Bologna?” Parto da qui perché questo avvenimento consente una domanda centrale ovvero: e adesso? In altre parole, a che servono i referendum oggi, quando subito la post-democrazia tende ad archiviarli?

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voto-referendum

di Francesca Coin

Inizio da quanto è avvenuto martedì 28 maggio. A due giorni dal voto, infatti, dopo che l’alleanza PD, PDL, Curia, Lega nord, Scelta Civica, Cei, Cl, Confindustria, Carrozza-Lupi-Merola-Bagnasco-Renzi-Prodi-Gasparri-Casini-e chi per essi ha inesorabilmente perso la campagna referendaria sul finanziamento pubblico alle scuole paritarie private, decretando la vittoria di trecento mamme, auto-convocat@ e papà, il sito del Comune di Bologna Iperbole ha eliminato dalle sue pagine tutti i dati sul referendum e sul voto. Così, spiegava il comitato, “dopo aver ostacolato il diritto di voto dei cittadini mettendo a disposizione meno della metà dei seggi delle elezioni amministrative e politiche e collocandoli in luoghi assurdi a più di 5 chilometri dalla residenza, ora si vuole nascondere la vittoria dei 51.000 che hanno chiesto un’inversione di tendenza nella politica scolastica del comune. […] Non si vuole far sapere che l’ipotesi B ha perso in tutte le zone popolari e vinto solo fra i cittadini che abitano i colli di Bologna?” Parto da qui perché questo avvenimento consente una domanda centrale ovvero: e adesso? In altre parole, a che servono i referendum oggi, quando subito la post-democrazia tende ad archiviarli?

Nessuno si aspettava una tale risonanza del referendum Bolognese. La disparità di forze, ben rappresentata dalla metafora di Davide contro Golia, si è tradotta, infatti, in una disparità nella capacità di auto-rappresentazione delle ragioni di A e B, e in una disparità di presenza nel discorso pubblico, basti pensare alle modalità con cui il Resto del Carlino per settimane ha lavorato attivamente alla campagna del B sino ad utilizzare l’immagine dei bambini come testimonial. Questo dialogo asimmetrico ha visto protagoniste tutte le principali testate e i media locali e nazionali, obbligando la A a misurarsi continuamente con i tentativi di distorsione informativa della B.

Le ragioni di A e B erano, di fatto, antitetiche. Ciò che il B definiva come libertà di scelta della scuola preferita da parte dei genitori per la A coincideva con la negazione del diritto d’accesso alla scuola, cosa che a Bologna riguardava 102 bambini nel 2012. Ciò che il B definiva come scuola laica, in realtà sottendeva un progetto formativo confessionale, non a caso il Manifesto per il B indicava lo “sviluppo umano integrale” come finalità universale dell’istruzione, tacendo che lo “sviluppo umano integrale” è il tema dell’Enciclica Caritas in Veritate di Benedetto XVI. Ciò che il B definiva “senza oneri per lo stato”, reinterpretando l’articolo 33 della Costituzione, era in realtà “con oneri per lo stato”, in un ripensamento del dettato costituzionale che Rodotà ha giustamente definito “un po’ vergognoso”. Ciò che per la B era scuola pubblica, per la A era scuola paritaria privata, non a caso nel dopo-voto Bagnasco ha accusato: “mi sembra che non sia stata espressa ufficialmente la convinzione, la consapevolezza che, come dice la legge del 2000, nel nostro sistema di istruzione pubblica, non ci sono solo le scuole dirette dallo Stato ma anche quelle dirette da altri soggetti che pero’ sono riconosciuti parte integrante del sistema pubblico”, quasi a trasformare l’equipollenza del servizio offerto dalle scuole paritarie con l’equivalenza tra pubblico e privato. La differente capacità di rappresentazione, pertanto, si è tradotta in un dibattito pubblico sbilanciato, confuso, a tratti mistificante, volto ad oscurare le ragioni della A sino al giorno del voto.

Eccoci dunque al 26 maggio. Già la stampa ne ha parlato. Un numero di seggi dimezzato rispetto alle amministrative, seggi distanti talvolta diversi chilometri dalla residenza dei singoli elettori, lettere di convocazione non pervenute e code di votanti che ignoravano dove si trovasse il loro seggio, questo è lo scenario con il quale si sono confrontati i volontari della A lungo tutta la giornata del 26, mentre improvvisavano modalità di informazione e servizio navetta volte a facilitare le operazioni di voto. Questi nodi andavano di pari passo con una straordinaria affluenza mattutina, una affluenza che vedeva protagonsiti anzitutto gli elettori delle chiese e dalle parrocchie, quasi il B avesse dovuto ricorrere anzitutto a credenti e anziani, madri e sorelle per votare “B come Bologna, B come bambini”.

A tutt’oggi continuano le segnalazioni di incorrettezze ai seggi: dalle indicazioni di voto ricevute in pieno silenzio elettorale via sms direttamente dal Partito Democratico, a episodi di volantinaggio pro B fuori dai seggi, le testimonianze parlano di tutto fuorché di una campagna serena. Come scrive un elettore: “ieri ho chiamato la mia nonna, 89 anni, che è andata a votare per noi, e mi ha detto di avere votato B come bambini perché le avevano consigliato così e le avevano dato i volantini mentre andava al seggio. Ecco io non ho avuto cuore di dirle la verità, perché ci sarebbe stata male con la fatica che ha fatto ad andare al seggio col carriolino… come lei chissà quante altre persone anziane”.

Insomma, l’oscuramento delle ragioni della A è andato di pari passo con difficoltà di voto e una campagna proB che ha trovato reclute anzitutto tra la popolazione >70, la curia e i ceti più ricchi, come ha osservato Liuzzi sul Fatto Quotidiano. Quando parliamo delle percentuali di voto, dunque, dobbiamo partire da qui, da una campagna incalzante nonostante la quale molti elettori tradizionalmente piddini hanno votato contro il partito, e molti altri per evitare di votare contro il partito hanno preferito non votare per nulla. Evitando di scendere nelle acrobazie interpretative dei proB, dunque, non possiamo ignorare il contesto né d’altro canto possiamo dire che tutto è andato bene. Più che le cifre dell’affluenza, però, che per un referendum consultivo di un solo giorno sono, di fatto, elevate, come ha dichiarato Corbetta, forse il B dovrebbe chiedersi perchè tutti i suoi sforzi sono andati a vuoto, come forse la A dovrebbe chiedersi perché tra i votanti proA è mancata la fascia d’età < 35, sebbene notoriamente Bologna sia una città in buona parte popolata di studenti non residenti.

E qui torniamo alla domanda iniziale. E ora? A che serve un referendum nella post-democrazia? E’ questa la domanda più importante. A fronte di un regime informativo sempre più liofilizzato, spolpato cioè dei temi che stanno al cuore della vita, l’istruzione, la sanità e i diritti; in un contesto in cui le istituzioni democratiche sono poco più che contenitori formali, in cui la competizione elettorale è avanspettacolo e il processo elettorale stesso, si pensi alle ultime elezioni, è meramente rituale, sarebbe ingenuo pensare a un referendum consultivo come a una pratica  risolutiva. Chi, da sinistra, in questi giorni ha ripetuto che un’affluenza al 30% compromette l’efficacia delle proposte referendarie, di fatto sottovaluta l’opposizione che questo referendum ha ricevuto, e tradisce la speranza che, qualora l’affluenza fosse stata più alta, la volontà referendaria sarebbe stata rispettata. Non è così, e forse è meglio esserne cinicamente persuasi. Bologna non garantisce nessun risultato.

Dice un’altra cosa: dice che le ragioni dei referendari sono legittime, e lo sono non solo perché lo dice la Costituzione, ma perché lo credono i bolognesi. Bologna dice che le ragioni della A hanno prodotto un concetto di vero e falso, giusto e sbagliato che supera la capacità di veridizione del mercato, della fede e della politica. Nonostante il martellante spettacolo che a reti unificate ha sostenuto le ragioni di PD PDL e Curia, e il continuo tentativo di oscurare le alternative e le altre possibilità, Bologna dice che queste alternative esistono, e non solo: sono legittime, contro-egemoniche e maggioritarie. In questo contesto sarebbe errato pensare al risultato bolognese come a una fine. Bologna è un inizio, è un inizio denso di responsabilità e carico di significati.

Come spenderlo, dunque? Di questo immagino che i referendari discuteranno nei prossimi giorni. Di certo, a giudicare dal contesto le partite sul tavolo sono tante. Bologna riguarda tutti quei Comuni che desiderano ripetere l’esperienza del referendum in altre parti d’Italia, per affermare che l’accesso alla scuola e ai saperi è un diritto inalienabile, universale e di tutti. Il referendum vive anche nella lotta delle insegnanti contro l’ASP, il progetto del Comune di cedere la gestione di tutti i servizi educativi e socio-sanitari a una sola Azienda di Servizi alla Persona, in un processo di esternalizzazione della governance tipico dell’epoca post-democratica e contro il quale da settimane si mobilitano le mamme le maestre e le insegnanti di Bologna. E poi Bologna riguarda l’Italia.

Infatti il referendum non nasce solo nelle scuole dell’infanzia: nasce nei comitati dell’acqua, che nel 2011 hanno riempito lo strumento referendario di nuove pratiche politiche; vive tra gli studenti dell’Onda e dei movimenti anti-Gelmini, che da anni lottano contro la privatizzazione dell’istruzione e dei saperi. Vive nella Costituente dei beni comuni autoconvocatasi al Teatro Valle, che da tempo afferma un nuovo diritto e nuove pratiche di cittadinanza. Ovunque si scelga di andare, dunque, da qui bisognerà ripartire, dalla produzione di finalità e pratiche condivise con chi immagina altre forme di vita, nella post-democrazia. All’epoca del referendum sull’acqua Erri de Luca scriveva: “chi vuole privatizzare l’acqua deve dimostrare di essere anche il padrone delle nuvole, della pioggia, dei ghiacciai, degli arcobaleni”. A Bologna ci hanno riprovato, ma anche questa volta abbiamo vinto noi.

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Il futuro di Grillo e del Movimento 5 stelle https://minimaetmoralia.it/politica/il-futuro-di-grillo-e-del-movimento-5-stelle/ https://minimaetmoralia.it/politica/il-futuro-di-grillo-e-del-movimento-5-stelle/#comments Thu, 28 Feb 2013 09:20:26 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13275 Ripubblichiamo questo articolo di Alessandro Leogrande uscito sullo Straniero n. 145 e postato su minima&moralia nel luglio scorso... Molti aspetti del Movimento 5 stelle (compresi i suoi nodi irrisolti) erano prevedibili molti mesi prima dell'exploit elettorale, benché in tanti - a iniziare dai vertici del Pd - ne abbiano sottovalutato la portata.

Se si votasse oggi per le elezioni politiche, dice l’ultimo sondaggio Swg pubblicato prima della chiusura di questo numero di “Lo straniero”, il Movimento 5 stelle prenderebbe il 21% dei voti. Un’enormità, dopo il crollo della Prima repubblica. Sarebbe il secondo partito d’Italia, dopo il Partito democratico, fermo al 24%. Il Pdl, sempre secondo il sondaggio Swg, sarebbe in caduta libera, intorno al 15% dei voti. Tutti gli altri (Udc, Lega, Idv, Sel) si aggirerebbero tra il 5 e il 6%. I sondaggi sono sondaggi: vanno presi con le pinze, soprattutto a molti mesi di distanza dalle elezioni reali. Tuttavia quello che si va delineando è molto più di un terremoto politico. Si tratta di una vera e propria frattura del corso costituzionale.

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Ripubblichiamo questo articolo di Alessandro Leogrande uscito sullo Straniero n. 145 e postato su minima&moralia nel luglio scorso… Molti aspetti del Movimento 5 stelle (compresi i suoi nodi irrisolti) erano prevedibili molti mesi prima dell’exploit elettorale, benché in tanti – a iniziare dai vertici del Pd – ne abbiano sottovalutato la portata.

Se si votasse oggi per le elezioni politiche, dice l’ultimo sondaggio Swg pubblicato prima della chiusura di questo numero di “Lo straniero”, il Movimento 5 stelle prenderebbe il 21% dei voti. Un’enormità, dopo il crollo della Prima repubblica. Sarebbe il secondo partito d’Italia, dopo il Partito democratico, fermo al 24%. Il Pdl, sempre secondo il sondaggio Swg, sarebbe in caduta libera, intorno al 15% dei voti. Tutti gli altri (Udc, Lega, Idv, Sel) si aggirerebbero tra il 5 e il 6%. I sondaggi sono sondaggi: vanno presi con le pinze, soprattutto a molti mesi di distanza dalle elezioni reali. Tuttavia quello che si va delineando è molto più di un terremoto politico. Si tratta di una vera e propria frattura del corso costituzionale.

La cosa più impressionante delle intenzioni di voto, in questo frangente storico-politico, è la loro totale liquidità. Il Movimento 5 stelle è passato dal 7% al 21% in meno di un mese, in concomitanza con il successo delle amministrative a Parma e in altri importanti comuni. Stando così le cose, è allo stesso modo del tutto “normale” che scenda al 10% o che salga addirittura al 35%… Le due ipotesi, nell’Italia sconquassata di questi mesi, sono entrambe plausibili, per nulla avventate. Per anni abbiamo detto che, in questo paese, il consenso politico non si coagula più, che i partiti annaspano, che quelli personalistici sono soluzioni lacunose (oltre che antidemocratiche), che lo stesso berlusconismo interprete del carattere degli italiani si è rivelato politicamente un guscio vuoto, esploso in mille rivoli con l’uscita di scena di Berlusconi. Certo, non è escluso che Berlusconi possa tornare sulla scena per l’ennesima volta, con la solita discesa in campo. Tuttavia il disco appare rotto, e lo scenario mutato: il Movimento 5 stelle avanza in un deserto di sabbia, in una società fatta di granelli isolati gli uni dagli altri. Una società profondamente debole, rancorosa, facilmente conquistabile. Grillo e il suo entourage l’hanno fiutato. Hanno fiutato il vuoto e il modo di crescere al suo interno.

Per questo è importante riflettere sulla natura del Movimento 5 stelle. Prendere di petto ora ciò che di equivoco c’è al suo interno, non giocare semplicemente di rimessa come fa il Pd. A farlo, i suoi massimi dirigenti rimarranno presto con il cerino in mano.

Da una parte il Movimento 5 stelle occupa un vuoto lasciato libero dal tracollo del Pdl e della Lega. Molta delle sua strategia antipolitica pesca nel tradizionale bacino della destra italiana. Parlare oggi di Casta (nonostante l’evidente trasversalità dei casi di corruzione) è un modo rassicurante per non fare i conti con il berlusconismo, è il rifiuto assolutorio di un giudizio storico sugli ultimi quindici anni di storia italiana. Nella notte in cui tutte le vacche sono nere, non ci sono responsabilità individuali. Non ci sono distinzioni di sorta, solo un convulso latrare. Che è poi quello che fa Beppe Grillo dal suo blog ogni giorno.

Tuttavia, benché lo slogan “né destra né sinistra” dei grillini, oltre che insulso, sia decisamente populista, non si può negare che il Movimento 5 stelle nasca anche dall’involuzione dei movimenti italiani degli ultimi dieci anni. Per anni, da Genova in poi, abbiamo sostenuto che i movimenti nati fuori dal recinto partitico, nel cuore della società, si sarebbero dovuto riappropriare della (vera) politica elaborando un linguaggio nuovo, introducendo nuove pratiche, e ora il primo movimento che rischia di vincere le elezioni è quello di Grillo. Che cosa è andato storto? Perché la democrazia-on-line, di cui i grillini fanno ampio uso, ha prodotto tutto questo?

È chiaro che c’è una differenza tra quei movimenti e questo movimento. Il grillismo non solo risponde al vuoto dei partiti, ma traghetta la politica extra-istituzionale verso il cono di bottiglia dell’antipolitica. Poi ci sarà pure il Travaglio di turno che dice che oggi l’antipolitica è la vera politica (non sorprende che sia proprio lui a dirlo), ma il discorso è un altro. Il Movimento 5 stelle è la negazione dell’universalismo dei movimenti di emancipazione, di giustizia globale e di democrazia diretta degli ultimi anni. È piuttosto la somma di molteplici sindromi “nimby” sparse sul territorio nazionale: un arcipelago di particolari no a qualcosa raccolti intorno al guru Grillo. A questo punto, qualsiasi grillino urlerebbe che Grillo non è il leader del movimento, non ricopre nessuna carica, è solo un suscitatore di idee… Eppure, se uno scarica il “non-statuto” del Movimento dal loro sito, può leggere testualmente: “Il Movimento 5 Stelle intende raccogliere l’esperienza maturata nell’ambito del blog www.beppegrillo.it, (…) e va a costituire, nell’ambito del blog stesso, lo strumento di consultazione per l’individuazione, selezione e scelta di quanti potranno essere candidati a promuovere le campagne di sensibilizzazione sociale, culturale e politica promosse da Beppe Grillo così come le proposte e le idee condivise nell’ambito del blog www.beppegrillo.it, in occasione delle elezioni per la Camera dei Deputati, per il Senato della Repubblica o per i Consigli Regionali e Comunali”.

Basta questo a definire un movimento che si stringe intorno a un suo padre-padrone, che non a caso decide dall’alto che si candida e chi no, chi parla e chi no, chi espellere e chi no. I grillini, a questo punto, continuerebbero a dirci: non volete proprio capire, Grillo non ha nessuna carica e non si candiderà mai… Senza comprendere che stanno alimentando una dubbia strategia politica: in quali altri sistemi, del presente o del passato, a decidere ogni cosa e a tirare le file di un movimento è un leader che ufficialmente non ricopre alcun ruolo?

In uno degli ultimi comunicati postati sul suo blog, Grillo ha scritto: “Il Movimento 5 Stelle è il cambiamento che non si può arrestare, è il segno dei tempi. È l’avvento di una democrazia popolare che pretende di decidere, di controllare il destino del suo Paese, del suo Comune, della sua vita.” Non è solo il tono messianico a infastidire: è quella pretesa “di decidere, di controllare” le sorti di un Paese e “della sua vita” che getta un’ombra sinistra su tutto il grillismo, delinea una grammatica oscuramente totalitaria. Tanto da far pensare: ma davvero Grillo non si rende conto delle parole che usa? dei concetti con cui gioca a fare il capopopolo?

Insomma alcuni esponenti del Movimento 5 stelle potranno anche “ben” amministrare comuni grandi e piccoli. In fondo lo ha fatto anche la Lega da qualche parte, benché la frontiera degli enti locali sia una brutta gatta da pelare, e quasi sempre è il terreno su cui i movimenti “contro” denotano i vizi peggiori. Ma nel momento in cui ci si confronta col piano generale delle idee, i buchi neri si allargano. Molte delle ambiguità del grillismo (a parte le urla tipiche di ogni populismo) nascono dall’utilizzo della categoria dei “beni comuni”. È su questo versante che il movimento ha avuto un successo carsico. Eppure qual è il “comune” di cui i grillini parlano? E soprattutto: chi può far parte di questo “comune”? È proprio su questo fronte che emerge la tara particolarista del movimento, la sua regressione antiuniversalista.

Facciamo un esempio lampante. Da una parte nel loro programma si legge: “Cittadinanza digitale per nascita, accesso alla rete gratuito per ogni cittadino italiano.” Sì, ma chi può essere cittadino italiano? Pochi mesi fa Grillo si è scagliato contro la campagna “L’Italia sono anch’io”, che chiede la cittadinanza italiana per i bambini figli di genitori stranieri nati in Italia e il diritto di voto amministrativo per i lavoratori regolarmente presenti in Italia da cinque anni, con queste assurde parole: “La cittadinanza a chi nasce in Italia, anche se i genitori non ne dispongono, è senza senso. O meglio, un senso lo ha. Distrarre gli italiani dai problemi reali per trasformarli in tifosi. Da una parte i buonisti della sinistra senza se e senza ma che lasciano agli italiani gli oneri dei loro deliri. Dall’altra i leghisti e i movimenti xenofobi che crescono nei consensi per paura della ‘liberalizzazione’ delle nascite.”

“Liberalizzazione delle nascite” è davvero un’espressione atroce, degna dei fanatici di Casa Pound. Tuttavia quello che qui preme sottolineare (accanto alla completa disattenzione del Movimento 5 stelle verso il tema cruciale dell’immigrazione) è il nodo della cittadinanza in salsa grillina, e la relazione tra essa e il concetto di “beni comuni”. Chi ha accesso a questi benedetti “beni comuni”, per i grillini? Tutti gli italiani, in una idea profondamente regressiva della nazionalità, che diventa campanile esasperato nel momento in cui si scende sul piano del benecomunismo municipale.

La prima scivolata del neosindaco di Parma Pizzarotti è rivelatrice. Appena ha annunciato in pompa magna che l’inceneritore non si farà più (perché altrimenti i bambini morirebbero di tumore) in molti gli hanno domandato: e i rifiuti come li smaltiamo? In Olanda, ha risposto Pizzarotti, li mandiamo in Olanda. Quando qualcuno gli ha fatto notare (come raccontato da Paolo Nori) che, seguendo la stessa logica del suo ragionamento, ciò provocherebbe un aumento della mortalità dei bambini olandesi, Pizzarotti ha candidamente risposto: “In Olanda non governo io”.

C’è un discorso a margine, che va affrontato su una rivista come “Lo straniero”: la fine dell’ecologismo politico universalista, che proviene da Ivan Illich e Alex Langer, e la sua sostituzione con un ambientalismo grillino regressivo e particolare. Il punto, per quest’ultimo, non è pensare a un nuovo modello di convivenza, ma affermare un no particolare costi quel che costi, che non tenga conto degli “altri”, gli esclusi dal “proprio” benecomunismo, su cui si scaricano le conseguenze. Questa torsione del pensiero, che mette in discussione il rapporto tra ecologia, cittadinanza globale ed emancipazione degli oppressi, va ben al di là delle convulsioni del Movimento 5 stelle. Ci riguarda da vicino. Ed è una di quelle cose cui dare una risposta, per evitare che, anche qui come altrove, il grillismo avanzi nel vuoto.

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Ah ah ah. Ovverosia, per un’innovazione del linguaggio comico usato nella politica. https://minimaetmoralia.it/interventi/ah-ah-ah-ovverosia-per-uninnovazione-del-linguaggio-comico-usato-nella-politica/ https://minimaetmoralia.it/interventi/ah-ah-ah-ovverosia-per-uninnovazione-del-linguaggio-comico-usato-nella-politica/#comments Wed, 13 Feb 2013 19:00:01 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13035 La (fiacca) battuta di Berlusconi su quante volte la donna alla convention di Green Power viene (con il comunicato aziendale che la donna si è divertita e si è sentita onorata, poi la controsmentita della donna che dice che non si è divertita né sentita onorata…), Crozza che fa l’imitazione (fiacchissima) di Berlusca a Sanremo […]

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La (fiacca) battuta di Berlusconi su quante volte la donna alla convention di Green Power viene (con il comunicato aziendale che la donna si è divertita e si è sentita onorata, poi la controsmentita della donna che dice che non si è divertita né sentita onorata…), Crozza che fa l’imitazione (fiacchissima) di Berlusca a Sanremo (e la gente che lo contesta e poi la controsmentita che in realtà la gente contestava i due tizi prezzolati del Pdl che gli urlavano contro)… Ancora, i fiacchi teatrini di Berlusconi con imitazioni di Bersani acclusa, le fiacche repliche dello tsunami tour di Grillo, la fiacca cosiddetta satira di sinistra con la quale ci siamo sentiti tanto affratellati in questi anni… Potremmo commentare la campagna elettorale adesivi a questa scia deprimente, oppure fare un passo all’indietro di vent’anni.

Riandiamo al 1993. A delle ultime apparizioni Rai di Beppe Grillo, la trovate qui per esempio, nel pezzo in cui se la prende con chi rema contro una possibile rivoluzione tecnologica democratica, contro il capitalismo che ci imprigiona con le macchine a benzina e non ci fa sviluppare quelle elettriche, contro gli airbag che sono una truffa e non servono alla sicurezza (sic)… La sua retorica è già tutta politica, anche se non lo confessa, anzi. Ma a un certo punto Grillo, dopo essersi preso gli ennesimi applausi, si rivolge al pubblico, si stoppa un secondo e dice: “Non sto qui a fare come quello di Quinto potere. Se divento un messia, fatemi un gesto e mi metto subito questo”: estrae dalla tasca un naso rosso e se lo infila.

Nessuno evidentemente gli fece il gesto, verrebbe da commentare. Così, quello che poteva restare un clown, uno zanni che manifesta la verità attraverso il suo corpo umile e buffo, si trasformò un tribuno simil-dannunziano che si fa a nuoto lo Stretto di Messina.
Ma anche questa conclusione è riduttiva: non è solo Grillo a essersi trasformato in un profeta qualunquista. È che da quel video sono passati vent’anni e in questo ventennio che per comodità abbiamo definito berlusconiano, qualcosa di irreversibile è cambiato nella comunicazione politica: l’indifferenziazione tra piano letterario e piano ironico, l’identificazione dell’informazione con la performance, la riduzione della verità alla “versione che ha più successo” (Rorty e i suoi epigoni hanno avuto ragione). Grillo ancora non lo sapeva, Berlusconi (“un imprenditore che ha 4000 miliardi di debiti” come lo apostrofava Grillo) invece sì; e pochi mesi sarebbe apparso a fare il suo famoso discorso del Questo è il paese che amo. Le idee non servivano più, bastava l’attorialità.

Ora, in questa campagna elettorale, nessuno si stupisce che il valore delle parole non venga praticamente mai messo a confronto con una dialettica di idee, ma appunto solo con la sua capacità performativa – che siano i sondaggi o lo spread a fare da indici di consenso. Quello che è invece meno visibile è come i candidati abbiano capito di sfruttare una retorica teatrale precisa, quella comica: privandola però della sua capacità di rovesciamento, di paradosso, di polemica. La comunicazione politica di Bersani e Vendola è stata in definitiva messa all’angolo in questi ultimi mesi da tre comici che utilizzano tre repertori diversi: Grillo, Berlusconi e Renzi.

Il primo si rifà ai comedians anni ’80, i figli di Lenny Bruce, George Carlin, Richard Pryor, Bill Hicks (coloro che lo ispirarono per i programmi tipo Te la do io l’America) da cui ha eliminato l’afflato libertario per conservare invece solo la vis accusatoria, una denuncia che spesso di riduce alla ricerca di capri espiatori. Anche per questo riesce a catturare il voto degli under 30, di coloro che sono cresciuti con il sarcasmo liquidatorio dei Griffin o di Beavis & Butthead. Berlusconi invece, lasciato il bramierismo barzellettaro, va riesplorando in repertorio della commedia scollacciata anni ’70. Sa che c’è un sacco di gente, soprattutto nella fascia anagrafica over ’60 che si concede volentieri una risata franca sui froci che sculettano, sulle tettone, sui fascisti buoni, sugli ebrei che se la sono cercata. Anche qui, l’elemento goliardico dell’autosberleffo viene completamente rimosso: la scena della sedia pulita da Santoro come l’uscita al Binario 21 come l’imitazione di Bersani si rivolgono a elettori preventivamente euforici, disposti a essere scorretti e a darsi di gomito. Di fronte a lui però Berlusconi non incarna un Pierino indifendibile – ma con un gesto speculare al naso rosso di Grillo, si trasforma in un Alvaro Vitali che si toglie i calzoncini e si infila il completo Caraceni.

La comicità di Matteo Renzi è forse quella più contemporanea, anche se datata difatto agli anni ’90: il suo modello evidente (lo faceva notare in un bel pezzo recente Francesco D’Isa) è un mix tra Panariello e Pieraccioni. Ossia il toscano cazzone che alla fine liquida le questioni con una battuta da adolescente, uno che finisce ogni frase con una specie di adagio del Benigni innocuo degli ultimi tempi: “Si fa per ridere, eh”. Il bacino di elettori che va a prendere è proprio quello dei suoi coetanei, la “Generazione Bim Bum Bam” delineata da Francesco Aresu.

La cosa incredibile ma deprimente e ovvia è che in un paese così arretrato da un punto di vista retorico, tre comunicatori che emulano gli stilemi degli anni ’70, ’80 e ’90 siano la novità di questa campagna elettorale, ma la cosa ancora più incredibile è che questo tipo di comunicazione metta in difficoltà uno come Bersani, che al massimo rimanda qualche frecciatina lieve lieve, mentre di solito è tutto preso ogni volta nel ribadire che il piano informativo non è quello performativo, strillando contro chi non cita i fatti, chi non manterrà le promesse, chi è demagogico; o ancora peggio nel tirare delle staffilate semplicemente livorose… Ma la sua strategia, su questo profilo, è assurda: è come rimproverare Arlecchino perché fa lo scemo in scena.

Quale allora la contromossa da opporre agli attori, goffi pagliacci o virtuosi che siano? Occorre rovesciare il meccanismo, o svelare il trucco. Avete presente il coup-de-theatre che i repubblicani avevano preparato nell’ultima convention americana: Clint Eastwood che fece un discorso velenosissimo a una sedia vuota? Beh, non ci volle molto a Obama per capire che non era utile smontare Eastwood argomento per argomento. Bastava mettere una foto su twitter che ritraeva una nuca di Obama seduto sulla poltrona presidenziale e il messaggio: “Questo posto è occupato“.
Anche qui la capacità della comunicazione obamiana è quella dei grandi comici: la reattività. In questo bel pezzo Pietro Minto fa una fenomenologia degli heckler, ossia di quello che si alzano e disturbano un comico che fa uno show. Nella carrellata dei video che Minto infila si vede come – se siamo sul piano della performance – reagire fa parte del gico, della competenze del comico. Mettete a confronto queste immagini con quelle di Crozza ieri a Sanremo, e non vi sentirete come imprigionati in un’Italia dove appena si cambia copione non ci sono più i claquer che si assicurano il loro consenso, in un paese abituato a vedere le inchieste civili col Gabibbo e con Capitan Ventosa, che da anni vive l’invadente presenza dell’eco di quelle risate registrate che nessuna sit-com ormai usa più?
Non si potrebbe introdurre nelle sezioni di partito, nelle scuole, un corso accelerato di comicità, almeno da Seinfeld a Louis C.K., per le prossime elezioni che per queste mi sa che comincia a essere tardi?

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