Peppino Impastato Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/peppino-impastato/ un blog di approfondimento culturale Tue, 12 Aug 2025 14:34:57 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Peppino Impastato Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/peppino-impastato/ 32 32 La notte della civetta. In memoria di Piero Melati https://minimaetmoralia.it/societa/la-notte-della-civetta-intervista-piero-melati/ https://minimaetmoralia.it/societa/la-notte-della-civetta-intervista-piero-melati/#comments Mon, 11 Aug 2025 09:40:53 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=43380 Mi faceva sorridere vedere Batman affacciarsi sulla libreria essenziale di Piero Melati. Mi faceva sorridere vederlo sfoderare la tovaglietta di Superman per apparecchiare la tavola. In qualche modo proviamo a definire la misura e le contromisure al male, ma ci sorprende e rende sempre attoniti, come è accaduto la mattina di lunedì 4 agosto alla […]

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Mi faceva sorridere vedere Batman affacciarsi sulla libreria essenziale di Piero Melati. Mi faceva sorridere vederlo sfoderare la tovaglietta di Superman per apparecchiare la tavola. In qualche modo proviamo a definire la misura e le contromisure al male, ma ci sorprende e rende sempre attoniti, come è accaduto la mattina di lunedì 4 agosto alla terribile notizia della sua morte.

Abbiamo perso un grande giornalista, un grande scrittore. Ricordiamo in particolare l’ultimo libro geniale “Lola&Vlad” (Polidoro, 2024), il fondamentale breviario “Giorni di mafia” (Laterza, 2017) e “Paolo Borsellino. Per amore della verità” (Sperling&Kupfer, 2022) che ha evitato qualsiasi scorciatoia nel raccontare la vita del giudice e della sua famiglia dopo la strage di via D’Amelio.

Piero era uomo intelligente, giusto, dalla dirittura unica. La memoria del suo talento, del suo garbo e della capacità di vedute ampie è viva in tutte le redazioni che hanno avuto la fortuna di viverlo. Questa perdita è incommensurabile come i doni che ci ha affidato. Nel mio percorso professionale l’ho conosciuto da viceredattore capo del “Venerdì di Repubblica”, dove si occupava di attualità e delle pagine culturali. Con “Repubblica” ha aperto le redazioni locali di Napoli e Palermo ed è stato viceredattore capo della cronaca di Roma.

Nel settembre del 2015 l’ho incontrato per la prima volta grazie a questa rivista. Piero, che aveva vissuto il giornalismo del quotidiano “L’Ora” di Palermo, restituendo tra molte cose in modo nitido la storia del pool antimafia e del Maxiprocesso, era animato da una curiosità e umiltà tali da soffermarsi a leggere l’articolo sul rapporto tra Giovanni Falcone e gli Stati Uniti di un giovane che non conosceva. Prese anche l’iniziativa generosa di scrivermi un riscontro, che ha cambiato il mio percorso personale e professionale, ma soprattutto negli anni ha creato l’amicizia più pura e sincera.

Piero ha scritto e mi ha ripetuto spesso una cosa bellissima sugli eroi. Non devono diventare una categoria, una ragione per tenerci a distanza dalla nostra responsabilità, da ciò che possiamo fare. Non possono essere ridotti a un esercizio retorico.

Lui ha vissuto e ha raccontato senza mai andarsene realmente da Palermo. Non ha mai ricercato medaglie da appuntare sul petto. In questo suo libro straordinario, La notte della civetta (Zolfo editore, 2020), da leggere e rileggere, ha restituito a persone  dalla intelligenza e dirittura unica come Rocco Chinnici, Ninni Cassarà, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino il valore preciso della storia che hanno sognato e costruito. Ha indicato il suo canone che non va dimenticato e custodito. Piero ci ha indicato la possibilità di guardare diversamente dentro a una storia collettiva decisiva.

Nel nostro penultimo scambio da Palermo c’era Chinnici. Ora penso sia giusto almeno che vi rivediate.

Il pensiero più dolce e l’abbraccio più forte sono rivolti alla moglie Claudia e alla figlia Flavia.

Questa nostra intervista nasce da un lungo pomeriggio, trascorso nella sua casa, pieno della sua vita, delle sue idee e dei legami che non si perdono nel tempo.

«Oggi, dopo mille stragi, dopo Falcone e Borsellino, ogni spazio parrebbe chiudersi, non dico all’idillio, ma alla fiducia più esangue. E tuttavia…finché in una biblioteca mani febbrili sfoglieranno un libro per impararvi a credere in una Sicilia, in un’Italia, in un mondo più umani, varrà la pena di combattere ancora, di sperare ancora. Rinunziando una volta per tutte a issare sul punto più alto della barricata uno straccio di bandiera bianca», scrisse Gesualdo Bufalino nella nota Poscritto 1992 contenuta nell’antologia Cento Sicilie.

Alla vigilia degli anniversari dei due eventi, la strage di Capaci e quella di via D’Amelio, che hanno segnato la contemporaneità della storia repubblicana, il giornalista e scrittore palermitano Piero Melati pone con il libro La notte della civetta (Zolfo editore, 288 pagine, 18 euro) domande taciute, che ci fanno evadere dalla riserva indiana nella quale è costretto un pezzo gigante della biografia nazionale. La storia della Sicilia è quella d’Italia. Melati ci libera dalla retorica degli eroi, per leggere le pagine chiare e tentare di decifrare quelle ancora oscure.

Non si tratta delle memorie di un reduce che, da giornalista de L’Ora e poi a La Repubblica, ha vissuto in prima linea lo stravolgimento democratico del terrorismo di stampo politico mafioso a Palermo. Melati prende atto delle contraddizioni e delle divisioni, come quelle che hanno separato Sciascia e Falcone dallo stesso fronte, per scavare nelle memorie rimosse. La notte della civetta, al fine di non issare la bandiera bianca di Bufalino, è la promessa di non rinunciare alla complessità della storia.

Ricordando la vita di Rita Atria, evochi una domanda attualissima: cos’è questa “cosa” chiamata mafia che riesce a essere più forte del rapporto di una madre con la figlia?

«È difficile rispondere. Dopo l’assassinio del padre e del fratello, immersi nella realtà mafiosa di Partanna, Rita scelse di testimoniare e raccontare ciò che sapeva. Paolo Borsellino accolse le sue dichiarazioni preziose, la protesse e costruirono un legame molto forte, mentre la madre la ripudiò. Seppellita nel cimitero di Partanna, la madre andò parecchi mesi dopo a trovarla con un martello, per spaccare la sua foto sulla lapide. Il testamento di una ragazzina, suicidatasi dopo la morte del giudice, apre ancora scenari nuovi, e non certo per una volta esclusivamente giudiziari, a cui non siamo più abituati».

Quali scenari?

«Ormai guardiamo il fenomeno mafioso solo dal punto di vista investigativo. Si è perso lo sguardo trasversale e d’insieme, che si posa e torna alla radice delle esistenze».

Lei che cosa era riuscita a vedere e capire?

«Rita teneva un diario. L’ultima notazione è questa: “Roma, dopo il 19 luglio 1992, strage di via D’Amelio. Ora che è morto Borsellino, nessuno può capire che vuoto ha lasciato nella mia vita. Tutti hanno paura, ma io l’unica cosa di cui ho paura è che lo Stato mafioso vincerà, e quei poveri scemi che combattono contro i mulini a vento saranno uccisi. Prima di combattere la mafia devi farti un auto-esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c’è nel giro dei tuoi amici. La mafia siamo noi, è il nostro modo sbagliato di comportarci”. La mafia non è un fenomeno naturale siciliano, ma attecchisce per ragioni precise. Quello chi manca ancora è affrontare il contesto e il condizionamento mafioso in ogni vita».

Falcone, Borsellino, Cassarà, Montana, Chinnici e cento altri sono stati uccisi poiché erano insostituibili?

«Lo spiega anche Joseph Roth in un suo romanzo (La marcia di Radetzky) che parlava dell’Impero Asburgico. Qualsiasi istituzione può impiegare anni a sostituire un ottimo funzionario. Hanno assassinato Ninni Cassarà, intelligenza e anima della Squadra mobile di Palermo, e non è stato trovato nessun altro di quello spessore. Ucciderli equivaleva a incrinare la macchina dello Stato, a ritardare le indagini per anni».

Qual era l’eccezione di Cassarà?

«Apparteneva a un’antimafia utopistica, che è durata poco e ha portato risultati concreti come le condanne del Maxiprocesso. Riteneva che la sconfitta, o almeno il ridimensionamento, di Cosa nostra tramite la cattura dei latitanti avrebbe potuto cambiare in meglio la società siciliana. Si trattava di sconfiggere il cancro che lacerava la società dal suo interno. La rivoluzione o palingenesi si è fermata sulla soglia delle loro idee. L’esito positivo del Maxiprocesso non si è tradotto nel cambiamento radicale immaginato. Dopo il 1992 le mafie, sempre più finanziarie, sono tornate nella fase di immersione e si fatica a riconoscerle. Non abbiamo guardato in profondità a che cosa ci è successo in quegli anni».

Il corpo di Palermo come ha sopportato tali emorragie?

«Quale impasto sociale e umano ha potuto tollerare che tre Kalashnikov sparassero a Cassarà sulle scale di casa, mentre la moglie con la bambina piccola urlava, bussava alle porte per salvarsi e nessuno le aprì. Quella dell’autobomba di Chinnici che città è? Leggevamo nei giornali “Palermo come Beirut” sul terrazzino della casa di famiglia, mangiando il gelo di mellone. Poi ti abitui a tutto, le dittature sono così. La fine è solo l’annientamento, perché arriviamo a tollerare tutto. Vedo una relazione con la parola totalitarismo e persino con il regime concentrazionario».

Il terrorismo di stampo politico-mafioso di Cosa nostra ha cambiato il senso della morte?

«I siciliani hanno per una serie di ragioni una relazione più diretta e sanno guardare la morte. Cosa nostra è riuscita a distorcere questa natura. Distribuendola dappertutto, ha reso la morte il suo volto pubblico. Doveva ostentare il potere di mostrare il morto. Dopo la scomparsa di De Mauro, dal 1979 in poi gli omicidi eccellenti hanno lasciato una traccia in ogni strada. A cominciare da quello di Mario Francese che doveva essere un segnale per tutti i giornalisti. Era il rito per mostrare la potenza. Si sono impossessati della morte e della possibilità di darla».

Per anni Falcone parlò pochissimo, poi l’accusarono di protagonismo. Iniziò a morire, quando lo fece?

«Dai magistrati del pool antimafia non avevamo mai notizie. Un costume che si è perso negli anni successivi. Nella prima parte della carriera Falcone aveva un rapporto difficile con i giornalisti, perché lo irritava l’approssimazione con cui venivano affrontate certe vicende. Dal 1979 almeno fino al 1983 parlò davvero poco. Poi si rese conto che aveva bisogno di una buona comunicazione, affinché il suo lavoro e del pool antimafia venisse raccontato nelle giuste dimensioni. Iniziò a rilasciare interviste con una selezione accurata degli interlocutori e mantenendo la giusta distanza. La necessità emerse, quando capì che la battaglia giudiziaria stava raggiungendo l’apice. Tentò di scuotere l’albero e di piantare semi fecondi. È il periodo in cui venne fischiato persino dai suoi colleghi come nel tribunale di Milano, che oggi espone la foto di Falcone e Borsellino».

Che cosa abbinava Falcone alla capacità di seguire i percorsi e le relazioni dei soldi?

«Carla Del Ponte rimase sorpresa che Falcone, il quale in passato aveva fatto anche il bancario, fosse l’unico a saper leggere i documenti delle banche svizzere. La sua grande intuizione fu di seguire le tracce dei soldi. Sapeva che la pista era quella e l’ha contestualizzata non in astratto ma nella società siciliana, dentro l’organizzazione criminale. Lui, nato alla Kalsa, qualcosa di loro la capiva. Ha associato alla capacità di tracciare i soldi quella di conoscere la natura degli uomini. Era istintivo con un’incredibile metodicità nel lavoro».

Qual è l’aspetto più interessante del rapporto con Buscetta?

«Riuscirono a capirsi. Quest’ultimo pose dei limiti e Falcone li accettò. Il collaboratore di giustizia intendeva vendicarsi dello sterminio dei propri famigliari e nel raccontare era disposto a spingersi fino a un certo punto. In cambio Buscetta garantì una lettura dall’interno del fenomeno mafioso, ma non è stato il primo».

Più dei secoli di carcere inflitti all’ala militare di Cosa nostra, lo scacco matto del Maxiprocesso fu il riconoscimento con almeno trent’anni di ritardo dell’esistenza di questa organizzazione mafiosa.

«Non c’è dubbio. Questo è stato il passaggio cruciale, che ha portato allo stesso Maxiprocesso: lo stabilire che Cosa nostra esisteva e non era una semplice associazione a delinquere. Dopo tanti caduti che avevano tentato di scollinare questa altura si arrivò in vetta. Un passaggio delicato e così fondamentale che i successivi sono apparsi sempre in tono minore, se non confusi, come il concorso esterno in associazione mafiosa con letture difformi da parte della Cassazione».

Senza ricostruire la linea continua da Terranova a Chinnici non si può comprendere questa svolta. Che cosa rappresentò Rocco Chinnici per Palermo?

«Falcone guardava la mafia verso l’alto: le banche svizzere, i riciclaggi, gli equilibri interni alle “famiglie”, i legami tra boss e grande potere. Seguiva gli assegni. Chinnici era ossessionato dalla strada. Non gli sfuggiva mai il collegamento tra quei livelli più sofisticati studiati da Falcone e quel che si consumava nel giardino di casa della città. Ma proprio per questo a colpirlo non era tanto l’albero avvelenato, ma i suoi frutti mortali: le fontanelle, le siringhe, i ragazzi che si bucavano».

Chinnici comprese pienamente la portata del capovolgimento sociale della narcoeconomia.

«Aveva chiara la misura dell’aumento geometrico di quella peste. Lo ascoltavano con insofferenza, lo accusavano quasi di non parlare d’altro. È stato l’unico a dire con coraggio che le vittime di overdose erano vittime di mafia. Ha assistito e reagito al massacro di una generazione, quella delle occupazioni universitarie del ’77. Questo dolore riguarda tutti ma non lo codifichiamo in nessun libro di storia. È stato un effetto del trasferimento dei laboratori di Marsiglia, che furono nulla rispetto alle raffinerie di droga in Sicilia».

Qual è stato il riflesso delle raffinerie e dei soldi del traffico di droga sull’urbanistica palermitana?

«Come in America tramite l’economia diffusa dello spaccio si distruggeva l’equilibrio sociale di un quartiere per la costruzione di nuovi e lo spostamento delle persone. Nacquero quartieri finti. I soldi della droga fecero costruire i palazzi e lo sapevano tutti. Palermo è diventata essa stessa una città finta e del tutto sradicata».

Che cosa ricordi del nove maggio 1978?

«Quando Sciascia parlava di incidenze e coincidenze aggiungeva: “Alcune volte mi sembrano le uniche che possono spiegare i fatti”. Certamente quella giornata è stata un cambiamento epocale. Al vertice della piramide morì Aldo Moro e con lui crolla il ponte che collegava l’anima cattolica e quella comunista del Paese. Alla base, a Cinisi, assassinarono l’unico ragazzo della sua generazione che in dieci anni, dal 1967 al 1977, non aveva dimenticato la questione mafiosa. Dopo l’omicidio Scaglione e la scomparsa di De Mauro, il movimento studentesco siciliano ignorava quasi l’esistenza della mafia. Non volava una mosca».

Impastato, un mafioso, il padre, lo aveva in casa.

«Sì e un altro di caratura mondiale, Tano Badalamenti, a cento passi della propria abitazione. Peppino aveva assistito alla costruzione di un aeroporto in uno dei luoghi considerati più pericolosi dai piloti. Badalamenti era il proprietario dei terreni, mentre Liggio, considerato ancora il boss emergente, si poteva limitare ai lavori di sbancamento della terra. Impastato sapeva benissimo chi comandava. Mentre la sua generazione, che provava la sensazione interiore della fine del mondo, soggiaceva alla merce venduta dal prototipo moderno dei narcos, lui dalla radio indicava e percorreva la strada opposta all’invasione dell’eroina».

Qual è leredità di Impastato a dispetto dei santini?

«La beatificazione è una maledizione, perché rende queste figure estranee a noi. Bisogna pensare al ragazzo normale che in quegli anni aveva in mano una radio libera per dire ciò che non leggevamo nei giornali e che le persone temevano di pronunciare anche nel chiuso delle case. Lo considero in relazione alla radio. Esisteva la necessità di parlare un altro linguaggio. Lui con ironia e coraggio ne costruì uno. E in Sicilia la costruzione di una lingua nuova doveva passare dal rendere pubblica la lotta alla mafia».

In che modo dialogano i libri di Sciascia Il giorno della civetta e L’affaire Moro?

«Il giorno della civetta scoperchiò per la prima volta tutto. Lo scrittore, che aveva già dato contro la mafia, sfidò l’Italia intera e il patto di unità nazionale contro il terrorismo scrivendo L’affaire Moro, e che riceve e parla con i suoi concittadini con altrettanto disincantato distacco e senza obbligo all’empatia, alla maniera dell’amato Stendhal, con la freddezza di un entomologo».

L’unica monografia sul giudice Cesare Terranova vide il contributo decisivo di Leonardo Sciascia. Era vicino a Chinnici. Come si può spiegare la distanza con Falcone?

«Tutti noi siciliani viviamo all’ombra di questo comune, inconciliabile magistero, quello del giudice sacrificatosi nella lotta contro la mafia, e quello dello scrittore che – tra gli altri suoi alti meriti – per primo la denunciò, parlandone al mondo. Sciascia non giustificava la geometrica e razionale freddezza di Falcone, che nasceva dal fuoco che uccise Terranova e Chinnici. Sciascia non capì che i giudici stessero cambiando attraverso quel fuoco e la prossimità sempre più schiacciante di Cosa nostra. Non esisteva più la possibilità di guardarla con il distacco con il quale aveva potuto scrivere Il giorno della civetta. L’unico romanzo sulla materia che resta efficace».

È ancora difficile riconoscere la reciproca inconciliabilità?

«Dovremmo ammettere l’esistenza di un paradosso che assomiglia a una ferita aperta: la differenza tra lo Sciascia che scrive Il giorno della civetta e quello dell’articolo I professionisti dell’antimafia. È la stessa persona, ma offre due visioni diverse rispetto all’amicizia con Terranova. Dobbiamo accettare la sua piena insondabilità. L’articolo era profetico in alcuni sensi, ma come ricordò Borsellino quel giorno Falcone iniziò a morire. Dopo il caso Tortora, Sciascia diffidava dei Maxiprocessi e delle procure dopo il suicidio del segretario regionale della Dc Nicoletti».

Bufalino colse lo sgomento di questa freddezza?

«Sì, e stando più a distanza dalla materia rispetto a Sciascia, vide la linea di continuità da Terranova a Falcone. La storia mancata tra Falcone e Sciascia è un frutto di Sicilia: una terra che fa i suoi figli migliori e poi li mette contro».

Paolo Borsellino raccolse anche questo frutto amaro. In che cosa consisteva la sua umanità?

«Disse il consigliere Antonino Caponnetto: “Non ho mai conosciuto un uomo più umano e giusto di Paolo e non lo conoscerò sicuramente mai”. Paolo invece sussurrava: “Sarò sempre il secondo di Giovanni”. Dal punto di vista dell’umanità e del coraggio, Borsellino giganteggia. Non so quali altri esempi si possano trovare. Una persona che va lucidamente alla morte per oltre cinquanta giorni. Visse la fine con profondo tormento e cupezza, ma insieme ad atti pubblici decisivi continuò a dare messaggi di amore ai figli, alle persone. Come disse il filosofo siciliano Gorgia da Lentini, a proposito degli eroi della guerra del Peloponneso del suo tempo, erano uomini concreti che hanno accettato la situazione in cui si trovarono e seppero agire come le circostanze richiedevano. Per questo non ne deve essere perduta la memoria. Riesco ad associare questa esperienza che pone interrogativi etici, morali, umani a quella dei campi di concentramento».

Che effetto ti fa la dicitura “Borsellino quater”?

«Per pigrizia guardiamo le due stragi nello stesso modo, poiché ravvicinate nel tempo. In realtà quella di Capaci è stata compiuta per la stabilizzare la situazione con l’elezione del Presidente della Repubblica. La strage di via D’Amelio al contrario per destabilizzare. Dunque questa seconda risulta a livello processuale ancora più ingarbugliata con depistaggi ormai acclarati per non far emergere ciò che è stato».

Qual era il tuo patto con il capo del pool Antonino Caponnetto?

«Gli promisi di non disturbarlo mai, perché era spesso assalito da grupponi di inviati con domande talvolta improbabili. Però gli dissi: se le busso, la prego, mi risponda, perché si tratterà di un’emergenza. Al Palazzo di giustizia di Palermo, dove andavo quotidianamente, mi ricevette per confermare la voce dell’arresto di Michele Greco, il “papa” della mafia, il capo della Commissione: “Giovanni è andato in caserma per il riconoscimento”. Caponnetto era ieratico, gentile. Negli anni del Pool ha fatto da chioccia e parafulmine. Aveva sentito la “corda pazza”, per usare l’espressione di Sciascia. Era siciliano ed ebbe il richiamo della terra madre».

Nel 1987 dopo la conclusione del Maxiprocesso hai lasciato Palermo. Quanto ha pesato il bagaglio di quella guerra?

«Nei primi anni vissuti lontano dalla Sicilia mi ha continuato a inseguire, poi me ne sono liberato per infine tornare ad aprirlo con più distacco. In gran parte è un nodo che non si risolverà mai. Più in generale il modo errato di fare memoria lascia incagliate le questioni storiche».

Qual è il tuo ricordo del giornale L’Ora?

«Gianni Lo Monaco, il vecchio cronista di giudiziaria, che arrivava il pomeriggio con il cane e ci raccontava le storie, inquadrava i fatti e il loro contesto storico. Ti dava sempre una pista da seguire. Ci spiegava come non diventare dei passacarte. Eravamo poveri, sporchi, ma il giornale mi ha dato tutto».

Alla vigilia dell’anniversario della strage di Capaci, arriva dalla Sicilia la notizia dell’arresto del Commissario Covid Antonio Candela. Che cosa indica?

«C’è una questione urgente e attuale. Il “capo condominio” della sanità siciliana, accusato per tangenti con il suo sodale agrigentino, peraltro membro della commissione siciliana antimafia, era sotto scorta, come tanti prima di lui, per minacce dovute al suo presunto impegno in favore della legalità. C’è un marcio evidente e ricorrente, annidato dentro l’apparato retorico ufficiale inaugurato nel dopo stragi del ‘92, che viene da tempo utilizzato non solo come scorciatoia per carriere da abili professionisti, ma anche come nuovo sistema di potere e copertura della novella corruzione. Sanità ma anche discariche, scioglimento sospetto di consigli comunali ma anche gestione dei beni sequestrati alla mafia, e avanti così».

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L’altrove di Felicia e Peppino Impastato https://minimaetmoralia.it/ritratti/laltrove-di-felicia-e-peppino-impastato/ https://minimaetmoralia.it/ritratti/laltrove-di-felicia-e-peppino-impastato/#comments Mon, 09 May 2016 05:30:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30888 Questo articolo è uscito su Repubblica – Palermo, che ringraziamo (fonte immagine).

«Il proprio osso frontale gli taglia la strada, egli si batte la fronte contro la propria fronte fino a sanguinare», annota Franz Kafka nel 1920. Per lo scrittore boemo il confronto con l’origine – che coincidesse con Praga «matrigna» o con un padre ostile – fu sempre un’esperienza che, se generava frustrazione, era allo stesso tempo un’occasione di conoscenza.

L’origine, nella prospettiva di Kafka, non se ne sta immobile alle nostre spalle ma è sempre davanti a noi, o meglio in noi, l’osso frontale che ci taglia la strada. Ciò che ininterrottamente siamo.

Una condizione che trova nella cosiddetta «sicilianità», quella di cui Leonardo Sciascia descriveva il potenziale metaforico, una sua specifica declinazione. Una materia caotica e ambigua che il luogo comune addomestica elevando il termine «radici», e tutto ciò che gli è connesso, a una piccola religione, motivo di commozione e orgoglio, oggetto idealizzato se non ideologizzato.

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felicia peppino

Questo articolo è uscito su Repubblica – Palermo, che ringraziamo (fonte immagine).

«Il proprio osso frontale gli taglia la strada, egli si batte la fronte contro la propria fronte fino a sanguinare», annota Franz Kafka nel 1920. Per lo scrittore boemo il confronto con l’origine – che coincidesse con Praga «matrigna» o con un padre ostile – fu sempre un’esperienza che, se generava frustrazione, era allo stesso tempo un’occasione di conoscenza.

L’origine, nella prospettiva di Kafka, non se ne sta immobile alle nostre spalle ma è sempre davanti a noi, o meglio in noi, l’osso frontale che ci taglia la strada. Ciò che ininterrottamente siamo.

Una condizione che trova nella cosiddetta «sicilianità», quella di cui Leonardo Sciascia descriveva il potenziale metaforico, una sua specifica declinazione. Una materia caotica e ambigua che il luogo comune addomestica elevando il termine «radici», e tutto ciò che gli è connesso, a una piccola religione, motivo di commozione e orgoglio, oggetto idealizzato se non ideologizzato.

Nel presumere di dirci come siamo fatti, l’ideologia delle radici ci fornisce spiegazioni, o meglio giustificazioni, ancora più esattamente alibi. A ciò che siamo, dice l’ideologia della sicilianità, non c’è alternativa, e dunque non ci resta che prenderne atto e allargare fatalisti le braccia, o addirittura sollevarle al cielo per celebrare la nostra origine-destino che da tutto ci assolve.

Tra la fine degli anni ’50 e l’inizio dei ’60, quando Peppino Impastato passava dalla preadolescenza alla prima giovinezza cominciando a costruirsi una fisionomia adulta, il contesto socioculturale in cui viveva – il suo osso frontale – era molto definito. Durante il fascismo suo padre, Luigi, aveva trascorso tre anni al confino per attività mafiose; contrabbandiere, aveva relazioni dirette tanto con il vecchio capomafia di Cinisi, Cesare Manzella, quanto con il nuovo, Gaetano Badalamenti.

Nel ’47, il matrimonio di Luigi con Felicia Bartolotta – che provò a prendere le distanze dalle implicazioni criminali del marito –, non riuscì ad alterare in modo significativo il milieu in cui Peppino, che nascerà l’anno dopo, sarebbe cresciuto: la logica del compromesso, così come la pratica della compromissione, erano la sostanza del quotidiano, ciò di cui si era fatti. Un puro e semplice adattarsi all’ambiente poteva essere considerato, per Peppino, automatico ed elementare: persino inevitabile, l’unica direzione in cui procedere. E invece tra la fine dei ’50 e l’inizio dei ’60 accade qualcosa che non solo non ha a che fare con la manutenzione-perpetuazione delle radici, ma si configura come una loro reinvenzione.

Come se l’Impastato adolescente si fosse messo nelle condizioni di scegliersi una nuova origine. Non è possibile sapere con certezza che cosa determinò l’abiura e il drastico cambiamento di rotta; fatto sta che a partire dai quindici anni Peppino si allontana dal padre, prende a militare nell’area del Psiup di Cinisi, fonda «L’idea Socialista», partecipa con Danilo Dolci alla Marcia della protesta e della pace e acumina il suo strumentario analitico, dando luogo a un processo di «sradicamento» culturalmente esemplare; un’autocritica – che è al contempo una critica della realtà – in gran parte agita attraverso il linguaggio.

Per averne un riscontro empirico basta ascoltare in rete le registrazioni di Onda Pazza, la trasmissione «satiro-schizofrenica» che Impastato conduceva ogni venerdì su Radio Aut (da lui stesso fondata nel ’76): dalla sigla di testa – quell’antifrastico Facciamo finta che… cantato da Ombretta Colli – all’uso ironico del García Lorca di Erano le cinque della sera, dai calembour alla rumoristica improvvisata, dall’uso sistematico del paradosso al bozzetto che parodiava «Tano Seduto» Badalamenti e gli altri «grandi capi delle grandi famiglie indiane di Mafiopoli», in quel programma dove essere fantapolitici serviva a essere realistici era proprio il linguaggio, in tutta la sua vitalità eversiva, a venire reclutato per conseguire un obiettivo ben preciso: svelare il ridicolo costitutivo del pensiero e delle pratiche mafiose.

Ciò che dunque individua il connotato tragico del percorso di Peppino Impastato e di sua madre Felicia – che dall’uccisione del figlio nel ’78 fino alla morte nel 2004 ha aperto la sua casa e ha affrontato a viso aperto Gaetano Badalamenti arrivando a vederne, nel 2002, la condanna all’ergastolo – è che quello a cui entrambi hanno reagito non era esterno ma prima di tutto interno, intrinseco; non era un boss a cento passi da casa, e neppure un padre nella camera accanto, ma era la propria camera, la propria persona, il cumulo di impliciti che nel tempo era sedimentato nella propria cultura, nel proprio immaginario, persino nel proprio istinto.

Ciò a cui Peppino Impastato e Felicia Bartolotta si sono contrapposti è quello a cui l’ideologia delle radici considera impossibile sottrarsi: l’origine come alibi. Entrambi, scontrandosi con il proprio osso frontale, hanno patito, hanno insistito: si sono fabbricati un altrove.

Il 10 maggio andrà in onda su Rai 1 Felicia Impastato, il film di Gianfranco Albano con Lunetta Savino nel ruolo della madre di Peppino. È una storia che ha senso attendere con fiducia, augurandosi che chi l’ha raccontata abbia eluso quell’inerzia che imprigiona buona parte delle narrazioni televisive italiane persuase di dover edificare educatissimi santini seriali, e abbia invece percepito e messo in scena la strutturale contraddittorietà della vicenda di questo figlio e di questa madre (in quest’ordine: perché la sensazione è che alla sua morte il figlio sia diventato la matrice culturale della madre: Peppino l’origine di Felicia).

Una materia che si fa racconto nei pressi di Sofocle, Shakespeare e Racine, nel magma dell’identità, tra gli eversori della propria origine, laddove per riuscire a fissare il nemico negli occhi occorre per prima cosa guardarsi allo specchio e fermarsi a comprendere chi si è stati e chi si è, immaginando che oltre alle radici fameliche che tutto divorano ci sono i rami, che potranno anche essere fragili ma tendono naturalmente ad allungarsi verso l’alto:verso quell’altrove dove ognuno può correre il rischio di decidere chi vuole essere.

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Ricordando Giuseppe Fava https://minimaetmoralia.it/ritratti/ricordando-giuseppe-fava/ https://minimaetmoralia.it/ritratti/ricordando-giuseppe-fava/#respond Sat, 05 Jan 2013 14:00:34 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12261 Il 5 gennaio del 1984 moriva Giuseppe Fava. Lo ricordiamo con un pezzo di Mario Valentini. (Fonte immagine: Coordinamento Fava.)

di Mario Valentini

Nel mese di maggio del 2012, durante i giorni del ventennale della strage di Capaci, ero impegnato a progettare un evento pubblico su Giuseppe Fava all’interno di una rassegna su Werner Schroeter, uno dei principali autori del Nuovo Cinema Tedesco. Tra i film di Schroeter programmati c’era Palermo oder Wolfsburg, mai circolato in Italia, un film sull'emigrazione siciliana in Germania che nel 1980 vinse l'Orso d'oro a Berlino. Il film era stato sceneggiato dallo stesso Schroeter con Giuseppe Fava, che poi aveva rimesso mano alla sceneggiatura e ne aveva tratto il suo ultimo romanzo, Passione di Michele. È forse il suo romanzo più bello e non parla, direi quasi per nulla, di mafia. Speravo che l’evento palermitano potesse essere una buona occasione perché qualcuno cominciasse a riconsiderare in sede critica una parte della sua opera forse troppo frettolosamente accantonata.

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Il 5 gennaio del 1984 moriva Giuseppe Fava. Lo ricordiamo con un pezzo di Mario Valentini. (Fonte immagine: Coordinamento Fava.)

di Mario Valentini

Nel mese di maggio del 2012, durante i giorni del ventennale della strage di Capaci, ero impegnato a progettare un evento pubblico su Giuseppe Fava all’interno di una rassegna su Werner Schroeter, uno dei principali autori del Nuovo Cinema Tedesco. Tra i film di Schroeter programmati c’era Palermo oder Wolfsburg, mai circolato in Italia, un film sull’emigrazione siciliana in Germania che nel 1980 vinse l’Orso d’oro a Berlino. Il film era stato sceneggiato dallo stesso Schroeter con Giuseppe Fava, che poi aveva rimesso mano alla sceneggiatura e ne aveva tratto il suo ultimo romanzo, Passione di Michele. È forse il suo romanzo più bello e non parla, direi quasi per nulla, di mafia. Speravo che l’evento palermitano potesse essere una buona occasione perché qualcuno cominciasse a riconsiderare in sede critica una parte della sua opera forse troppo frettolosamente accantonata.

In quei giorni, le vicende di Fava e di Falcone mi avevano portato a riflettere sui rapporti mai semplici che intercorrono tra memoria storica e memoria pubblica, soprattutto nei discorsi riguardanti la mafia.

La memoria pubblica, pensavo, è quasi sempre regolata sul presente. È patrimonio largamente condiviso di un popolo che la fa funzionare anche per definire una propria identità collettiva. Attraverso la memoria pubblica si aspira sempre a creare una forma di egemonia affermando un sistema di valori e rintracciando un qualche tipo di esemplarità che abbia anche funzione morale.

La memoria storica invece, come per lunghissimi anni è stato per figure come Fava Impastato Rostagno Siani e numerose altre vittime delle mafie, può anche essere pura resistenza: essa può ridursi a essere difesa da una sparuta minoranza di persone, mantenendo nonostante questo tutto il suo vigore e la sua spinta propulsiva.

Nel rievocare un evento in quanto memoria pubblica spesso i documenti vengono fatti funzionare come storie significative. In quanto memoria storica, invece, i documenti sono sempre reperti archeologici e, appunto per questo, sono inizialmente illeggibili e non assimilabili al presente. È proprio la loro distanza, la loro radicale differenza, a renderli strumenti dotati di un potenziale critico capace di sovvertire le nostre certezze. Solo a fatica e con grande sforzo di persuasione, pensavo poi, alcune verità storiche si fanno strada pian piano nella memoria pubblica affermando la propria autorevolezza. Non di rado, quando questo accade, nel produrre una nuova visione dei fatti passati si fanno anche portatrici di nuove visioni del mondo. Iniziano a funzionare nel presente modificandolo.

L’uccisione di Giuseppe Fava, di cui oggi ricorre il ventinovesimo anniversario, già ai tempi in cui è avvenuta era portatrice di una verità storica, per affermare la quale tanto per cambiare ci sono voluti poi anni e anni di battaglie in tribunale: un atto di accusa circostanziato contro un sistema di potere, di tipo mafioso, attivo a Catania tra gli anni ’70 e l’inizio degli anni ‘80. Verità fino a quel momento diffusamente negata dal comune discorso pubblico e che Pippo Fava come voce isolata, o lupo solitario come gli piaceva definirsi, con il suo aggressivo giornalismo di denuncia, gettava in faccia senza mezze parole alla sua città e all’Italia intera.

Giuseppe Fava negli ultimi anni di attività si era trovato a dovere difendere la sua indipendenza, resistendo a licenziamenti, pressioni indebite, censure. Si era inventato uno spazio di assoluta autonomia che gli consentisse di continuare a lavorare in modo libero. Per fare questo aveva messo in campo ogni strumento espressivo a sua disposizione: la caricatura accanto all’inchiesta, la rappresentazione ferocemente sarcastica accanto all’articolo d’opinione, il travestimento istrionico accanto al reportage. Inventava verbali grotteschi di finti convegni di mafia in cui i padrini dibattevano come se fossero la giuria di un grande festival su quale dovesse essere votato come “delitto dell’anno”. Accompagnava questi articoli con schizzi di “mafiosi acrobati” o di “mafiosi sopra e sotto”. Si faceva beffe del killer mafioso mostrandone tutta la pochezza. Poi scriveva anche l’articolo ben noto sul sistema di potere instaurato dai “quattro cavalieri dell’apocalisse mafiosa” a Catania. In questo modo di procedere, tra guitto e giornalista informato, assomigliava al Peppino Impastato di Onda pazza, che si faceva beffe di Tano Badalamenti sfottendolo con il nome di grande capo Tano Seduto e poi denunciava la spartizione di denaro pubblico avvenuta nella commissione edilizia del Comune di Cinisi.

Se oggi esiste una memoria pubblica di Fava, sempre piuttosto flebile, riguarda il Fava fondatore del periodico I Siciliani. È stata l’attività di denuncia portata avanti con quel mensile autofinanziato a condurre il giornalista alla morte ed è grazie ai suoi compagni di quegli anni e ai suoi familiari se almeno questa memoria è rimasta viva, resistendo a insabbiamenti e depistaggi. Ma nella percezione collettiva diffusa il riconoscimento di Fava come vittima della mafia ha comportato una strana forma di smemoratezza rispetto a tutto ciò che di altro aveva fatto.

Nato nel 1925, Giuseppe Fava è stato ucciso all’età di quasi 59 anni, il 5 gennaio 1984. Il primo numero de I Siciliani era uscito esattamente un anno prima, a gennaio del 1983. Ci sono dunque circa 35 anni di attività che non vengono considerati quasi mai. Un recente libro di Massimo Gamba dal titolo Il Siciliano rappresenta il primo tentativo di trattazione biografica dell’intera attività dell’autore siciliano e fornisce una quantità di notizie preziose per una sua riconsiderazione critica. Ma è solo il primo passo di un lavoro ancora tutto da impostare.

Negli anni ’70 Fava era noto forse più come scrittore e drammaturgo che come giornalista. Due suoi romanzi, Gente di rispetto e Prima che vi uccidano, oggi li definiremmo dei best-seller, con le circa 70.000 copie vendute. Da uno di essi era stato tratto un film per la regia di Luigi Zampa. I suoi testi teatrali, molti dei quali messi in scena dallo Stabile di Catania di Turi Ferro, circolavano in tutta Italia vincendo premi.  Verso la fine degli anni ’70 si era trasferito a Roma, dove aveva collaborato con la RAI a programmi televisivi e radiofonici. Aveva firmato per Raitre una serie di inchieste televisive sulla Sicilia. Nel 1977 aveva condotto un programma radiofonico del mattino per Radio Rai, dal titolo “Voi ed io”. Un bel libro di inchieste dal titolo Processo alla Sicilia lo aveva pubblicato molti anni prima, nel 1970. E ancora prima era uscita la sua prima opera narrativa, Pagine, che raccoglieva racconti pubblicati nel corso degli anni ’60 sui quotidiani in cui aveva lavorato come cronista. Insomma, una attività intensa che gli aveva dato, tra gli autori siciliani suoi contemporanei, una notorietà seconda forse solo a quella di Sciascia.

Una produzione, rispetto a quella di Sciascia, più apertamente contaminata, che si prefiggeva di essere popolare. Ma che proprio per questo possiede tratti di piena contemporaneità. Fava riusciva infatti a utilizzare, con grande facilità e con una versatilità dirompente, tutti i mezzi che l’industria culturale del tempo offriva: teatro, cinema, radio, giornalismo, televisione, letteratura, perfino arti visive. Cos’è allora che ci allontana oggi da una riconsiderazione critica della sua opera che ne sappia leggere pregi e limiti, considerandone i tratti distintivi accanto ai punti di caduta (che certamente ci sono, dovuti forse a una grande velocità di esecuzione e a una generosità che ogni tanto sulla pagina trasborda per difetto di misura)? Può davvero l’identificazione del suo personaggio con il suo destino di vittima di mafia avere posto in ombra tutto il resto?

Di certo la letteratura di Giuseppe Fava è totalmente alternativa rispetto al canone più accreditato nella tradizione siciliana del secondo Novecento, la cosiddetta linea Sciascia-Bufalino-Consolo, e per questo forse i critici non sanno bene come considerarlo. Se come giornalista, scrittore, autore teatrale, intellettuale scomodo o che. Nei suoi confronti aleggia tra gli specialisti una sorta di snobismo. Perché la sua opera non è mai professorale, i suoi costrutti non sanno mai di latino. La sua è piuttosto l’opera spuria di uno che non si è tirato mai indietro quando c’era da sporcarsi le mani, che ha battuto da cronista in cerca di storie le strade di tutta la Sicilia, fino ai più fetidi catoi, per poi sistemare nel chiuso di una fumosa redazione, più in fretta possibile, pezzi veloci da consegnare alle rotative. E di questa velocità di esecuzione e di giudizio, con i rischi che implica, è innervata tutta la sua opera.

A rileggere, oggi, alcune delle sue opere però si hanno non poche sorprese.

Il consiglio è di cominciare la rilettura, anche per sottrarre la figura di Fava al tema unico della lotta alla mafia, proprio da Passione di Michele, romanzo che si fa leggere tutto d’un fiato. Vi si narrano le vicende di un giovane ragazzo di Palma di Montechiaro costretto a emigrare nella Germania dei grandi stabilimenti industriali, finché non approda alla catena di montaggio della Volkswagen, a Wolfsburg. Attraverso un crescendo di eventi drammatici ispirati alla cronaca del tempo, con una resa sempre molto precisa e documentata dei contesti e degli ambienti dell’emigrazione italiana, la vicenda si trasforma pagina dopo pagina da possibile romanzo di formazione al romanzo di uno sradicamento senza alcuna possibilità ricomposizione. Michele diventa lo straniero. Il processo finale per omicidio, attraverso una serie di passaggi visionari e un gioco delle parti dai toni spesso grotteschi, è anche la messa in scena di un’insanabile frattura culturale, con tutta la componente di pregiudizio che normalmente si incista nei dibattimenti quando un fatto di cronaca diventa evento mediatico che agita l’opinione pubblica.

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