Pessoa Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/pessoa/ un blog di approfondimento culturale Tue, 04 Jun 2013 09:40:33 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Pessoa Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/pessoa/ 32 32 Il meglio di Pagina3: settimana dall’11 al 15 marzo 2013 https://minimaetmoralia.it/cultura/il-meglio-di-pagina3-11-15-marzo-2013/ https://minimaetmoralia.it/cultura/il-meglio-di-pagina3-11-15-marzo-2013/#respond Fri, 15 Mar 2013 15:41:13 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13445 Questa rubrica è in collaborazione con Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Ogni settimana minima&moralia seleziona e segnala gli articoli più significativi tra quelli letti ogni mattina in radio dai conduttori di Pagina 3 per offrire una panoramica su quello che è stato il dibattito culturale italiano nel corso della settimana. Il conduttore del mese di marzo è Nicola Lagioia. Un ringraziamento particolare a Radio3 e a Marino Sinibaldi. (Immagine: Fernando Pessoa.)
Lunedì 11 marzo:

• Julian Barbour, l’uomo che ammazzato il tempo”. Articolo di Claudio Gallo, La Stampa

 “Libertà e diritti non sono negoziabili”. Intervista a Stefano Rodotà a cura di Rossella Guadagnini, MicroMega rivista online

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Questa rubrica è in collaborazione con Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Ogni settimana minima&moralia seleziona e segnala gli articoli più significativi tra quelli letti ogni mattina in radio dai conduttori di Pagina 3 per offrire una panoramica su quello che è stato il dibattito culturale italiano nel corso della settimana. Il conduttore del mese di marzo è Nicola Lagioia. Un ringraziamento particolare a Radio3 e a Marino Sinibaldi. (Immagine: Fernando Pessoa.)

Lunedì 11 marzo:

• Julian Barbour, l’uomo che ammazzato il tempo”. Articolo di Claudio Gallo, La Stampa

 “Libertà e diritti non sono negoziabili”. Intervista a Stefano Rodotà a cura di Rossella Guadagnini, MicroMega rivista online

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano del giorno è  Becoming, un brano del 1962, tratto dall’album The New Tristano, eseguito e composto da Lennie Tristano

 

Martedì 12 marzo:

 “Ma quale realismo magico?. Intervista a Carlos Fuentes a cura di Massimo Rizzante, 2011, la Repubblica, p. 52-53 (ora ripubblicata dalla rivista Nuovi Argomenti)

 Conversazione con Antonio Tabucchi a cura di Fabio Gambaro, Magazine Litteraire, 2004  (Feltrinelli editore)

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano del giorno è Bound for the beauty of the south, un brano del 2001, dall’album, Strange place for snow, eseguito dallo Esbjorn Svensson Trio

 

Mercoledì 13 marzo:

 “Essere Pessoa”. Nota di Paolo Collo, Giulio Einaudi Editori online

 “La via, la Verità e Twitter”. Articolo di Gianfranco Ravasi, La Stampa, p. 28

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è Blue Sphere, un brano del 1971, eseguito e composto da Thelonious Monk

 

Giovedì 14 marzo:

 “Cerati, il san Francesco dei librai”. Novant’anni del presidente custode dell’anima Einaudi. Articolodi Ernesto Ferrero, La Stampa, p. 39

 “Buon compleanno Mr. Roth”. Articolo di Antonio Monda, la Repubblica, p. 63

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano del giorno è Ancient Cape, un brano eseguito e composto da Abdullah Ibrahim; dall’album del 1991 Desert Flowers

 

Venerdì 15 marzo:

• 50 anni di Adelphi. Roberto Calasso: fare libri nell’età dell’inconsistenza”. Articolo di Antonio Gnoli, la Repubblica, p. 52-53

 “Prima del rap c’era Francesco De Gregori”. Articolo di Francesco Pacifico, IL magazine del Il Sole 24 Ore, p. 111 e ss

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano del giorno è Swive, del 1994, tratto dall’album, Loopholes, eseguito dai Piano Circus

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Scrivere in pubblico https://minimaetmoralia.it/scrittura/scrivere-in-pubblico/ https://minimaetmoralia.it/scrittura/scrivere-in-pubblico/#comments Sun, 21 Oct 2012 09:57:52 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9877 di Gregorio Magini

Nel quartiere di Santo Spirito a Firenze, in un vicolo dietro la piazza che si denomina dalla chiesa che ivi si affaccia ed è dedicata alla parte divina più ineffabile che nomina il rione, c’è un piccolo locale sempre aperto fino a tardi che si chiama Caffè Notte, un bar che trent’anni fa sarebbe stato un posto come un altro, ma oggi è unico nel suo genere. La sera ci vado a scrivere con il mio socio V.; possiamo essere osservati chini sul quaderno, o impettiti sul portatile (la schiena è il nostro punto debole – presto o tardi ne avremo a soffrire – ci sforziamo di tenere una postura corretta), o stesi su una panca con un libro.

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di Gregorio Magini

Nel quartiere di Santo Spirito a Firenze, in un vicolo dietro la piazza che si denomina dalla chiesa che ivi si affaccia ed è dedicata alla parte divina più ineffabile che nomina il rione, c’è un piccolo locale sempre aperto fino a tardi che si chiama Caffè Notte, un bar che trent’anni fa sarebbe stato un posto come un altro, ma oggi è unico nel suo genere. La sera ci vado a scrivere con il mio socio V.; possiamo essere osservati chini sul quaderno, o impettiti sul portatile (la schiena è il nostro punto debole – presto o tardi ne avremo a soffrire – ci sforziamo di tenere una postura corretta), o stesi su una panca con un libro.

Si dice: la gente legge poco. La letteratura, si dice, non ha più quel posto speciale che aveva un tempo nei cuori dei popoli. Le persone tuttavia sono incuriosite da uno scrittore che scrive, forse perché non se ne vedono tanti a giro. I più, com’è naturale, scrivono in privato, vuoi perché sono dei professionisti, e si sa, il segreto giova all’arte, vuoi perché sono amatori, anime sensibili che avrebbero vergogna a lasciar trasparire sul volto, per il godimento di sconosciuti, le palpitazioni ingenue e forse un po’ sconce del travaglio creativo. I pochi che si fanno vedere, poi, non è detto che siano autentici: il tizio che si dà pena sulle pagine del Moleskine, è facile che stia affastellando rovelli nel suo diario; quell’altro imperturbabile dietro lo schermo sta forse revisionando un business plan; un’amica una volta mi disse che aveva frequentato qualche tempo un sedicente poeta che non si separava mai dal suo taccuino, e non lo mostrava mai a nessuno. Un giorno lei, morsa da curiosità, volle spiarne il contenuto: v’erano solo ghirigori e disegnini osceni.

Dunque per curiosità, forse, quando scriviamo in mezzo a loro, le persone allungano lo sguardo, attuano mosse di avvicinamento, secondo la loro natura invadenti o discrete: per capire di che pasta siamo fatti.

Alcuni, i più diretti, ti studiano per qualche minuto e poi ti chiedono: “Che scrivi?” A loro bisogna rispondere: “Scrivo libri.” Altri, se non hai avuto l’accortezza di metterti spalle al muro, ti spiano da dietro. Una volta, una ragazza dal rossetto sbaffato e le guance imporporite dal vino, dopo una simile operazione, non si tenne e mi aggredì col dito puntato: “Devi cambiare nome a quel personaggio.” “Perché mai, di grazia?” “Perché Erica è un nome da stronza. Una mia collega si chiama Erica: è la mia peggiore nemica. La donna con cui fuggì mio padre si chiama Erica. La segretaria dell’Università che per pura ripicca mi ha fatto laureare con un anno di ritardo si chiamava Erica.” Si placò solo quando le spiegai che anche la mia Erica era un personaggio profondamente egoista e moralmente corrotto.

C’è chi ti adocchia dalla strada, passando. Entra ed estrae dalla borsa una reflex, ti inchioda inerme al tavolo con tutto quanto in vista, gli attrezzi del mestiere, le bottiglie di birra, il tomo di Balzac che hai sciaguratamente dimenticato di riporre. Quando lo supplichi di non pubblicare quelle foto, ti risponde lanciando qua e là occhiate colpevoli e maliziose: “In realtà mi occupo di psichiatria.”

A volte accadono fatti che sembrano apologhi. Era estate, stavo seduto vicino alla porta che dà sul vicoletto per fumare di straforo sulla soglia senza dovermi alzare. A un certo punto mi accorgo che accanto a me si è accucciato qualcosa: un ragazzo. Ubriaco e barcollante, si regge con una mano al tavolo e mi guarda dietro gli occhiali tondi. “Tu sei uno scrittore, non è vero?” Annuisco. “Ci avrei scommesso. Lascia che ti dica una cosa.” Lascio dire. “Tu hai perduto la connessione con le sensazioni, il corpo e la luna, non so se mi spiego. Tutto il corteggiare, il toccare, la vera spiritualità che si dispiega solo quando si consente alla carne palpitante di parlare con la propria voce…” Non sto romanzando; parlava così come lo racconto, anzi, forse il suo discorso aveva una qualità poetica superiore alla mia capacità di riportarlo. “Allora sì che emerge il vero nesso, le parole e le cose, il cazzo e la fica, non so se mi spiego, è tutta una questione di equilibri, vite che vanno, vite che vengono, tutte con sofferenze usuali, usualissime, non lo metto in dubbio, ma è la verità ventrale a illuminare il cammino. Non le cose che dici tu, le cosette che possono venire in mente a uno come te, che stai qui a farti vedere mentre scrivi a schiena curva, e non scrivi niente, parli di niente…” Mi viene voglia di picchiarlo, ma reprimo i bassi istinti e taccio. “Fammi vedere, cosa stai scrivendo?” Guarda lo schermo, ma la sbornia gli impedisce di metterlo a fuoco. “Sei autoreferenziale. Siete tutti autoreferenziali. Ammirate il vostro ombelico e ignorate la vita reale che fanno tutti gli altri.” Reagisco timidamente: “Non sai nemmeno cosa sto scrivendo.” “Allora dimmelo.” Glielo dico, ed è la pura verità: “Un racconto. Detta in soldoni, è la storia di un giovane che lascia la sua ragazza perché si convince che non l’aveva mai amata, ma si era messo con lei solo perché aveva bisogno – parole sue – di un bagno di sano realismo.” “Cazzo, sembra la storia della mia vita,” disse il poeta, e scomparve nella notte.

Mi rendo conto di aver presentato le mie sere al Caffè Notte come se tutto quel mondo ruotasse intorno al fatto che sto lì a scrivere. In realtà, quasi nessuno mi dà retta; ci sono settimane che passo del tutto inosservato: la gente mi dà un’occhiata indifferente, l’unica considerazione che non si nega a nessuno, e poi continua a farsi gli affari suoi. Sono le volte che mi intristisco e mi chiedo per quale motivo persevero nel sacrificare la mia vita ai fantasmi dell’arte. Potrei bene godermi il Caffè Notte da semplice avventore, fare due chiacchiere, una partita a scacchi – potrei addirittura passare le mie sere da qualche altra parte! Allora monta dentro di me un rancore perverso per tutta quella gente che non si interessa a me, alle mie opere e alla mia ostinazione. “Un giorno,” mi giuro, “Un giorno sapranno chi ero.”

Qualche mese fa, per costringere tutti a essere partecipi del nostro lavoro, il mio socio e io abbiamo organizzato una serata letteraria al Caffè Notte: “TORINONASEGA”. (Si era nel periodo della Fiera del Libro). Quattro ore di declamazioni dal leggio, classici alternati a scritti personali, saletta strapiena, atmosfera euforica, tifo da Giubbe Rosse cent’anni fa. Io mi dibattevo tra accogliere il piacere delle lodi e dare retta a quella voce interiore che mi instillava il dubbio di essere applaudito per incoraggiamento, se non per commiserazione, come si fa per i bambini quando annunciano trionfanti alla tavolata di aver fatto la cacca nel vasino.

Eppure è proprio al fondo di questi rovelli meschini che riconosco la possibilità di un rapporto con i lettori, mi arrischio a dire, sano. (Lettori, perché se io sono scrittore, i lettori sono tutti gli altri). La mia vocazione segreta, come quella di tutti gli scrittori, è di farmi carico delle vanità dei lettori. Il mio dovere è di essere esemplare nel mio confronto con la solitudine, con gli eccessi dei desideri, con le velleità impacciate, con l’asprezza dei giudizi che stroncano queste velleità e con tutti gli altri terrori quotidiani (ci risparmio l’elenco completo) che sono il fardello di tutti.

Voi pochi che mi spiate, e voi moltissimi che mi ignorate, è questo che volete. E quando fate finta di disprezzare la letteratura, e spesso lo fate, è perché pensate a tutti gli scrittori che non sono vicini a voi ma anzi tradiscono il loro mestiere.

Pensate ai colleghi che si insultano e si querelano e poi ne almanaccano sui giornali come se fosse letteratura; pensate agli intellettuali che si costruiscono con il sudore delle dita i loro sacrosanti spazi di espressione e poi vanificano ogni conquista impegnando le energie residue nel fortificarli: ogni tanto si affacciano dai bastioni e gridano ingiurie contro gli abitanti del castello nemico; pensate a tutti i Lucien Chardon che si infiammano per una editor attempata alle feste delle loro case editrici; pensate ai palchi troppo illuminati su cui annegano pietosamente grandi scrittori scesi da New York, da Nuova Delhi o da Novara; pensate agli autori che alla fine di tutte quelle brighe, prese di posizione, pettegolezzi, speranze frustrate e gioie amare, restano soli davanti al computer a guardare le parole che sono sgorgate dalla loro testa, aliene e minacciose come un figlio non voluto. L’unica cosa che poteva salvarli, pensate, era la consapevolezza di quanto, correndo dietro all’illusione di sé stessi, avevano sacrificato a vantaggio di tutti gli altri.

Con questi e simili pensieri mi giustifico per la frequentazione del Caffè Notte. Ogni tanto, mi balenano nella mente gli orribili bronzi di Pessoa alla Brasileira e di Hemingway all’Iruña ma, mi dico, ho la fortuna di non essere bravo quanto loro e nessuno si sognerà mai di impagliarmi sullo sgabello. Mancava solo un passo, fino a ora, per completare la mia auto consacrazione a re della bohème di Via delle Caldaie. Dovevo sciupare tutto con una contraddizione assurda, trovare il modo di uscire in pubblico per annunciare a tutti sgangheratamente la mia inesistenza.

Eccomi qua. Venite a trovarci al Caffè Notte, se non c’è un posto come questo nella vostra città. L’invito è esteso a tutti: ai lettori in primis, ma anche agli scrittori, agli scrittori puri, gli scrittori giornalisti, scrittori magistrati, deputati, buttafuori, sindaci, operai, direttori di collane, tolkieniani, programmatori, assicuratori, educatori di ogni livello, operatori di tutti i settori. Venite al Caffè Notte. Qui c’è gente, tolto me, che vi può insegnare a scrivere quasi meglio di Baricco. Venite al Caffè Notte. Qui ci sono tutti i buoni lettori che Borges non sapeva trovare. Venite al Caffè Notte. Qui ci sono critici letterari in incognito, vi giudicheranno gratis e fra qualche anno parleranno bene di voi su tutti i social network. Uscite di casa, lasciate il lavoro, lasciate i vostri mariti, donate il vostro cappotto a un mendicante e venite al Caffè Notte. Il padrone del locale è amichevole; sarà contento se porto gente, forse mi offrirà da bere.

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Perché la nostra mente è come una sinfonia https://minimaetmoralia.it/interviste/perche-la-nostra-mente-e-come-una-sinfonia/ https://minimaetmoralia.it/interviste/perche-la-nostra-mente-e-come-una-sinfonia/#comments Mon, 23 Apr 2012 09:55:28 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7550 Pubblichiamo l'intervista di Marco Filoni, uscita su «Repubblica», al neuroscienziato Antonio Damasio sul suo libro «Il sé viene alla mente» (Adelphi).

Una delle capacità del nostro cervello è quella di creare mappe. Ma se dovessimo creare noi una mappa del nostro cervello, in grandi parti dovremmo scrivere: hic sunt leones. Il cervello è un territorio impervio e in gran parte sconosciuto. Alcuni scienziati, come esploratori coraggiosi, tentano di conquistare terreno per scoprire il funzionamento di questo splendido, misteriosissimo organo. Antonio Damasio è uno di questi. Anzi, è forse il più audace e temerario degli esploratori. Neuroscienziato di fama mondiale, nato a Lisbona, oggi insegna a Los Angeles dove dirige anche il Brain and Creativity Institute. Deve la sua notorietà ai suoi studi sulla fisiologia delle emozioni, sulla memoria e sull’Alzheimer, nonché ai suoi fondamentali libri (tradotti in Italia da Adelphi). In questi giorni è a Venezia, dove stasera ritirerà il Premio Bauer-Ca’ Foscari e inaugurerà la rassegna di incontri internazionali “Incroci di Civiltà”. Proprio oggi esce per Adelphi anche il suo ultimo libro, Il sé viene alla mente, un libro su come il cervello costruisce la mente cosciente.

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Pubblichiamo l’intervista di Marco Filoni, uscita su «Repubblica», al neuroscienziato Antonio Damasio sul suo libro «Il sé viene alla mente» (Adelphi).

Una delle capacità del nostro cervello è quella di creare mappe. Ma se dovessimo creare noi una mappa del nostro cervello, in grandi parti dovremmo scrivere: hic sunt leones. Il cervello è un territorio impervio e in gran parte sconosciuto. Alcuni scienziati, come esploratori coraggiosi, tentano di conquistare terreno per scoprire il funzionamento di questo splendido, misteriosissimo organo. Antonio Damasio è uno di questi. Anzi, è forse il più audace e temerario degli esploratori. Neuroscienziato di fama mondiale, nato a Lisbona, oggi insegna a Los Angeles dove dirige anche il Brain and Creativity Institute. Deve la sua notorietà ai suoi studi sulla fisiologia delle emozioni, sulla memoria e sull’Alzheimer, nonché ai suoi fondamentali libri (tradotti in Italia da Adelphi). In questi giorni è a Venezia, dove stasera ritirerà il Premio Bauer-Ca’ Foscari e inaugurerà la rassegna di incontri internazionali “Incroci di Civiltà”. Proprio oggi esce per Adelphi anche il suo ultimo libro, Il sé viene alla mente, un libro su come il cervello costruisce la mente cosciente.

Lei inizia il libro con una citazione di Pessoa: l’anima come “una misteriosa orchestra” e la conoscenza di sé “come una sinfonia”.

Sono portoghese e Pessoa fa parte della mia cultura. E l’analogia con l’orchestra ci spiega bene cosa sia la vita umana. Pensiamo a un brano da suonare. C’è un progetto da realizzare, il brano stesso, poi c’è il direttore d’orchestra, i musicisti, ecc. Ma affinché il progetto si realizzi non basta suonare le note nel modo corretto: ci sono anche i tempi da rispettare, la linea verticale della partitura. Ecco, la vita umana è un po’ la stessa cosa.

E la coscienza che parte gioca?

La coscienza è un grandioso brano sinfonico. Possiamo dire che è l’ingrediente principale della mente, la quale altrimenti sarebbe soltanto cervello, capace di poche operazioni di base. La mente cosciente invece ha differenti livelli di “sé”: il sé primordiale, il sé nucleare, il sé autobiografico. Noi condividiamo con diversi animali un tipo di coscienza molto semplice, che si può distinguere con il termine sentience. In inglese equivale a coscienza, ma per esser più precisi è la condizione dell’essere senziente. E infatti è un termine più antico di coscienza, deriva dal latino sentire. Questo è sostanzialmente un “sé primordiale” che permette di avere sensazioni, come provare dolore e piacere. Ma non di riflettere su queste sensazioni.

Cosa che possiamo fare noi esseri umani.

Grazie ad altri livelli come il sé nucleare e il sé autobiografico. Così siamo in grado non solo di essere senzienti, ma anche “riflettenti”. Ovvero abbiamo la capacità di speculare su noi stessi e su quello che ci succede. Anche nella prospettiva della storia e la memoria: ogni cosa che ci accade è un’eco di quello che abbiamo passato e assume senso in ciò che succederà poi.

La coscienza è quindi ciò che ci permette di dare senso alle cose?

Proprio così. Il livello di base ha a che fare con le sensazioni, il resto della coscienza dà un quadro migliore e più chiaro di quello che significano le cose.

E questo aspetto riflessivo che rapporto ha con il corpo?

Ogni azione materiale è modellata e forgiata dal cervello. C’è una costante fusione fra cervello e corpo. Tanto che basta tagliare questo legame che tutto collassa. È il caso dei danni al tronco cerebrale, come avviene in certi casi di coma: tutto crolla, fisicamente e mentalmente.

Nel libro cita una massima di Francis Scott Fitzgerald: «chi per primo inventò la coscienza commise un gran peccato».

Mi piace molto Fitzgerald: è stato uno scrittore brillante e mi lega a lui il fatto che abbia passato gli ultimi anni della sua vita a Los Angeles, dove vivo. Quando Fitzgerald cercò di scrivere per il cinema, fallì miseramente. Questo perché era troppo letterario, troppo sofisticato, mentre gli Studios volevano storie veloci, dialoghi facili e poca riflessione. Da questo suo fallimento si può evincere l’idea che aveva: il fatto che la coscienza, pur straordinaria, ha un lato oscuro, perché ci dice chi siamo e dove falliamo. Ha una doppia faccia.

Possiamo dire che la coscienza è una sorta di sceneggiatura della nostra vita?

Sì, è giusto, e possiamo mettere le due metafore che abbiamo usato in parallelo: come esseri viventi abbiamo alla base una sinfonia e poi, quando raggiungiamo il livello del linguaggio, abbiamo una sceneggiatura. E questo è quello che facciamo: scriviamo le cose, tutte le volte.

Quindi siamo noi che “scriviamo” la nostra coscienza?

Ne siamo gli autori in larghissima parte, ma non del tutto. In passato la natura ha scritto per noi. Perciò non siamo completamente padroni del nostro destino: spesso ci troviamo a far fronte a cose che non volevamo ma semplicemente sono successe.

E questa consapevolezza è sempre un bene?

Più sappiamo come siamo fatti, più possiamo capire come funzioniamo. Certo, c’è la doppia faccia, quasi pericolosa (e mi viene in mente Hitchcock), di cui parlava Scott Fitzgerald, che ci mostra la tragedia della vita: vivere e morire. Eppure questa conoscenza è la sola possibilità che abbiamo di aiutare gli altri a vivere meglio.

Perché le veniva in mente Alfred Hitchcock?

Lo amo molto, in particolare il film L’uomo che sapeva troppo. Verso la fine del film, il protagonista interpretato da James Stewart, dice più o meno così: “anche un po’ di conoscenza può esser troppo pericolosa”. E in effetti nel film farà una brutta fine.

Che importanza ha la biologia nel suo lavoro?

Tutto si può capire meglio se lo si guarda in una prospettiva biologica. I nostri sistemi biologici sono sistemi economici, ovvero sistemi che operano in un ambiente sociale. Questo ci può aiutare a comprendere la nostra società che, in fondo, si comporta come un sistema biologico, basato sul successo e sul fallimento. I sistemi morali, religiosi, economici, così come le leggi o la medicina e le arti, non sono altro che una proiezione di un sistema biologico.

E questo vivere biologico come si concilia con la coscienza che abbiamo di noi stessi?

La nostra condizione di viventi è una lotta contro la malattia e la morte. È una battaglia costante, dobbiamo sempre lottare per mantenere una “condizione omeostatica”. Questa condizione oscilla fra il buon funzionamento e il cattivo funzionamento. Sin dall’inizio biologico ed evolutivo, storicamente, appaiono questi yin e yang, uno nella forma del piacere e l’altro nella forma del dolore. E vivere è stare nel mezzo. Dobbiamo navigare fra il troppo dolore che ti uccide e la troppa felicità, che ti uccide lo stesso.

È soddisfatto delle sue ricerche?

No, per nulla: sono riuscito a chiarire alcune idee, ma ne ho scoperte altre da sviluppare e studiare. Per dirla ancora con Scott Fitzgerald, alla fine del Grande Gatsby: siamo una nave che va sempre controcorrente, un po’ andiamo avanti e un po’ torniamo indietro.

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