Peter Bagge Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/peter-bagge/ un blog di approfondimento culturale Tue, 20 Nov 2012 11:39:18 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Peter Bagge Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/peter-bagge/ 32 32 Appunti su The Death-Ray https://minimaetmoralia.it/fumetto/appunti-su-the-death-ray/ https://minimaetmoralia.it/fumetto/appunti-su-the-death-ray/#comments Thu, 14 Jun 2012 09:27:11 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8350 Pubblichiamo un articolo di Andrea Queirolo, uscito sul blog Conversazioni sul fumetto, su «The Death-Ray» di Daniel Clowes (Coconino Press).

di Andrea Queirolo

Notare bene. The Death-Ray è uscito originariamente nel 2004 sul numero 23 di Eightball, ultimo della serie. Il volume uscito di recente ripresenta la stessa identica storia. Quindi, diversamente da come è stato scritto da altri in modo errato, Death-Ray non è l’ultimo fumetto di Clowes, che per adesso rimane Wilson.

Supereroi e esseri umani. Il primo pensiero che può venire in mente leggendo Death-Ray è rivolto alla rivisitazione del genere supereroistico attuata da Clowes. In realtà, ragionando meglio, è evidente come invece l’aspetto supereroistico sia nettamente in secondo piano rispetto alla caratterizzazione dei personaggi. In effetti, se contiamo la copertina sono solo 7 le pagine in cui compare l’alter ego in costume di Andy e di queste solo in 3 Andy è realmente travestito, mentre nelle altre 4 ci sono solo rimandi immaginari. Escludendo la copertina e la doppia pagina di presentazione, invece, il raggio della morte fa la sua prima apparizione solo a pagina 23 e si rivede per sole altre 4 tavole.

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Pubblichiamo un articolo di Andrea Queirolo, uscito sul blog Conversazioni sul fumetto, su «The Death-Ray» di Daniel Clowes (Coconino Press).

di Andrea Queirolo

Notare bene. The Death-Ray è uscito originariamente nel 2004 sul numero 23 di Eightball, ultimo della serie. Il volume uscito di recente ripresenta la stessa identica storia. Quindi, diversamente da come è stato scritto da altri in modo errato, Death-Ray non è l’ultimo fumetto di Clowes, che per adesso rimane Wilson.

Supereroi e esseri umani. Il primo pensiero che può venire in mente leggendo Death-Ray è rivolto alla rivisitazione del genere supereroistico attuata da Clowes. In realtà, ragionando meglio, è evidente come invece l’aspetto supereroistico sia nettamente in secondo piano rispetto alla caratterizzazione dei personaggi. In effetti, se contiamo la copertina sono solo 7 le pagine in cui compare l’alter ego in costume di Andy e di queste solo in 3 Andy è realmente travestito, mentre nelle altre 4 ci sono solo rimandi immaginari. Escludendo la copertina e la doppia pagina di presentazione, invece, il raggio della morte fa la sua prima apparizione solo a pagina 23 e si rivede per sole altre 4 tavole.

Esseri umani con superproblemi. Che è il motto di mamma Marvel dal quale Clowes sembra partire. È evidente il parallelismo fra Andy e Peter Parker. Entrambi sono sfigati, mingherlini, poco portati per lo sport, sfortunati in amore e orfani dei genitori. La stessa origine dei poteri è sia casuale che legata alla scienza: Peter Parker viene morso da un ragno radioattivo, mentre i poteri di Andy provengono da un ormone sperimentale iniettatoli dal padre che si aziona fumando una sigaretta (ma se Andy non avesse mai fumato?).

Death-Ray come Spider-Man. Vi è anche una notevole somiglianza fra il costume di Death-Ray e quello di Spider-Man, visibile dalla scelta dei colori, rosso e blu. Anche l’ambientazione metropolitana è comune a entrambi i personaggi. Inoltre è curioso che ci sia stata un’occasione antecedente nella quale a Clowes fu proposto di disegnare Spider-Man sui testi Peter Bagge, opportunità che non si realizzò per volere dell’autore.

Clowes e Ditko. È noto l’amore di Clowes per le storie di Ditko. In un’intervista all’Alternative Press Expo del 2010 Clowes ha raccontato di come lo ha incontrato nel 1979 mentre si trovava a New York: semplicemente aprendo la pagine bianche e trovandoci sopra “Steve Ditko, artista”. In un’intervista per AV Club (da noi tradotta qui) Clowes diceva riguardo Deat-Ray: “L’idea iniziale nasce da qualcosa che era parte di me quando avevo l’età di Andy, circa 16 anni. Ero ossessionato dai fumetti dell’Uomo Ragno di Steve Ditko, talmente intrippato che ho cercato di creare… Beh, non ho mai pensato che fosse “una mia versione” di qualcosa: la ritenevo unica, ma metteva in campo identiche emozioni. “

La motivazione della storia. Con quello detto sopra è evidente come Death-Ray sia la declinazione supereroistica del lavoro generale di Clowes, al quale non sono mai interessati i supereroi, ma le loro vite reali. Quindi, sgombrando il campo e a scanso di equivoci, Death-Ray non è una parodia del fumetto supereroistico, ne un omaggio a questo genere. Per rendere meglio l’idea, basta sapere che quando Clowes da ragazzino leggeva le storie di Superman, saltava a piè pari le parti in costume e si concentrava sulle vicende di Clark Kent e Loise Lane o, semplicemente, si trovava più a suo agio con le bizzarrie di una testata come Superman’s Pal Jimmy Olsen.

La nemesi. In Death-Ray non c’è un cattivo da combattere come si confa a ogni supereroe, almeno che non prendiamo in considerazione il fatto di poter identificare il mondo intero e gli esseri umani come la vera nemesi di Andy, che in effetti è mosso molto più da idee morali generiche che da veri intenti anti criminali. Di sicuro, Andy utilizza il suo potere in maniera arbitraria infischiandosene ampiamente del consueto detto “da grandi poteri derivano grandi responsabilità”.

Andy e Louie. Death-Ray è soprattutto la storia di due amici, Andy e Louie. Un’amicizia forzata che, data la passività di Andy, pone Louie in posizione di controllo. È Louie che decide cosa fare dei poteri di Andy e del raggio della morte ed è sempre lui che fantastica su un “dinamico duo” di supereroi. Il rapporto fra i due sfocia in conflitto: sul finire della storia Louie, forse invidioso dei poteri di Andy o forse dopo essersi reso conto della loro pericolosità, tenta di ucciderlo. Come per altre sue opere Clowes mette al centro della narrazione un rapporto fra due personaggi, pensiamo a David e Dot in David Borng, a Mr e Mrs. Ames in Ice Haven, a Wilson e Pippy in Wilson e a Enid e Rebecca in Ghost World.

Louie e Death-Ray. Senza Louie probabilmente Andy non avrebbe mai usato il raggio della morte o fumato una sigaretta. È sotto consiglio dell’amico che Andy fa sparire uno scoiattolo (situazione che causa a Andy un forte rimorso di coscienza) e polverizza il nuovo fidanzato della ex-ragazza di Sonny. È sempre Louie a spronare Andy a cancellare dalla faccia della terra il proprio rivale Stoob.

L’età adulta. Il passaggio del tempo e i cambiamenti dei personaggi sono un punto cardine del libro. Dal taglio di capelli al cambio vestiario fino alle rughe. Death-Ray è un trattato sul diventare adulti e sul prendere delle decisioni. Di per sé il fumare è già un’atteggiamento adulto e possiamo notare come Clowes evidenzi la spocchia dei due amici mentre passeggiano a mento alto con la sigaretta in bocca controllando chi li guarda e dandosi un tono. Lo stesso Andy si mette in discussione, decidendo di essere “adulto” e di poter scegliere dove vivere dopo la morte di suo nonno. Differentemente dal classico genere supereroistico, sempre fermo nel tempo, in Death-Ray ci troviamo davanti al nostro protagonista da vecchio.

Il giovane e il vecchio Andy. Il libro si apre e si chiude con un inacidito Andy di mezz’età molto diverso dal ragazzino silenzioso e insicuro che copre tutta la parte centrale del racconto. Il fiume di parole che scaturiscono dalla bocca del vecchio Andy comunica impotenza e frustrazione nei confronti del mondo e della razza umana; uno sfogo a cui Clowes ci ha spesso abituato, che qua viene ancor più accentuato dai superpoteri di Andy, che alla fine rifiuta di usare perché intanto “cosa può uno solo contro tutti?”. Con due matrimoni falliti e poche prospettive per il futuro, con lo sguardo truce e abbacinato, nella doppia splash page che chiude il volume Andy cammina solitario per la strada. È interessante notare come invece la doppia splash page in apertura ritragga Andy e Louie che giocano assieme.

Clowes e Hanna-Barbera. Comincio a sospettare che Clowes sia affezionato all’immaginario visivo di Hanna e Barbera. Nelle prime pagine di Death-Ray fa capolino George Jetson dei Pronipoti, mentre in Ice Haven c’era un rimando ai Flintstones. Inoltre, come nota Paul Gravett (in questo articolo da noi tradotto), le copertine originali delle ultime opere di Clowes riprendono il formato di quelle degli albi speciali di Hanna-Barbera.

Lo stile. A esser sinceri questo è il fumetto meno curato di Clowes. A scanso di equivoci cercherò di spiegarmi meglio. I disegni sono decisamente più semplici e sbrigativi del solito, quasi come se Clowes avesse avuto l’urgenza di disegnare velocemente per fermare su carta le sue intuizioni. Anche i cambi di stile abituali sono presenti in maniera minore rispetto al precedente Ice Haven o al seguente Wilson. Questo non è un male, perché se ne può accorgere solo un occhio ben allenato, ma è invece un punto a favore. Death-Ray infatti è la storia più diretta di Clowes: arriva veloce e colpisce duro.

Il montaggio. Archiviata la pratica Ice Haven, per Death-Ray Clowes ha puntato a essere più lineare. Quindi, ha suddiviso la storia in due parti: la prima, quella con Andy vecchio, apre e chiude il volume; la seconda, quella con Andy giovane, occupa la parte centrale. Evitando intrecci particolari Clowes avanza nel racconto montando in sequenza 33 piccoli capitoli. Con questo non intendo dire che Clowes abbia disegnato la storia in sequenza. Molto più probabilmente e come è consono fare, data anche l’autoconclusività delle pagine, ha disegnato le tavole senza procedere in maniera continuativa, cioè dalla prima all’ultima pagina, andando a comporre solo in seguito la storia in modo lineare.

La tecnica del gap temporale. Fra i “trucchetti”, come a me piace definirli, che Clowes impiega con grande maestria in questo fumetto, c’è il salto temporale fra una vignetta e l’altra. Una tecnica che Clowes usa da sempre, sconosciuta ai più, di cui voglio parlarvi. Durante il suo approccio alla tavola, Clowes è solito lasciare dall’una alle tre vignette vuote, indipendenti da quello che sta disegnando, sulle quali torna una volta finito il resto, per riempirle. Un metodo inusuale, dettato da una sorta di orologio interno dell’autore che permette di mantenere il ritmo della storia. Una soluzione istintiva che spiega le pause, le accelerazioni e i nonsense che rendono prezioso il suo lavoro di fumettista.

Le nuvolette e la dimensione spazio-temporale. Nella pagina qua sopra vediamo Andy che assiste al pestaggio di Louie mentre ci parla delle sue scelte e delle sue sensazioni. A narrare non è il giovane Andy, ma quello vecchio che ricorda il suo passato. Possiamo distinguere questa voce narrante dalla diversità della forma delle nuvolette. Infatti quelle di Andy sono più quadrate rispetto a quelle degli altri. Una differenza minima ricorrente in Death Ray, un esempio esemplare delle possibilità del fumetto, rafforzato dalle stesse nuvolette che sconfinano nelle vignette adiacenti.

Il disegno. Dal primo all’ultimo numero di Eightball lo stile di disegno di Clowes è cambiato notevolmente. Infatti, non solo ha raggiunto una semplificazione per certi versi estrema, ma ha anche spostato le sue basi e le sue influenze. Dalla EC Comics a Charles Schulz, da Nancy ad Archie. Da uno stile rigoroso fatto di retini e spigolature a uno semplice, rotondo, scarno di particolari se non quelli in primo piano, colorato in maniera piatta, teso alla massima leggibilità e scorrevolezza, nel rispetto di chi leggerà – non del lettore in quanto target – e quindi alla ricerca di una forma espressiva fumettistica personale e perfetta.

La copertina. Premettendo che l’edizione italiana della Coconino, anche se leggermente più piccola, si presenta meglio di quella originale, quello che colpisce di più in copertina è l’utilizzo del rosa, colore che non si ripete per tutto il libro. Siccome Clowes non è uno che fa le cose a caso, pensando alla motivazione dell’impiego di questo colore la risposta che mi posso dare è che il rosa, fra le altre cose, rappresenta la sensibilità e rifiuta quello che è arrogante e disarmonico. Inoltre è il colore delle emozioni e della giovinezza. Il rosa, quindi, può riassumere i concetti chiave del libro.

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Il nuovo fumetto indipendente USA, parte prima: Mat Brinkman – Multiforce https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/il-nuovo-fumetto-indipendente-usa-parte-prima-mat-brinkman-multiforce/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/il-nuovo-fumetto-indipendente-usa-parte-prima-mat-brinkman-multiforce/#comments Tue, 24 Apr 2012 09:28:14 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7569 Valerio Mattioli ci racconta gli scenari del nuovo fumetto indipendente USA. Nella prima puntata, «Multiforce» di Mat Brinkman. 

di Valerio Mattioli

A inizi anni 2000 avevo vent’anni e una connessione internet 56k. Mi piaceva la musica rumorosa e non leggevo fumetti da un po’. Durante gli anni del liceo ero stato un buon appassionato di quelli che all’epoca andavano sotto il nome di alternative (o indie) comics americani, a partire dalla coppia Peter Bagge/Dan Clowes, a cui aggiungere all’occorrenza Charles Burns e naturalmente Chris Ware. Praticamente tutti questi fumetti venivano pubblicati da un editore di Seattle chiamato Fantagraphics Books, e tra questi autori c’era anche chi aveva illustrato le copertine di alcuni dei miei dischi preferiti. Ma erano gli anni 90, appunto. Tempo un po’ e sarebbe arrivato il film di Ghost World nonché le prime (almeno così mi ricordo io) accese diatribe sul cosiddetto graphic novel, un termine verso il quale provavo un’irrazionale, risoluta e preventiva avversione.

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Valerio Mattioli ci racconta gli scenari del nuovo fumetto indipendente USA. Nella prima puntata, «Multiforce» di Mat Brinkman. 

di Valerio Mattioli

A inizi anni 2000 avevo vent’anni e una connessione internet 56k. Mi piaceva la musica rumorosa e non leggevo fumetti da un po’. Durante gli anni del liceo ero stato un buon appassionato di quelli che all’epoca andavano sotto il nome di alternative (o indie) comics americani, a partire dalla coppia Peter Bagge/Dan Clowes, a cui aggiungere all’occorrenza Charles Burns e naturalmente Chris Ware. Praticamente tutti questi fumetti venivano pubblicati da un editore di Seattle chiamato Fantagraphics Books, e tra questi autori c’era anche chi aveva illustrato le copertine di alcuni dei miei dischi preferiti. Ma erano gli anni 90, appunto. Tempo un po’ e sarebbe arrivato il film di Ghost World nonché le prime (almeno così mi ricordo io) accese diatribe sul cosiddetto graphic novel, un termine verso il quale provavo un’irrazionale, risoluta e preventiva avversione.

Nel 2001 la mia caracollante connessione 56k mi condusse praticamente per caso su un incomprensibile sito internet chiamato se non sbaglio fortthunder.org. Da quel che capivo, questo Fort Thunder era una specie di laboratorio/spazio per concerti/museo off off situato in quel di Providence, la capitale del Rhode Island il cui nome mi suonava familiare solo perché era la città di Lovecraft e del film Tutti pazzi per Mary. Dentro il Fort Thunder venivano prodotti dischi, un giornale chiamato Paper Rodeo, e soprattutto fumetti. Mi sembrava roba interessante, quindi mandai qualche dollaro ben nascosto in busta chiusa all’indirizzo in calce al sito (l’epoca PayPal era ancora di là da venire) ordinando titoli più o meno a caso. In cambio non mi arrivò nulla: non potevo saperlo, ma il Fort Thunder era uno spazio occupato abusivamente che proprio in quei mesi stava per essere sgomberato. Però non mi diedi per vinto e riuscii infine a recuperare perlomeno un paio di cd e una copia di Paper Rodeo.

Quando mi ritrovai il materiale tra le mani, ci rimasi secco: i dischi mi piacevano e anche parecchio, quello sì. Coi fumetti di Paper Rodeo invece, non sapevo che farci. Non riuscivo nemmeno a leggerli. Erano disegnati tutti storti, e un po’ ricordavano lo stile del collettivo francese di art brut Le Dernier Cri. Le ambientazioni erano un intricatissimo caos di ispirazione fantasy, con dentro un sacco di mostri, giganti, gnomi e montagne magiche. Il lettering era un macello, e le storie talmente vaghe che manco ti veniva da definirle tali. Un po’ era un classico prodotto underground, di quell’underground volutamente sporco e un tantino “sperimentale”. Ma c’era anche un che di… gioioso, in quelle tavole, che alla fine mi attirava. In fondo, roba così non l’avevo mai vista. Messa a confronto col Peter Bagge di Hate, che dopotutto restava il mio fumetto preferito, era praticamente un altro universo.

Negli anni a seguire ho assistito poco meno che allibito al proliferare del “fumetto alla Fort Thunder”. Per qualche tempo mi sembrò che Providence fosse veramente il centro del mondo: qualsiasi cosa mi piacesse, per un motivo o per l’altro riportava lì. A un certo punto misi finalmente le mani su un numero di Kramers Ergot, quella che veniva presentata come l’antologia definitiva del fumetto indipendente USA anni 2000: dentro c’erano Chris Ware e padrini dell’underground come Gary Panter, ma per tre quarti il resto del volume era occupato dai vari Mat Brinkman, C.F., Ron Rege jr, Paper Rad, Leif Goldberg… insomma, tutti tizi che avevo incontrato a Providence (idealmente, si intende; fisicamente, non ci sono mai stato).

Scoprii persino che qualcuno di questi nomi si stava facendo una certa reputazione nei circuiti dell’arte contemporanea “seria”, e cominciai a notare che un mucchio di altri autori – non di Providence – si erano messi a pubblicare fumetti sullo stesso stile. A New York sarebbe nata una nuova casa editrice, chiamata Picturebox, che praticamente si specializzò in quei materiali lì. E anche in Europa, la cosa prendeva piede. Disegni e illustrazioni alla Fort Thunder cominciarono a occupare le pagine dei magazine patinati, le copertine dei dischi, persino qualche pubblicità mainstream. Insomma, era successo qualcosa.

Non so se è giusto paragonare l’esplosione di questo tipo di materiali alla grande stagione indie/alternative dei 90. So che comunque il nuovo fumetto americano, al 2012, è anche e forse soprattutto questo. Personalmente, negli ultimi anni mi è capitato di analizzarlo e scriverne a più riprese, di cui l’ultima sul numero di febbraio del mensile Blow Up; per l’occasione però, in attesa che i primi autori vengano tradotti in italiano (cosa che, a quanto pare, è dietro l’angolo), vorrei provare a stilare una prima lista dei titoli a mio giudizio “fondamentali”, o comunque indicativi del cambio di rotta intrapreso dal fumetto post-underground negli ultimi dieci anni circa. Ve li presento per come li vedo io, consapevole di alcune colpevoli omissioni (Brian Ralph, Ron Rege Jr, i più recenti Michael Deforge, Matt Furie, Lisa Hanawalt…) e cercando di limitarmi a quei lavori il cui respiro e la cui portata possono valere da “manifesto” di un immaginario. Gli autori che ho selezionato sono per inciso C.F., Johnny Ryan, Matthew Thurber, Jesse Moynihan, Brian Chippendale, Ben Jones, Edie Fake e Theo Ellsworth. Ma per cominciare, è pressoché obbligatorio partire dall’uomo (e dal fumetto) da cui – come si dice… – tutto è nato, e cioè:

Mat Brinkman – Multiforce

Di Multiforce il fumettista Frank Santoro ha decretato che è “l’opera che sta agli anni 00 come Love and Rockets [dei fratelli Hernandez] stette agli 80 e ACME Novelty Library [di Chris Ware] ai 90”; insomma, non tanto il più “importante” fumetto del decennio, quanto piuttosto il più… influente, ecco: quello che per i più avvertiti detta un clima, un’atmosfera, diciamo pure un immaginario.

Mat Brinkman concepisce Multiforce alla fine degli anni 90 e tra 2000 e 2005 ne pubblica i diversi episodi su Paper Rodeo, il giornale semiufficiale della comunità underground di Providence: è un’opera stramba, contorta e incasinatissima che mescola fantasie da Lord Dunsany dei bassifondi e horror disturbato, Tolkien e psichedelia indigesta, videogames e bruitisme grafico, combattimenti sanguinari e cittadelle medieval-extraterrestri. I protagonisti sono mostri, giganti e creature deformi che si muovono in un universo buio, labirintico e minaccioso, mentre la trama… be’, difficile ricondurre a una narrativa ordinaria il surreale susseguirsi di incontri, scontri, apocalissi e rivelazioni che scuotono le viscere di Citadel City, teatro della vicenda. E però, Multiforce resta una lettura avvincente. Sicuramente strana (weird, direbbero gli anglofoni), ma i legami con la tradizione fumettistica sia underground (Jim Woodring, Gary Panter) che non (i supereroi Marvel) sono solidi, persino esibiti.

D’accordo, l’alterità nei confronti dell’allora dominante poetica indie è profonda, diciamo pure disturbante, e la cosa verrà colta con una certa lungimiranza dal Comics Jorunal, che nel 2003 dedica a Brinkman e alla “scena di Providence” un intero numero speciale per tramite di una delle sue firme più prestigiose, l’ex direttore Tom Spurgeon. L’interpretazione di Spurgeon è nota e mi è capitato di farla mia a più riprese: Multiforce (ma l’analisi è estendibile a tutti i fumetti della scuola nata in Rhode Island) intraprende una specie di terza via distinta sia dal classico fumetto d’avventura che dagli intimismi più o meno problematici del post-underground USA; in sostanza, la storia si riduce a una serie di movimenti ad opera di “individui alle prese con gli spazi” che ricordano da vicino “i videogames, specie la prima generazione di videogiochi d’avventura, tutti basati su un singolo protagonista impegnato a esplorare aree e luoghi che alle volte possono non contenere nulla”.

L’unico videogioco casalingo che posso dire di aver approfondito negli anni rigorosamente tech-free della mia infanzia è Arkanoid, quello delle palline che sbattono contro i mattoncini in un ambiente vagamente sci-fi: e in effetti, pur nella totale assenza dell’elemento umano (o magari proprio per questo, suppongo), aveva un che di agghiacciante. Ecco, mi piace ricordare le parole di Spurgeon perché è vero, la lettura di Multiforce mi ha trasmesso esattamente quel tipo di sensazione lì: l’atmosfera straniante, onirico-orrorifica di Multiforce è tutta nella relazione tra ambiente e soggetto, uno slittamento piccolo piccolo in cui più che le parole contano i luoghi, e da cui deriva una tensione più che infantile atavica: ora che conosco questo posto, cosa mi riserverà il resto? Che succederà una volta che sarò passato al livello superiore? Quali mostri abiteranno il prossimo quadro?

E poi certo, c’è quell’effetto a spirale che, per dirla ancora con Frank Santoro, “cresce, cresce e continua a crescere su se stesso: quasi alla maniera di una città”, qualcosa come una superfetazione fuori scala che può ricordare tanto il Kadath lovecraftiano (dopotutto siamo a Providence, no?) quanto l’abusivismo edilizio di Roma Est, dove passai la mia infanzia – giocando tra le altre cose ad Arkanoid – e dove per la prima volta lessi lo stesso Multiforce: Citadel City come Torre Maura, più o meno.

I vari episodi di Multiforce sono stati raccolti in un unico albo formato extralarge dall’editore Picturebox di New York. I numeri originali di Paper Rodeo in cui apparve per la prima volta il fumetto, viaggiano a prezzi indicibili nel circuito dei collezionisti.

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Altre narrazioni (parte terza) https://minimaetmoralia.it/societa/altre-narrazioni-parte-terza/ https://minimaetmoralia.it/societa/altre-narrazioni-parte-terza/#respond Tue, 20 Jul 2010 08:27:51 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=2737 Sarà che il maschio è in crisi. Sarà che ogni tentativo di approccio all’altro sesso è ormai un atto potenzialmente letale per la propria identità sessuale; si passa da un pericolo all’altro con l’unica consapevolezza di non capire bene quale sia il proprio ruolo e a quale tradizione attenersi

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Incontri mancati e retoriche del colpo di fulmine

Sarà che il maschio è in crisi. Sarà che ogni tentativo di approccio all’altro sesso è ormai un atto potenzialmente letale per la propria identità sessuale; si passa da un pericolo all’altro con l’unica consapevolezza di non capire bene quale sia il proprio ruolo e a quale tradizione attenersi. Così si procede per tentativi cercando di scansare il reato di stalking, o quello, forse più grave, di ingenuo sentimentalismo anni ‘90 – un decennio nel quale ai giovani uomini si era raccontata la favola del potere sensuale del proprio lato femminile. Fino al paradosso odierno del metrosexual apertamente gay e del gay dai modi bruschi, quei modi che un tempo gli uomini solevano ostentare come una virtù esclusiva e per questo distintiva.

E ancora, sarà colpa della televisione, che dagli anni ‘90 non fa altro che intrufolarsi all’interno di comunità più o meno chiuse e marginali per raccontare a quelli che non ne fanno parte tutto quello che c’è da sapere, tutti i codici comportamentali, il lessico e i ruoli che un tempo erano appannaggio esclusivo degli “affiliati”. Non potevi entrare in cucina e sentire i discorsi poco edificanti dei camerieri sugli avventori se non eri un cameriere. E invece adesso sì. Tutto è cambiato. Sex and the City, per esempio, ha sbattuto in faccia agli uomini verità molto dure da accettare sul mondo femminile. Insomma, oggigiorno si presume di conoscersi bene tra uomini e donne e viviamo immersi in uno stato di enduring war. Come ricorda Franco La Cecla nel suo Modi Bruschi. Antropologia del maschio (Elèuthera, 2010), lo spazio dell’ambiguità, dell’incomprensione reciproca, vera coltura della seduzione e dell’incontro, è andato a farsi benedire.
A furia di dare bastonate al maschio ci sono andate di mezzo un po’ tutte le altre identità sessuali. Prima tra tutte quella femminile – che lamenta tassi di impotenza e debolezze insostenibili senza riconoscere le proprie responsabilità. Solo la mamma continua a non lamentarsi del proprio figliolo. Oh, le mamme italiane: che immane sciagura.

Non è quindi un caso che molti incontri avvengano online.
Ma non è questo di cui si vuole parlare qui. Questa non è l’ennesima tirata sui siti di dating.
In discussione c’è il “nuovo” dispositivo non narrativo piegato alla narrazione. Meglio, un distributore instancabile di storie potenziali, incipit di racconti d’amore (anzi, “amore”, pardon) che possibilmente non verranno mai raccontate. Si tratta del sito di annunci più famoso degli USA, Craigslist – vera e propria piaga d’Egitto dei quotidiani, specie di quelli locali che di annunci campavano. E nello specifico della sua sezione dedicata alle missed connection. Cos’è una missed connection è presto detto: presente quella biondina che vedete tutte le mattine alla fermata del 33 a cui non avete mai avuto il coraggio di presentarvi? Una missed connection è quell’incontro amoroso sfumato a causa della vostra timidezza e/o, se proprio vogliamo esagerare, della confusione del gender.
Come racconta Matteo Bittanti in un suo recente saggio apparso nell’antologia Anni Zero (ISBN, 2009), siti e strumenti di social networking si dividono in due categorie, quelli che presuppongono un’interazione in tempo reale e quelli che prevedono una comunicazione di tipo asincrono. Le missed conncetion non fanno parte né dell’una né dell’altra. Il web 2.0 ci incoraggia ad essere individui sociali, a comunicare ben oltre le normali capacità della maggior parte di noi, a tenere vive relazioni di cui non ci frega niente ma che fanno status o che potrebbero un giorno rivelarsi utili. Ma Missed Connection di Craigslist è diverso. Non incoraggia la comunicazione a due vie, non è la battuta di apertura di un dialogo, quello che i suoi frequentatori cercano non è la risposta di una persona qualsiasi ma di quella persona specifica (speciale); è solo la sua risposta, tra tutte, che interessa. Ogni giorno centinaia di individui di tutte le età e le etnie, di tutti i credi religiosi e i gusti sessuali, pubblicano il loro annuncio nella speranza che la persona incrociata per strada, in metropolitana, in un bar, risponda al loro annuncio. I messaggi sono divisi per categorie: m4w (uomo per donna); w4m (donna per uomo); m4m (uomo per uomo); w4w (donna per donna). Ne riporto uno:

Monday, November 23, 2009 -m4w You were wearing a green dress with white buttons. We made eye contact at least three times on the 6 train this morning. All of a sudden you gave a little smile, and looked down at your lap, as though at some secret joke. You never looked up again and I had to get off at Bleeker. I wish I could have seen inside your beautiful head.

Si brama la conferma che quell’eye contact (l’espressione più usata per esprimere la convinzione del reciproco interesse, la folgorazione del colpo di fulmine, giustificazione dell’annuncio stesso e della speranza che sottende) non solo c’è stato ma che significa “per te” quello che significa “per me”.

Sono passati tre anni da quando ci siamo incontrati al campo volo, e ho pensato spesso a te. Sei scomparsa così in fretta quando ho fatto atterrare il Pallone aerostatico che non ho mai avuto la possibilità di parlare davvero con te. Non conosco nemmeno il tuo nome, ricordo però quello di tuo figlio, Owen. Mi piacerebbe vedere se siamo davvero interessati l’uno all’altra come sembrava da quelle poche battute che abbiamo scambiato. Sei ancora in circolazione? C’è qualche possibilità che legga questa roba? Qualsiasi risposta dovrebbe includere il ruolo che il padre di Owen ha nella tua vita. Sperando senza speranze…

Le storie che racconta, dicevo, sono immerse nel liquido amniotico della potenzialità. Va da sé che le possibilità che qualcuno si faccia vivo sono ridotte al flebile lumicino della speranza. L’altra persona deve anzitutto trovare la bottiglia e leggere il messaggio, provare un sentimento analogo e scegliere di rispondere. Ammesso che non sia già impegnata o abbia inclinazioni sessuali diverse. Non è certo la statistica che gioca a favore degli amanti. Prendersi gioco di loro, però, è peccato mortale. Per quanto la tentazione sia fortissima. “Salve caro esploratore volante fuori tempo massimo, sono il papà di Owen e volevo scambiare due chiacchiere con te…”. Per questo i messaggi hanno un codice di sicurezza molto semplice ed efficace: se sei davvero tu dimmi com’ero vestito o com’eri vestita tu o quali erano i prodotti in sconto al supermercato dove “we made eye contact”. Anche se in forma ultra-seminale, è un amore che non vuole essere preso in giro, sarebbe un affronto intollerabile. Ah, le struggenti evoluzioni amorose delle passeggiate, il sogno romantico dei viaggiatori metropolitani, l’amore che timidamente, ma con la tenacia d’una pianta che cresce tra il marciapiede e il muro sbrecciato, sboccia tra lo sferragliare dei treni, il caldo soffocante del metrò, tra i telefonini surriscaldati dall’uso e dalla maleducazione (ti ho visto, eri al telefono, parlavi con una tua amica, hai fatto un battuta divertente, ho riso, te ne sei accorta, ci siamo guardati e sei diventata rossa…) e il cinismo adolescenziale. Gli sguardi languidi e voraci di un caffè al bancone del bar. La ricerca costante dell’incontro romantico (“”, queste virgolette mettetele un po’ dove volete), non importa se fidanzati, sposati o meno. La speranza viva, ingenua, che nella sua vanità si fa poesia. La retorica del colpo di fulmine elevata a religione. Luogo dei sospiri, giardino delle lamentazioni. E così via… Che questa roba abbia un forte potere narrativo è confermato sia dalla voracità con la quale sfogliamo le margherite della bacheca virtuale sia dai progetti narrativi che ha generato. Ne segnalo due (più una mappa):

Il primo è I Saw You, antologia di minicomics curata da Julia Wertz dove decine di disegnatori, tra cui Jeffrey Brown e Peter Bagge, hanno illustrato vere (o presunte tali) missed connections. Il secondo è interamente disponibile online, si chiama Missed Connection e anche in questo caso lo strumento usato è l’illustrazione. Il progetto è curato dalla newyorkese Sophie Blackall, il cui tratto morbido e romantico riesce a restituire la leggerezza poetica della maggior parte di questi annunci. Tempo fa la Blackall ha realizzato anche un delizioso piccolo film in salsa sundenciana dei suoi lavori, che potete vedere qui. La mappa, invece, è una mappa degli USA che utilizza le moderne tecniche infografiche di rappresentazione di realtà complesse con l’intento di individuare i luoghi abituali dove accadono le missed connection. Non ci sono scoperte clamorose: se sulla costa e nelle grandi città gli incontri avvengono per lo più sui mezzi pubblici e nei bar, nello sconfinato interno del Paese a dominare la geografia serendipica è il centro commerciale. Missed Connection ci offre la possibilità di superare le nostre paure, doppia le nostre insicurezze, riempie di nuove possibilità i vuoti perfetti delle convenzioni sociali, sfoga la nostra frustrazione, non ci rende migliori, ma ci illude di correggere le nostre limitazioni. Offre una nuova splendente possibilità. Ci espone al pubblico ludibrio in forma anonima. Permette di esprimere desideri sessuali camuffandoli col romanticismo di un mondo dove talvolta “scopare” si dice “prendere un caffè”.

Altre narrazioni (parte prima)
Altre narrazioni (parte seconda)

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