Peter Cameron Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/peter-cameron/ un blog di approfondimento culturale Mon, 26 Jun 2023 07:47:58 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Peter Cameron Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/peter-cameron/ 32 32 Nel mondo di Peter Cameron https://minimaetmoralia.it/interventi/nel-mondo-di-peter-cameron/ https://minimaetmoralia.it/interventi/nel-mondo-di-peter-cameron/#respond Mon, 26 Jun 2023 07:47:58 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=52488 di Giuseppina Oneto Peter Cameron l’ho voluto conoscere io, dopo che dall’Adelphi mi era arrivato il file di quello che sarebbe diventato Un giorno questo dolore ti sarà utile. Ero tornata da poco da New York, dove avevo vissuto quasi dieci anni e con quel romanzo avevo New York fra le mani,  fra le pagine: […]

L'articolo Nel mondo di Peter Cameron proviene da Minima et Moralia.

]]>
di Giuseppina Oneto

Peter Cameron l’ho voluto conoscere io, dopo che dall’Adelphi mi era arrivato il file di quello che sarebbe diventato Un giorno questo dolore ti sarà utile. Ero tornata da poco da New York, dove avevo vissuto quasi dieci anni e con quel romanzo avevo New York fra le mani,  fra le pagine: il ritmo, il frastuono della città, il mix unico di stramberie e insensatezze – ma tutte profondamente umane. E tutti i personaggi almeno in qualche punto erano profondamente umani.

Non mi stupisco che sia stato ripreso di recente dai Tiktoker, che li abbia affascinati un diciottenne incapace di comprendere l’insulso, assurdo mondo degli adulti e di sentirsi a suo agio con i coetanei; il James Sveck che rifiuta la modernità fagocitatrice delle fragilità e del silenzio. E che della conoscenza e dell’arte – e della Natura – riesce a farsi beffe.

In poche parole mi sono innamorata del testo e così ho voluto conoscere l’autore di un romanzo che sentivo rispecchiava anche me. Sono stata accolta da una persona gentilissima, con uno sguardo molto profondo, gli occhi intensi, nell’appartamento in cui è nato James. Avevo letto quasi ogni suo libro disponibile allora ed ero emozionata, mi sembrava di trovarmi di fronte a una persona che per vie molto indirette mi aveva raccontato tanto di sé e volevo mostragli quanto gliene fossi grata. Perché oltre ai tanti temi che tratta, mi sono trovata soprattutto davanti un autore che sapeva cogliere l’inesorabile senso dell’umorismo che ha la vita. E il tutto immerso nella potente eleganza della sua scrittura, con il suo tenue manto di classicità, con la brillantezza di certi dialoghi fulminanti.

I racconti che formano questo ultimo libro sono invece in grande parte una produzione dei primi anni (Ottanta e Novanta) e mettendomi al lavoro, ho ritrovato tante radici della scrittura di Cameron, tante direzioni che hanno preso forma negli anni successivi. Per esempio, un primo nucleo della tematica di Un giorno questo dolore ti sarà utile. E Andorra con la sua città misteriosa. La strada che ha portato a Il Weekend. Il surrealismo di Cose che succedono la notte. E ancora, Gli inconvenienti della vita, dove i dolori della giovinezza irrompono nella vecchiaia. Così mentre traducevo mi è capitato di riprendere in mano quei libri e rileggere piccoli passaggi per scovare alcune parole specifiche che ne sottolineassero la continuità.

Cameron in quegli anni era stato catalogato come minimalista, etichetta che non ha mai sentito sua, e anche se l’eco del Carver editato qua e là si sente, l’autore ha preso ben altre strade. Ha una sua unicità, sottolineata da Micheal Cunningham a proposito di  Cose che succedono la notte: «Questo libro non è paragonabile a niente di ciò che ho letto, la massima lode che si possa fare a un autore».

Di fronte a una scrittura che non presenta nella sua superficie – quella da cui comincia il traduttore (e sono sempre stata convinta che il traduttore faccia il percorso inverso dell’autore: dalla superficie al fondo, e non dal fondo alla superficie) – non presenta delle asperità particolari, è fluida, elegante, scorrevole,  ha delle citazioni letterarie incastonate con leggerezza, una certa circolarità delle ripetizioni – dei piccoli vortici provocati da ali di farfalla: la traduttrice nella lingua d’arrivo si trova davanti a contenuti uragani a cui trovare riparo, per restituire tale tessuto testuale, che avvolge il lettore, grazie alla sua struttura, al suo ritmo curato e anche a continui, ironici riferimenti a oggetti e luoghi reali che sottolineano e intensificano il testo, e lo trasportano fino alla soglia dei dialoghi. E qui Cameron è maestro, ha battute a volte fulminanti, divertenti e dei fraintendimenti che provocano malintesi, cortocircuiti linguistici; che mettono a nudo i bivi dove le persone non s’incontrano, o dove magicamente si riconoscono.

Gli strumenti analitici a cui ricorro sono fondamentali per ricostruire il linguaggio, ma questo non spiegherebbe del tutto da dove proviene la voce inconfondibile del testo;  gli elementi razionali competono e concorrono con altri elementi, quelli che, a mio parere, vanno a confluire nella parte più inafferrabile della traduzione. Cioè quella particolare evocazione del messaggio scritto che rivela molto più di sé stesso laddove tace certe cose e non ci fornisce informazioni esplicite. Che pur nominando non nomina, ma rimanda a qualcos’altro. Ecco, questo per me è il punto più delicato. E qui, nella mia visione della traduzione, è importante il bianco; il bianco sul quale la scrittura prende forma, il supporto – analogico o digitale – che sempre dovrà esserci per leggere quanto è scritto. È lì che respira il testo, cosa che ovviamente ha a che fare con il ritmo, ma anche con il non detto, come se fosse una cassa toracica in cui il testo si espande e si contrae e dunque vive, e fa muovere invisibilmente i suoi muscoli. Senza che il lettore se ne accorga sempre; ma è questa la parte che contribuisce alla vita dell’interpretazione del testo, a quella vita ulteriore che integra quella dell’originale e si moltiplica per il numero di lettori. Io ho la responsabilità di esserne la prima lettrice e interprete, rispetto a tutti coloro che l’originale non lo possono leggere, o non lo vogliono leggere. Devo dunque lasciare lo spazio agli altri lettori per interpretarlo, e non devo mai agire per coprire il testo, anzi, a volte proprio perché il testo abbia la voce libera devo “levare”, devo lavorare per togliere tutti quegli elementi che possono essere d’intralcio senza essere rilevanti ai fini della scrittura e dell’interpretazione, perché la stessa cosa fra due lingue e due culture spesso non si dice “quasi allo stesso modo”, ma in modi che possono annullarsi nel passaggio dalle une alle altre.

Cameron, ad esempio, usa spesso riferimenti realissimi della sua America: catene di ristoranti, oggetti particolari, topografia precisa, e gli intenti possono essere i più diversi, consci o inconsci che siano nell’autore. Prendiamo i supermercati – i grandi, enormi supermercati americani – portatori di microdeserti pieni di merci. In questa raccolta, ne compaiono due: A&P e Safeway.

A&P lo ricordo perfettamente, l’insegna dal rosso al giallo con la grafica anni Settanta, la sua presenza spettrale nella notte, il senso di isolamento che quella grande insegna luminosa comunicava per contrasto nel buio che la circondava. I grandi parcheggi male illuminati davanti.

Quando A&P è comparso in uno dei racconti però l’ho tolto. Su quanti lettori potevo contare che rievocasse una qualche immagine di per sé? A chi avrebbe detto qualcosa in più fra le parole italiane, oltre a essere una sigla poco identificabile, che magari va intralciare anche un po’ la lettura, a distrarre? Allora mi sono affidata alla scrittura, perché nel racconto in questione le scene si svolgono di notte, nel microdeserto del piazzale vuoto davanti al supermercato, con due personaggi immersi nella loro solitudine: e questo avrebbe già parlato da sé. Ho tolto con il fine di non coprire, di non sviare l’attenzione dalla solitudine del piazzale del supermercato e dei due protagonisti.

Safeway invece, in un altro racconto, è rimasto: nella frase si inseriva perfettamente nel ritmo, dava sapore di supermercato, anche perché il fulcro della scena, nel caso in questione era tutt’altro. Dopo un dialogo spiazzante, che scombussola i personaggi lì presenti – un ragazzo con sua madre e il compagno dello zio –, il ragazzo quattordicenne viene mandato a comprare patatine e Gatorade: niente di più familiare e rassicurante in una famiglia americana che il junk food. È la safe way, la via sicura al riparo dal pericolo che si era presentato, lo schermo dietro cui cercare di chiudere gli occhi all’adolescente. E mi sono detta, che non tutti, ma qualche lettore di sicuro poteva coglierlo e allora l’ho lasciato.

E questo procedimento si ripete sempre, per ogni scelta, di volta in volta. E gli autori della traduzione siamo noi, i sottopagati traduttori.

________

Giuseppina Oneto, storica traduttrice di Peter Cameron, traduce attualmente dall’inglese per le principali case editrici italiane.

 

L'articolo Nel mondo di Peter Cameron proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/interventi/nel-mondo-di-peter-cameron/feed/ 0
Varcare la soglia con Peter Cameron: “Cose che succedono la notte” https://minimaetmoralia.it/libri/varcare-la-soglia-peter-cameron-cose-succedono-la-notte/ https://minimaetmoralia.it/libri/varcare-la-soglia-peter-cameron-cose-succedono-la-notte/#comments Fri, 30 Oct 2020 09:08:08 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=44446 Dire che Peter Cameron è uno scrittore di atmosfere potrebbe sembrare riduttivo, ma così non è. Ogni volta che si entra in un suo romanzo, forte e nitida è la sensazione di aver varcato una soglia, indipendentemente dalla storia che ci si accinge a leggere.

Un grande narratore tira fuori dalla penna, ogni volta, un nuovo mondo perché solo in certa misura egli racconta di sé, ma si immerge, piuttosto, in un mare che non è mai uguale a se stesso. E di questo mare può restituire prima di tutto l’odore, il sapore, i silenzi: il vento, prima ancora che la forma dell’onda.

L'articolo Varcare la soglia con Peter Cameron: “Cose che succedono la notte” proviene da Minima et Moralia.

]]>
1pc

Dire che Peter Cameron è uno scrittore di atmosfere potrebbe sembrare riduttivo, ma così non è. Ogni volta che si entra in un suo romanzo, forte e nitida è la sensazione di aver varcato una soglia, indipendentemente dalla storia che ci si accinge a leggere.

Un grande narratore tira fuori dalla penna, ogni volta, un nuovo mondo perché solo in certa misura egli racconta di sé, ma si immerge, piuttosto, in un mare che non è mai uguale a se stesso. E di questo mare può restituire prima di tutto l’odore, il sapore, i silenzi: il vento, prima ancora che la forma dell’onda.

È quello che fa Cameron quando scrive.

Se in Quella sera dorata venivamo avvolti dall’asfissia del caldo e delle convivenze forzate in una villa uruguyana, e ne Il weekend un gelido rigore british muoveva i passi insieme al triangolo che andava formandosi in salotto, in Cose che succedono la notte (Adelphi, 2020) la sensazione prevalente è di freddo e di forte straniamento. In Cameron ciò avviene così: il lettore è portato ad immergersi in un mondo che gli arriva attraverso i sensi e il cervello fusi insieme, come se sentisse un odore. Leggendo sente una impressione diffusa che mette a fuoco poco alla volta.

Questo risultato è prodigioso perché accade, per contro, attraverso una scrittura misurata, sensuale ma che non si spinge mai oltre. Non stupisce, ma accompagna. In Cose che succedono la notte i protagonisti non hanno neppure nome, sono “l’uomo” e “la donna” ma non rappresentano metaforicamente nulla, solo sono un uomo e una donna che con un treno che corre nella neve sono corsi verso un agognato laggiù che si rivela per loro Samarcanda.

Quel che li riguarda lo scopriamo lentamente. Lei è malata e un po’ irragionevole, lui l’accudisce e in parte è vittima delle sue decisioni, dei suoi torpori e delle sue tacite richieste.

In un albergo dal nome impronunciabile di un paese ignoto, il Borgarfjaroasysla Grand Imperial Hotel, si srotolano gli ultimi atti di più vite che si incontrano lì per la prima volta. Oltre a loro, un barista, un uomo d’affari omosessuale, una vecchia attrice di teatro. E poi, a distanza di giro in taxi, un guaritore sicuro di sé e un bambinello paffuto dell’orfanotrofio.

Tutto è come accadesse di notte anche se è giorno, perché sono i fatti ad essere onirici, come se fossero solo stati sognati. Ci sono cameriere che servono in eskimo e scarponi da neve, fughe notturne in vestaglia, un’aggressione nel bagno, fallaci guarigioni e delusioni che non portano con sé l’attesa sofferenza.

A restare salde sono solo le pareti dell’albergo: le sue porte, cave all’interno – che erano quelle dei palchi di un teatro – sono silenti spettatrici dell’ennesima messa in scena e allo stesso tempo fanno sì che tutti i protagonisti della storia si sentano, in una certa misura, a casa loro.

L’impressione è di assistere a un evento metafisico: gli oggetti e i gesti sono quelli normali, ma appaiono come sospesi, viziati da un contesto che non li permetterebbe. L’uomo, nell’accudire la donna, ad esempio, le fugge e al contempo la vizia: esce in cerca di quel che lei desidera, come fosse una donna incinta, e infatti, seppur ospite di un albergo perso nel grande freddo, vuole yogurt, incenso, una pesca e un’orchidea. E anche un gattino.

Cameron fa dire a lei, e poi a lui: “Penso che se avessi queste cose sarei perfettamente felice, se le avessi qui con me nella vasca. Be’, a parte il gatto.

Quindi mi stai mandando a caccia di un tesoro. Posso portarti anche una gallina dalle uova d’oro?

Magari, rispose lei. Ti immagini come sarebbero belle, le uova d’oro? Che tepore. Non le venderei, no. Le metterei tutte dentro di me, dove c’è il vuoto. Le uova d’oro. Allora sono sicura che avrei un bambino, un bellissimo bambino d’oro”.

In questo romanzo – che per certi tratti evoca alla mente Marai de Le braci o certe atmosfere di Kundera– scorre sottile la sensazione che sia tutto sbagliato. Il desiderio di maternità e di paternità, cui il dialogo qui sopra fa riferimento, ad esempio, che è però legato più alla morte che alla vita; e poi la fiducia di star bene quando il corpo invece è allo stremo; o le motivazioni intime che spingono i quattro personaggi a scegliersi quando altrove e in un tempo altro forse non lo avrebbero fatto mai.

Peter Cameron qui mette sulla pagina una storia di desolazioni, di desideri e di viltà, di paure e di incoscienza in cui, per un momento, il senso è quanto mai distante da quello comune e quel che accade è in un luogo dell’anima senza nome, al limite, tra il giorno e la notte.

L'articolo Varcare la soglia con Peter Cameron: “Cose che succedono la notte” proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/libri/varcare-la-soglia-peter-cameron-cose-succedono-la-notte/feed/ 3
Quando la letteratura si trasforma in vita https://minimaetmoralia.it/interviste/quando-la-letteratura-si-trasforma-in-vita/ https://minimaetmoralia.it/interviste/quando-la-letteratura-si-trasforma-in-vita/#comments Mon, 18 Jun 2012 09:43:37 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8360 Pubblichiamo un'intervista di Benedetta Marietti, uscita su «Repubblica», a Peter Cameron.

di Benedetta Marietti

New York. È in un piccolo appartamento bohémien sulla decima strada, nel cuore del Greenwich Village, che Peter Cameron vive con Dinah e Ghita, i suoi due inseparabili cani d'acqua portoghesi. È lì che abita da trent'anni, da quando ventitreenne decise di lasciare il New Jersey e la famiglia catturato dal fascino delle mille luci di New York. Ed è lì che conduce un'esistenza per sua stessa definizione “stanziale e solitaria”, scandita dalla scrittura di racconti e romanzi, l'ultimo dei quali, Coral Glynn, sta per essere pubblicato in Italia per i tipi di Adelphi (pp. 216, € 18,00, trad. di Giuseppina Oneto, esce il 9 maggio). Occhi acuti e penetranti, sorriso timido e gentile, modi educati, un imbarazzo palpabile a parlare di sé, Cameron (che il 29 maggio parteciperà al Festival delle Letterature di Roma) somiglia a molti dei personaggi schivi e riservati ritratti nei romanzi che lo hanno reso celebre: come Omar, l'ingenuo sognatore di Quella sera dorata, o James, ragazzo malinconico e solitario, appassionato di arte e di libri in Un giorno questo dolore ti sarà utile, o la stessa insondabile Coral Glynn, una donna giovane e insicura, incapace di esprimere sentimenti complessi e contraddittori come l'amore.

L'articolo Quando la letteratura si trasforma in vita proviene da Minima et Moralia.

]]>

Pubblichiamo un’intervista di Benedetta Marietti, uscita su «Repubblica», a Peter Cameron.

di Benedetta Marietti

New York. È in un piccolo appartamento bohémien sulla decima strada, nel cuore del Greenwich Village, che Peter Cameron vive con Dinah e Ghita, i suoi due inseparabili cani d’acqua portoghesi. È lì che abita da trent’anni, da quando ventitreenne decise di lasciare il New Jersey e la famiglia catturato dal fascino delle mille luci di New York. Ed è lì che conduce un’esistenza per sua stessa definizione “stanziale e solitaria”, scandita dalla scrittura di racconti e romanzi, l’ultimo dei quali, Coral Glynn, sta per essere pubblicato in Italia per i tipi di Adelphi (pp. 216, € 18,00, trad. di Giuseppina Oneto, esce il 9 maggio). Occhi acuti e penetranti, sorriso timido e gentile, modi educati, un imbarazzo palpabile a parlare di sé, Cameron (che il 29 maggio parteciperà al Festival delle Letterature di Roma) somiglia a molti dei personaggi schivi e riservati ritratti nei romanzi che lo hanno reso celebre: come Omar, l’ingenuo sognatore di Quella sera dorata, o James, ragazzo malinconico e solitario, appassionato di arte e di libri in Un giorno questo dolore ti sarà utile, o la stessa insondabile Coral Glynn, una donna giovane e insicura, incapace di esprimere sentimenti complessi e contraddittori come l’amore.

“In tutti i personaggi di cui scrivo c’è qualcosa di me”, racconta Cameron mentre sorseggia un tè seduto sul divano di casa sua, circondato dai cani. “Ma solo dal punto di vista emotivo. I sentimenti che turbano James o Coral Glynn sono simili a quelli che provo io. Il loro mondo interiore non corrisponde a come appaiono dal di fuori. Spesso sono frustrati perché non riescono a esprimere se stessi e a dire la verità. I silenzi, le cose non dette, sono più importanti di quelle dichiarate. Ma sarebbe sbagliato identificarmi del tutto con i miei personaggi. Per certi versi loro sono molto diversi da me”. Con Coral Glynn Cameron mette per la prima volta in scena una protagonista donna. “Non l’ho trovato difficile. Credo che non ci sia differenza fra uomini e donne. Non penso più in termini di genere, siamo tutti persone. E lei è forse il personaggio più ottimista che ho creato perché alla fine del romanzo riesce a superare il blocco interiore e, per la prima volta, a fare una scelta di vita”.

Considerato alla stregua di un “classico” per la prosa limpida, elegante e senza tempo, per i dialoghi brillanti e arguti, e per la profondità emotiva dei personaggi, conosciuto anche per i film tratti dai suoi libri (The Weekend di Brian Skeet con Gena Rowlands e Brooke Shields, Quella sera dorata di James Ivory con Charlotte Gainsbourg e Anthony Hopkins e il recente Un giorno questo dolore ti sarà utile di Roberto Faenza), Cameron ammette che la scrittura è per lui pura energia vitale. “Scrivere mi dà la possibilità di fuggire dalla quotidianità e di calarmi totalmente in altri mondi. Di vivere vite diverse, più felici, solide e impegnate della mia. È una questione di sopravvivenza. E anche la mia forma più alta di realizzazione personale. Ci metto molto a scrivere un libro. Per Coral Glynn ho impiegato cinque anni. E ogni volta che ne finisco uno, ho paura di non essere mai più in grado di scriverne un altro. Del resto quando non scrivo sto male, vengo assalito dalla depressione”.

Il malessere di Cameron, quella sensazione dolorosa di esclusione dal mondo, risale a molto tempo fa. “A Pompton Plains, in New Jersey, dove sono nato, ho avuto un’infanzia tradizionale. Mio padre era un banchiere e lavorava a New York, mia madre si occupava della casa e di noi bambini: io, le mie due sorelle più grandi e mio fratello più piccolo. Il fatto di avere una famiglia unita e affettuosa non mi ha impedito di sentirmi da sempre molto solo. Una sensazione che credo derivi dalla mia natura artistica ultrasensibile e dal fatto che sapevo di essere omosessuale ma non avevo accanto dei modelli positivi che mi aiutassero e mi sostenessero nello sviluppo della mia sessualità. Non ricordo episodi particolari della mia infanzia che abbiano contribuito a farmi diventare uno scrittore. Ma fondamentale è stata la lettura di romanzi di grandi autori: da Barbara Pym a Anton Cechov, da Muriel Spark a Elisabeth Bowen. Rimangono nitidi nella mia memoria molto più di tanti libri letti di recente”.

A otto anni Peter si trasferisce con la famiglia a Londra per motivi di lavoro del padre. “Per la prima volta mi sono trovato in una grande città multiculturale, molto più stimolante rispetto alla provincia del New Jersey. Ho frequentato l’American School, una scuola creativa e all’avanguardia, con studenti provenienti da ogni parte del mondo. Lì ho iniziato a scoprire l’appagamento che ti dà la creatività, il piacere della lettura e il fascino della metropoli che permette di condurre una vita protetta dall’anonimato”.

Una volta tornato in America Cameron studia letteratura inglese all’Hamilton College, nello stato di New York, e inizia a scrivere poesie e racconti. “Finalmente riuscivo a mettere in pratica ciò che avevo imparato sulla potenza e la bellezza del linguaggio e dello stile. E cominciavo a rendermi conto che scrivere era un antidoto alla mia innata infelicità”. Terminati gli studi, ritorna in New Jersey ma attraverso la passione per il teatro scopre New York. È amore a prima vista e nell’82 Peter Cameron si trasferisce nell’appartamento sulla decima strada. “Negli anni Ottanta l’East Village era un posto molto cupo e inquieto, diverso dal quartiere affollato e borghese di oggi. Rimpiango la tensione e l’energia di quel periodo, i negozi e i ristoranti che frequentavo in quegli anni. Ora si sono tutti spostati a Brooklyn, ed è difficile per me trovare negozi che vendano il necessario a prezzi contenuti. Ma è un quartiere che non posso fare a meno di amare”. Cameron viene assunto nell’ufficio diritti della casa editrice St. Martin’s Press, ma il lavoro si rivela un disastro. “Ero un venditore terribile. Non leggevo i libri che dovevo proporre, bensì solo quelli che mi piacevano. Così mi sono licenziato e ho cominciato a lavorare nell’amministrazione di una onlus di protezione ambientale, The Trust for Public Land”.

Nel frattempo comincia a mandare al New Yorker i suoi primi racconti e ne riceve commenti incoraggianti. Il primo racconto esce nel 1983, negli anni a seguire ne verranno pubblicati altri dieci. Nel 1990 Cameron cambia lavoro e si sposta alla Lambda, un’organizzazione in favore dei diritti civili degli omosessuali e di persone affette da AIDS. “Era la cosa giusta per me. Lavoravo tre giorni alla settimana e avevo abbastanza tempo a disposizione per scrivere”. Dopo aver insegnato per parecchi anni, è da poco ritornato a lavorare part-time per il Trust for Public Land. “Il mestiere di scrittore è un’attività solitaria e io ho bisogno di comunicare con altri esseri umani. I colleghi di lavoro sono persone interessanti e stimolanti e hanno il vantaggio di lasciarti libero emotivamente: non sono familiari o amici, non ti caricano di responsabilità affettive”. In un’altra direzione si muove la sua terza attività lavorativa, la Wallflower Press, una piccola casa editrice da lui fondata nel gennaio 2010. “Pubblico in edizioni limitate di dieci copie racconti miei e di scrittori che amo, come James Lord o Denton Welch. Ogni libro viene da me editato, disegnato e realizzato a mano. È un’occupazione che mi diverte e rende felice, il fatto di creare qualcosa con le mani è un antidepressivo e bilancia il lavoro intellettuale”. Peter Cameron finisce il suo tè e, mentre carezza a turno entrambi i cani, si illumina parlando delle sue passioni: i libri che ha amato, il teatro, l’arte e la fotografia (“Ho visto la mostra di Cindy Sherman, non mi aspettavo che le sue fotografie fossero così grandi”), gli angoli prediletti di New York (“Il nuovo High Line è un luogo perfetto per passeggiare e rilassarsi”), le librerie preferite (“Strand sulla Broadway è un posto speciale”), la politica (“Spero che Obama venga rieletto. Il secondo mandato gli darebbe la possibilità di agire con più libertà”), i progetti futuri (“Sto lavorando a un romanzo ambientato nella Finlandia di oggi”).

Ma quello che più gli preme è tentare di svelare il mistero che sta dietro al processo creativo: “Tutti i miei libri nascono dal mio inconscio. È un aspetto che non posso controllare. Sono influenzato molto di più da quello che leggo che non da quello che vivo. È l’immaginazione a guidarmi. Se per molti scrittori è la vita a diventare letteratura, nel mio caso è vero l’opposto: è la letteratura che si trasforma in vita”.

L'articolo Quando la letteratura si trasforma in vita proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/interviste/quando-la-letteratura-si-trasforma-in-vita/feed/ 1
Le maestre ritrovate (I e II) https://minimaetmoralia.it/libri/le-maestre-ritrovate-i-e-ii/ https://minimaetmoralia.it/libri/le-maestre-ritrovate-i-e-ii/#respond Fri, 02 Oct 2009 08:45:43 +0000 http://minimaetmoralia.wordpress.com/?p=801 Questo articolo è apparso sul blog di Paolo Cognetti, Capitano mio Capitano. Cognetti, in occasione della riscoperta da parte della nostra editoria di due importanti autrici americane, ci racconta della sua grande passione per la letteratura d’oltreocenao. Sotto richiesta dell’autore vi chiediamo di commentare il testo, se volete farlo, direttamente sul suo blog. Sono tortuose […]

L'articolo Le maestre ritrovate (I e II) proviene da Minima et Moralia.

]]>
Questo articolo è apparso sul blog di Paolo Cognetti, Capitano mio Capitano. Cognetti, in occasione della riscoperta da parte della nostra editoria di due importanti autrici americane, ci racconta della sua grande passione per la letteratura d’oltreocenao. Sotto richiesta dell’autore vi chiediamo di commentare il testo, se volete farlo, direttamente sul suo blog.

cognetti_blogSono tortuose le strade che portano a leggere un libro. Mi ricordo bene, verso i sedici anni, la sensazione di vertigine che provavo entrando in biblioteca (allora, senza soldi, prendevo i libri in prestito o li rubavo; adesso al contrario ne compro troppi, più di quelli che riesco a leggere; forse quando sarò vecchio tornerò a fregarmene di accumulare carta, e possiederò solo il libro che sto leggendo). Migliaia di titoli, epoche e luoghi, e un esercito di scrittori morti che mi osservavano dagli scaffali, minacciando di crollarmi addosso come gli scheletri di Indiana Jones. Di certo lì dentro c’era quello che faceva per me, però come facevo a trovarlo? Il mio libro mi stava aspettando in qualche angolo di quel labirinto, e io non sapevo nemmeno da dove cominciare (credo di avere letto tutta Isabel Allende e tutto Paul Auster solo per evitare di vagare in preda al panico nella biblioteca di quartiere). Poi ho scoperto il sistema delle scatole cinesi. I libri sono pieni di indizi per arrivare ad altri libri, se uno è pronto a coglierli e a risalire la corrente.

Così, a diciassette anni sono stato folgorato da un romanzo chiave per la mia generazione, Jack Frusciante è uscito dal gruppo. Devo averlo riletto tre o quattro volte, e poi ho cominciato a notare le tracce che gli scrittori seminano sempre, perché raccontando una storia sentono il bisogno di dire da dove vengono, di fare i nomi dei loro maestri. Anche Brizzi era stato generoso. Nel romanzo, il protagonista leggeva Due di due di Andrea De Carlo: e io sono tornato in biblioteca, ho preso in prestito Due di due, me ne sono innamorato, in qualche mese ho letto l’opera completa di De Carlo (tuttora penso che i suoi primi cinque o sei libri siano da conservare; poi ne sono arrivati un paio che mi hanno molto deluso; gli ultimi non li ho letti).
Un altro indizio seminato da Brizzi: sulla prima pagina del suo romanzo c’era una dedica ad Andrea P. e T., che hanno disegnato e scritto. Questa è stata una ricerca più ardua ma alla fine ho decodificato i nomi di Andrea Pazienza e Pier Vittorio Tondelli, e così anch’io ho conosciuto le storie di Pier. E poi sono andato avanti a scoperchiare scatole: di Tondelli non solo ho letto Altri libertini, ma ho esplorato il lavoro che faceva con gli aspiranti scrittori, scoprendo che a tutti consigliava Hubert Selby Junior, Ultima fermata a Brooklyn.

L’incontro con Selby mi ha spalancato le porte di un mondo in cui sono tuttora immerso. Appena tre gradi di separazione e da Jack Frusciante – quel tascabile nascosto sotto al banco di liceo tra le gomme appiccicate e le barzellette sporche – ero arrivato alla letteratura americana del dopoguerra. (A proposito di americani, di gradi di separazione e pure di banchi di liceo, vi ricordate che cosa legge Holden Caulfield prima di scappare dal collegio? Secondo me non ve lo ricordate. La mia Africa. A Holden non piace mai niente, meno di tutto quello che è finto e pretende di sembrare vero, e invece La mia Africa lo appassiona. Se ne sta lì da solo a leggere Karen Blixen quando arriva il vecchio Stradlater a pulirsi le unghie e rompere i maroni. Così l’ho letto anch’io, cercando di non pensare troppo a Meryl Streep e Robert Redford, anche se non è stato facile. Aveva ragione Holden, è un gran bel libro. Leggendolo si capisce bene come mai piacesse tanto a Salinger.)

Ora, perché ho raccontato questa storia? Perché c’è un nome che mi perseguita da più di dieci anni, cioè dai tempi in cui lessi Ballo di famiglia di David Leavitt. Nell’introduzione a quel libro, Fernanda Pivano faceva parecchi nomi. Era il testo con cui nel 1987 presentava il minimalismo letterario al pubblico italiano, citando ampiamente un saggio-manifesto di un paio d’anni prima, New Voices and Old Values, in cui lo stesso Leavitt definiva le caratteristiche del nuovo movimento. Dunque la Nanda ne individuava il padre e la madre in Raymond Carver e Grace Paley, e gli esponenti più notevoli («autori ormai quasi tutti popolari anche in Italia, o che lo diventeranno presto») in Marian Thurm, Peter Cameron, Meg Wolitzer, Bobbie Ann Mason, Ann Beattie, Amy Hempel, Elizabeth Tallent. Nomi di scrittori americani, acqua per mia gola arsa. Io all’epoca non ne conoscevo neanche uno. La mia biblioteca di quartiere ne era sprovvista, ma non era colpa sua: era l’editoria italiana che li aveva persi per strada. Solo in anni più recenti è cominciato un lavoro di recupero dei maestri dimenticati, e pazienza se scrivevano racconti brevi: e così anche noi abbiamo letto le storie di Eudora Welty e Kathrine Mansfield, e di John Cheever, Donald Barthelme, Mary Robinson, Richard Yates.

Hempel_blogOra è la volta di Amy Hempel. Ecco il nome che mi perseguitava. I suoi unici testi tradotti in italiano erano fuori dalla circolazione da quasi vent’anni. In America è considerata una maestra e più di una volta, a New York, ho preso in mano uno dei suoi libri, l’ho sfogliato e alla fine l’ho rimesso nello scaffale. Non era diffidenza né altro. Semplicemente, il suo inglese era troppo difficile per il mio. Per fortuna adesso ci ha pensato Mondadori, pubblicando in un solo libro le quattro raccolte di racconti che Amy ha scritto: Ragioni per vivere(1985), Alle porte del regno animale (1990), Rientrata (1997), Il cane del matrimonio (2005). Io ci vado giù pesante con gli editori, specialmente con quelli industriali, ma questa volta mi inchino di fronte a un’operazione che non porterà nessun ritorno economico: dico grazie a chiunque, in Mondadori, abbia avuto l’idea di pubblicare questo libro. I racconti di Amy Hempel sono difficili. Spesso sono lunghi solo due o tre pagine. Per gli appassionati della questione Carver-Lish, riporto la frase che chiude la raccolta: «Con uno speciale ringraziamento a Gordon Lish, editor del mio primo e secondo libro, per la conversazione durata trent’anni».
Dunque pare che lo spietato aguzzino abbia fatto anche del bene. Non so se con Amy Hempel abbia usato la sua leggendaria mannaia, ma di certo queste storie sono oscure, ermetiche, ellittiche, lavorate in modo maniacale. In questo senso mi ricordano quelle di Lydia Davis. Parlano di persone normali in situazioni normali, anche se nel mondo di Amy Hempel la normalità delle persone è più vicina all’ossessione, alla nevrosi, alla malattia mentale che a una pacifica, monotona lucidità. Alcuni racconti mi hanno spiazzato, a volte anche disturbato, però senza commuovermi. Altri li ho letti più volte perché mi hanno colpito al cuore: credo che tutti siano da rileggere e meditare, senza fretta di passare al successivo, prestando attenzione alle parole. Se siete persone più pazienti di me, uno al giorno potrebbe andar bene. In fondo Amy Hempel ci ha messo vent’anni per scriverne 48. Copio qui un pezzo del quarantaquattresimo, a me è piaciuto molto, poi fate voi.

***

Cos’erano le cose bianche?

Queste stoviglie sono una compagnia di repertorio, recitano una parte in ogni sogno. No, non cominciò così. Disse che le stoviglie recitavano una parte in ogni quadro. L’artista proiettava diapositive delle nature morte che aveva dipinto nell’arco di più di trent’anni. Qualcuno fra il pubblico ristretto e attento chiese: «Quella tazza non era in un quadro di qualche anno fa?» Sì, infatti, disse l’artista, e anche la caraffa, la terrina e il calice. Chi era la donna nuda appoggiata al tavolo sul quale erano disposte le stoviglie? L’artista non lo disse, e nessuno fra il pubblico ristretto e attento lo chiese.
A me bastava guardare gli oggetti su cui per tanti anni si era concentrata l’attenzione di un uomo di talento. Ero capitata alla conferenza mentre ero diretta altrove, a un appuntamento con uno specialista fissato dalla mia dottoressa. Due giorni prima mi aveva fornito il suo nome e l’indirizzo, e devo ammettere che avevo smesso di ascoltarla, anche se – o proprio perché – era importante. Così, anziché andare nello studio del radiologo, ero entrata nella chiesa sconsacrata dove si teneva la presentazione dell’artista, annunciata fuori con il titolo: «Trovare il mistero nella chiarezza». Non era forse il contrario di quel che cercava la maggior parte delle persone?
Le stoviglie erano bianche, non smaltate, ed erano dipinte in modo realistico. I vari pezzi proiettavano ombre di lunghezza diversa in ogni dipinto, a seconda del taglio della luce. A volte erano allineati in modo da toccarsi, e a volte rimanevano spazi vuoti tra uno e l’altro. Quegli spazi vuoti erano parte del mistero che l’artista aveva in mente? Voleva che li prendessimo alla lettera, che pensassimo: assenza? Disse che la mente vuole comprendere il significato delle cose, vuole sapere quello che rappresentano. D’accordo, disse l’artista, ecco cosa ho dipinto quel settembre. Sullo schermo apparve un tavolo ben noto – perché da anni figurava nelle sue nature morte – mentre le due stoviglie più alte, la caraffa e il vaso, erano sparite; al loro posto non c’era niente.
Ahhh, fece il pubblico ristretto e attento.
Poi qualcuno chiese all’artista: «Cos’erano le cose bianche?» Voleva dire le cose bianche negli altri quadri. Che cosa rappresentavano? E l’artista disse che non intendeva rispondere a quella domanda
.

Amy Hempel, Ragioni per vivere
Traduzione di Silvia Pareschi, Mondadori 2009

***

beattie_blogLa seconda maestra ritrovata è Ann Beattie, di cui minimum fax pubblica in questi giorni il romanzo d’esordio, Gelide scene d’inverno, del 1976. La sua assenza dalle librerie italiane è ancora più inspiegabile di quella di Amy Hempel, perché la carriera di Ann Beattie non ha nulla di ermetico e oscuro: ha pubblicato sette romanzi e otto raccolte di racconti. Per i racconti, in particolare, è stata più volte accostata a gente come Cheever e Salinger. Era una buona amica di Carver: io l’ho sentita ricordare il loro rapporto nell’unico documentario biografico che esista su di lui, To write and keep kind, del 1992 (un brutto film, ma un documento prezioso). Così incrocio le dita e spero che gli amici di minimum fax abbiano in cantiere anche i suoi racconti, in particolare il best of che in America è uscito una decina d’anni fa con il titolo di Park City.

A proposito di titoli: quello originale del romanzo, Chilly Scenes of Winter, anticipa il film che pochi anni dopo avrebbe segnato un’epoca: The Big Chill (Il grande freddo). Che cos’è tutto questo gelo? In entrambe le storie i personaggi fanno i conti con la fine delle illusioni. Ann Beattie è del ’47, dunque ha vissuto in piena adolescenza la febbre degli anni Sessanta: e infatti la colonna sonora del libro corre parallela a quella del film. Ma nel ’76 Brian, Janis, Jimi e Jim sono già morti da un pezzo, e il protagonista Charles si trova a fare i conti con un padre che non c’è più, una madre che è uscita di testa e ogni tanto prova ad ammazzarsi, un patrigno che potrebbe essere eletto Americano Medio dell’Anno e un grande amore, Laura, donna sposata che prima va a vivere con Charles, poi torna dal marito (un ex giocatore di football soprannominato «il Bue»), poi lascia marito e figlia e prova a stare da sola, in cerca di se stessa. La storia è più o meno tutta qui. Ma più che la trama, credo che l’importanza di questo libro sia nel ritratto di una generazione: quella dei trentenni colti e benestanti che da ragazzi vissero la rivoluzione e da adulti furono travolti dal riflusso, e nel frattempo avevano perso ogni riferimento riguardo alla famiglia, la casa, il lavoro e tutti i paletti di sicurezza del sogno americano. Janis Joplin canta molto spesso in Gelide scene d’inverno, ma è un passato che sembra già remoto. Il futuro prossimo, annunciato come una cappa di umidità all’orizzonte, è Reagan, lo yuppismo, il vuoto pneumatico degli anni Ottanta. C’è una domanda ricorrente che Laura fa a Charles, il quale è un innamorato all’antica, del tipo ossessivo-persecutorio: perché ti piaccio così tanto? Che cosa trovi di irresistibile in me? Che cosa ho in fondo di speciale?

Forse, Laura, è solo che sei diversa da tutto quello che c’è fuori. A volte succede così. Mi sa che amare Laura è l’unico modo per conservare quello che è stato, e che altrimenti sarebbe perduto per sempre.

***

Per un po’, quando le cose fra loro andavano a gonfie vele, parlando con Laura a Charles era capitato di dimenticarsi che non avevano passato insieme tutta la vita. Le nominava i suoi compagni delle medie e dava per scontato che li conoscesse anche lei, le raccontava di come aveva mentito per non entrare nell’esercito e si dimenticava che non le aveva mai detto una parola sull’esercito. Laura non gli raccontava mai molto del suo passato. La madre era morta quando lei andava alle superiori. Charles non ha idea di che fine abbia fatto il padre, se sia vivo o morto. E non si ricorda dov’è andata alle superiori. In Virginia, ma quale parte della Virginia? Durante le superiori ha lavorato come cameriera. Ma gli ha mai raccontato com’era, fare la cameriera? Gli ha mai raccontato un aneddoto buffo? Gli pare di no. Laura ha un fratello che gestisce un rifugio per cacciatori. Non lo vede da anni. Una volta per Natale le ha mandato una testa di cervo. E poi che altro, che altro sa di Laura?
I capelli di Laura sono sempre elettrici. Lei cosparge la spazzola di lacca spray, sperando di risolvere così il problema. Il suo Beatle preferito è George Harrison. Non ha mai dovuto portare l’apparecchio per i denti. Le piacciono i saponi costosi, dal profumo delicato. Ha i capelli lunghi e mossi. Quando si è comprata la prima macchina era esaltatissima, anche se era una macchina vecchia. All’università prendeva voti discreti. La prima volta che ha bevuto è stata a diciott’anni, un rum collins. Adesso beve scotch. Le fanno pena le giraffe. Non le importa cosa ci mettono sulla pizza, purché non siano alici. Però le piace la Caesar Salad, ed è rimasta sorpresa quando ha scoperto che dentro c’erano anche le alici tritate. Le piace Jules e Jim. Ha pensato di fare la regista. Una volta ha visto Otto Preminger per strada. Certo che è sicura che era lui. Cuoceva striscioline di carne, mandorle e verdure nel wok, coltivava violette che avevano gli stessi colori dei suoi saponi a tinte pastello, si faceva la doccia con l’acqua troppo calda per lui. Una volta gli ha chiesto perché si festeggiava il Primo Maggio. Non si ricorda bene i nomi e le date e non si sente troppo in colpa per questo. Ha i piedi lunghi. I piedi lunghi e magri. I macellai sono gentili con lei, i benzinai le puliscono il parabrezza
.

Ann Beattie, Gelide scene d’inverno
traduzione di Martina Testa, minimum fax 2009

L'articolo Le maestre ritrovate (I e II) proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/libri/le-maestre-ritrovate-i-e-ii/feed/ 0