Petri Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/petri/ un blog di approfondimento culturale Sun, 27 Apr 2014 09:54:39 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Petri Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/petri/ 32 32 L’amarezza italiana https://minimaetmoralia.it/interventi/amarezza-italiana/ https://minimaetmoralia.it/interventi/amarezza-italiana/#comments Fri, 25 Apr 2014 15:30:36 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20250 Questo pezzo è uscito su Artribune.

Manca l’amarezza.

L’amarezza italiana, il vero tratto distintivo della nostra identità culturale – che infatti abbiamo quasi completamente smarrito nell’ultimo trentennio. L’amarezza che viene dall’essere posizionati costantemente oltre (e dietro) il fallimento personale e collettivo. Dall’essere dopo la fine, e quindi realmente liberi.

L’amarezza di Borromini (non di Bernini, per esempio), di Mastroianni, di Manfredi; di De Chirico e di Savinio; di Ungaretti; di Carlo Levi e di Primo Levi; di Foscolo; di Svevo; di Slataper; di De Gasperi; di Rossellini; di Parise; di Volponi; di Petri; di Pietrangeli; di Tognazzi; di Sciascia. Di Burri e di Fontana. Di Bianciardi, Mastronardi, Parini.

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Questo pezzo è uscito su Artribune. (Immagine: Claudia Cardinale e Nino Manfredi nel film Nell’anno del Signore di Luigi Magni)

Mia carissima Noretta, resta pure in questo momento

la mia profonda amarezza personale…

Aldo Moro (1978)

Moro e la sua vicenda sembrano generati

da una certa letteratura.

Leonardo Sciascia, L’affaireMoro (1978)

Col mare /

mi sono fatto /

una bara /

di freschezza

Giuseppe Ungaretti, Universo

(Da Il porto sepolto, 1916)

 

Manca l’amarezza.

L’amarezza italiana, il vero tratto distintivo della nostra identità culturale – che infatti abbiamo quasi completamente smarrito nell’ultimo trentennio. L’amarezza che viene dall’essere posizionati costantemente oltre (e dietro) il fallimento personale e collettivo. Dall’essere dopo la fine, e quindi realmente liberi.

L’amarezza di Borromini (non di Bernini, per esempio), di Mastroianni, di Manfredi; di De Chirico e di Savinio; di Ungaretti; di Carlo Levi e di Primo Levi; di Foscolo; di Svevo; di Slataper; di De Gasperi; di Rossellini; di Parise; di Volponi; di Petri; di Pietrangeli; di Tognazzi; di Sciascia. Di Burri e di Fontana. Di Bianciardi, Mastronardi, Parini.

Quell’amarezza che fa scrivere a Leo Longanesi, a Napoli il 1 novembre 1943: “Durante il giorno, il piccolo minuto sbriciolato povero popolo napoletano vive vendendo agli alleati vino allungato, croccanti marci, panzerotti puzzolenti, orologi di latta e penne stilografiche che non scrivono: sì, è triste tutto ciò, ma che altro può fare? Nessuno si occupa di lui, da anni, da secoli. Marcisce nei bassi, rassegnato ormai a condurre una vita clandestina e scucita, imputridito in stracci più antichi della sua miseria. Su un muro, in via del Pallonetto, è stato scritto col gesso: Il Regno di Dio non è venuto / E tutto è fenuto” (da Parliamo dell’elefante, 1947).

L’amarezza che genera il riso, che è il presupposto della nostra comicità tragica, e che non prevede di dissociare il dolore e il disagio e la critica dall’ironia feroce: “Io sto qui, deriso, sputacchiato, preso a calci da tutti, menando l’intera vita in una stanza, in maniera che, se vi penso, mi fa raccapricciare. E tuttavia m’avvezzo a ridere, e ci riesco. E nessuno trionferà di me, finché non potrà spargermi per la campagna e divertirsi a far volare la mia cenere in aria” (Giacomo Leopardi, lettera a Pietro Brighenti, 22 giugno 1821).

***

L’amarezza è quella piega indefinibile della bocca che hanno – che avevano – tanti nostri politici scrittori artisti registi attori. Aldo Moro ce l’aveva non solo nella famigerata foto dal sequestro con colletto della camicia sbottonato, ma in tutte le sue foto degli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta. Aldo Moro è una delle incarnazioni più potenti dell’amarezza italiana, talmente radiante da ossessionarci ancora ben oltre i confini della sua scomparsa materiale: “È come se, dentro al Palazzo, tre anni dopo la pubblicazione sul “Corriere della Sera” di questo articolo di Pasolini, soltanto Aldo Moro continuasse ad aggirarsi: in quelle stanze vuote, in quelle stanze già sgomberate. Già sgomberate per occuparne altre ritenute più sicure: in un nuovo e più vasto palazzo. E più sicure, s’intende, per i peggiori. «Il meno implicato di tutti», dunque. In ritardo e solo: e aveva creduto di essere una guida. In ritardo e solo appunto perché «Il meno implicato di tutti». E appunto perché «il meno implicato di tutti» destinato a più enigmatiche e tragiche correlazioni” (Leonardo Sciascia, L’affaire Moro, 1978).

Quella piega amara e consapevole, indefinibile – la stessa piega che aveva mio nonno, che ha mio padre, che ha mio zio.

***

L’amarezza italiana è quella che fa intravedere anche nei momenti migliori la prospettiva più che probabile del disastro, dello sfacelo, della caduta. E proprio con questa certezza intima i successi, le grandi imprese, i risultati imponenti. Perché è sempre attenta a iniettare in queste opere il senso e il succo del dissolvimento, e non si lascia mai sorprendere se le cose vanno bene – perché sa che stanno inevitabilmente per andare male.

L’amarezza italiana è un sentimento profondamente umanistico: “Limiti e proporzioni: ecco, per noi. E non ci sono narcotici, stimolanti, paradisi artificiali che possano liberarcene. Un uomo può gettare un ponte, semplificare i mezzi di comunicazione, non abolire le distanze, tanto meno una distanza umanamente inconoscibile come quella tra l’effimero e l’eterno. La nostra civiltà è fatta in questo modo. E perciò, da noi, tanto è difficile la via dell’arte, e la grandezza, quando è raggiunta, tanto contiene malinconica serenità” (Giuseppe Ungaretti, Ragioni d’una poesia).

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La nostra distopia culturale https://minimaetmoralia.it/cultura/la-nostra-distopia-culturale/ https://minimaetmoralia.it/cultura/la-nostra-distopia-culturale/#comments Wed, 05 Jun 2013 08:53:07 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14558 Questo articolo è uscito sul n. 26 di alfabeta2.

L’immaginario italiano come spazio concentrazionario

Nel 1961, Kurt Vonnegut pubblicò quello che è ancora oggi uno dei migliori racconti distopici di sempre. Harrison Bergeron tratteggia in poche, dense pagine una società paralizzata (in un’America “senza tempo”), in cui viene tecnicamente impedito a tutti di pensare: la gente guarda orribili e inutili programmi in tv, e per quelli un pochino più intelligenti l’Handicapper General – che tutto vigila e controlla attraverso i suoi agenti – ha predisposto un dispositivo radiofonico nelle orecchie, che a intervalli regolari trasmette allarmi, campane, esplosioni che impediscono a persone come George, il padre di Harrison, di “trarre un indebito vantaggio dal proprio cervello”. Il presupposto è che la cultura sia intrinsecamente pericolosa, dal momento che esaspera le contraddizioni invece di comporle e impedisce il conseguimento di un’agghiacciante “uguaglianza”, basata sullo spegnimento delle funzioni intellettuali e critiche. Sulla stupidità programmata.

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ettore scola-c'eravamo tanto amati (1974)

Questo articolo è uscito sul n. 26 di alfabeta2.

L’immaginario italiano come spazio concentrazionario

The year was 2081, and everybody was finally equal.

Kurt Vonnegut, Harrison Bergeron (1961)

 
I.

Nel 1961, Kurt Vonnegut pubblicò quello che è ancora oggi uno dei migliori racconti distopici di sempre. Harrison Bergeron tratteggia in poche, dense pagine una società paralizzata (in un’America “senza tempo”), in cui viene tecnicamente impedito a tutti di pensare: la gente guarda orribili e inutili programmi in tv, e per quelli un pochino più intelligenti l’Handicapper General – che tutto vigila e controlla attraverso i suoi agenti – ha predisposto un dispositivo radiofonico nelle orecchie, che a intervalli regolari trasmette allarmi, campane, esplosioni che impediscono a persone come George, il padre di Harrison, di “trarre un indebito vantaggio dal proprio cervello”. Il presupposto è che la cultura sia intrinsecamente pericolosa, dal momento che esaspera le contraddizioni invece di comporle e impedisce il conseguimento di un’agghiacciante “uguaglianza”, basata sullo spegnimento delle funzioni intellettuali e critiche. Sulla stupidità programmata.

Ecco, l’Italia degli ultimi trent’anni ha funzionato più o meno così. Nel 1982 – agli albori cioè di questa dinamica – Antonio Porta consegnò a “Nuovi Argomenti” alcune riflessioni illuminanti, chiamando esplicitamente “schizofrenia” l’incipiente e costante dissociazione italiana dalla realtà: “Italiani significa essere esposti a continue e improvvise lacerazioni, essere quasi inermi di fronte al pericolo di una schizofrenia costante. L’essere dell’italiano è fatto di sostanza schizoide. Ciò accade senza alcun sovraccarico di patetismo; nulla di meno straziante o intimo di questa schizofrenia: essa accade come ad ‘un altro’, e di fatto molti italiani vivono esattamente come se accadesse sempre ‘a un altro’. Il metafisico ‘altro’ di lacaniana memoria è utilizzato dall’essere italiano per scaricare ‘fuori’ ogni possibile disturbo privato, conseguenza dello stato di schizofrenia costante” (Schizofrenia italiana, “Nuovi Argomenti”, n. 4, terza serie, ottobre-dicembre 1982, pubbl. anche qui).

Ciò che più impressiona è che la cultura abbia svolto nel nostro Paese un ruolo del tutto analogo a quello prefigurato da Vonnegut. Invece di criticare radicalmente la realtà, spiegando chiaramente, ostinatamente e anche crudamente quello che accade, la produzione culturale italiana – quella maggioritaria, certo, e con le dovute eccezioni: ma il discorso non per questo cambia – ha scelto progressivamente di dedicarsi all’acquiescenza, supportando attivamente l’immensa opera di rimozione e negazione che nel frattempo prendeva forma in ogni settore della società.

Il problema riguarda quindi da vicino il tipo di percezione della cultura nel nostro Paese: perché ad ogni taglio (sempre più devastante di quello precedente) imposto ad un singolo settore culturale, non segue di fatto alcuna reazione dell’opinione pubblica? Dell’opinione pubblica, non degli appartenenti a quel settore, degli operatori, degli ‘addetti ai lavori’: è una domanda sgradevole, ma bisogna sul serio cominciare a porsela per capirci qualcosa. Perché negli ultimi mesi il dibattito pubblico sulla cultura si è fatto vivace e a tratti anche serio, ma nella maggior parte dei casi non sembra che ci sia un’idea abbastanza chiara di che cosa in definitiva sia questa “cultura” di cui si parla, e del perché sia così importante (a dire il vero, spesso non sembra che si avverta neanche l’esigenza di averla, un’idea del genere).

La cultura, in Italia, non è purtroppo percepita a livello diffuso come un bene primario e comune, come un servizio di cui non si possa proprio fare a meno. La cultura, anzi, è considerata al contrario nella maggior parte dei casi – con ostilità e fastidio – appannaggio di pochi, privilegio senza neanche le attrattive dei privilegi socialmente desiderabili: una produzione del tutto autoreferenziale, connessa cioè a cricche-caste-gruppetti, assolutamente non popolare (nel senso vero e profondo del termine), e per questo fondamentalmente scollegata dalla vita di ognuno, dalle proprie esigenze reali, dal mondo in cui le esistenze individuali e collettive si svolgono. La produzione culturale nazionale, cioè, tranne sporadiche eccezioni, non “racconta” più nulla di rilevante per la nostra identità, per capire chi siamo e che diavolo ci sta succedendo. Non costruisce mitografie in cui riconoscersi. Come si può dunque pretendere, con queste premesse, che un popolo intero scenda in piazza a difendere un bene che non sente come proprio, come una parte importante di se stesso? Ciò è accaduto non per caso, ma perché si è voluto che accadesse, perché si è scelto che accadesse: è sufficiente pensare a quali sono i prodotti culturali di massa che hanno formato le ultime due, tre generazioni di italiani, per capire di cosa stiamo parlando.

II.

Eppure, non è sempre stato così: pensiamo solo alla commedia italiana (Monicelli, Risi, Scola), o al cinema politico e d’inchiesta (Rosi, Petri, Damiani) dagli anni Cinquanta agli anni Settanta. Per dire, è sufficiente che consideriate a tre film come Roma bene (1971) di Carlo Lizzani, Vogliamo i colonnelli (1973) di Mario Monicelli e Signore e signori, buonanotte (1976) per avere un’idea di come questi autori – questi uomini – si relazionavano con il proprio contesto, e che cosa facevano dei materiali che la realtà (sotto gli occhi di tutti, allora come oggi: e, in molti casi, pressoché immutata) metteva a loro disposizione. Quei registi – e quegli scrittori, e quegli artisti – riuscivano a portare avanti, insieme e senza spocchia, un intero e articolato processo di costruzione identitaria, rendendolo fruibile e popolare.

Certo, c’erano anche gli scrittori, gli artisti e i registi che in pochi capivano: ma anche i loro contenuti trovavano il modo di essere veicolati, attraverso lo strumento dell’ironia (Gassman-Bruno ne Il sorpasso che dice a Trintignant-Roberto: “L’hai visto L’eclisse? Io c’ho dormito, ‘na bella pennichella… bel regista Antonioni!”; oppure Elide, la moglie di Gassman-Gianni Perego in C’eravamo tanto amati, che al culmine del suo processo di formazione intellettuale si trova a riflettere sull’incomunicabilità allestendo addirittura intere pareti di cornici vuote pre-concettuali, e dunque ancora Antonioni: cioè, a tradurre in termini culturali la sua personale assenza di comunicazione con il marito, che non l’ha mai amata). Ovviamente, c’è sempre il rischio che questa sia una versione idealizzata e ipersemplificata, ma io non credo: “[Monicelli] fingeva orrore alla sola idea che potesse volersi far considerare un artista o che qualcuno pensasse che si dava delle arie, o peggio ancora, che facesse del cinema per parlare di sé. La sua disponibilità lo fece considerare poco ‘autore’ da una critica che prendeva sul serio solo i registi che visitavano il proprio universo inconfondibile” (Masolino D’Amico, Quell’ultimo sorriso contro la retorica, “La Stampa”, 15 settembre 2012, p. 31).

Il punto è sempre quello: collegare dati, fatti, eventi, personaggi, processi storici, osservarli da vicino e produrre senso (un senso che possa essere condiviso), anche a costo di rinunciare a una fetta di “autorialità” (tutta di facciata, in ogni caso). La narrazione – coinvolgente, efficace, ulcerante, oltraggiosa – è ciò che veicola questo meccanismo. Esattamente ciò che manca, quasi del tutto, nell’Italia di oggi. Risultato: è assente la rappresentazione culturale di un’intera epoca; non esiste racconto per la nostra nuova, terrificante condizione. Quindi, non c’è ancora comprensione diffusa (e del resto, confusione e paura e bisogno di rassicurazione sono gli ingredienti imprescindibili di ogni distopia che si rispetti: ogni forma di controllo sociale si fonda cioè su periodici “due minuti d’odio”, come in 1984).

E qual è questa nostra condizione? Basta considerare con attenzione il linguaggio della distopia italiana (a suo modo, una peculiare variante di Neolingua): per Mario Monti, per esempio, i giovani italiani sono stati ridotti senza mezzi termini negli ultimi anni a “scudi umani”, alla mercé dei diversi corporativismi nazionali. La nostra si configura cioè da tempo come una distopia “generazionale”, in gran parte inedita nella storia occidentale: come ha scritto di recente Nicola Lagioia, “attraversare l’ultimo decennio è stato come vivere in casa di genitori alcolizzati. Il paragone è forte, ma è difficile trovarne uno più calzante per riunire in un’unica patologia irresponsabilità, tirannia e amorevole paternalismo in contraddizione con se stesso.” (E c’è sempre questa idea del sequestro, della costrizione in spazi claustrofobici, che sembra perseguitare e ossessionare come un fantasma attitudinale, sin dal 1978 di Moro e dal 1981 di Alfredino, la nostra società e i suoi testimoni: questo sequestro riguarda i discorsi e le interpretazioni, cioè ancora una volta la cultura, prima ancora che i beni, le risorse, le opportunità). Sono metafore crudeli, ma indubbiamente efficaci – e umilianti.

L’umiliazione collettiva è stata del resto riconosciuta da più parti come un tratto caratteristico, fondante addirittura, per comprendere ciò che è accaduto agli italiani negli ultimi decenni: “un’umiliazione che si sostanzia non solo nell’attuale assetto socioeconomico e nel relativo telaio infantilizzante che ne deriva, ma soprattutto in quella paradossale complicità che queste generazioni hanno mostrato nei confronti del telaio medesimo. Si tratta di uno stato d’animo che sembra governare il pensiero e la sensibilità degli ultimi vent’anni, un tempo sufficiente ad averne determinato la normalizzazione e quindi, almeno all’apparenza, la neutralizzazione. L’umiliazione oggi innerva di sé pratiche e immaginario e viene travestita con gli abiti del vittimismo o dell’autoironia: in entrambi i casi l’esperienza del dolore più incandescente viene in qualche modo addomesticata” (Giorgio Vasta, La narrativa dell’umiliazione, “minima&moralia”, 6 dicembre 2011).

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