Philippe Petit Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/philippe-petit/ un blog di approfondimento culturale Wed, 18 Nov 2015 14:00:45 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Philippe Petit Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/philippe-petit/ 32 32 «The Walk» e «Spectre»: la libertà in bilico sul filo https://minimaetmoralia.it/cinema/the-walk-e-spectre-la-liberta-in-bilico-sul-filo/ https://minimaetmoralia.it/cinema/the-walk-e-spectre-la-liberta-in-bilico-sul-filo/#comments Wed, 18 Nov 2015 15:30:38 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29160 Questo articolo è uscito sulla Gazzetta del Mezzogiorno, che ringraziamo.

Leggenda vuole che il padre dei fratelli Lumière giudicasse « u n’invenzione senza futuro» il cinematografo appena concepito nel 1895 a Parigi. Non è andata proprio così, il che oltretutto la dice lunga sulla perspicacia dei genitori. Non v’è dubbio infatti che il cinema sia un simulacro della macchina del tempo, ovvero quanto di più vicino si possa immaginare al sogno dell’uomo di viaggiare in epoche diverse, che si tratti di risuscitare gli spiriti del passato o di costruire un futuro allettante. Ogni tanto alcuni film giungono a ribadire questa valenza onirica eppure profondamente «realistica» del Cinema. Non sono sempre film d’autore, magari di quelli – prediletti da Woody Allen – che contengono la parola «morte» nel titolo. Anzi, spesso la resistenza immaginifica al presente «immutabile» o la scorribanda fra utopie e distopie si annida in prodotti spettacolari di massa.

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Questo articolo è uscito sulla Gazzetta del Mezzogiorno, che ringraziamo.

Leggenda vuole che il padre dei fratelli Lumière giudicasse « u n’invenzione senza futuro» il cinematografo appena concepito nel 1895 a Parigi. Non è andata proprio così, il che oltretutto la dice lunga sulla perspicacia dei genitori. Non v’è dubbio infatti che il cinema sia un simulacro della macchina del tempo, ovvero quanto di più vicino si possa immaginare al sogno dell’uomo di viaggiare in epoche diverse, che si tratti di risuscitare gli spiriti del passato o di costruire un futuro allettante. Ogni tanto alcuni film giungono a ribadire questa valenza onirica eppure profondamente «realistica» del Cinema. Non sono sempre film d’autore, magari di quelli – prediletti da Woody Allen – che contengono la parola «morte» nel titolo. Anzi, spesso la resistenza immaginifica al presente «immutabile» o la scorribanda fra utopie e distopie si annida in prodotti spettacolari di massa.

Pensate per esempio a Blade Runner di Ridley Scott e a Ritorno al futuro di Robert Zemeckis che nella prima metà degli anni Ottanta influirono non poco sulla pre-visione dei tempi, fondando modelli pop e «archetipi» che hanno fatto breccia persino nei modi di dire. In queste settimane è nelle sale l’ultimo film di Zemeckis, The Walk, una biografia del funambolo francese Philippe Petit al clou nella leggendaria impresa del 7 agosto 1974. Petit camminò per un’ora su e giù lungo un cavo sospeso tra le Torri Gemelle del World Trade Center di New York, a 400 metri dal suolo senza protezione alcuna, tranne quella dei numi delle altezze.

Gli stessi dei si distrassero l’11 settembre 2001 quando le Torri furono centrate e abbattute da due aerei controllati dai terroristi islamici. Il film è già stato recensito su queste colonne, ma qui mette conto rilevare la paradossale «nostalgia del futuro » che Zemeckis e il suo protagonista Joseph Gordon-Levitt riescono a infondere. Ovviamente The Walk non fa cenno al crollo delle Torri – l’evento mediatico più inflazionato di tutti i tempi, visto e rivisto milioni di volte -, ma è inevitabile non pensarvi. È impossibile non «riguardare» l’11 settembre 2001 con lo sguardo retrospettivo del 1974 e con la grazia «aerea» del protagonista.

All’indomani dell’attentato, lo scrittore Don DeLillo parlò di «rovine del futuro» in un articolo memorabile: «Gente che si butta dalle Torri mano nella mano. Questo fa parte della contro-narrazione, uniti mani e spirito, l’umana bellezza dentro il collidere delle reti d’acciaio. Nella defezione di ogni termine di paragone l’avvenimento si impone nella sua unicità. C’è come un vuoto nel cielo». (In The Ruins of the Future, «Harper’s Magazine», dicembre 2001). Un vuoto nel cielo, un vuoto nella terra (Ground Zero) e un vuoto sullo schermo.

Il cortometraggio del messicano Alejandro Gonzáles Iñárritu, uno degli undici registi che raccontarono il «loro» 11 settembre nell’antologia 11’09’’01, è dominato dall’oscurità, interrotta di tanto in tanto dai flash di persone in caduta «libera» dalle Twin Towers. Una rivendicazione disperata di identità: il suicidio nella strage collettiva. In sottofondo, voci confuse registrate quel giorno, imprecazioni, stupori, cronache concitate, una babele radiofonica che lentamente si sublima in una litania, un mantra, una preghiera collettiva. Iñárritu andò al cuore della questione: la necessità di inverare la realtà trasfigurata dalla fiction, la «riscoperta» del mondo. Né fu il solo ad ammantare di buio l’evento sullo schermo.

Un regista decisamente più «politico», Michael Moore, opera la stessa scelta in Fahrenheit 9/11 (2004). L’implacabile satira anti-Bush si placa nella scena dedicata alle Torri colpite e Moore lascia che siano le voci sullo schermo cupo a scandire la tragedia che provocò tremila vittime. La passeggiata beffarda e poetica nell’epilogo di The Walk, una sfida ai poliziotti e alla forza di gravità, simbolicamente «ricostruisce» pietra su pietra i grattacieli distrutti e restituisce loro una luce siderea: vivida quando è già estinta, come per le stelle e il desiderio (etimo comune). Così Zemeckis continua a desiderare il «ritorno al futuro », ossessionato dal domani che soltanto nel passato si sarebbe potuto modificare… Ah, se Osama Bin Laden avesse saputo che «la creatività è il crimine perfetto», secondo il titolo di un libro di Petit!

Per due edifici che «risorgono» sul grande schermo, eccone due che rovinano al principio e alla fine di Spectre: un vetusto palazzo a Città del Messico e una modernissima torre londinese. È il ventiquattresimo capitolo della saga di 007, diretto dal britannico Sam Mendes, con Daniel Craig ormai dubbioso persino di se stesso e perciò assai amabile. James Bond si innamora della tenebrosa gioventù di Léa Seydoux (nel film porta il nome proustiano di Madeleine Swann), sebbene non disdegni le grazie mature di Monica Bellucci, la prima Bond-Milf della serie, una vedova. Un altro mondo è possibile per 007? In Spectre la nostalgia di un futuro «alternativo » attiene al ruolo e alle modalità dei servizi segreti, ormai appannaggio di un potere super-tecnologico che preferisce intercettare/ricattare/ manipolare chicchessia rispetto alla vecchia azione sul campo. Là dove, dice Ralph Fiennes (il nuovo M), la licenza di uccidere significa parimenti «la licenza di non uccidere ». Bisogna guardare negli occhi l’antagonista prima di premere il grilletto, aggiunge il direttore del «MI6». E lo dice all’odioso «professorino», amico del ministro di turno, che sta unificando i servizi di tutto il mondo, guidato da un delirio di onnipotenza alla Grande Fratello. Il progetto prevede tra l’altro la «rottamazione» di Bond e compagni. Però 007 e i suoi amici non glielo permetteranno, sfuggendo all’esplosione del grattacielo high tech sulle rive del Tamigi. È un crollo speculare e contrario a quello delle Torri Gemelle: qui sono i servizi «deviati» a programmare l’attentato.

Ben più di quel che si vide, sostenne il filosofo francese Jacques Derrida, fu ciò che l’11 settembre 2001 non si vide ad agire in noi con inusitata violenza, lasciandoci in balia del caos. «Decostruendo » l’evento da par suo, Derrida si chiedeva: cosa è successo nei Boeing? Cosa nelle Torri? E cosa possiamo aspettarci dopo un attacco del genere? Adesso, alla sua maniera, prova a rispondere 007: dobbiamo aspettarci un deficit crescente di democrazia e u n’evanescenza della realtà che, in Spectre, riacquista i suoi contorni soltanto nel deserto marocchino. Abbiamo qualche chance? Sì, perderci negli occhi di una Madeleine o camminare su un filo con la testa fra le nuvole. Non sempre finisce male.

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Intervista a Philippe Petit https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-philippe-petit/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-philippe-petit/#comments Mon, 24 Feb 2014 06:00:51 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18216 Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Immagini: Philippe Petit, Why Knot?: How to Tie More than Sixty Ingenious, Useful, Beautiful, Lifesaving, and Secure Knots!, Harry B. Abrams) 

Si definisce un uomo delle corde e un figlio degli alberi. Alle spalle ha una carriera fatta di leggendarie traversate aeree compiute tutte quante a piedi, procedendo con talento, eleganza ed equilibro su una corda. Philippe Petit deve la propria celebrità a se stesso e alla ferma volontà di diventare quello che è. Nasce in Francia nel 1949 e già a sei anni si diletta con i giochi di magia. A dodici impara a fare il giocoliere e subito dopo il funambolo. A sedici anni è stato cacciato da nove scuole e da solo si mette a viaggiare per il mondo esibendosi come artista di strada ovunque e per chiunque. A diciotto decide di camminare tra le Torri Gemelle. A ventiquattro lo fa. Il 7 agosto del 1974 Philippe Petit, destinato a diventare il funambolo più celebre al mondo, attraversa più volte su una corda e per ben quarantacinque minuti di fila lo spazio tra le due Torri Gemelle. Le immagini di quella traversata percorrono lo spazio e il tempo, conquistando nel 2008 un Oscar insieme al film di James Marsh Man on Wire (Feltrinelli Real Cinema) tratto dal libro Toccare le nuvole (Ponte alle Grazie) in cui in prima persona Petit di quell’eroica impresa raccontava accuratamente la storia. Negli anni, oltre a traversare gli spazi, ha imparato a praticare l’arte dello scasso, a conoscere i vini francesi, gli scacchi e la tecnica settecentesca della carpenteria in legno. Abita tra Catskills, in una casa bellissima che si chiama Cable House, e New York, dove da anni è artista residente alla Cattedrale di Saint John the Divine. Nel tempo libero scrive e disegna.

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Immagini: Philippe Petit, Why Knot?: How to Tie More than Sixty Ingenious, Useful, Beautiful, Lifesaving, and Secure Knots!, Harry B. Abrams) 

Si definisce un uomo delle corde e un figlio degli alberi. Alle spalle ha una carriera fatta di leggendarie traversate aeree compiute tutte quante a piedi, procedendo con talento, eleganza ed equilibro su una corda. Philippe Petit deve la propria celebrità a se stesso e alla ferma volontà di diventare quello che è. Nasce in Francia nel 1949 e già a sei anni si diletta con i giochi di magia. A dodici impara a fare il giocoliere e subito dopo il funambolo. A sedici anni è stato cacciato da nove scuole e da solo si mette a viaggiare per il mondo esibendosi come artista di strada ovunque e per chiunque. A diciotto decide di camminare tra le Torri Gemelle. A ventiquattro lo fa. Il 7 agosto del 1974 Philippe Petit, destinato a diventare il funambolo più celebre al mondo, attraversa più volte su una corda e per ben quarantacinque minuti di fila lo spazio tra le due Torri Gemelle. Le immagini di quella traversata percorrono lo spazio e il tempo, conquistando nel 2008 un Oscar insieme al film di James Marsh Man on Wire (Feltrinelli Real Cinema) tratto dal libro Toccare le nuvole (Ponte alle Grazie) in cui in prima persona Petit di quell’eroica impresa raccontava accuratamente la storia. Negli anni, oltre a traversare gli spazi, ha imparato a praticare l’arte dello scasso, a conoscere i vini francesi, gli scacchi e la tecnica settecentesca della carpenteria in legno. Abita tra Catskills, in una casa bellissima che si chiama Cable House, e New York, dove da anni è artista residente alla Cattedrale di Saint John the Divine. Nel tempo libero scrive e disegna.


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Di libri oggi Philippe Petit ne ha scritti nove, a cominciare da quel preziosissimo Trattato di funambolismo (sempre Ponte alle Grazie, con prefazione di Paul Auster e una nota di Werner Herzog) in cui illuminato scriveva: “Siete funamboli, non dovete restare a lungo senza le grandi altezze”. E poi, illuminante: “Non dovete cadere”. L’ultimo libro si chiama Why Knots? How to Tie More Than Sixty Ingenious, Useful, Beautiful, Lifesaving, and Secure Knots!(Abrams Image, 19,95 $), è uscito pochi mesi fa in America ed è un incrocio tra un manuale, un memoir e un libro disegnato. Piccolo e quadrato, con una tasca in copertina che racchiude un cordino rosso (per il lettore, perché impari anche lui a fare i nodi), in duecentocinquanta pagine in parte scritte e in parte illustrate, Petit spiega le ragioni del proprio attaccamento (a tratti si direbbe anche sentimentale) ai nodi, per poi raccontare con parole, bellissimi disegni e aneddoti i nodi per lui fondamentali. “Una raccolta originale e molto personale”, la definisce, non completa ma selettiva. “Più nodi ho imparato a fare più sono diventato selettivo”, dice a un certo punto del libro, insistendo soprattutto sulla necessità di semplicità ed eleganza. Nel fare i nodi come in ogni altra cosa della vita.

Lei ci tiene proprio a che tutto sia semplice ed elegante. Due caratteristiche che sembrano appartenere più al secolo scorso che a questo mondo contemporaneo…

Ha perfettamente ragione. Il mondo diventa sempre più complicato, e spesso senza che ce ne sia la necessità. Finisci per rimpiangere la semplicità di quando a svegliarci era il sorgere del sole e al tramonto si sapeva che era l’ora di andare a dormire. La gente si ostina a manipolare la natura, a trasformarla in qualcosa di altro perdendo di vista semplicità ed eleganza.

Perché sono così importanti per lei?

Sono importanti, e non solo per me, perché servono a risolvere i problemi. Mi piacerebbe un giorno essere nominato ambasciatore della semplicità e dell’eleganza.

Da anni ha lasciato l’Europa per gli Stati Uniti. Trova che siano più semplici ed eleganti?

Probabilmente no. Probabilmente in Europa c’è più ingenuità e semplicità, ma l’andare in direzione contraria, verso la complessità, temo sia una cosa universale. Forse l’unica oasi dove ancora sopravvivono eleganza e semplicità è l’arte. Nell’arte, o nel design, è più facile distinguere tra ciò che è semplice ed elegante e ciò che non lo è.

Perché allora ha deciso di vivere in America?

Non è stata una scelta. Dopo la traversata delle Twin Towers mi sono arrivate proposte su proposte di libri, altre traversate, film. Tutte dall’America. E così ho finito per stare più tempo qua che altrove. Ma ammetto che la Francia non mi manca affatto. Mi mancano gli amici che sono lì, ma non la Francia. Di fatto sono un viaggiatore, mi mancano più i posti che non conosco o dove sto solo di passaggio, l’Australia, l’Asia…

Essere di passaggio sembra essere una delle cose che la definisce.

Sì, ma non del tutto. Essere di passaggio da un progetto all’altro, per esempio, quando non sai bene cosa comincerai, è una cosa che detesto. Per me quei momenti è come se non esistessero. E anche nei viaggi, il mio unico obiettivo è arrivare da qualche parte, non è stare a metà che mi piace.

Adesso a cosa lavora?

Al mio decimo libro che è sulla creatività, il titolo è Creativity: The Perfect Crime. E poi a un one man show, ad altri film, a una traversata che farò sull’Isola di Pasqua e a un’altra che farò a Bryant Park, dal parco all’edificio della New York Public Library, per portare la gente dentro la biblioteca e in mezzo ai libri.

Quanto tempo le occorre per preparare una traversata?

Dipende. Non è la stessa cosa fare una traversata tra due montagne o tra due edifici, e anche se sono sempre due edifici non è mai la stessa cosa. Dipende se è un teatro dell’opera o una chiesa. Mi piace relazionarmi con l’edificio che ho davanti, costruire intorno un contesto, raccontarne in qualche modo la storia.

Come si prepara?

Anche lì, non sempre allo stesso modo. Faccio sempre tre ore al giorno di allenamento fisico, di camminate sul filo, ma questo indipendentemente dal fatto che stia preparando una traversata. È l’unica costante delle mie giornate.

Disegna spesso?

Sì, ho iniziato a disegnare a sei anni e ho avuto la fortuna di studiare disegno per dieci anni in un’ottima scuola. Ho imparato moltissimo da bambino, e soprattutto ho preso l’abitudine di viaggiare portandomi dietro matita e taccuino. Quando viaggio disegno sempre. E anche per scrivere Why Knots? ho passato le giornate a disegnare.

Più complicato disegnarlo che scriverlo?

Disegnarlo è stata la sfida più grossa. E la complicazione sta nel dovere raccontare ogni nodo passo per passo scrivendo e disegnando. Se devi insegnare a qualcuno come si fa a fare un nodo di solito glielo fai vedere, fai tu il nodo e l’altro ti imita. Così invece devi scomporre in tanti piccoli gesti quello che hai sempre considerato un unico gesto.

Anche la preparazione alle sue traversate è una cosa disegna sempre?

Sì, lì disegno tutto. Disegno i punti di ancoraggio. Disegno l’attrezzatura di cui avrò bisogno. Disegno per gli ingegneri e gli architetti che lavorano per me. Se bisogna fabbricare qualcosa ex novo sono io a fare disegni per chi poi la fabbricherà. Disegnare mi serve a capire.

Ci sono nodi che ha imparato in mare?

No, amo il mare ma non lo frequento moltissimo. Ne ho un immenso rispetto ma confesso che mi ha sempre messo paura. Mi capita di andare in barca con amici ma sempre con questa paura costante.

Cosa le mette paura del mare?

L’immensità. E il fatto di non sapere nuotare bene. E poi quando non tocco coi piedi ho paura.

In una conversazione con Werner Herzog ha detto che il cinema è un media menzognero, che la verità di fatto merita più della pura registrazione dei fatti. Con i libri è diverso?

No, anche se dipende sempre da come fai le cose. Scrivere un libro è come dirigere un film. Devi avere un tuo punto di vista, devi lavorare con un’altra persona, editor o montatore che sia, e sei esposto alle critiche. Quanto il risultato sia menzognero è da te che dipende.

Non ha mai pensato di dirigere un film?

Sì, mi piacerebbe moltissimo.

E non ha mai diretto niente?

Sì, ma solo per il teatro, e sempre piccole produzioni per studenti nelle scuole di teatro.

Passa molto tempo a leggere?

No. Leggo ma non sempre. Anche con la lettura evito l’abitudine, e se leggo un libro è solo perché è uno di quelli che non riesci a mollare.

Per esempio?

Mi piacciono molto i libri che parlano del linguaggio, e uno dei miei più amati è The Elements of Style di William Strunk, Jr. E di recente ho letto un libro bellissimo che si chiama 102 minuti e racconta dettagliatamente i 102 minuti trascorsi dall’attacco alle Torri Gemelle al crollo della seconda torre.

Lei probabilmente è l’unica persona a cui le Torri Gemelle mancano come fossero persone…

Sì, ha ragione, e questo perché credo di essere l’unica persona ad averle amate come persone. Ne ero totalmente innamorato. Ho passato anni a preparare quella traversata e alla fine le conoscevo così bene che per me erano come persone di famiglia. E adesso mi mancano.

Non ha pensato di tornare a scriverne?

No, non credo che la mancanza che ho delle Torri interessi a qualcuno. La cosa più interessante che avevo da dire sull’argomento era come ho preparato e fatto la traversata, e l’ho detto in Toccare le nuvole. La mia storia con le Torri Gemelle è tutta lì.

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#onebook https://minimaetmoralia.it/letteratura/onebook/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/onebook/#comments Tue, 21 Jan 2014 22:30:06 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=17735 La scomparsa di certi libri mi preoccupa. Mi preoccupa così tanto che ci sono giorni che vado a comprare classici che non avrò mai tempo di leggere o che ho già letto perché così magari le librerie vedono che vendono e non li eliminano dagli scaffali. E ci sono notti che me li sogno. Sogno i libri.

Questa mia preoccupazione per la scomparsa dei libri è cominciata un paio di mesi fa. È andata così: una mattina sono andata a vedere al cinema La vita di Adele di Abdellatif Kechiche. In una delle prime scene del film, e poi anche più avanti, Adele legge La vie de Marianne di Marivaux. Finito il film sono uscita dal cinema e sono andata alla Feltrinelli più vicina a cercare La vie de Marianne di Marivaux. Negli scaffali Marivaux non c'era. Non c'era La Vie de Marianne, ma non c'era nemmeno Il trionfo dell'amore, che è un libro che quando l'ho letto ho amato moltissimo e ogni tanto ho anche regalato. Di Marivaux alla Feltrinelli non c'era proprio un bel niente. Ho chiesto al commesso. Ha cercato con me nello scaffale e niente. Poi è andato al computer, ha scritto Marivaux, e anche lì non è uscito fuori niente. Mi ha guardato e ha detto: Marivaux non c'è più. Ha aggiunto: si vede che non vendeva. Io da quel giorno penso spesso a Marivaux.

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(Fonte immagine)

La scomparsa di certi libri mi preoccupa. Mi preoccupa così tanto che ci sono giorni che vado a comprare classici che non avrò mai tempo di leggere o che ho già letto perché così magari le librerie vedono che vendono e non li eliminano dagli scaffali. E ci sono notti che me li sogno. Sogno i libri.

Questa mia preoccupazione per la scomparsa dei libri è cominciata un paio di mesi fa. È andata così: una mattina sono andata a vedere al cinema La vita di Adele di Abdellatif Kechiche. In una delle prime scene del film, e poi anche più avanti, Adele legge La vie de Marianne di Marivaux. Finito il film sono uscita dal cinema e sono andata alla Feltrinelli più vicina a cercare La vie de Marianne di Marivaux. Negli scaffali Marivaux non c’era. Non c’era La Vie de Marianne, ma non c’era nemmeno Il trionfo dell’amore, che è un libro che quando l’ho letto ho amato moltissimo e ogni tanto ho anche regalato. Di Marivaux alla Feltrinelli non c’era proprio un bel niente. Ho chiesto al commesso. Ha cercato con me nello scaffale e niente. Poi è andato al computer, ha scritto Marivaux, e anche lì non è uscito fuori niente. Mi ha guardato e ha detto: Marivaux non c’è più. Ha aggiunto: si vede che non vendeva. Io da quel giorno penso spesso a Marivaux.

Qualche anno fa il Club del Libro Norvegese (quello che decide a chi dare il Premio Nobel) ha chiesto a cento scrittori famosi di segnalare i loro dieci libri preferiti per poi fare una lista dei cento libri migliori di ogni tempo. Per ripetere l’esperimento a modo mio venerdì scorso ho chiesto su Facebook e su Twitter di segnalare un solo libro preferito.

L’ho chiesto su Facebook e su Twitter, perché non è sempre vero che i social network siano postacci. I social network certe volte sono postacci, altre volte sono bei posti pieni di gente che legge, e che legge bei libri. Dipende dalla gente che frequenti. Per esempio, quando venerdì ho chiesto di scrivere un libro, che fosse un libro soltanto, un libro preferito, hanno scritto (quasi) tutti dei libri bellissimi. Il più preferito degli altri è stato Rayuela Il gioco del mondo di Cortazar, che l’hanno scelto in sette, e se non l’avete letto dovreste leggerlo subito. Poi c’erano sei volte Cime tempestose di Emily Bronte, La strada di Cormac McCarthy e Lolita di Nabokov.

Cinque: Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen, Viaggio al termine della notte di Louis-Ferdinand Céline, Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald, Cent’anni di solitudine di Gabriel Garcia Marquez, Alla ricerca del tempo perduto di Marcel Proust, Infinite Jest di David Foster Wallace, Le onde di Virginia Woolf. Quattro: Il maestro e Margherita di Michail Bulgakov, Morte a credito di Louis-Ferdinand Céline, L’idiota di Fëdor Dostoevskij, Chiedi alla polvere di John Fante, Una questione privata di Beppe Fenoglio, Trilogia della città di K. di Agota Kristof, Il giovane Holden di J.D. Salinger, Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar. Tre: La vita agra di Luciano Bianciardi, I detective selvaggi di Roberto Bolaño, Le città invisibili di Italo Calvino, La peste di Albert Camus, Don Chisciotte della Mancia di Miguel de Cervantes, Delitto e castigo e I fratelli Karamazov di Fëdor Dostoevskij, Tenera è la notte di Francis Scott Fitzgerald, Moby Dick di Herman Melville, 1984 di George Orwell, Il libro dell’inquietudine di Fernando Pessoa, Pastorale americana di Philip Roth, Testimone a Gezi Park di Luca Tincalla, Anna Karenina di Lev Tolstoj.

Due volte ce n’erano un sacco (la lista completa è in fondo al pezzo). Era tutta una roba virtuale, però si respirava l’aria che si dovrebbe respirare dentro le librerie e nelle scuole. Meglio: si parlava di libri che dovrebbero essere nelle librerie e nelle scuole. E certe volte, in certe librerie, in certe scuole, se ne parla, altre volte no. Allora ho pensato: se dieci professori di liceo di dieci città diverse o anche della stessa città, per una di quelle coincidenze che ogni tanto capitano, senza sapere niente l’uno dell’altro, chiedessero a classi mettiamo di venticinque studenti di comprare Marivaux per leggerlo e discuterne. E se questi duecentocinquanta studenti andassero da Feltrinelli (Feltrinelli diverse, in città diverse) a cercarlo. E i commessi di Feltrinelli si ritrovassero con duecentocinquanta richieste in un solo giorno di Marivaux che però è scomparso anche dai magazzini. Ecco, ho pensato: che cosa succederebbe?

Il trionfo dell’amore di Marivaux non è tra i libri preferiti di nessuno di quelli a cui ho chiesto. Però io penso sempre che qualcuno lo preferisce. Lo preferisce a certi best-seller che li provi a leggere per capire perché vendono tanto e poi finisci che li bruci nel camino (mi è capitato). Marivaux lo leggi e non lo bruceresti mai. Anzi, lo leggi e lo regali a quelli a cui vuoi bene.

I libri segnano la nostra vita sentimentale. E in più di una maniera. A casa mia, per esempio, per dirci le cose di sentimento ci scambiamo i libri. Sarebbe bello che queste cose di sentimento ce le dicessimo pure a voce, o anche scritte nelle lettere (ogni tanto mia madre lo fa, scrive delle lettere a me e mia sorella piene di sentimento, di questo le sono grata e ogni tanto lo faccio anch’io), ma siamo abituati così: le cose di sentimento le troviamo scritte sui libri e ce le spediamo. Abitando in città e continenti diversi questi nostri libri così hanno girato mezzo mondo. Secondo la mia visione delle cose sono dei libri felici. Poi ci sono i libri sentimentali dei fidanzati, degli amici, delle persone che mi piacciono. I libri belli li regalo alle persone a cui voglio bene. Non per sedurle, ma per affetto. Alcuni dei miei libri preferiti me li ha consigliati indirettamente Bob Dylan, che è una delle mie persone preferite, e da ragazzo (lo so dalle biografie) amava molto La dea bianca di Robert Graves e L’anima buona del Sezuan di Brecht. Se non li avete letti dovreste leggerli entrambi. Dovreste leggere anche il mio preferito, Don Chisciotte. Che è una storia d’amore e di libri, le due ragioni per cui sono qui che scrivo questa cosa.

E adesso una lista, per punteggio e in ordine d’autore. Sono tutti i libri che amici e sconosciuti hanno scritto quando ho chiesto di scegliere un solo libro preferito. Sceglierne uno soltanto costringe a escluderne tanti, è vero, ma diventa una scelta sentimentale e mai di vanità. Di fatto di libri belli ne mancano e ne mancherebbero comunque tantissimi. Non c’è Fahrenheit 451 di Ray Bradbury, che racconta benissimo questa mia preoccupazione che non mi fa dormire. Non c’è Il trionfo dell’amore di Marivaux, che però nel frattempo è stato ristampato e speriamo che qualche editore illuminato traduca e pubblichi presto anche La Vie de Marianne. Non ci sono Il gioco del chiedere di Peter Handke e Trattato di funambolismo di Philippe Petit, che hanno contribuito a modo loro alla mia educazione sentimentale e sono due libri bellissimi. C’è in mezzo anche qualche libro bruttino e qualcuno proprio di merda (pochi per fortuna). Avrei amato cancellarli ma la censura non è mai una cosa bella. Bello sarebbe se dopo avere letto questa lista di libri ne sceglieste uno, a caso o a sentimento, e lo leggeste. Sarebbe bellissimo se ne leggeste più di uno, ma di questi tempi ce ne facciamo bastare uno. Suona abbastanza retorico ma lo scrivo comunque: leggere un libro è l’unico modo per non farlo scomparire.

La lista

sette preferenze

Rayuela. Il gioco del mondo di Julio Cortázar

sei preferenze

Cime tempestose di Emily Brontë

La strada di Cormac McCarthy

Lolita di Vladimir Nabokov

cinque preferenze

Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen

Viaggio al termine della notte di Louis-Ferdinand Céline

Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald

Cent’anni di solitudine di Gabríel Gárcia Marquez

Alla ricerca del tempo perduto di Marcel Proust

Infinite Jest di David Foster Wallace

Le onde di Virginia Woolf

quattro preferenze

Il maestro e Margherita di Michail Bulgakov

Morte a credito di Louis-Ferdinand Céline

L’idiota di Fëdor Dostoevskij

Chiedi alla polvere di John Fante

Una questione privata di Beppe Fenoglio

Trilogia della città di K. di Agota Kristof

Il giovane Holden di J.D. Salinger

Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar

tre preferenze

La vita agra di Luciano Bianciardi

I detective selvaggi di Roberto Bolaño

Le città invisibili di Italo Calvino

La peste di Albert Camus

Don Chisciotte della Mancia di Miguel de Cervantes

Delitto e castigo di Fëdor Dostoevskij

I fratelli Karamazov di Fëdor Dostoevskij

Tenera è la notte di Francis Scott Fitzgerald

Moby Dick di Herman Melville

1984 di George Orwell

Il libro dell’inquietudine di Fernando Pessoa

Pastorale americana di Philip Roth

Testimone a Gezi Park di Luca Tincalla

Anna Karenina di Lev Tolstoj

due preferenze

2666 di Roberto Bolaño

Finzioni di Jorge L. Borges

Panino al prosciutto di Charles Bukowski

Un amore di Dino Buzzati

Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino

La caduta di Albert Camus

L’avversario di Emmanuel Carrère

Underworld di Don DeLillo

La terra desolata di Thomas S. Eliot

American Tabloid di James Ellroy

Che tu sia per me il coltello di David Grossman

Il vecchio e il mare di Ernest Hemingway

Narciso e Boccadoro di Hermann Hesse

Racconti notturni di E.T.A. Hoffmann

Ulisse di James Joyce

Il castello di Franz Kafka

Mucho Mojo di Joe R. Lansdale

Il buio oltre la siepe di Harper Lee

I canti di Giacomo Leopardi

Martin Eden di Jack London

La montagna magica di Thomas Mann

Menzogna e sortilegio di Elsa Morante

Racconti di Alice Munro

La vita istruzioni per l’uso di Georges Perec

Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta di Robert M. Pirsig

La versione di Barney di Mordecai Richler

Il teatro di Sabbath di Philip Roth

L’arte della gioia di Goliarda Sapienza

Il vangelo secondo Gesù di José Saramago

Il profumo di Patrick Süskind

La ragazza dai capelli strani di David Foster Wallace

Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde

Revolutionary Road di Richard Yates

una preferenza

La Bibbia

I Ching. Il Libro dei Mutamenti

I Vangeli

Guida galattica per gli autostoppisti di Douglas Adams

Open di Andre Agassi

Lettere dalla Kirghisia di Silvano Agosti

Il biglietto stellato di Vasilij Aksënov

Orti di guerra di Edoardo Albinati

Gabriella garofano e cannella di Jorge Amado

L’informazione di Martin Amis

Money di Martin Amis

Il racconto dell’ancella di ‪Margaret Atwood

Il taccuino rosso di Paul Auster

Trilogia di New York di Paul Auster

Il gabbiano Jonathan Livingston di Richard Bach

Malina di Ingeborg Bachmann

Super-Cannes di J.G. Ballard

Le avventure di Augie March di Saul Bellow

Herzog di Saul Bellow

Il re della pioggia di Saul Bellow

L’inconfondibile tristezza della torta al limone di Aimee Bender

Comici spaventati guerrieri di Stefano Benni

Terra! di Stefano Benni

Uscire da ogni inganno di Angelo Benolli

La cantina. Una via di scampo di Thomas Bernhard

Correzione di Thomas Bernhard

Il male oscuro di Giuseppe Berto

di Luther Blissett

Lettere dall’Africa (1914-1931) di Karen Blixen

Il Decamerone di Giovanni Boccaccio

Foto di gruppo con signora di Heinrich Böll

Correva l’anno del nostro amore di Caterina Bonvicini

Oral di Jorge L. Borges

Donne di Charles Bukowski

Pulp di Charles Bukowski

Storie di ordinaria follia di Charles Bukowski

Come una bestia feroce di Edward Bunker

Dei miei sospiri estremi di Luis Buñuel

Vita standard di un venditore provvisorio di collant di Aldo Busi

Il suono della mia voce di Ron Butlin

Il deserto dei tartari di Dino Buzzati

Le storie dipinte di Dino Buzzati

Mildred Pierce di James M. Cain

L’ultima estate in città di Gianfranco Calligarich

Il barone rampante di Italo Calvino

Lezioni americane di Italo Calvino

Un giorno questo dolore ti sarà utile di Peter Cameron

La vampa d’agosto di Andrea Camilleri

Lo straniero di Albert Camus

Autobiografia di un baro di Luca Canali

La lingua salvata. Storia di una giovinezza di Elias Canetti

A sangue freddo di Truman Capote

Sicilian Tragedi di Ottavio Cappellani

Parenti lontani di Gaetano Cappelli

Limonov di Emmanuel Carrère

Cattedrale di Raymond Carver

La ragazza di Bube di Carlo Cassola

Veronika decide di morire di Paulo Coelho

Vergogna di J.M. Coetzee

Cuore di tenebra di Joseph Conrad

La linea d’ombra di Joseph Conrad

Lord Jim di Joseph Conrad

Il canto delle sirene di Maria Corti

Le ore di Michael Cunningham

Il GGG di Roald Dahl

Il Monte Analogo di René Daumal

Il giorno dei morti di Maurizio De Giovanni

Robinson Crusoe di Daniel Defoe

Rumore bianco di Don DeLillo

Il torto del soldato di Erri De Luca

Un oscuro scrutare di Philip K. Dick

Tempo fuor di sesto di Philip K. Dick

Tutti i racconti di Philip K. Dick

Ubik di Philip K. Dick

L’uomo nell’alto castello di Philip K. Dick

Grandi speranze di Charles Dickens

Il nostro comune amico di Charles Dickens

Diglielo da parte mia di Joan Didion

La dama delle camelie di Alexandre Dumas

Occhi blu, capelli neri di Marguerite Duras

La vita materiale di Marguerite Duras

La promessa di Friedrich Dürrenmatt

Magic Kingdom di Stanley Elkin

American Psycho di Bret Easton Ellis

Glamorama di Bret Easton Ellis

Momo di Michael Ende

La simmetria dei desideri di Nevo Eshkol

Middlesex di Jeffrey Eugenides

Un uomo di Oriana Fallaci

Assalonne, Assalonne! di William Faulkner

Mentre morivo di William Faulkner

L’urlo e il furore di William Faulkner

La malora di Beppe Fenoglio

Madame Bovary di Gustave Flaubert

Lo stato delle cose di Richard Ford

Libertà di Jonathan Franzen

Homo faber di Max Frisch

L’amante senza fissa dimora di Fruttero & Lucentini

La cognizione del dolore di Carlo Emilio Gadda

American Gods di Neil Gaiman

Il corpo di Umberto Galimberti

Per dieci minuti di Chiara Gamberale

La vita davanti a sé di Romain Gary

I falsari di André Gide

Le affinità elettive di Johann Wolfgang Goethe

Vita e destino di Vasilji Grossman

La felicità araba di Shady Hamadi

La donna mancina di Peter Handke

La ripetizione di Peter Handke

Il danno di Josephine Hart

La parete di Marlen Haushofer

Fanteria dello spazio di Robert A. Heinlein

Krazy Kat di George Harriman

Creature grandi e piccole di James Herriot

Riddley Walker di Russell Hoban

La figlia dell’altra di A.M. Homes

Alta fedeltà di Nick Hornby

Il cacciatore di aquiloni di Khaled Hosseini

Le particelle elementari di Michel Houellebecq

La possibilità di un’isola di Michel Houellebecq

Inserzione per una casa in cui non voglio più abitare di Bohumil Hrabal

Ho servito il re d’Inghilterra di Bohumil Hrabal

I miserabili di Victor Hugo

Quello che ho amato di Siri Hustvedt

Ricordi, sogni, riflessioni di Carl G. Jung

It di Stephen King

Mucchio d’ossa di Stephen King

Clessidra di Danilo Kiš

Princess Daisy di Judith Krantz

Ieri di Agota Kristof

L’altra parte. Un romanzo fantastico di Alfred Kubin

Hotel New Hampshire di John Irving

Le due zitelle di Tommaso Landolfi

Devozione di Antonella Lattanzi

Io ero l’Africa di Roberta Lepri

Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi

Tutti i romanzi e i racconti di Howard P. Lovecraft

Il testamento francese di Andreï Makine

Il commesso di Bernard Malamud

Le vite di Dubin di Bernard Malamud

Le braci di Sándor Márai

Epistolario. Le lettere a John Middleton Murry 1913-1922 di Katherine Mansfield

Tutti i racconti di Katherine Mansfield

L’autunno del patriarca di Gabríel Gárcia Marquez

Io sono leggenda di Richard Mateson

Tutti i racconti di Richard Mateson

Meridiano di sangue Cormac McCarthy

Le mille luci di New York di Jay McInerney

Eureka Street di Robert McLiam Wilson

Winnie-the-Pooh di A.A. Milne

I ragazzi della via Pal di Ferenc Molnar

Aracoeli di Elsa Morante

Canti del caos di Antonio Moresco

La scimmia nuda di Desmond Morris

Dissipatio H.G. di Guido Morselli

Accabadora di Michela Murgia

Il giovane Törless di Robert Musil

Norwegian Wood. Tokyo Blues di Haruki Murakami

L’uccello che girava le viti del mondo di Haruki Murakami

Ada o ardore di Vladimir Nabokov

Suite francese di Irène Némirovsky

Diari di Anaïs Nin

A volte ritorno di John Niven

Odissea di Omero

Il cardillo addolorato di Anna Maria Ortese

Il porto di Toledo di Anna Maria Ortese

Ricorda con rabbia di John Osborne

Le metamorfosi di Ovidio

Boccalone: storia vera piena di bugie di Enrico Palandri

Tanta vita di Alejandro Palomas

Tra donne sole di Cesare Pavese

Pedro Páramo di Juan Rulfo

Sillabari di Goffredo Parise

Respirazione artificiale di Ricardo Piglia

L’uomo dal fiore in bocca di Luigi Pirandello

Buona Apocalisse a tutti! di Terry Pratchett e Neil Gaiman

Il diavolo in corpo di Raymond Radiguet

Praga magica di Angelo Maria Ripellino

Piccola guerra lampo per radere al suolo la Sicilia di Giuseppe Rizzo

Il riposo del guerriero di Christiane Rochefort

L’opera poetica di Amelia Rosselli

Fuga senza fine. Una storia vera di Joseph Roth

L’animale morente di Philip Roth

Everyman di Philip Roth

Patrimonio di Philip Roth

Sopra eroi e tombe di Ernesto Sabato

Nove racconti di J.D. Salinger

Cecità di José Saramago

Storia dell’assedio di Lisbona di José Saramago

La zattera di pietra di José Saramago

La nausea di Jean-Paul Sartre

L’invenzione dei giovani di Jon Savage

Oscar e la dama in rosa di Eric-Emmanuel Schmitt

Le botteghe color cannella di Bruno Schulz

Peanuts di Charles M. Schulz

La scomparsa di Majorana di Leonardo Sciascia

Ultima fermata Brooklyn di Hubert Selby Jr.

Macbeth di William Shakespeare

Frankenstein di Mary Shelley

Fontamara di Ignazio Silone

Il borgomastro di Furnes di Georges Simenon

La finestra di fronte di Georges Simenon

Tre camere a Manhattan di Georges Simenon

Zoo o lettere non d’amore di Viktor Sklovskij

La tristezza degli angeli di Jón Kalman Stefánsson

Autobiografia di tutti di Gertrude Stein

Furore di John Steinbeck

L’inverno del nostro scontento di John Steinbeck

Vita e opinioni di Tristram Shandy, gentiluomo di Laurence Sterne

Bone di Jeff Smith

I ragazzi Burgess di Elizabeth Strout

La coscienza di Zeno di Italo Svevo

Dio di illusioni di Donna Tartt

The White Hotel di D M Thomas

Guerra e pace di Lev Tolstoj

Sonata a Kreutzer di Lev Tolstoj

Altri libertini di Pier Vittorio Tondelli

Una banda di idioti di John Kennedy Toole

Con totale abnegazione di Tristan Tzara

I principi demoni di Jack Vance

Avventure della ragazza cattiva di Mario Vargas Llosa

L’ombra e la grazia di Simone Weil

La casa della gioia di Edith Wharton

L’età dell’innocenza di Edith Wharton

Il potere del cane di Don Winslow

Cassandra di Christa Wolf

Il cielo diviso di Christa Wolf

Il fucile da caccia di Inoue Yasushi

L’amante di Abraham Yehoshua

Amrita di Banana Yoshimoto

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