Piemme Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/piemme/ un blog di approfondimento culturale Mon, 18 Feb 2013 16:36:35 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Piemme Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/piemme/ 32 32 Incubo manoscritti https://minimaetmoralia.it/editoria/incubo-manoscritti/ https://minimaetmoralia.it/editoria/incubo-manoscritti/#comments Mon, 18 Feb 2013 16:36:35 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13136 Questo pezzo è uscito su IL. (Immagine: Giant Wall Book di Anouk Kruithof.)

di Andrea Gentile

Uno propone il suo romanzo fantasy alla Laterza. Un altro propone il suo saggio sulla neuroscienza alla Piemme. È mitologica, temuta dagli editor, fonte di incubi ma anche di effetti esilaranti: è la figura del «manoscrittaro».

È la solita storia: per sentirsi scrittori basta guardare la luna. Guardi la luna; dunque sei profondo; dunque sei uno scrittore.

Poi però, dopo il duro lavoro, bisogna trovare un editore. E qui nasce la nota e irredimibile figura del «manoscrittaro».

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Questo pezzo è uscito su IL. (Immagine: Giant Wall Book di Anouk Kruithof.)

di Andrea Gentile

Uno propone il suo romanzo fantasy alla Laterza. Un altro propone il suo saggio sulla neuroscienza alla Piemme. È mitologica, temuta dagli editor, fonte di incubi ma anche di effetti esilaranti: è la figura del «manoscrittaro».

È la solita storia: per sentirsi scrittori basta guardare la luna. Guardi la luna; dunque sei profondo; dunque sei uno scrittore.

Poi però, dopo il duro lavoro, bisogna trovare un editore. E qui nasce la nota e irredimibile figura del «manoscrittaro».

Innumerevoli sono le armi che costui utilizza per convincere gli editor a pubblicare il suo libro. Tra le tante, l’originalità. Il suo stile è differente dagli altri manoscrittari; è importante distinguersi.

Fenomenologicamente, c’è il «manoscrittaro Nobel»: è quello che è arrivato terzo al premio Cazzabubbola di Sant’Agapito, motivo per cui la sua strada letteraria è irrefutabilmente in discesa. C’è il «manoscrittaro visionario»: «Ciao, sono il tuo amico Carlo, ci siamo conosciuti ieri sera alla presentazione di un libro della tua casa editrice. A essere sincero – gli scrittori come me sono sinceri non solo sulla carta, anche nella vita! – non ci siamo conosciuti, ma io ti ho guardato intensamente, e mi sembra di conoscerti benissimo; per questo sono convinto che apprezzerai il mio romanzo postmoderno Le onde degli angeli verdi!». Immancabile il «manoscrittaro analfabeta». Egli propone sinossi di questo tipo: «Racchiusa in una cornice strabiliante dove la morte e romanzo, si coniugano per spiegare una vita percorsa da note romantiche». Non manca, naturalmente, il «manoscrittaro stalker», figura che può comunque confluire nelle precedenti: è colui che assedia l’editor su tutti i social network e poi persino sotto casa. Citofona alle due del mattino e dice all’editor: «Sono Tonino, leggimi ora!».

Ma siamo in epoca di self-publishing. La pratica è comoda, rapida, soddisfacente. E salvifica: si elude, con una piroetta impacciata, il giudizio drastico dell’editore.

Lulu e il Miolibro.it hanno segnato la strada. E ora anche i grandi gruppi editoriali si tuffano nel mondo dell’autopubblicazione (per esempio la Mondadori, con un progetto affidato all’editor Edoardo Brugnatelli). Nasce dunque il «manoscrittaro selfpublishing».  Figura contraddittoria; la sua essenza – essere appunto un manoscrittaro – si dissolve in un lampo. Il tempo di pagare, e dunque tramutare il suo manoscritto in libro o ebook. Il suo ego crescerà fino ad annientare tutti i precedenti manoscrittari? O resisteranno comunque i manoscrittari Nobel, i visionari, gli analfabeti, gli stalker? Noi speriamo di sì. D’altronde, sono quelli più sani: in fondo, sono solo alla ricerca di un sano «NO».

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Terroni https://minimaetmoralia.it/libri/terroni/ https://minimaetmoralia.it/libri/terroni/#comments Thu, 29 Jul 2010 07:45:55 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=2776 Tra le tante urla lanciate contro i 150 anni dell’Unità d’Italia, non mancano quelle che provengono da Sud, dal cuore di un rinnovato movimento d’opinione neo-borbonico. La galassia sudista è viva e vegeta. Ha le sue riviste e i suoi siti di riferimento (il più articolato è

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Questo articolo è uscito sul Riformista

Tra le tante urla lanciate contro i 150 anni dell’Unità d’Italia, non mancano quelle che provengono da Sud, dal cuore di un rinnovato movimento d’opinione neo-borbonico. La galassia sudista è viva e vegeta. Ha le sue riviste e i suoi siti di riferimento (il più articolato è www.eleaml.org). Le sue manifestazioni in costume, i suoi libri, in particolare uno.

Da qualche mese è uscito nelle librerie, riscontrando un buon successo di vendite, Terroni del giornalista Pino Aprile. Pubblicato da Piemme con il sottotitolo Tutto quello che è stato fatto perché gli italiani del Sud diventassero meridionali, vuole essere un fosco affresco di tutti i possibili mali patiti dal Mezzogiorno a opera dei “piemontesi” da quando l’Italia è stata unificata. Poiché il libro è stato subito definito dal governatore siciliano Raffaele Lombardo come il suo testo di riferimento, e pare conquistare consensi ben al di là dell’asfittico universo sudista, merita attenzione. Non solo è il segno della presenza in Italia di una corrente uguale e contraria (molto uguale, per quanto apparentemente contraria) a quella della Lega Nord, ma è anche un ottimo esempio di come queste rivendicazioni vengono articolate.
Capita di leggere in Terroni frasi come questa: “i piemontesi fecero al Sud quello che i nazisti fecero a Marzabotto”. Oppure, a proposito della conquista: “Noi non sappiamo più chi fummo. Ed è accaduto come agli ebrei travolti dall’Olocausto (il paragone non è esagerato: centinaia di migliaia, forse un milione di meridionali furono sterminati dalla truppe sabaude; da tredici a oltre venti milioni, secondo i conteggi, dovettero abbandonare la loro terra in un secolo): molti scampati ai lager cominciarono a domandarsi se il male che li aveva investiti non fosse in qualche modo meritato.”
Olocausto, un milione di morti… Sono parole molto pesanti, e prive di un reale fondamento storico. Tuttavia sono pronunciate con tutta calma. In questo minestrone, i piemontesi sono come i nazisti, o i militari americani a My Lai e a Guantanamo. I meridionali come gli ebrei, i neri ai tempi della schiavitù in un altro Sud, gli indiani…

Nell’universo neo-borbonico, di cui Terroni è la punta dell’iceberg, il noi e il loro si tagliano con l’accetta, e la storia della penisola si racchiude in pochi concetti. I Mille erano “tutti criminali” (altro che studenti e volontari!) e la loro Spedizione è stata solo la testa d’ariete della colonizzazione e del saccheggio. La guerra al brigantaggio è stata la vera guerra contro il Sud: ha distrutto un Regno fiorente e liberale (!), ha generato la mafia e l’emigrazione all’estero, ha portato morte e distruzione.
Ora, nessuno può negare che la guerra al brigantaggio fu condotta in maniera spietata, con esecuzioni sommarie, arresti di massa e incendi di villaggi. Nessuno può negare che è stato proprio il silenzio della storia ufficiale su tali eventi e sul reale numero dei morti, ad aver alimentato le favole revanchiste. Il generale Cialdini parlò di quasi 9mila fucilati, la Commissione di inchiesta parlamentare sul fenomeno del 1863 fornì la cifra di 3.500 morti. Sicuramente i morti fino al 1865 furono molti di più, ma da qui ad arrivare a parlare di genocidio, di un milione di morti, ce ne vuole…
Ma tant’è, il dibattito nei 150 anni dell’Unità è fatto anche di questo. Soprattutto in Terroni non c’è nessuna attenzione (e ciò è sintomatico di un certo spirito del tempo) alla differenze interne al Risorgimento, alle differenze tra Unità d’Italia ed errori (anche orrori) dello Stato unitario. Non si dice mai, ad esempio, che tra i vinti della prima metà degli anni sessanta dell’Ottocento non c’erano solo i borbonici o i sostenitori dell’ancien regime, ma anche gli stessi garibaldini, gli stessi democratici, gli stessi repubblicani che avrebbero voluto un’altra Italia.
Non si dice mai che il Risorgimento, per decine di migliaia di italiani (molti dei quali giovanissimi), non è stata una conquista imperialista, ma il tentativo di creare un paese nuovo, liberato dagli assolutismi e dagli autoritarismi dell’epoca. Non si dice mai, ad esempio, che molti dei mali del Sud (che ancora incredibilmente persistono, e che nel tempo si sono ulteriormente aggravati) erano già presenti prima dell’Unità, né che rimasero irrisolti anche perché lo Stato unitario decise di affidare la burocrazia delle regioni meridionali ai vecchi burocrati del Regno delle Due Sicilie, non certo ai democratici.
Ma forse il principale errore di Terroni è quello di supporre che tra pensiero neoborbonico e meridionalismo (il meridionalismo di Fortunato e Nitti, di Salvemini e Fiore, di Dorso e di Gramsci) non ci sia alcuna distinzione. Che si sia in presenza di un tutt’uno scagliato contro l’Unità d’Italia. Purtroppo in questo errore di prospettiva, e di riconsiderazione di quella che è stata una delle parti migliori del pensiero politico italiano, Aprile non è solo.
Salvemini, ad esempio, ha analizzato a fondo la condizione dei contadini meridionali, gli squilibri tra Nord e Sud, e gli errori (anche orrori) dello Stato Unitario. Ma il suo meridionalismo non è mai stato separatista, anzi era l’elaborazione di una questione nazionale. Le due grandi correnti del meridionalismo (quella democratico-radicale e azionista, e quella marxista e gramsciana) vengono dal Risorgimento, dai pensieri di Pisacane e di Cattaneo, dai proclami della Repubblica Romana, non da Franceschiello e la sua corte. Avrebbero voluto “più Risorgimento”, non la sua dissoluzione.
Quando Carlo Levi, nel Cristo si è fermato a Eboli, scopre il brigantaggio e il mito ancora fortissimo dei briganti, non riconduce questa scoperta nell’alveo del separatismo neosudista, ma la reinterpreta all’interno di una riflessione sul ruolo dello Stato, e sul suo rapporto con le autonomie locali.
Tra i tanti sconfitti, in questo 150ennale dell’Unità, c’è proprio il meridionalismo più illuminato, aperto e universalista, italiano ed europeo, democratico e riformista, feroce innanzitutto contro la borghesia “lazzarona” e la piccola borghesia “depravata” del Meridione. Un meridionalismo che ha sempre criticato il “noi”, non solo “loro”. Oggi invece rimane sul campo una retorica consolatoria della sconfitta e del rancore. La lagna dei Borboni.

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