Pierfrancesco Matarazzo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/pierfrancesco-matarazzo/ un blog di approfondimento culturale Fri, 29 Oct 2021 08:39:59 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Pierfrancesco Matarazzo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/pierfrancesco-matarazzo/ 32 32 Il colpevole di cui abbiamo bisogno. Passeggiata nel bosco narrativo di Alessandro Piperno https://minimaetmoralia.it/libri/il-colpevole-di-cui-abbiamo-bisogno-passeggiata-nel-bosco-narrativo-di-alessandro-piperno/ https://minimaetmoralia.it/libri/il-colpevole-di-cui-abbiamo-bisogno-passeggiata-nel-bosco-narrativo-di-alessandro-piperno/#respond Fri, 29 Oct 2021 08:39:59 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=49438 Di chi è la colpa? È attorno a una delle nostre domande preferite che Alessandro Piperno costruisce il suo ultimo romanzo (Di chi è la colpa – Mondadori). Quando qualcosa d’inatteso ci fa deviare dall’idea di noi stessi che vorremmo irradiare, che sia un fallimento professionale o personale, la perdita di uno status, la scomparsa […]

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Di chi è la colpa?

È attorno a una delle nostre domande preferite che Alessandro Piperno costruisce il suo ultimo romanzo (Di chi è la colpa – Mondadori). Quando qualcosa d’inatteso ci fa deviare dall’idea di noi stessi che vorremmo irradiare, che sia un fallimento professionale o personale, la perdita di uno status, la scomparsa di una persona cara su cui contavamo, questa domanda ci rimbalza nel cervello come una biglia d’acciaio in un flipper, alla spasmodica ricerca di qualcuno (diverso da noi stessi) a cui dare la colpa. Ne abbiamo bisogno per dare un senso alle nostre giornate e continuare a credere che la maschera che abbiamo scelto per presentarci al mondo sia l’unica possibile.

È ciò che accade anche al protagonista senza nome di questo romanzo che da scrittore affermato ripercorre la sua vita in un mémoire che parte dalla sua infanzia in una qualsiasi famiglia romana piccolo-borghese per trovarsi catapultato, a causa di una serie di improvvidi eventi degni di un romanzo di Dickens, in una ricca ed esclusiva famiglia ebraica. Una tribù di personaggi sopra le righe, convinti che la loro parola sia l’unica degna di essere presa in considerazione, percorrono spavaldamente le giornate alla ricerca del piacere e delle soddisfazioni che soldi e status possono offrire. Una tribù a cui il protagonista vuole disperatamente appartenere, ma che allo stesso tempo sente estranea, perché non si riconosce in quell’assoluta mancanza di curiosità per gli altri che la caratterizza.

Siamo di fronte a un alto tema che pervade Di chi è la colpa: lo snobismo. L’emblema è il capostipite della famiglia (Gianni Sacerdoti), un mix di virilità, charme, egocentrismo e sicurezza in se stesso che lo porta a ignorare o a disprezzare la massa di umanità che lo circonda. Perdenti che non possono concedersi un pranzo in un ristorante stellato o lo shopping compulsivo sulla Fifth Avenue a New York, umanoidi che parlano a bassa voce e vestono male, rumore di fondo ai margini della strada dorata che spetta alla famiglia Sacerdoti per diritto di nascita.

E se il protagonista prova a convincersi che questa sia anche la sua strada, godendosi la “girandola di prime volte” che la sua nuova famiglia gli assicura (viaggi, lusso, libertà, spregiudicatezza), nel profondo combatte con l’idea che qualcuno possa sentirsi superiore agli altri, ritrovandosi a pensare “a quanto sarebbe migliore la vita se la gente non sentisse la stramaledetta esigenza di umiliarsi a vicenda”.  Questo conflitto interiore, in cui sembra riecheggiare l’idea proustiana dello snobismo (Proust sosteneva l’impossibilità di non essere snob: dai borghesi che snobbano gli aristocratici e la loro superbia, desiderando segretamente di diventare come loro, fino agli aristocratici che snobbano i borghesi perché inferiori, trattandoli con gentilezza che nasconde solo condiscendenza), intrappola anche il protagonista, che continua a trovare nelle colpe altrui continue giustificazioni al suo comportamento.

Un discorso a parte merita la lingua usata da Piperno in questo romanzo. Se ricercatezza e precisione chirurgica sono da sempre gli anfitrioni della scrittura ‘piperniana’, in questo libro l’autore propone una lingua particolarmente ricercata, foriera di atmosfere vittoriane, permettendoci di riscoprire le ricchezze dell’italiano e di sfidare il nostro cervello a calarsi in una dimensione e in un ritmo narrativo diversi da quelli a cui siamo abituati. Settati sulle scelte narrative delle nostre serie Netflix preferite, potremmo trovarci in affanno davanti al flusso creato da Piperno in cui l’attesa per gli eventi viene dilatata dall’autore, ancóra e ancóra, permettendosi il lusso di creare continue giravolte di parentesi pur di offrirci ogni possibile sfaccettatura del pensiero del protagonista. Il consiglio è di non mollare, facendo riscoprire al nostro cervello il piacere di rallentare per gustare il banchetto narrativo che abbiamo a disposizione. E sebbene a volte Piperno si faccia prendere la mano da questo mood (ho trovato una parentesi di ben 6 pagine), godendo flaubertianamente della sonorità di un aggettivo o di un verbo a discapito del ritmo e della tensione narrativa, vi assicuro che arriverete alla fine di questo viaggio con quella sensazione di pienezza e meraviglia che si prova dopo aver scelto il sentiero meno battuto.

 

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La libertà di cercare l’orrore secondo Pietro Grossi https://minimaetmoralia.it/libri/la-liberta-cercare-lorrore-secondo-pietro-grossi/ https://minimaetmoralia.it/libri/la-liberta-cercare-lorrore-secondo-pietro-grossi/#respond Thu, 05 Jul 2018 12:30:15 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=37714 Photo by Brigitte Tohm on Unsplash

Riprendiamo un'intervista uscita su Sul Romanzo, che ringraziamo.

«L’orrore non sta nella consapevolezza della sua esistenza, ma nella sua capacità mimetica». In questa frase è racchiuso il gorgo in cui Pietro Grossi risucchierà i lettori con il suo nuovo romanzo (Orrore, edito da Feltrinelli). Lo farà utilizzando la sua maestria nel bilanciare ritmo e indagine psicologica, forgiando una storia difficile da catalogare, sospesa fra il thriller psicologico e il romanzo di formazione (anzi di evoluzione).

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Photo by Brigitte Tohm on Unsplash

Riprendiamo un’intervista uscita su Sul Romanzo, che ringraziamo.

«L’orrore non sta nella consapevolezza della sua esistenza, ma nella sua capacità mimetica». In questa frase è racchiuso il gorgo in cui Pietro Grossi risucchierà i lettori con il suo nuovo romanzo (Orrore, edito da Feltrinelli). Lo farà utilizzando la sua maestria nel bilanciare ritmo e indagine psicologica, forgiando una storia difficile da catalogare, sospesa fra il thriller psicologico e il romanzo di formazione (anzi di evoluzione).

Abbiamo incontrato Pietro Grossi per entrare nelle viscere di una storia che, fin dalle prime pagine, vibra di una forte inquietudine, un’inquietudine che divora il protagonista e lo porta a seguire le tracce di un mistero.

Siamo di fronte a una ricerca diversa da quella che abbiamo trovato ne II Passaggio (Feltrinelli 2016), non solo per esiti, ma anche per morbosità.Il protagonista di questa storia sembra essere spinto dal desiderio di legittimare le sue ombre invece di reprimerle.

Penso che questo romanzo rappresenti un’evoluzione rispetto a Il Passaggio. Ogni nuovo romanzo dovrebbe esserlo rispetto al precedente. In entrambe le storie il protagonista è alla ricerca di se stesso, ma mentre ne Il Passaggio c’è una presa di coscienza molto forte, qui è l’abbandono a prevalere. Il protagonista di Orrore fugge dalla luce, dalla serenità, dalla famiglia che ha costruito, dalla nuova vita che ha contribuito a creare, per scegliere l’ombra, convincendosi che in quella scelta ci sia qualcosa di necessario. E quindi sì, è un libro che parla di una ricerca che ha però come traguardo l’autodistruzione.

Da dove nasce l’idea? Un fatto di cronaca? Un racconto fra amici, come accade al protagonista? Una pura invenzione?

L’idea nasce da una storia vera, autobiografica, il primo capitolo del libro è esattamente ciò che è accaduto a me a luoghi invertiti, ero appena rientrato negli Stati Uniti dall’Italia. Durante una cena con amici, con mio figlio di tre mesi, una persona che non vedevo da molti anni mi ha raccontato di questa strana casa, mostrandomi, come accade nel romanzo, le foto dell’orrore presunto scoperto al suo interno. È da lì che è partita l’onda nera che mi ha portato a scrivere. Mentre tornavo a casa dopo la cena, ho cominciato a chiedermi cosa sarebbe successo se mi fossi fermato a indagare. Come spesso accade, invece di farlo in prima persona, ho riempito le mie mancanze scrivendo ed è nata questa storia.

Allora anche lei è stato attratto dalla capacità mimetica del male come il protagonista. Si nascondeva da qualche parte con un amico per leggere i giornaletti dell’orrore invece di quelli porno, come racconta il protagonista di Orrore?

Un po’ sì, l’aneddoto che racconto nel romanzo è successo anche a me. Con un mio amico compravamo o rubavamo giornaletti con le storie d’orrore, ci nascondevamo da qualche parte e le leggevamo avidamente. Erano gli anni ’80 e in televisione davano un sacco di film dell’orrore che non facevano molta paura, con le dovute eccezioni. Penso a L’esorcista, un film che guardai di nascosto disobbedendo a un preciso ordine di mia madre. È l’unico film che mi suscitò una forte inquietudine e popolò i miei incubi per mesi. L’orrore, l’oscuro, il macabro mi hanno sempre attirato. Non leggevo molti libri quando ero ragazzo, ma fra i primi ricordo i racconti di Edgar Allan Poe in lingua originale. Mi affascinarono.

Poe, Lovecraft o entrambi?

Poe, senza dubbio. Com’è da Poe questo romanzo che è un po’ un horror a metà.

È per questo che ha deciso di non raccontare i tre giorni in cui il protagonista è tenuto prigioniero nella casa dell’orrore? Molti lettori si arrabbieranno per questa ‘mancanza’.

Li ho immaginati più volte. Avevo in mente un’atmosfera alla Hannibal, per l’esattezza la scena in cui in una cena viene staccata la calotta cranica agli invitati mente sono ancora coscienti. Alla fine però ho deciso di non scriverla perché la storia era un’altra. Il fulcro del libro non è la presenza dell’orrore, ma la sua ambiguità. L’orrore non è la consapevolezza del male, ma la sua inconsapevolezza, il fatto che possa essere difficile da definire, da scoprire. Se pensiamo al più grande orrore di cui abbiamo memoria nella storia recente, mi riferisco all’olocausto nella seconda guerra mondiale,anche in quel caso l’orrore non sta nella follia di Hitler, ma in ciò che un’intera nazione e un continente hanno ignorato.Questo è il vero orrore. Ecco perché nel mio romanzo non ho voluto dare indizi chiari su dove e come stesse agendo il male.

Il percorso che fa il protagonista, attraverso le paure e le ombre che popolano la sua mente, mi ha ricordato più volte le fasi di una mutazione. Avevo in mente un serpente che cambia pelle di continuo per far uscire fuori la sua vera natura. Avevo in mente Kafka e la sua metamorfosi. Fino a che, durante uno degli appostamenti davanti alla casa del mistero, il protagonista sembra avere un’epifania sensoriale che lo porta a sentirsi prima albero fra gli alberi e poi roccia fra le rocce. L’annullamento della propria umanità è l’unico modo per trovare la pace?

Sono pagine che mi sono molto divertito a scrivere. Sono pagine misteriose. Lì ci sono delle domande e delle sfumature più ampie di quello che riesco a spiegare. Sembrerebbe un momento di grandissima luce interiore, ma è al contempo il momento dell’abbandono, in cui il protagonista mette fine a tutto quello che era prima. È quindi il momento più luminoso e il più oscuro del romanzo.

C’è un interessante utilizzo delle metafore nel suo romanzo. Mi ha colpito per esempio l’utilizzo frequente della metafora della lama (per il vento, per la luce) che ricorre nel libro quasi volesse mettere in allerta il lettore per ciò che accadrà alla fine della storia. Quanto ha lavorato sulla lingua?

Molto, ho lavorato sulla parola, sul periodo, sulla pagina perché i segni interni contribuissero a dare una sensazione sinistra, macabra, comunque in linea con la narrazione. Adesso che me lo fa notare l’utilizzo di questa metafora effettivamente si incastra molto bene nell’atmosfera generale del testo, anche se non era voluta. Sulla lingua io lavoro tanto per aggiustarne ritmo e musica, anche se il grosso dei meccanismi scaturisce dalla prima stesura. Per questo le dò tanta importanza. Fondamentale è la collocazione precisa del narratore. Il libro è nato quando ho sentito quella storia dal mio amico, ma solo perché questo evento si è combinato con la scoperta di una voce molto precisa che era quella di un padre che, da un luogo di reclusione, cercava di spiegare la sua versione dei fatti a un figlio che non vedeva da anni. È questo che ha dato il via alla storia: una voce forte e precisa del narratore che mi faceva compagnia. Questo ha forgiato anche la lingua.

«Non viviamo per confrontarci con il novantotto per cento dell’umanità, ma con noi stessi». Ci dice e si dice all’inizio della storia il protagonista. Un proposito che si dimostrerà pericoloso, portandolo a confrontarsi con una parte di se stesso che aveva abilmente evitato fino a quel momento: l’orrore che si nasconde dentro tutti noi. Dove sta il confine, se esiste, fra giudizio personale e collettivo? E fino a che punto ci si può spingere senza danneggiare gli altri?

È una domanda chiave. Fino a che punto possiamo spingerci per soddisfare la nostra esigenza di libertà? Il protagonista del libro abusa di questa libertà perché non tiene conto degli effetti delle sue scelte sulle persone che lo circondano e lo amano. L’orrore di questo libro non è la storia del protagonista, né le sue esplorazioni nell’oscurità, ma le conseguenze che queste decisioni hanno sugli altri, a cominciare da sua moglie e soprattutto da suo figlio. Tanto che mi sono chiesto se questa storia non è che una parte dell’intera narrazione. Ho già abbastanza chiara l’immagine di questo bambino che ormai diciottenne riceve un plico in cui suo padre gli racconta la sua versione dei fatti.

Ci sarà quindi una seconda parte della storia?

Me lo sono domandato. Per ora no. Penso che la storia si esaurisca qui. In ciò resto fedele al tema che più mi spinge a scrivere e che è centrale nei miei romanzi: la rivelazione. Anche in questo caso il protagonista è in cerca di una rivelazione. La trova, anche se oscura e distruttiva, per questo non penso di proseguire con la narrazione.

Mi ha colpito un momento del romanzo in cui il protagonista, dopo essersi intrufolato nell’abitazione del possibile proprietario della casa misteriosa, si mette seduto alla scrivania e descrive, scrivendolo, tutto ciò che ha visto e sentito con una dovizia di particolari da vero segugio o da vero scrittore. Quanto sono importanti i particolari nel suo lavoro?

Moltissimo. A me capita di prendere appunti spesso nei miei viaggi o comunque quando osservo cose o situazioni che ritengo interessanti indipendentemente dal fatto che possano esserlo per la storia che sto scrivendo in quel momento. Anzi di solito non sono connessi alla storia a cui sto lavorando, che esce fuori in modo istintivo. Ricordo, per esempio, che stavo lavorando a un libro (Incanto – Mondadori 2013) ambientato in Scozia senza mai essere stato nel luogo (Edimburgo) che stavo descrivendo. Poi, parlando con un amico, mi resi conto che il posto che avevo in mente assomigliava più a Glasgow che a Edimburgo e così l’ambientazione cambiò. Quando andai, solo dopo aver completato la prima stesura, a fare un sopralluogo, mi resi conto che molte delle cose che avevo  raccontato erano identiche alla realtà che trovai ad aspettarmi, anche se non avevo mai visitato quella città. La letteratura aveva dimostrato, ancora una volta, di essere divinatoria. Mi trovo molto spesso a scrivere di cose di cui non ho una conoscenza precisa, non dovrei averla, eppure quando vado a fare dei riscontri scopro di essere stato molto accurato. Ritornando alla sua domanda, porto sempre un quaderno con me. Lo faccio da quando ritrovai una vecchia mail in cui descrivevo un evento che mi era passato di mente e si aprì una bolla di memoria dentro che mi sorprese. Da allora non ho mai smesso di prendere appunti.

Ha avuto dei libri sul comodino a cui fare riferimento, mentre lavorava a questa storia?

Mentre scrivevo la prima stesura no, ho riletto alcuni libri nel periodo della revisione. Poe, Cuore di tenebra di Conrad, c’è sempre una buona scusa per rileggere Conrad. Stephen King, per capire dove si radica l’orrore nella lingua.

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La scelta di Richard Ford https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-scelta-richard-ford/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-scelta-richard-ford/#respond Tue, 20 Feb 2018 14:00:54 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=36275 La vita. Forse sarebbe questa la risposta che vi darebbe Richard Ford se gli chiedeste da dove trae l’ispirazione per le sue storie. La vita in tutti i suoi movimenti impercettibili intorno a noi. È da lì che l’autore di Rock Springs, Sportswriter e de Il giorno dell’indipendenza (per cui ha vinto sia il Premio PEN/Faulkner sia il Pulitzer) parte per creare i personaggi e soprattutto i luoghi che fanno da sfondo alle sue storie. Luoghi che, come ricorda Sandro Veronesi sono descritti in maniera così vivida e partecipata da diventare essi stessi personaggi.

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La vita. Forse sarebbe questa la risposta che vi darebbe Richard Ford se gli chiedeste da dove trae l’ispirazione per le sue storie. La vita in tutti i suoi movimenti impercettibili intorno a noi. È da lì che l’autore di Rock Springs, Sportswriter e de Il giorno dell’indipendenza (per cui ha vinto sia il Premio PEN/Faulkner sia il Pulitzer) parte per creare i personaggi e soprattutto i luoghi che fanno da sfondo alle sue storie. Luoghi che, come ricorda Sandro Veronesi sono descritti in maniera così vivida e partecipata da diventare essi stessi personaggi.

È proprio l’autore di Caos Calmo a intervistare Richard Ford nella serata organizzata alla Triennale di Milano da la Lettura, l’inserto settimanale de Il Corriere della Sera, per premiare il libro che una giuria di 300 giornalisti, autori e studiosi di letteratura ha insignito del titolo di miglior libro del 2017. Si tratta di Tra loro (edito da Feltrinelli e tradotto da Fabio Cremonesi), storia autobiografica che racconta le esperienze di un ragazzino bianco che vive nel profondo sud degli Stati Uniti (Jackson, Mississippi).

Siamo alla fine degli anni ’50 del Novecento, in piena segregazione razziale, in un luogo “lontano anni luce da New York, dove nessuno scriveva o leggeva libri e bisognava imparare presto a difendersi perché l’odio era proprietà comune”. Eppure è proprio in questo luogo che il giovane protagonista di Tra loro si innamora delle storie contenute nei libri di William Faulkner e Eudora Welty e decide, dopo la morte di suo padre, di diventare uno scrittore. E lo stesso Richard Ford a raccontarlo ai suoi lettori accorsi alla Triennale: “Volevo fare per i lettori quello che i miei autori preferiti avevano fatto per me. Volevo scrivere libri perché fossero utili, senza pensare al successo o ai critici, ma per farlo avevo bisogno di tempo e di concentrarmi su una sola cosa, senza distrazioni. Il mese prima del nostro matrimonio [l’autore di Tra loro è sposato da cinquant’anni con Kristina Ford, cui dedica tutti le sue opere] ero ancora una volta senza lavoro, dopo aver provato inutilmente a fare qualsiasi cosa non fosse scrivere. Mia moglie mi chiese cosa volevo diventare nella mia vita. Io per la prima volta l’ho dichiarato: penso che farò lo scrittore. Lei mi disse: ok, allora io lavorerò e tu resterai a casa a scrivere. È così è stato”.

Semplice, sentendo parlare questo grande narratore che si appresta a compiere il suo settantaquattresimo compleanno, sembra che ogni scelta nella sua vita sia stata semplice. Anzi rettifico (perché Ford è un amante della parola giusta al posto giusto) non ‘semplice’, ma ‘naturale’, perché semplice non lo è mai.

Ascoltando la voce calda e pacata di Richard Ford che ripercorre le decisioni della sua vita, ci scopriamo a chiudere gli occhi e a entrare nel suo mondo, alla guida di una Buick Roadmaster del 1953 azzurra con il tettuccio bianco, mentre la polvere si solleva ai lati della strada al nostro passaggio e le insegne di legno attaccate ai palazzi bassi cigolano appena, lamentandosi per il caldo. Le ruote bicolori scorrono morbide e sempre più lente, affondando nell’asfalto come se fosse burro d’arachidi. Tra poco si fermeranno all’incrocio e tutto intorno sarà silenzio. È Ford che prende il controllo per ricordarci che scegliere è naturale come respirare, ciò che conta è sapere dove si vuole arrivare.

E se è più facile raccontarlo quando il futuro ci ha dato ragione, permane il dubbio nel pubblico che quell’uomo dalle braccia lunghe e sottili, con i capelli bianchi come neve d’alta quota, sarebbe stato contento anche se avesse fatto il dottore, il contadino o il commesso viaggiatore come suo padre e “sarebbe andata benissimo così”. Ma forse siamo solo prigionieri in una delle sue storie.

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Il giovane robot di Sakumoto Yosuke https://minimaetmoralia.it/letteratura/giovane-robot-sakumoto-yosuke/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/giovane-robot-sakumoto-yosuke/#respond Mon, 22 Jan 2018 14:46:16 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=36013 Preparatevi a un viaggio nel mondo di un giovane robot. Ci riferiamo a quello creato dalla mente di Sakumoto Yosuke, scrittore trentaquattrenne che da più di quindici anni combatte con la schizofrenia e con la profonda sensazione di diversità (nella sua accezione più negativa) che questa malattia ha piantato nella sua anima. Come spesso accade ai ‘diversi’, la lettura prima e la scrittura poi, sono diventati per Sakamoto il luogo della ricerca di un mondo ‘più aperto’ del proprio in cui trovare un posto.

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Preparatevi a un viaggio nel mondo di un giovane robot. Ci riferiamo a quello creato dalla mente di Sakumoto Yosuke, scrittore trentaquattrenne che da più di quindici anni combatte con la schizofrenia e con la profonda sensazione di diversità (nella sua accezione più negativa) che questa malattia ha piantato nella sua anima. Come spesso accade ai ‘diversi’, la lettura prima e la scrittura poi, sono diventati per Sakamoto il luogo della ricerca di un mondo ‘più aperto’ del proprio in cui trovare un posto.

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Tutto è iniziato con la pubblicazione sul portale CRUNCH MAGAZINE di estratti della storia di un robot dalle fattezze umane così perfette da sembrare un qualsiasi quindicenne e frequentare la terza media in una scuola giapponese (il sistema scolastico nipponico prevede 6 anni di elementari, 3 di medie e 3 di superiori). Tezaki Rei (questo il nome del robot) inizia così a osservare la valanga di pubescenza con cui si trova a convivere e, da bravo robot, raccoglie ogni tipo di informazione per decifrare le regole di quel sistema sociale. Missione tutt’altro che facile e non solo per un robot. L’amicizia, l’amore, la paura, l’irruenza e la caparbietà che scandiscono le giornate di un adolescente ci vengono descritte da Rei come rompicapi che fanno surriscaldare i suoi circuiti, rischiando di farne fallire la missione: solo decodificando questi comportamenti, il professor Mojima Jiro, esperto di robotica, potrà produrre il robot perfetto che servirà al meglio gli esseri umani (Asimov insegna). Andando avanti nella storia, il lettore scoprirà che proprio la necessità di voler soddisfare ogni aspettativa degli esseri umani che ha di fronte, porterà il giovane robot a deluderli. Rei (che in giapponese significa zero) capirà che annullarsi pur di piacere agli altri (perché fin dall’inizio sembra questa la sua missione) può portare solo all’autodistruzione. Il giovane robot entrerà in crisi e inizierà a porsi le domande su se stesso che aveva sempre evitato, rivelando una natura molto più umana delle persone con cui si confronta.

Il giovane robot è un romando di formazione che riesce, fin dalle prime pagine, a far tifare il lettore per il suo protagonista, sfatando molti falsi miti sulla competitività del sistema educativo e sociale giapponese, ma è anche un osservatorio privilegiato sulla società che ci circonda e sul desiderio di piacere che l’attanaglia, desiderio che, se non soddisfatto, porta alla flagellazione (di se stessi o degli altri), risucchiando nel silenzio ogni possibilità di vivere il presente. Solo quando entrerà in scena Sago, ragazza innamorata del giovane robot che si interesserà a lui per quello che nasconde e di cui si vergogna, Rei si riapproprierà della sua vita e il lettore scoprirà che, in perfetto stile pirandelliano, niente è come sembra.

Con uno stile essenziale, che abolisce ogni gioco linguistico, Sakumoto riesce a far percepire in ogni pagina la necessità di raccontare questa storia che nasce sì dalla sua esperienza personale di solitudine, ma diventa ben presto universale, trasformandosi in passione, rivalsa, bisogno di condivisione. Sentimenti che tutti abbiamo provato e combattuto, non solo nell’adolescenza. Il lettore è sempre dalla parte di Rei e per questo è disposto a sopportarne anche le ossessioni, a cominciare da una sfrenata passione per il pingpong, unita alla necessità di descriverne con improvvisa e tenace precisione ogni scambio e ogni regola, a scapito del ritmo della narrazione. Il protagonista del romanzo Il giovane robot (pubblicato in Italia da edizioni e/o – traduzione dal giapponese di Costantino Pes), con la sua abilità di funambolo delle emozioni che cerca di evitare ogni contatto con gli esseri umani riuscendo solo a peggiorare la situazione, e la sua caparbietà nell’esplorare mondi paralleli che solo lui può vedere, sembra uscito fuori dalle pagine di un romanzo di Lewis Carroll o di Diana Wynne Jones ed è quindi perfetto per trasformarsi in un personaggio di un film di Hayao Miyazaki. Chissà che non lo diventi.

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L’arte di farsi ‘gabbare’? Flaubert e Stendhal in una lotta all’ultima ossessione https://minimaetmoralia.it/letteratura/larte-farsi-gabbare-flaubert-stendhal-lotta-allultima-ossessione/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/larte-farsi-gabbare-flaubert-stendhal-lotta-allultima-ossessione/#respond Tue, 12 Dec 2017 14:00:14 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=35758 «La risorsa migliore del lettore è l’autoinganno», parola di Alessandro Piperno che nel suo ultimo lavoro, Il manifesto del libero lettore, ricorda che se quest’ultimo non disponesse l’animo ad essere ‘gabbato’ dallo scrittore, oggi avremo ben poco di cui parlare quando discorriamo di letteratura. Ma più il lettore si fa ‘gabbare’, più diventa difficile ‘gabbarlo’, perché alla ricerca di nuovi stratagemmi, nuove iperboli semantiche e soprattutto nuovi punti di vista da cui osservare le storie che al fine son sempre le stesse. Da Omero al 2017 la famiglia, l’amicizia, l’amore e il suo fedele compagno odio, la ricerca di un senso nella vita e in se stessi, il viaggio fisico e mentale, si rincorrono come temi perpetui e interconnessi nelle storie che gli scrittori ci narrano  e a cui noi vogliamo credere.

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«La risorsa migliore del lettore è l’autoinganno», parola di Alessandro Piperno che nel suo ultimo lavoro, Il manifesto del libero lettore, ricorda che se quest’ultimo non disponesse l’animo ad essere ‘gabbato’ dallo scrittore, oggi avremo ben poco di cui parlare quando discorriamo di letteratura. Ma più il lettore si fa ‘gabbare’, più diventa difficile ‘gabbarlo’, perché alla ricerca di nuovi stratagemmi, nuove iperboli semantiche e soprattutto nuovi punti di vista da cui osservare le storie che al fine son sempre le stesse. Da Omero al 2017 la famiglia, l’amicizia, l’amore e il suo fedele compagno odio, la ricerca di un senso nella vita e in se stessi, il viaggio fisico e mentale, si rincorrono come temi perpetui e interconnessi nelle storie che gli scrittori ci narrano  e a cui noi vogliamo credere. Davanti a questo compito si possono prendere diverse strade, spesso antitetiche, come quelle scelte da due autori francesi di cui proprio Alessandro Piperno, a Milano per un incontro organizzato dalla Casa del Manzoni, ha parlato a un gruppo di ‘gabbati cronici’ della lettura di cui ho avuto il piacere di fare parte.

Gli scrittori in questione sono Gustave Flaubert e Marie-Henri Beyle, in arte Stendhal. Due autori che hanno interpretato la scrittura e il periodo storico in cui sono vissuti (XVIII-XIX secolo) in modo profondamente differente. Flaubert non scrive per raccontare delle storie, ma per cercare attraverso la scrittura uno stile, lo stile che differenzierà ciò che scrive da qualsiasi altro autore, identificando in maniera immediata e univoca il suo lavoro. Per questo la forma, il ritmo, la melodia del suo narrare prevale sul contenuto stesso della narrazione.

Come ci ricorda Piperno, Flaubert sa,in ottica michelangiolesca, che la forma giusta per la sua storia è davanti a suoi occhi, è una sola e sta a lui trovarla attraverso l’abnegazione totale alla dea scrittura. E se Flaubert impiegava anche un mese per scrivere tre righe e una volta completata una pagina, trascorreva lunghe notti a eliminare da esse tutto ciò che non doveva esserci (a cominciare dai pronomi relativi), il lettore oggi può godere di tale ossessiva ricerca dello stile perfetto leggendo le pagine di Madame Bovary.

La domanda da porsi è: ne valeva la pena? O meno provocatoriamente: c’era bisogno di dedicare la propria vita alla scrittura in maniera monacale e assoluta come ha fatto Flaubert per avere uno stile riconoscibile? A questa domanda può rispondere Stendhal che invece usava la scrittura per arrivare alle persone. Paragonato a Flaubert, Stendhal è sciatto, enfatico, iperbolico. Scrisse La certosa di Parma in soli 52 giorni di auto reclusione in una stanza di Parigi, dopo aver visitato a lungo l’Italia per documentarsi sulla famiglia Farnese. Lo fece di getto, utilizzando anche dei copisti a cui dettava il testo, tanto la sua ispirazione (termine che Flaubert odiava) era forte e dirompente.

Dopo averlo finito, lo offre subito alle stampe, ricevendo una recensione da Honoré de Balzac in cui  l’autore di Papà Goriot saluta questa opera come un evento letterario, pur rammaricandosi della lingua ‘corriva’ usata da Stendhal, cui consiglia una attenta revisione. Revisione che non è mai avvenuta perché per Stendhal era la storia a dover prevalere sulla lingua. E lui non poteva rinchiudersi in una stanza per due anni a rivedere il suo lavoro perdendo così l’occasione di vivere,  trovando nel mondo esterno l’ispirazione per altre storie. Se leggiamo le pagine di Stendhal anche noi ‘gabbati cronici’ notiamo subito la differenza con Flaubert, non potrebbero essere più distanti, eppure con Stendhal siamo subito dentro la storia, la sentiamo pulsare come difficilmente ci capiterà con Flaubert, schiavo dello stile.

Mentre Alessandro Piperno conclude la sua narrazione a cavallo tra due secoli e inizia a sistemarsi la giacca di tweed, cercando la via più rapida per tornare alla scrivania, che sono certo lo attende, ci rendiamo conto che non sappiamo quale fra l’idea di scrittura  ‘flaubertiana’ e ‘stendhaliana’ sia quella che predilige, anche se il sospetto che un flaubertiano convinto che tenti di rubare qualche dritta a Stendhal rimane.

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Il manifesto del libero lettore (e scrittore): quando il diletto di Piperno diventa anche il nostro https://minimaetmoralia.it/altro/manifesto-del-libero-lettore-scrittore-diletto-piperno-diventa-anche-nostro/ https://minimaetmoralia.it/altro/manifesto-del-libero-lettore-scrittore-diletto-piperno-diventa-anche-nostro/#comments Mon, 06 Nov 2017 08:55:22 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=35448 Aspettavo da tempo un testo di Alessandro Piperno che riprendesse e ampliasse gli articoli usciti negli anni sul supplemento culturale de Il Corriere della Sera (La Lettura), ‘camere con vista' sulla vita e le opere di grandi autori dell’Ottocento e del Novecento, che ho imparato ad aspettare come un piccolo dono domenicale alla mia sete di scrittura appassionata. L’incipit de Il manifesto del libero lettore (sottotitolo: otto scrittori di cui non so fare a meno), da poco pubblicato da Mondadori

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piperno

Aspettavo da tempo un testo di Alessandro Piperno che riprendesse e ampliasse gli articoli usciti negli anni sul supplemento culturale de Il Corriere della Sera (La Lettura), ‘camere con vista’ sulla vita e le opere di grandi autori dell’Ottocento e del Novecento, che ho imparato ad aspettare come un piccolo dono domenicale alla mia sete di scrittura appassionata. L’incipit de Il manifesto del libero lettore (sottotitolo: otto scrittori di cui non so fare a meno), da poco pubblicato da Mondadori, parte proprio da uno dei suggestivi articoli di Alessandro Piperno, riprendendo l’aneddoto di un accumulatore seriale, nonché «stimabile slavista», che a cinquant’anni decise di ridurre drasticamente la sua sconfinata collezione di libri, non per un repentino cambio di personalità o perché in cerca della certezza che solo una conoscenza ridotta può assicurare, ma per una semplice questione di spazio. «I libri proliferavano in casa come canneti in una palude. Aveva più libri che ricordi». Ci rivela Piperno e per questo lo slavista arrivò a una decisione drastica: avrebbe conservato solo cento volumi della sua biblioteca. Un esercizio di selezione e valutazione che prometteva di stravolgere tutti i canoni letterari esistenti, con buona pace di Harold Bloom.

Non vi racconterò come e se il nostro accumulatore seriale risolse il suo dilemma, anche perché neanche Piperno lo fa, ma questa storia deve servirci da monito: questo tipo di ossessione può facilmente farci varcare la linea invisibile fra libero lettore e lettore professionista. Il secondo «compulsa romanzi allo scopo di confermare le proprie idee sul romanzo», perdendo così il piacere «primigenio» di leggere un libro da dilettante («Il libero lettore è un dilettante, e come tale aspira al diletto»). Il libero lettore invece divide «i romanzi che producono endorfina da quelli che fanno venire l’emicrania» ed è questa l’unico tipo di classificazione che lo accompagna durante la sua vita di sconfinati piaceri: ecco la ricetta per il vero edonismo intellettuale.

Sono solo a pagina 13 e già sono prigioniero di Alessandro Piperno, me ne accorgo perché inizio a rallentare la lettura de Il manifesto del libero lettore, comprendendo subito che sono in un territorio degno di Bohumil Hrabal, che considerava ogni frase al pari di una caramella da gustare lentamente fino a scoprire se al suo interno si nascondeva il retrogusto di Schiller o di Goethe, un luogo in cui pochi autori sono capaci di farti entrare, ma che il libero lettore riconosce al primo assaggio.

E così inizio a immedesimarmi o a scontrarmi (il viaggio che ne deriva è altrettanto formativo e intrigante) con la visione ‘piperniana’ degli otto autori a cui il sottotitolo di questa raccolta di riflessioni fa riferimento: Tolstoj, Flaubert, Stendhal, Austen, Dickens, Proust, Svevo e Nabokov. Non perché siano i più importanti o i più significativi romanzieri degli ultimi due secoli e mezzo (rispetto a cosa e a chi poi?), ma perché sono quelli che il Piperno libero lettore ha letto e amato.

Ne voglio ricordare due in particolare: il Charles Dickens affabulatore egocentrico, che usa le similitudini come un fioretto davanti al quale è impossibile rimanere impassibili e la Jane Austen «schiava di due padroni» (la fiaba virtuosa e il romanzo realista), che racchiude in questo conflitto il suo inferno e la sua astuzia. Ma Il manifesto del libero lettore è ricolmo di aneddoti e suggestioni da conservare nel cassetto più alto di quella scrivania dei ricordi a cui ci sediamo quando le nostre giornate diventano troppo pesanti per essere portate da qualche parte. È un libro che ci ricorda l’arte della libertà (nella lettura e nella scrittura) e il diletto che in essa si nasconde.

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Lettere a un giovane scrittore: da Rilke a McCann, tutti consigli per trovare, da soli, la propria voce https://minimaetmoralia.it/letteratura/lettere-un-giovane-scrittore-rilke-mccann-tutti-consigli-trovare-soli-la-propria-voce/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/lettere-un-giovane-scrittore-rilke-mccann-tutti-consigli-trovare-soli-la-propria-voce/#comments Wed, 20 Sep 2017 13:00:39 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=35092 Il 17 febbraio 1903 Rainer Maria Rilke scrive a una lettera a un giovane poeta che gli aveva inviato i suoi versi in lettura. Rilke glieli restituisce, schernendosi dal ruolo di critico («Nulla può toccare tanto poco un’opera d’arte quanto un commento critico») e ancor più da quello di ‘promotore’ della presunta capacità letteraria del giovane poeta. Ciò che regalerà però a Franz Xaver Kappus (questo il nome del giovane autore) sarà il privilegio di un consiglio sincero: «Guardi dentro di sé. Si interroghi sul motivo che le intima di scrivere; verifichi se esso protenda le radici nel punto più profondo del suo cuore; confessi a se stesso: morirebbe, se le fosse negato di scrivere? Questo soprattutto: si domandi, nell’ora più quieta della sua notte: devo scrivere? Frughi dentro di sé alla ricerca di una profonda risposta. E se sarà di assenso, se lei potrà affrontare con un forte e semplice ‘io devo’ questa grave domanda, allora costruisca la sua vita secondo questa necessità».

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Old vintage typewriter, close-up.

Il 17 febbraio 1903 Rainer Maria Rilke scrive a una lettera a un giovane poeta che gli aveva inviato i suoi versi in lettura. Rilke glieli restituisce, schernendosi dal ruolo di critico («Nulla può toccare tanto poco un’opera d’arte quanto un commento critico») e ancor più da quello di ‘promotore’ della presunta capacità letteraria del giovane poeta. Ciò che regalerà però a Franz Xaver Kappus (questo il nome del giovane autore) sarà il privilegio di un consiglio sincero: «Guardi dentro di sé. Si interroghi sul motivo che le intima di scrivere; verifichi se esso protenda le radici nel punto più profondo del suo cuore; confessi a se stesso: morirebbe, se le fosse negato di scrivere? Questo soprattutto: si domandi, nell’ora più quieta della sua notte: devo scrivere? Frughi dentro di sé alla ricerca di una profonda risposta. E se sarà di assenso, se lei potrà affrontare con un forte e semplice ‘io devo’ questa grave domanda, allora costruisca la sua vita secondo questa necessità».

È da qui che parte anche Colum McCann, scrittore irlandese, trapiantato a New York, vincitore del National Book Award con il romanzo Questo bacio vada al mondo intero (Rizzoli – 2010), per il suo ultimo lavoro Letters to a young writer (Random House – 2017). Guardare dentro se stessi, perché nessuno può capire se una persona è fatta per la scrittura se non la persona stessa. Ciò che un altro autore può fare per chi sta ancora trovando la misura del suo scrivere è aiutarlo a capire dove si nasconde ciò che McCann definisce «the spark». La scintilla da cui partire per costruire la sua storia.

È quello che McCann cerca di fare con le sue classi (docente al prestigioso e ambitissimo corso di Creative Writing dell’Hunter College di New York, lo stesso dove insegnano Zadie Smith, Jonathan Safran Foer, Salman Rushdie e Toni Morrison) ed è quello che cerca di offrire al lettore con questo ‘piccolo’ libro dall’ampio respiro che affronta tutte le domande che uno scrittore (giovane o vecchio che sia) si è già posto migliaia di volte nella sua testa, foraggiando le sue paure.

Perché si scrive? Di cosa si scrive? Quando, dove, di chi e soprattutto come si scrive? Senza dimenticare speranze, ossessioni, ansie e fallimenti (tanti) che ogni scrittore che si rispetti colleziona compulsivamente. E se molti dei consigli che leggerete in Letters to a young writer sono già noti a chi si cimenta con la maratona dello scrivere (chi è un velocista per natura, rischia cocenti delusioni), la capacità di McCann di condensarli in poche frasi, che si conficcano nella memoria del lettore come puntelli sicuri per continuare l’arrampicata narrativa, è rara quanto il suo amore sincero per l’ossessione dello scrivere.

Non abbiate remore scrittori giovani e non che leggete queste righe: tuffatevi nelle parole di McCann, scelte, come lui stesso consiglia, con attenzione maniacale: «l’unica cosa che dovrebbe precedere o seguire una buona frase è un’altra buona frase» a formare una melodia, la musica delle parole che nasce dalla musica umana, di cui è solo un riflesso. Per arrivare a questo punto, c’è una sola strada: esercizio e qualche revisione di regole auree della scrittura. Vi ricordate: ‘scrivete di ciò che conoscete’? Beh, McCann va un po’ più in profondità: «Don’t write what you know, write toward what you want you know». Non limitatasi quindi a ciò che conosciamo, ma iniziare un viaggio in direzione di ciò che vorremmo conoscere. Investigare, domandare, mettere e mettersi in discussione. E questo va fatto anche con i personaggi delle storie che vorremmo scrivere. Di loro dobbiamo sapere tutto, non soltanto ciò che ordineranno per colazione, ma anche ciò che avrebbero voluto ordinare. Dove sono nati, qual è il loro primo ricordo, come attraversano la strada, perché hanno sempre dello sporco sotto le unghie, per chi voterebbero alle prossime elezioni, cosa li spaventa, per che cosa si sentono in colpa. Come riuscirci? Camminare con loro per un po’, farseli amici e nemici, discuterci e infine: «write them real».

E la trama? Punto su cui agenti e editori non fanno che insistere: una trama solida, è da lì che parte tutto. Non secondo McCann: la trama è importante certo, ma è sempre a servizio della lingua. Non è tanto importante quello che accade, ma come accade e il ‘come’ è strettamente legato al linguaggio scelto dallo scrittore per catturare l’azione. Ricordandosi che, mentre nei film siamo alla ricerca dell’azione, nei romanzi siamo alla ricerca della contraddizione e niente può essere più spettacolare di una completa mancanza di azione se supportata dalla melodia del linguaggio. Qualcosa che ci faccia sentire il dolore di una domanda, di un cambiamento. Qualcosa che ci faccia sentire realmente vivi, magari rovistando nella saggezza di Stephen King: «Plot is, I think, the good writer’s last resort and the dullard’s first choice[1]».

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[1] La trama è, io penso, l’ultima risorsa di un bravo scrittore e la prima scelta di uno stupido.

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Le nostre anime di notte secondo Kent Haruf https://minimaetmoralia.it/letteratura/le-nostre-anime-notte-secondo-kent-haruf/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/le-nostre-anime-notte-secondo-kent-haruf/#comments Wed, 31 May 2017 13:26:46 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=34494 Scrivere una storia è un’operazione suicida. L’anima dell’autore è su una piccola imbarcazione, di notte, al centro del più burrascoso degli oceani (la trama), compresso fra compagni di viaggio che sembrano essere stati messi al mondo solo per creargli problemi (i personaggi). All’orizzonte una serie di iceberg giganti che sta all'autore decidere di circumnavigare o evitare, dando vita al ritmonarrativo. Il Titanic insegna quanto sia difficile da prevedere la presenza di un iceberg, le sue dimensioni, la sua pericolosità o mobilità. Eppure è questo che fa uno scrittore. Quando arriva sulla sponda del lettore apparirà riposato e sorridente, come se avesse appena fatto la cosa più naturale del mondo. La storia che ha narrato non poteva andare che a quel modo, il verosimile è diventato vero più perfetto perché privo di tutte le noiose pause del reale e arricchito da colpi di coraggio e di viltà che il lettore vorrebbe far subito suoi.

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Scrivere una storia è un’operazione suicida. L’anima dell’autore è su una piccola imbarcazione, di notte, al centro del più burrascoso degli oceani (la trama), compresso fra compagni di viaggio che sembrano essere stati messi al mondo solo per creargli problemi (i personaggi). All’orizzonte una serie di iceberg giganti che sta all’autore decidere di circumnavigare o evitare, dando vita al ritmonarrativo. Il Titanic insegna quanto sia difficile da prevedere la presenza di un iceberg, le sue dimensioni, la sua pericolosità o mobilità. Eppure è questo che fa uno scrittore. Quando arriva sulla sponda del lettore apparirà riposato e sorridente, come se avesse appena fatto la cosa più naturale del mondo. La storia che ha narrato non poteva andare che a quel modo, il verosimile è diventato vero più perfetto perché privo di tutte le noiose pause del reale e arricchito da colpi di coraggio e di viltà che il lettore vorrebbe far subito suoi.

Una dimostrazione pratica di questo genere di imprese ce la offre Kent Haruf (scrittore americano che ha raggiunto la notorietà a 56 con il suo Canto della pianura con cui è stato anche finalista al National Book Award) nel suo Le nostre anime di notte (EnneEnne Editore, Milano 2017). Poco più di 160 pagine di perfette virate narrative nel più piccolo oceano che esista, una minuscola e polverosa cittadina del Colorado, accartocciata su se stessa, dove nulla dovrebbe accadere.

Eppure una storia c’è e non appena Haruf, con la sua padronanza dell’essenziale, ce la svela, ne veniamo attratti come falene da un manto di stelle che sembra essersi avvicinato così tanto alla Terra da poter essere toccato. Le stelle in questione, sono quelle di Addie Moore e Louis Waters, due anziani vedovi che decidono di fare quanto di più sconveniente ci sia, affermare che hanno ancora voglia di provare emozioni, condividerle, raccontarsele. Ed è forse qui uno dei segreti di questo romanzo: ognuno dei due personaggi ha decine di narrazioni al suo interno e non tutte vengono percorse dall’autore. Egli però le mostra, con la stessa delicatezza che avremmo noi se ci cadesse fra le mani il primo fiocco della prima neve: immobili a contemplare la meraviglia.

Leggere Le nostre anime di notte regala al lettore la stessa sospensione emotiva che abbiamo quando sentiamo di aver conosciuto una persona che potrebbe diventare importante nella nostra vita. Per un attimo vorremmo abbandonarla per sempre per paura di scoprire che ci deluderà. È quell’attimo che ci mostra Haruf e noi ne siamo ammaliati. Questo libro crea una poesia del movimento narrativo, trasformando l’essenzialità di una parola ‘comune’ in un distillato di sensazioni amplificate, come se il lettore potesse avvicinare il naso al bordo della cittadina dove Haruf ha nascosto i suoi personaggi per annusarne l’essenza.

Anche per questo Le nostre anime diventa una droga soave da cui non è possibile sganciarsi, possiamo solo immaginare la fatica e la precisione di ogni colpo di remo che Haruf ha spinto nelle acque narrative intorno agli iceberg di Addie e Louis, ciò che sappiamo è che ogni frase asciutta, ogni aggettivo mancante e ogni narrazione interrotta (per lasciare spazio alla nostra immaginazione) non è casuale.

Se avessi la fortuna un giorno di poter scegliere un’anima di cui essere il co-pilota in questa insensata e irrinunciabile traversata notturna che è la scrittura, quella Kent Haruf sarebbe fra le mie preferite.

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Breaking News di mezzanotte sul nuovo libro di Haruki Murakami https://minimaetmoralia.it/libri/breaking-news-mezzanotte-sul-libro-haruki-murakami/ https://minimaetmoralia.it/libri/breaking-news-mezzanotte-sul-libro-haruki-murakami/#respond Mon, 13 Mar 2017 14:30:30 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=33923 (fonte immagine)

Tokyo, 24 febbraio 2017, breaking news in un notiziario. Un uomo vestito con un abito azzurro e un sorriso smagliante, come il fazzoletto che ha nel taschino, fissa la telecamera come se si fosse appena accorto che qualcuno, per un oscuro motivo, lo sta filmando. Accanto a lui una donna con un vestito rosa confetto dello stesso colore della sua pelle, anche lei fissa la telecamera che ha di fronte con uno sguardo perso. Sembra non poter credere all’immagine che la retina restituisce al cervello. Eppure entrambi continuano a parlare con tono pacato.

Io che sono dall’altra parte dello schermo, posso tentare di interpretare il loro messaggio solo dal linguaggio del corpo, il mio giapponese è davvero pessimo,e per questo rimango ancor più spiazzato. In mente ho l’ansia vorace di Chicco Mentana, che fa pensare a una tanica di bagnoschiuma concentrato lanciato sotto il getto di una cascata, non basterebbe un televisore da 60 pollici a contenere la sua felicità per una breaking news. I nostri due cronisti invece restano impassibili, mi portano alla mente le sabbie di Laugharne (amena località del Galles, famosa per le sue strane maree e per essere il luogo eletto da Dylan Thomas per rifocillare la propria immaginazione).

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Tokyo, 24 febbraio 2017, breaking news in un notiziario. Un uomo vestito con un abito azzurro e un sorriso smagliante, come il fazzoletto che ha nel taschino, fissa la telecamera come se si fosse appena accorto che qualcuno, per un oscuro motivo, lo sta filmando. Accanto a lui una donna con un vestito rosa confetto dello stesso colore della sua pelle, anche lei fissa la telecamera che ha di fronte con uno sguardo perso. Sembra non poter credere all’immagine che la retina restituisce al cervello. Eppure entrambi continuano a parlare con tono pacato.

Io che sono dall’altra parte dello schermo, posso tentare di interpretare il loro messaggio solo dal linguaggio del corpo, il mio giapponese è davvero pessimo,e per questo rimango ancor più spiazzato. In mente ho l’ansia vorace di Chicco Mentana, che fa pensare a una tanica di bagnoschiuma concentrato lanciato sotto il getto di una cascata, non basterebbe un televisore da 60 pollici a contenere la sua felicità per una breaking news. I nostri due cronisti invece restano impassibili, mi portano alla mente le sabbie di Laugharne (amena località del Galles, famosa per le sue strane maree e per essere il luogo eletto da Dylan Thomas per rifocillare la propria immaginazione). Sono irreali e disturbanti e pure non posso smettere di osservarli. Ed ecco che sono io davanti alla telecamera e loro sul mio scomodissimo divano grigio e bianco a chiedersi perché indossano ancora le scarpe se sono in casa e chi è quell’occidentale che sembra fare ginnastica in diretta per quanto si sbraccia. Cosa accadrebbe ora se i nostri due cronisti spegnessero la TV con me dentro?

No, non siamo in un romanzo di Haruki Murakami: fantasie che governano la realtà che si scopre alla fine una fantasia. Ma l’autore di Norwegian Wood e di Kafka sulla spiaggia (il libro per cui gli ho giurato eterno amore) è l’origine di questa news. Centinaia di suoi fedeli lettori hanno aspettato ore davanti alle librerie di Tokyo, Osaka e nelle prefetture di Fukushima, Kochi and Fukuoka per essere i primi a stringere fra le mani il quattordicesimo romanzo di Murakami. Sul modello di Harry Potter, Murakami è la J. K. Rowling del Giappone (sebbene dubito che lui apprezzerebbe questo paragone), la casa editrice Shinchosha ha concordato con i librai aperture straordinarie alla mezzanotte del 24 febbraio per offrire agli Harukisti (questo il nome che il Japan Times ha dato ai fedelissimi di Murakami) il privilegio di stringere fra le mani i due volumi che compongono le oltre duemila pagine del romanzo intitolato Kishidancho Goroshi, che, per chi fosse a digiuno di giapponese (vergognatevi!), significa all’incirca L’omicidio del Commendatore.

Non è la prima volta che Murakami inserisce dei riferimenti al nostro Paese, dove ha anche vissuto e scritto Noruwei no mori (Norwegian Wood), ma non c’era mai stato un richiamo così diretto nel titolo. Della trama sappiamo ancora poco: la storia di un uomo che vive fra le montagne (sì, le montagne ormai sono diventate una base irrinunciabile per un romanzo anche dall’altra parte del mondo) la cui vita cambia radicalmente quando incontra il ‘Commendatore’ del titolo.

Per il resto, dobbiamo aspettare le traduzioni in inglese e in italiano nei prossimi mesi o approfittarne per fare un viaggio in Giappone. Lì le prime 500.000 copie sono state già vendute e la prima ristampa di 300.000 copie è già stata inviata alle librerie. Gli Harukisti lo avranno già letto tutto, senza contare i 30 ‘superfortunati’ che hanno avuto l’opportunità di essere rinchiusi nella libreria Sanseido qualche ora prima dell’inizio ufficiale delle vendite, per poter leggere collettivamente il romanzo di Murakami entro la mattina successiva, in quelle esperienze alla ‘giochi senza frontiere’ che piacciano tanto ai giapponesi.  Chissà cosa direbbe Murakami a proposito di queste prove di forza? La criticherebbe? Forse, ma questo non farebbe pentire gli Harukisti del loro comportamento, tenendo così fede al loro vate narrativo che ha detto: «Non c’è critica che possa scoraggiarmi o farmi perdere la fiducia in me stesso. […] Sono convinto che il tempo darà ragione a ciò che si è ottenuto col tempo».

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Lehman Trilogy. Il testo di Stefano Massini torna al Piccolo di Milano https://minimaetmoralia.it/teatro/lehman-trilogy/ https://minimaetmoralia.it/teatro/lehman-trilogy/#comments Mon, 16 Jan 2017 14:30:57 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=33383 Era il gennaio del 2015, quando Luca Ronconi metteva in scena al Piccolo di Milano il testo di Stefano Massini Lehman Trilogy (edito da Einaudi nel 2014) che racconta la storia di tre generazioni di Lehman, coprendo 160 anni di storia americana. Dal loro arrivo in Alabama, nella seconda metà dell’Ottocento da un piccolo paesino della Baviera sui bastimenti che portarono migliaia di europei a cercare nel nuovo mondo una strada per il loro riscatto, al crollo della quarta banca degli USA (Lehman Brothers), un impero finanziario globale, che con la sua scomparsa ha decretato la fine del capitalismo del XX secolo.

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Era il gennaio del 2015, quando Luca Ronconi metteva in scena al Piccolo di Milano il testo di Stefano Massini Lehman Trilogy (edito da Einaudi nel 2014) che racconta la storia di tre generazioni di Lehman, coprendo 160 anni di storia americana. Dal loro arrivo in Alabama, nella seconda metà dell’Ottocento da un piccolo paesino della Baviera sui bastimenti che portarono migliaia di europei a cercare nel nuovo mondo una strada per il loro riscatto, al crollo della quarta banca degli USA (Lehman Brothers), un impero finanziario globale, che con la sua scomparsa ha decretato la fine del capitalismo del XX secolo.

A distanza di due anni, il Piccolo Teatro, per festeggiare i suoi primi 70 anni (fu fondato nel 1947 da Giorgio Strehler, Mario Apollonio, Virgilio Tosi e Paolo Grassi) e ricordare l’ultimo lavoro di Ronconi (scomparso il mese dopo la prima messa in scena di questa pièce al Piccolo), ripropone Lehman Trilogy offrendo la rara opportunità a chi andrà a vedere questo spettacolo (in scena fino al 21 gennaio) di concedersi un momento di riflessione, senza pregiudizi,  su quali cause (e sono molte più di quelle con cui i media hanno liquidato il fallimento di Lehman Brothers) hanno portato una delle banche di investimento più grandi e potenti del mondo a sparire insieme alla famiglia che quella banca aveva creato partendo da un negozietto di tessuti in Alabama, con l’insegna gialla e nera dipinta a mano dal proprietario per risparmiare e la maniglia della porta che si incagliava.

In un allestimento spogliato di ogni riferimento spaziale e temporale, ad eccezione di un orologio che scorre avanti e indietro su una carrucola sopra le teste degli attori, a dimostrare che il tempo in questo testo è un fattore relativo cui gli attori e il pubblico possono fare ricorso a loro piacimento, si muovono  i tre fratelli Lehman: Henry, il maggiore, la ‘testa’, il primo che arriverà in America dalla Baviera alla ricerca di una vita nuova, Emanuel, il ‘braccio’, l’irruenza necessaria alla famiglia per ottenere ciò che desidera e Mayer (interpretato magistralmente da Massimo Popolizio), la ‘patata’, il più giovane dei tre, ignorato dagli altri due fratelli, ma capace di creare un lavoro nuovo (il mediatore) che proprio i Lehman Brothers porteranno in America. Con la sua autoironia e la capacità di trovare una soluzione che possa accontentare i due fratelli, Mayer metterà le basi per la svolta che trasformò i Lehman da commercianti in cotone a ‘commercianti in denaro’.

Ma come ci racconta Stefano Massini (uno degli autori contemporanei più interessanti nel teatro italiano, succeduto a Luca Ronconi come consulente artistico del Piccolo e vincitore proprio con Lehman Trilogy del premio Ubu) si va oltre la saga familiare: «studiando [la storia dei fratelli Lehman NdC] mi resi conto che era molto più importante raccontare cosa era morto insieme a quel marchio. È come se un passante si trovasse ad assistere a un corteo funebre: non sentirà alcun trasporto se il defunto è un estraneo. Io tento di informare il pubblico su chi è stato sepolto sotto la lapide con su scritto Lehman, e questo illumina in modo del tutto diverso la stessa cerimonia funebre». La morte è un attore sempre presente sul palcoscenico di Lehman Trilogy. Che sia fisica, etica, spirituale poco importa, la morte è lì ad assistere alla costruzione delle piramidi di monetine che i fratelli Lehman impilano, sempre più alte, sul palcoscenico. Anche il pubblico la percepisce muoversi in mezzo agli altri attori, in attesa di agire. Cosa è stato così potente da renderla invisibile ai fratelli Lehman?

massinironconi

La risposta non è così banale come potrebbe sembrare. Il denaro, sì, il potere che da esso deriva, anche, ma c’è qualcosa di più. La pretesa di essere intoccabili. Commentando il lavoro di Massini, Sergio Romano, ricorda un passaggio del testo in cui i due fratelli Lehman sono intervistati da Charles Dow, futuro fondatore del Wall Street Journal e ideatore dell’indice Dow Jones. Dow chiede ai due fratelli come funziona la loro banca, ma è Philip, figlio di Emanuel e nipote di Mayer, a rispondere: «non ho il timore di dirle che siamo commercianti in denaro. Ma chi, come noi, ha una banca, usa i soldi per comprare i soldi, vendere i soldi, prestare i soldi e scambiare i soldi». Romano si interroga sull’evoluzione di questo processo: stampare i soldi? Ma la differenziazione è andata ben oltre, portando le banche a proiettare ologrammi di soldi mai esistiti.

Mentre i Lehman Brothers si muovono sul palco, narrando attraverso il testo di Stefano Massini le loro stesse gesta (il dialogato in questo testo teatrale è quasi inesistente e questo giova inaspettatamente al ritmo narrativo), non possiamo evitare di domandarci: cosa avremmo fatto se ci fossimo trovati al posto dei fratelli Lehman? Avremmo retto all’illusione dell’onnipotenza monetaria?

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Scrivendo a passo di danza: la nuova avventura di Zadie Smith https://minimaetmoralia.it/recensioni/scrivendo-passo-danza-la-nuova-avventura-zadie-smith/ https://minimaetmoralia.it/recensioni/scrivendo-passo-danza-la-nuova-avventura-zadie-smith/#comments Tue, 20 Dec 2016 15:00:04 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=33149 C’è stato un periodo nella storia del cinema, fra la metà degli anni ’30 e la fine dei ’40, in cui la trama lasciava il posto alla danza e all’abilità di performers come Fred Astaire e Ginger Rogers, riuscendo a far sospendere al pubblico il giudizio su un finale scontato. Ciò che interessava agli spettatori era godere degli effetti speciali che questi interpreti realizzavano usando il più semplice e a buon mercato degli strumenti: il loro corpo.

E da qui che sembra partire Zadie Smith per il suo quinto romanzo, Swing Time (lo stesso titolo di un film del 1936 con la coppia Astaire/Rogers), pubblicato da poco dalla Penguin in USA e in UK, in cui racconta la storia di due ragazze con una passione in comune: la danza. Entrambe le ragazze (la voce narrante senza nome e la sua compagna Tracey) sono cresciute in quella zona di Londra che l’autrice di Denti Bianchi e NW conosce così bene, facendo della danza la loro forma espressiva d’elezione fin da piccole: a una scuola di danza si sono conosciute e alla danza, in modi molto differenti, hanno dedicato la loro vita.

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C’è stato un periodo nella storia del cinema, fra la metà degli anni ’30 e la fine dei ’40, in cui la trama lasciava il posto alla danza e all’abilità di performers come Fred Astaire e Ginger Rogers, riuscendo a far sospendere al pubblico il giudizio su un finale scontato. Ciò che interessava agli spettatori era godere degli effetti speciali che questi interpreti realizzavano usando il più semplice e a buon mercato degli strumenti: il loro corpo.

E da qui che sembra partire Zadie Smith per il suo quinto romanzo, Swing Time (lo stesso titolo di un film del 1936 con la coppia Astaire/Rogers), pubblicato da poco dalla Penguin in USA e in UK, in cui racconta la storia di due ragazze con una passione in comune: la danza. Entrambe le ragazze (la voce narrante senza nome e la sua compagna Tracey) sono cresciute in quella zona di Londra che l’autrice di Denti Bianchi e NW conosce così bene, facendo della danza la loro forma espressiva d’elezione fin da piccole: a una scuola di danza si sono conosciute e alla danza, in modi molto differenti, hanno dedicato la loro vita.

Attenzione però ad associare Swing Time a un romanzo di formazione o a quello che gli anglosassoni definiscono a “best friend bildungsroman” sul modello della Ferrante, Zadie Smith è una abile e severa mente analitica, applicata al più destrutturato dei campi dell’agire umano: le emozioni. Insofferenti alle catalogazioni e alle prigioni spaziali e temporali, le emozioni che generiamo si nutrono delle nostre esperienze per guidare, spesso nostro malgrado, la vita che percorriamo.

Sono i coreografi della nostra danza e non vanno d’accordo fra loro, portandoci a compiere scelte difficili e contrastanti, come quelle della voce narrante, che dovrà confrontarsi con la mancanza di autostima per credere che esista più di una forma di talento o della sua amica/nemica Tracey che di talento sembra averne in eccesso, incapace di incanalarsi nel sistema di regole cui la danza e la vita provano ad ancorarsi per non sentirsi troppo esposte alle emozioni che le hanno generate. Swing Time parla di scelte difficili, di rinunce, di riscoperte, di identità, di creatività e ambizione. È il tentativo di un fine saggista, quale è la Smith, di trasformare uno ‘stream of reflections’ in una storia fatta di azione, dialoghi e dettagli tangibili, come si confà a un romanzo. Una sfida che in pochi avrebbero accettato e il cui esito starà al lettore giudicare, ma davanti al quale non può rimanere indifferenti.

Era da un po’ di tempo che Zadie Smith pensava di ambientare una storia nel mondo della danza. È lei stessa a dircelo in una delle sue tante interviste al Guardian, citando Martha Graham: «c’è una forza vitale, un’energia che si traduce in azione attraverso di te e poiché esiste un solo ed unico te stesso in ogni singolo momento che la vita ci offre, questa azione è anch’essa unica. Sta a ognuno di noi fissarla chiaramente in noi stessi e lasciare questo canale di comunicazione sempre aperto».

Si parla di danza ma potrebbe essere la descrizione dell’attività di uno scrittore che, come un ballerino, è sempre sospeso tra le regole e le costrizioni che gli impongono i suoi strumenti (le parole per lo scrittore e il corpo per il ballerino) e la libertà assoluta che pretende l’atto creativo. Sarà la capacità di portare fuori le emozioni, proprie e altrui, a fare la differenza. È la stessa voce narrante senza nome di Swing Time a ricordarcelo: «Dovevo avere a che fare con le emozioni, tutto ciò che sentivo riuscivo ad esprimerlo molto chiaramente, ero capace di portarlo allo scoperto».

È questo che fa uno scrittore: porta allo scoperto le nostre emozioni affinché sia impossibile ignorarle, a prescindere dall’effetto che potranno avere su di noi e sulle nostre certezze.

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“Nutshell”, il nuovo romanzo di Ian McEwan https://minimaetmoralia.it/letteratura/nutshell-il-nuovo-romanzo-di-ian-mcewan/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/nutshell-il-nuovo-romanzo-di-ian-mcewan/#respond Wed, 21 Sep 2016 13:00:14 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=32063 (fonte immagine)

Siamo arrivati al 17°. Non so se Ian McEwan, scrittore inglese classe’48, sia o meno superstizioso e forse poco importa, visto che per gli anglosassoni è il 13 il numero sfortunato. Fatto sta, che il diciassettesimo libro (Nutshell) di uno dei più prolifici e amati romanzieri britannici (suoi romanzi come Il giardino di cemento, Cani neri, Espiazione e il mio preferito per ritmo e analisi introspettiva dei personaggi: Sabato) è pronto a creare parecchio scompiglio fra i suoi lettori e non solo.

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Siamo arrivati al 17°. Non so se Ian McEwan, scrittore inglese classe’48, sia o meno superstizioso e forse poco importa, visto che per gli anglosassoni è il 13 il numero sfortunato. Fatto sta, che il diciassettesimo libro (Nutshell) di uno dei più prolifici e amati romanzieri britannici (suoi romanzi come Il giardino di cemento, Cani neri, Espiazione e il mio preferito per ritmo e analisi introspettiva dei personaggi: Sabato) è pronto a creare parecchio scompiglio fra i suoi lettori e non solo.

Il narratore che ha fatto della ricerca sul campo e della documentazione pre-scrittura una meticolosa ossessione (per costruire il personaggio di Henry Perowne, il medico protagonista di Sabato, è diventato l’ombra di un neurochirurgo londinese per due anni), sta per sorprendere tutti con un romanzo scritto dal punto di vista di un feto.

Sì, avete capito bene. A memoria, nessuno aveva osato tanto, perché un feto, sebbene capace in fase di sviluppo avanzato di percepire la vita che lo circonda, non è in grado di capire cosa stanno facendo le persone che sono intorno alla sua futura madre, tanto meno di decodificarne le parole, figuriamoci di raccontarle al lettore.

Eppure sta proprio in questo il guizzo di genio e di coraggio di uno scrittore affermato che decide di abbandonare la via più battuta per avventurarsi in un territorio sconosciuto e inconoscibile, a prova di qualsiasi tentativo di documentazione preventiva. Cambiare metodo all’età di 68 anni non è da tutti e solo il tentativo merita un elogio, scatenando la curiosità di leggere questa messa in discussione di se stessi che è uscita in tutte le librerie UK il 1° settembre.

Al centro della narrazione c’è Trudy la ‘portatrice’ del feto protagonista del romanzo e i rapporti con due fratelli: un romantico, sofisticato e disilluso editore di poesia (John il marito di Trudy) e Claude, irruente e rozzo fratello di John, dotato di una carica sessuale inarrestabile, almeno dai racconti terrorizzati del feto che si trova spettatore impotente dei rapporti sessuali fra Trudy e Claude.

In un’intervista al Guardian IanMcEwan ha detto di aspettarsi una valanga di critiche (l’espressione ben più eloquente del romanziere è stata: «I’mgoing to get such a kicking») non solo per l’esperimento tentato, narrare tutto dal punto di vista di un essere vivente che non può avere un punto di vista, ma per ciò che racconta: una storia shakespeariana, fatta di tradimenti, cupidigia e prevaricazione che tenta dirivelare al lettore cosa si nasconde dietro le apparenze, le convenzioni e le barriere sociali con cui, possiamo negare quanto vogliamo, ci sentiamo tanto a nostro agio.

E se spesso i personaggi di McEwan vengono accusati di essere l’espressione di uno snobismo culturale di cui l’autore sarebbe un sostenitore,dividendo nettamente i ‘buoni’ (amanti della cultura, del pensiero libero e della poesia) dai ‘cattivi’ (arrivisti, dominati dal Dio denaro, capaci solo di gonfiarsi i muscoli e infiammarsi per una scommessa sull’esito di una partita di calcio), è lo stesso romanziere a ribaltare questo punto di vista: «Spesso mi trovo di fronte a parole come snob o elitarismo, parole che sono usate per descrivere persone che leggono ‘troppi’ libri e parlano solo di arte e poesia. Non ne comprendo la ragione. Per me leggere i libri e parlare di poesia è un piacere, nient’altro […] Quando osservo le persone che si infervorano per una partita di calcio e passano la pausa caffè a parlare dei risultati dei loro calciatori preferiti, non penso che siano degli snob.[…] Noi cerchiamo la fonte del nostro piacere in relazione alla nostra personalità e al nostro background. Io da piccolo vivevo in una casa senza libri, non c’era nessuno che parlava di poesia o di filosofia. Perciò penso che la mia ribellione adolescenziale sia stata scegliere una strada diversa da quella dei miei genitori: la strada dei libri”.

Ecco gli snob del calcio sono serviti. Sono loro a ghettizzare il popolo dei libri. IanMcEwan dixit.

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L’arte di spaventare: intervista con Jeffery Deaver https://minimaetmoralia.it/letteratura/larte-di-spaventare-intervista-con-jeffery-deaver/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/larte-di-spaventare-intervista-con-jeffery-deaver/#respond Wed, 15 Jun 2016 13:32:39 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31299 Questa intervista è uscita su Sul Romanzo (fonte immagine).

«Thomas Harris, Stephen King e Jeffery Deaver sono i grandi maestri del thriller», parola di Sandrone Dazieri, uno degli autori contemporanei più interessanti del panorama italiano del romanzo noir/thriller. «Questi tre autori – continua Dazieri – sono da studiare continuamente», possibilmente da vicino. Detto fatto, ho approfittato del Salone Internazionale del Libro di Torino per incontrare Jeffery Deaver, 66enne prolifico scrittore americano che è riuscito a creare alcuni personaggi che di storia in storia (il romanzo seriale Deaver lo scriveva già negli anni ’90) hanno attraversato vent’anni, risultando ancora vividi e necessari per i milioni di lettori che, in ogni angolo del pianeta, attendono il prossimo romanzo di Jeffery Deaver.

Lo incontro nella hall di un hotel nato dal recupero di una porzione del Lingotto di Torino, dove di solito vengono accolti gli ospiti più prestigiosi del Salone: un rincorrersi di cristalli e travi in ghisa, candidi divani dalle forme compatte e poltrone in rattan dalle spalliere fuori misura e dai cuscini color melanzana.  È proprio in una di queste sedute inconsuete, che fanno pensare al setting di Alice nel Paese delle Meraviglie (penso al film di Tim Burton), che mi siedo con Jeffery Deaver, che, da buon americano, riesce subito a creare quel livello di formale confidenza che renderà l’intervista più semplice.

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Questa intervista è uscita su Sul Romanzo (fonte immagine).

«Thomas Harris, Stephen King e Jeffery Deaver sono i grandi maestri del thriller», parola di Sandrone Dazieri, uno degli autori contemporanei più interessanti del panorama italiano del romanzo noir/thriller. «Questi tre autori – continua Dazieri – sono da studiare continuamente», possibilmente da vicino. Detto fatto, ho approfittato del Salone Internazionale del Libro di Torino per incontrare Jeffery Deaver, 66enne prolifico scrittore americano che è riuscito a creare alcuni personaggi che di storia in storia (il romanzo seriale Deaver lo scriveva già negli anni ’90) hanno attraversato vent’anni, risultando ancora vividi e necessari per i milioni di lettori che, in ogni angolo del pianeta, attendono il prossimo romanzo di Jeffery Deaver.

Lo incontro nella hall di un hotel nato dal recupero di una porzione del Lingotto di Torino, dove di solito vengono accolti gli ospiti più prestigiosi del Salone: un rincorrersi di cristalli e travi in ghisa, candidi divani dalle forme compatte e poltrone in rattan dalle spalliere fuori misura e dai cuscini color melanzana.  È proprio in una di queste sedute inconsuete, che fanno pensare al setting di Alice nel Paese delle Meraviglie (penso al film di Tim Burton), che mi siedo con Jeffery Deaver, che, da buon americano, riesce subito a creare quel livello di formale confidenza che renderà l’intervista più semplice. Mi chiede della mia mattinata al Salone, si informa su cosa leggo e sulle numerose buste ricolme di libri che mi trascino dietro. Poi in un attimo tutto cambia, i suoi occhi si fissano nei miei, si sistema gli occhiali rettangolari di osso neri, spigolosi, come le ossa delle sua mandibola, che sembrano fare a pugni sotto il sottile strato di pelle che le separa dall’atmosfera. Convenevoli finiti, via all’intervista.

Lei è uno dei pochi scrittori contemporanei che sembra costruire le sue storie come se dovessero essere un ingranaggio perfetto. Leggendo i suoi libri, mi capita di pensare a un meccanico della Ferrari, qualcuno che costruisce un oggetto unico, con una cura per i particolari che in pochi sapranno capire nel dettaglio, ma che tutti apprezzeranno una volta di fronte al risultato finale. Ogni scena, ogni personaggio, ogni aggettivo, tutto fa parte del suo ingranaggio per tenere il lettore avvinto alla sua storia. Così il lettore è convinto che l’unico motivo per cui esiste un romanzo di Jeffery Deaver sia compiacerlo. È proprio così?

Io passo almeno otto mesi a costruire la struttura di un romanzo, otto mesi dedicati esclusivamente a questa attività, cercando di disegnare tutte le scene che compongono il romanzo. Tutto parte da un’idea. Nel caso di The Steel Kiss, l’idea di base era di trasformare oggetti di uso quotidiano in armi. Utilizzo una grande lavagna di sughero dove sistemo su post-it tutte le scene del mio romanzo intorno all’idea di base e le analizzo, le metto in discussione. In questo periodo non scrivo, mi limito a lavorare sulla struttura e poi quando mi sembra che sia pronta, la porto dalla lavagna al pc. La struttura del mio ultimo libro era lunga più di duecento pagine, mentre la costruisco, mi occupo anche dell’attività di ricerca necessaria per rendere il più possibile realistico il flusso degli eventi. Solo alla fine di questa fase, mi siedo e scrivo il vero e proprio romanzo. Mi bastano due mesi, perché a quel punto è tutto chiaro nella mia mente.

Non le è mai capitato di non rispettare questo flusso creativo?

Mai. Se lo facessi rischierei di lavorare per mesi e rendermi conto che una storia non funziona solo dopo aver scritto centinaia di pagine di prosa. Sarebbe molto difficile a quel punto buttare via tutto. Se invece mi metto a lavorare alla struttura del testo, già dopo poche settimane mi rendo conto se l’idea può diventare un romanzo. Tutti possono scrivere una buona prosa, ma una buona prosa non serve a niente. È la storia che fa il romanzo.

The Steel Kiss è il dodicesimo che vede protagonista il detective Lincoln Rhyme, un personaggio che ha creato nel 1997, come protagonista del suo The bone collector (Il collezionista di ossa). Ne Il bacio d’acciaio abbiamo un assassino, un predatore che uccide utilizzando prodotti che usiamo tutti i giorni (scale mobili, ascensori, microonde, ecc.). Chiunque potrebbe essere un suo obiettivo, perché tutti siamo complici di un grande fratello consumistico che ci fa comprare prodotti di cui non abbiamo bisogno devastando il nostro pianeta. Come ha scelto questo tema?

È importante per un libro avere una connessione con la realtà che circonda il lettore. Attenzione però a non scrivere un libro per mandare un messaggio al mondo. Se si vuole mandare un messaggio a qualcuno è meglio usare Western Union, si hanno maggiori probabilità di arrivare a destinazione. Si può però rendere la storia più ricca parlando di un tema che tocca da vicino i lettori, che così si sentiranno parte attiva nel romanzo. Allo stesso modo, un altro tema che è presente nel libro è la privacy e la difficoltà che abbiamo a preservarla. Oggi mettiamo tutti i nostri dati nel cloud, ma sono davvero protetti? Chi può accedervi e come può utilizzare questi dati? Leggevo qualche giorno fa che in America due giovani hackers hanno preso il controllo di un’auto con uno smartphone e l’hanno fatta schiantare. È una di quelle cose spaventose che potrebbero accadere a ognuno di noi ed è importante esserne consapevoli.

Qual è stata la scena più difficile da scrivere ne Il bacio d’acciaio?

Non saprei dire se ne esiste una. Certo le più complesse da scrivere sono come sempre quelle che riguardano le relazioni umane, l’importante è rimanere al di fuori della sfera emozionale del personaggio. Non farsi catturare dalle sue emozioni. Uno scrittore è come un pilota di un aereo. Spesso e senza preavviso si trova a viaggiare in una tempesta. Preferirebbe il sereno, certo, ma è addestrato per volare in qualsiasi condizione e sa di potercela fare, l’importante è che resti il più possibile distaccato. Se iniziasse a pensare che è responsabile della vita o della morte di centinaia di persone, non supererebbe la tempesta. Per lo scrittore è lo stesso, non si deve far coinvolgere dalla storia, così da lasciare tutta l’emozione ai lettori.

Quanto è importante per Jeffery Deaver spaventare il lettore? È consapevole che dopo questo romanzo milioni di persone avranno paura a usare il loro microonde?

Per me è vitale riuscire a spaventare le persone. Io non voglio scrivere libri interessanti, ma avvincenti. Il lettore deve leggere un mio libro in un’unica notte, senza riuscire a staccare gli occhi dalla pagina, anche se vorrebbe, anche se quello che legge lo mette a disaggio, lo spaventa, lo disorienta. Io ho bisogno di un lettore che vuole fuggire dalla mia storia e al contempo non può sottrarsi.

Come fa a creare questa dipendenza?

Uno scrittore deve conoscere il suo pubblico. Deve sapere cosa provano i suoi lettori, come scatenare in loro le emozioni di cui hanno bisogno perché la storia non venga abbandonata.

Lei si è definito uno scrittore di romanzi commerciali. Cosa intende esattamente? Molti autori italiani avrebbero sofferto per una definizione del genere del loro lavoro.

Un romanzo è un prodotto. Non è molto diverso da un buon tavolo, entrambi possono essere fatti da un artigiano o in serie, ma ciò che conta è che trovino un compratore che li usi e che trovi utile usarli. Un romanzo nasce per intrattenere delle persone. Molti scrittori pensano a se stessi come artisti, ma un artista è un artigiano che vuole modificare la percezione della realtà che ha intorno attraverso la sua opera. Vuole che le persone si pongano delle domande, che trovino altri punti di vista. Questo va bene, ma per realizzarlo occorre essere padroni, come tutti i bravi artigiani, delle tecniche giuste. Bisogna che i lettori capiscano cosa lo scrittore vuole dire loro. Umberto Eco era un grande scrittore perché aveva una grande padronanza della lingua e delle tecniche narrative, ma al contempo riusciva a rendere comprensibili ai lettori temi apparentemente molto complessi. Alcuni miei colleghi si siedono alle loro scrivanie, aprono la loro mente e lasciano che i loro pensieri fluiscano non filtrati sulla carta, come se poi toccasse al lettore interpretarli, ma tocca allo scrittore rendere il proprio pensiero accessibile.

So che ama e legge poesia. Come influenza il suo lavoro?

Sì, adoro la poesia. Amo leggere Frost, Pound e soprattutto T. S. Eliot. La poesia insegna la potenza e la consapevolezza della parola. Quando finisco di scrivere i miei romanzi li leggo ad alta voce per vedere se c’è la giusta armonia fra le parole, se le sonorità usate sono quelle giuste per sottolineare l’azione, la sensazione che vorrei provocare nel mio lettore. Userò per esempio un linguaggio e una sonorità diversa in scene d’azione (parole di poche sillabe, paragrafi contratti) rispetto a scene dedicate all’analisi interiore di un personaggio (periodi più lunghi, parole più ariose, con maggiori sfumature).  Questo aiuta il lettore a entrare nel profondo della storia, a percepirne il ritmo, preparandolo a quello che accadrà dopo.

È vero che ha scritto il suo primo romanzo all’età di 11 anni? Lo ha ancora?

Era un racconto in verità. Una storia avventurosa, un paio di capitoli alla James Bond. Ho sempre amato Fleming e il suo agente segreto. Non so che fine abbia fatto il mio testo, ma già allora sapevo che quello sarebbe stato il mio lavoro.

Cosa cerca in un libro come lettore?

Ho bisogno di storie che si muovano velocemente. Devo trovare un senso di conflitto fra i personaggi che mi costringa a pormi delle domande. Voglio un libro onesto, che nasca senza grandi ideali sottostanti, ma con una solida struttura. Mi piacerebbe fosse scritto da chi sia consapevole dell’importanza e della bellezza del linguaggio e sappia metterla in atto. E poi mi piace un finale coerente con la storia, non amo i finali che lasciano in sospeso il lettore, non del tutto.

Lei pubblica un nuovo libro ogni anno, non teme di trovarsi di fronte al blocco dello scrittore. Le è mai successo?

No. Per me scrivere è necessario e mi diverto a farlo. Mi capita spesso nei miei corsi di scrittura che uno studente venga da me e mi dica: “Amo scrivere ma non riesco a trovare il tempo per farlo”. Non diventerà uno scrittore. Chi invece viene da me e mi dice: “Ho problemi perché non riesco a tenere in ordine la mia vita a causa della scrittura”. Ecco questa persona ha ottime chance di diventare uno scrittore, lo è già. Certo, sono consapevole di essere molto fortunato perché io posso scrivere e basta, quindi per me è più facile tenere in ordine il resto della vita.

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Unioni civili e non: come ha risolto il problema Tennessee Williams https://minimaetmoralia.it/letteratura/unioni-civili-e-non-come-ha-risolto-il-problema-tennessee-williams/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/unioni-civili-e-non-come-ha-risolto-il-problema-tennessee-williams/#respond Mon, 07 Mar 2016 14:00:09 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30203 Rispetto della diversità, diritto a viverla e a condividerla, a mostrarla senza doversene vergognare, senza che qualcuno ritenga strano, ingiusto o “contro natura” che due spiriti affini vogliano vivere insieme ed avere gli stessi diritti di qualsiasi altre due persone nella stessa condizione emotiva e spirituale, a prescindere dal sesso degli esseri umani in questione.

Non ci riferiamo al Governo italiano, ai suoi più o meno degni rappresentanti e alla via crucis della legge sulle unioni civili, che di civile sembra aver conservato ben poco. No, qui parliamo di un uomo che di questi temi discuteva e scriveva già negli anni ’50 del Novecento, con molti meno tabù e molto più coraggio di fronte a una platea di conservatori che non condividevano il suo punto di vista e, ciononostante, non potevano smettere di andare ad ascoltare le sue parole.

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Rispetto della diversità, diritto a viverla e a condividerla, a mostrarla senza doversene vergognare, senza che qualcuno ritenga strano, ingiusto o “contro natura” che due spiriti affini vogliano vivere insieme ed avere gli stessi diritti di qualsiasi altre due persone nella stessa condizione emotiva e spirituale, a prescindere dal sesso degli esseri umani in questione.

Non ci riferiamo al Governo italiano, ai suoi più o meno degni rappresentanti e alla via crucis della legge sulle unioni civili, che di civile sembra aver conservato ben poco. No, qui parliamo di un uomo che di questi temi discuteva e scriveva già negli anni ’50 del Novecento, con molti meno tabù e molto più coraggio di fronte a una platea di conservatori che non condividevano il suo punto di vista e, ciononostante, non potevano smettere di andare ad ascoltare le sue parole.

Non potevano smettere perché quest’uomo, che aveva vissuto la diversità fin da bambino e che per questa era stato messo da parte, dileggiato e ferito da familiari e amici, era riuscito a superare tutte le differenze di genere, dimostrando l’universalità dell’essere umano come portatore sano di ipocrisia, meschinerie, paure e debolezze. Universalità che con la sessualità ha poco a che fare.

L’uomo in questione è uno scrittore e un drammaturgo che portava il nome di Thomas Lanier Williams, divenuto famoso con lo pseudonimo di Tennessee Williams. Con opere rappresentate nei teatri di tutto il mondo, poi trasformate in film, come ad esempio La gatta sul tetto che scotta (premio Pulitzer nel 1954), portata poi sul grande schermo da Richard Brooks con Paul Newman e Elizabeth Taylor, Williams ha sdoganato la libertà di sensazione e di pensiero, dimostrando che una coppia gay (mi riferisco per esempio all’amore mai confessato fra Brick e Skipper ne La gatta sul tetto che scotta, amore che porta Brick a sposare Maggie e quest’ultima a costringere Skipper a fare l’amore con lei per dimostrare di non essere innamorato di Brick) non è né migliore né peggiore di una coppia etero e spesso vive nella stessa ipocrisia, come se fosse l’unica strada per rimanere insieme.

È qui la forza di Tennessee Williams, raccontare così bene la “normalità” dei rapporti umani e soprattutto le debolezze, i piccoli ricatti, le recriminazioni su cui questa si fonda, da far perdere di vista allo spettatore il genere di coppia che si sta osservando.  E quando iniziamo a seguire i suoi personaggi nella loro discesa verso la rovina, cercando di convincerci che noi che li spiamo siamo “diversi”, ecco che Williams ci assesta il colpo di grazia e fa dire al suo Brick frasi come: «A volte mi sento così poco vivo che devo proprio iniziare a dire la verità.»

Se ne rammarica, finge di farlo, ma sorprende tutti comunque e parla. Parla davvero, rischia il suo ruolo di personaggio minore del gran ballo dell’ipocrisia regnante solo per cercare un contatto con un’anima affine, che poi dovrebbe essere l’obiettivo di ogni unione, civile e non.

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Libri e design: il caso Assouline https://minimaetmoralia.it/libri/libri-e-design-il-caso-assouline/ https://minimaetmoralia.it/libri/libri-e-design-il-caso-assouline/#respond Fri, 05 Feb 2016 14:00:07 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29858 Questo pezzo è uscito sul blog dell'autore.

di Pierfrancesco Matarazzo

Nel 1994 Prosper e Martine Assouline decisero di creare un libro dedicato al loro albergo preferito: La Colombe d’Or, piccolo rifugio appena fuori il paesino di Saint-Paul de Vence. Siamo in Provenza, a un passo da Nizza e dal confine con l’Italia, uno dei molti Saint-Paul presenti sul territorio francese, tanto da dover essere distinto dagli altri da quel «de Vence» che ne indica la collocazione geografica. Eppure non è un luogo che passa inosservato. Qui, si fermarono e vissero artisti, innovatori e scrittori come Picasso, Prévert, Chagall, Matisse, Braque, Léger, Calder, César e Jean Nouvel.

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Questo pezzo è uscito sul blog dell’autore.

di Pierfrancesco Matarazzo

Nel 1994 Prosper e Martine Assouline decisero di creare un libro dedicato al loro albergo preferito: La Colombe d’Or, piccolo rifugio appena fuori il paesino di Saint-Paul de Vence. Siamo in Provenza, a un passo da Nizza e dal confine con l’Italia, uno dei molti Saint-Paul presenti sul territorio francese, tanto da dover essere distinto dagli altri da quel «de Vence» che ne indica la collocazione geografica. Eppure non è un luogo che passa inosservato. Qui, si fermarono e vissero artisti, innovatori e scrittori come Picasso, Prévert, Chagall, Matisse, Braque, Léger, Calder, César e Jean Nouvel.

Jacques Prévert soggiornò proprio in quella che allora era una piccola locanda: La Colombe d’Or, diventando amico dei primi proprietari, che certo non avrebbero mai immaginato che quel luogo si sarebbe trasformato, anche grazie all’interesse per l’arte e per le collezioni di quadri di Paul Roux (prima generazione di Roux a possedere l’albergo), in un country boutique hotel che può costare più di 400 euro a notte. Né avrebbero immaginato che alla fine del Novecento, una coppia lo avrebbe trasformato in un’icona di stile planetario.

Eppure quando il libro La Colombe d’Or (con i testi di Martine e le foto di Prosper Assouline) con le sue grandi dimensioni e la cura dei particolari (dalla brossura a filo di refe alla copertina) uscì per la casa editrice Assouline fu subito un successo, spingendo i coniugi a creare quella che sarebbe diventata un’icona del luxury publishing mondiale.

La Assouline oggi ha boutique shop a Parigi, New York, Venezia e Londra, nella storica sede di Piccadilly, dimostrando che il libro d’arte di nicchia, con costi elevatissimi di pubblicazione e promozione, può diventare un business ricchissimo, andando a soddisfare il bisogno delle varie upper classes diffuse sul pianeta di possedere libri che siano non solo belli e curati, ma anche esemplificativi di uno status.

Il libro come ci ricorda proprio Prosper Assouline è il simbolo della cultura e «culture is the finest accessory», ossia la cultura è il più pregiato degli accessori. Molto più di un oggetto di design di plastica colorata o di una sedia su cui non è saggio sedersi. Certo poi l’assouline pensiero ci porta da bisogno a bisogno come api impazzite che hanno appena scoperto che spendere 250 euro per un libro non solo è giusto, ma necessario se averlo dà piacere ai proprio occhi e ancor di più a quelli altrui. Ma allora perché non possedere delle librerie personalizzate per contenerli o delle agende con copertina in cuoio con impresso sopra la frase del libro che più ci ha colpito? E magari la poltrona giusta su cui leggerlo o la candela al profumo giusto con cui predisporre le nostre narici al sommo piacere che una foto di un vestito di Valentino può regalarci?

E se fossimo fra gli sventurati a non poterci permettere di acquistare questi ‘finest accessories’? Dovremmo allora accontentarci di miseri libri in edizione economica, senza scatti d’autore a impreziosirli, privi persino di sovracoperta in cuoio personalizzato? Saremo costretti a condividere il piacere di un libro letto solo attraverso delle misere e incorporee parole?

Niente paura, i coniugi Assouline hanno pensato anche a noi poverelli iniziando a proporre art books anche a prezzi popolari (50 dollari), magari con rilegatura a spirale e una carta di diversa qualità rispetto ai volumi da 250 dollari, ma conservando scatti d’autore e curiosità sull’artista in questione. Un esempio è Dinner With Jackson Pollock: Recipes, Art & Nature in cui Robyn Lea, con tanto di prefazione della nipote del pittore, ci racconta l’impatto del drip painting sulle doti gastronomiche di Pollock che, da quanto ci racconta Robyn Lea, amava muoversi in cucina con la stessa libertà usata per i suoi quadri, unita alla necessità di recuperare e utilizzare ciò che per uno sguardo distratto poteva sembrare solo uno scarto.

Va detto che l’idea di Assouline non è nuova, in Italia abbiamo realtà come la FMR che hanno iniziato parecchi decenni prima dei coniugi Assouline a lavorare sulla preziosità dei loro volumi come carattere di differenziazione, non solo estetica, ma anche contenutistica: forse ciò che ha fatto la differenza è stata la strategia di marketing dei coniugi Assouline.

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