Pierluigi Battista Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/pierluigi-battista/ un blog di approfondimento culturale Mon, 21 Oct 2013 14:35:21 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Pierluigi Battista Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/pierluigi-battista/ 32 32 A chi dà fastidio il Valle? https://minimaetmoralia.it/libri/a-chi-da-fastidio-il-valle/ https://minimaetmoralia.it/libri/a-chi-da-fastidio-il-valle/#comments Sat, 19 Oct 2013 22:51:41 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15918 In questi giorni si parla molto, e abbastanza male, del Teatro Valle. Non si capisce bene perché. Il fatto è che il mese scorso si è svolta la conferenza stampa per la presentazione della Fondazione, esito di due anni di impegno politico serratissimo, e qualche giorno fa c'è stata invece la conferenza stampa per la presentazione della stagione (Pippo Delbono, Antonio Latella, Davide Enia, Michela Lucenti...). Se fino a qualche tempo, fino a quando cioè l'occupazione del Teatro Valle sembrava una goliardata allegra che sarebbe prima poi finita, come le ricreazioni per un De Gaulle qualunque, si palesavano atteggiamenti che passavano dall'entusiasmo per l'indulgenza fino all'indifferenza, sono diverse settimane che sul Valle, contro il Valle-occupato-che-sta-diventando-fondazione, emergono posizioni durissime, non solo da nemici ovvi come i Fratelli d'Italia di Giorgia Meloni e Ignazio La Russa, ma anche da parte dei giornalisti e dei critici che fino ad ora erano stati perlomeno curiosi. Sono usciti articoli durissimi. Vari sul Tempo e sul Messaggero, i quotidiani romani per eccellenza, fino all'ultimo in ordine di tempo scritto da Luca Mastrantonio sulla prima pagina del Corriere, che con una ricostruzione abbastanza ambigua riassume quelli che dovrebbero essere i punti deboli dell'idea della Fondazione Valle Bene Comune.

L'articolo A chi dà fastidio il Valle? proviene da Minima et Moralia.

]]>
In questi giorni si parla molto, e abbastanza male, del Teatro Valle. Non si capisce bene perché. Il fatto è che il mese scorso si è svolta la conferenza stampa per la presentazione della Fondazione, esito di due anni di impegno politico serratissimo, e qualche giorno fa c’è stata invece la conferenza stampa per la presentazione della stagione (Pippo Delbono, Antonio Latella, Davide Enia, Michela Lucenti…). Se fino a qualche tempo, fino a quando cioè l’occupazione del Teatro Valle sembrava una goliardata allegra che sarebbe prima poi finita, come le ricreazioni per un De Gaulle qualunque, si palesavano atteggiamenti che passavano dall’entusiasmo per l’indulgenza fino all’indifferenza, sono diverse settimane che sul Valle, contro il Valle-occupato-che-sta-diventando-fondazione, emergono posizioni durissime, non solo da nemici ovvi come i Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni e Ignazio La Russa, ma anche da parte dei giornalisti e dei critici che fino ad ora erano stati perlomeno curiosi. Sono usciti articoli durissimi. Vari sul Tempo e sul Messaggero, i quotidiani romani per eccellenza, fino all’ultimo in ordine di tempo scritto da Luca Mastrantonio sulla prima pagina del Corriere, che con una ricostruzione abbastanza ambigua riassume quelli che dovrebbero essere i punti deboli dell’idea della Fondazione Valle Bene Comune.
Mastrantonio ha seguito in scia Pierluigi Battista – evidentemente al Corriere un articolo ad hoc non bastava – che qualche giorno prima aveva cucito insieme una serie di frasi liquidatorie contro tutta l’esperienza che dura da più di due anni e che ha coinvolto centinaia di migliaia di persone. Ma citiamolo tutto l’articolo di Battista e stiamo al suo ragionamento.

Se tornasse George Orwell, sarebbe colpito dall’impudica «neo-lingua» corrente che chiama il Teatro Valle di Roma occupato «bene comune» anziché bene sottratto alla comunità. Se tornasse Luigi Pirandello e volesse replicare la sua prima di Sei personaggi in cerca d’autore al Valle nel ’21, dovrebbe forse chiedere il permesso ai commissari politici che si sono insediati con la forza nel prestigioso teatro romano e che senza alcuna legittimità si sono ribattezzati «Fondazione Teatro Valle Bene Comune», reclamando addirittura il riconoscimento giuridico di una sopraffazione di fatto.Il Valle è di proprietà del Comune, che da 27 mesi paga regolarmente le bollette, queste sì finanziate dalla collettività dei contribuenti, ma non può disporre di un bene occupato da una minoranza di cittadini che rappresentano solo se stessi. Gli occupanti, che ora vorrebbero nobilitarsi con la sigla di una Fondazione governata da uno statuto redatto non si sa da chi e soprattutto a quale titolo, in compenso non hanno pagato alla Siae i contributi dovuti. Hanno un concetto molto elastico del rispetto della legge, invocato per gli altri, ma deliberatamente ignorato per se stesso e per la propria «constituency» politico-amicale. E non hanno nemmeno partorito in tutti questi mesi qualche brillante idea teatrale, uno spettacolo che avrebbe calamitato la cittadinanza, convinto le autorità, riempito la città di arte e di cultura. Niente di niente. Proclami, i soliti. Retorica, la solita. E soprattutto porte sbarrate a chiunque fosse in disaccordo, a chiunque avesse idee diverse, a chiunque osasse discutere l’occupazione di un bene comune, un ruolo usurpato che adesso si vorrebbe formalizzare con il solito lessico magniloquente e vuoto, residuo caricaturale del passato, lontano da ogni originalità artistica e letteraria.In tutti questi mesi si è addensato attorno alle sorti del Valle un colossale equivoco. Si è gridato all’allarme privatizzazione. E non era vero. Si è dipinta come lotta generosa a difesa della cultura contro il vile mercato la solita pantomima della mobilitazione per una buona causa. Molte persone che si erano avvicinate incuriosite da questo esperimento si sono via via allontanate, lasciando campo libero al solito nucleo di militanti irriducibili. Anche gli artisti che avevano affiancato l’occupazione sperando di trovare un grande palcoscenico hanno lasciato il Valle al suo destino. Le autorità comunali non hanno spinto le loro obiezioni oltre una certa soglia polemica, per conservare il quieto vivere e per non apparire loschi paladini del vituperato profitto a svantaggio dell’Arte disinteressata venerata dagli occupanti del «bene comune». Oggi un teatro, che è anche un bene storico tutelato dalle leggi, viene messo sotto tutela di una «Fondazione» i cui promotori compiono un atto di arbitrio contro tutti gli altri cittadini impossibilitati a dire la loro. Un atto di prepotenza, un male comune.

Gli argomenti polemici che usa Battista sono più o meno gli stessi a disposizione di chi vuole attaccare il Valle dal 2011 in poi. Gli occupanti sono pochi, mediocri, prepotenti. In realtà non è così. Ma proviamo a smontare gli altri argomenti, uno per uno.

Si dice che in realtà in Teatro Valle è stato sottratto alla comunità. Chi vive a Roma lo sa quanto questo sia falso. Dal 14 giugno di due anni fa il Teatro Valle è stato praticamente sempre aperto, attraverso assemblee, confronti con le istituzioni, con il quartiere, con gli artisti, con i politici. Persino il gruppo degli occupanti, “i commissari politici” come li chiama Battista, è stato eterogeneo, continuamente rinnovato, e molto intelligente nel distinguere la propria battaglia politica da una qualsivoglia direzione artistica. Se Pirandello oggi risorgesse e volesse presentare i suoi Sei personaggi in cerca d’autore lo potrebbe fare sicuramente. L’ha fatto un attore come Fabrizio Gifuni che nella stagione 2010-2011 era in cartellone al Valle ancora non occupato e poi durante l’occupazione ha messo in scena i suoi spettacoli con una differenza di non poco conto: che li ha accompagnati con lezioni dal vivo, discussioni con il pubblico, seminari su Gadda e Pasolini protagonisti dei suoi testi… L’hanno fatto registi da Peter Brook e Peter Stein, e drammaturghi da Thomas Ostermaier a Rafael Spregelburd, nella stessa modalità: non regalando una comparsata, ma offrendosi generosamente a un confonto con il pubblico.
Beh, però, dice sempre Battista, gli occupanti rappresentano solo se stessi. Anche questo è abbastanza discutibile: le assemblee del Valle sono state in questi due anni partecipatissime, intensissime, pluralissime; la scrittura per lo Statuto della Fondazione ha coinvolto in un inedito impegno di scrittura collettiva centinaia e centinaia di persone; le serate hanno accolto centinaia di migliaia di persone. Battista sbaglia completamente bersaglio quando dice che gli occupanti hanno rappresentato una minoranza. Difatti qualche giorno fa su Radio Tre, durante un dibattito a Fahrenheit, correggeva il tiro, e argomentava ulteriormente: questo tipo di rappresentanza è una deriva rousseauiana, una “volontà popolare” coartata che se ne infischia della democrazia rappresentativa. È singolare, pensavo, che in un sistema teatrale come è quello oggi dei teatri stabili dove l’assegnazione della direzione artistica di un Teatro Argentina o di un Teatro Mercadante competa a un paio di persone (l’assessore alla Cultura del Comune e il suo omologo della Regione, che nel migliore dei casi cercano di svincolarsi da scelte di amicizie politiche), una Fondazione che abbia creato un meccanismo articolatissimo di elezione con mille garanzie e con una costante vigilanza affidata alla cittadinanza – come è previsto nello Statuto della Fondazione (se qualcuno si prende la briga di leggerselo) – debba essere tacciata di deriva populista.

Ancora, dice Battista, il Teatro Valle è una spesa per la comunità, non paga le bollette, etc… Anche qui, chiunque abbia seguito che so la vicenda del Teatro di Ostia, che, mi rendo conto, essendo periferico, attrae meno discussioni, sa che cosa ha voluto dire tenere chiuso per anni una struttura teatrale (lì si è trattato di 300.000 per spese di guardiania che ha sborsato il Comune al tempo di Alemanno). Destino che stava incombendo sul Valle nel 2011, quando all’indomani della improvvisa dismissione dell’Eti (governo Berlusconi, vedi alla voce chiusura degli enti inutili) e dell’imminente dislocazione dei dipendenti dell’Eti in altre strutture del Ministero dei Beni Culturali che nulla hanno a che fare con il teatro, la soluzione più plausibile sarebbe stata una gestione privata o il cambio di destinazione d’uso. Ma tra gli occupanti della prima ora non c’erano pischelli anarco-insurrezionalisti addestrati in Grecia, ma quegli stessi dipendenti che difendevano un luogo e una storia. Era in quel momento lì che bisognava difenderla, non lamentarsi se qualcun altro l’ha tutelata al posto nostro.
Tutela, poi, è la parola esatta. Chi ha frequentato il Valle in questi due anni sa che un “bene comune” non si usa soltanto ma “ce ne si prende cura”; e il Teatro è stato ogni giorno pulito, manutenuto, salvaguardato. Chi voleva cominciare a far parte dell’occupazione infatti non bastava che proponesse le sue idee sul concetto d’avanguardia scenica, ma molto più umilmente si doveva prenotare anche un turno di pulizia dei bagni.

Veniamo alle critiche alla retorica, mosse dal Corriere. Il lessico caricaturale, gli occupanti descritti sempre come centrosocialari coi pantaloni calati… Vorrei invitare Battista e gli altri che liquidano quest’esperienza a vedere questo video della conferenza stampa. È quello in cui Fausto Paravidino racconta quello che ha fatto in questi mesi al Valle Occupato. Lo fa con una lucidità e una professionalità che diventano l’unico argomento possibile contro lo snobismo di serie b del Corriere. Per tutto l’anno passato sono spesso andato a seguire il laboratorio di drammaturgia coordinato da Paravidino, intitolato Crisi. È stata un’esperienza di un livello altissimo, aperta a tutti, in cui si leggevano e commentavano e comprendevano scenicamente vari tra gli autori più importanti della scena contemporanea, da Martin Crimp a Laura Wade, da Sarah Kane a Alan Bennett. Questo tipo di lavoro, tra la scena e il testo, dove si fa in Italia? Perché al Valle prima-di-essere-occupato non era stato mai fatto? Perché i teatri pubblici a Roma non lo fanno? Perché neanche più il Teatro Ateneo s’immagina più laboratori del genere? Forse perché la formazione pubblica è in crisi atroce. E il Teatro Valle ha avuto negli ultimi due anni a Roma un ruolo di supplenza fondamentale. Non è un caso quindi se gli occupanti hanno deciso, invece di immaginare un cartellone di amici e politici e affini (“anche io ho delle idee per fare un cartellone”, sempre Battista in radio l’altro giorno, con i suoi paradossi), hanno scelto di concepire un teatro al centro di Roma diverso, affidandogli il ruolo di agorà. Assemblee e seminari: questa è stata l’attività principale forse ancor più delle superserate di spettacolo che hanno visto ospiti da Bollani a Sollima, da Emma Dante a Carlo Verdone.

Ma, prosegue il ragionamento di Battista, il punto non sono le tematiche culturali: lì ognuno può avere opinioni differenti. A qualcuno piace Franca Valeri (amata da Battista, diceva l’altro giorno in radio; sostenitrice della prima ora del Valle, dico io ora qui), a qualcuno i Motus. Il punto sono le regole. È chiaro come il sole che quella del Valle è stata una forzatura; ma è luminoso come un sole d’agosto che è stata ed è ancora una forzatura costituente, evidentemente contagiosa, se altri teatri in Italia ne hanno seguito l’esempio. Le istituzioni cambiano, lo sappiamo: dalle sollevazioni popolari rousseauiane si passa ai codici civili, dalle rivoluzioni francesi sulle barricate alle costituzioni dell’Ottocento. In Italia ci sono stati, negli anni ’70 per esempio molti esempi di lotte condivise che hanno portato alla creazione di nuove istituzioni. Le lotte per la scuola che hanno creato gli organi collegiali. Le lotte femministe che hanno creato i consultori. Le lotte per chiudere i manicomi che hanno creato la legge Basaglia. Proprio l’esempio di Basaglia forse è uno dei momenti che più hanno illuminato il senso del Valle in questi ultimi anni. L’arrivo di Marco Cavallo, l’enorme scultura a forma di cavallo creata dai basagliani che nel 2011 fece un suo felice ingresso tra le pareti del Valle riesce secondo me ancora a restituire il senso di quest’esperienza. Un’esperienza che è legimittata non solo dagli artisti che l’hanno sostenuta, ma anche dalla politica dal basso che, nell’inerzia cittadina, nell’antipolitica ridotta al commentismo in rete e sui giornali, ancora muove volitivamente i suoi passi. Il Valle è questo: dalla Controcernobbio organizzata da Sbilanciamoci, allo sportello contro la Siae (che non è soltanto una rivoltucola per non pagare), alla quasi vittoria – l’anno scorso – del bando di Che fare, il concorso che distribuiva 100.000 euro tra i migliori progetti d’innovazione culturale. Che ne facciamo di tutta questa roba? Come la liquidiamo, con due battute tranchant?

Così come: l’appello alla legalità. In questi anni di carceri strapieni e reati come il falso in bilancio depenalizzati, suona veramente come una dichiarazione di ottusità di fronte alla legittimità che il Valle ha acquisito di fronte alla cittadinanza romana, diventare legulei. Se le istituzioni al tempo di Alemanno non sono state minimamente capaci di instaurare un dialogo e hanno forse loro malgrado spinto gli occupanti a inventarsi un modello diverso di gestione che oltrepassasse il modello pubblico e quello privato, recuperando la possibilità che esiste nella Costituzione di “bene comune”, forse ora è il caso di sostenerla questa scelta, criticandola certo, emendandola, migliorandone le sue possibili derive, ma riconoscendo un principio di realtà: il Valle ha rappresentato un oggetto di desiderio, e politico e artistico; ha incarnato un pieno dove c’era un vuoto siderale. Se il centro storico a Roma sta diventando un enorme mercatone di souvenir, se i cinema a Roma chiudono per aprire sale bingo, l’idea di un luogo perennemente aperto e vivo, con tutte le sue infinite contraddizioni, a contrastare un’evidente desertificazione, non può essere una germoglio da soffocare con il fiato dell’insofferenza. Per favore, vi chiedo. (Sapete com’è, in questi due anni di assemblee al Valle, ho imparato anche a essere più gentile).

 

L'articolo A chi dà fastidio il Valle? proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/libri/a-chi-da-fastidio-il-valle/feed/ 7
Il web e l’arte della manutenzione della notizia https://minimaetmoralia.it/giornalismo/il-web-e-larte-della-manutenzione-della-notizia/ https://minimaetmoralia.it/giornalismo/il-web-e-larte-della-manutenzione-della-notizia/#comments Mon, 04 Mar 2013 10:00:48 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13310 Esce oggi l'ebook Il web e l'arte della manutenzione della notizia di Alessandro Gazoia (jumpinshark), uno studio sul giornalismo digitale di cui anticipiamo qui un estratto. (Fonte immagine.)

Il giornalista e «quello che un tempo si chiamava lettore»

Con giornalismo/giornalista s’intende qui qualcosa di più largo rispetto alla comprensione tradizionale del termine. In primo luogo, come spiega Luca Sofri, direttore del giornale nativo digitale Il Post: «I giornalisti fanno in realtà una ricchissima varietà di cose diverse tra loro e lontane dal cliché immaginato del “reporter”, e per un – che so – Carlo Bonini o Concita De Gregorio o Massimo Gramellini ci sono decine di redattori che compilano oroscopi, scrivono recensioni di dischi sconosciuti, impaginano ricette, mettono insieme giochi enigmistici, assemblano vestiti per le riviste di moda, dirigono giornalini a fumetti, per dire solo delle cose a cui si pensa meno» («La fine del giornalismo routinario»). In secondo luogo questa grande varietà di cose può essere fatta oggi anche da non professionisti, e per il caso italiano dobbiamo necessariamente intendere l’espressione nel senso di non iscritti all’Ordine dei Giornalisti (da adesso OdG). Moltissimi siti di oroscopi, recensioni musicali, ricette, enigmistica, moda, fumetti o semplicemente di «notizie» sono alimentati in non piccola parte da redattori di testi che non sono né giornalisti professionisti, né pubblicisti, né praticanti (secondo le distinzioni dell’OdG).

L'articolo Il web e l’arte della manutenzione della notizia proviene da Minima et Moralia.

]]>

Esce oggi l’ebook Il web e l’arte della manutenzione della notizia di Alessandro Gazoia (jumpinshark), uno studio sul giornalismo digitale di cui anticipiamo qui un estratto. (Fonte immagine.)

Il giornalista e «quello che un tempo si chiamava lettore»

Con giornalismo/giornalista s’intende qui qualcosa di più largo rispetto alla comprensione tradizionale del termine. In primo luogo, come spiega Luca Sofri, direttore del giornale nativo digitale Il Post: «I giornalisti fanno in realtà una ricchissima varietà di cose diverse tra loro e lontane dal cliché immaginato del “reporter”, e per un – che so – Carlo Bonini o Concita De Gregorio o Massimo Gramellini ci sono decine di redattori che compilano oroscopi, scrivono recensioni di dischi sconosciuti, impaginano ricette, mettono insieme giochi enigmistici, assemblano vestiti per le riviste di moda, dirigono giornalini a fumetti, per dire solo delle cose a cui si pensa meno» («La fine del giornalismo routinario»). In secondo luogo questa grande varietà di cose può essere fatta oggi anche da non professionisti, e per il caso italiano dobbiamo necessariamente intendere l’espressione nel senso di non iscritti all’Ordine dei Giornalisti (da adesso OdG). Moltissimi siti di oroscopi, recensioni musicali, ricette, enigmistica, moda, fumetti o semplicemente di «notizie» sono alimentati in non piccola parte da redattori di testi che non sono né giornalisti professionisti, né pubblicisti, né praticanti (secondo le distinzioni dell’OdG).

Si consideri inoltre il peso sempre più grande che hanno nei giornali online i blog d’opinione, spesso tenuti da «dilettanti» capaci di attirare un largo pubblico o almeno nicchie consistenti di pubblico specializzato. Penso a figure come l’artista Franco Battiato sul Fatto Quotidiano, l’attivista Ilaria Cucchi sull’Huffington Post Italia o il politico Pippo  Civati sul Post; nessuno di essi è iscritto all’OdG, e soprattutto il fedele lettore li segue senza preoccuparsi della loro appartenenza a un ordine professionale, perché, in ambiti distinti e in relazione alle diverse storie personali e capacità, hanno qualcosa di interessante da dire.

Oggi persino le nobili figure dell’editorialista alla De Gregorio, del corsivista alla Gramellini e del cronista alla Bonini possono essere all’occasione impersonate da «quello che un tempo si chiamava lettore», per usare il conio del professore di giornalismo Jay Rosen, che nel 2006 così felicemente sintetizzava un «passaggio epocale». The people formerly known as the audience è ora a un solo clic di distanza dalla pubblicazione, rappresentata appunto dal tasto Pubblica di Blogger, Facebook e innumerevoli altri siti. Il post visto da cento persone e il commento numero cinquecentoventuno in calce a un articolo del Fatto Quotidiano sono altra cosa rispetto a un editoriale di Pierluigi Battista in prima pagina sul Corriere; ciò non toglie che un post visto da cento persone scritto da un cittadino di un piccolo centro possa contribuire utilmente al discorso pubblico di quella comunità e che un post inizialmente visto da cento persone possa, nel giro di una mattinata di condivisioni sui social network, ottenere visite non incomparabili con un articolo su Repubblica.it. «Quello che un tempo si chiamava lettore» ha a disposizione molteplici piattaforme di pubblicazione e condivisione dei propri contenuti/opinioni: i tempi della lettera al giornale, eventualmente pubblicabile dalla testata, come unico modo di far sentire la propria voce sono finiti per sempre.

La disintermediazione è al lavoro tanto per la «gente comune» quanto per i protagonisti della politica, come ben sa il nostro giornalismo parlamentare che con qualche anno di ritardo rispetto ad altri paesi sta vivendo, in questa campagna elettorale di inizio 2013, il trauma dei politici direttamente attivi sui social network. In un passato non lontano il quotidiano riceveva un’agenzia sulle dichiarazioni del segretario di partito, assegnava eventualmente a un giornalista la riscrittura con adeguati contorni, sceglieva una foto d’archivio, stampava nella notte e dava la notizia al lettore il giorno dopo. In quel contesto il cittadino che avesse voluto commentare pubblicamente l’attualità politica non aveva altra opportunità se non la lettera al giornale o il discorso al bar. Senza un abbonamento all’Ansa, un archivio fotografico e una stamperia non si poteva fare tecnicamente nulla di meglio che ritagliare gli articoli e incollarli su di un cartellone. E se per caso il cittadino, ricevuta in eredità una stamperia, avesse deciso di fare comunque il suo giornale artigianale, sarebbe incorso nel reato di stampa clandestina, per violazione dell’obbligo di registrazione di una testata giornalistica presso il tribunale di propria competenza (nella registrazione va pure indicato il direttore responsabile, che deve essere iscritto all’OdG).

Nel 2013 chiunque può offrire al pubblico la propria pregiata opinione su Monti, Bersani e Grillo aprendo con due clic un blog su WordPress o un canale video su YouTube (secondo l’orientamento al momento prevalente, un blog d’informazione non è stampa clandestina [1]). E ora le notizie le forniscono direttamente i protagonisti, in tempo reale, pubbliche e gratis sui social media. Il 25 dicembre 2012 Mario Monti ha scelto Twitter e non l’Ansa o il Corriere per dire agli italiani che è finito il tempo dei lamenti e rendere più chiaro il suo impegno diretto per le prossime elezioni politiche. Il tweet è pubblico e chiunque può leggerlo, citarlo e commentarlo, inoltre è stato lanciato il 25 dicembre alle 23.31, orario troppo tardivo per comparire sui quotidiani del giorno dopo, che però non hanno bucato la notizia, non essendo in edicola il 26 dicembre.

Foto allegata a un tweet del 15 marzo 2012 di Pier Ferdinando Casini
Foto allegata a un tweet del 15 marzo 2012 di Pier Ferdinando Casini

Similmente nel marzo scorso Pier Ferdinando Casini, per dimostrare l’unità della maggioranza politica di cui faceva parte, postò su Twitter una foto che lo ritraeva in una riunione con Monti, Alfano, Bersani e il testo «Siamo tutti qui! Nessuna defezione!» Dal punto di vista del cittadino appassionato di politica parrebbe quindi cominciare l’era dell’abbondanza e della trasparenza: i materiali grezzi sono disponibili liberamente e le barriere tecniche sono abbattute. E anche quelle di comunicazione sono in parte cadute o almeno mutate, perché su Twitter e Facebook possiamo in principio dialogare con i politici, fare domande, chiedere chiarimenti, insomma intervistarli proprio come fanno i giornalisti.

Per alcuni professionisti tutto ciò è un pericolo e un oltraggio, come racconta, nel contesto di una più ampia e opportuna riflessione, questo passo di Michele Smargiassi (da Fotocrazia, «blog d’autore» di Repubblica): “Dirsi come fa Alessandro Di Meo dell’Ansa, forse uno tra i fotografi professionali che assediavano Palazzo Chigi l’altra sera, che è «uno scatto che funziona, ma perché non chiamare noi, che seguiamo notte e giorno i politici?», è già avere la risposta: perché quello scatto funziona, e funziona proprio perché è un autoritratto del potere che si presenta in modo inconsueto, diverso dalle ingessature dei ritratti ufficiali. Questa fotografia «ufficiosa» che simula una familiarità da tag< di Facebook (tipo «Ragazzi guardate, siamo qui, a Palazzo Chigiiii! Con Monti! Wow!») è sicuramente un fatto nuovo nella comunicazione politica italiana. Ma questa fotografia è tutt’altro che innocente e spontanea, e lo capisce chiunque. Il potere rappresenta se stesso”.

Monti e Casini decidono di comunicare anche con Twitter e non solo con le agenzie, i giornali, le radio e le tv non per incoercibile entusiasmo verso le nuove tecnologie e i social media, ma perché è ormai un’esigenza politica l’«orientamento della conversazione» che si sviluppa su queste reti frequentatissime. Sempre più spesso professionisti e dilettanti dell’informazione politica si ritrovano quindi nella stessa situazione di partenza, insieme ai protagonisti: sui social media.

Ingenui, ma non per questo innocui, eccessi politici sono collegati a questa nuova condizione: molti attivisti del MoVimento 5 Stelle identificano tutti i mezzi d’informazione tradizionali (in testa tv, giornali e quotidiani online dei grandi gruppi editoriali) come «zombie asserviti al potere», strutturalmente incapaci di operare con correttezza, e ne proclamano la sostituzione da parte del libero, saggio e democratico «popolo del web», che Grillo rappresenterebbe pienamente. Il MoVimento 5 Stelle si è costruito intorno a un blog e ha puntato senza soste sulla contrapposizione netta, radicale e persino violenta tra internet sano e resto dell’informazione malata, tra democrazia della rete e regime (il dato sempre ripetuto è quello – realmente drammatico, sia chiaro – del 61° posto nella classifica sulla libertà di stampa 2012 di Reporters sans frontières, ora da aggiornare con la piccola risalita alla posizione 57 nel rapporto 2013, riferito agli avvenimenti dell’anno precedente). Già dal solo punto di vista tecnico ed economico, la convergenza dei media rende impossibile una tale rigidissima divisione; soprattutto, venendo al concreto della cosiddetta «controinformazione di internet», chi valuti con serenità vedrà come in troppi casi domini la tendenza al complottismo sfrenato e alla denuncia non adeguatamente sostenuta dai dati. E i social network, in testa Facebook, fanno da cassa di risonanza proprio alle sparate più grosse, poiché queste confermano i peggiori giudizi e pregiudizi, rispondendo a un sentimento diffuso nel paese di grande sfiducia, in primo luogo nei confronti della classe politica, e quindi di un’informazione considerata troppo contigua a interessi di parte. Questa «controinformazione del web» risulta così non di rado compromessa da letture parziali o scorrette dei materiali e vive del continuo rilancio sull’indignazione, trovandosi costretta a fornire notizie ogni volta più clamorosamente sdegnate e clamorosamente inaccurate; e si ritrova a imitare in peggio proprio la stampa tradizionale, tanto odiata per le sue campagne non disinteressate [2]. Perché, ancora una volta, la retorica urlata del nuovo, libero e rivoluzionario, della rete che si sviluppa dal basso non garantisce di per sé nulla.

È inoltre opportuno avere sempre una chiara idea dei numeri in gioco: la puntata di Servizio Pubblico del 10 gennaio 2013 con Silvio Berlusconi ospite di Michele Santoro e Marco Travaglio non è stata solo un enorme successo televisivo ma anche l’evento politico italiano più discusso di Twitter, che pure nel nostro paese inizia a essere usato come «secondo schermo». L’espressione identifica l’attività di chi guarda un programma televisivo e al tempo stesso lo commenta sul social network; come informa l’esperto Vincenzo Cosenza, di Blogmeter, 204.636 sono stati «i cinguettii lanciati, con un picco di 1.885 tweet al minuto» e 48.469 utenti unici. Mentre cinquantamila utenti twittavano su di una trasmissione vista da oltre otto milioni e mezzo di spettatori, la «secondarietà» di Twitter (e, in misura minore, di Facebook) e la continua «eccezionalità» della televisione nel nostro paese si dimostravano clamorosamente.

La partecipazione civica e politica sui social media può anche essere più direttamente attiva nel produrre informazione: lo studente che si ritrovi a seguire le fasi concitate di una manifestazione e le documenti su Twitter scrivendo brevi messaggi e caricando foto scattate col proprio smartphone copre la notizia e compie «atti casuali di giornalismo». L’espressione random acts of journalism è stata resa popolare da Andy Carvin in relazione all’esecuzione di Bin Laden: Sohaib Athar, @reallyvirtual, consulente IT residente ad Abbottabad, divenne infatti per caso il primo «reporter» a documentare e commentare l’intervento dei Navy Seals, poiché, trovandosi in loco, diede notizia su Twitter dell’azione militare, all’inizio non riconosciuta come tale, e si mise quindi a incrociare fonti e a cercare verifiche in pubblico sul social network. Il testimone dei fatti che aspetta diligentemente il giornalista professionista per riferire su quanto ha visto esiste ancora, ma sempre più cittadini, grazie a nuove piattaforme, testimoniano in prima persona; e talvolta svolgono pure quelle operazioni di ricerca e controllo che identifichiamo come tipiche del mestiere giornalistico. Anzi oggi la nuova condizione normale per eventi di grande impatto pubblico come catastrofi naturali e attentati è rappresentata dal giornalista professionista che diffonde le foto postate dai «presenti alla scena» su Twitter e dal telegiornale che include i video di YouReporter.it (piattaforma di condivisione video) nei propri servizi sull’alluvione [3].

Fa giornalismo pure il cittadino che documenti in un blog la situazione del verde pubblico nella sua città o le condizioni delle mense sociali, segua la stagione della locale squadra di calcio o gli eventi culturali, crei una base dati liberamente consultabile sulle scuole non in sicurezza o sugli incidenti causati da guidatori imprudenti a ciclisti della sua area. Naturalmente questa informazione può essere di bassa qualità quando, proprio come accade ai professionisti, le operazioni di ricerca, analisi e controllo non sono svolte con impegno da persone preparate, e può essere anche eticamente scorretta, quando, proprio come accade ai professionisti, ignora scientemente dati, evita di porre domande scomode, rifiuta di riconoscere gli errori commessi, ecc.

 

Continua sul web: ecco uno storify con numerosi materiali commentati nell’ebook, una board su Pinterest con immagini (serie e scanzonate) del giornalismo digitale, un set su SoundCloud con audio di presentazioni/discussioni. E ovviamente anche sulla pagina Facebook

 

[1] A maggio 2012 una sentenza della Corte di Cassazione assolve lo storico e giornalista siciliano Carlo Ruta dal reato di stampa clandestina per l’attività condotta su di un blog. Come spiega l’avvocato Fulvio Sarzana: «Il Supremo Collegio emette una sentenza molto attesa e pone così fine a cinque anni di dispute dottrinarie e “infuocati” dibattiti sulla natura dei blog giornalistici e sulla loro clandestinità in caso di non registrazione presso l’apposito registro delle testate editoriali del Tribunale [] i blog (anche giornalistici) non rientrano nei prodotti editoriali della legge sull’editoria, non devono essere registrati e non sono stampa clandestina». Mario Tedeschini Lalli, un giornalista che sarà spesso citato in questo testo, aggiunge: «Per la Suprema corte nessun sito web è di per sé obbligato a registrarsi presso il Tribunale o presso il ROC [Registro degli Operatori di Comunicazione], a meno che non intenda usufruire degli aiuti pubblici all’editoria. Questo vuol dire che anche il Corriere della Sera o Repubblica potrebbero – volendo – non registrare le loro testate online. E se smettessero di pubblicare un’edizione stampata potrebbero sottrarsi completamente alla Legge del 1948».
Si deve però ricordare che, nonostante l’alto prestigio e il forte valore di indirizzo, la sentenza della Cassazione non impedisce in principio future valutazioni giurisprudenziali di segno opposto. Anche per questo continua a vedersi su moltissimi blog l’apotropaico messaggio: «Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001». La Legge Urbani del 2001 identifica il «prodotto editoriale» con «il prodotto realizzato su supporto cartaceo, ivi compreso il libro, o su supporto informatico, destinato alla pubblicazione o, comunque, alla diffusione di informazioni presso il pubblico con ogni mezzo, anche elettronico». I blog sono quindi «prodotto editoriale»? In caso di risposta affermativa, ignorando la sentenza della Cassazione, potrebbero ricadere sotto la Legge sulla Stampa del 1948. Il blog aggiornato più volte al giorno mostra il disclaimer e non si riconosce come «prodotto editoriale», considerando essenziale nella definizione di «prodotto editoriale» una definita e regolare periodicità.
Se tutto ciò vi pare lambiccato e goffo, benvenuti per la prima volta nell’online italiano.

[2] Quanto detto nel testo non vuole ovviamente negare l’enorme contributo che tanti siti gestiti da volontari appassionati portano al discorso pubblico in Italia e nemmeno l’indecorosa crociata contro il MoVimento 5 Stelle condotta da non piccola parte dell’informazione italiana. Il limite estremo, anche in involontaria parodia, di questa scorretta campagna giornalistica lo si è probabilmente toccato il 21 novembre 2012, sull’onda dei casi Favia e Salsi che tanto hanno scosso i cinquestelle, quando in home page sul Giornale si accusava Beppe Grillo di non democraticità perché su Twitter aveva bloccato Flavia Vento, persona che da mesi guadagna su colonne di destra e blog titoli come «Flavia Vento stalker di Tom Cruise (e l’inglese maccheronico)» per i suoi messaggi, che con eufemismo potremmo definire molto sgrammaticati e invadenti, diretti a personaggi famosi. Raffaello Binelli sul Giornale crede o finge di credere che bloccare un utente su Twitter equivalga a una «fatwa» (le virgolette sono dell’autore e mostrano al peggior meglio un sempiterno malcostume giornalistico italiano: lanciare il sasso delle accuse enormi e ritirare subito la mano, o meglio fare con essa il segno delle virgolette) e si spinge persino a dire «con questo blocco Grillo dimostra di avere poco a cuore quella libertà della (e nella) Rete che da anni lo vede paladino indisturbato». Perché, evidentemente, libertà della (e nella) Rete equivale a dare corda a ogni personaggio minore della commediaccia italiana in cerca di visibilità.

[3] Clay Shirky nel suo libro del 2010, Cognitive Surplus, notava come fossero già quasi identiche le probabilità che un evento di portata mondiale avesse testimoni di un qualsiasi tipo e testimoni dotati di una video o fotocamera. Ricordo inoltre che almeno dal 2006 vi sono in Italia più cellulari che abitanti (e la quasi totalità dei telefonini in circolazione nel 2013 può scattare foto, se non anche girare brevi video).

L'articolo Il web e l’arte della manutenzione della notizia proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/giornalismo/il-web-e-larte-della-manutenzione-della-notizia/feed/ 11
Pierluigi Battista e la questione morale https://minimaetmoralia.it/politica/pierluigi-battista-e-la-questione-morale/ https://minimaetmoralia.it/politica/pierluigi-battista-e-la-questione-morale/#comments Wed, 23 Jan 2013 10:04:14 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12595 (Immagine: Enrico Berlinguer.)

Nel suo articolo di domenica scorsa (“Contro l'abuso della questione morale”, 20 gennaio) per La Lettura, l'inserto culturale del Corriere della Sera, Pierluigi Battista torna su un tema che da oltre trent'anni periodicamente riaffiora nelle analisi di politica culturale italiana: la questione morale, affrontata per la prima volta da Enrico Berlinguer nella celebre intervista rilasciata a Eugenio Scalfari, pubblicata da Repubblica il 28 luglio del 1981.

In sintesi Battista afferma che da quel momento in poi si certifica un cambiamento della linea politica del Partito comunista italiano, uscito malconcio dalla strategia del compromesso storico, fallita tragicamente e sostituita da un sostanziale ripiegamento dell'allora segretario nel nome di una “diversità” a detta del giornalista del tutto arbitraria, come dimostrerebbe l'ultima battaglia berlingueriana contro il craxismo dilagante, culminata nella sconfitta subìta sulla scala mobile. Poi il craxismo dilagante ha preso la piega che tutti abbiamo potuto constatare. C'è dell'altro.

L'articolo Pierluigi Battista e la questione morale proviene da Minima et Moralia.

]]>

(Immagine: Enrico Berlinguer.)

Nel suo articolo di domenica scorsa (“Contro l’abuso della questione morale”, 20 gennaio) per La Lettura, l’inserto culturale del Corriere della Sera, Pierluigi Battista torna su un tema che da oltre trent’anni periodicamente riaffiora nelle analisi di politica culturale italiana: la questione morale, affrontata per la prima volta da Enrico Berlinguer nella celebre intervista rilasciata a Eugenio Scalfari, pubblicata da Repubblica il 28 luglio del 1981.

In sintesi Battista afferma che da quel momento in poi si certifica un cambiamento della linea politica del Partito comunista italiano, uscito malconcio dalla strategia del compromesso storico, fallita tragicamente e sostituita da un sostanziale ripiegamento dell’allora segretario nel nome di una “diversità” a detta del giornalista del tutto arbitraria, come dimostrerebbe l’ultima battaglia berlingueriana contro il craxismo dilagante, culminata nella sconfitta subìta sulla scala mobile. Poi il craxismo dilagante ha preso la piega che tutti abbiamo potuto constatare. C’è dell’altro.

Tornando ancora più indietro negli anni, Battista individua nelle teorie di alcuni intellettuali di primo Novecento, su tutti Giovanni Amendola e Piero Gobetti, quella inclinazione a rappresentare due Italie, l’una civile e per l’appunto morale, contrapposta a una maggioranza tendenzialmente “volgare, plebea, maleducata, avida, arraffona”. Da qui l’origine di tutti i mali italici, la guerra perpetua tra guelfi e ghibellini, i buoni e i cattivi dall’altra, che non smette di assillare e attraversare l’intera penisola. In conclusione, secondo Battista al giorno d’oggi (e soprattutto nelle settimane di campagna elettorale) nessuno può permettersi di fregiarsi e di evocare una certa moralità (tanto meno la sinistra), vista la pietosa rappresentazione dello scenario politico alla quale quotidianamente siamo costretti ad assistere. Seppur supportata da indiscutibili riferimenti storici, la tesi esposta dal giornalista non convince nei suoi elementi essenziali. Proviamo in breve a spiegare perché.

Degli errori politici di Enrico Berlinguer a posteriori si è discusso molto. Sbagliamo tutti, e verosimilmente avrà sbagliato anche lui. Ma la questione morale secondo Berlinguer doveva aprire un nuovo confronto (“la via nuova”) tra le forze politiche, senza esaurirsi nel fatto che “essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concessori in alte sfere della politica e dell’amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e mettere in galera”. Doveva coincidere anche e soprattutto con un programma di risanamento morale e di ricostruzione dell’organizzazione statale e dei metodi di governo; governo al quale il Pci (anche questo dice la storia) non aveva mai partecipato per motivi ormai ben noti. Che poi il segretario del più importante partito comunista occidentale dell’epoca abbia forzato la mano sulla presunta “verginità” dei comunisti italiani in un momento di difficile collocazione politica può esser vero, ma bisogna leggere la forzatura anche nel suo contesto storico. E il contesto storico era quello di un’Italia ancora sconvolta dal terribile decennio appena vissuto, nel quale il sequestro e la morte di Aldo Moro segnarono uno spartiacque decisivo, di cui ancora oggi paghiamo le conseguenze; da questo punto di vista siamo d’accordo con quanto scritto dallo stesso Battista il giorno dopo i funerali di Prospero Gallinari, carceriere e tra gli assassini dello statista democristiano: pugni chiusi e Internazionale hanno riportato per qualche minuto l’orologio indietro nel tempo, senza alcun rispetto per tutte le vittime degli anni di piombo. Ma proprio il tentativo di un compromesso storico con l’odiata Dc dimostra che l’obiettivo politico di Berlinguer non era quello di dividere quanto quello di unire, per il bene del suo e del nostro Paese.

Altro aspetto quello che chiama in causa Piero Gobetti e il suo supposto elitarismo controproducente, laddove ci si riferisce al famoso “Elogio della ghigliottina” gobettiano, che per Battista veniva invocato dal giovane intellettuale torinese “per raddrizzare il legno storto del popolo italiano”. Scrivendo nel novembre del 1922, all’indomani della marcia su Roma, Gobetti invece pretendeva e rivendicava una presa di posizione, il coraggio di offrire il petto e non il fianco alla nascente dittatura, invitava gli italiani a non rimanere un popolo di schiavi per paura o convenienza. Senza dubbio Gobetti aveva la presunzione di sentirsi dalla parte dell’Italia migliore, ma questo lo spingeva a lottare per un Paese migliore, come fece nel 1920 tra le barricate degli operai torinesi, e come cercò di fare costituendo movimenti (e non partiti) legati all’esperienza de “La Rivoluzione Liberale”, la rivista sequestrata e soffocata da Mussolini.

Una rivoluzione liberale a proposito della quale, da giornalista appartenente a quell’area liberal-democratica eterna incompiuta in Italia, Pierluigi Battista dovrebbe raccontarci qualcosa di più, e con più frequenza, visto che qualcuno si permette di nominarla con estrema disinvoltura da almeno un ventennio, con l’evidente intenzione di confondere le acque della storia politica italiana moderna e contemporanea. Perché confondere il liberalismo rivoluzionario con il populismo (come nello stesso numero de La Lettura ben spiega in un’intervista a Dario Di Vico il politologo francese Yves Mény), alla resa dei conti potrebbe rivelarsi un pericolo non da poco nel futuro più immediato.

Anche questa, a pensarci bene, è una questione morale.

L'articolo Pierluigi Battista e la questione morale proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/politica/pierluigi-battista-e-la-questione-morale/feed/ 2