Piero della Francesca Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/piero-della-francesca/ un blog di approfondimento culturale Sat, 09 Jul 2022 16:57:57 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Piero della Francesca Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/piero-della-francesca/ 32 32 Storia dell’arte alla “prova”: le “Indagini su Piero” di Carlo Ginzburg https://minimaetmoralia.it/storia/storia-dellarte-alla-prova-le-indagini-su-piero-di-carlo-ginzburg/ https://minimaetmoralia.it/storia/storia-dellarte-alla-prova-le-indagini-su-piero-di-carlo-ginzburg/#respond Thu, 14 Jul 2022 07:00:54 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=50783 "Indagini su Piero" di Carlo Ginzburg si compone di una serie di studi sulle maggiori opere di Piero della Francesca, confutando erronee datazioni utilizzando le chiavi della committenza e dell'iconografia.

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Indagini su Piero di Carlo Ginzburg fu pubblicato come primo volume della collana “Microstorie” da Einaudi nel 1981. Quella collana, diretta da Ginzburg e da Giovanni Levi, inaugurava un indirizzo storiografico nuovo, influenzato dal gruppo francese Nouvelle Histoire e dalla rivista “Annales”, dove il prefisso “micro” si riferiva all’immagine della lente del microscopio, cioè all’attenzione minuziosa da rivolgere a piccoli elementi in grado di rivelare qualcosa di molto più grande, un processo, come ha riassunto Giovanni Levi, basato «sulla conoscenza dell’individuale che non rinunci a una descrizione formale e a una conoscenza scientifica anche dell’individuale». Adesso Indagini su Piero viene ripubblicato da Adelphi (che sta ripubblicando molte opere di Ginzburg) con un apparato iconografico rinnovato (ricco e sontuoso nelle sue immagini a colori) e, soprattutto, con una nuova Postfazione dell’autore. È affascinante affrontare queste nuove edizioni di Adelphi dei libri di Ginzburg proprio a partire da queste postfazioni di Ginzburg che offrono una possibilità molto interessante, quella di storicizzare da un lato il soggetto del libro e ripercorrere la storia del volume e, dall’altra, evidenziare la ricezione critica dell’opera e tornare, a distanza di anni, su luoghi attraversati in passato, creando una sorta di autobiografia intellettuale che dà la misura delle difficoltà e degli scogli di una ricerca perpetua.

Proprio da questo punto di vista è interessante leggere il nuovo testo contenuto in Indagini su Piero, perché in queste pagine Ginzburg torna sul nocciolo del suo libro, ovvero la confutazione della datazione precoce di un’opera capitale di Piero della Francesca, la Flagellazione, approntata tra gli altri da Roberto Longhi, uno dei più importanti storici dell’arte del Novecento (si capisce quindi bene perché il libro, alla sua uscita, generò molte polemiche e discussioni, uno storico che confutava l’interpretazione di uno storico dell’arte, per di più uno dei più importanti del Novecento). Nella Postfazione, intitolata Forme nel tempo. Ancora sulla data della Flagellazione, Ginzburg riflette sul tema centrale del suo lavoro per apportare ulteriori prove alla sua argomentazione, discutendo le teorie di Longhi, dello storico dell’arte dell’Ottocento Giovanni Morelli (che nel celebre saggio Spie viene studiato per il suo stravagante sistema di attribuzione delle opere d’arte, basato non a caso su piccoli dettagli che poi si dimostrano rivelatori), dello storico dell’arte britannico Kenneth Clark e di quello statunitense Bernard Berenson. In questa manciata di pagine ancora una volta impressiona il percorso che compie il pensiero di Ginzburg che costruisce con un ragionamento analitico estremamente limpido una rete di relazioni in grado non solo di illuminare ancora la questione principale del libro, ma anche di adombrare un ulteriore percorso di ricerca relativo al confronto tra la Resurrezione di Piero della Francesca e quella di Andrea del Castagno, “Castagnaccio” per Longhi, che mostra come possa non essere quest’ultimo a dipendere dal primo, ma viceversa. «Sui rapporti di Piero con Andrea del Castagno (e in particolare con la sua Resurrezione) gli studi recenti tacciono. La cronologia ha lanciato una sfida che non è stata ancora raccolta» scrive Ginzburg in conclusione rendendo evidente come ancora una volta sia possibile inerpicarsi in territori ignoti e non ancora solcati utilizzando elementi minimi ma rivelatori.

Anche la vicenda di Piero della Francesca è ammantata dagli stessi spazi oscuri, come sottolinea Ginzburg in apertura del libro denunciando le difficoltà legate a una ricerca sull’artista di Sansepolcro, in particolare per i pochi elementi sicuri della sua biografia e, anche, per la datazione problematica di alcune sue opere: «In queste condizioni il ricercatore ha l’impressione di trovarsi di fronte a una parete rocciosa di sesto grado, liscia e senza appigli. C’è solo qualche chiodo sparso qua e là». Sono questi rari «chiodi» a offrire allo storico dei precari appigli per la sua ricerca che in questo libro si concretizza in uno sguardo profondo capace di avventurarsi tra le pieghe più strette delle vicende legate a Piero della Francesca distinguendo, per usare il titolo di un suo libro, i fili e le tracce che separano il vero dal falso: leggere attentamente, ha scritto Ginzburg sulla scia di Leo Strauss, significa imparare a leggere tra le righe, a «leggere lentamente» come ha ricordato Ginzburg in una recente intervista citando la definizione di filologia data da Nietzsche. Indagini su Piero si compone di una serie di studi sulle maggiori opere di Piero della Francesca (il Battesimo di Cristo, la Flagellazione e il ciclo di Arezzo) dal punto di vista della committenza e dell’iconografia.

È proprio dalla tensione tra queste due possibili chiavi di lettura che l’analisi di Ginzburg sconfessa la datazione della Flagellazione data da Roberto Longhi che si basava esclusivamente su alcuni dati stilistici. L’idea che guida Ginzburg è che un’analisi basata solo su questo tipo di dati possa portare più facilmente all’errore, a maggior ragione quando l’oggetto di studio è un artista come Piero della Francesca la cui esistenza è ammantata da così tanti spazi bianchi. Si spiega così, per esempio, l’errore nella datazione della Flagellazione, erroneamente individuata tra Settecento e Ottocento come omaggio alla memoria del duca Oddantonio da Montefeltro, assassinato in una congiura nel 1444 e secondo alcuni rappresentato nel giovane biondo che campeggia vestito di rosso nella parte destra della Flagellazione come omaggio alla famiglia, interpretazione che portò a sostenere che fosse appunto un’opera della giovinezza di Piero, ma solo se osservata semplicemente attraverso la lente dello stile e non da quella iconografica. Longhi situò appunto la Flagellazione inizialmente intorno al 1445, in ogni caso prima degli affreschi di Arezzo, basando quindi la sua ipotesi su elementi formali e sull’individuazione di Oddantonio nella figura bionda, mentre per Ginzburg la datazione deve essere posticipata di circa 15 anni proprio basandosi sulla committenza e sull’iconografia. Secondo l’interpretazione di Ginzburg in questo quadro si condensano una serie di elementi che restituiscono tutta la complessità della figura di Piero della Francesca, pittore della luce e della geometria, ma anche fine lettore di questioni politiche e teologiche, che in questo quadro ha voluto rappresentare l’invito rivolto a Federico da Montefeltro a partecipare alla crociata contro i turchi (tra i tre uomini nella parte destra del dipinto figura il cardinale Bessarione, umanista e filosofo bizantino, che avrebbe richiesto l’intervento di Federico da Montefeltro) mentre la flagellazione di Cristo che occupa la parte sinistra rappresenta la sofferenza della Chiesa di fronte all’espansionismo turco, con l’imperatore di Bisanzio, rappresentato come Ponzio Pilato nel quadro, che non oppone alcuna resistenza.

La prospettiva utilizzata da Ginzburg per questi studi è quella dello storico che proprio basando la sua ricerca su elementi non dogmatici ma continuamente ripensati attraverso uno studio continuo, offre la possibilità di ribaltare improvvisamente qualsiasi certezza, come ha ben riassunto in un saggio di La lettera uccide: «Nessun metodo può proteggerci dai nostri limiti, e dai nostri errori. Quando ci rivolgiamo alle giovani generazioni e descriviamo quello che, nonostante tutto, abbiamo cercato di fare, dobbiamo ammettere limiti ed errori». Questa indagine, che oramai ha più di quarant’anni, si lega, come sottolinea l’autore nella breve introduzione, al continuo lavorio sul tema più generale della “prova” che ha scandito gli ultimi decenni del suo lavoro, ma anche all’amore per l’opera dell’artista toscano che ogni lettore potrà qui ritrovare viaggiando tra le opere di Piero della Francesca e il suo tempo: «Ho continuato a lavorare su Piero soprattutto perché non riuscivo a staccarmi dai suoi quadri».

 

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Millenovecentonovantadue https://minimaetmoralia.it/estratti/millenovecentonovantadue-nicola-lagioia/ https://minimaetmoralia.it/estratti/millenovecentonovantadue-nicola-lagioia/#comments Sun, 21 Jun 2015 08:28:02 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27354 È in libreria per minimum fax l'edizione tascabile dell'antologia La qualità dell'aria. Storie di questo tempo curata da Nicola Lagioia e Christian Raimo e apparsa per la prima volta nel 2004. Pubblichiamo il racconto di Nicola Lagioia, ringraziando l'editore.

Non sarò mai un vero fumatore. Mi mancano tenacia, disinvoltura, senso di colpa. Mi manca un certo automatismo, una particolare morbidezza, la temporanea sospensione del giudizio che va dal gesto di accendere la cicca a quello di abbandonarne i resti. La nicotina non mi entra nel sangue. I cinque minuti di una banale fumata diventano un lungo esercizio da mandare a memoria. La sigaretta, fra le mie dita, resterà sempre un viziosissimo artificio e mai, temo mai, una sana abitudine. In un qualunque pomeriggio di pioggia, solo, senza ombrello, fermo ad aspettare l’autobus, sento il tabacco scivolarmi di dosso fino all’ultima traccia. Così ogni volta non ho imparato niente. Non sono spinto a continuare.

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È in libreria per minimum fax l’edizione tascabile dell’antologia La qualità dell’aria. Storie di questo tempo curata da Nicola Lagioia e Christian Raimo e apparsa per la prima volta nel 2004. Pubblichiamo il racconto di Nicola Lagioia, ringraziando l’editore.

Non sarò mai un vero fumatore. Mi mancano tenacia, disinvoltura, senso di colpa. Mi manca un certo automatismo, una particolare morbidezza, la temporanea sospensione del giudizio che va dal gesto di accendere la cicca a quello di abbandonarne i resti. La nicotina non mi entra nel sangue. I cinque minuti di una banale fumata diventano un lungo esercizio da mandare a memoria. La sigaretta, fra le mie dita, resterà sempre un viziosissimo artificio e mai, temo mai, una sana abitudine. In un qualunque pomeriggio di pioggia, solo, senza ombrello, fermo ad aspettare l’autobus, sento il tabacco scivolarmi di dosso fino all’ultima traccia. Così ogni volta non ho imparato niente. Non sono spinto a continuare.

Faccio passare settimane prima di chiedere a qualcuno di allungarmi una Camel. Ciò nonostante, tra il 1992 e il 1996 ho acquistato ogni giorno almeno un pacchetto di sigarette oltre naturalmente ad aver passeggiato in lungo e in largo per Roma, parlato da solo, rischiato più volte di finire sotto un tram.

Da dilettante tabagista quale ero in quel periodo non mi riuscì di collegare ansia, frustrazione, rabbia e paura a un determinato tipo di sigarette. Sicché del vero fumatore mi mancava perfino la fedeltà al marchio. Mi ritrovavo con un pacchetto di Marlboro rosse nella tasca del cappotto, un ventaglio di MS spalancato sul tavolo dello studio, una Chesterfield spenta male nel posacenere mentre ero al telefono e, scritta bianca su sfondo nero, caratteri gotici, teschio con cilindro in primo piano, una confezione ancora intonsa di Black Death (una marca islandese credo, solo per filodrammatici) ferma da settimane sul comodino. Qualche cosa a ogni modo l’avevo imparata anch’io. Mai fumare una Merit (solo per avvocati da quattro soldi in vacanza a Montecarlo), mai una Diana blu (sei studente o non hai scuse). Mai una Club. E soprattutto mai le Gauloises. Le sigarette avevano il compito di coprire il breve ma fondamentale scarto esistente tra la terribile situazione in cui mi trovavo e la sua messa in scena. Un compito che le Gauloises, le sigarette di Sartre, della Grèco, di Jacques Brel e di chissà chi altro, già così potentemente cariche di suggestioni per i fatti loro, non avrebbero saputo svolgere.

E devo dire che, perlomeno ai miei occhi, le sigarette giustificavano tutto il catrame e l’ammoniaca di questo mondo. Mi facevano un gran bene. Mi tenevano in forma. Ricoprendo ogni malessere con un sottile strato mitico rendevano le giornate straordinariamente sopportabili. E ne avrei, ne avrei di istantanee in cui la miseria, la stanchezza rialzano la testa per il semplice sfregamento di un cerino sulla carta vetrata.

Stazione Termini, 1992, ultimi di novembre, sono fermo davanti al tabellone delle partenze, la cicca si sta velocemente consumando tra le dita quando la rotazione dei caratteri nella grande struttura di plastica nera si arresta sulle destinazioni di Firenze, Napoli, Pescara. Lungotevere degli Artigiani, luglio 1992, passeggio nervosamente su un tratto di banchina quasi del tutto invaso dalla vegetazione, ho già scartato e riconsiderato l’ipotesi di aver sbagliato luogo, ora, addirittura giorno, lentamente, le onde bluastre del cielo sottraggono alla vista il ponte di ferro, poi il gasometro, poi gli ex stabilimenti della Mira Lanza, lentamente, metto mano al mio pacchetto di Marlboro e immagino una lunghissima boccata in grado di attirare con la sua luce lo spacciatore che, almeno per questa sera, non si farà vedere.

Maggio 1992, una sigaretta di marca ignota, consumata per metà, lascia cadere la sua cenere sulla mia mano riportandomi sulle 1500 battute di un documento word – una recensione per il settimanale Metropolis – anch’esso licenziato per metà. Ancora maggio del 1992, uno sgradevole odore di cicche bagnate mi sveglia nel cuore della notte, accendo il televisore, accendo una sigaretta, una versione pirata di Cabaret trasmessa da un’emittente locale mi porta inspiegabilmente su ciò che una dozzina di mezzobusti non hanno mai finito di ripetere per l’intera giornata, una confusa sensazione di cicche bagnate, di assorbenti bagnati, di ferro e di sudori che solo le miracolose proprietà della nicotina riescono a isolare nelle parole Mladić e massacro.

Ottobre 1992. Mentre raccolgo le mie cose al termine di una lezione di diritto costituzionale mi accorgo per la prima volta di Roberta. È bella, senza dubbio, una bellezza lontana da ogni convenzione. La sua figura stride sullo sfondo penoso degli studi universitari. In più, non è inquadrata nella sua età. La cosiddetta giovinezza, vale a dire, è una cosa che non la riguarda. Si chiama Roberta, ma questo lo scoprirò soltanto fra qualche giorno. Per adesso mi limito a guardarla. È ferma davanti alla porta dell’aula. Sta chiacchierando piattamente con uno studente del terzo anno. Il tizio l’ha avvicinata con una scusa qualsiasi. Le ha messo una mano sulla spalla. Si dice pronto a offrirle un passaggio per ritornare a casa. Roberta scrolla leggermente la testa. La vedo muovere le labbra. Accenna persino a un sorriso. Ma un semitono nascosto nell’apparente linearità della sua voce, un gradino fantasma, un gesto dentro il gesto di prepararsi a uscire dall’aula consegnano al gentile studente del terzo anno gli estremi di un messaggio a senso unico: «Non si ripeta mai più». Lo studente non può rendersi conto di questo rifiuto. Non riesce a misurare il moto di disgusto che ha spinto Roberta a infilarsi nella sua macchina.

Ha ventidue anni, questo ragazzo della Sinistra Giovanile, sta preparando l’esame di diritto commerciale, frequenta un cineforum dove la settimana scorsa gli hanno fatto vedere Il terzo uomo, due settimane prima Manhattan, tre settimane prima Taxi driver. Ha ventidue anni e non si rende conto di niente. Anzi, mentre sono fermi nel traffico di viale Manzoni fruga nervosamente nel cruscotto alla ricerca di qualcosa che possa fare colpo, una cassetta a suo dire strepitosa, il terzo album di un gruppo fondamentale ma non molto conosciuto, rigorosamente fondamentale, rigorosamente non molto conosciuto, rigorosamente ispiratore della scena di Chicago, un album tra l’altro necessario a raccogliere informazioni sui gusti musicali di Roberta, sulla sua vita, le sue abitudini, la gente che frequenta. Tutto incredibilmente ridicolo. Ma non sa niente, lo studente del terzo anno che accompagna a casa Roberta il giorno in cui mi sono accorto di lei per la prima volta, non ha i mezzi per capire, si immagina che si vedranno ancora, lui e lei, andranno a cena insieme e finiranno inevitabilmente a letto. Si prefigura la scena.

A casa di lui, dopo una pizza in un ristorante di San Lorenzo, dopo averle riscaldato qualche aneddoto sui suoi trascorsi di musicista dilettante, dopo il commento degli ultimi fatti di cronaca, dopo essere ricorsi nuovamente al fascino servile della musica lui bacia lei, lei chiude gli occhi, lui le accarezza i capelli, lui le tocca le tette, lei lo lascia fare, lui allora indugia, passa dalle tette alle spalle, e ancora indugia, rimane sulle spalle come se volesse farle un massaggio, come se si trattasse di un corso per preparatori atletici e non di sesso, allora torna sulle tette, lei lo incoraggia inarcando la schiena non quanto al sesso sarebbe necessario ma con un breve riconoscibile artificio, un sovrappiù, un eccesso di enfasi necessario ad attivarlo, a renderlo consapevole della situazione, il fatto che lei lo desidera, che lei è d’accordo, che la cosa si fa, ed è proprio questo scarto, questo eccesso di enfasi, questa falsificazione di un movimento che glielo fa capire, che lo rassicura, perché lui non conosce altro modo, è sulla base di questo che lui le mette le mani sulla vita e le abbassa i pantaloni, e poiché la chiave di accesso a loro due che effettivamente e anatomicamente stanno scopando è questo movimento falso e volontario, una cosa che con il sesso non ha niente a che fare, perché lui non conosce altro modo, perché gli hanno insegnato una mostruosa e innaturale forma di rispetto, poiché questa è la chiave di accesso per lui che finalmente le sta sopra, non stanno facendo del sesso in questo momento e nemmeno sono impegnati in una volgarizzazione. Sono semplicemente su un altro territorio. Sono rimasti su un precedente piano del linguaggio e questo è disgustoso.

Il gentile studente del terzo anno di giurisprudenza si illude prima o poi di portarsi a letto Roberta, magari entro la settimana. È a questo che pensa con un pensiero che non ha niente a che fare con il sesso mentre lei scende dalla macchina e lo saluta. Lo saluta. Dopo naturalmente averlo fatto fermare all’incrocio tra via Appia Nuova e via Fregene assicurandogli che lì c’è casa sua (abita molti isolati più avanti), dopo avergli detto che di cognome fa Geusa (si chiama Colaninno), che viene da Melpignano (è nata a Galatina), che adora i film di Wenders (Ernst Lubitsch, al massimo Murnau) che sì, certo, le piacciono anche gli Emerson Lake & Palmer (mai sentiti nominare), che purtroppo ha vent’anni essendo stata bocciata in prima liceo (ne ha appena compiuti diciannove e al liceo non è mai scesa sotto la media dell’otto), che la sera resta a casa a guardare la tv, oppure se esce va a cinema (è una puttana, in un modo o nell’altro).

Lo studente del terzo anno di giurisprudenza pensa di richiamarla entro un paio di giorni al numero di telefono che lei gli ha lasciato, oppure pensa di venire ancora a cercarla alla fine di una lezione di diritto costituzionale. Ma il rifiuto di Roberta, l’invisibile messaggio di scherno e derisione che lei gli ha consegnato al momento di accettare il suo passaggio e che lui ha erroneamente scambiato per un ostacolo rituale, un preliminare dei preliminari all’accoppiamento, perché così gli hanno insegnato, perché razionalmente non può pensare ad altro, il moto di disgusto con cui Roberta lo ha seguito tra i corridoi di giurisprudenza agirà sul ragazzo come una piccola maledizione, una condanna, una vibrazione sottocorticale che lui non saprà mettere a fuoco ma che gli impedirà di realizzare ogni proposito.

Lascerà passare le settimane. Frequenterà il suo cineforum. Vedrà Il processo di Orson Welles, poi vedrà The Million Dollar Hotel di Wim Wenders, poi vedrà Fargo dei fratelli Coen. Farà tutto ciò che ci si può aspettare da uno come lui. Farà anche qualche cosa di più ma non farà l’impossibile. Studierà sodo, questo sì. Preparerà l’esame di diritto commerciale. Chiamerà i suoi scandendo vittoriosamente da un telefono pubblico: «Ventinove». Ma quando si tratterà di contattare Roberta, il ragazzo del terzo anno di giurisprudenza avrà sempre qualcosa di meglio da fare. Non proverà a comporre il falso numero di telefono che lei gli ha lasciato (le sue dita subiranno un rallentamento a pochi centimetri dalla tastiera, si arresteranno, saranno dirottate verso un pacchetto di sigarette). Non penserà più di offrirle un passaggio. Non oserà nemmeno avvicinarla.

Ottobre 1992. Lo studente del terzo anno di giurisprudenza e Roberta scompaiono oltre la porta dell’aula al termine di una lezione di diritto costituzionale. Li seguo con lo sguardo fin dove posso. Che cosa c’è di bello, mi chiedo, di bello e di inquietante nella Crocifissione di Antonello da Messina (i ladroni sono inchiodati a due alberi di agrumi), nel Cristo crocifisso sul Golgota di un anonimo russo del xvii secolo (ai piedi della croce riposa il teschio di Adamo), nel Campo di grano con corvi di Van Gogh (manca la croce), nell’Orange Disaster di Andy Warhol (la sedia elettrica è vuota).

Lo studente del terzo anno e Roberta scompaiono oltre la porta dell’aula. Li seguo con lo sguardo fin dove posso. Successivamente li immagino nella macchina di lui, a pochi centimetri l’uno dall’altra, fermi nel traffico di viale Manzoni. Immagino che lui possa arrivare a immaginare di portarsela a letto. «Adoro i film di Wenders», dice Roberta nel frattempo, mentre si adagia sullo schienale aprendosi in un sorriso spaventoso.

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Il fatto di aver riconosciuto Roberta al primo colpo fu certamente una fortuna. Evitai che qualcun altro ci mettesse sopra gli occhi e me la soffiasse. Qualcuno dotato come me degli strumenti necessari per esclamare senza nessuna esitazione: «Ci siamo». Qualcuno che, come me magari, aveva recentemente provato un sentimento di vergogna talmente profondo da ricevere questi strumenti come una contropartita. Oppure qualcun altro che, prima e meglio di me, possedeva queste capacità come una dote innata. Ma non ci fu nessuno più bravo, più fortunato, più svelto e disperato di me. Forse non poteva esserci. Non poteva esserci comunque tra quei corridoi: ai ragazzi di giurisprudenza, nel 1992, era richiesto un altro tipo di corredo. Così, per quattro anni fummo praticamente inseparabili. Imparammo quello che c’era da imparare. Facemmo l’uno l’esperienza dell’altra. Che poi, credo, fu l’esperienza per antonomasia della nostra vita. Con tutto che da vivere potrebbe rimanerci anche parecchio.

Sono arrivato a Roma nel 1992 per studiare giurisprudenza. Sembrerebbe una pessima scusa per andarsene di casa a spese altrui dal momento che a Bari una facoltà di giurisprudenza esiste da anni: affollata, prestigiosa, mal frequentata e mal funzionante come tutte le facoltà di giurisprudenza sparse in giro per l’Italia. L’autunno, per qualche migliaio di neodiplomati, è la stagione di una patetica transumanza. Le ragazze arrivano a Roma per studiare psicologia. I ragazzi vanno a Milano per entrare alla Bocconi. E tutti, più o meno, si concedono una gitarella a Bologna per il test di ammissione a scienze delle comunicazioni. Io non rientravo tra questi casi. Il mio non fu per niente un capriccio. Dopo quello che successe durante l’estate cambiare aria era il minimo che si potesse fare.

Mi trasferii ad agosto, costringendo i miei genitori a pagare due mesi di affitto completamente inutili. Se la cosa andava fatta, però, meglio non perdere tempo. Su questo eravamo tutti d’accordo. I miei salutarono la partenza quasi con sollievo. Giulia, la mia ragazza, addirittura con una certa gratitudine.

E io, mentre risalivo l’Adriatico in Intercity già mi sentivo meglio, mentre l’uniformità del giallo e dell’azzurro esercitava il suo effetto ipnotico al di là del finestrino mi sentivo meglio, mentre mi domandavo che cosa c’era poi di tanto bello nelle auto ferme davanti ai passaggi a livello (che aspettano), nei muretti a secco (le lucertole pietrificate sotto il sole), nelle distese di graminacee che mi passavano davanti (la piatta vastità dei campi rimette le cose in ordine: sei tu che passi, loro rimangono dove sono), mentre all’altezza di Foggia il treno deviava improvvisamente per Caserta mi sentivo sollevato, attraversando un antinferno di abusivismo edilizio, mobilifici e televisioni locali, che cosa c’era di consolante, mi dicevo, nei fondamenti di delirio architettonico che il viaggiatore è costretto ad apprendere per il semplice fatto di passare di là (la sciagurata alfabetizzazione imposta da televendite, appalti truccati e manierismo ricottaro di un certo arredamento non impedisce, poco distante, nel punto più nascosto degli Appennini, la sopravvivenza di esseri umani completamente incapaci di leggere e di scrivere), che cosa c’era, mi dicevo quando il treno costeggiava ormai il Tirreno, sentendomi già meglio, tracciando una linea ideale tra ciò che lasciavo e ciò che mi aspettava, che cosa c’era di bello e di dannato nell’apparente sobrietà, e stasi, e ieratica monotonia delle costruzioni romaniche (una perfetta copertura di un movimento e una follia tutta orientale), nell’apparente follia delle costruzioni barocche (una follia tanto apparente da diventare l’ultimo e più devastante stadio della follia). Bene.

Il colpo di fulmine, dicevamo. Le sigarette. Il 1992.

Il 1992 è un anno importante. Muore Marlene Dietrich. Muore Francis Bacon. Il Barcellona vince la Coppa dei Campioni. Esce Petrolio, romanzo postumo di Pier Paolo Pasolini. Nel cuore dell’Europa, dopo nemmeno mezzo secolo, riappaiono i campi di concentramento. In Italia, un secolo e mezzo dopo le Cinque Giornate, esplode Mani Pulite. Un piccolo passo per il nostro Paese quest’ultimo ma una vera tragedia per moltissimi under 20 di allora: le iscrizioni a giurisprudenza subirono dappertutto un’impennata clamorosa. Tutti volevano diventare magistrati. O meglio, tutti volevano diventare pubblici ministeri anche se nessuno avrebbe saputo dire con precisione che differenza ci fosse tra magistratura giudicante e magistratura requirente.

Io e Roberta ci stringevamo alle pareti dei corridoi della facoltà, ci stringevamo tra di noi e guardavamo stupefatti questa folla di aspiranti giuristi. «Generazione di merda», avremmo commentato riferendoci anche a noi stessi se questo termine, generazione, non avesse oltrepassato nel nostro vocabolario la soglia di una vaga perplessità, poi di un pesante sospetto fino ad assumere i contorni di un raggiro nauseante e regredire a una sottoparola, una voce disarticolata, un raglio, un barrito, un suono più schifoso del più coprofago dei suoni, una cosa che non si può pronunciare senza sentirsi degradati. Che cosa ne sapevano questi ragazzi, ci chiedevamo, del concorso in magistratura (niente), quale amore per il diritto li aveva spinti a compilare il modulo di iscrizione (nessuno), quali vantaggi credevano di poter ottenere da una tesi di laurea in diritto internazionale significativamente intitolata Situazione della giustizia minorile in un campione di diciotto paesi in via di sviluppo (infiniti, ma si sbagliavano di grosso).

Quanti, piuttosto realisticamente, scoprendosi privi di una qualunque vocazione o talento, pensavano di utilizzare la propria condizione di studenti per rimandare le decisioni importanti della propria vita? Parecchi, certo. Ma questa onesta accettazione delle cose sfumava nell’assurda convinzione che un miracolo, un colpo di fortuna o peggio, un’improvvisa crescita interiore, sarebbero arrivati in extremis a salvare il culo a tutti, all’ultimo minuto, come in un film di John Ford. E invece.

Molti si ritrovavano dopo nemmeno due anni a Taranto, a Cuneo, a Caserta, a contemplare stupefatti il panorama urbano della provincia italiana dalla torretta di una caserma. Altri partivano per l’Erasmus. Altri si facevano venire una crisi di nervi. Altri contavano sulla pappa reale, sul ginseng, sulla taurina, sulla benzedrina, sulle tecniche di lettura rapida, sulle dispense, sugli appunti, sulle levatacce, sulle raccomandazioni, sui rinvii degli appelli, sull’improvvisazione, sui corsi per studenti-lavoratori, sul ripristino del diciotto politico. Tutti bevevano caffè. Tutti volevano diventare pubblico ministero. Tutti dicevano di non-voler-diventare-avvocato. Tutti, dopo un esame andato bene, si affacciavano alla terrazza del quinto piano avvertendo un inspiegabile senso di fallimento generale. E tutti, più o meno tutti, prima o poi, si laureavano.

Senza sapere bene per quale motivo si laureavano. Senza provare mai una vera gioia avevano dovuto leggere migliaia di pagine sulle norme tributarie, le cambiali, i trattati internazionali, i divorzi, le sentenze della Sacra Rota, la lentezza esasperante delle procedure civili, la proprietà, il comodato, l’affrancamento degli schiavi nel diritto romano, l’esposizione degli infanti, l’elezione del Presidente della Repubblica, la dichiarazione di guerra, il condominio, la morte presunta, il disastro ecologico, il tentato suicidio. Senza nessuna gioia si erano immaginati il proprio, di suicidio. Avevano preparato i piani di studio. Avevano dato i primi esami. Avevano ricevuto strette di mano, congratulazioni, pacche sulla spalla o, al contrario, si erano dovuti spendere in umilianti discorsi sull’imminente perfezionamento del proprio metodo di studio e della propria persona nel corso di assurde, sgangherate e comunque incomprensibili requisitorie familiari dove, immancabili e sempre meno convincenti per tutti, emergevano orrori lessicali, vere e proprie bestemmie come impegno, sacrificio, futuro, perdita di tempo. Senza nessuna gioia, infatti, avevano perso del tempo. Lo avevano recuperato. Avevano raccolto le briciole del mondo che li circondava. Senza mai diventare cattivi. Senza alzare la testa. Senza nemmeno degradarsi del tutto. Oh, certo, rimanevano i sentimenti.

Ci eravamo infatti anche commossi. Avevamo sentito la famosa fitta al cuore, la sensazione di soffocamento, le lacrime che salgono agli occhi. Per esempio dopo la strage di Capaci ci eravamo commossi (senza avere tuttavia ancora afferrato del tutto la differenza tra magistratura requirente e magistratura giudicante), dopo la notizia che Sarajevo era l’unica capitale europea a essere rimasta ferma al 1945 ci eravamo commossi, dopo la prima la seconda e la terza visione di Ghost, film rivelazione del 1990, ci eravamo commossi e persino ci eravamo commossi dopo la visione de La Bella e la Bestia, impareggiabile e puntualissima puttanata Disney, a Natale, in tutti i cinema del mondo, nel 1992.

Provavamo dei sentimenti, dunque. Avevamo pianto nevroticamente dopo essere stati respinti per la quarta volta all’esame di diritto commerciale, dopo un diciotto, dopo un ventitré e persino dopo un trenta e lode. Ma senza nessuna gioia. Senza nemmeno cattiveria. Avevamo pianto così, per uno sfogo fisiologico. E non avevamo riso, non ci eravamo sbellicati come i pazzi, non avevamo festeggiato la follia dell’universo umano davanti alla notizia della definitiva riabilitazione di Galileo Galilei (nel 1992!) (il 31 ottobre!).

Non eravamo caduti dalla sedia leggendo il giornale. Non eravamo stati colti dalle convulsioni. Non ci eravamo rotolati sul pavimento ascoltando il discorso riparatorio del vecchio Wojtyla: «La Chiesa cattolica, condannando Galileo per la sua conferma della teoria eliocentrica di Copernico, commise un errore». (Per quanto ne posso sapere Roberta fu l’unica a chiedere spiegazioni a padre Bacchelli, gesuita d’acciaio e nostro professore di filosofia del diritto. Il quale, riconoscendo nella ragazza cattiveria e sottigliezza pari soltanto alle sue, fu felice di sollevare gli occhi dal poderoso volume del Capitale che aveva spalancato sulla scrivania per intonare con la sua voce bianca: «Figlia mia. La Chiesa è un disegno millenario. Un sogno escatologico. Tre o quattro secoli di ritardo non fanno differenza».) E avanti, ancora avanti.

Senza avere la forza per fuggire lontano ci eravamo fatti fotografare vestiti da pagliacci alla fine della sessione di laurea. Più veloce di un fulmine, Pasquale Pinelli, ras di tutti i bidelli della facoltà, approfittando della nostra confusione, della stanchezza, del nostro improvviso essere fuori dai giochi, ci aveva sistemato sulle spalle una pesante toga nera per l’esultanza dei parenti, che adesso impietosamente ci fotografavano, passavano al bidello laute mance, applaudivano senza nessun motivo e ci donavano mazzi di rose, ci riempivano di carezze, staccavano assegni dandoci in questo modo un bonario e caritatevole viatico per il mondo del lavoro che tra concorsi affollatissimi, lettere di presentazione, colloqui ai limiti dell’assurdo, stage rigorosamente non retribuiti e intere giornate passate a fare fotocopie ci avrebbe distrutti definitivamente tutti quanti.

Di pomeriggio, dopo mangiato, mentre Roma si riempiva di una luce trasparente, accarezzavo la schiena di Roberta. Fuori gli aerei attraversavano il cielo. Il Tevere era morto. I parabrezza degli autobus scintillavano al sole. I ministeri traboccavano di carte bollate e i giornalai allineavano con sospetto grosse pile del Financial Times. Tutto dava l’impressione di un’enorme palla di oro e di diamanti aggredita dolcemente da un male incurabile. Le auto avanzavano di un metro ogni minuto. I motorini crollavano sotto improvvise raffiche di vento. Il Tevere aveva ancora un sussulto di vita sotto il Ponte degli Angeli e il cancro del Colosseo scorreva lento, prezioso, inesorabile. Io accarezzavo la schiena di Roberta.

Me ne stavo in silenzio e la toccavo. Riattraversavo sotto le dita, annullandolo, tutto il percorso delle ore precedenti. Mi ero svegliato alle sette del mattino. Avevo fatto colazione. Poi avevo staccato i telefoni. Avevo staccato anche la presa dello stereo e mi ero messo a studiare ininterrottamente per delle ore, senza distrazioni, senza mai sollevare gli occhi dai libri, senza pensare a niente che non fosse il nostro piano scellerato. Avevo chiuso i codici. Mi ero sciacquato la faccia. Avevo preso il 24. Il tram attraversava grandi strade fiancheggiate dai platani. Ero sceso a piazza dell’Esquilino. Avevo raggiunto la Stazione. Avevo comprato un pacchetto di sigarette. Mi ero guardato intorno.

Ottobre era il mese perfetto. La città si rispecchiava nel primo clima autunnale.Un senso di fine gloriosa, di eternità minacciata, gli alberi protesi verso l’alto e i vigili urbani nell’asfalto con i timpani sfondati. Avevo aperto il pacchetto di sigarette. La mia vita era finalmente perfetta, mi ero detto. Ero sceso nella metropolitana con una cicca ancora spenta tra le labbra.

Roberta abitava all’ultimo piano di un palazzo vicino piazza Fiume, in un grande appartamento arredato con gusto che non condivideva con nessuno. A letto era stata a raccontarmi di come si trovasse bene a Galatina, il paese dove aveva vissuto fino a diciott’anni, e di come tutti i problemi fossero iniziati soltanto dopo. L’avevo ascoltata per oltre un’ora. Poi avevamo fatto l’amore. Roberta era bravissima a raccontare. Avevo avuto voglia di prenderla a schiaffi ogniqualvolta la descrizione di chiese, strade polverose, pale d’altare, castelli saraceni e ville comunali rallentava improvvisamente, si dilatava come un frutto per arrivare a schiudersi radiosamente sulla figura di un ragazzo che immaginavo perennemente bruno, snello, dinoccolato, sedicenne, e sempre sullo sfondo dell’estate salentina.

Avevamo mangiato. Avevamo fatto di nuovo l’amore. Questa volta con più foga. (La sazietà non ci spossava mai, la sazietà ci rendeva al contrario sempre aggressivi e impazienti.) Ci eravamo brevemente interrogati sull’esame che stavamo preparando. Le risposte erano risultate perfette, veloci, adamantine. Erano un capolavoro di sintesi che escludeva a priori qualunque tentativo di replica da parte del nostro immaginario esaminatore, al quale non erano lasciati spazi di intervento che non suonassero inutilmente cavillosi, superflui, pretestuosi quando non apertamente idioti. Poi ero passato a fumare come un dannato.

Una, due, tre, quattro, dieci sigarette. Roberta si rigirava nel letto. Io mi dovevo esercitare. Ero ancora un principiante. Lo sarei probabilmente rimasto per sempre. «Come sto andando?», avevo chiesto a Roberta. «Non ci siamo», aveva detto lei, «ogni volta sembra che tu stia fumando la prima sigaretta della tua vita». Ma dopo mezz’ora, dopo tre quarti d’ora, quando il fumo disegnava finalmente sulla mia faccia una smorfia di sofferenza, quando la stanza era impregnata di un odore malsano e la voce scendeva a una profondità ridicola che non avrei saputo mai raggiungere da solo, mentre la testa iniziava a girarci, mentre Roberta spalancava gli occhi, mentre in silenzio ci convincevamo di non valere niente, che le cose che facevamo non valevano niente, la nostra vita non valeva niente, le persone che frequentavamo valevano addirittura meno di noi, nel punto morto in cui sarebbe potuto accadere di tutto (immaginavo che Roberta sarebbe scoppiata a piangere o immaginavo di spingerla io fino alle lacrime insultandola brutalmente) in quel momento qualche cosa si scioglieva, decollava, prendeva il verso giusto.

Inanellavo due o tre boccate come si deve. La sigaretta si incastrava morbidamente nell’angolo sinistro della bocca. Il braccio andava avanti e indietro con eleganza, con mestiere. La mano si arrestava a mezz’aria in una situazione da antologia. Tiravo l’ultima boccata. Spegnevo la sigaretta nel portacenere. Le sussurravo: «Girati». Qualche mese prima, a Bijeljina, nella Bosnia nordorientale, le cosiddette Tigri di Arkan avevano massacrato oltre cinquecento musulmani. Io avevo preso un’altra sigaretta.

In Italia Sergio Moroni, deputato socialista coinvolto nell’inchiesta di Tangentopoli, si era ammazzato da qualche settimana. A Palermo Salvo Lima era stato liquidato dalla mafia. Di lì a poco Francesco De Lorenzo, ministro della Sanità, sarebbe stato raggiunto da un avviso di garanzia. Bill Clinton era il nuovo Presidente degli Stati Uniti e in Basic Instinct, ennesima stronzata miliardaria dell’anno, Sharon Stone, scrittrice di gialli e ninfomane bisex, alla domanda del detective Nick Curran: «Come sta andando il tuo nuovo romanzo?» rispondeva con una delle battute più idiote che gli sceneggiatori di Hollywood siano mai riusciti a concepire. «Si sta scrivendo da solo», aveva detto infatti Sharon Stone mentre in Italia i ragazzi si iscrivevano a giurisprudenza, volevano diventare pubblici ministeri, volevano diventare calciatori, volevano formare una rock band.

A Bari, il mio ex compagno di liceo Michele Teutonico, in un irripetibile momento di ispirazione, abbandonava la facoltà di economia e commercio dopo nemmeno una settimana di frequenza. A Roma Karol Wojtyla riabilitava Galileo Galilei. Sull’altro versante del Cristianesimo, il venerando Pavle, patriarca della chiesa ortodossa serba, qualche giorno prima del massacro di Bijeljina aveva tenuto un discorso che a risentirlo a distanza di anni mette ancora paura e lascia del tutto irrisolta la questione se il Cristianesimo sia un delirio inarrestabile, una catena sublime di fraintendimenti, un disastro fondato sulle migliori intenzioni, un sogno luciferino, un’utopia frustrata, una profezia (rigorosamente sbagliata o talmente circostanziata nel suo improvviso rivelarsi da risultare la bozza di una macchinazione ben precisa).

Il venerando Pavle aveva detto: «Che cosa dovrebbero fare i serbi se volessero vendicarsi in maniera adeguata dei delitti di cui sono stati vittime in questo secolo? Essi dovrebbero seppellire gente viva, dovrebbero sgozzarla, smembrare i figli davanti agli occhi dei genitori. Ma i serbi non hanno mai fatto nulla di simile neppure alle bestie feroci, per non dire degli esseri umani». Karol Wojtyla aveva detto: «Saccheggiando Bisanzio, nel 1204, commettemmo un errore ».

Roberta, distesa nel letto, mi aveva preso per un braccio. Aveva detto: «Girati tu, adesso». Era davvero inspiegabile come da tutto quel contesto (noi eravamo irreparabilmente finti, la gente che frequentavamo non era all’altezza, il mondo si era ridotto a un’irrappresentabile massa di informazioni e non riusciva a stare in piedi), era pazzesco come da tutto lo sfacelo, dai nostri sentimenti mediocri, dalla televisione, dalla radio, da Roma e dall’autunno potesse nascere qualche cosa di reale, di gioioso, di tangibile, una sensazione straordinariamente chiara, pulita, un’immagine ferma davanti ai nostri occhi, un pensiero capace di inebriarci, di conferirci un minimo significato, di ritornare continuamente su se stesso. Insomma, una specie di miracolo. Io e Roberta ce lo trovavamo davanti senza sapere né come né perché. Lo afferravamo al volo. Riprendevamo a scopare. Ma non nasceva da noi, questo miracolo. Non era opera del Cielo. E non veniva neanche dal passato.

______________

Dopo avere cenato chiedevo a Roberta di poter utilizzare il suo telefono. Fuori il traffico si era quasi del tutto disperso. Gli uffici erano chiusi. Il quartiere si riempiva di un silenzio interrotto raramente dalle ambulanze o dal passaggio dei tram. In quel momento Roma era decisamente altrove, si ritirava verso il centro (verso piazza Navona, verso Campo dei Fiori, nelle osterie, dentro le stanze degli alberghi) lasciandoci con la sgradevole sensazione di non trovarci in nessun posto.

Io mi sentivo scoraggiato. Pensavo che a quell’ora tutta l’Italia veniva percorsa da un grande fremito di noia, di stanchezza, di resa senza condizioni. Immaginavo un Paese fatto soltanto di piazze, di fontane, di radioline, di porticati, di periferie coperte dalla nebbia e di televisori accesi nella notte. Un Paese i cui abitanti siano scomparsi per sempre. Fino ad ora, pensavo, soltanto i grandi pittori sono riusciti a realizzare questa impresa. Pensavo che il più celebre esemplare della Città ideale, attribuito alla scuola di Piero della Francesca, una delle vette più alte raggiunte dal nostro Rinascimento, esclude completamente, rigorosamente, luminosamente la presenza anche di un solo cittadino. Pensavo che nelle periferie più belle di Mario Sironi ci sono cieli cupi, ciminiere, gasometri, ferrovie ma non esseri umani.

Mi ricordavo di un quadro affascinante e poco conosciuto di Guttuso. Il quadro si chiama L’appuntamento della sera e raffigura un giardino decisamente mediterraneo (potrebbe essere una villa di Capri come un complesso affacciato sulla costa di Smirne) impreziosito dal passaggio di una tigre. Bene, mi ripromettevo, potresti essere felice a lungo e non soltanto per pochi secondi. Anzi, potresti essere felice per sempre.

Immaginavo allora un’Italia completamente deserta, fatta di porticati, di giardini, di basiliche, fatta di statue al centro delle piazze ma anche di lampioni, di ospedali, di cabine telefoniche, di tralicci dell’alta tensione. In questo mio Paese ideale, bandite le persone, erano le cose a dialogare finalmente tra di loro dentro una pace olimpica. Le cose, che pure dovevano agli uomini la propria esistenza,  chiedevano di essere lasciate finalmente da sole. In nessun Paese come in Italia questo dialogo sarebbe risultato più musicale, più ispirato, più fecondo, più denso di significati. In nessun luogo come nella nostra penisola si sarebbe potuto portare a compimento il fine intimo e segreto per cui le cose erano state create. Un punto di arrivo, questo, ben occultato tra le venature dei marmi, nelle fibre delle grandi vetrate e persino dentro le tristi miscele del cemento e della plastica. Non solo le cattedrali, i mosaici, le strade consolari avrebbero dunque partecipato di questo grandioso disegno ma anche le fabbriche, le autostrade, le turbine mostruose delle centrali elettriche, i palazzi lasciati a metà, gli scheletri dei ponti e dei cavalcavia affacciati sul vuoto.

Perché queste cose, viste nell’insieme, sia pure in una instabile e pietosa situazione di equilibrio, un qualche senso riuscivano ancora a conservarlo. Anche gli ospedali iniziati nel 1975 e mai portati a termine. Anche le case popolari di Palermo, di Bari, di Torino, di Napoli. Anche l’anello agghiacciante dell’hinterland milanese. Ma bisognava fare presto, mi dicevo sempre più in preda a questa specie di delirio mentre la sera scendeva longitudinalmente su tutte le città del secondo meridiano e Roberta, alle mie spalle, sparecchiava con apparente tranquillità la tavola in t-shirt e mutandine rosse.

Bisognava sbrigarsi perché una forza ancora più terribile della speculazione edilizia, un rumore di fondo più oscuro e insensato dei discorsi che i tribuni di ogni peso e colore avevano sparso nelle piazze, sui giornali e dentro i tubi catodici del nostro Paese durante gli ultimi cinquant’anni, un orrore del tutto impersonale questa volta, una mostruosità tanto più miserabile e pericolosa proprio perché del tutto svincolata da qualunque apparato razionalizzatore o anche semplicemente pensante, una cosa che io e Roberta avvertivamo chiaramente nell’aria (la vedevamo strisciare come un esercito di larve, la sentivamo raspare nel vuoto come un gigantesco ratto di fogna) e non riuscivamo tuttavia a tirar fuori in modo più compiuto, questa volontà svuotata di ogni possibile sostanza e resa di conseguenza quasi del tutto in vincibile rischiava di travolgere le città, i paesi, i porti e le autostrade vanificando per sempre una corrispondenza tra le cose a cui restasse un minimo di dignità, di senso, di bellezza. Una tragedia colossale che avremmo potuto evitare solo mettendoci da parte. E allora, mi dicevo, solo allora, mentre dalla finestra vedevo il 19 attraversare lentamente viale Regina Margherita, mentre Roberta mi sussurrava alle spalle: «Tutte quelle che vuoi. Puoi fare tutte le telefonate che vuoi», solo nell’impossibilità di un simile contesto avrei potuto essere compiutamente felice.

In un Paese finalmente disinfestato dalla nostra presenza, ogni giorno, dopo il calar del sole, quando la luce sarebbe stata ormai quasi del tutto spenta sui marmi, sui vetri, sul cemento, sulla plastica, si sarebbe dovuto consumare, nella perfetta imitazione di un mito sepolto dentro i secoli, l’appuntamento del quadro di Guttuso.

Telefonavo a Bari, a Giulia, la mia ragazza. Roberta, che fino a quel momento era stata a sentirmi parlare, simulava un improvviso attacco di discrezione e scompariva sorridendo nella cucina. Dicevo a Giulia: «Sì, anche qui oggi c’è stato il sole». Poi le dicevo: «Non ti preoccupare». Dicevo: «Anch’io». Dicevo: «Buonanotte». Dormivo bene. Dormivo straordinariamente bene nel 1992.

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Mirandola – Dov’era com’era https://minimaetmoralia.it/arte/tomaso-montanari-a-mirandola/ https://minimaetmoralia.it/arte/tomaso-montanari-a-mirandola/#respond Wed, 07 May 2014 13:00:31 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20541 Pubblichiamo il discorso che Tomaso Montanari ha pronunciato domenica scorsa a Mirandola. Domani alle 15 Tomaso Montanari sarà al Salone del Libro di Torino per partecipare all'incontro Per una nuova stagione dei beni culturali con Dario Franceschini e Salvatore Settis.

Dopo l'8 settembre del 1943 Augusto Campana non riuscì a rientrare a Roma, dove lavorava come scriptor della Biblioteca Apostolica Vaticana. Così, egli rimase nella sua Romagna fino alla Liberazione. Ma non si chiuse a studiare tra altri libri. Quasi ogni pomeriggio egli percorse in bicicletta i 18 chilometri che separano Sant'Arcangelo da Rimini: per sapere cosa fosse successo alle amatissime pietre di Rimini, minacciate, scomposte, distrutte dalle bombe. Egli tenne un diario, oggi edito appunto con il titolo Pietre di Rimini, che andrebbe fatto leggere ad ogni studente di Lettere del primo anno.

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CHIESA DEL GESù INTERNO FEDERICO BORELLA (STUDIO EIKON)

Pubblichiamo il discorso che Tomaso Montanari ha pronunciato domenica scorsa a Mirandola. Domani alle 15 Tomaso Montanari sarà al Salone del Libro di Torino per partecipare all’incontro Per una nuova stagione dei beni culturali con Dario Franceschini e Salvatore Settis. (Immagine: la Chiesa del Gesù di Mirandola. La foto è di Federico Borella – Studio Eikon. Fonte.)

Dopo l’8 settembre del 1943 Augusto Campana non riuscì a rientrare a Roma, dove lavorava come scriptor della Biblioteca Apostolica Vaticana. Così, egli rimase nella sua Romagna fino alla Liberazione. Ma non si chiuse a studiare tra altri libri. Quasi ogni pomeriggio egli percorse in bicicletta i 18 chilometri che separano Sant’Arcangelo da Rimini: per sapere cosa fosse successo alle amatissime pietre di Rimini, minacciate, scomposte, distrutte dalle bombe. Egli tenne un diario, oggi edito appunto con il titolo Pietre di Rimini, che andrebbe fatto leggere ad ogni studente di Lettere del primo anno.

Ve ne leggo solo una pagina:

«30 gennaio 1944, domenica. Le voci giunte a Sant’Arcangelo sul Tempio Malatestiano sono catastrofiche. Andiamo a Rimini. Il Tempio è aperto, e gente e operai vanno e vengono. Si tratta, salvo errore, di una sola bomba, caduta fortunatamente sulla parte posteriore della chiesa, che è crollata in gran parte, fino alle arcate gotiche aggiunte: nessun danno sostanziale alla parte originale, ma sbertucciature, anche ai bassorilievi. Lo spostamento d’aria ha scoperchiato totalmente il tetto, di cui rimane la sola travatura, ha distrutto il bussolone di legno alla porta d’ingresso e ha aperto la porta della cella delle reliquie (qui è intatto l’affresco di Piero della Francesca). Danni non gravi alla tomba di Sigismondo, scoperchiata dal contraccolpo il 28 dicembre. Vedo le ossa scoperte, tra calcinacci e frammenti … Una nuova perdita grave è la casetta del Rinascimento in Via Gambalunga, un vero gioiello e un monumento a me carissimo, al quale penso da tanti anni, e con Gino Ravaioli siamo d’accordo di illustrarlo, se le mie ricerche storiche giungeranno in porto. Colpita in pieno la casetta, più che metà della facciata è crollata. Anche qui il problema è di raccogliere accuratamente i frammenti architettonici; la ricostruzione è indispensabile».

È una pagina dove ritroviamo tutti i fili che oggi ci hanno condotto qua. Campana non era un architetto, un urbanista, uno storico dell’arte. Non era un funzionario di soprintendenza. Era un umanista, un epigrafista, un filologo: ma non si curava solo di incunaboli, lapidi, manoscritti. Si curava del contesto, del palinsesto unico che circonda, accoglie, plasma le nostre vite.

Era un cittadino: ed è per questo che aveva a cuore le pietre della sua città.

Ancora. Campana corre al Tempio Malatestiano, certo. Ma si china in egual modo sulla casetta di Via Gambalunga. Sa che ciò conta è il tessuto continuo, la relazione tra le cose, il contesto.

Raccoglie i frammenti, e li connette ai suoi studi.

E, soprattutto, non ha alcun dubbio: «la ricostruzione è indispensabile». In quei mesi terribili, questa è l’unica certezza. L’Italia, Rimini, sarebbero risorte com’erano e dov’erano. Era la certezza da cui scaturì la Costituzione, con il suo articolo 9. La Repubblica tutela: una «rivoluzione promessa», avrebbe detto Piero Calamandrei. Una promessa che sta a noi mantenere.

Oggi siamo qua nello spirito di Augusto Campana. Coscienti che gli storici dell’arte hanno smesso di occuparsi di architettura, felici di baloccarsi con le loro opere mobili. Che gli architetti non sanno e non vogliono saper nulla di urbanistica, presi dai loro disegni irrelati e irresponsabili. Che gli urbanisti rigettano la dimensione politica del loro lavoro. I nostri studi ci hanno costretto in una crescente segregazione. Le nostre soprintendenze hanno diviso le loro competenze in modo tale che ormai tra gli affreschi e i muri che li sostengono passano confini guardati col filo spinato.

Sappiamo che tutto questo è vero: ma sappiamo anche che ciò che è successo all’Aquila, ciò che è successo in Emilia, qua a Mirandola, ci costringe a ricordare che il nostro testo comune è la città. Questo il nostro oggetto di studio, questo il campo della nostra tutela. Se vogliamo riconquistare la capacità di incidere sulla politica, dobbiamo ricominciare ad occuparci della polis. Ed è per questo che oggi siamo qui.

Uno degli episodi più luminosi del post-sisma è stata la creazione, all’interno del Palazzo Ducale di Sassuolo, di un Centro di raccolta e cantiere di primo intervento sulle opere mobili danneggiate: un centro organizzato in modo esemplare, coordinato da Stefano Casciu, soprintendente di Modena e diretto da Marco Mozzo, funzionario della stessa soprintendenza: che sono lieto di salutare. Ma se oggi siamo qua è perché la stessa attenzione non è toccata agli edifici che contenevano quelle opere.

La grandissima pala d’altare della Chiesa del Gesù di Mirandola è oggi al sicuro a Sassuolo. Ma è la chiesa del Gesù a non essere al sicuro. Dopo due anni è ancora scoperchiata, e ingombra di macerie, arredi, decorazioni. Non è in sicurezza, e dunque è impossibile svuotarla: ma dopo due anni è impossibile accettare che non sia in sicurezza. Mancano soldi? Personale?

Qualunque sia il punto, siamo qua per dire ai nostri amici degli organi di tutela emiliani: ditecelo, ditelo in pubblico, sollevate il problema. Permetteteci di aiutarvi a salvare il nostro patrimonio. Non trasformatevi in una controparte dei cittadini che chiedono di riavere i loro monumenti. Siamo dalla stessa parte.

Anzi. Vorremo che questa giornata fosse anche una giornata di solidarietà – vorrei dire di amore – verso le soprintendenze italiane. I 44 punti della cosiddetta rivoluzione della Pubblica Amministrazione appena annunciata dal governo di Matteo Renzi prevede l’«accorpamento delle sovrintendenze e gestione manageriale dei poli museali» e la presenza di «un solo rappresentante dello Stato nelle conferenze di servizi, con tempi certi»: e siamo certi che quel rappresentante non sarà un soprintendente. Perché, cito il presidente del Consiglio, occorre «superare i “blocchi” dei pareri paesistici e delle Soprintendenze:dobbiamo ridurre i casi in cui il parere serve». Ecco che il linciaggio delle soprintendenze iniziato su quello che fu un grande giornale di sinistra acquista ora una chiara chiave di lettura: siamo evidentemente alla resa dei conti con l’unica magistratura che, tra mille difficoltà, cerca di salvare quel che rimane del paesaggio e dell’ambiente italiani.

Siamo molto dispiaciuti che oggi non sia tra noi il ministro per i Beni culturali, Dario Franceschini: che abbiamo ripetutamente invitato.

Ci avrebbe fatto piacere chiedergli da che parte sta: con il suo presidente del consiglio, o con le sue soprintendenze? Non so voi, ma io non l’ho ancora capito.

In ogni caso noi lo sappiamo, da che parte stiamo. E oggi vogliamo dirlo chiaro e forte: siamo con le donne e con gli uomini che ogni giorno lavorano esemplarmente nelle trincee dei nostri organi di tutela.

È per questo che abbiamo voluto invitare il Direttore regionale per i beni culturali dell’Emilia Romagna, Carla Di Francesco. Per ribadire il nostro profondo rispetto per il sistema della tutela. E insieme per chiedere ascolto.

Siamo vicini – o almeno lo speriamo – al momento in cui le soprintendenze architettoniche e la direzione regionale dovranno varare i progetti per la ricostruzione del patrimonio monumentale. Ebbene, in questi due anni si sono moltiplicati i segnali che ci hanno allarmato. L’astratta dottrina di alcuni teorici del restauro si è saldata ai concreti interessi di alcuni costruttori: nel cercare di far passare un messaggio che giudichiamo eversivo, quello per cui bisognerebbe, sì ricostruire il patrimonio dov’era, ma non com’era.

Al Salone del Restauro di Ferrara del 2013 lo stand del Ministero per i Beni Culturali si intitolava «Dov’era ma non com’era»: questa era la linea della ricostruzione. Il testo ufficiale, firmato proprio da Carla Di Francesco e stampato su grandi pannelli, si concludeva affermando: «di considerare questo evento drammatico come un’opportunità. L’opportunità di affermare una cultura architettonica della ricostruzione capace di prendere le mosse dalla reale situazione e consentire la coesistenza tra le preesistenze e gli edifici contemporanei, l’attualizzazione del bene culturale laddove era, dando ad esso nuovi significati vitali».

Ecco, cara dottoressa Di Francesco, glielo diciamo con estrema, ma garbata, franchezza: vorremmo che nessun responsabile della tutela definisse il terremoto un’opportunità.

Gli interventi che mi hanno preceduto hanno dimostrato perché rinunciare al com’era e dov’era sia un errore: un errore tecnico, architettonico, urbanistico, giuridico, storico-artistico.

Se nel 1945 si fossero considerate le distruzioni della guerra un’opportunità, oggi vivremmo in città storiche largamente rifatte negli anni cinquanta: e non saremmo più felici. E questo ci insegna a guardare, oggi, al di là del feticismo dell’edificio ‘originale’: a guardare invece al contesto, al tessuto, alla funzione civile e sociale dei nostri centri storici.

Ma accanto alle fondamentali ragioni culturali, ce ne sono altre: ancora più profonde. E sono quelle dei cittadini, di coloro che fanno parte della comunità ancorata a quei monumenti e a quel territorio.

In un momento in cui l’unico sguardo che sappiamo posare sui nostri monumenti è uno sguardo economico è legittimo credere che i monumenti emiliani non siano stati restituiti a noi perché non sono monumenti di rilevanza turistica. Non sono Venezia, non sono Firenze: e dunque, cosa abbiamo da guadagnare nel restaurarli?

Ecco: oggi siamo qua a dire che quei monumenti vanno restaurati e riaperti perché sono la riserva di futuro delle comunità che vivono intorno ad essi. E che quella comunità non è solo quella emiliana, ma è quella italiana: come dicemmo all’Aquila un anno fa, l’Emilia è un  grande problema italiano.

Ed è importante aggiungere una cosa. Una parte rilevante, forse preponderante, di questo patrimonio è costituita da chiese: da luoghi di culto della religione cattolica. Noi non crediamo che il restauro di queste chiese sia un problema del clero cattolico. È un problema nostro. Perché non crediamo che quei luoghi siano proprietà solo della comunità cristiana che vi prega.

La Repubblica tutela non solo il patrimonio in sé, ma la sua appartenenza alla Nazione: ogni cittadino, membro della nazione e sovrano è così proprietario dell’intero patrimonio nazionale, senza altre limitazioni. È per questo che un cittadino italiano di religione musulmana o semplicemente ateo possiede San Francesco di Mirandola non meno del prete che la officia.

La chiesa del Gesù, sempre qua a Mirandola, era tenuta aperta da oltre dieci anni non dal clero, ma dall’associazione Nostra Mirandola. C’è una funzione nuova del patrimonio ecclesiastico: che non nega la  sua sacralità, ma la integra con valori laici, costituzionali, repubblicani. Chi impara a parlare la lingua di queste chiese storiche non abbraccia la storia delle istituzioni occidentali o la religione cattolica, e nemmeno la storia dell’arte italiana, ma i valori inclusivi, tolleranti e aperti della Costituzione. Non si vincola alle «radici» della identità collettiva italiana, ma accetta di fluire nelle acque – felicemente impure, mescolate, contaminate – della tradizione italiana

Il patrimonio artistico è dunque divenuto un luogo dei diritti della persona, una leva di costruzione dell’eguaglianza, un mezzo per includere coloro che erano sempre stati sottomessi ed espropriati. È difficile capirlo perché nessuno, nemmeno a sinistra, ha inteso il Ministero per i Beni culturali come un ministero per i diritti. Alla sua nascita lo si è inteso come ministero per il Patrimonio, cioè per le «cose» da difendere; all’epoca di Veltroni lo si è voluto «per le Attività culturali» (cioè per lo svago e per il tempo libero); il governo Letta l’ha reso anche per il Turismo (anzi, del Turismo), e c’è chi lo vorrebbe astrattamente «della Cultura».

Ma, almeno nei fatti, il Ministero per i Beni culturali dovrebbe essere, invece, un ministero per i diritti della persona: come quello della Salute, come quello dell’Istruzione. Un ministero che lavori per garantire l’accesso di ogni cittadino al patrimonio: innanzitutto l’accesso materiale, ma soprattutto quello conoscitivo, intellettuale, culturale. Un ministero che sia capace di tutelare l’integrità del patrimonio che appartiene anche a chi non ha nient’altro: e cioè il paesaggio e il patrimonio della nazione.

Cicerone racconta che Verre, corrotto governatore della Sicilia, ingiunse al Senato di Segesta di donargli una grande statua di Diana che era stata razziata dai Cartaginesi, e che Scipione l’Africano aveva riportata in Sicilia e collocata di fronte ad un tempio su un piedistallo che raccontava questa storia eroica. La perdita di quell’insieme di arte, memoria collettiva e storia era era potuta avvenire solo «magno cum luctu et gemitu totius civitatis, multis cum lacrimis et lamentationibus virorum mulierumque omnium».

Ecco, questo è il messaggio che oggi parte da Mirandola: è il momento di ricostruire il patrimonio monumentale dell’Emilia dov’era e com’era. Perché lo dice la Costituzione, perché lo dice la legge, perché lo dice la nostra storia, perché lo chiedono i cittadini. Perché la forma dei nostri luoghi possa ancora dare forma alla nostra comunità, aiutarci a ricostruire la nostra democrazia. Perché ogni ferita al patrimonio dobbiamo piangerla «con un gran lutto e con il pianto di tutta la comunità, con molte lacrime di tutti gli uomini e di tutte le donne». Perché non sono degli oggetti ad esser feriti: sono i nostri diritti, la nostra democrazia, il nostro futuro.

Ed è per questo che l’Emilia monumentale distrutta dal terremoto va ricostruita dov’era e com’era.

Ora. Senza se e senza ma.

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