Piero Melati Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/piero-melati/ un blog di approfondimento culturale Tue, 12 Aug 2025 14:34:57 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Piero Melati Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/piero-melati/ 32 32 La notte della civetta. In memoria di Piero Melati https://minimaetmoralia.it/societa/la-notte-della-civetta-intervista-piero-melati/ https://minimaetmoralia.it/societa/la-notte-della-civetta-intervista-piero-melati/#comments Mon, 11 Aug 2025 09:40:53 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=43380 Mi faceva sorridere vedere Batman affacciarsi sulla libreria essenziale di Piero Melati. Mi faceva sorridere vederlo sfoderare la tovaglietta di Superman per apparecchiare la tavola. In qualche modo proviamo a definire la misura e le contromisure al male, ma ci sorprende e rende sempre attoniti, come è accaduto la mattina di lunedì 4 agosto alla […]

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Mi faceva sorridere vedere Batman affacciarsi sulla libreria essenziale di Piero Melati. Mi faceva sorridere vederlo sfoderare la tovaglietta di Superman per apparecchiare la tavola. In qualche modo proviamo a definire la misura e le contromisure al male, ma ci sorprende e rende sempre attoniti, come è accaduto la mattina di lunedì 4 agosto alla terribile notizia della sua morte.

Abbiamo perso un grande giornalista, un grande scrittore. Ricordiamo in particolare l’ultimo libro geniale “Lola&Vlad” (Polidoro, 2024), il fondamentale breviario “Giorni di mafia” (Laterza, 2017) e “Paolo Borsellino. Per amore della verità” (Sperling&Kupfer, 2022) che ha evitato qualsiasi scorciatoia nel raccontare la vita del giudice e della sua famiglia dopo la strage di via D’Amelio.

Piero era uomo intelligente, giusto, dalla dirittura unica. La memoria del suo talento, del suo garbo e della capacità di vedute ampie è viva in tutte le redazioni che hanno avuto la fortuna di viverlo. Questa perdita è incommensurabile come i doni che ci ha affidato. Nel mio percorso professionale l’ho conosciuto da viceredattore capo del “Venerdì di Repubblica”, dove si occupava di attualità e delle pagine culturali. Con “Repubblica” ha aperto le redazioni locali di Napoli e Palermo ed è stato viceredattore capo della cronaca di Roma.

Nel settembre del 2015 l’ho incontrato per la prima volta grazie a questa rivista. Piero, che aveva vissuto il giornalismo del quotidiano “L’Ora” di Palermo, restituendo tra molte cose in modo nitido la storia del pool antimafia e del Maxiprocesso, era animato da una curiosità e umiltà tali da soffermarsi a leggere l’articolo sul rapporto tra Giovanni Falcone e gli Stati Uniti di un giovane che non conosceva. Prese anche l’iniziativa generosa di scrivermi un riscontro, che ha cambiato il mio percorso personale e professionale, ma soprattutto negli anni ha creato l’amicizia più pura e sincera.

Piero ha scritto e mi ha ripetuto spesso una cosa bellissima sugli eroi. Non devono diventare una categoria, una ragione per tenerci a distanza dalla nostra responsabilità, da ciò che possiamo fare. Non possono essere ridotti a un esercizio retorico.

Lui ha vissuto e ha raccontato senza mai andarsene realmente da Palermo. Non ha mai ricercato medaglie da appuntare sul petto. In questo suo libro straordinario, La notte della civetta (Zolfo editore, 2020), da leggere e rileggere, ha restituito a persone  dalla intelligenza e dirittura unica come Rocco Chinnici, Ninni Cassarà, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino il valore preciso della storia che hanno sognato e costruito. Ha indicato il suo canone che non va dimenticato e custodito. Piero ci ha indicato la possibilità di guardare diversamente dentro a una storia collettiva decisiva.

Nel nostro penultimo scambio da Palermo c’era Chinnici. Ora penso sia giusto almeno che vi rivediate.

Il pensiero più dolce e l’abbraccio più forte sono rivolti alla moglie Claudia e alla figlia Flavia.

Questa nostra intervista nasce da un lungo pomeriggio, trascorso nella sua casa, pieno della sua vita, delle sue idee e dei legami che non si perdono nel tempo.

«Oggi, dopo mille stragi, dopo Falcone e Borsellino, ogni spazio parrebbe chiudersi, non dico all’idillio, ma alla fiducia più esangue. E tuttavia…finché in una biblioteca mani febbrili sfoglieranno un libro per impararvi a credere in una Sicilia, in un’Italia, in un mondo più umani, varrà la pena di combattere ancora, di sperare ancora. Rinunziando una volta per tutte a issare sul punto più alto della barricata uno straccio di bandiera bianca», scrisse Gesualdo Bufalino nella nota Poscritto 1992 contenuta nell’antologia Cento Sicilie.

Alla vigilia degli anniversari dei due eventi, la strage di Capaci e quella di via D’Amelio, che hanno segnato la contemporaneità della storia repubblicana, il giornalista e scrittore palermitano Piero Melati pone con il libro La notte della civetta (Zolfo editore, 288 pagine, 18 euro) domande taciute, che ci fanno evadere dalla riserva indiana nella quale è costretto un pezzo gigante della biografia nazionale. La storia della Sicilia è quella d’Italia. Melati ci libera dalla retorica degli eroi, per leggere le pagine chiare e tentare di decifrare quelle ancora oscure.

Non si tratta delle memorie di un reduce che, da giornalista de L’Ora e poi a La Repubblica, ha vissuto in prima linea lo stravolgimento democratico del terrorismo di stampo politico mafioso a Palermo. Melati prende atto delle contraddizioni e delle divisioni, come quelle che hanno separato Sciascia e Falcone dallo stesso fronte, per scavare nelle memorie rimosse. La notte della civetta, al fine di non issare la bandiera bianca di Bufalino, è la promessa di non rinunciare alla complessità della storia.

Ricordando la vita di Rita Atria, evochi una domanda attualissima: cos’è questa “cosa” chiamata mafia che riesce a essere più forte del rapporto di una madre con la figlia?

«È difficile rispondere. Dopo l’assassinio del padre e del fratello, immersi nella realtà mafiosa di Partanna, Rita scelse di testimoniare e raccontare ciò che sapeva. Paolo Borsellino accolse le sue dichiarazioni preziose, la protesse e costruirono un legame molto forte, mentre la madre la ripudiò. Seppellita nel cimitero di Partanna, la madre andò parecchi mesi dopo a trovarla con un martello, per spaccare la sua foto sulla lapide. Il testamento di una ragazzina, suicidatasi dopo la morte del giudice, apre ancora scenari nuovi, e non certo per una volta esclusivamente giudiziari, a cui non siamo più abituati».

Quali scenari?

«Ormai guardiamo il fenomeno mafioso solo dal punto di vista investigativo. Si è perso lo sguardo trasversale e d’insieme, che si posa e torna alla radice delle esistenze».

Lei che cosa era riuscita a vedere e capire?

«Rita teneva un diario. L’ultima notazione è questa: “Roma, dopo il 19 luglio 1992, strage di via D’Amelio. Ora che è morto Borsellino, nessuno può capire che vuoto ha lasciato nella mia vita. Tutti hanno paura, ma io l’unica cosa di cui ho paura è che lo Stato mafioso vincerà, e quei poveri scemi che combattono contro i mulini a vento saranno uccisi. Prima di combattere la mafia devi farti un auto-esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c’è nel giro dei tuoi amici. La mafia siamo noi, è il nostro modo sbagliato di comportarci”. La mafia non è un fenomeno naturale siciliano, ma attecchisce per ragioni precise. Quello chi manca ancora è affrontare il contesto e il condizionamento mafioso in ogni vita».

Falcone, Borsellino, Cassarà, Montana, Chinnici e cento altri sono stati uccisi poiché erano insostituibili?

«Lo spiega anche Joseph Roth in un suo romanzo (La marcia di Radetzky) che parlava dell’Impero Asburgico. Qualsiasi istituzione può impiegare anni a sostituire un ottimo funzionario. Hanno assassinato Ninni Cassarà, intelligenza e anima della Squadra mobile di Palermo, e non è stato trovato nessun altro di quello spessore. Ucciderli equivaleva a incrinare la macchina dello Stato, a ritardare le indagini per anni».

Qual era l’eccezione di Cassarà?

«Apparteneva a un’antimafia utopistica, che è durata poco e ha portato risultati concreti come le condanne del Maxiprocesso. Riteneva che la sconfitta, o almeno il ridimensionamento, di Cosa nostra tramite la cattura dei latitanti avrebbe potuto cambiare in meglio la società siciliana. Si trattava di sconfiggere il cancro che lacerava la società dal suo interno. La rivoluzione o palingenesi si è fermata sulla soglia delle loro idee. L’esito positivo del Maxiprocesso non si è tradotto nel cambiamento radicale immaginato. Dopo il 1992 le mafie, sempre più finanziarie, sono tornate nella fase di immersione e si fatica a riconoscerle. Non abbiamo guardato in profondità a che cosa ci è successo in quegli anni».

Il corpo di Palermo come ha sopportato tali emorragie?

«Quale impasto sociale e umano ha potuto tollerare che tre Kalashnikov sparassero a Cassarà sulle scale di casa, mentre la moglie con la bambina piccola urlava, bussava alle porte per salvarsi e nessuno le aprì. Quella dell’autobomba di Chinnici che città è? Leggevamo nei giornali “Palermo come Beirut” sul terrazzino della casa di famiglia, mangiando il gelo di mellone. Poi ti abitui a tutto, le dittature sono così. La fine è solo l’annientamento, perché arriviamo a tollerare tutto. Vedo una relazione con la parola totalitarismo e persino con il regime concentrazionario».

Il terrorismo di stampo politico-mafioso di Cosa nostra ha cambiato il senso della morte?

«I siciliani hanno per una serie di ragioni una relazione più diretta e sanno guardare la morte. Cosa nostra è riuscita a distorcere questa natura. Distribuendola dappertutto, ha reso la morte il suo volto pubblico. Doveva ostentare il potere di mostrare il morto. Dopo la scomparsa di De Mauro, dal 1979 in poi gli omicidi eccellenti hanno lasciato una traccia in ogni strada. A cominciare da quello di Mario Francese che doveva essere un segnale per tutti i giornalisti. Era il rito per mostrare la potenza. Si sono impossessati della morte e della possibilità di darla».

Per anni Falcone parlò pochissimo, poi l’accusarono di protagonismo. Iniziò a morire, quando lo fece?

«Dai magistrati del pool antimafia non avevamo mai notizie. Un costume che si è perso negli anni successivi. Nella prima parte della carriera Falcone aveva un rapporto difficile con i giornalisti, perché lo irritava l’approssimazione con cui venivano affrontate certe vicende. Dal 1979 almeno fino al 1983 parlò davvero poco. Poi si rese conto che aveva bisogno di una buona comunicazione, affinché il suo lavoro e del pool antimafia venisse raccontato nelle giuste dimensioni. Iniziò a rilasciare interviste con una selezione accurata degli interlocutori e mantenendo la giusta distanza. La necessità emerse, quando capì che la battaglia giudiziaria stava raggiungendo l’apice. Tentò di scuotere l’albero e di piantare semi fecondi. È il periodo in cui venne fischiato persino dai suoi colleghi come nel tribunale di Milano, che oggi espone la foto di Falcone e Borsellino».

Che cosa abbinava Falcone alla capacità di seguire i percorsi e le relazioni dei soldi?

«Carla Del Ponte rimase sorpresa che Falcone, il quale in passato aveva fatto anche il bancario, fosse l’unico a saper leggere i documenti delle banche svizzere. La sua grande intuizione fu di seguire le tracce dei soldi. Sapeva che la pista era quella e l’ha contestualizzata non in astratto ma nella società siciliana, dentro l’organizzazione criminale. Lui, nato alla Kalsa, qualcosa di loro la capiva. Ha associato alla capacità di tracciare i soldi quella di conoscere la natura degli uomini. Era istintivo con un’incredibile metodicità nel lavoro».

Qual è l’aspetto più interessante del rapporto con Buscetta?

«Riuscirono a capirsi. Quest’ultimo pose dei limiti e Falcone li accettò. Il collaboratore di giustizia intendeva vendicarsi dello sterminio dei propri famigliari e nel raccontare era disposto a spingersi fino a un certo punto. In cambio Buscetta garantì una lettura dall’interno del fenomeno mafioso, ma non è stato il primo».

Più dei secoli di carcere inflitti all’ala militare di Cosa nostra, lo scacco matto del Maxiprocesso fu il riconoscimento con almeno trent’anni di ritardo dell’esistenza di questa organizzazione mafiosa.

«Non c’è dubbio. Questo è stato il passaggio cruciale, che ha portato allo stesso Maxiprocesso: lo stabilire che Cosa nostra esisteva e non era una semplice associazione a delinquere. Dopo tanti caduti che avevano tentato di scollinare questa altura si arrivò in vetta. Un passaggio delicato e così fondamentale che i successivi sono apparsi sempre in tono minore, se non confusi, come il concorso esterno in associazione mafiosa con letture difformi da parte della Cassazione».

Senza ricostruire la linea continua da Terranova a Chinnici non si può comprendere questa svolta. Che cosa rappresentò Rocco Chinnici per Palermo?

«Falcone guardava la mafia verso l’alto: le banche svizzere, i riciclaggi, gli equilibri interni alle “famiglie”, i legami tra boss e grande potere. Seguiva gli assegni. Chinnici era ossessionato dalla strada. Non gli sfuggiva mai il collegamento tra quei livelli più sofisticati studiati da Falcone e quel che si consumava nel giardino di casa della città. Ma proprio per questo a colpirlo non era tanto l’albero avvelenato, ma i suoi frutti mortali: le fontanelle, le siringhe, i ragazzi che si bucavano».

Chinnici comprese pienamente la portata del capovolgimento sociale della narcoeconomia.

«Aveva chiara la misura dell’aumento geometrico di quella peste. Lo ascoltavano con insofferenza, lo accusavano quasi di non parlare d’altro. È stato l’unico a dire con coraggio che le vittime di overdose erano vittime di mafia. Ha assistito e reagito al massacro di una generazione, quella delle occupazioni universitarie del ’77. Questo dolore riguarda tutti ma non lo codifichiamo in nessun libro di storia. È stato un effetto del trasferimento dei laboratori di Marsiglia, che furono nulla rispetto alle raffinerie di droga in Sicilia».

Qual è stato il riflesso delle raffinerie e dei soldi del traffico di droga sull’urbanistica palermitana?

«Come in America tramite l’economia diffusa dello spaccio si distruggeva l’equilibrio sociale di un quartiere per la costruzione di nuovi e lo spostamento delle persone. Nacquero quartieri finti. I soldi della droga fecero costruire i palazzi e lo sapevano tutti. Palermo è diventata essa stessa una città finta e del tutto sradicata».

Che cosa ricordi del nove maggio 1978?

«Quando Sciascia parlava di incidenze e coincidenze aggiungeva: “Alcune volte mi sembrano le uniche che possono spiegare i fatti”. Certamente quella giornata è stata un cambiamento epocale. Al vertice della piramide morì Aldo Moro e con lui crolla il ponte che collegava l’anima cattolica e quella comunista del Paese. Alla base, a Cinisi, assassinarono l’unico ragazzo della sua generazione che in dieci anni, dal 1967 al 1977, non aveva dimenticato la questione mafiosa. Dopo l’omicidio Scaglione e la scomparsa di De Mauro, il movimento studentesco siciliano ignorava quasi l’esistenza della mafia. Non volava una mosca».

Impastato, un mafioso, il padre, lo aveva in casa.

«Sì e un altro di caratura mondiale, Tano Badalamenti, a cento passi della propria abitazione. Peppino aveva assistito alla costruzione di un aeroporto in uno dei luoghi considerati più pericolosi dai piloti. Badalamenti era il proprietario dei terreni, mentre Liggio, considerato ancora il boss emergente, si poteva limitare ai lavori di sbancamento della terra. Impastato sapeva benissimo chi comandava. Mentre la sua generazione, che provava la sensazione interiore della fine del mondo, soggiaceva alla merce venduta dal prototipo moderno dei narcos, lui dalla radio indicava e percorreva la strada opposta all’invasione dell’eroina».

Qual è leredità di Impastato a dispetto dei santini?

«La beatificazione è una maledizione, perché rende queste figure estranee a noi. Bisogna pensare al ragazzo normale che in quegli anni aveva in mano una radio libera per dire ciò che non leggevamo nei giornali e che le persone temevano di pronunciare anche nel chiuso delle case. Lo considero in relazione alla radio. Esisteva la necessità di parlare un altro linguaggio. Lui con ironia e coraggio ne costruì uno. E in Sicilia la costruzione di una lingua nuova doveva passare dal rendere pubblica la lotta alla mafia».

In che modo dialogano i libri di Sciascia Il giorno della civetta e L’affaire Moro?

«Il giorno della civetta scoperchiò per la prima volta tutto. Lo scrittore, che aveva già dato contro la mafia, sfidò l’Italia intera e il patto di unità nazionale contro il terrorismo scrivendo L’affaire Moro, e che riceve e parla con i suoi concittadini con altrettanto disincantato distacco e senza obbligo all’empatia, alla maniera dell’amato Stendhal, con la freddezza di un entomologo».

L’unica monografia sul giudice Cesare Terranova vide il contributo decisivo di Leonardo Sciascia. Era vicino a Chinnici. Come si può spiegare la distanza con Falcone?

«Tutti noi siciliani viviamo all’ombra di questo comune, inconciliabile magistero, quello del giudice sacrificatosi nella lotta contro la mafia, e quello dello scrittore che – tra gli altri suoi alti meriti – per primo la denunciò, parlandone al mondo. Sciascia non giustificava la geometrica e razionale freddezza di Falcone, che nasceva dal fuoco che uccise Terranova e Chinnici. Sciascia non capì che i giudici stessero cambiando attraverso quel fuoco e la prossimità sempre più schiacciante di Cosa nostra. Non esisteva più la possibilità di guardarla con il distacco con il quale aveva potuto scrivere Il giorno della civetta. L’unico romanzo sulla materia che resta efficace».

È ancora difficile riconoscere la reciproca inconciliabilità?

«Dovremmo ammettere l’esistenza di un paradosso che assomiglia a una ferita aperta: la differenza tra lo Sciascia che scrive Il giorno della civetta e quello dell’articolo I professionisti dell’antimafia. È la stessa persona, ma offre due visioni diverse rispetto all’amicizia con Terranova. Dobbiamo accettare la sua piena insondabilità. L’articolo era profetico in alcuni sensi, ma come ricordò Borsellino quel giorno Falcone iniziò a morire. Dopo il caso Tortora, Sciascia diffidava dei Maxiprocessi e delle procure dopo il suicidio del segretario regionale della Dc Nicoletti».

Bufalino colse lo sgomento di questa freddezza?

«Sì, e stando più a distanza dalla materia rispetto a Sciascia, vide la linea di continuità da Terranova a Falcone. La storia mancata tra Falcone e Sciascia è un frutto di Sicilia: una terra che fa i suoi figli migliori e poi li mette contro».

Paolo Borsellino raccolse anche questo frutto amaro. In che cosa consisteva la sua umanità?

«Disse il consigliere Antonino Caponnetto: “Non ho mai conosciuto un uomo più umano e giusto di Paolo e non lo conoscerò sicuramente mai”. Paolo invece sussurrava: “Sarò sempre il secondo di Giovanni”. Dal punto di vista dell’umanità e del coraggio, Borsellino giganteggia. Non so quali altri esempi si possano trovare. Una persona che va lucidamente alla morte per oltre cinquanta giorni. Visse la fine con profondo tormento e cupezza, ma insieme ad atti pubblici decisivi continuò a dare messaggi di amore ai figli, alle persone. Come disse il filosofo siciliano Gorgia da Lentini, a proposito degli eroi della guerra del Peloponneso del suo tempo, erano uomini concreti che hanno accettato la situazione in cui si trovarono e seppero agire come le circostanze richiedevano. Per questo non ne deve essere perduta la memoria. Riesco ad associare questa esperienza che pone interrogativi etici, morali, umani a quella dei campi di concentramento».

Che effetto ti fa la dicitura “Borsellino quater”?

«Per pigrizia guardiamo le due stragi nello stesso modo, poiché ravvicinate nel tempo. In realtà quella di Capaci è stata compiuta per la stabilizzare la situazione con l’elezione del Presidente della Repubblica. La strage di via D’Amelio al contrario per destabilizzare. Dunque questa seconda risulta a livello processuale ancora più ingarbugliata con depistaggi ormai acclarati per non far emergere ciò che è stato».

Qual era il tuo patto con il capo del pool Antonino Caponnetto?

«Gli promisi di non disturbarlo mai, perché era spesso assalito da grupponi di inviati con domande talvolta improbabili. Però gli dissi: se le busso, la prego, mi risponda, perché si tratterà di un’emergenza. Al Palazzo di giustizia di Palermo, dove andavo quotidianamente, mi ricevette per confermare la voce dell’arresto di Michele Greco, il “papa” della mafia, il capo della Commissione: “Giovanni è andato in caserma per il riconoscimento”. Caponnetto era ieratico, gentile. Negli anni del Pool ha fatto da chioccia e parafulmine. Aveva sentito la “corda pazza”, per usare l’espressione di Sciascia. Era siciliano ed ebbe il richiamo della terra madre».

Nel 1987 dopo la conclusione del Maxiprocesso hai lasciato Palermo. Quanto ha pesato il bagaglio di quella guerra?

«Nei primi anni vissuti lontano dalla Sicilia mi ha continuato a inseguire, poi me ne sono liberato per infine tornare ad aprirlo con più distacco. In gran parte è un nodo che non si risolverà mai. Più in generale il modo errato di fare memoria lascia incagliate le questioni storiche».

Qual è il tuo ricordo del giornale L’Ora?

«Gianni Lo Monaco, il vecchio cronista di giudiziaria, che arrivava il pomeriggio con il cane e ci raccontava le storie, inquadrava i fatti e il loro contesto storico. Ti dava sempre una pista da seguire. Ci spiegava come non diventare dei passacarte. Eravamo poveri, sporchi, ma il giornale mi ha dato tutto».

Alla vigilia dell’anniversario della strage di Capaci, arriva dalla Sicilia la notizia dell’arresto del Commissario Covid Antonio Candela. Che cosa indica?

«C’è una questione urgente e attuale. Il “capo condominio” della sanità siciliana, accusato per tangenti con il suo sodale agrigentino, peraltro membro della commissione siciliana antimafia, era sotto scorta, come tanti prima di lui, per minacce dovute al suo presunto impegno in favore della legalità. C’è un marcio evidente e ricorrente, annidato dentro l’apparato retorico ufficiale inaugurato nel dopo stragi del ‘92, che viene da tempo utilizzato non solo come scorciatoia per carriere da abili professionisti, ma anche come nuovo sistema di potere e copertura della novella corruzione. Sanità ma anche discariche, scioglimento sospetto di consigli comunali ma anche gestione dei beni sequestrati alla mafia, e avanti così».

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La scoperta di Cosa Nostra https://minimaetmoralia.it/libri/la-scoperta-cosa-nostra/ https://minimaetmoralia.it/libri/la-scoperta-cosa-nostra/#comments Thu, 19 Mar 2020 07:00:23 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=42685 Pubblichiamo un pezzo uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

«La mafia in Sicilia si occupa anche del mercato dei fiori». A dirlo fu il giudice Cesare Terranova, l’uomo che aveva arrestato il “corleonese zero”, Luciano Liggio, antenato di Riina e Provenzano. Terranova, dopo due mandati parlamentari, deluso dalla politica, tornò in magistratura nel giugno del 1979, in tempo per essere ucciso tre mesi dopo a Palermo.

Così potete giurare che pure la composizione floreale regalata dal prete del paese a Kay Corleone (Diane Keaton), sotto gli occhi di Michael Corleone (Al Pacino), nella scena del matrimonio del Padrino parte III, girato nel 1990 a Forza D’Agrò, in provincia di Messina, sarebbe stata meritevole di sequestro. Anche quel “mazzolin di fiori” utilizzato sul set profumava certo di racket e polvere da sparo.

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

«La mafia in Sicilia si occupa anche del mercato dei fiori». A dirlo fu il giudice Cesare Terranova, l’uomo che aveva arrestato il “corleonese zero”, Luciano Liggio, antenato di Riina e Provenzano. Terranova, dopo due mandati parlamentari, deluso dalla politica, tornò in magistratura nel giugno del 1979, in tempo per essere ucciso tre mesi dopo a Palermo.

Così potete giurare che pure la composizione floreale regalata dal prete del paese a Kay Corleone (Diane Keaton), sotto gli occhi di Michael Corleone (Al Pacino), nella scena del matrimonio del Padrino parte III, girato nel 1990 a Forza D’Agrò, in provincia di Messina, sarebbe stata meritevole di sequestro. Anche quel “mazzolin di fiori” utilizzato sul set profumava certo di racket e polvere da sparo.

Cosa nostra siculo-americana è stata sempre connessa con ogni possibile business, innocenti fioriture comprese. Soprattutto con quello del cinema. Dagli anni del Proibizionismo non ha mai smesso di nutrirlo, fornendo sceneggiature, personaggi, azione. Regalandoci, nel frattempo, la prima anticipazione della imminente globalizzazione del mondo. Chi, nel novecentesco “secolo americano”, ha collegato meglio delle cinque famiglie d’onore newyorkesi (Genovese, Gambino, Bonanno, Colombo, Lucchese) i grattacieli di Manhattan, gli algoritmi della Silicon Valley, i piani strategici della Seconda Guerra Mondiale (vedi la partecipazione allo sbarco alleato in Sicilia) con le più sperdute mulattiere siciliane e le fontane per muli dei paesini descritti nel Gattopardo?

0238120_La scoperta di cosa nostra_Esec@01.inddLa mafia è stata un ponte tra Sicilia e America. Ma ignoravamo che anche per l’antimafia è stato così. C’era un ponte invisibile, una continuità storica tra le due sponde, anche per chi i boss ha combattuto. A rivelarcelo è il giornalista Gabriele Santoro, l’autore di La scoperta di Cosa nostra. La svolta di Valachi, i Kennedy e il primo pool antimafia (Chiarelettere). Solo che, mentre per le gesta di Cosa nostra i media, il cinema, l’editoria mondiale ci hanno fornito montagne di storie, tanto da farne leggenda, per scoprire la continuità tra Antimafia italiana e quella a stelle e strisce dobbiamo tornare alle origini. E finalmente ci spiegheremo, tra l’altro, perché dopo la strage di Capaci del ’92 venne eretta nella scuola dell’Fbi a Quantico, Virginia, una statua del giudice Giovanni Falcone.

Eccolo il perché: prima del giudice-simbolo e delle moderne guerre antimafia condotte da lui in Sicilia, in America c’erano già solidi precedenti. E così Falcone è diventato, agli occhi dell’Fbi, anche una icona americana che innovandola aveva perpetuato quella tradizione.

Questi precedenti, per gli agenti dell’intelligence americana avevano aperto la pista al suo lavoro e oggi, inequivocabilmente, ci dicono anche quanto tempo si è perduto. La mafia come “nemico interno” delle democrazie. Il termine lo conierà Robert Kennedy, fratello del presidente degli Stati Uniti, JFK, ucciso a Dallas il 22 novembre 1963.

Bob Kennedy verrà assassinato a sua volta il 6 giugno 1968, quando era destinato a succedere al fratello alla Casa Bianca. Venne fermato, ma ebbe comunque il tempo di fondare nel ’61 il primo pool antimafia della storia, in anticipo sull’idea di un “lavoro antimafia collettivo” promossa per primo in Italia dal consigliere istruttore siciliano Rocco Chinnici e poi attuata dal pool palermitano guidato da Antonino Caponnetto, con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, il team che istruì il maxiprocesso del 1986 decretando la condanna definitiva dell’Onorata società davanti al mondo.

«Nemico interno»: con questa etichetta Bob Kennedy, all’inizio dei Sessanta, tira fuori la mafia dall’ombra, e spiega all’America (contro le resistenze dello storico capo del Fbi, John Edgar Hoover) che non sarà più l’Urss il nemico pubblico numero uno, ma una impresa criminale che, quanto a fatturati, aveva già superato la General Motors. E lo farà (altra analogia con l’Italia) con un uso inedito dei media, curando le dirette televisive delle sedute della Commissione d’inchiesta McClellan (viste da milioni di americani), inventando il programma di Protezione testimoni (da allora lo sentiremo citato in ogni film d’azione), esponendo il primo pentito della storia di Cosa nostra (Joe Valachi), e infine, invocando il reato associativo mafioso. Dopo Kennedy verrà varata, nel 1970, la contestazione penale di racketeering (traffici illeciti), prototipo del 416-bis, approvato in Italia nel 1982.

L’autore ha viaggiato, scavato archivi, intervistato i sopravvissuti dell’entourage dei Kennedy, consultato e collegato montagne di carte. Così, chi vuole trovare le origini della Mano Nera non dovrà più limitarsi al vecchio volume del 1970 sulla “cantata” di Joe Valachi, The Valachi Papers, curato in Italia da Fruttero e Lucentini e scritto dal cronista del New York Times Peter Maas. Oppure rivedere la pellicola targata De Laurentiis, I segreti di Cosa nostra, nella quale Charles Bronson impersona il collaboratore di giustizia, affiancato da Walter Chiari e Amedeo Nazzari (film che la Paramount si rifiutò di distribuire per le minacce ricevute, poi accolto dalla Columbia, solo dopo la mediazione di certo Jimmy detto Blue Eyes).

Il lettore scoprirà che don Vito Genovese, latitante, nel 1937 venne nominato commendatore da Mussolini e che nel 1963 l’assalto di fotografi e cronisti fu tale da rischiare di mandare in vacca la prima deposizione di Valachi: la mafia era già showbiz. I giornali italiani, nelle prime corrispondenze, chiamarono curiosamente la mafia “Casa nostra”, anziché Cosa nostra. Un caso di specie di “lapsus freudiano”, forse.

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In ricordo di Attilio Giordano, giornalista generoso https://minimaetmoralia.it/ritratti/in-ricordo-di-attilio-giordano/ https://minimaetmoralia.it/ritratti/in-ricordo-di-attilio-giordano/#comments Thu, 07 Jul 2016 06:00:24 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31492 Qualche giorno fa, il primo luglio, ci ha lasciato Attilio Giordano. Per la prima volta dal 1993, domani il venerdì di Repubblica sarà in edicola senza la sua firma, come inviato, caporedattore e infine direttore, dal 2010. Da lettori di minima&moralia spesso avete letto su queste pagine articoli e reportage usciti originariamente sul Venerdì. Se questo accade è anche per la generosità e per l'amicizia dimostrata da Giordano nei nostri confronti: diversi autori di minima&moralia hanno lavorato e sono cresciuti con lui. Anche per questo, oltre che per le sue qualità umane e professionali, lo ricordiamo con grande affetto. La foto è di Matteo Nucci.

“Ehi buliccio, vieni a pranzo?” Attila si alzava dalla poltrona spellata, raccattava la pipa e il tabacco, dava un’occhiata alla scrivania zeppa di roba e si muoveva. I quotidiani del giorno coprivano libri, appunti, prove di copertina, disegni, libri da leggere o da assegnare, libri da buttare via o da deridere. New York Times, El Pais, Die Zeit, Times, Economist.

Chincaglieria, regaletti, massime del suo lavoro di direttore del miglior settimanale italiano scritte a caratteri cubitali dalla figlia Maria. Rituali di controllo. Un movimento del collo per sciogliere la cervicale. Via. Mi faceva segno di uscire. Occhieggiava sulla soglia della grande stanza dei grafici e su quella del suo alleato, Gianni Mascolo, l’art director con cui sognava copertine e cercava immagini pulite forti vere. Mascolo ne imitava la voce un po’ nasale e un po’ compunta e lui rideva.

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Qualche giorno fa, il primo luglio, ci ha lasciato Attilio Giordano. Per la prima volta dal 1993, domani il venerdì di Repubblica sarà in edicola senza la sua firma, come inviato, caporedattore e infine direttore, dal 2010. Da lettori di minima&moralia spesso avete letto su queste pagine articoli e reportage usciti originariamente sul Venerdì. Se questo accade è anche per la generosità e per l’amicizia dimostrata da Attilio Giordano nei nostri confronti: diversi autori di minima&moralia hanno lavorato e sono cresciuti con lui. Anche per questo, oltre che per le sue qualità umane e professionali, lo ricordiamo con grande affetto. La foto è di Matteo Nucci.

“Ehi buliccio, vieni a pranzo?” Attila si alzava dalla poltrona spellata, raccattava la pipa e il tabacco, dava un’occhiata alla scrivania zeppa di roba e si muoveva. I quotidiani del giorno coprivano libri, appunti, prove di copertina, disegni, libri da leggere o da assegnare, libri da buttare via o da deridere. New York Times, El Pais, Die Zeit, Times, Economist.

Chincaglieria, regaletti, massime del suo lavoro di direttore del miglior settimanale italiano scritte a caratteri cubitali dalla figlia Maria. Rituali di controllo. Un movimento del collo per sciogliere la cervicale. Via. Mi faceva segno di uscire. Occhieggiava sulla soglia della grande stanza dei grafici e su quella del suo alleato, Gianni Mascolo, l’art director con cui sognava copertine e cercava immagini pulite forti vere. Mascolo ne imitava la voce un po’ nasale e un po’ compunta e lui rideva.

Erano le due passate. Poca gente in giro. Silenzio da controra. Tirava dritto. Passava davanti alla porta delle stanze annunciando che se ne andava a pranzo. Se non erano in giro per il mondo, dava una voce ai suoi fedelissimi, per capire se volessero venire con lui. Poi scendevamo giù. E iniziava uno dei momenti più belli che io abbia vissuto nella mia vita.

Come potrei spiegare ciò che accadeva durante quei pranzi, gli innumerevoli pranzi, che mi ha regalato Attilio Giordano, questo enorme monumento alla più alta tradizione di giornalismo italiano purtroppo in estinzione? Fedele a una serie di brevi, semplicissime, massime che hanno regolato il suo mestiere, Attila sosteneva che in un pezzo le cose più importanti vanno raccontate subito e che il modo migliore è farle vedere a chi legge.

Le cose più importanti di una lunga storia, un viaggio complicato, un incontro, un’intervista o qualunque sia la situazione complessa che esige di essere spiegata, le cose più importanti “sono” diceva  “quelle che io raccontavo, appena tornato a casa, a cena a Terry”, ossia alla sua moglie bellissima e amatissima. Le cose più importanti di tutto il lungo e magnifico viaggio che io ho fatto con Attila sono quelle che mi ha insegnato. E me le ha insegnate a pranzo. Fingendo di non insegnare nulla.

Si scendeva giù con l’animo leggero. Attila se la prendeva con qualcosa o qualcuno arricciando le labbra in una smorfia di disprezzo che lo aveva reso famoso. Giravamo oltre il grande edificio e ci avviavamo dalla Signora. Siamo andati in molti posti diversi a mangiare, a pranzo, attorno al giornale, ma la trattoria che sempre descriverò, “appena tornato a casa”, per raccontare di Attilio Giordano, è quella della Signora. L’aveva chiamata così Luca Villoresi, un altro grande giornalista di Repubblica, appassionato di Roma e cucina romana. La chiamavamo così tutti, anche quando la Signora (cuoca sopraffina) aveva mollato tutto e se n’era andata a Milano a lavorare lasciando il locale a sua figlia.

Scendevamo giù nel cortile. Spingevamo la porta a vetri incastonata nell’infisso di alluminio anodizzato e c’infilavamo dentro. Chi c’era? Negli anni si sono alternate molte persone. I pranzi più belli li abbiamo fatti con Ettore Boffano, uno dei suo migliori vice (ora al Fatto), Luca Villoresi e Roberto Micheli (grafico artista), Mario Dondero (il fotografo dolce) e la sua banda di grandi penne, inviati e caporedattori: Marco Cicala, Paola Zanuttini, Riccardo Staglianò, Cristina Guarinelli, Piero Melati. “Il giornale nasce qui” mi spiegava Attilio mentre tornavamo in redazione e tra le mille storie ne erano venute fuori alcune che sarebbero diventate reportage, inchieste, copertine, scoperte pazzesche e fenomenali buchi nell’acqua. “Il giornale nasce dove ci si incontra, dove si sta bene insieme e ci si raccontano storie e vengono fuori idee”. Ma per me non nasceva lì solo il giornale. Lì nascevo io.

Attila è stato il mio più grande maestro e questo non potrei raccontarlo in nessun modo perché c’è qualcosa di lui in me che non ho ancora capito e che non so se mai capirò. Ma le regole che ho imparato andando dalla Signora e ascoltando Attila e i suoi discutere di viaggi, storie e giornale, quelle non è difficile metterle insieme. Anche perché le vere regole sono sempre semplici. E a volte sfiorano la banalità e forse proprio per la banalità molti se ne dimenticano o fingono di dimenticarsene.

La prima delle brevi regole semplici a uso di chiunque voglia raccontare il mondo è questa: partire. Partire a tutti i costi. Vedere. Essere pronti a stupirsi. “Partire oggi, nell’era dei low costi, è semplice e economico”. Lo ripeteva sempre, Attila. Bisogna solo aver la voglia di farlo. E soprattutto si deve aver la voglia di andare incontro all’ignoto. Questa è la seconda vera regola: quando parti non puoi cercare conferme. Se parti per confermare una storia che hai già in mente allora tanto vale farlo da casa, dal tuo computer. Una telefonata, due mail e ecco fatto uno di quei pezzi che Attila disprezzava. Si deve andare e conoscere, invece. Anche se non sei certo che troverai qualcosa, anche se non c’è una storia sicura a aspettarti. Perché qualcosa poi si trova sempre. Preparare il viaggio, sì. Studiare l’argomento. Ma senza lasciarsi sopraffare dai pregiudizi. L’importante è aprirsi alla dimensione in cui si sta entrando e annusare perdendosi di qua e di là. Perdersi.

Ecco. Terza regola. Le storie più belle vengono fuori per caso. I personaggi più interessanti non sono quelli che sembrano ma quelli che ci restano dentro. Le cose che contano a volte sono quelle che si sono nascoste altrove, magari proprio dietro alle storie che noi inizialmente cercavamo. Partire. Circolare. Muoversi. Perdersi. Non necessariamente in situazioni estreme (“Guerre? Devi saperle fare. E comunque a me non piacciono. Non per altro ma perché non ci si capisce nulla. Meglio tornare dopo, quando la guerra è finita e trovare una chiave sconosciuta per raccontare quel che è cambiato”). Muovendosi, girando, chiacchierando, annusando, le vere storie vengono fuori, il mondo si conosce e lo si può raccontare. I fatti. Quali sono i fatti del resto? In che modo possiamo definire i fatti se non come ciò che ci colpisce e noi raccontiamo a chi ha interessa a ascoltarci? Eccoli i fatti. Muoversi, viaggiare, conoscere, raccontare.

“E adesso vediamo come lo scrivi” mi diceva, mentre tornavamo in redazione. Il pranzo era finito. Qualcuno aveva chiesto una grappa. Lui no, lui era misurato nel mangiare e nel bere. Metteva da parte le storie che erano esplose a tavola e riprendeva le fila della mia. Mi dava qualche indicazione eppoi diceva “lo scrivi come vuoi tu, lo sai tu”. Ecco l’unica vera regola di scrittura. E non perché a Attila non interessasse lo stile. Anzi. Era un bibliomane. Leggeva di tutto e da sempre  scriveva con facilità “solo perché leggo”. Aveva un amore enorme per la bella scrittura e conosceva perfettamente le qualità di scrittori dei suoi fedelissimi e li amava tutti ma, primus inter pares, Marco Cicala.

“Scrivi come vuoi tu. Vediamo se non ne vien fuori la solita schifezza” mi diceva con quella specie di sarcasmo che era il suo affetto. L’idea anche in questo caso era semplicissima. Non esiste lo stile di un giornale. Cercare di determinare uno stile omogeneo per una rivista, come capita in molti casi, è una rovina. Lo stile dev’essere quello di chi scrive. Certo: chiarezza e comprensibilità vengono al primo posto. Sono necessarie poi una certa freschezza e la predisposizione a essere divertenti anche quando si parla di cose complicate. Infine, su tutto, il ritmo, una sorta di musicalità che lui scandiva in sillabe per accertarsene. Insomma stile da gente che legge.

Ma poi, a conti fatti, non esistono leggi: la penna è di chi scrive. Se chi scrive sa scrivere vietato imbrigliarla. Allora ecco una serie di piccole regolette, come l’idea di considerare assolutamente vetusta la legge che impediva l’uso della prima singolare. Non per aspirare a imitazioni italiche che rincorressero il mito del new journalism. Ma per qualcosa che ha a che fare con l’umiltà di esporsi. A volte la vera umiltà non sta nel nascondersi, tutt’al contrario. L’umiltà sta nell’esserci, nell’essere presenti, nel non nascondersi in nessun modo. La presenza sta nel dire “io” in un reportage di viaggio con l’umiltà di chi accetta le sue responsabilità.

La responsabilità del resto te la trovavi davanti quando con i suoi modi garbati, ironici, lievi, rivedeva con te il pezzo. A volte arrivavo e mi faceva, senza indulgere mai nella retorica, mai in un complimento di troppo: “Ottimo pezzo. L’ho già messo dentro. Riguardatelo e vedi se c’è qualche svista. Controlla le didascalie. Dimmi se i titoli funzionano”. Era fiero dei suoi titoli e li sfornava a velocità vertiginose. A volte diceva “Senti un po’. Io forse taglierei qui. Sinceramente, che ne pensi?” oppure “Matteo, guarda che mica si capiva bene quella cosa. Io la semplificherei” oppure “Taglierei quelle parti un po’ poetiche. Onestamente guarda credo che venga molto meglio così”.

A volte invece era un po’ preoccupato e me ne accorgevo subito e allora lo sapevo: il pezzo non andava. “Senti Matteo, io non è che ho proprio capito sai?”. Non mi diceva mai “Va rifatto”. Indicava le parti che non funzionavano e magari gli usciva qualcosa tipo “forse ho sbagliato io, perché in effetti dovevo dirti prima che…” E insomma lo capivo e gli dicevo: “Lo rifaccio Att?” “Be’ no, non ti preoccupare. Basterebbe lavorarci un po’ di fino. Però se invece ti va e hai tempo perché no”. Rifare un pezzo. Rifarlo interamente. Quanto s’impara a riscrivere un pezzo?

Attila è stato un maestro totale. Non ha mai elargito insegnamenti come fossero perle da incassare. Non ha mai mostrato generosità. Solo perché non sapeva cosa significasse non essere generoso. In mente aveva un’unica cosa: si deve puntare al bel giornale, alla qualità del giornale. Niente orpelli. Nessuna discussione ulteriore. Anche perché il tempo è quel che è e il grande tempo di Attila al giornale non era riempito dalle sue parole, ma da quelle altrui. Se non viaggiava più, infatti, seduto sulla sua poltrona spellata (ma un giorno Simona Agostini, sua prediletta, entrò nella stanza spingendone una nuova e a Attila s’illuminarono gli occhi. “Ho visto che dovevi cambiarla” diceva lei “Ne ho presa una uguale” e lui non aveva parole per ringraziarla e anche la poltrona nuova ora è già lisa, lisa da ore e ore a combatterci sopra), Attila però viaggiava attraverso gli altri e per farlo ascoltava con una curiosità e a volte una pazienza sovrumane.

D’altronde era sempre lì. Nella stanza in fondo al corridoio. Una sicurezza monumentale. Mi sporgevo oltre l’uscio e lui alzava la testa e faceva un cenno. Magari diceva di aspettare o se proprio non aveva tempo rimandava, ma se ne aveva anche pochissimo ti faceva sempre lo stesso gesto di invito cordiale “siediti” e, fatica o meno, si disponeva all’ascolto, preparava la pipa, e via. Ascoltare. Ascoltare chiunque. Dai grandi giornalisti che conosceva bene e era andato a ricercare ovunque, fino agli esordienti, ai più giovani, a chi arrivava e voleva tentare e lui ascoltava e diceva “proviamo”. L’idea restava una sola con tutti: raccontare storie e raccontarle bene. La qualità e solo la qualità. Prima di firme, nomi, notizie, scoop. La qualità su tutto.

Qualcuno studierà, prima o poi, il venerdì di Attilio Giordano. Entrerà nella storia del nostro giornalismo e della nostra cultura. Si cercherà di spiegare un giornale che metteva assieme reportage da posti assurdi del pianeta, notiziole strambe, libri introvabili e di culto, film di grande incasso, storie pop nel senso più vero della parola. Ci sarà materiale infinito. Sei anni pieni di settimanali diretti dall’inizio alla fine, immaginati soprattutto assieme a Boffano, Cicala, Melati, Zanuttini, Guarinelli, Staglianò e Cucurnia. Prima, quattro anni da capo della redazione, anni in cui prendeva forma quello che sarebbe diventato il magazine più venduto e letto.

Con stime che sono cambiate negli anni, il venerdì ha mantenuto invariata una cifra ragguardevole di copie portate al quotidiano. Intendo dire che Repubblica di venerdì ha sempre venduto almeno 100.000 copie in più nell’era di Attila. Si studierà e si spiegherà nel dettaglio il motivo. O meglio: si studierà il meccanismo della qualità. Ma quel che è certo è che tutto girava attorno a questo tipo così particolare di intellettuale che univa molte esperienze alle sue spalle. I reportage da inviato degli esteri del venerdì (eccone un esempio), le interviste (non prendeva appunti e non registrava, “è tutto qui” diceva colpendosi i lobi frontali:  ); la nera e la cultura che diresse negli ultimi anni della sua prima esperienza al Lavoro; la cronaca che diresse a Torino e a Napoli; la capacità in generale di dirigere un giornale (“il giornale alla fine esce” diceva sempre).

Esperienze che si affiancavano alla cultura che non smetteva mai di approfondire, e in cui Attila mescolava una conoscenza ciclopica e totalizzante di grandi classici (su tutti Cervantes, Balzac, Borges) come di maestri di tutt’altro genere (Simenon innanzitutto, poi Stephen King, John Le Carré, ma noir, gialli, hard boiled, nonché fumetti, erotismo, porno, serie tv, tutto, davvero di tutto). Si ragionerà, si capirà, si faranno i dovuti elogi a un’esperienza irripetibile. Per ora è quantomeno difficile fare i conti con quel che è capitato in questi anni. Voglio dire che è difficile capire il motivo per cui un pezzo così importante nel giornalismo e nella cultura italiana in generale, non sia stato invitato a parlare, commentare, discutere fuori dalle stanze che presidiava.

Un’intervista molto bella la troverete qui, ma rarissimamente lo abbiamo visto in tv, e mai lo abbiamo sentito alla radio alle prese con una rassegna stampa (e chi meglio di lui lo avrebbe potuto fare?), né lo abbiamo visto invitato nel giro dei festival e delle grandi manifestazioni. Forse è stato meglio così. Forse non avrebbe neppure avuto il tempo. Forse il tempo che aveva preferiva dedicarlo a Terry, al suo Antonio grande cuore granata e alla sua Maria, sensibilità che lo lasciava disarmato. Non so. A me resta l’amaro in bocca.

Ma tutto è amaro adesso. Non c’è nulla in quest’assenza che non sia amaro. Penso all’eleganza dei suoi gesti, della sua gentilezza, dei suoi vestiti. Penso a lui che arrivava in spiaggia come uno scrittore americano degli anni Venti (non ubriaco nel caso di Attila che mai ho visto bere un goccio in più del dovuto). Guardo e riguardo una fotografia che ci scattò Cristina Guarinelli davanti alla sua scrivania. “Redazione a Nairobi” diceva lei. Siamo vestiti di bianco ma insomma io ho una magliettaccia, Attila invece sembra uscito da un libro di Graham Greene (un altro di quelli che amava). Ha il suo sorriso fragile e lo sguardo umile. L’umiltà dei forti. L’umiltà di esporsi. Perché si esponeva eccome, Attila.

E mentre vengo preso dalla rabbia, l’incontrollabile rabbia che riempie i polmoni quando si ha la certezza che un pezzo così importante di vita è scomparso per sempre, scopro che posso aggrapparmi a un’altra massima che mi mostrò lui fin dai primi anni in cui ci incontrammo: “detesto il rancore. Non voglio dar spazio al rancore. Sono pressoché esente da rancore”. Non era una delle sue battute altisonanti per cui molti lo prendevano in giro. Attila davvero non provava rancore. A volte non riuscivo a capirlo, mi appassionavo, prendevo fuoco. Gli dicevo: “ma come fai?” Lui rideva, preparava la pipa, dava una boccata eppoi diceva “me ne batto il culo io”.

Era una delle sue espressioni classiche in cui non sapevi se ci fosse la Genova dell’adolescenza mescolata alle sue origini siciliane. Quelli con cui lottava erano i forti (lo hanno raccontato Paola Zanuttini e Riccardo Staglianò). Con i deboli era gentile e se erano vili, alzava le spalle. Ne avrebbe fatto a meno. Non ha mai umiliato nessuno. Non ha mai gridato con un collaboratore neanche per gli errori più indecenti.

La verità è che continuava a viaggiare. Ha sempre continuato a viaggiare. Questo ho capito, vedendolo vivere gli ultimi giorni con le sopracciglia che si piegavano sempre un po’ di più perché i suoi occhi venivano presi irrimediabilmente dal mistero più grande di tutti i viaggi misteriosi a cui ci aveva preparato. Erano tredici anni che disprezzava il cancro con alterigia. A volte l’ho visto in poltrona dolorante, perché veniva da sedute di radio e di chemio pressoché contemporanee, ma fingeva che fossero formicolii. La porta si apriva, entrava una di quelle persone che esistono ovunque, di quelle che non bussano, non chiedono, non guardano, entrano e basta e parlano. Lui fece il gesto classico e la invitò a sedersi. Ero allibito. Lo guardavo e lo riguardavo. Era molti anni fa. Più volte, in questi ultimi tempi, parlando di eroi greci, Attila mi ripeteva che “stringi stringi l’uomo mortale prevale sul dio proprio per la sua mortalità e manifesta il suo eroismo, ossia la sua piena umanità, affrontando la morte. E lo si vede se tira fuori i coglioni di fronte alla morte”. Ma quel coraggio non è un gesto improvviso. Non è un atto di incoscienza o di presunzione. È semplicemente la forza che hai acquistato alla fine del viaggio più lungo, tutto il grande viaggio che ha coinciso con l’esistenza terrena.

In queste ultime settimane, Attilio mi è parso un gigante inarrivabile. Non c’era neppure più bisogno di parole per essere il maestro totale che è sempre stato. Solo l’esempio. Il disprezzo per il dolore. L’eleganza somma. Uno degli ultimi giorni in cui siamo usciti insieme, dopo aver deriso un gruppo di scrittori il cui marchio secondo lui sarebbero gli stivaletti (“Ma Attila anche tu hai un paio di stivaletti” qualcuno gli ha detto. E lui, spietato: “Certo ma mica col tacco bolero”), ha voluto cambiarsi per bene. Terry gli diceva: “Ma che t’importa di essere elegante, Attila? Non incontriamo nessuno” “Che c’entra, ma insomma, io mica mi metto elegante per gli altri. Io sono elegante per me”.

Ha fatto tutto per la sua felicità, Attilio. Ha insegnato perché era felice. Ha lavorato perché era felice. Ha cercato storie perché questo lo rendeva felice. Niente per altri motivi che non fossero la sua ricerca della qualità, ossia della felicità che gli dava la qualità. Alla fine, mi ha detto “Scusa Matteo, oggi sono molto stanco. Ci vediamo domani”. Ci vediamo domani, dalla Signora, Att, grande maestro. Non mi ha mai fatto aprire il portafogli in nessuno degli innumerevoli pranzi. “I collaboratori hanno tanti problemi. Figuriamoci. Qui la tradizione è una sola. A pranzo non pagate”. Pagava lui. Pagava per insegnare.

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Ribaltare i luoghi comuni. I “saggi sparsi” di Leonardo Sciascia https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/ribaltare-i-luoghi-comuni-i-saggi-sparsi-di-leonardo-sciascia/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/ribaltare-i-luoghi-comuni-i-saggi-sparsi-di-leonardo-sciascia/#comments Thu, 18 Feb 2016 06:00:34 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29993 Questo pezzo è uscito sul Venerdì: ringraziamo l'autore e la testata (fonte immagine).

Zolfo. Piombo. Inchiostro. Di queste tre elementi è fatta l’immaginaria città di Regalpetra. Del primo elemento, scrive Leonardo Sciascia nel 1975, a proposito della sua nativa Racalmuto: «Tutto ne era circonfuso, imbevuto, segnato». L’aria, l’acqua, le strade: «Scricchiolava vetrino sotto i piedi». Ci si friggeva anche il pesce, nello zolfo. Per circa due secoli la Sicilia ne ebbe il monopolio. Era il petrolio dell’epoca. Nel 1834 l’isola contava 196 miniere. Per oltre un secolo, ci morivano i carusi. A salvarli, più che la legge, fu l’avvento dell’energia elettrica.

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì: ringraziamo l’autore e la testata (fonte immagine).

Zolfo. Piombo. Inchiostro. Di queste tre elementi è fatta l’immaginaria città di Regalpetra. Del primo elemento, scrive Leonardo Sciascia nel 1975, a proposito della sua nativa Racalmuto: «Tutto ne era circonfuso, imbevuto, segnato». L’aria, l’acqua, le strade: «Scricchiolava vetrino sotto i piedi». Ci si friggeva anche il pesce, nello zolfo. Per circa due secoli la Sicilia ne ebbe il monopolio. Era il petrolio dell’epoca. Nel 1834 l’isola contava 196 miniere. Per oltre un secolo, ci morivano i carusi. A salvarli, più che la legge, fu l’avvento dell’energia elettrica.

Il secondo elemento di cui è fatta Regalpetra è il piombo. Quando Sciascia nacque (1921) Racalmuto era il Far West: «Una lite per confini o trazzere fa presto a passare dal perito catastale a quello balistico». Poi c’era la mafia. E infine, ricorda il biografo di Sciascia, Matteo Collura, «le campagne erano un brulicare di doppiette», per via della caccia. Lo stesso Sciascia era stato uno sniper: «Con un fuciletto ad aria compressa, a dieci metri, colpivo la capocchia di uno spillo». L’inchiostro, infine. «Ne ricordo anche il sapore. Forse qualche volta l’ho bevuto». Ed è l’inchiostro della scrittura ad aver trasformato la Racalmuto reale in Regalpetra la fantastica, ad aver trasmutato il piombo in zolfo, e poi lo zolfo in oro.

Le Parrocchie di Regalpetra, l’esordio che nel 1956 trasformò un comune insegnante in Sciascia, compie sessant’anni. A undici dalla pubblicazione spiegò: «È stato detto che nelle Parrocchie sono contenuti tutti i temi che ho poi, in altri libri, variamente svolto. E l’ho detto anch’io. Tutti i miei libri in effetti ne fanno uno».

Sciascia, dunque, ha scritto un solo libro, sempre dedicato a quel «gomitolo di vicoli» che dista 16 miglia dal mar africano e 68 da Palermo, che ricapitola tutto l’universo. Lo scrittore, nel ‘79, aggiungerà: «La Sicilia offre la rappresentazione di tanti problemi, di tante contraddizioni, non solo italiani, ma anche europei, al punto da poter costituire la metafora del mondo».

Un anno prima Sciascia aveva ultimato un saggio. Lo aveva titolato Fine del carabiniere a cavallo. Il saggio apre il volume di scritti sparsi che Adelphi (con questo stesso titolo) va a pubblicare. Il curatore dell’opera, Paolo Squillacioti, avverte: «Raccogliere tutto Sciascia è molto difficile. Sono infatti quasi 1400 gli scritti dispersi». Eppure serviranno tutti, per conoscere quell’unica storia che Sciascia per tutta la vita scrisse ed ampliò. In un illuminante ritratto di Alberto Savinio, contenuto in questa raccolta, lo scrittore sottolinea: «Sono riuscito a mettere insieme tutti i suoi libri. Ma tutti i suoi libri non fanno “tutto Savinio”: bisognerà raccogliere tutti i saggi, gli articoli e rendersi conto che si tratta, dopo Pirandello, del più grande scrittore italiano di questo secolo».

Ribaltare luoghi comuni, spazzare via pregiudizi: questo, per lo scrittore siciliano, significa pubblicare l’opera omnia di un «irregolare». Per credere, sfogliate questo ultimo Sciascia adelphiano. In apparenza parla di letteratura, in realtà riscrive la storia. La prima immagine (i carabinieri a cavallo che caricano le folle) è per lui la metafora dell’italianissimo «richiamo all’ordine». Verrà poi Vittorini e il suo Conversazioni in Sicilia a spazzare via quel simbolo e riavvicinare le nostre lettere alla realtà.

Nel saggio La sesta giornata fotografa le radici dell’eterno fascismo italiano. La guerra civile in Spagna, dice, ci dette una sveglia. Garcia Lorca ci ricordò la nostra smemoratezza: cosa furono per noi Dante, Alfieri, Foscolo, Carducci. E non fu per caso neppure la fucilazione del poeta spagnolo: «Ogni forma di fascismo si realizza attraverso la collera degli imbecilli». Ma, nonostante le nostre tradizioni letterarie, solo Spagna e Francia avranno «una poetica della Resistenza». L’Italia no. Gli italiani confusero Fascismo e Patria (Croce compreso), scelsero come figura da emulare Don Abbondio e cantarono «la poesia della sesta giornata»: a Milano chiamavano «eroi della sesta giornata» coloro che, passata la tempesta delle Cinque Giornate, solo alla sesta uscirono da casa armati e incoccardati. È il nostro eterno trasformismo.

Infine la provocazione: sono più vicini allo spirito della Resistenza molti giovani dell’esercito di Salò. E ancora, recensendo Marcuse, Sciascia previde che la contestazione in Italia sarebbe finita in anni di piombo. Ancora, vide avanzare a grandi passi l’antipolitica: l’immagine mussoliniana dell’aula «sorda e grigia ha influenzato due generazioni. Anch’io, da deputato, ho provato le stesse sensazioni, osservando una sorda e grigia umanità: di condannati che si considerano eletti».

Incroci maledetti. Quest’anno, al pari del sessantennale di Regalpetra, cade anche il trentennale del Maxiprocesso di Palermo a Cosa Nostra. Ricordiamo tutti le polemiche, mai sopite, che seguirono l’articolo del 10 gennaio dell’87 sui professionisti dell’antimafia. Ma la prima freccia contro i giudici di Palermo, documenta il volume Adelphi, venne scoccata già nell’ottobre del 1986, sull’Espresso. Qui Sciascia cita una poesia di Giuseppe Gioacchino Belli e sostiene che il poeta vide «in allegoria, in metafora, il dissociarsi e il pentirsi oggi di brigatisti, camorristi e mafiosi».

Ma c’è di più. L’incomprensione tra Sciascia e il pool antimafia di Palermo, nella persona del giudice Giovanni Falcone, risale già al 1982. Quell’anno lo scrittore venne convocato, di notte e in gran segreto, nel bunker dell’ufficio istruzione di Palermo. Nelle intercettazioni relative all’inchiesta su uno dei grandi misteri d’Italia, il falso rapimento in Sicilia di Michele Sindona del 1979, era saltato fuori il nome dello scrittore. Gli intercettati avanzavano una ipotesi: avvicinare Sciascia per spingerlo a un intervento «garantista» in favore di Sindona. Sciascia, seduto faccia a faccia con Falcone, non nascose la sua indignazione per essere stato convocato, e lo trattò ruvidamente. «Come si può anche solo pensare che io abbia a che fare con tali personaggi?», si indignò. Falcone, a sua volta, uscì dall’incontro molto risentito. E nel ‘92 rievocò quelle circostanze all’inviata del palermitano L’Ora e poi di Panorama Bianca Stancanelli (il 25 febbraio Stancanelli uscirà per Marsilio con una inchiesta sul delitto dell’88 del sindaco di Palermo Giuseppe Insalaco, un omicidio che proprio Sciascia definì degno del Raccolto rosso di Dashiell Hammett).

Sciascia incrociò spesso i sentieri impervi della storia italiana. Nel 1978 il suo L’affaire Moro per Sellerio fu un best seller. Tuttavia, nell’84, Sciascia firma un contratto con Bompiani. Vi pubblica i due volumi che raccolsero le sue opere principali e, nell’86,  La strega e il capitano, sull’onda del caso Tortora. Ma poi, alla fine di quell’anno, sceglie Adelphi. Perché? Sciascia era un nomade editoriale. Nella sua vita ha pubblicato per Laterza, Einaudi, Sellerio, Bompiani, Adelphi.  E amava collaborare con gli editori. «Provava la felicità di fare libri» spiega Giorgio Pinotti, editor in chief di Adelphi «per lui era un prolungamento della scrittura. Del resto, è quel che per anni ha fatto con Sellerio».

Un rapporto quasi ventennale, quello con l’editrice siciliana fondata nel ‘69 da Enzo ed Elvira, iniziato nel ‘70 (quando Sciascia da Caltanissetta si trasferì a Palermo). Sellerio divenne la sua terza casa, dopo l’appartamento palermitano di Villa Sperlinga e il buen retiro di campagna in contrada Noce. Con Sellerio Sciascia pubblica i suoi scritti, lancia la collana La Memoria e passa i pomeriggi sul divanetto della stanza di Elvira. Negli anni successivi (Sciascia è nel frattempo deputato radicale) il rapporto si dirada. Donna Elvira dichiarerà: «Prima era sempre da noi, poi ha avuto la parentesi politica, la casa editrice nel frattempo aumentava, e si è un po’ allontanato, dice che qui si confonde, troppi telefoni che squillano, troppa gente. Prima eravamo una specie di salotto».

Si parla di «una fuga al nord». Lo scrittore si ritira in campagna. Il cancello della villetta di contrada Noce viene varcato dal «cerchio magico» (i familiari, gli scrittori Bufalino e Consolo, il fotografo Scianna, i professori Nino Buttitta e Natale Tedesco). Riceverà anche Enzo Biagi, offrendogli spaghetti artigianali conditi con pomodori freschi, salsicce, formaggio di capra e fichidindia. Ma prediligerà la solitudine.

Il 12 luglio dell’86 scrive, da Racalmuto, a Roberto Calasso, il patron di Adelphi, inviandogli la sua «piccola divagazione sul 1913». «Veda lei se è il caso di farne un libretto Adelphi». Quattro mesi dopo 1912+1 sarà in libreria. Si tratta del libro che apre la meditazione sulla morte. Seguiranno Il cavaliere e la morte (contrassegnato dall’incisione di Durer, che per lui si opponeva al Trionfo della morte di Palermo), Porte aperte e Una storia semplice. Dentro ci sono gli ingredienti tradizionali: intrighi, traffici d’armi, delitti, potenti corrotti. C’è il giallo secondo Simenon (Sciascia e il padre di Maigret moriranno nello stesso anno): comprensione e non persecuzione, vocabolario da ottocento parole, alla Racine. Ma c’è anche la ricerca di una ars moriendi (come sostiene lo sciasciano Giuseppe Traina). Le riflessioni su delitto e giustizia travalicano i confini dell’impegno civile, la Storia diventa il Tempo, la morte non un destino ma (lo lesse così il filosofo Manlio Sgalambro) un «omicidio del cosmo». L’arco dello scrittore è teso allo spasmo. In brevi frasi fa esplodere lo gnommero gaddiano che ha arrovellato l’uomo dai presocratici in poi. Nel frattempo si occupa anche di liberare i libri precedenti, perché Adelphi possa pubblicare l’intera opera (o l’unico libro che essa è).

Ricorda Giorgio Pinotti: «A partire dal biennio 87-88 comincia a svincolare i suoi libri e chiede, addirittura per volontà testamentaria, che vengano radunati da Adelphi». Sciascia si fonde nel catalogo della casa milanese quando, giunto alla fine del sentiero, deve affrontare la morte non letteraria ma concreta (per mieloma micromolecolare, un tumore al midollo osseo che offenderà anche i reni). Nella tetralogia adelphiana non scantona mai nella conversione religiosa e non sposa la «scienza come religione», secondo l’approccio alla malattia di Susan Sontag. Si interroga, piuttosto, come fece Wilhelm Reich, su cosa possa mai «infettarsi» tra corpo e spirito.

Batte la strada di Borges, quel «teologo ateo» che (nel ritratto contenuto in questo libro) erge a «segno più alto della contraddizione in cui viviamo». Pinotti rievoca: «Ha del miracoloso che Sciascia si rallegrasse dei nostri libri e di Borges, come fosse già nostro autore. In realtà, noi lo pubblicammo nel ‘97. Ma lui lo associava a noi, per ragioni di congenialità. Per lui era un autore adelphiano a tutti gli effetti».

Sciascia, dunque, si premura di «farsi ereditare», a futura memoria, attraverso quel catalogo che ama, legge e condivide. E la sua opera, effettivamente, non resterà dispersa ma (come sta avvenendo) verrà interamente raccolta, così come lui stesso si era preoccupato di fare per Bompiani con gli scritti di Savinio. C’è il male e c’è la speranza della cura. Questo è, per Sciascia, lo stendhaliano Savinio, che auspicò una «civiltà della conversazione», in luogo di quella che ci vede divisi in «parrocchie e parrocchiette» (su cui Sciascia ironizzò nel suo primo Regalpetra). Inoltre, con Adelphi, appaga l’aspirazione a essere non «scrittore siciliano» (critica sempre mossa ai Verga e ai Pirandello) ma scrittore italiano che conosce bene la Sicilia (come metafora) e autore di portata europea.

Infine, l’epitaffio tombale. «Ce ne ricorderemo, di questo pianeta». Un haiku di Villiers de l’Isle-Adam, autore ottocentesco, del quale Sciascia conservava una stampina funeraria acquistata a Parigi. A Isle-Adam Borges aveva dedicato il volume 23 della Biblioteca di Babele, che curava per Franco Maria Ricci. Il libretto era uscito nell’80, l’anno in cui Sciascia e Borges si conobbero a Roma. Isle-Adam, discendente del primo Gran Maestro dei Cavalieri di Malta, amico di Wagner, frequentatore di Enrico V, era un aristocratico quasi indigente. Borges lo considerava uno specialista in «orrori morali». Aveva scritto della pietra filosofale, il sogno sapienziale degli alchimisti. Non si esclude che si fosse trattato di un composto chimico derivante da zolfo, piombo e inchiostro. Gli stessi elementi della leggendaria Regalpetra.

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Vivi da morire. Dialogo immaginario tra due capitani: Giacinto Facchetti e Giovanni Falcone https://minimaetmoralia.it/estratti/vivi-da-morire-dialogo-facchetti-giovanni-falcone/ https://minimaetmoralia.it/estratti/vivi-da-morire-dialogo-facchetti-giovanni-falcone/#comments Sat, 23 May 2015 05:00:57 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26963 Oggi, 23 maggio, vogliamo ricordare Giovanni Falcone. E lo facciamo pubblicando un estratto da Vivi da morire di Piero Melati e Francesco Vitali, appena uscito in libreria per Bompiani. Il libro racconta storie di mafia e di coraggio, eroi conosciuti, come Falcone, Mauro Rostagno, Ninni Cassarà, e persone spesso dimenticate, come Gianmatteo Sole, e a dare la voce a tutti, in equilibrio tra favola e inchiesta, è il "cuntaru" per eccellenza, il cantastorie Colapesce. Ringraziamo l'editore e gli autori per la gentile concessione. 

Falcone e Facchetti, i due capitani

di Piero Melati e Francesco Vitale

Può uno stadio naufragare come se fosse un vascello nel cuore di una tempesta? Certe volte questi morti che abitano il castello fanno discorsi veramente strani. Pensano di aver visto una partita e invece si scopre che l’hanno anche sognata, trasfigurandone le circostanze. La fortuna di questo morto, secondo Colapesce, è che ha incontrato, come suo vicino di posto, uno che di ricostruzioni se ne intende. Ma, una volta separato il sogno dalla realtà, ammesso che davvero lo si possa fare, comincia un sorprendente dialogo tra due uomini importanti, seri, due uomini delle istituzioni. Il capitano della nazionale di calcio e il magistrato che insegnò a tutti come si indagava sulla mafia. Anche lui un capitano. E se i morti sognano...

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giovanni-falconeOggi, 23 maggio, vogliamo ricordare Giovanni Falcone. E lo facciamo pubblicando un estratto da Vivi da morire di Piero Melati e Francesco Vitali, appena uscito in libreria per Bompiani. Il libro racconta storie di mafia e di coraggio, eroi conosciuti, come Falcone, Mauro Rostagno, Ninni Cassarà, e persone spesso dimenticate, come Gianmatteo Sole, e a dare la voce a tutti, in equilibrio tra favola e inchiesta, è il “cuntaru” per eccellenza, il cantastorie Colapesce. Ringraziamo l’editore e gli autori per la gentile concessione. 

Falcone e Facchetti, i due capitani

di Piero Melati e Francesco Vitale

Può uno stadio naufragare come se fosse un vascello nel cuore di una tempesta? Certe volte questi morti che abitano il castello fanno discorsi veramente strani. Pensano di aver visto una partita e invece si scopre che l’hanno anche sognata, trasfigurandone le circostanze. La fortuna di questo morto, secondo Colapesce, è che ha incontrato, come suo vicino di posto, uno che di ricostruzioni se ne intende. Ma, una volta separato il sogno dalla realtà, ammesso che davvero lo si possa fare, comincia un sorprendente dialogo tra due uomini importanti, seri, due uomini delle istituzioni. Il capitano della nazionale di calcio e il magistrato che insegnò a tutti come si indagava sulla mafia. Anche lui un capitano. E se i morti sognano…

 

Ho sognato uno stadio che naufraga come la baleniera Essex. Non ci posso credere. Solo in sogno si possono vedere certe cose. La Essex è quella nave che, nel 1820, venne attaccata e affondata da un cetaceo gigantesco. Melville si ispirò a quella storia per scrivere Moby Dick. E lo stadio in tempesta, nel mio sogno, da cosa fu assalito? Sembrava preda degli urti possenti di un leviatano. E un personaggio, come Achab, o come un argonauta, apparve d’improvviso, tra vele lacerate e alberi spezzati, ritto sulla tolda di uno stadio, sommerso da murate d’acqua. Uno stadio nave. Uno stadio baleniera. Non lo so. L’ho sognato, forse dopo che sono morto in quella clinica. Io, un atleta, spezzato ancora giovane da un male tenebroso.

Questo non è il mio posto, non è il mio stadio. Eppure mi sembra lo stesso del mio sogno. E questo prato lo ricordo per davvero. Ci ho giocato. E questa veduta con il monte. Si chiama Monte Pellegrino, giusto? Si nota subito, quando si arriva a Palermo. Ma quel giorno… oh, scusate, caro giudice, non mi sono presentato. Sono Giacinto Facchetti, capitano dell’Inter e della nazionale.

Caro Facchetti, piacere. L’avevo già riconosciuta. Lei è un uomo famoso. Il difensore che ha inventato il ruolo del terzino sinistro goleador.

Anche lei è famoso, giudice. Almeno quanto me, se non di più.

Ma lei è stato indubbiamente più amato di me.

Ecco il suo famoso sorriso, giudice. Non si inquieti, se mi permetto di sottolineare quel sorriso un po’ amaro e un po’ ironico che le abbiamo visto tante volte in tv o nelle foto. Così disincantato e consapevole. Mi dica, posso sedermi accanto a lei? Che ci fa qui, stasera? Le piace il calcio?

Prego, si accomodi. Mi hanno lasciato solo, non trovo più i colleghi con i quali ero venuto. Ma sa, da quando possiamo circolare liberamente, senza scorte intendo, senza apparati di sicurezza intorno, siamo tornati un po’ bambini, non ci siamo più abituati, e specialmente in mezzo alla folla ci perdiamo sempre. Che bella veduta, da qui non la conoscevo. In vita non fui un grande frequentatore dello stadio…

Eh sì, questa veduta invece io me la ricordo. Qui ho giocato veramente. Ma poi quella partita vera un giorno l’ho sognata. E, sa come sono i sogni, l’ho sognata diversamente da come si era svolta nella realtà. Nel sogno, dopo il mio gol, che nella realtà segnai effettivamente, il monte è scomparso. Il monte è finito sott’acqua. Io sono sempre stato un uomo razionale. Ma quel sogno mi è rimasto impresso.
Perché certi sogni restano così impressi? Forse per me può valere l’ipotesi che ho giocato davvero per tutta la vita in una squadra da sogno? Sarti, Burgnich, Facchetti. Quella formazione dell’Inter del mago Helenio Herrera la conosceva a memoria tutto il mondo. Quella volta, giocando a Palermo, io confermai la mia fama. Andai in gol, da terzino e da capitano. E ho fatto vincere la squadra.

Credo di ricordare anch’io quella partita.

* * *

Palermo-Inter, 21 settembre 1969, Stadio La Favorita

Franco Causio, detto il Barone, in prestito dalla Juve, porta in vantaggio i rosanero. Ma i nerazzurri non mollano.
Il mediano Bertini pareggia su rigore. La partita si riapre. Quando manca ormai una manciata di minuti al fischio finale,
Facchetti si invola sulla sinistra, travolge d’istinto un muro di maglie rosanero e scambia il pallone con Mazzola,
che glielo restituisce dentro l’area di rigore avversaria. Il tiro del terzino sinistro dell’Inter e della nazionale è secco e
violento, un diagonale imprendibile per il portiere palermitano. È il gol della vittoria dei milanesi.

* * *

Solo che è stato strano, caro giudice. Perché poi ho sognato quella partita che davvero ho giocato. Ma l’ho trasfigurata.
Nel mio sogno, subito dopo il gol… non so spiegarle, ricordo che dopo il gol alzai gli occhi per esultare.
Guardai il monte, intravidi il castello. I compagni mi circondarono per l’abbraccio di rito. All’improvviso, senza un tuono, il cielo si squarciò. Tutto si annebbiò dentro una barriera d’acqua che ci cadde addosso. Il monte scomparve alla mia vista. Non si vedeva più nulla. Era come annegare in un mare infuriato. Lo stadio sembrava una nave durante l’ultimo naufragio. Scappammo tutti, cercando la via degli spogliatoi. Dal campo si percepiva nelle curve il movimento di masse umane che si agitavano come un animale gigantesco finito sotto l’acqua. Una balena che si inabissava e riemergeva. Mi sembrava di vederne la coda immensa, risalire da onde alte come montagne, in un oceano in tempesta, in mezzo ai fulmini. Era un maremoto gelido. Una scena primordiale, da era primitiva. Più che un sogno, un incubo.
Accanto a me, persone che non riconoscevo si strappavano gli abiti di dosso e restavano in mutande, come per nuotare più liberamente. L’intero stadio si sgombrò in pochi istanti. Migliaia di persone lo evacuarono come fuggendo da un terremoto. Eppure non ci furono morti, feriti, incidenti. Dieci minuti dopo il cielo sgombro si era riempito di gabbiani. E il monte era riapparso. Nello spogliatoio, tutti bagnati, scoppiammo a ridere per quanto era successo. Era stata una bomba d’acqua. Oggi le definiscono così. Sembravamo dei naufraghi. Forse davvero ho solo sognato.
Il mondo si era rovesciato, era tutto sottosopra: il basso andava verso l’alto, l’alto verso il basso, il mattone volava, la piuma cadeva. E tutto era finito sotto l’acqua.
Non avevo mai più ripensato né al mio sogno né al mio vero gol qui a Palermo fin quando, caro giudice, qualcuno non mi ha ricordato una sua frase. Una volta ha detto che anche per lei la vita è stata come una partita di calcio, durante la quale c’è stato un momento in cui aveva sentito che la gente faceva il tifo per la sua squadra. Ma che poi aveva avvertito d’improvviso il silenzio dello stadio, la neutralità dei suoi tifosi, e questo mi ha fatto pensare. Io sono stato capitano della nazionale e, fuori da ogni retorica, rappresenterà pure qualcosa. Un simbolo condiviso, per esempio. Ora, per me, la beffa è questa: l’uomo che ha detto che la sua vita, un po’ come la mia, è stata una lunga partita di calcio è anche lui considerato un simbolo, quanto e più della mia fascia di capitano dell’Italia. Si è detto anzi che rappresenti qualcosa di davvero importante. Ma cosa, esattamente? Un eroe civile? Ma allora mi chiedo, per esempio, perché quest’uomo, che lei è stato, ha dovuto morire prima che gli venisse attribuito questo ruolo. E perché, negli ultimi anni della sua vita, sia stato tanto osteggiato. E la sua morte sia ancora così avvolta nel mistero. Non capisco perché chi lo ha combattuto in vita, aspramente, come fosse una lotta per la vita e per la morte, poi da morto lo ha invece celebrato. Come se fosse stato sempre al suo fianco. E invece io so che non è vero. Vedo che sorride, alle mie parole. Mi scusi, non vorrei tediarla con questi miei discorsi. Siamo qui per vedere una partita e rilassarci. Di nuovo la mia Inter contro il suo Palermo.

* * *

Palermo-Inter, 28 aprile 2013, Stadio Renzo Barbera

È il 9’ del primo tempo, il difensore centrale dell’Inter cincischia con il pallone nella sua aerea di rigore e non si
accorge che alle sue spalle c’è in agguato il furetto rosanero, il capitano Fabrizio Miccoli, che gli strappa letteralmente
la palla dai piedi e l’appoggia al suo compagno di squadra, lo sloveno Ilicic. Per quest’ultimo non è difficile battere da
pochi metri il portiere nerazzurro. Palermo in vantaggio e Inter che, sei minuti dopo, perde pure il suo capitano, Javier
Zanetti, per il primo, vero infortunio della sua lunga carriera. Il risultato rimarrà questo fino alla fine. Un brodino caldo per l’ammalato rosanero che con questa vittoria risicata spera ancora nella salvezza e di non precipitare negli abissi della serie B.

* * *

Caro Facchetti, vede? Abbiamo vinto. Ci siamo vendicati di quel suo vecchio gol. Ma, mi creda, io me ne intendo di ricordi. Per tutta una vita li ho verbalizzati. Lei sul serio ha sognato la vera partita che ha giocato. Ma nel sogno ha reso fantastiche le circostanze. Anzi, le dirò di più. Lei, sognando la sua partita vera, nella fantasia onirica ha trasferito il ricordo o l’informazione di un nubifragio che in questo stadio ci fu davvero, ma non nel 1969, bensì nel 1972. Il Palermo giocava con il Milan, e l’arbitro all’80’ dette ai rossoneri un rigore inesistente. Rivera lo trasformò, il Milan vinse e, per ripicca, il buon Dio mandò giù tonnellate d’acqua. Lei, caro Facchetti, con i suoi sogni, se avesse deposto davanti a un giudice, avrebbe fatto arrestare un innocente. Se l’avessi interrogata da magistrato, avrei pensato che lei volesse depistare l’indagine. Non mi guardi così, stavo scherzando.
Ma certo è strano che le sia venuto in mente tutto questo. Un naufragio, poi. Chissà che metafora sottende. Ci vorrebbe
Freud. E quella figura che ha intravisto, addirittura Achab. Chi rappresenterebbe? Forse me? Non mi identifico nel capitano del vascello che inseguiva Moby Dick.

Forse non era Achab. Forse era invece un argonauta, Argo, il primo uomo che secondo il mito greco sfidò gli oceani, alla ricerca del vello d’oro e alla conquista di terre sconosciute.

Lei mi lusinga. Ma non mi identifico nemmeno in Argo. Io ero e resto un semplice uomo dello Stato.

Dottor Falcone, le sue parole mi danno la certezza che il mio è stato solo un sogno, ma resta significativo. Identifica, con rispetto parlando, le nostre figure. Io sono stato il primo terzino italiano a fare gol. Come lei è stato il primo giudice italiano a lasciare l’area del quieto vivere e del semplice contenimento del crimine mafioso, e per la prima volta ha percorso palla al piede tutto il campo e ha provato a segnare nella porta avversaria. Sa cosa diceva Nílton Santos, difensore del Brasile campione del mondo nel 1958? Diceva questo: “Non invidio i terzini di oggi per quello che guadagnano ma perché possono attaccare. Ai miei tempi se ti spingevi in attacco e la tua squadra subiva un gol in contropiede venivi mandato alla forca.” Ecco, io me ne sono infischiato della forca, e mi sono spinto in avanti ogni volta che potevo: per fare male all’avversario, per bucare la rete. Anzi lei assomiglia di più al primo terzino veramente moderno del calcio italiano, Francesco Rocca, detto Kawasaki che con la maglia della Roma arava la fascia sinistra e martellava la difesa avversaria con i suoi cross venticinque, trenta volte a partita. Un portento. Proprio come lei, giudice.

Me lo ricordo Rocca, se non sbaglio dovette smettere per un grave infortunio che lo rese zoppo.

Per carità, giudice, non era questo che intendevo. Me ne scuso. Era solo per dirle che oggi se un terzino, tra quelli che vanno per la maggiore, attacca la difesa degli avversari per tre o quattro volte a partita, diventa automaticamente un fenomeno. Se mi permette proprio come hanno fatto tanti suoi colleghi, dopo di lei: poca investigazione, molte chiacchiere televisive, molta autopromozione.

Non si deve scusare, Facchetti. Lei sa cosa mi disse Michele Greco, il capo di Cosa Nostra, quando l’interrogai dopo l’arresto? Lei è come Maradona, quando ha la palla bisogna atterrarlo. Ma quella era una minaccia, non una metafora.

 

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Il meglio di Pagina3: settimana dal 18 al 22 febbraio https://minimaetmoralia.it/cultura/il-meglio-di-pagina3-18-22-febbraio/ https://minimaetmoralia.it/cultura/il-meglio-di-pagina3-18-22-febbraio/#respond Sun, 24 Feb 2013 09:00:24 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13215 Questa rubrica è in collaborazione con Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. minima&moralia seleziona e segnala gli articoli più significativi tra quelli letti ogni mattina in radio dai conduttori di Pagina 3 per offrire una panoramica su quello che è stato il dibattito culturale italiano nel corso della settimana. Il conduttore del mese di febbraio è Vittorio Giacopini. Un ringraziamento particolare a Radio3 e a Marino Sinibaldi. (Immagine: Ian McEwan.)

Lunedì 18 febbraio:

 Intervista a Marcello Ciccaglioni proprietario della casa editrice Arion. “Non è più il tempo di piccoli e medi librai”. Articolo di Malcom Pagani, Il Fatto Quotidiano, p. 14-15

 “A volte perdo la fede nel dio della letteratura”. Articolo di Ian McEwan, la Repubblica, p. 45

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Lunedì 18 febbraio:

 Intervista a Marcello Ciccaglioni proprietario della casa editrice Arion. “Non è più il tempo di piccoli e medi librai”. Articolo di Malcom Pagani, Il Fatto Quotidiano, p. 14-15

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Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è Mardi Gras Drag, una registrazione del 1954, eseguita da Meade ‘Lux’ Lewis al piano e Red Callender al basso

 

Martedì 19 febbraio:

 “SudAfrica arcobaleno, dove c’era l’apartheid ora c’è la paura“. Intervista ad Adrian Van Dis, autore di Tradimento. Articolo di Alessandra Iadicicco, La Stampa, p. 32-33

 “Fotografie. Quel ritocco da Oscar che divide i reporter“. Articolo di Michele Smargiassi, la Repubblica, p. 47

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è Hangover Triangle, un brano del 1998 di Herbie Nichols eseguito da Mike Melillo al pianoforte, Massimo Moriconi al contrabbasso e Giampaolo Ascolese alla batteria

 

Mercoledì 20 febbraio:

• Il net-criticism nella storia del web 2.0”. Articolo di Vincenzo Grienti, www.instoria.it

 “Il record italiano dell’azzardo. Giocate online per 15 miliardi”. Articolo di Sergio Rizzo, Corriere della Sera, p. 33

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è As I am eseguito e composto da Uri Caine

 

Giovedì 21 febbraio:

 “La città di Kant chiede di cancellare il nome tedesco”. Articolo di Nicola Lombardozzi, la Repubblica 

• Il primo inseguimento di un meteorite, dallo spazio fino a terra”. Articolo di Marco Tamini, Wired

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è Cleopatra’s Dream, un brano del 1958 composto da Bud Powell ed eseguito dallo stesso Powell al pianoforte con Paul Chambers al basso e Art Taylor alla batteria

 

Venerdì 22 febbraio:

 “Nessun sito è inaccessibile basta trovare il punto debole”. Articolo di Silvia Bernasconi, la Repubblica, p. 45

 “L’inedito di Sciascia sulla mafia”. Un saggio dimenticato per capire che cosa pensava davvero lo scrittore su ‘cosa nostra’. Articolo a cura di Piero Melati e Attilio Giordano, Venerdì di Repubblica

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è Riffs, da un originale Decca del 1944, eseguito e composto da James P. Johnson

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