Piero Pelù Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/piero-pelu/ un blog di approfondimento culturale Tue, 06 Nov 2012 19:55:12 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Piero Pelù Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/piero-pelu/ 32 32 Barba e capelli https://minimaetmoralia.it/societa/barba-e-capelli/ https://minimaetmoralia.it/societa/barba-e-capelli/#comments Sat, 27 Oct 2012 13:15:23 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9946 Pubblichiamo un pezzo di Ivan Carozzi uscito sulla versione online di Orwell.

Ricordo che un tempo circolava l'espressione 'baffi da brigatista'. Indicava un particolare, un ritornello fisionomico che accomunava i volti delle persone arrestate per terrorismo tra gli anni '70 e la fine degli anni '80: 4087 inquisiti, 47 organizzazioni armate attive tra il 1969 e il 1989. Quella cruda infilata di volti finì esposta in prima pagina sui giornali. Oppure dentro un riquadro video alle spalle di un mezzobusto. Diventarono volti familiari.

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Pubblichiamo un pezzo di Ivan Carozzi uscito sulla versione online di Orwell.

Ricordo che un tempo circolava l’espressione ‘baffi da brigatista’. Indicava un particolare, un ritornello fisionomico che accomunava i volti delle persone arrestate per terrorismo tra gli anni ’70 e la fine degli anni ’80: 4087 inquisiti, 47 organizzazioni armate attive tra il 1969 e il 1989. Quella cruda infilata di volti finì esposta in prima pagina sui giornali. Oppure dentro un riquadro video alle spalle di un mezzobusto. Diventarono volti familiari.

Ho provato a digitare su Google ‘baffi da brigatista’, ‘baffi brigatisti’, ‘baffoni da brigatista’ e altre possibili combinazioni: nessun risultato. Un dettaglio scomparso ma inoppugnabilmente testimoniato nelle foto segnaletiche dell’epoca e in quel filone iconografico minore rappresentato dalle foto dei terroristi dentro le gabbie delle aule bunker. Non c’è dubbio, infatti, che tantissimi di quelle migliaia di italiani che trenta, quarant’anni fa, parteciparono alla lotta armata, specie se militanti delle Brigate Rosse, portarono un paio di baffoni. Barbe cilene e baffoni da tupamaros: ampi, coprenti, duri come fasci di saggina; baffoni orgogliosi da operaio autodidatta, cresciuti a contatto con le pagine più scoscese del Capitale, con i fumi tossici, con i miasmi dei reparti chimici, delle verniciature Alfa e Fiat, e con il fragore continuo e battente delle presse; baffoni che conferivano all’espressione del volto un potente supplemento di vigore intellettuale, carattere e determinazione d’acciaio, ulteriormente caricato da quella luce fissa e fiera nello sguardo offerto alla foto in commissariato. Uno sguardo che senza dubbio aveva già mirato e deciso da che parte stava la giustizia e la verità; avendo da tempo tagliato il mondo in due parti – sfruttatori e sfruttati – e quindi bruciato i ponti, i documenti e attraversato il fosso della clandestinità.

Non è iperbolico supporre che quel tipo di baffo aspro e superbo esibito dai rivoluzionari abbia esercitato una segreta influenza sui maschi italiani di quella generazione, riflessi dentro gli specchi delle proprie abitazioni e toilette – nel gesto mattutino di scrutarsi e modellare col rasoio i propri lineamenti. Diventando così un meme, un segno che si è replicato di volto in volto, costruendo – sui giornali, per strada, nei cortei, in tv – un panorama diffuso di facce baffute, a volte barbute. È il tratto comune, sul piano estetico e fisionomico, di una intera generazione. Il quarto stato ribelle. Ma il segno migra, si diffonde, oltrepassa i confini culturali di pertinenza, esce dal radar, seguendo un itinerario oscuro e sempre meno prevedibile. Infatti il baffone diventò anche in parte appannaggio della coeva generazione di calciatori.

Con il 1980, l’anno più truculento, involuto e disperato degli interi anni di piombo, quella stagione sfuma, si disperde come una scia di colore esangue, come un fumogeno pallidissimo, mano a mano che il gas rossastro si riasciuga dentro le porosità degli anni ’80. Che fine fanno i baffi, le barbe? Spariscono, rientrano dentro i follicoli. I volti si fanno sbarbati, più puliti, aperti, levigati. I capelli, accorciandosi, si mettono al servizio di questa radura improvvisamente aperta. Come nel caso di Carlo Massarini, il conduttore di Mr Fantasy, una trasmissione musicale di grande successo. Che amava vestire di bianco.

I capelli non si gettano più sugli occhi e sulla fronte, non nascondono i lineamenti, ma li lasciano emergere con nitore e chiarezza. Ecco perché poi arriva la rasatura, come naturale approdo. Laterale, alta, sfumata, articolata in modi sempre diversi nell’estetica new wave. A volte flirtando con il taglio dei giovani tamburini della Hitlerjugend.

Sembra pure di notare, al tracollo improvviso delle ideologie, una maggiore disponibilità al sorriso nei volti pubblici e un calo di forza ed energia nello sguardo, un abbassamento del tono endocrino e ormonale. Un raffreddamento delle passioni. Ciò che l’ideologia teneva internamente compatto nell’individuo, adesso frana, si disgrega in piccole parti e molecole e si ristruttura in forme irregolari e ipercomplesse, come nelle architetture di Frank Gehry.

Negli anni ’90 calciatori come Del Piero e Di Livio cavalcano la moda della basetta appuntita. In Piero Pelù la basetta appuntita era anche un riferimento al mondo esotico romanzesco dei bucanieri. Sul volto di Del Piero, invece, è una riga sottile e uniforme che percorre la mascella. Quasi un segno grafico, che per essere mantenuto pulito e affilato necessita di un lavoro quotidiano: di toilette e di fino.

Barba e baffi, negli anni ’90, costituiscono un’opzione scartata, il rimosso estetico di un’epoca maledetta, precipitata in quell’inferno descritto nell’espressione tombale ‘anni di piombo’. Il pizzetto è un’alternativa mediana che negli stessi anni riscuote un grande successo: dai cantanti della scena grunge, molto popolari in Italia, al pizzetto di Erriquez della Bandabardò, fino alle versioni lavoratissime, concettose, dell’allenatore Serse Cosmi. Negli anni Zero si procede sempre di più verso il cocktail, una fase meticcia, di compresenza simultanea di approcci. Da una parte un matrimonio definitivo con la levigatezza: i borgatari e i tronisti depilati, lisci. Un trionfo artificiale dell’igiene, della metrosessualità, con il corollario di castelli di creme, barattolini, lozioni per la pelle, che si posizionano negli armadietti delle case italiane quanto nelle pagine dei nuovi maschili. Dall’altra un rinascimento follicolare, il ritorno inaspettato di un discorso del pelo: il baffo latino alla Mastroianni, da emigrante a Torino; le barbe rade diffuse sui volti del ceto intellettuale di centro-sinistra – il blogger, il giornalista, lo studente impegnato – fino all’apparizione di barbe abbondantissime, da Robinson Crusoe. Tra le ragioni di tale renaissance potrebbe esserci, da una parte, una fobia, un fastidio per l’attenuazione generale del tono ormonale – un fastidio per il tipo alla David Beckham – dall’altra il desiderio genuino di ricontattare e riabitare più pienamente il proprio corpo. Non è forse questo che si fa quando – di solito mentre parliamo, mentre socializziamo – ci si liscia e accarezza di continuo la barba? Come per ascoltare nei ciuffi la profonda verità biologica che ci accompagna e ci cresce sulla pelle.

Forse fu anche grazie a quella grande barba da eroe omerico, cresciuta tra i cocchi e la spiaggia, che Walter Nudo, nel 2003, riuscì a destare qualche antichissima immagine nel pubblico italiano, ad intercettare un progetto di restaurazione – i maschi da una parte, le femmine dall’altra – e a vincere l’Isola dei Famosi. Ma senza lo sguardo-fucilata del combattente brigatista: semmai uno sguardo addomesticato, da circenses, sempre in cerca di una conferma emotiva nello sguardo del pubblico e in quello di Simona Ventura.

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Diaframma e ciò che resta del rock https://minimaetmoralia.it/musica/diaframma-e-cio-che-resta-del-rock/ https://minimaetmoralia.it/musica/diaframma-e-cio-che-resta-del-rock/#comments Thu, 31 Dec 2009 08:53:53 +0000 http://minimaetmoralia.minimumfax.com/?p=1449 Pubblicato qualche giorno fa sul Riformista Qualche settimana fa ho avuto la fortuna di condividere lo stesso palco con Federico Fiumani, cantante, chitarrista e anima dei Diaframma, uno dei pochi gruppi rock degni di questo nome nati in Italia negli ultimi trent’anni. Il luogo era il torinese Circolo dei Lettori, e l’occasione una rassegna ideata […]

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Pubblicato qualche giorno fa sul Riformista

Qualche settimana fa ho avuto la fortuna di condividere lo stesso palco con Federico Fiumani, cantante, chitarrista e anima dei Diaframma, uno dei pochi gruppi rock degni di questo nome nati in Italia negli ultimi trent’anni. Il luogo era il torinese Circolo dei Lettori, e l’occasione una rassegna ideata per far convivere letteratura e musica tra gli stucchi dell’austero palazzo Granieri della Roccia. Un contesto lontano da teatritenda, centri sociali e altri spazi d’elezione per la musica alternativa. E tuttavia, quando ho visto Fiumani imbracciare la chitarra e poi lanciarsi nei classici del repertorio come Verde, Siberia, Caldo, L’Amore segue i passi di un cane vagabondo davanti a un pubblico che più eterogeneo non poteva essere (tra fan accorsi dai paesi circostanti, studenti di creative writing nati dopo la new wave, signore impellicciate che ignoravano anche il nome di Ian Curtis), suscitando tra gli astanti non l’entusiastica e in fn dei conti vuota compiacenza che circonda i Dinosauri della musica leggera ma sentimenti più difficilmente gestibili quali stupore, perplessità, fastidio, commozione, spiazzamento, amore… è stato allora che ho pensato: «ecco, dov’era andata a nascondersi per tutto questo tempo…» Mi riferivo alla musica rock.


E ora, un po’ di storia. I Diaframma sono stati un gruppo seminale. Senza di loro, molti protagonisti delle successive stagioni musicali quali Baustelle, Marlene Kuntz, Cristina Donà, Luci della centrale elettrica, Zen Circus non avrebbero inciso le loro tracce su un cd come hanno fatto. È un’eredità riconosciuta da questi stessi musicisti, che spesso suonano le cover dei Diaframma durante i loro concerti, e che ai Diaframma hanno dedicato un disco tributo, dove a reinterpretare i classici di Fiumani è stata chiamata anche la scrittrice Elena Stancanelli, che con lui condivide la città di nascita: Firenze.
I Diaframma arrivano sulla scena nella prima metà degli anni Ottanta, e secondo l’opinione di chi scrive sono stati uno dei tre fenomeni dell’epoca a superare senza problemi il complesso d’inferiorità che il nostro Paese soffre tradizionalmente rispetto alla musica rock. Per una formidabile alchimia di talento e caso, tra il 1984 e il 1985 escono in Italia tre dischi che non hanno nulla da invidiare agli omolghi d’oltremanica o oltreoceano:
Siberia, il primo album dei Diaframma, è appunto dell’84, e precede di un anno Desaparecido dei Litfiba e Affinità e divergenze tra il compagno Togliatti e noi dei CCCP. Tre album, tre gruppi musicali, una decina di talenti geniali (oltre a Fiumani ricordiamo Piero Pelù, Ghigo Renzulli, Gianni Maroccolo e l’indimenticato Ringo De Palma dei Litfiba, Massimo Zamboni e Giovanni Lindo Ferretti dei CCCP), per un risultato inimmaginabile: finalmente una musica che non aveva nulla a che fare con le (neo)melodie di San Remo né con lo Strapaese di Claudio Villa né con il progressive di Franz Di Cioccio e nemmeno con il (pur bello) cantautorato di De Andrè. Analogamente a ciò che stava facendo in quel periodo la rivista «Frigidaire» per il fumetto, si trattava di codici estetici mai visti né ascoltati prima: il punk filosovietico di Ferretti&Zamboni, la sghemba new wave in salsa etno dei Litfiba, il miracoloso equilibrio di semplicità e struggimento dei Diaframma. Risultato: l’atto fondativo di un immaginario che si contrapponeva all’Italietta da bere di Craxi, dei paninari e del «Drive In», e diventava un’alternativa esistenziale per tanti ragazzi dell’epoca che si sarebbero poi detti “salvati dalla musica”.
A distanza di venticinque anni, di queste avventure rimane l’eredità (pezzi come Gira nel mio cerchio o Emilia paranoica fanno parte della nostra cultura musicale), ma di vivo e attivo e sudato sul palco resta solo Federico Fiumani. Cosa è successo? Mentre i Diaframma, protetti dalle tenebre dell’underground, hanno continuato il proprio percorso, Litfiba e CCCP (poi CSI, infine PGR) si sono infranti contro i capolinea più frequentati da un gruppo rock sul punto di morire: sputtanamento commerciale per i primi, eccesso d’intellettualismo e ideologia per i secondi.
Il gruppo di Renzulli e di Pelù ha scalato le classifiche nei Novanta proponendo una musica sempre più ruffiana, è naufragata poco prima del 2000 per trovare proprio negli ultimi mesi il perfetto correlativo oggettivo di questo epilogo: la canzone Il mio corpo che cambia usata nello spot di una nota marca di cereali. Per i CCCP la questione è più complessa: transitati nella sigla CSI con esiti ottimi, e in PGR nel 2001 con risultati appena buoni, la parabola artistica di Lindo Ferretti è implosa sotto la sua conversione al cattolicesimo. L’incontro tra cultura cristiana e rock può dare esiti notevolissimi come dimostra l’esperienza di Nick Cave. Ma quando al sentiero tortuoso di un rapporto tormentato con la religione (Faulkner e Melville e Simone Weil insegnano) si preferiscono i rettilinei dell’inginocchiamento senza se e senza ma di fronte all’attuale Curia Romana, il fallimento artistico è assicurato. Lo dimostra il recente apprezzamento per Ferretti di un intellettuale modesto come Camillo Langone: se ti incensa lui, significa che sei finito.
Federico Fiumani non è caduto in queste trappole. Fa un centinaio di concerti l’anno e mantiene un seguito di fedelissimi; autoproducendosi i dischi, sfruttando le major a fini distributivi e usando l’incubo dei colossi discografici (la Rete) per vendere on line la propria musica è oggi più ricco, più libero e probabilmente anche più giovane di allora. Le sue canzoni hanno mantenuto freschezza e semplicità, hanno avuto cioè l’ambizione di non cadere nella pretenziosità. Ma in fin dei conti… mentre negli ultimi vent’anni un simulacro scadente del rock ha riempito gli stadi e gli schermi televisivi (basti pensare all’entertainment spielberghiano degli U2 o a come MTV ha vampirizzato tanta musica alternativa) o ha offerto il peggio inchinandosi alla mai del tutto assimilata “cultura alta” (Lou Reed che prova sgraziatamente a rileggere Edgar Poe), lo spirito più autentico di questo genere musicale – energia, alternativa, messa in gioco esistenziale di musicisti e pubblico – ha seguito i passi di quelli come Fiumani.
Ai tempi di youtube e della fine del disco, è impossibile sapere quali saranno le migliori esperienze musicali del XXI secolo. Di certo non verranno da fallimenti creativi come X Factor. Più probabile pensare che i nostri tempi siano una sorta di aggiornamento tecnonologico di quelli di Robert Johnson, l’oscuro musicista del Delta del Mississippi che scoprì il blues (e dunque tracciò il solco di mezza musica del Novecento) mentre il mondo celebrava gli ultimi eredi di Raffaele Sacco. Insomma, il nuovo verrà ancora da ciò adesso sfugge al mainstream, come dimostra una giovane e vitale e consigliata rivista quale è «Suole di vento», che all’argomento dedicherà il suo prossimo numero monografico.
Intanto, un eroe italiano di questo mondo sotterraneo, continua il proprio never endig tour – Federico Fiumani e i Diaframma sono in arrivo nella tua città: in concerto il 12 dicembre a Pisa, il 19 a Seregno, il 23 a Santarcangelo di Romagna, il 26 a La Spezia…

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