Pietrangelo Buttafuoco Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/pietrangelo-buttafuoco/ un blog di approfondimento culturale Fri, 16 Dec 2016 11:31:26 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Pietrangelo Buttafuoco Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/pietrangelo-buttafuoco/ 32 32 L’amore osceno in “Candore”, l’ultimo romanzo di Mario Desiati https://minimaetmoralia.it/letteratura/lamore-osceno-in-candore-lultimo-romanzo-di-mario-desiati/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/lamore-osceno-in-candore-lultimo-romanzo-di-mario-desiati/#respond Tue, 11 Oct 2016 13:00:20 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=32248 L’ultimo romanzo di Mario Desiati ha un’epigrafe mancata che dice così: ‹‹T’avrei lavato i piedi/oppure mi sarei fatta altissima/come i soffitti scavalcati di cieli/come voce in voce si sconquassa/tornando folle ed organando a schiere/come si leva assalto e candore demente››. È un estratto, da me amputato perché emergesse la parola “candore”, del Lamento della sposa barocca (octapus) di Claudia Ruggeri. Sono versi che Desiati conosce bene, avendo curato Inferno minore (peQuod, 2007), una raccolta postuma sul lavoro di Ruggeri, morta suicida a ventinove anni nel ’96.

Oggi emerge una curiosa convergenza su quella parola dai pochi (o troppi) sinonimi, amica della poesia più che della prosa, e che per Ruggeri parrebbe luminescenza, di certo “demente”, mentre per Desiati, tra le tante altre cose, il contrario di “scabrosità”, nonché il titolo del suo nuovo romanzo edito da Einaudi: Candore, appunto. La sovraccoperta bianca coi culi in fila su una banda nera non fa pensare a Voltaire, alleluia, né allo stesso Desiati, forse alle Muchachas di Katherine Pankol o alle Fimmini di Buttafuoco, ma prepara a un’ironia che non ti aspetti, perché cozza sia col titolo che con l’autore, e che invece è la bandiera di questa rivoluzione desatiana.

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L’ultimo romanzo di Mario Desiati ha un’epigrafe mancata che dice così: ‹‹T’avrei lavato i piedi/oppure mi sarei fatta altissima/come i soffitti scavalcati di cieli/come voce in voce si sconquassa/tornando folle ed organando a schiere/come si leva assalto e candore demente››. È un estratto, da me amputato perché emergesse la parola “candore”, del Lamento della sposa barocca (octapus) di Claudia Ruggeri. Sono versi che Desiati conosce bene, avendo curato Inferno minore (peQuod, 2007), una raccolta postuma sul lavoro di Ruggeri, morta suicida a ventinove anni nel ’96.

Oggi emerge una curiosa convergenza su quella parola dai pochi (o troppi) sinonimi, amica della poesia più che della prosa, e che per Ruggeri parrebbe luminescenza, di certo “demente”, mentre per Desiati, tra le tante altre cose, il contrario di “scabrosità”, nonché il titolo del suo nuovo romanzo edito da Einaudi: Candore, appunto. La sovraccoperta bianca coi culi in fila su una banda nera non fa pensare a Voltaire, alleluia, né allo stesso Desiati, forse alle Muchachas di Katherine Pankol o alle Fimmini di Buttafuoco, ma prepara a un’ironia che non ti aspetti, perché cozza sia col titolo che con l’autore, e che invece è la bandiera di questa rivoluzione desatiana.

Diciamolo subito: Candore è un romanzo sul porno senza scene di sesso, una specie di Pinocchio che comincia con Lucignolo anziché con Geppetto, in cui la pancia di Roma fa sia da pescecane che da Paese dei Balocchi, ma a ben vedere dà e toglie come Mangiafuoco. Di fate madrine ce ne sono troppe, tante da esaurire (e per poco far fallire) il paragone. Martino Bux, protagonista dal nome foriero di anomalie, è un uomo completato dalla sua passione per la pornografia, e dal segreto sovraesposto delle donne che la animano: Marilyn Chambers, Kristi Myst, Marina Lotar, Moana rappresentano le “Tutte” di cui è innamorato con sincera devozione. Corteggia generi, categorie e metodi di fruizione, dai cinema a luci rosse allo streaming, dalle VHS ai database online, fino ai locali, sfiorando la vita delle star e sgobbando per ceffi “del settore”, in un continuo andirivieni tra esaltazione e scoramento.

L’autore scrive, nei ringraziamenti, che ‹‹Martino Bux ha la storia del porno cucita addosso››, ed è vero. È un uomo colto, in un mondo che rifiuta – meglio, rifugge – il suo sapere. La vittima di un’emarginazione che, sorprendentemente, è il grande tema del romanzo. ‹‹A cosa serve amare qualcuno che non ti capisce?››, si chiede Desiati tramite Luisa, la Fermina Daza in pillole che riequilibra il sottotesto di Candore. La risposta, silenziata, è che non serve a niente, anzi ci distrugge, logora le speranze, si alimenta di illusioni candide, delicate come organi interni.

Martino ama per tutta la vita, non ricambiato, la Roma in cui si trasferisce, esasperato, dalla Puglia, le donne che lo tradiscono o lo evitano, il mondo “normale” su cui fa l’equilibrista: ombre e luci, night e chiese, scambisti e spose giovani. Lui sta in mezzo, forse in alto. A un certo punto del romanzo porta una pornostar completamente siliconata a provare un abito da sposa: è commosso, eccitatissimo. Le due parti di questo mondo, rappresentate all’ennesima potenza dalle loro maschere più significative, si incontrano. Martino crede, per un attimo, che le commistioni siano plausibili, che lui stesso possa farcela: a capire, a farsi capire. Poi desiste, tradito nuovamente dal mondo formale.

Dice: ‹‹Per me il bene era il popolo della notte e il male i moralisti, la buoncostume››. Una riflessione che lo spoglia degli abiti, indossati per tre quarti del romanzo, dell’avventuriero derelitto (Pinocchio, Lucio l’asino, qualche eroe assurdo e innocente di Francesco Nuti) e lo appesantisce con quelli del mostro. È un elephant-man, una venere ottentotta, un Quasimodo, la creatura di Frankenstein priva, però, di segni particolari: uno sfigato, si direbbe, più che candido sbiadito. Domanda: ma allora Desiati ha scritto quello che ci si aspettava da un libro del genere, ovvero la storia di un maniaco incompreso che ironizza come Humbert Humbert ma fa meno danni? Risposta: no, ha reinventato Jean-Baptiste Grenouille di Süskind e l’ha scagliato contro la retorica, armato solo del suo candore.

E cioè di meraviglia, perché il candore è quello che non ti aspetti da chi “si fa un nome” nel mondo dell’osceno. Come lo splendido finale conferma, Martino Bux è effettivamente portatore innocente di un messaggio d’amore incomprensibile, travestito, sfibrato dal moralismo. Se la tesi di Desiati è sentita – e cioè che il destino del difforme è bastardo, perché non ha senso amare chi non ci capisce –, Candore si candida a diventare il nuovo libro, come negli anni Ottanta lo fu Il Profumo, sulla potenza feroce del romanticismo, sul desiderio di essere amati nonostante. Anzi, di distruggere i nonostante, le foglie di fico, la scabrosità.

Anche Pasolini – che di questa importante frattura tra i mondi era il simbolo in vita, prima di diventare, assurdamente, la bandiera di chi si smarca dal popolare – viene investito, come ha già evidenziato Massimiliano Parente, dalla luce di Martino Bux. Il protagonista di Candore lo paragona più volte a Rocco Siffredi, quindi lo “abbassa”, dipingendo l’incubo di chi in Italia è pensatore per vocazione, difensore delle distanze, il vero moralista culturale. Mario Desiati, come il suo Martino, compie il miracolo di imbarazzare questo moralismo, di umiliarlo con romanzo-contropiede, libero e divertente. Un ponte fra tutti i mondi, costruito con gentilezza.

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Catania 2016, tra lo Stabile e il Teatro Coppola https://minimaetmoralia.it/societa/catania-2016-tra-lo-stabile-e-il-teatro-coppola/ https://minimaetmoralia.it/societa/catania-2016-tra-lo-stabile-e-il-teatro-coppola/#comments Tue, 14 Jun 2016 05:30:57 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31275 (fonte immagine)

di Giuseppe Lorenti

È un venerdì. Uno di quei venerdì di Aprile che nel resto d’Italia è, ancora, inverno e a Catania è già primavera inoltrata. Di più, è l’anticipo dell’estate. Io cammino nel cuore del centro storico e barocco, mi perdo tra Via Teatro Massimo, Piazza Vincenzo Bellini e via Maria Callas. Un incrocio di strade che è un’esplosione di contrasti, una battaglia di chiaroscuri. Il nero, profondo e intenso, dei palazzi e della pietra lavica che si infrange e si confonde con il bianco, accecante e luminoso, della luce che rimbalza dal Sole della primavera siciliana. Perdersi è meraviglioso in queste giornate e tra queste strade.

Io ho deciso, in questo venerdì d’Aprile, di tornare a teatro dopo anni di colpevole  assenza. All’Angelo Musco, per la stagione del Teatro Stabile, debutta uno spettacolo che porta in scena la storia di una giovane e bella attrice catanese e di un grande regista italiano. La storia di Daniela Rocca e di Pietro Germi, una storia che inizia con “Divorzio all’italiana” e finisce in una clinica psichiatrica, una storia di cinema, d’amore e di follia.

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(fonte immagine)

di Giuseppe Lorenti

È un venerdì. Uno di quei venerdì di Aprile che nel resto d’Italia è, ancora, inverno e a Catania è già primavera inoltrata. Di più, è l’anticipo dell’estate. Io cammino nel cuore del centro storico e barocco, mi perdo tra Via Teatro Massimo, Piazza Vincenzo Bellini e via Maria Callas. Un incrocio di strade che è un’esplosione di contrasti, una battaglia di chiaroscuri. Il nero, profondo e intenso, dei palazzi e della pietra lavica che si infrange e si confonde con il bianco, accecante e luminoso, della luce che rimbalza dal Sole della primavera siciliana. Perdersi è meraviglioso in queste giornate e tra queste strade.

Io ho deciso, in questo venerdì d’Aprile, di tornare a teatro dopo anni di colpevole  assenza. All’Angelo Musco, per la stagione del Teatro Stabile, debutta uno spettacolo che porta in scena la storia di una giovane e bella attrice catanese e di un grande regista italiano. La storia di Daniela Rocca e di Pietro Germi, una storia che inizia con “Divorzio all’italiana” e finisce in una clinica psichiatrica, una storia di cinema, d’amore e di follia.

Io ho deciso ma ho scelto il momento sbagliato.

Venerdì 15 aprile gli ufficiali giudiziari irrompono al Teatro Giovanni Verga per dare esecuzione a un decreto ingiuntivo e procedere al pignoramento di alcuni beni del Teatro stesso. Così si accende la scintilla che fa esplodere il caso di uno templi della cultura catanese, un’Istituzione che ha scritto pagine di storia della cultura teatrale in Italia. Domenica 17 Aprile: “Si comunica che ogni attività è sospesa a tempo indeterminato in seguito allo sciopero indetto da tutti i lavoratori del Teatro Stabile di Catania”. Interrotta la messa in scena di Re Lear, tutti gli spettacoli in cartellone sospesi o annullati, viene chiusa la Scuola d’Arte drammatica Umberto Spadaro, il Verga viene occupato dai lavoratori. Tredici milioni di debiti, di cui sette di disavanzo patrimoniale, un crollo del numero di abbonati da fare paura: dai tredicimila degli anni novanta ai poco più di duemila della stagione 2015 – 2016.

Attori e compagnie non pagate, decreti ingiuntivi che si susseguono e si moltiplicano, trentacinque dipendenti che non percepiscono lo stipendio dal novembre 2015. L’Angelo Musco, dove nel dicembre del 1958 nasce l’Ente Teatro di Sicilia fondato, tra gli altri, da Turi Ferro e Michele Abruzzo, è sotto sfratto esecutivo. 13.000.000 di euro di debiti al 30.12.2015 a fronte di un finanziamento della Regione Sicilia di un 1.500.000 euro, del comune di Catania di 170.00 euro e di 250.000 euro dall’ente che un tempo avremmo chiamato Provincia. Un Presidente, Salvatore La Rosa, che ha, appena, rimesso il mandato al CDA del teatro in una lettera drammatica in cui certifica lo sfascio dello Stabile “emergono gravi irregolarità nella gestione amministrativa degli anni trascorsi, con pesanti ricadute sul piano organizzativo e finanziario.

La situazione dell’Ente risulta quindi di tale estrema gravità da essere ostativa al perseguimento degli alti obiettivi culturali e sociali che il nostro Teatro ha raggiunto in passato…”. Un direttore, Giuseppe Di Pasquale, in carica dal 2007 e attualmente in proroga, un direttore in pectore, Giovanni Anfuso, la cui nomina potrebbe saltare perché illegittima. Le prospettive: ricapitalizzazione, commissariamento, chiusura. Quasi 60 anni di Storia sfregiati, spezzati, traditi. Dove erano e cosa hanno fatto coloro che avrebbero dovuto controllare? Dove erano e cosa hanno fatto Regione, Comune, Provincia? Dove era questa città, cinica e  indifferente, quando nel dicembre del 2007 Lamberto Puggelli, da pochi mesi direttore artistico, in una lettera aperta denuncia le manovre per cacciarlo e anticipa lo sfascio e il tracollo finanziario e artistico “Al Pubblico della teatralissima Catania. Sono costretto a lasciare, con molto dolore, un teatro molto amato, in cui lavoro da 31 anni… manovre interne ed esterne impediscono lavoro e progettazione. Non si capisce a quanto ammonta il bilancio… Chiedo scusa al pubblico che mi ha dato molto e a cui ho tanto dato in questi anni. Mi dispiace”.

Siamo alla fine del 2007, qualche mese dopo Giuseppe Di Pasquale, regista e autore teatrale, viene nominato direttore, alla Presidenza siede dal 18 Maggio 2007 Pietrangelo Buttafuoco, carica che manterrà fino all’ottobre del 2012, quando decide di dimettersi. Quello stesso Buttafuoco che da mesi denuncia e combatte per salvare lo Stabile dagli incompetenti e dai corrotti. Quello stesso Buttafuoco che firma, insieme ad Andrea Camilleri, una sofferta lettera indirizzata al Ministro Franceschini in cui descrive lo stato moribondo in cui versa il vero tesoro siciliano, il patrimonio culturale. Quello stesso Buttafuoco della “Buttanissima Sicilia”. In quel 2007, in Regione governa Totò Cuffaro, in città Umberto Scapagnini e alla Provincia Raffaele Lombardo. Perché i nomi, le biografie vorranno pur dire qualcosa e potrebbero aiutare a capire. Dicembre 2007 – aprile 2016, sono passati dieci anni e forse per lo Stabile di Catania la storia finisce qui. Un pezzo di cultura cittadina che sprofonda nel silenzio e nell’indolenza, quello stesso silenzio, quella stessa indolenza che qualcuno continua a spacciare per saper stare al mondo.

Cosa è successo? Cosa è cambiato? Antonio Di Grado, uno dei pochi intellettuali di respiro internazionale che la città può ancora vantare, professore di Letteratura Italiana all’Università, un passato da Assessore alla Cultura e Presidente dello Stabile “qui la cultura è viva, vitale, un ribollire di fermenti, di idee. Ma qui, come altrove, la cultura è prigioniera. Prigioniera di una politica che non riesce, non vuole capire, interpretare, elaborare. Una politica ritornata a occupare e reclamare posti senza un’ idea di futuro. Chi osserva e giudica le nuove generazioni come vuote, superficiali, prive di interessi e capacità culturali io rispondo che, siamo noi, a non riuscire a capire i loro bisogni, i loro desideri. E non capendo non siamo in grado di dare riposte”.

Strade, piazze, palazzi  un inseguirsi in controluce. Questa è una terra di ritratti in chiaroscuro, un’enorme stanza piena di specchi infranti che restituiscono immagini diverse, spesso contrapposte. Orazio Torrisi, che tra la fine degli anni novanta e i primi del duemila, ha diretto lo Stabile, guida, insieme a Tuccio Musumeci, attore storico del teatro catanese, il Teatro Brancati, una realtà privata che offre un cartellone che spazia da Martoglio a Shakespeare, un teatro che raccoglie quasi tremila abbonati a stagione, “questa città si è chiesta quale dovrebbe essere il ruolo di un Teatro Stabile? Ha capito che il panorama teatrale è totalmente cambiato? Che è pura follia continuare a ragionare su nomine e posti da assegnare, che è tempo di lavorare a un nuovo progetto culturale, a una nuova idea di teatro pubblico che ripensi il proprio ruolo, la propria funzione. Io ho proposto di portare lo Stabile di Catania a Librino, quartiere più conosciuto per il suo degrado che per i suoi spazi culturali, dove esiste un teatro comunale mai fatto funzionare e completamente vandalizzato. Una provocazione? Può darsi. C’è chi si ostina a recitare de profundis io credo, piuttosto, nella complementarietà dell’offerta teatrale e con le mie figlie, nei mesi scorsi, ho rilevato un altro spazio storico che rischiava di chiudere, il Piccolo teatro”.

Perdersi è meraviglioso.

Io continuo a camminare in questa città che trasuda ferocia e contagia passione, supero Piazza dell’Indirizzo, risalgo la Pescheria, facendomi spazio tra le urla e gli spintoni di chi vende  pesce e carne, frutta e  verdura,  spezie e formaggi, tra gli sguardi stupiti ed entusiasti di turisti che si affollano tra i banchi del mercato. Io cammino e arrivo in Piazza dell’Università, dove a Palazzo San Giuliano Lamberto Puggelli, nel 2009, pone le basi per la rinascita del Teatro Machiavelli portando in scena  “Siddharta”, spettacolo allestito 10 anni prima per il Piccolo di Milano. Puggelli muore nel 2013 e lascia in dono uno spazio dove la Fondazione che porta il suo nome, l’associazione Ingresso Libero e l’Università organizzano concerti, workshop, mostre e spettacoli teatrali a ingresso gratuito,  ma soprattutto raccolgono, conservano, tramandano la memoria di un luogo che ha visto nascere la scena teatrale catanese, da Giovanni Grasso alla marionettistica.

Così, all’improvviso mi accorgo che in questo viaggio curioso appassionato e inconsapevole sto trovando le radici profonde e le anime contradittorie della mia città.

Sabato 23 Aprile, pomeriggio, in Piazza Duca di Genova, un quadrato incastrato tra un palazzo nobiliare, Palazzo Biscari, e gli archi della Marina che aprono e spingono la città verso il mare, incontro Marco Sciotto e Cesare Basile. Seduti su una vecchia panchina e con una birra in mano mi raccontano l’esperienza del Teatro Coppola, il teatro occupato. Basile è uno dei cantautori più apprezzati in Italia, Sciotto è un trentenne innamorato di Carmelo Bene, teatro e libertà. Il Coppola nasce nel 2011 sulla scia dell’esperienza del Teatro Valle di Roma. Io faccio domande, ascolto e scopro che qui nel 1821 è nato il primo Teatro comunale. Su questo palcoscenico hanno iniziato la carriera Giovanni Grasso e Turi Ferro. Su questo palcoscenico, Cesare e Marco, insieme ad altri quaranta ragazzi e ragazze, hanno dato vita, fatto crescere, consolidato quella che Basile chiama “una pratica resistenziale. Si resiste per difendere, far crescere un modo alternativo di vivere, socializzare, produrre e diffondere l’arte”. Uno luogo dove, mi racconta Marco, ci sono oltre 15 appuntamenti mensili, tra teatro, cinema, musica, laboratori, dove tra Ottobre e Giugno è possibile sperimentare, confrontarsi. Un palcoscenico in cui i concerti di Iosonuncane e Flavio Giurato fanno sold-out con oltre 300 presenze, dove vengono programmati oltre 130 spettacoli  a stagione con sottoscrizione volontaria. Dagli Afterhours a Pirandello.

Catania la Seattle d’Italia negli anni del grunge e dell’indie. Franco Battiato, Carmen Consoli, i Denovo. “La scena musicale è profondamente cambiata, mi dice Paolo Mei, che ha fondato e dirige Rocketta, un’agenzia di booking che organizza live in città. Non c’è più il fermento, la creatività di 15 anni fa, la scena musicale locale fatica a emergere. Non ci sono più club come il Taxi driver, il Clone Zone, centri sociali come l’Esperia o l’Auro, che non solo hanno ospitato concerti  di livello internazionale ma sono stati posti dove conoscere, imparare, sperimentare musica. Nonostante ciò, ogni anno, porto nei locali della città più di 50 concerti, dal folk all’indie, dal nuovo cantautorato italiano all’elettronica internazionale”.

Se non c’è più il fermento degli anni novanta permane una cultura musicale che, sia pure molto cambiata, continua ad alimentarsi. Così racconta Diego Vespa che nel 1998 apre “Mercati Generali”, un’antica masseria trasformata in un grande palco dove si sono alternati Capossela, Baustelle, Bill Evans, Cat Power, Marc Ribot, Cocorosie e Uzeda, “l’innamoramento tra musica e città resite ma è più difficile organizzare e promuovere concerti. Sono aumentati i costi, il pubblico non si rinnova e i più giovani spesso scelgono di fare altro, sebbene i concerti sono molto seguiti”. Ma il rapporto tra i catanesi e la musica ha radici lontane, affonda indietro nel tempo.

È il 1973 quando nasce l’Associazione Musicale Etnea per promuovere la musica classica e da camera. Dagli 800 abbonati degli anni d’oro ai 150 di oggi, in un contesto artistico profondamente mutato. Per l’A.M.E. hanno suonato personaggi come Karlheinz Stockhausen, Ennio Morricone, Luciano Berio, The Kronos quartet. “Abbiamo scelto di allargare i nostri orizzonti musicali, aprirci a un nuovo pubblico. In una stagione riusciamo a produrre oltre 40 concerti che registrano oltre 10.000 presenze. Da Giovanni Lindo Ferretti, Teho Teardo e Blixa Bargeld al Marranzano World Festival. Abbiamo chiuso la stagione 2015 con un bilancio di oltre 200.000,00 €, di questi 75.000 dal Ministero dei beni culturali, 80.000 dalla Regione Sicilia e 80.000 € di incassi”. Mentre Biagio Guerrera, presidente dell’associazione, mi parla bevendo un caffè in un chiosco in cima alla Salita di San Giuliano, in una di quelle rare mattine in cui il cielo catanese è grigio, chiuso, opprimente, io ricordo i miei primi anni universitari quando Biagio sperimentava forme di teatro d’avanguardia.

Improvvisamente, mi accorgo che quel ritmo lento di un tempo che a me pareva immobile si è trasformato nel ritmo incessante di un tempo inesorabile che ci ha cambiato, talvolta travolto. “Purtroppo a Catania la normalità è rivoluzionaria. Le politiche culturali hanno una scarsa visione, noi operatori siamo molto divisi e c’è un notevole deficit di spazi”. Ma sono le stesse radici lontane e profonde che ne hanno fatto una delle capitali italiane del jazz. Estate del 1983, tra le Chiese, di un barocco bianco, e le scalinate, nere scolpite nella pietra lavica, di Via Crociferi suona Don Cherry, uno dei trombettisti più apprezzati in tutto il mondo e il concerto è un trionfo di folla. Quella sera, tra quelle Chiese, nasce l’idea di Catania Jazz. L’associazione, guidata da Pompeo Benincasa e arrivata alla 34° stagione, in questi anni  ha fatto suonare artisti come Sun Ra, Ornette Coleman, Dizzy Gillespie, Jaco Pastorius e, ancora oggi, mantiene un numero importante di abbonati, quasi mille nell’ultima stagione. Benincasa, però, lamenta un’insufficiente attenzione della politica sia comunale che regionale nei confronti del Jazz. Una miopia che colpisce non soltanto chi organizza e porta i miglior artisti al mondo ma penalizza i giovani talenti locali che non riescono a trovare spazi e sostegni per valorizzare le proprie potenzialità.

Perdersi è meraviglioso, quando arrivo in Piazza Dante e mi trovo circondato dal Monastero dei Benedettini, dalla Chiesa di San Nicolò l’Arena e dal Giardino di Via Biblioteca. Dentro i chiostri del Monastero, tra i suoi cortili, i suoi corridoi e le sue cucine sono nate le Officine culturali, dirette da Ciccio Mannino, che hanno puntato tutto sulla riscoperta e valorizzazione dei Beni culturali. Quasi 30.000 persone, solo nel 2015, hanno potuto visitare il Monastero, 2.500 bambini coinvolti in quasi 100 attività di educazione al patrimonio, una decina tra performance teatrali e musicali. “Il patrimonio culturale può essere l’occasione per creare relazioni tra le persone.

Ma occorrono capacità, competenze, passione e una buona dose di follia. Le pietre, i cortili, i chiostri non parlano, non organizzano attività. Queste mura possono raccontarci qualcosa solo se si è in grado di scoprire le storie che sono scolpite, racchiuse qui dentro. Siamo, sono orgoglioso di aver contribuito, con le nostre attività, a cambiare l’immagine del quartiere che ci ospita. Questo era un luogo da evitare, oggi è una delle mete turistiche più ricercate e affollate di Catania”.

Già, i quartieri degradati di Catania. Come San Cristoforo, più noto alla cronache nazionali per aver dato i natali a Nitto Santapaola. Lo stesso quartiere dove la famiglia Brodbeck, origini svizzere e passione mediterranea, 10 anni fa ha aperto un Museo d’Arte contemporanea. Un complesso postindustriale trasformato in spazio d’arte dove alle attività espositive si affiancano residenze d’artista e vengono proposti programmi didattici per promuovere un nuovo modo di rapportarsi all’arte contemporanea. Un Museo diretto da Nadia Brodbeck e Gianluca Collica.

Quartieri degradati come San Berillo vecchio, sventrato negli anni sessanta per inseguire il sogno del miracolo economico. A San Berillo c’ è un cinema che da 37 anni organizza il Cinestudio, una rassegna di film d’autore che ha fatto la storia del cinema in città.  Una rassegna che conta più di 800 abbonati e che continua a cercare nuove strade di sperimentazione artistica organizzando incontri dove il cinema si incontra con la letteratura e apre nuovi orizzonti.

Catania, città d’arte? Sembrerebbe di si scorrendo i numeri del Museo Civico Castello Ursino. Nel 2015 le mostre “Artisti di Sicilia. Da Pirandello a Iodice”, “Picasso e le sue passioni” e “Chagall, love and life” hanno portato dentro le sue stanze oltre 120.000 persone, con incassi che hanno sfiorato i 200.000 €.  Città d’arte? Forse no, ma qualcosa è cambiato se nel 2012 i visitatori avevano raggiunto a stento le 25.000 presenze.

Catania, città ambigua ma vitale. Sabato, 7 maggio, incontro Sergio Zinna, fondatore e responsabile del Centro Zo, uno spazio pubblico trasformato in un centro per le culture contemporanee. Tra ciminiere, zolfatare e il mare hanno suonato Tortoise, Fatima Miranda, Arto Lindsay, Massimo Volume e Paolo Benvegnù, si sono esibiti Pippo Delbono Emma Dante, Scimone e Sframeli, solo per citare alcuni nomi. “Abitiamo una terra complicata, dove convivono una grande potenzialità di energia creativa e una certa dose di masochismo e  cupio dissolvi. Una terra logora e frammentata, dove si realizzano moltissime iniziative ma quasi mai si riesce a fare sistema. Soffriamo la distanza tra operatori culturali e Istituzioni formative, come Università o Accademia di Belle Arti. La creatività e il talento non bastano se non si arricchiscono con la programmazione e l’organicità degli interventi”. Qui è nata e trasmette Radio Lab, un’emittente radiofonica, che dal 2011 propone e offre un racconto alternativo sulla cultura musicale, letteraria, cinematografica. Una realtà editoriale che guarda oltre i confini della sua terra e vuole proporre “un modo altro” di fare cultura.

Perdersi è meraviglioso in questa Catania che ama mangiare, bere, far tardi la notte, ama essere provinciale e  internazionale ma in fondo non ama se stessa.

Buio, luce. Buio, luce. Buio. Luce. Come in un palcoscenico.

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L’editoria italiana e l’anno che verrà https://minimaetmoralia.it/editoria/leditoria-italiana-e-lanno-che-verra/ https://minimaetmoralia.it/editoria/leditoria-italiana-e-lanno-che-verra/#comments Wed, 13 Jan 2016 14:30:03 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29629 di Pierfrancesco Matarazzo

Dopo crisi, proclami di disfatta, riorganizzazioni, fusioni, acquisizioni e diaspore, il 2016 si apre per l’editoria italiana e per i lettori che in essa sperano, con molte attese per l’anno che verrà.

L’acquisizione di Rcs Libri da parte di Mondadori dovrebbe ricevere il parere dell’Autorità garante per la Concorrenza e il Mercato nel primo trimestre dell’anno, ma soprattutto vedremo i primi passi del gigante italiano dell’editoria che si troverà ad integrare marchi fino a poco tempo fa in lotta fra di loro (Mondadori, Einaudi da un lato e Rizzoli e Bompiani dall’altro, solo per citare i maggiori).

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di Pierfrancesco Matarazzo

Dopo crisi, proclami di disfatta, riorganizzazioni, fusioni, acquisizioni e diaspore, il 2016 si apre per l’editoria italiana e per i lettori che in essa sperano, con molte attese per l’anno che verrà.

L’acquisizione di Rcs Libri da parte di Mondadori dovrebbe ricevere il parere dell’Autorità garante per la Concorrenza e il Mercato nel primo trimestre dell’anno, ma soprattutto vedremo i primi passi del gigante italiano dell’editoria che si troverà ad integrare marchi fino a poco tempo fa in lotta fra di loro (Mondadori, Einaudi da un lato e Rizzoli e Bompiani dall’altro, solo per citare i maggiori).

Ma il 2016 vedrà anche le prime pubblicazioni de La Nave di Teseo, nuovo soggetto editoriale di Elisabetta Sgarbi (ex direttore editoriali di Bompiani), che sembra aver riunito attorno a sé nella diaspora da «Mondazzoli» autori come Umberto Eco, Pietrangelo Buttafuoco, Mauro Covacich, Michael Cunningham, Viola di Grado, Hanif Kureishi, Nuccio Ordine, Carmen Pellegrino, Lidia Ravera e Susanna Tamaro, creando non pochi problemi alla Bompiani che dovrà capire come gestire la transizione e rinfoltire il suo parterre di autori.

Il nome della nuova casa editrice si ispira alle Vite Parallele di Plutarco. Teseo dopo aver salvato i prigionieri dal labirinto cretese e dal suo Minotauro, torna ad Atene con una triremi. Come ringraziamento gli ateniesi inviarono, ogni anno, la nave di Teseo per un viaggio rituale a Delo, Isola di Apollo. Questo viaggio durò per mille anni e gli ateniesi sostituirono, man mano che si usuravano, le parti della barca con sue copie perché apparisse sempre la stessa pur non essendo più costituita dagli elementi originali. Questo processo di continua rigenerazione ha dato luogo a un famoso paradosso (il paradosso di Teseo appunto) su cui i filosofi greci si sono a lungo interrogati: «la nave che appare la stessa che usò Teseo, poiché costituita da parti identiche a quelle originali, assemblate con la medesima perizia, capaci di lavorare all’unisono, è la nave di Teseo o è un’altra nave?» Non c’è risposta esatta al dilemma, dipende dal valore che date alla tradizione e alla sua possibilità di integrarsi con il cambiamento. Ma forse i lettori di questo nuovo marchio editoriale si porranno questa domanda. Quanto sarà diversa l’offerta delle due bande blu, simbolo prescelto per La Nave di Teseo, rispetto alla Bompiani dell’era Sgarbi?

Riuscirà a creare un proprio tratto distintivo che porterà il lettore a ‘fidarsi’ di quelle bande a forma di chiglia di nave, perché garanti di una ricerca di nuovo che non può prescindere dalla qualità del testo (binomio sempre più a rischio nei successi editoriali del 2015)?

Riuscirà questa nave a fare ciò che spesso risulta difficile agli imprenditori e quindi agli editori italiani che vogliono giustamente guadagnare sul bene libro: puntare a fidelizzare i lettori nel lungo periodo?

La sfida è quanto mai avvincente e sarà un piacere vederne gli sviluppi.

Ma non sarà l’unica. Un altro marchio storico dell’editoria italiana ha fatto delle scelte nel 2015 che influenzeranno non poco l’offerta editoriale del prossimo biennio. Parliamo di Giunti, casa editrice dalle radici fiorentine, fondata nel 1841 come tipografia e poi diventata il terzo gruppo editoriale italiano. Nel giro di pochi mesi Mondadori ha perso due editor storici della narrativa italiana: Antonio Franchini (responsabile per anni della narrativa italiana in Mondadori e punto di riferimento per il marchio di Segrate) e Giulia Ichino (uno degli editor di punta della narrativa italiana e ‘allieva’ di Franchini). Entrambi sono passati in Giunti, dimostrando la volontà dell’editore fiorentino di rafforzare la sua quota di mercato nella narrativa italiana, puntando sulla grande esperienza e sulla capacità di anticipare le tendenze dei lettori da parte dei due editor.

Mondadori non è rimasto a guardare, affidando la narrativa italiana a Carlo Carabba (già da tempo editor per la case editrice di Segrate oltre che poeta e responsabile della storica rivista Nuovi Argomenti) e quella straniera a Marta Treves (altro editor storico della Mondadori, responsabile per anni del segmento young adult).

Insomma l’anno che verrà ci fa sperare in molteplici cambiamenti nel panorama editoriale italiano e sono certo che non saranno tutti negativi. Ai lettori l’ardua sentenza.

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Dalla vicenda Crocetta non esce bene nessuno https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/vicenda-crocetta/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/vicenda-crocetta/#comments Fri, 24 Jul 2015 10:20:55 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27917 Una settimana fa l'Espresso pubblicava, in un articolo a firma Piero Messina e Maurizio Zoppi, la notizia di una intercettazione del 2013 tra il governatore della regione Sicilia Rosario Crocetta e il suo medico personale Matteo Tutino, in cui Tutino dice che bisognava far fare a Lucia Borsellino la stessa fine del padre Paolo e Crocetta non replicava nulla.

A distanza di una settimana non si sa se questa intercettazione esista (più di una procura – a partire da quella di Palermo – ha smentito, l'Espresso insiste), e – in caso – se sia tra le carte di un'indagine pubbliche e pubblicabili. Quello che esiste invece e che è diventato enorme è il cosiddetto caso Crocetta. Ossia l'idea che il governatore sia completamente screditato, e che la sua esperienza di governo sia finita: lui ovviamente si difende con tutto se stesso.

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Una settimana fa l’Espresso pubblicava, in un articolo a firma Piero Messina e Maurizio Zoppi,  la notizia di una intercettazione del 2013 tra il governatore della regione Sicilia Rosario Crocetta e il suo medico personale Matteo Tutino, in cui Tutino dice che bisognava far fare a Lucia Borsellino la stessa fine del padre Paolo e Crocetta non replicava nulla.

A distanza di una settimana non si sa se questa intercettazione esista (più di una procura – a partire da quella di Palermo – ha smentito, l’Espresso insiste), e – in caso – se sia tra le carte di un’indagine pubbliche e pubblicabili. Quello che esiste invece e che è diventato enorme è il cosiddetto caso Crocetta. Ossia l’idea che il governatore sia completamente screditato, e che la sua esperienza di governo sia finita: lui ovviamente si difende con tutto se stesso.

Contemporaneamente all’articolo dell’Espresso infatti sono venuti fuori infatti tutti insieme i malumori, le critiche, gli attacchi pesantissimi nei confronti di Rosario Crocetta. Sia da parte di politici della sua parte: assessori che si sono dimessi – tra cui Lucia Borsellino – e dirigenti del Partito democratico che hanno chiesto le sue di dimissioni. Sia da parte di giornalisti e commentatori.

Il più accesso di questi – una sorta di paladino antiCrocetta – è Pietrangelo Buttafuoco, che al governatore ha dedicato varie pagine del suo ultimo libro, Buttanissima Sicilia, e molti articoli in cui descrive il governatore come una sorta di satrapo corrotto: “Crocetta è stato un disastro alla prova del Governo, quanto a civilizzazione – anche grazie al suo medico personale – non gli si potrà negare un primato: avere consegnato coppole e lupare al sollazzo epicureo”.

Questo – già abbastanza tortuoso, mi rendo conto – è solo il livello essenziale della ricostruzione di una vicenda che ogni giorno, nel tentativo di sciogliersi, si annoda sempre di più. È di qualche giorno fa, per esempio, una ricostruzione di Fanpage dei diversi passaggi e motivi che avrebbero portato all’intercettazione fantasma e alla sua divulgazione. E sempre il 21 Crocetta ha dichiarato che chiederà milioni di risarcimento all’Espresso e Buttafuoco.

E l’esito non è per nulla scontato. Se fino a un certo momento il governatore sembrava aver accettato una resa a termine, impegnandosi a varare alcune riforme che gli sono a cuore, e poi a dimettersi per settembre, in una delle ultime agenzie ha cambiato idea: “Qualcuno ha capito male: non mi dimetto, manco per idea. Voglio capire se si dà più fiducia alle parole di un Tribunale e dei magistrati o agli eversori che vogliono far crollare la democrazia. Questa è la mia sfida, è venuto il momento di insorgere contro queste schifezze”.

Dall’altra parte, per esempio, il segretario siciliano del Pd, Fausto Raciti, in un’intervista su Radio Radicale, deve fare un grande sforzo di equilibrismo per affermare che i due piani non si toccano: per l’intercettazione dell’Espresso Crocetta fa bene a chiedere risarcimento all’Espresso, mentre da un punto di vista politico “il potere è stato gestito da una cerchia ristretta attorno al presidente e alla regione, nel nome di un’antimafia col randello, che si è rivelata essere nient’altro che un potere di spartizione”.

Il caso Crocetta insomma mostra – nei suoi risultati più disastrosi – un’ormai irrefutabile equivalenza per l’opinione pubblica tra piano giuridico, piano morale e piano politico. Diventato governatore grazie al suo afflato moralizzatore, discreditato per una presunta intercettazione ritenuta ignobile, ora Crocetta si erge nuovamente a cavaliere solitario contro complotti e poteri forti.

E non ci sarà modo per cui da questa storia se ne uscirà bene, soprattutto se c’è ancora chi pensa che al suo posto bisogna trovare una figura specchiata della società civile o “un presidente che faccia della moralità un vessillo”, stringendo più forte i nodi di questo doppio legame.

Questa è la vera questione politica nazionale: anche le notizie degli ultimi giorni delle dimissioni del vicesindaco di Roma, Luigi Nieri, e della sindaca di Molfetta, Paola Natalicchio, sono l’espressione della stessa duplice debolezza – due bravi amministratori che lasciano pressati da uno scontro politico che non diventa mai conflitto trasparente, e da un dissenso vischioso, alimentato dal cattivo giornalismo politico e dai campioni del moralismo automatico.

C’è da dire però che la Sicilia di questa malattia nazionale ha sviluppato un ceppo tutto suo. Ormai l’accusa peggiore che si lancia nell’agone politico dell’isola non è quella di essere mafioso, ma di essere “professionista dell’antimafia”. La definizione che Leonardo Sciascia coniò per chi lucrava una legittimità morale e politica da una retorica anticriminale è diventata, nelle parole di chi la utilizza oggi, un’autoparodia.

Se addirittura lo stesso Leoluca Orlando – che era uno di quelli che vent’anni fa venica ascritto al novero dei professionisti dell’antimafia – fa sue le critiche dello scrittore siciliano (“Sbagliava persone ma nel messaggio aveva ragione”), allora è chiaro che la sfida garantista e illuminista che Sciascia lanciava alla politica siciliana non ha trovato ancora chi l’accolga.

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Tra un manifesto e lo specchio e un’altra sigaretta. Una (lunga) intervista a Francesco De Gregori https://minimaetmoralia.it/interviste/una-lunga-intarvista-a-francesco-de-gregori/ https://minimaetmoralia.it/interviste/una-lunga-intarvista-a-francesco-de-gregori/#comments Wed, 01 Apr 2015 09:21:31 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26089 Alla quindicesima sigaretta del pomeriggio, Gitanes senza filtro, Francesco De Gregori dice: “E’ vero, vent’anni fa, ma anche dieci anni fa, non l’avrei mai fatto”. Andare a “X Factor”, ricantare Alice con Ligabue, scherzare con Checco Zalone, scrivere una canzone per un film di Paolo Genovese, fare un audiolibro su “America” di Kafka (e prima “Cuore di tenebra” di Conrad), entrare in un video di Fedez, non leggere cinque giornali ogni giorno, non guardare otto tg e sentirsi bene lo stesso, telefonare e dire: devi ascoltare assolutamente Caparezza, è meraviglioso. E passare le ore prima del concerto (il primo del tour di “Vivavoce”, a Roma) nei cunicoli del Palalottomatica non soltanto con i fonici, la band, il giovane cantante emozionato che aprirà il concerto, le Gitanes, il caffè e Ambrogio Sparagna che suona l’organetto in due canzoni riarrangiate assieme, ma anche sopportando lì seduto, o in piedi con la chitarra a riprovare Titanic, la cronista che accende il registratore e pretende di sapere che cosa c’è di diverso, adesso, in Francesco De Gregori. “Sarà per un fatto di maturità, e perché è cambiato il mondo intorno a me in meglio, ma è vero che è un po’ cambiato anche il modo in cui io lo guardo. Sono sempre stato aperto alle distanze. Se una cosa è distante da me non solo non mi fa paura, anzi mi eccita, ed è un processo assolutamente spontaneo, ma sostenuto da un ragionamento: so che non voglio chiudermi al mondo nell’area museale che potrebbe rappresentarmi perché ho scritto cinque, sei, dieci canzoni di quelle che rimangono. Non posso restare, nella mia testa, quello di Rimmel, io sono altro, sono anche Calypsos, Finestre rotte, non voglio fare il Bufalo Bill della canzone, che rievoca i tempi gloriosi del West su un palco a Sarzana o a Torino, e forse già inconsciamente lo sapevo nel 1976 quando ho scritto Bufalo Bill”. “Tra bufalo e locomotiva la differenza salta agli occhi, la locomotiva ha la strada segnata, il bufalo può scartare di lato e cadere”. De Gregori parla e dentro le persone che vanno e vengono e lo salutano e un po’ ascoltano quest’intervista, parte una musica, non muovono le labbra ma si capisce che stanno cantando.

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D&DG 2Questa intervista è uscita sul Foglio. (Fonte immagine)

Alla quindicesima sigaretta del pomeriggio, Gitanes senza filtro, Francesco De Gregori dice: “E’ vero, vent’anni fa, ma anche dieci anni fa, non l’avrei mai fatto”. Andare a “X Factor”, ricantare Alice con Ligabue, scherzare con Checco Zalone, scrivere una canzone per un film di Paolo Genovese, fare un audiolibro su “America” di Kafka (e prima “Cuore di tenebra” di Conrad), entrare in un video di Fedez, non leggere cinque giornali ogni giorno, non guardare otto tg e sentirsi bene lo stesso, telefonare e dire: devi ascoltare assolutamente Caparezza, è meraviglioso. E passare le ore prima del concerto (il primo del tour di “Vivavoce”, a Roma) nei cunicoli del Palalottomatica non soltanto con i fonici, la band, il giovane cantante emozionato che aprirà il concerto, le Gitanes, il caffè e Ambrogio Sparagna che suona l’organetto in due canzoni riarrangiate assieme, ma anche sopportando lì seduto, o in piedi con la chitarra a riprovare Titanic, la cronista che accende il registratore e pretende di sapere che cosa c’è di diverso, adesso, in Francesco De Gregori. “Sarà per un fatto di maturità, e perché è cambiato il mondo intorno a me in meglio, ma è vero che è un po’ cambiato anche il modo in cui io lo guardo. Sono sempre stato aperto alle distanze. Se una cosa è distante da me non solo non mi fa paura, anzi mi eccita, ed è un processo assolutamente spontaneo, ma sostenuto da un ragionamento: so che non voglio chiudermi al mondo nell’area museale che potrebbe rappresentarmi perché ho scritto cinque, sei, dieci canzoni di quelle che rimangono. Non posso restare, nella mia testa, quello di Rimmel, io sono altro, sono anche Calypsos, Finestre rotte, non voglio fare il Bufalo Bill della canzone, che rievoca i tempi gloriosi del West su un palco a Sarzana o a Torino, e forse già inconsciamente lo sapevo nel 1976 quando ho scritto Bufalo Bill”. “Tra bufalo e locomotiva la differenza salta agli occhi, la locomotiva ha la strada segnata, il bufalo può scartare di lato e cadere”. De Gregori parla e dentro le persone che vanno e vengono e lo salutano e un po’ ascoltano quest’intervista, parte una musica, non muovono le labbra ma si capisce che stanno cantando.

“E poi sono un uomo giovane, ho sessantaquattro anni”. Francesco De Gregori ha infatti ancora addosso le Superga bianche di quando era un ragazzino sconvolto da Fabrizio De André, “anche esteticamente. Andai dal parrucchiere con una rara foto di Fabrizio e dissi che volevo i capelli come i suoi, volevo quel ciuffo meraviglioso. Il parrucchiere disse: ma tu non ce li hai così, sei riccio. Allora me li feci stirare. Ero troppo riccio per assomigliare a De André e troppo liscio per assomigliare a Bob Dylan”. Il fratello maggiore Luigi, musicista, accompagnava Francesco le prime volte al Folkstudio a cantare e gli diceva: “Non ti demoralizzare se qualcuno si alza e se ne va, succede sempre, non ti preoccupare se sbagli qualche accordo, nessuno ci farà caso, ma cerca di ricordarti le parole delle canzoni, leggerle sul foglietto è brutto”.

Tre consigli fondamentali per l’esistenza di chiunque, non solo per un cantante, tre cose da salvare anche dentro quel verso de La ragazza e la miniera, riarrangiata e riportata meravigliosamente alla vita: “E se potessi ricominciare da capo, quello che ho fatto non lo rifarei”.

Vale per tutti, vale per le cose che a ripensarci non avremmo voluto dire, per i giudizi affrettati, i pregiudizi sbagliati, tutto quello che semplicemente si scioglie nel passare dei giorni e ci ritrova dalla stessa parte, ma diversi, più aperti, a volte migliori. “Il mio rapporto con gli altri si è sicuramente addolcito – dice Francesco De Gregori mentre aspetta che vengano a chiamarlo per il soundcheck (l’acustica imperfetta del Palalottomatica, “la peggiore d’Italia”, è oggetto di lunghe discussioni, altre sigarette e molti caffè con quelli della band, con Sparagna che è allegro lo stesso, con il capo ufficio stampa che dice: “Quasi tutti suonano con le basi già pronte, Francesco no”, e aggiunge perfino la parola “playback” riferita a qualche cantante, ma Francesco ride e lo interrompe. “Non è vero, non è vero!”).

“E’ così: qualcosa si è aperto verso il mondo fuori, e se proprio mi metti in un angolo dico che quando ho fatto il tour con Lucio Dalla ho capito molte cose. Cose del modo di vivere di Lucio Dalla, della sua musica, e ho capito con quanta leggerezza e con quanta profondità ha fatto il musicista. Vedendomi vicino a lui, lui che alla fine di un concerto si fermava a parlare con tutti, si lasciava fare le foto e io che invece me ne andavo scocciato, ho guardato questa scena da fuori e ho pensato: ma alla fine cosa ottengo io da questa ostinazione ad andarmene, a parte che vado a letto venti minuti prima di Lucio?”.

Mantengo la promessa che avevo fatto al telefono, non faccio domande su Lucio Dalla, perché parlare di un amico così grande lo fa soffrire, perché non vuole partecipare a celebrazioni e parlare di sé parlando di lui, perché è un dolore privato. Però adesso De Gregori accende un’altra sigaretta e continua, c’è anche Ambrogio Sparagna che lo guarda e annuisce, seduto contro il muro del camerino dove fa molto freddo e dove attende, appeso, il vestito del concerto (e un paio di stivaletti luccicanti). “La gente lo definiva istrionico ma non era vero: Lucio viveva la musica con così tanta compenetrazione che assumeva atteggiamenti spettacolari, ma perché era totalmente dentro la sua parte musicale. E’ come quando vedi un grande jazzista: non fa scena, la scena viene fuori perché sta soffiando dentro il sassofono. E Lucio quando cantava era impressionante. Lui si approcciava al canto in modo mai protocollare, mai diligente, era un eversore: Dalla se ne sbatteva tranquillamente i coglioni del protocollo musicale, del rullante, e mi sconvolgeva perché gli veniva tutto bellissimo lo stesso. Capire questa cosa per un musicista è molto importante”. E’ l’unica volta, adesso, che De Gregori accetta un complimento, non lo ridimensiona, non tenta di convincermi che il suo mestiere non è poi così diverso da quello di un bravo dentista: “Lucio mi diceva sempre che cantavo bene”. Lo dice con malinconia, si rimette gli occhiali scuri. “Ho cominciato a lavorare con lui molto prima di “Banana Republic”, molto prima del 1979: ci frequentavamo, ci incontravamo agli studi di registrazione. Lui era già Lucio Dalla, aveva fatto 4/3/1943 – a Sanremo 1971, dove Francesco De Gregori non è mai andato e dove non andrà mai, a meno che la regia diventi bella come quella di “X Factor” –, stava passando un periodo di leggera flessione commerciale ma non gliene fregava niente, non gli mancava di certo la serenità artistica per fare ciò che gli piaceva. E noi due facemmo amicizia. Mi diceva: domani sera ho un concerto a Viterbo, tu che cazzo fai? Io: niente. Lui: Allora vieni! E facevamo dei pezzi insieme sul palco. Funzionava così, nessuno lo sapeva che sarei arrivato io. Succedeva anche il contrario. Lucio, vado a Bari al Festival del Mediterraneo, tu che cazzo fai? Ah, Bari, bello c’è il mare, vengo, veniva e faceva un pezzo con me. Era bellissimo. A lui piaceva molto questa differenza estetica tra noi, mi diceva: siamo Pippo e Topolino, la gente si diverte, e aveva ragione: durante “Banana Republic” giocava molto su questa storia che io ero alto alto e lui piccolo piccolo. C’era un momento dello spettacolo in cui lui suonava la fisarmonica, poi la metteva a terra e ci saliva sopra per far vedere che si metteva un po’ al mio livello: la gente impazziva per questa stronzata, che era una stronzata però era bella”.

Le persone si entusiasmano per le cose matte, ma poi si dividono in quelli che amano Alice cantata con Ligabue e quelli che dicono no, De Gregori è diventato troppo alla mano, era meglio quando era snob, quando diceva che da Pippo Baudo mai. De Gregori mi guarda e disapprova, ma in quell’istante suona il telefono ed è Nicola Piovani (che ha arrangiato la nuova versione de La donna cannone) e parlare con qualcuno del suo mondo musicale lo mette al riparo, sul divanetto brullo di una stanza spoglia, dalle domande noiose (la ragazza che mi accompagna, alla fine del concerto, alla fermata della metropolitana “perché per una donna è troppo pericoloso andare in giro da sola”, dice che “De Gregori non è come gli altri, intanto è gentile e saluta, e poi non ha voluto nemmeno una candela profumata, e abbiamo dovuto insistere per mettere almeno una tenda che separasse il salottino dal bagno).

“L’atteggiamento talebano però – dice De Gregori alla fine della telefonata – è molto più del pubblico che dell’artista. E’ come se Nanni Moretti domani facesse un cinepattone, io correrei a vederlo e sarebbe un capolavoro, ma il pubblico si arrabbierebbe. Però mettiti nei panni di chi vuole raccontare quello che sente, quello che gli piace nelle canzoni e la gente lo obbliga a raccontare solo le cose che loro vogliono sentire. Io da sempre cerco di fare quello che voglio, ma senza nessuno sforzo, e se mi viene in mente una canzone che a occhio non piacerà alla gente, ma che io devo assolutamente fare, la faccio lo stesso, perché è la mia vita”. Così adesso che sta leggendo “La tempesta” di Roger Vercel, il libro che Primo Levi lesse durante la sua ultima notte a Auschwitz, De Gregori sa che questo romanzo entrerà, in qualche modo, fra mesi o settimane o anni, in una canzone, ma non sarà sfoggio culturale, non sarà un’operazione intellettuale. Lui non vuole essere chiamato cantautore, preferisce cantante, e ha anche molta paura che qualcuno lo definisca un intellettuale. “Perché è una parola ambigua: può avere una valenza negativa se si intende chi semplicemente coltiva le belle lettere, il pensiero, parla dall’alto, esprime pareri, se ne tira fuori sempre con le mani intatte, l’intellettuale che analizza e non produce. Non voglio essere quel tipo lì, che critica e non combina niente. Però c’è anche un altro tipo di intellettuale che si sporca un po’ le mani, che sta dentro la realtà, penso a Pietrangelo Buttafuoco, o a Pier Paolo Pasolini, uno che assume su di sé i rischi della vita intellettuale. Io poi non sono rigoroso, non sono uno studioso, non sono Battiato, ecco”. De Gregori assicura che Battiato è simpaticissimo, allegro, spiritoso, pieno di ironia oltre che immensamente colto, e racconta di quella volta, durante il tour con Lucio Dalla, in cui andarono insieme a casa di Lucio, in Sicilia: “Parlavamo di politica e Battiato cominciò a difendere il mondo dell’islam e ad attaccare Berlusconi perché trattava male le donne, le pagava, e io dissi vabbè cazzo, però voi le lapidate, non le fate uscire, non possono guidare l’automobile, allora meglio Berlusconi, e lui si infuriò, mi disse che ero berlusconiano”. De Gregori lo racconta ridendo, con affetto per Battiato, e con un sempre maggiore disinteresse per le cose della politica. “Per quanto mi riguarda la politica ha fallito, posso solo dire che la subisco”. Anche in questo De Gregori è cambiato, da quando improvvisava concerti con Antonello Venditti per Walter Veltroni, da quando riempiva l’automobile di giornali, si impegnava per Alleanza democratica, discuteva con tutti. “Oggi ho visto i titoli su Lupi, non ho idea di che cosa sia successo, so già tutto prima di leggere, non so nemmeno se questa cosa appartenga alla politica però il mio interesse per tutto questo è precipitato e sta continuando a precipitare, come se nella vita avessi cose che mi toccano molto più da vicino: l’arte, i film, gli amici, la mia famiglia, mia moglie che quando non c’è mi annoio. Da due o tre anni mi arriva il fastidio, non voglio nemmeno dire che cosa provo quando scanalando sul televisore mi imbatto in qualche talk-show politico: mi crea un’ansia, un fastidio enorme, una noia mortale”. (Al posto dei talk-show, “True detective” e “Fargo”).

Manca poco all’inizio del concerto, ceniamo insieme ai musicisti e agli attrezzisti, De Gregori non mangia ma fuma (“Quello non mangia mai”, dice Chips scuotendo la testa. Chips che lavora con lui da trentacinque anni, non dice niente e sa tutto e durante i concerti teneva in braccio i suoi figli, gemelli, che adesso sono alti due metri e non hanno smesso di battere le mani al padre) e spiega che questo è il momento perfetto: “E’ in questi posti gelidi, con la scaletta da cambiare, le persone che provano gli strumenti, che si sente che c’è una creazione, non nelle interviste”. E’ la vita vera di una canzone, di un concerto, De Gregori la chiama “la parte viva”, è come quando suo padre lo portava in giro per le biblioteche dell’Abruzzo e del Molise, che dirigeva, a controllare gli scaffali, a scartabellare fra i libri, controllare in che stato fossero, come erano messi. “Non lo ricordo assorto nella lettura in poltrona, non ne aveva il tempo, ma sapeva esattamente dove si trovavano i libri, sapeva come erano fatti. E quando molti anni fa ha perso la vista ho cominciato a cercare per lui le audiocassette con i libri raccontati. Era così felice quando ne trovavo qualcuna. Anche per lui ho deciso di registrare “Cuore di tenebra” e poi “America”, che tutti dicevano essere un romanzo minore di Kafka, e invece io l’ho amato moltissimo, ho amato quell’idea di onestà personale che guida il ragazzino di Praga, costretto a emigrare in America”. Ecco, l’America. Francesco De Gregori dice che Bob Dylan, il musicista che l’ha maggiormente influenzato e di cui aprirà il concerto a Lucca il primo luglio prossimo, “testimonia la cultura del suo paese”. E tu Francesco, tu che adesso prendi in mano la chitarra, saluti gli amici, sorridi ai tuoi figli e accendi un’altra sigaretta prima di salire sul palco e cantare Sotto le stelle del Messico “senza mai fare la stessa canzone”, come dice Sparagna commosso, tu che cosa sei? “Io sono profondamente italiano”.

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