Pietro Germi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/pietro-germi/ un blog di approfondimento culturale Tue, 14 Jun 2016 00:35:28 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Pietro Germi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/pietro-germi/ 32 32 Catania 2016, tra lo Stabile e il Teatro Coppola https://minimaetmoralia.it/societa/catania-2016-tra-lo-stabile-e-il-teatro-coppola/ https://minimaetmoralia.it/societa/catania-2016-tra-lo-stabile-e-il-teatro-coppola/#comments Tue, 14 Jun 2016 05:30:57 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31275 (fonte immagine)

di Giuseppe Lorenti

È un venerdì. Uno di quei venerdì di Aprile che nel resto d’Italia è, ancora, inverno e a Catania è già primavera inoltrata. Di più, è l’anticipo dell’estate. Io cammino nel cuore del centro storico e barocco, mi perdo tra Via Teatro Massimo, Piazza Vincenzo Bellini e via Maria Callas. Un incrocio di strade che è un’esplosione di contrasti, una battaglia di chiaroscuri. Il nero, profondo e intenso, dei palazzi e della pietra lavica che si infrange e si confonde con il bianco, accecante e luminoso, della luce che rimbalza dal Sole della primavera siciliana. Perdersi è meraviglioso in queste giornate e tra queste strade.

Io ho deciso, in questo venerdì d’Aprile, di tornare a teatro dopo anni di colpevole  assenza. All’Angelo Musco, per la stagione del Teatro Stabile, debutta uno spettacolo che porta in scena la storia di una giovane e bella attrice catanese e di un grande regista italiano. La storia di Daniela Rocca e di Pietro Germi, una storia che inizia con “Divorzio all’italiana” e finisce in una clinica psichiatrica, una storia di cinema, d’amore e di follia.

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di Giuseppe Lorenti

È un venerdì. Uno di quei venerdì di Aprile che nel resto d’Italia è, ancora, inverno e a Catania è già primavera inoltrata. Di più, è l’anticipo dell’estate. Io cammino nel cuore del centro storico e barocco, mi perdo tra Via Teatro Massimo, Piazza Vincenzo Bellini e via Maria Callas. Un incrocio di strade che è un’esplosione di contrasti, una battaglia di chiaroscuri. Il nero, profondo e intenso, dei palazzi e della pietra lavica che si infrange e si confonde con il bianco, accecante e luminoso, della luce che rimbalza dal Sole della primavera siciliana. Perdersi è meraviglioso in queste giornate e tra queste strade.

Io ho deciso, in questo venerdì d’Aprile, di tornare a teatro dopo anni di colpevole  assenza. All’Angelo Musco, per la stagione del Teatro Stabile, debutta uno spettacolo che porta in scena la storia di una giovane e bella attrice catanese e di un grande regista italiano. La storia di Daniela Rocca e di Pietro Germi, una storia che inizia con “Divorzio all’italiana” e finisce in una clinica psichiatrica, una storia di cinema, d’amore e di follia.

Io ho deciso ma ho scelto il momento sbagliato.

Venerdì 15 aprile gli ufficiali giudiziari irrompono al Teatro Giovanni Verga per dare esecuzione a un decreto ingiuntivo e procedere al pignoramento di alcuni beni del Teatro stesso. Così si accende la scintilla che fa esplodere il caso di uno templi della cultura catanese, un’Istituzione che ha scritto pagine di storia della cultura teatrale in Italia. Domenica 17 Aprile: “Si comunica che ogni attività è sospesa a tempo indeterminato in seguito allo sciopero indetto da tutti i lavoratori del Teatro Stabile di Catania”. Interrotta la messa in scena di Re Lear, tutti gli spettacoli in cartellone sospesi o annullati, viene chiusa la Scuola d’Arte drammatica Umberto Spadaro, il Verga viene occupato dai lavoratori. Tredici milioni di debiti, di cui sette di disavanzo patrimoniale, un crollo del numero di abbonati da fare paura: dai tredicimila degli anni novanta ai poco più di duemila della stagione 2015 – 2016.

Attori e compagnie non pagate, decreti ingiuntivi che si susseguono e si moltiplicano, trentacinque dipendenti che non percepiscono lo stipendio dal novembre 2015. L’Angelo Musco, dove nel dicembre del 1958 nasce l’Ente Teatro di Sicilia fondato, tra gli altri, da Turi Ferro e Michele Abruzzo, è sotto sfratto esecutivo. 13.000.000 di euro di debiti al 30.12.2015 a fronte di un finanziamento della Regione Sicilia di un 1.500.000 euro, del comune di Catania di 170.00 euro e di 250.000 euro dall’ente che un tempo avremmo chiamato Provincia. Un Presidente, Salvatore La Rosa, che ha, appena, rimesso il mandato al CDA del teatro in una lettera drammatica in cui certifica lo sfascio dello Stabile “emergono gravi irregolarità nella gestione amministrativa degli anni trascorsi, con pesanti ricadute sul piano organizzativo e finanziario.

La situazione dell’Ente risulta quindi di tale estrema gravità da essere ostativa al perseguimento degli alti obiettivi culturali e sociali che il nostro Teatro ha raggiunto in passato…”. Un direttore, Giuseppe Di Pasquale, in carica dal 2007 e attualmente in proroga, un direttore in pectore, Giovanni Anfuso, la cui nomina potrebbe saltare perché illegittima. Le prospettive: ricapitalizzazione, commissariamento, chiusura. Quasi 60 anni di Storia sfregiati, spezzati, traditi. Dove erano e cosa hanno fatto coloro che avrebbero dovuto controllare? Dove erano e cosa hanno fatto Regione, Comune, Provincia? Dove era questa città, cinica e  indifferente, quando nel dicembre del 2007 Lamberto Puggelli, da pochi mesi direttore artistico, in una lettera aperta denuncia le manovre per cacciarlo e anticipa lo sfascio e il tracollo finanziario e artistico “Al Pubblico della teatralissima Catania. Sono costretto a lasciare, con molto dolore, un teatro molto amato, in cui lavoro da 31 anni… manovre interne ed esterne impediscono lavoro e progettazione. Non si capisce a quanto ammonta il bilancio… Chiedo scusa al pubblico che mi ha dato molto e a cui ho tanto dato in questi anni. Mi dispiace”.

Siamo alla fine del 2007, qualche mese dopo Giuseppe Di Pasquale, regista e autore teatrale, viene nominato direttore, alla Presidenza siede dal 18 Maggio 2007 Pietrangelo Buttafuoco, carica che manterrà fino all’ottobre del 2012, quando decide di dimettersi. Quello stesso Buttafuoco che da mesi denuncia e combatte per salvare lo Stabile dagli incompetenti e dai corrotti. Quello stesso Buttafuoco che firma, insieme ad Andrea Camilleri, una sofferta lettera indirizzata al Ministro Franceschini in cui descrive lo stato moribondo in cui versa il vero tesoro siciliano, il patrimonio culturale. Quello stesso Buttafuoco della “Buttanissima Sicilia”. In quel 2007, in Regione governa Totò Cuffaro, in città Umberto Scapagnini e alla Provincia Raffaele Lombardo. Perché i nomi, le biografie vorranno pur dire qualcosa e potrebbero aiutare a capire. Dicembre 2007 – aprile 2016, sono passati dieci anni e forse per lo Stabile di Catania la storia finisce qui. Un pezzo di cultura cittadina che sprofonda nel silenzio e nell’indolenza, quello stesso silenzio, quella stessa indolenza che qualcuno continua a spacciare per saper stare al mondo.

Cosa è successo? Cosa è cambiato? Antonio Di Grado, uno dei pochi intellettuali di respiro internazionale che la città può ancora vantare, professore di Letteratura Italiana all’Università, un passato da Assessore alla Cultura e Presidente dello Stabile “qui la cultura è viva, vitale, un ribollire di fermenti, di idee. Ma qui, come altrove, la cultura è prigioniera. Prigioniera di una politica che non riesce, non vuole capire, interpretare, elaborare. Una politica ritornata a occupare e reclamare posti senza un’ idea di futuro. Chi osserva e giudica le nuove generazioni come vuote, superficiali, prive di interessi e capacità culturali io rispondo che, siamo noi, a non riuscire a capire i loro bisogni, i loro desideri. E non capendo non siamo in grado di dare riposte”.

Strade, piazze, palazzi  un inseguirsi in controluce. Questa è una terra di ritratti in chiaroscuro, un’enorme stanza piena di specchi infranti che restituiscono immagini diverse, spesso contrapposte. Orazio Torrisi, che tra la fine degli anni novanta e i primi del duemila, ha diretto lo Stabile, guida, insieme a Tuccio Musumeci, attore storico del teatro catanese, il Teatro Brancati, una realtà privata che offre un cartellone che spazia da Martoglio a Shakespeare, un teatro che raccoglie quasi tremila abbonati a stagione, “questa città si è chiesta quale dovrebbe essere il ruolo di un Teatro Stabile? Ha capito che il panorama teatrale è totalmente cambiato? Che è pura follia continuare a ragionare su nomine e posti da assegnare, che è tempo di lavorare a un nuovo progetto culturale, a una nuova idea di teatro pubblico che ripensi il proprio ruolo, la propria funzione. Io ho proposto di portare lo Stabile di Catania a Librino, quartiere più conosciuto per il suo degrado che per i suoi spazi culturali, dove esiste un teatro comunale mai fatto funzionare e completamente vandalizzato. Una provocazione? Può darsi. C’è chi si ostina a recitare de profundis io credo, piuttosto, nella complementarietà dell’offerta teatrale e con le mie figlie, nei mesi scorsi, ho rilevato un altro spazio storico che rischiava di chiudere, il Piccolo teatro”.

Perdersi è meraviglioso.

Io continuo a camminare in questa città che trasuda ferocia e contagia passione, supero Piazza dell’Indirizzo, risalgo la Pescheria, facendomi spazio tra le urla e gli spintoni di chi vende  pesce e carne, frutta e  verdura,  spezie e formaggi, tra gli sguardi stupiti ed entusiasti di turisti che si affollano tra i banchi del mercato. Io cammino e arrivo in Piazza dell’Università, dove a Palazzo San Giuliano Lamberto Puggelli, nel 2009, pone le basi per la rinascita del Teatro Machiavelli portando in scena  “Siddharta”, spettacolo allestito 10 anni prima per il Piccolo di Milano. Puggelli muore nel 2013 e lascia in dono uno spazio dove la Fondazione che porta il suo nome, l’associazione Ingresso Libero e l’Università organizzano concerti, workshop, mostre e spettacoli teatrali a ingresso gratuito,  ma soprattutto raccolgono, conservano, tramandano la memoria di un luogo che ha visto nascere la scena teatrale catanese, da Giovanni Grasso alla marionettistica.

Così, all’improvviso mi accorgo che in questo viaggio curioso appassionato e inconsapevole sto trovando le radici profonde e le anime contradittorie della mia città.

Sabato 23 Aprile, pomeriggio, in Piazza Duca di Genova, un quadrato incastrato tra un palazzo nobiliare, Palazzo Biscari, e gli archi della Marina che aprono e spingono la città verso il mare, incontro Marco Sciotto e Cesare Basile. Seduti su una vecchia panchina e con una birra in mano mi raccontano l’esperienza del Teatro Coppola, il teatro occupato. Basile è uno dei cantautori più apprezzati in Italia, Sciotto è un trentenne innamorato di Carmelo Bene, teatro e libertà. Il Coppola nasce nel 2011 sulla scia dell’esperienza del Teatro Valle di Roma. Io faccio domande, ascolto e scopro che qui nel 1821 è nato il primo Teatro comunale. Su questo palcoscenico hanno iniziato la carriera Giovanni Grasso e Turi Ferro. Su questo palcoscenico, Cesare e Marco, insieme ad altri quaranta ragazzi e ragazze, hanno dato vita, fatto crescere, consolidato quella che Basile chiama “una pratica resistenziale. Si resiste per difendere, far crescere un modo alternativo di vivere, socializzare, produrre e diffondere l’arte”. Uno luogo dove, mi racconta Marco, ci sono oltre 15 appuntamenti mensili, tra teatro, cinema, musica, laboratori, dove tra Ottobre e Giugno è possibile sperimentare, confrontarsi. Un palcoscenico in cui i concerti di Iosonuncane e Flavio Giurato fanno sold-out con oltre 300 presenze, dove vengono programmati oltre 130 spettacoli  a stagione con sottoscrizione volontaria. Dagli Afterhours a Pirandello.

Catania la Seattle d’Italia negli anni del grunge e dell’indie. Franco Battiato, Carmen Consoli, i Denovo. “La scena musicale è profondamente cambiata, mi dice Paolo Mei, che ha fondato e dirige Rocketta, un’agenzia di booking che organizza live in città. Non c’è più il fermento, la creatività di 15 anni fa, la scena musicale locale fatica a emergere. Non ci sono più club come il Taxi driver, il Clone Zone, centri sociali come l’Esperia o l’Auro, che non solo hanno ospitato concerti  di livello internazionale ma sono stati posti dove conoscere, imparare, sperimentare musica. Nonostante ciò, ogni anno, porto nei locali della città più di 50 concerti, dal folk all’indie, dal nuovo cantautorato italiano all’elettronica internazionale”.

Se non c’è più il fermento degli anni novanta permane una cultura musicale che, sia pure molto cambiata, continua ad alimentarsi. Così racconta Diego Vespa che nel 1998 apre “Mercati Generali”, un’antica masseria trasformata in un grande palco dove si sono alternati Capossela, Baustelle, Bill Evans, Cat Power, Marc Ribot, Cocorosie e Uzeda, “l’innamoramento tra musica e città resite ma è più difficile organizzare e promuovere concerti. Sono aumentati i costi, il pubblico non si rinnova e i più giovani spesso scelgono di fare altro, sebbene i concerti sono molto seguiti”. Ma il rapporto tra i catanesi e la musica ha radici lontane, affonda indietro nel tempo.

È il 1973 quando nasce l’Associazione Musicale Etnea per promuovere la musica classica e da camera. Dagli 800 abbonati degli anni d’oro ai 150 di oggi, in un contesto artistico profondamente mutato. Per l’A.M.E. hanno suonato personaggi come Karlheinz Stockhausen, Ennio Morricone, Luciano Berio, The Kronos quartet. “Abbiamo scelto di allargare i nostri orizzonti musicali, aprirci a un nuovo pubblico. In una stagione riusciamo a produrre oltre 40 concerti che registrano oltre 10.000 presenze. Da Giovanni Lindo Ferretti, Teho Teardo e Blixa Bargeld al Marranzano World Festival. Abbiamo chiuso la stagione 2015 con un bilancio di oltre 200.000,00 €, di questi 75.000 dal Ministero dei beni culturali, 80.000 dalla Regione Sicilia e 80.000 € di incassi”. Mentre Biagio Guerrera, presidente dell’associazione, mi parla bevendo un caffè in un chiosco in cima alla Salita di San Giuliano, in una di quelle rare mattine in cui il cielo catanese è grigio, chiuso, opprimente, io ricordo i miei primi anni universitari quando Biagio sperimentava forme di teatro d’avanguardia.

Improvvisamente, mi accorgo che quel ritmo lento di un tempo che a me pareva immobile si è trasformato nel ritmo incessante di un tempo inesorabile che ci ha cambiato, talvolta travolto. “Purtroppo a Catania la normalità è rivoluzionaria. Le politiche culturali hanno una scarsa visione, noi operatori siamo molto divisi e c’è un notevole deficit di spazi”. Ma sono le stesse radici lontane e profonde che ne hanno fatto una delle capitali italiane del jazz. Estate del 1983, tra le Chiese, di un barocco bianco, e le scalinate, nere scolpite nella pietra lavica, di Via Crociferi suona Don Cherry, uno dei trombettisti più apprezzati in tutto il mondo e il concerto è un trionfo di folla. Quella sera, tra quelle Chiese, nasce l’idea di Catania Jazz. L’associazione, guidata da Pompeo Benincasa e arrivata alla 34° stagione, in questi anni  ha fatto suonare artisti come Sun Ra, Ornette Coleman, Dizzy Gillespie, Jaco Pastorius e, ancora oggi, mantiene un numero importante di abbonati, quasi mille nell’ultima stagione. Benincasa, però, lamenta un’insufficiente attenzione della politica sia comunale che regionale nei confronti del Jazz. Una miopia che colpisce non soltanto chi organizza e porta i miglior artisti al mondo ma penalizza i giovani talenti locali che non riescono a trovare spazi e sostegni per valorizzare le proprie potenzialità.

Perdersi è meraviglioso, quando arrivo in Piazza Dante e mi trovo circondato dal Monastero dei Benedettini, dalla Chiesa di San Nicolò l’Arena e dal Giardino di Via Biblioteca. Dentro i chiostri del Monastero, tra i suoi cortili, i suoi corridoi e le sue cucine sono nate le Officine culturali, dirette da Ciccio Mannino, che hanno puntato tutto sulla riscoperta e valorizzazione dei Beni culturali. Quasi 30.000 persone, solo nel 2015, hanno potuto visitare il Monastero, 2.500 bambini coinvolti in quasi 100 attività di educazione al patrimonio, una decina tra performance teatrali e musicali. “Il patrimonio culturale può essere l’occasione per creare relazioni tra le persone.

Ma occorrono capacità, competenze, passione e una buona dose di follia. Le pietre, i cortili, i chiostri non parlano, non organizzano attività. Queste mura possono raccontarci qualcosa solo se si è in grado di scoprire le storie che sono scolpite, racchiuse qui dentro. Siamo, sono orgoglioso di aver contribuito, con le nostre attività, a cambiare l’immagine del quartiere che ci ospita. Questo era un luogo da evitare, oggi è una delle mete turistiche più ricercate e affollate di Catania”.

Già, i quartieri degradati di Catania. Come San Cristoforo, più noto alla cronache nazionali per aver dato i natali a Nitto Santapaola. Lo stesso quartiere dove la famiglia Brodbeck, origini svizzere e passione mediterranea, 10 anni fa ha aperto un Museo d’Arte contemporanea. Un complesso postindustriale trasformato in spazio d’arte dove alle attività espositive si affiancano residenze d’artista e vengono proposti programmi didattici per promuovere un nuovo modo di rapportarsi all’arte contemporanea. Un Museo diretto da Nadia Brodbeck e Gianluca Collica.

Quartieri degradati come San Berillo vecchio, sventrato negli anni sessanta per inseguire il sogno del miracolo economico. A San Berillo c’ è un cinema che da 37 anni organizza il Cinestudio, una rassegna di film d’autore che ha fatto la storia del cinema in città.  Una rassegna che conta più di 800 abbonati e che continua a cercare nuove strade di sperimentazione artistica organizzando incontri dove il cinema si incontra con la letteratura e apre nuovi orizzonti.

Catania, città d’arte? Sembrerebbe di si scorrendo i numeri del Museo Civico Castello Ursino. Nel 2015 le mostre “Artisti di Sicilia. Da Pirandello a Iodice”, “Picasso e le sue passioni” e “Chagall, love and life” hanno portato dentro le sue stanze oltre 120.000 persone, con incassi che hanno sfiorato i 200.000 €.  Città d’arte? Forse no, ma qualcosa è cambiato se nel 2012 i visitatori avevano raggiunto a stento le 25.000 presenze.

Catania, città ambigua ma vitale. Sabato, 7 maggio, incontro Sergio Zinna, fondatore e responsabile del Centro Zo, uno spazio pubblico trasformato in un centro per le culture contemporanee. Tra ciminiere, zolfatare e il mare hanno suonato Tortoise, Fatima Miranda, Arto Lindsay, Massimo Volume e Paolo Benvegnù, si sono esibiti Pippo Delbono Emma Dante, Scimone e Sframeli, solo per citare alcuni nomi. “Abitiamo una terra complicata, dove convivono una grande potenzialità di energia creativa e una certa dose di masochismo e  cupio dissolvi. Una terra logora e frammentata, dove si realizzano moltissime iniziative ma quasi mai si riesce a fare sistema. Soffriamo la distanza tra operatori culturali e Istituzioni formative, come Università o Accademia di Belle Arti. La creatività e il talento non bastano se non si arricchiscono con la programmazione e l’organicità degli interventi”. Qui è nata e trasmette Radio Lab, un’emittente radiofonica, che dal 2011 propone e offre un racconto alternativo sulla cultura musicale, letteraria, cinematografica. Una realtà editoriale che guarda oltre i confini della sua terra e vuole proporre “un modo altro” di fare cultura.

Perdersi è meraviglioso in questa Catania che ama mangiare, bere, far tardi la notte, ama essere provinciale e  internazionale ma in fondo non ama se stessa.

Buio, luce. Buio, luce. Buio. Luce. Come in un palcoscenico.

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Quando il cinema racconta il Sud https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/quando-il-cinema-racconta-il-sud/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/quando-il-cinema-racconta-il-sud/#comments Wed, 09 Jul 2014 13:41:35 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21986 Questo articolo è apparso sulla Gazzetta del Mezzogiorno.

Fanno testo i Rolling Stones, non proprio gli ultimi arrivati. La domanda è: che cosa costituisce o promuove l’identità italiana oltre i confini? Il cinema vi gioca un ruolo importante, come conferma il recente premio Oscar al «felliniano» La grande bellezza di Paolo Sorrentino. Al film ora si ispira il video di Mick Jagger & Co caricato su You Tube dopo il concerto romano del 22 giugno al Circo Massimo, già cliccato a iosa nel sito www.rollingstones.com. Sulle note della struggente Streets of Love e nelle soffuse luci «a cavallo» dell’alba o del crepuscolo, scorrono le immagini dei vecchietti rock (bellissimi, oltretutto, oggi più che mai), alternate con i volti di giovani nel pubblico e con scorci capitolini dal vago sapore retrò (nostalgia canaglia). A un tratto, nel video, sventola un tricolore, sebbene l’accattivante profezia di Jagger sia stata smentita: «L’Italia vincerà il Mondiale», aveva detto prima della partita contro l’Uruguay.

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Il-Postino

Questo articolo è apparso sulla Gazzetta del Mezzogiorno. (Immagine: una scena del film Il postino)

Fanno testo i Rolling Stones, non proprio gli ultimi arrivati. La domanda è: che cosa costituisce o promuove l’identità italiana oltre i confini? Il cinema vi gioca un ruolo importante, come conferma il recente premio Oscar al «felliniano» La grande bellezza di Paolo Sorrentino. Al film ora si ispira il video di Mick Jagger & Co caricato su You Tube dopo il concerto romano del 22 giugno al Circo Massimo, già cliccato a iosa nel sito www.rollingstones.com. Sulle note della struggente Streets of Love e nelle soffuse luci «a cavallo» dell’alba o del crepuscolo, scorrono le immagini dei vecchietti rock (bellissimi, oltretutto, oggi più che mai), alternate con i volti di giovani nel pubblico e con scorci capitolini dal vago sapore retrò (nostalgia canaglia). A un tratto, nel video, sventola un tricolore, sebbene l’accattivante profezia di Jagger sia stata smentita: «L’Italia vincerà il Mondiale», aveva detto prima della partita contro l’Uruguay.

D’altro canto, Ernesto Galli della Loggia scrive che, nel disastro culturale italiano, il cinema, «escluso qualche raro bagliore, è sempre più una commediaccia senz’anima che non sa raccontare il Paese profondo» («Corriere della Sera», 29 giugno). Pessimista o realista? Certo continuiamo a vivere di rendita. Dappertutto a molti sarà capitato di sentirsi definire italiani – o di definirli – con poche, icastiche parole, che non di rado sono cinematografiche. Italia? «Dolce vita, Fellini». Italia? «Neorealismo». Italia? «Sophia Loren». Sono icone che vanno ben oltre lo schermo, definendo un paese nel segno della fantasia e della vitalità, o del riscatto da stagioni avverse (la Loren «ciociara»).

Il cinema, la moda, il cibo, e da sempre l’opera, agiscono con efficacia ben di là dal consumo del singolo prodotto, fino a delineare un «sogno italiano» impastato di arcaismi e futuro. È una dimensione collegata alla (presunta) piacevolezza del vivere, alla sapienza artigianale, a un orizzonte poetico, a una melodia dell’esistenza, a una contemplazione estetica ed estatica del mondo. Ripensiamo al successo internazionale di Il postino, film del/dei Sud, ovvero film del cileno Pablo Neruda e del suo esegeta e connazionale Antonio Skàrmeta. Ma soprattutto film del napoletano Massimo Troisi scomparso vent’anni fa, più che dello stesso regista scozzese Michael Radford, il quale lo diresse nel 1994 (premio Oscar nel ’96 per le musiche di Luis Bacalov). Girato tra Procida e Salina che l’altro giorno ha intitolato una via a Troisi, Il postino, rovescia la nozione insulare nel suo contrario. Un’isola del Sud consente ai personaggi – un celebre scrittore e un portalettere – nonché agli spettatori, di non essere soli o isolati, quindi di stringere legami di affetto e di amicizia impensabili altrove.

Il sogno italiano della «dolce vita», per uno dei ricorrenti paradossi della storia, ha assunto contorni evidenti in una temperie segnata dal dolore e dalla speranza di affrancarsene. È storia sia del dopoguerra sia degli ultimi lustri quando il Sud dell’Italia diventa chimerico nello sguardo dell’Altro, che per il filosofo Emmanuel Lévinas è l’unico passaporto sempre valido. Centinaia di migliaia di migranti asiatici e africani hanno «eletto» le spiagge siciliane o pugliesi ad approdo occidentale, a novella terra promessa, a frontiera decisiva. Dalla caduta del Muro di Berlino (1989) in poi, l’esodo è passato dal Mezzogiorno d’Italia. E l’esodo è tout court la storia del XX secolo, ricordava la scrittrice americana Susan Sontag negli ultimi anni «di casa» a Bari. Il flusso continua ancora in queste settimane e ogni illusione di «governarlo» per legge è inevitabilmente naufragata.

L’Italia e in particolare il Mezzogiorno sono agli antipodi di chi vagheggia uno «schermo buio» globale; ne costituiscono un possibile antidoto. Il Sud è visionario, è luce ma conosce la saggezza dell’ombra, della pausa, della preghiera da Tommaso d’Aquino a Giordano Bruno, fino a Giambattista Vico e Benedetto Croce. Il Sud è alieno dal teorema del «dimostrare», cui preferisce di gran lunga il «mostrare». Perciò sugli schermi lontani l’Italia è il Sud, ovvero spesso coincide con le sue visioni luminose, ardenti, incantate, ma anche dure, laconiche, dignitosamente povere. «Mischia di luce e lutto», per dirla con lo scrittore Gesualdo Bufalino.

Tale percezione dell’immaginario collettivo è confermata, appunto, da non pochi fra i premi Oscar andati ai film italiani prima di La grande bellezza, che pure riserva il suo segreto primo e ultimo nell’isola dove il protagonista Toni Servillo, adolescente, scoprì l’amore. Se si esclude lo straordinario corpus artistico di Federico Fellini (cinque statuette a film scanditi dalle marcette delle bande del Sud amate da Nino Rota, per vent’anni al Conservatorio di Bari), nel corso del tempo molti dei vincitori italiani degli Academy Awards riservano una pregnanza meridionale o proiettata verso un Sud più largo dei suoi confini.

Citiamo Sciuscià (Oscar nel 1947) e Ladri di biciclette (1949) di Vittorio De Sica, Anna Magnani (1955), Divorzio all’italiana di Pietro Germi (1961), Sophia Loren (1961), Ieri, oggi e domani (1964) ancora di De Sica, Nuovo cinema Paradiso (1989) di Giuseppe Tornatore, Mediterraneo (1991) di Gabriele Salvatores. Sono titoli e nomi che danno ragione, nel più ampio contesto meridionale, a un’intuizione di Leonardo Sciascia sui temi siciliani ricorrenti al cinema: «Il mondo offeso; il teatro della commedia erotica; il luogo della bellezza e della verità» (La corda pazza, 1963).

Non valgono soltanto gli Oscar, ovviamente. Così fu in L’oro di Napoli con i suoi ingegni di pizzaiole e pazzarielli scandagliati da Giuseppe Marotta e portati sullo schermo da De Sica nel 1954. Così, nella Sicilia dei documentari anni Cinquanta di Vittorio De Seta. Così, per la sobrietà/sacertà del pasoliniano Vangelo secondo Matteo (1964) che giusto cinquant’anni fa iscrisse la Passione di Cristo nei Sassi di Matera (il film ottenne comunque tre nomination nel 1967 per scenografia, costumi e colonna sonora).Un passato da tradurre nel futuro è anche il Salento di Edoardo Winspeare, da Pizzicata (1996) a Sangue vivo (2000), da Il miracolo (2003) all’essenziale e prezioso In grazia di Dio (2014). Da ultimo, il regista che «balla coi ragni» ha testimoniato la fine dell’energia espansiva della pizzica o taranta, incanalata in un fenomeno pop e in una «narrazione» politica per edulcorare i conflitti dello stesso Sud da cui sgorgò (in primis il dramma dell’Ilva di Taranto).

Segnate da una forte impronta morale sono le regie del foggiano Michele Placido, in questi giorni impegnato a Bisceglie sul set di La scelta da Pirandello. Placido esplora le zone d’ombra della realtà in film come Pummarò (1990) sull’Italia dei migranti clandestini o Del perduto amore (1998) nei «suoi» paesini del Subappenino. Sono i borghi dove L’amore ritorna, per dirla con Sergio Rubini (2004), anche grazie a una buona dose di anima e di prodigio. È il Sud della «permanenza del tempo» che Carlo Levi, in una pagina di Un volto che ci somiglia, attribuiva all’Italia contadina, alla familiarità con l’arcaico e all’«uso non interrotto delle generazioni». E nel Sud «magico» di Castel del Monte sta girando Matteo Garrone, il quale si misura con le fiabe secentesche di Lo Cunto de li Cunti, capolavoro postumo di Giambattista Basile.

Fedele alla memoria ma con lo sguardo al domani… Magari Il Sud è niente (Fabio Mollo, 2013), eppure può ben essere salvifico. Purché non si adagi nei luoghi comuni. Ricordate Ricomincio da tre? Il film è del 1981 e dopo i successi teatrali e televisivi della «Smorfia», segnò l’esordio da regista di Massimo Troisi, giovane protagonista in viaggio da Napoli a Firenze. Il simpatico automobilista depresso Michele Mirabella e altri gli chiedono se sia un emigrante e lui risponde: «Perché, u’ napoletano nun pò viaggià, pò sulamente emigra’?». Ironia amara da non dimenticare, tanto più alla luce di una disoccupazione dei giovani meridionali che oggi è al 61 per cento.

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L’americana a Roma. Le lettere di Carol Gaiser https://minimaetmoralia.it/libri/recensione-promettimi-di-non-morire-maria-pace-ottieri/ https://minimaetmoralia.it/libri/recensione-promettimi-di-non-morire-maria-pace-ottieri/#respond Tue, 10 Sep 2013 15:24:13 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14792 Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Fonte immagine.)

“La prima volta che sono andata in Italia è stato nell’estate dei primi anni Sessanta. Venivo direttamente dall’America degli anni Cinquanta dove il sesso era ancora un tabù. E ricordo che rimasi inorridita nel vedere questi ragazzi italiani convinti che noi americane fossimo ragazze facili. La verità era che le italiane erano molto più facili di noi”. Parlare con Carol Gaiser è come viaggiare nello spazio e nel tempo. Poetessa e reporter americana, ha un’eleganza nel raccontare luoghi e persone che rimanda alla grande letteratura.

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GianColombo

Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Fonte immagine.)

“La prima volta che sono andata in Italia è stato nell’estate dei primi anni Sessanta. Venivo direttamente dall’America degli anni Cinquanta dove il sesso era ancora un tabù. E ricordo che rimasi inorridita nel vedere questi ragazzi italiani convinti che noi americane fossimo ragazze facili. La verità era che le italiane erano molto più facili di noi”. Parlare con Carol Gaiser è come viaggiare nello spazio e nel tempo. Poetessa e reporter americana, ha un’eleganza nel raccontare luoghi e persone che rimanda alla grande letteratura.

In Italia nel secolo scorso con una borsa di studio Fullbright, Gaiser frequentò Alberto Moravia e Pierpaolo Pasolini, lavorò insieme a Pietro Germi, soprattutto diventò amica di Silvana Mauri, con cui iniziò una relazione epistolare destinata a durare fino alla morte di Mauri. Delle due donne scrive oggi Maria Pace Ottieri, figlia di Silvana Mauri e Ottiero Ottieri, in un libro struggente e appassionato costruito partendo dalle ritrovate lettere di Carol a Silvana (Promettimi di non morire, nottetempo, 14 euro).

Gaiser oggi vive nel Queens, a New York, insieme al compagno Roger, in una casa affollata di pile di libri e ninnoli. In alto a una pila una vecchia edizione del Grande Gatsby dell’amato Fitzgerald citato in una lettera a Silvana: “Ho vissuto il più bello sogno fitzgeraldiano, con persone simpaticissime in un ambiente sofisticato come Tender is the Night, il mio libro più preferito su tutti”. Così era ai suoi occhi quell’Italia dove non è più tornata (“In Italia ci vado nei sogni”, dice oggi senza troppi rimpianti), abitata da poeti, registi e romanzieri, accattivante e troppo bella per lasciare indifferente una giovane e brillante americana. Da allora non ha mai smesso di scrivere poesie. “Le scrivo a mano”, dice, “poi le mando a un’amica che le ricopia al computer. Non ho computer né internet. E nemmeno li voglio”.

Le sue poesie sono bellissime (alcune sono tradotte in italiano e pubblicate in appendice al libro) ed è evidente che la sua resistenza alla contemporaneità sia dettata più da indole che da ostinazione. “La vita di una poetessa americana è frustrante, quasi altrettanto incolore di quella di un musicista jazz. L’America ha il culto della celebrità e del denaro e la poesia ha poco sia dell’uno che dell’altro”, scrisse Gaiser a un punto di mezzo della sua vita. E in una poesia intitolata In Italia: “Sono troppo alta per questo paese”.

L'articolo L’americana a Roma. Le lettere di Carol Gaiser proviene da Minima et Moralia.

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