Pietro Menozzi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/pietro-menozzi/ un blog di approfondimento culturale Fri, 28 Feb 2014 14:49:13 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Pietro Menozzi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/pietro-menozzi/ 32 32 Asa Nisi Masa o la memoria https://minimaetmoralia.it/cultura/asa-nisi-masa-o-la-memoria/ https://minimaetmoralia.it/cultura/asa-nisi-masa-o-la-memoria/#comments Fri, 28 Feb 2014 14:22:01 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18972 (Immagine: una scena di 8½ di Federico Fellini)

di Pietro Menozzi

Cosa avete fatto due sere fa? Provate a ricostruire visivamente quello che vi circondava: luci, oggetti, movimenti, abiti delle persone, ambiente sonoro e stato emotivo.

Ora immaginate un futuro prossimo in cui tutto ciò diventa ordinario – cose migliori per una vita migliore grazie alla tecnologia. Un hard disk delle dimensioni di un pistacchio (grain) incastonato alla base della scatola cranica archivia sistematicamente tutte le informazioni captate da pupille e timpani. Per tornare a due sere fa allora basta scorrere il grain, scegliere data e ora e proiettare sulla retina il video. The entire history of you, senza più vuoti di memoria, dal primo all’ultimo giorno della nostra esistenza ripresi senza sbavature. È la distopia spuntata messa in scena in uno degli episodi di Black mirror, miniserie made in UK che, comparsa due anni fa, fantastica sull’evoluzione del rapporto individuo-tecnologia-media.

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(Immagine: una scena di 8½ di Federico Fellini)

di Pietro Menozzi

Cosa avete fatto due sere fa? Provate a ricostruire visivamente quello che vi circondava: luci, oggetti, movimenti, abiti delle persone, ambiente sonoro e stato emotivo.

Ora immaginate un futuro prossimo in cui tutto ciò diventa ordinario – cose migliori per una vita migliore grazie alla tecnologia. Un hard disk delle dimensioni di un pistacchio (grain) incastonato alla base della scatola cranica archivia sistematicamente tutte le informazioni captate da pupille e timpani. Per tornare a due sere fa allora basta scorrere il grain, scegliere data e ora e proiettare sulla retina il video. The entire history of you, senza più vuoti di memoria, dal primo all’ultimo giorno della nostra esistenza ripresi senza sbavature. È la distopia spuntata messa in scena in uno degli episodi di Black mirror, miniserie made in UK che, comparsa due anni fa, fantastica sull’evoluzione del rapporto individuo-tecnologia-media.

Se la mimesi con i personaggi ipermnemonici della serie tv dopo aver incantato può disarmare, sono le neuroscienze a sgombrare il campo dai sensi d’inferiorità: la memoria umana può contenere un numero illimitato d’informazioni per un tempo che lambisce l’∞. Potremmo ricordare tutto, fino all’oblio.

C’era un uomo che riusciva a farlo, un uruguayano di diciannove anni che paralizzato dalla testa in giù dopo una caduta a cavallo, aveva involontariamente sviluppato una capacità di ricordare straordinaria.

Noi in un’occhiata, percepiamo: tre bicchieri su una tavola. Funes: tutti i tralci, i grappoli, gli acini di una pergola.[…] Poteva ricostruire tutti i sogni dei suoi sonni, tutte le immagini dei suoi dormiveglia. […] Mi disse: – ho più ricordi io da solo, di quanti non ne avranno avuti tutti gli uomini insieme, da che mondo è mondo. […]  Un cerchio su una lavagna, un triangolo rettangolo, un rombo, sono forme che noi possiamo intuire perfettamente; allo stesso modo Ireneo vedeva i crini rabbuffati di un puledro, una mandria innumerevole in una sierra, i tanti volti di un morto durante una veglia funebre. Non so quante stelle vedeva nel cielo.

Ma possiamo anche dimenticare ininterrottamente. L’antipode umano del personaggio creato da Borges in Finzioni, è il marinaio perduto che capitò nella clinica di Oliver Sacks.

Ne L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello (Adelphi 1986) il neurologo inglese racconta la condanna di Jimmie, speculare all’ipervisionarietà di Ireneo: perdere tutto ad ogni istante; non sapere cosa ci è accaduto un minuto prima, ricominciare sempre da capo, da un punto morto in cui si è arenata la capacità di conservare traccia di quello che facciamo, diciamo, ascoltiamo, vediamo, sentiamo, tocchiamo.

Il paradossale punto d’incontro tra i due estremi – ipertrofia e resa della memoria – è la perdita di sé. Lo specchio riflette di entrambi i personaggi un’immagine che non riconoscono. Che sia polarizzata in infinitesimali sembianze – prodotte dalle istantanee che si depositano senza sosta nella schiacciante biblioteca mentale di Ireneo – o imprendibile riflesso acqueo come nel caso di Jimmie, poco importa. È sempre della stessa perdita di coscienza che stiamo parlando. Di Ireneo, Borges racconta che il suo proprio volto nello specchio, le sue proprie mani, lo sorprendevano ogni volta, Jimmie se guarda allo specchio vede un vecchio che tutto può essere tranne il sé stesso fermo a quel 1945 prodromo della cancellazione totale.

Rilanciando il gioco dei rimandi il marinaio di Sacks è un indice che scaraventa facilmente tra le braccia tatuate del protagonista di memento. Lo sventurato Leonard messo in scena da Nolan, come Jimmie non può più contare sulla memoria a breve termine: colpa di un trauma cranico riportato mentre tenta di salvare la moglie dal suo assassino. Quello è il grado zero della sua amnesia anterograda, il primo ricordo che affiora di ritorno dal limbo di ogni sonno.

Il film prova a restituire la coscienza frammentaria del protagonista attraverso un montaggio impazzito che fa pezzi la storia con pochi indizi per ricostruirla.

Memento e il saggio di Sacks si chiudono con domande simili: esiste un mondo fuori dalla mente (se questa lo confuta continuando a dimenticarlo)? E può vivere l’uomo ridotto a un puro flusso incoerente di mutamenti non collegati?

La memoria è quasi tutto ma l’uomo è in grado di abitare anche l’oblio – suggerisce Sacks osservando la vita del suo paziente. Perché rimane l’intenzione, la volontà così indistruttibilmente e inequivocabilmente umana, lo stupore dell’esistenza. Jimmie riusciva a esistere immergendosi in attività momentanee dello spirito, il gioco, la contemplazione estetica di un’opera d’arte, una funzione religiosa. Riusciva a credere e rimanere uomo.

Tra i due estremi allora è più reale l’oblio, a cui naturalmente tende la parabola di ogni ricordo. L’ipermemoria è un paradigma ingannevole, soprattutto se pensiamo che i ricordi non sono mai repliche fedeli di quello che è successo (e come potrebbero anche volendo? L’esperienza originale è mai qualcosa di unitario e incontrovertibile?), ma interazioni della memoria con l’esperienza attuale da cui la attiviamo. Distorsioni, persistenze e buchi neri fanno parte del gioco.

E la delicata convivenza con il passato, personale e collettivo, dipende anche da questa consapevolezza e dalla capacità di accettare l’arbitrarietà dei ricordi, non senza diffidarne.

Vi ricordate come li trattavano le creature di Cortázar?

I famas, per conservare i loro ricordi seguono il metodo dell’imbalsamazione: dopo aver fissato il ricordo con capelli e segnali, lo avvolgono dalla testa ai piedi in un lenzuolo nero e lo sistemano contro la parete del salotto, con un cartellino che dice: «Gita a Quilmes», oppure: «Frank Sinatra».

I cronopios, questi esseri disordinati e tiepidi, sparpagliano i ricordi per la casa, allegri e contenti, e ci vivono in mezzo e quando un ricordo passa di corsa gli fanno una carezza e gli dicono affettuosi: «Non farti male, sai» e anche: «Sta’ attento, c’è uno scalino». Questa è la ragione per la quale le case dei famas sono in ordine e in silenzio, mentre le case dei cronopios sono sempre sottosopra e hanno porte che sbatacchiano. I vicini si lamentano sempre dei cronopios e i famas scuotono la testa comprensivi, e vanno a vedere se i cartellini sono sempre al loro posto.

Per tornare alla realtà, psicologia e neuroscienze hanno fatto un po’ di luce sul sistema complesso, dinamico e imprevedibile che è la memoria umana. In pratica: quotidianamente convertiamo l’esperienza (sensibile, lisergica, letteraria, onirica) in informazioni che transitano a velocità folle per il registro sensoriale, rallentano nella memoria di lavoro (o a breve termine) per sedimentarsi nella memoria a lungo termine. L’uomo comune a metà strada tra Ireneo e il marinaio perduto, trattiene una piccola parte delle informazioni registrate dai sensi, le passa al setaccio della memoria di lavoro, prima di rovesciarle nel padiglione prodigioso della memoria a lungo termine. Qua dimorano due tipi di materiale mnestico: la memoria esplicita, che si può recuperare e riprodurre narrativamente, opposta alla memoria implicita, sotterranea e inattingibile.

E nel cervello? Le strutture che si contendono la memoria sono l’amigdala (epicentro emozionale) e l’ippocampo. Potete immaginare tutto quello che è stato elaborato dall’amigdala preda delle visioni lynchiane, un inland empire impenetrabile che si riversa nelle stanze dei nostri sogni o negli atteggiamenti inconsci che vanno dalla vocalità alle posture fisiche, all’espressione facciale. È la memoria implicita dei primi due-tre anni di vita, che non può essere recuperata a parole né rimossa volontariamente. Per quanto essenziale nella formazione della persona occupa uno spazio prenarrativo.

Il resto invece può essere estrapolato a colpi di ricordi e racconti sulla chaise long dell’analista, o sbalordirci mentre addentiamo un’innocua madeleine affondata nel tè. È la stessa memoria esplicita a cui fa appello controvoglia Zeno Cosini per cercare di venire a capo della sua nevrosi. Magmatica ricostruzione autobiografica, la coscienza precipita il lettore in un dissacrante viaggio introspettivo, gnommero di rimozioni, ridondanze e incomprensioni che riconduce la memoria sul terreno fallace dell’esperienza.

Era il 1923. Esattamente quarant’anni dopo un altro viaggio impossibile, tutto italiano, fa eco all’impresa di Zeno.

La confusione di ricordo e presente in un tempo composito che dà senso e forma, cioè disordine e bellezza, alla realtà, conduce nei territori di . Intessendo senza soluzione di continuità sogno, esperienza e memoria, Fellini costruisce un percorso ermeneutico aperto e liberatorio per smagare le strutture del giudizio, della comprensione di sé, della visione del mondo. Lasciandoci a festeggiare in una parata danzante (ma non assolutoria), costellata da tutte le figure che sono entrate nella nostra vita, la molteplicità irriducibile di quello che siamo.

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Roberto Bolaño e i detective selvaggi https://minimaetmoralia.it/libri/roberto-bolano-detective-selvaggi/ https://minimaetmoralia.it/libri/roberto-bolano-detective-selvaggi/#respond Sat, 15 Feb 2014 10:38:01 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18220 Questo pezzo è uscito su inutile. (Fonte immagine)

di Pietro Menozzi

Città del Messico, 1975. È lì che senza accorgercene scivoliamo dentro a un dedalo di strade e storie che dopo averci smarrito, fatto innamorare, portato ai confini della pazzia e ai margini del deserto, ci sputa fuori oltreoceano, in Europa, Israele, Africa. Un viaggio lungo vent’anni, senza radici, aggrappato con fede cieca all’esperienza e alle persone che incontriamo, inesauribile (con)fusione di letteratura e vita. Se abbiamo il coraggio di seguire Ulises Lima e Arturo Belano, partiamo lasciandoci alle spalle il bagaglio inutile delle nostre abitudini, accettando di perderci dentro a un disordine necessario. La porta d’accesso ai libri di Bolaño è la potenza dell’abbandono. Si finisce inghiottiti in un vortice che sembra impreciso e pretende di essere seguito nelle sue sbavature. Sono così tanti i personaggi, le storie e le circostanze che si intersecano, da richiedere un’imprecisione programmatica. È il prezzo di un’impresa che non vuole estromettere l’imprevedibilità, l’ignoto e la follia.

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di Pietro Menozzi

Città del Messico, 1975. È lì che senza accorgercene scivoliamo dentro a un dedalo di strade e storie che dopo averci smarrito, fatto innamorare, portato ai confini della pazzia e ai margini del deserto, ci sputa fuori oltreoceano, in Europa, Israele, Africa. Un viaggio lungo vent’anni, senza radici, aggrappato con fede cieca all’esperienza e alle persone che incontriamo, inesauribile (con)fusione di letteratura e vita. Se abbiamo il coraggio di seguire Ulises Lima e Arturo Belano, partiamo lasciandoci alle spalle il bagaglio inutile delle nostre abitudini, accettando di perderci dentro a un disordine necessario. La porta d’accesso ai libri di Bolaño è la potenza dell’abbandono. Si finisce inghiottiti in un vortice che sembra impreciso e pretende di essere seguito nelle sue sbavature. Sono così tanti i personaggi, le storie e le circostanze che si intersecano, da richiedere un’imprecisione programmatica. È il prezzo di un’impresa che non vuole estromettere l’imprevedibilità, l’ignoto e la follia.

Nel lungo prologo diaristico dei detective seguiamo l’antiformazione del diciassettenne Garcia Madero in pasto al caso e al non senso di Città del Messico. Disertate famiglia e università si affida alla cerchia di lettori e pseudo poeti che lo conduce di casa in casa: familiarizza con i tempi morti, si ciba di letture, dorme dove capita, passa ore seduto dentro ai bar appuntandosi tutto quello che gli succede.

Poi la sua voce viene disarcionata da una narrazione polifonica. La metropoli filtrata all’inizio da Garcia Madero, diventa il magma inarrestabile di voci minori che la popolano senza capirla, che l’attraversano senza posa. Il racconto si frantuma nei punti di vista di una serie infinita di comprimari, nei loro racconti che si intrecciano spingendo avanti il tempo, creando il prodigio di una percezione caleidoscopica della realtà – coerente perché sempre dislocata, compromessa e ancorata alla pluralità delle concezioni.

Ulises e Arturo sono gli epicentri mobili della galassia narrativa che si sposta seguendone le tracce. Prima ci parlano di loro gli accaniti lettori, scrittori, spiantati, affamati di Città del Messico, poi i personaggi che incontrano dall’altra parte dell’oceano. Tutti satelliti che si intromettono prendendo la parola, testimoniando la loro presenza prima di dissolversi. Perché il romanzo è fatto anche di sparizioni e aritmie. Voci che ritornano e altre che si contraggono nel silenzio onnivoro della Storia – le sue parole sono le parole della tribù che non cessano di indagare, di investigare, di riferire tutte le storie. Malgrado quelle parole siano assediate dal silenzio, istante dopo istante erose dal silenzio, nevvero? Pensa un traduttore di Pound camminando a fianco di Arturo Belano, in una magnifica notte senza meta sotto il cielo carnivoro di Città del Messico (I detective selvaggi, Sellerio 2009, pag. 269). Non sono rivolte a nessuno queste voci, o forse hanno interlocutori precisi ma ignoti. Formano una rete di storie unite per dare senso a una generazione, un racconto corale per accumulazione in cui ogni elemento è marginale e necessario.

La generazione di Bolaño è quella dei giovani latinoamericani alle prese con l’oppressione sorda delle dittature degli anni 70, la stessa in cui affonda le radici la sua poetica: in grande misura tutto quello che ho scritto è una lettera d’amore o una lettera d’addio alla mia generazione – dirà a Caracas in occasione della consegna del premio Rómulo Gallegos. E la parabola imprevedibile di Ulises e Arturo incarna anche questo significato collettivo.

È il 1975 quando li conosciamo, poco più che ventenni, esuli in Messico. Sono i padri carismatici della rivoluzione letteraria che diventa una religione (a sua volta da profanare), il senso dell’impegno per il loro paese – prima in mezzo ai 14 milioni di abitanti del Distretto Federale, poi attraverso il mondo. Nei loro modi di agire tradiscono la stessa poetica dell’autore: una volontà feroce e capace al tempo stesso di abbandonarsi alle circostanze folli dell’esperienza. Instancabili viaggiatori si spostano senza programmi, vivono di espedienti, si fanno ospitare, si innamorano e ripartono. C’è questo più di tutto nei detective selvaggi, il loro sfrenato movimento, l’indagine sul mondo con generosità, coraggio, determinazione. Senza mai risparmiare se stessi. Una ricerca furiosa, un movimento di apertura, ascolto, continua lettura, fede assoluta, profonda capacità di solitudine e attaccamento, amore e abbandono.

Arturo disse che se ne stavano andando. Di nuovo a Sonora? Domandai. Arturo rise. La sua risata fu come uno sputo. Come se si sputasse sui pantaloni. No, disse, molto più lontano. Ulises parte questa settimana per Parigi. […]Io parto tra un po’, me ne vado in Spagna. E quando pensate di tornare? dissi io. Loro si strinsero nelle spalle. Chi lo sa, María, dissero. Non li avevo mai visti così belli. […] li avrei baciati tutti e due, e non so perché non lo feci, sarei andata a letto con tutti e due, a scopare fino a perdere i sensi, e poi a guardarli dormire e poi di nuovo a scopare, ci pensai davvero, se cercassimo un albergo, se ci chiudessimo in una stanza buia, senza limiti di tempo, se io li spoglio e loro spogliano me, tutto si sistemerà, la pazzia di mio padre, l’automobile perduta, la tristezza e l’energia che provavo e che di momento in momento sembravano asfissiarmi. Ma non dissi niente. (I detective selvaggi, Sellerio 2009, pag. 248).

Il rapimento – spirituale, erotico e apotropaico – di María Font è speculare a quello che investe il lettore. Ma se Arturo e Ulises incarnano il filo conduttore del racconto, se in fondo attraverso le mille voci che dipanano (aggrovigliandolo) il romanzo, finiamo sempre per cercarli, è anche vero che la portata del testo li oltrepassa.

La ramificazione sintattica che intreccia e interrompe i destini umani riproduce l’interconnessione della società globalizzata prima della sua diffusione. Il senso di comunità virtuale nasce dalla combinazione incalcolabile di rapporti e racconti. Così come il nomadismo conoscitivo di Belano e Lima espropria la comprensione del reale dall’ancoraggio geografico.

Il libro vede la luce nel 1998, un anno dopo l’incisione eterna che di New York ci consegna Underworld. Lo stile che divide i due mondi narrativi descrive anche la distanza tra due sistemi culturali e la complessità ricchissima e calcolata di DeLillo mentre accoglie l’ignoto, dà meno spazio al caos. L’esplosione rizomatica degli universi di Bolaño invece ammette al suo interno un insieme di esperienze irriducibile e aperto. La mitopoiesi inarrestabile tracima il singolo testo, le storie e i personaggi ritornano e si connettono ad altri testi.

Se Underworld ha l’architettura imponente di un intertesto razionale, I detective selvaggi sembra dedito all’impresa folle di programmare il disordine. Molto più vicino in questo all’incrinatura caotica del gioco del mondo. Lo scardinamento sintattico che fa implodere Rayuela, permettendo due letture diverse dello stesso testo, svela una necessità di sovvertire la concezione del reale analoga a quella dei detective, anche in quel caso come reazione alla molteplicità e instabilità del mondo che circondava Cortázar negli anni ’60.

E nei libri di entrambi gli autori sudamericani il disordine è separato, e insieme legato, da un limine molto sottile, con la pazzia. Il caos quotidiano, con cui tutti fanno i conti, è opposto alla semplificazione del mondo e si estende per gradi fino ai territori della follia – riduzione di quel caos, ma per eccesso, ordine apparente sopra alla confusione reale. Non a caso nei detective come in 2666 e in Rayuela incombono grandi manicomi, a stretto contatto con la realtà, in cui non solo dimorano persone che hanno varcato quei limiti, ma da cui sono attratti uomini e donne che continuano a visitarli – come noi lettori d’altra parte.
Per il modo in cui quel disordine spariglia l’esperienza e il pensiero geometrici a cui siamo abituati, le griglie culturali da cui è così difficile (se davvero è possibile) uscire, anche per questo la vertigine dei libri di Bolaño apre una sfida disarmante e rivoluzionaria e irresistibile.

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