Pirateria Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/pirateria/ un blog di approfondimento culturale Fri, 24 Jan 2020 14:58:12 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Pirateria Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/pirateria/ 32 32 La pirateria (e la pigrizia) come lavoro culturale https://minimaetmoralia.it/cultura/pirateria-lavoro-culturale-pigrizia/ https://minimaetmoralia.it/cultura/pirateria-lavoro-culturale-pigrizia/#respond Fri, 24 Jan 2020 14:57:10 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=42214 La pirateria è la nostra ultima possibilità di salvezza e anche di divertimento. Chiaramente qui ci si riferisce a quella culturale, quella pirateria che in sostanza ruba alle major usurpatrici e assetate di denaro per restituire ai poveri millennials senza futuro e senza idee, prodotti culturali raffinati e massificati allo stesso tempo. Sì ammetto che […]

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La pirateria è la nostra ultima possibilità di salvezza e anche di divertimento. Chiaramente qui ci si riferisce a quella culturale, quella pirateria che in sostanza ruba alle major usurpatrici e assetate di denaro per restituire ai poveri millennials senza futuro e senza idee, prodotti culturali raffinati e massificati allo stesso tempo.

Sì ammetto che da questo punto di vista il risultato non è dei più efficaci, da un lato si alimenta il desiderio verso nuovi e sconfinati abbonamenti di ogni tipo e dall’altro si accede a contenuti mediocri la cui urgenza dell’azione piratesca è data proprio dalla medesima campagna marketing che li esalta come essenziali e fondamentali per comprendere il proprio tempo (e anche il proprio divertimento).

Tuttavia dentro a questo movimento che potremmo definire anche celibe, esiste uno spazio, – una sacca si sarebbe detto un tempo – che esalta un aspetto non solo sottovalutato ma denigrato nell’ambito dell’impegno come del lavoro culturale, quello della pigrizia. Nulla è più utile della pigrizia: seguitela e incontrerete i gusti di milioni di persone, le loro preferenze così come individuerete le loro necessità quotidiane, ma allo stesso tempo, attenzione la pigrizia è imprevedibile perché totalmente ancestrale, in parole povere tutto meno che culturale

Libera da ogni sovrastruttura morale, esattamente come i piedi doloranti del famoso cameriere interpretato da Aldo Fabrizi (sì lo trovate su youtube, si questo è il link), la pigrizia si palesa straordinariamente a fine giornata, dopo che le ben note sovrastrutture – che qui hanno la forma in elegante elenco di: Impegno, Morale, Onestà (con le iniziali maiuscole) e di mille altre amenità che farebbero di ognuno di noi dei potenziali esiliati tra Hammamet e Casablanca – si rendono totalmente insostenibili, inaccettabili e all’opposto di ogni idea di felicità.

In quel momento preciso quando il tramonto si staglia davanti ai nostri occhi affaticati, si palesa un’aderenza quasi plastica tra consumatore e cittadino, l’istinto che lo porta ad evitare il Black friday diviene il medesimo che lo lascia perplesso davanti al Block friday. E così via per saldi, Amazon prime, richiami alle librerie indipendenti, all’editoria indipendente al cinema indipendente, ma così per le offerte popcorn e orsetti gommosi delle multisale, Spotify gratis tre mesi, anche Netflix tre mesi. Tre mesi, sembra una condanna. Tutto vale uno o meglio vale zero, forse anche meno di zero.

Ricordiamoci a giustificazione del cittadino a consumo che le energie sono ai minimi termini e che anche una presa di posizione può diventare letale. Non a caso oggi definiamo movimento politico organizzare allegri raduni di piazza senza rivendicare nulla, se non probabilmente o almeno ci auguriamo, la pigrizia.

Dunque di cosa si avvale la pigrizia come strumento d’azione? Principalmente oggi della pirateria digitale. Cosa ben diversa dall’interventismo dei cosiddetti haters, la pirateria si palesa in maniera autarchica colpendo a tratti i grossi produttori come quelli indipendenti cercando in un certo senso ciò che gli pare, come gli pare e anche all’ora che gli pare.

Certo come abbiamo già detto il fenomeno riguarda spesso grossi eventi culturali o cinematografici per cui in parte la pirateria è già pilotata, una sorta di welfare garantito per il pensierino unico, ideale per non perdere di vista la coscienza di chi non si può ancora permettere di abbonarsi ad ogni cosa e in ogni dove. Ma è anche evidentemente un’occasione di libertà, quella più bella perché pigra, perché porta a cercare laddove i nostri desideri coincidono pervicacemente con i nostri bisogni: e quello culturale e diciamo digitale è uno degli ultimi ambiti in cui è ancora possibile unire desiderio a bisogno, un dolce plin plin culturale.

Del resto provate voi a cercare dei biscotti in una grande città, vi toccherà scarpinare per chilometri e spendere molto oppure non resta che chiudervi dentro al primo Esselunga e sperare che il rifornimento di Nutella Biscuits sia arrivato e magari con offerta annessa. Non c’è pace per il cittadino e non c’è gioia per il consumatore. Così se non siete in grado di rubare in un supermercato o anche solo non pagare il conto in una pizzeria (se ne trovate ancora una decente in questa lotta dei trent’anni tra surgelato e gourmet che sta falcidiando le nostre domeniche sere) non vi resta che buttarvi sulla pirateria.

Andate fiduciosi le major vi ringrazieranno perché prima o poi questo gesto vi farà entrare nella loro orbita mentre gli autori quelli duri e puri (sempre che ne siano ancora) non potranno che stare dalla vostra parte anche perché un po’ ci credono e un po’ non ne possono più di essere torturati da chi dovrebbe rendere loro un servizio e un degno compenso (produttori, distributori etc) e spesso invece non fa che implorare loro favori in nome dell’impegno culturale che si chiama da sempre lavoro. E questo perché alla cattiva politica si è preferita una pessima poetica, piratate e andate in pace, con voi stessi per lo meno.

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eBook: l’insostenibile leggerezza della lettura digitale https://minimaetmoralia.it/editoria/ebook/ https://minimaetmoralia.it/editoria/ebook/#comments Wed, 16 Feb 2011 09:38:18 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3796 È passato un anno dal lancio sul mercato americano dell’Ipad: un anno di pubblicistica sovreccitata, attese circospette, grandi speranze. Un anno in cui i problemi concreti sono spesso finiti in secondo piano di fronte al registro propagandistico (e comprensibilmente, visto lo stato dell’industria editoriale e il miraggio di una risurrezione digitale) delle discussioni relative. Davanti al recente scatenarsi di tante passioni e interessi, un libro come La quarta rivoluzione, sei lezioni sul futuro del libro (Laterza) di Gino Roncaglia, per lucidità teorica e completezza documentaria pare quasi un esercizio di stoicismo intellettuale.

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È passato un anno dal lancio sul mercato americano dell’Ipad: un anno di pubblicistica sovreccitata, attese circospette, grandi speranze. Un anno in cui i problemi concreti sono spesso finiti in secondo piano di fronte al registro propagandistico (e comprensibilmente, visto lo stato dell’industria editoriale e il miraggio di una risurrezione digitale) delle discussioni relative. Davanti al recente scatenarsi di tante passioni e interessi, un libro come La quarta rivoluzione, sei lezioni sul futuro del libro (Laterza) di Gino Roncaglia, per lucidità teorica e completezza documentaria pare quasi un esercizio di stoicismo intellettuale. Certo generoso quanto a dettagli tecnici, La quarta rivoluzione resta un saggio divulgativo, sostenuto da una prosa colloquiale capace di spaziare con una buona dose di eclettismo e spirito ricreativo tra diversi ambiti e riferimenti, dalla storia della scrittura all’immaginario fantascientifico. Anzitutto Roncaglia ci mostra come dietro l’ultima trovata di Jobs ci sia una storia da scoprire, come un tablet proposto quasi fosse il dono di qualche entità iperurania casualmente collocata dalle parti di Cupertino debba la sua esistenza a una serie di ricerche, fallimenti, evoluzioni parallele, eterogenesi dei fini. Un cammino che, se ripercorso dalle origini, può rivelarci il senso delle sue direttrici e possibili linee di sviluppo. All’archeologia dei dispositivi tecnologici l’autore affianca la complementare storia della digitalizzazione e delle biblioteche virtuali, ma al di là di un sano bisogno di chiarezza (tecnica e storica), Roncaglia non rinuncia ad esprimere anche opinioni personali.

Se ad esempio non sembra dubitare del fatto che prima o poi (anche se, sostiene, ancora non ci siamo) la tecnologia arriverà a soddisfare le condizioni ergonomiche necessarie ad una gradevole lettura digitale, pare molto più scettico rispetto alle possibilità di una politica di gestione dei diritti affidata unicamente all’iniziativa dei privati e alla mano invisibile del mercato. Descrivendo la “balcanizzazione” dei formati ebook (la tendenza di ogni produttore/distributore a limitare la circolazione dei propri prodotti attraverso l’uso di formati proprietari) Roncaglia sembra in fondo orientarsi verso una prospettiva il più possibile open source, l’unica d’altronde che potrebbe “mimeticamente” rilanciare le prerogative dei vecchi libri. E di fronte alla complessità del problema economico non può che evocare il profilo di una riconfigurazione radicale all’insegna dell’intervento pubblico. Sulla delicata questione della proprietà intellettuale nel nuovo ambiente digitale Pirateria, di Adrian Johns, (Bollati Boringhieri) presenta soluzioni più articolate e sfumate di quelle (rapidamente) proposte da Roncaglia. Avvincente storia sociale ed economica dei “processi fondamentali che permettono di creare, distribuire e utilizzare idee e tecnologie”, Pirateria piuttosto che come una forma di trasgressione considera il fenomeno alla stregua di un elemento determinante e produttivo di quei processi e delle formalizzazioni (legali, concettuali) che ne sono derivate, dal XV secolo ad oggi. In questa prospettiva, Johns si sforza di imbastire un apparato teorico utile ad affrontare le sfide dei nuovi media.

Appurata l’ineluttabilità di uno sviluppo digitale di massa della lettura, il principale motivo di intervento sociale del libro di Roncaglia risiede tuttavia nella necessità di preservare determinate caratteristiche del cartaceo anche in questo nuovo “mondo”, per non dimenticare “i piaceri delle forme di testualità legate alla cultura del libro”. Sarà fondamentale, soprattutto per i cosiddetti digital born (le persone nate e cresciute in un ambiente già saturo di tecnologia digitale), non abbandonare la ricezione al dominio esclusivo del multimediale. Su questo punto Roncaglia è molto fermo ma anche, forse, poco realistico. Bibliotecari e addetti ai lavori potranno e dovranno certo operare in questo senso, con azioni di tipo tecnico e specialistico, ma difficilmente si otterrà molto se non si saprà allo stesso tempo instillare nell’organismo sociale una sensibilità per molti versi controcorrente rispetto alla vulgata sviluppista e tecno-feticista onnipresente nel nostro paesaggio mediatico. Allo stato delle cose, si fatica a immaginare come i nuovi strumenti tecnologici potranno salvaguardare le risorse del vecchio libro senza trasformare la lettura in un consumo di “orpelli multimediali” (l’espressione è di Roncaglia) dispersivi e dissipanti. Chi vorrà, ad esempio, comprare un dispositivo specifico di lettura quando potrà avere a prezzi simili (come presto sarà) un tablet capace di navigare e supportare qualsiasi genere di applicazione, trasformando perciò stesso il luogo della lettura in piattaforma multitasking e social media: caratteristiche diametralmente opposte a quelle attraverso cui si è venuta formando la mentalità libresca, ciò che Steiner chiamava bookishness (cioè monocodalità e ricezione solitaria)? L’editore torinese Codice ha da poco pubblicato l’ultimo libro di Clay Shirky, uno dei più noti e seguiti studiosi del web. Il titolo, Surplus cognitivo, allude all’eccedenza di potenzialità creative e sociali propiziate dal web e disponibili per operazioni più o meno intelligenti e orientate alla partecipazione civile. Shirky offre numerosi esempi virtuosi, da Wikipedia alla militanza politica, persuaso tuttavia che “caricare su youtube video di gattini seduti su un aspirapolvere e scrivere sui blog post magniloquenti (siano) comunque atti più creativi e generosi che guardare la tv”. L’assimilazione a puro consumismo di qualsiasi forma non interattiva di trasmissione culturale e la celebrazione della “creatività” e della “socialità” a tutti i costi credo mostrino bene come anche tra i più avvertiti osservatori dei new media si conceda un credito praticamente incondizionato alle nuove forme della comunicazione digitale. Ha certamente ragione Roncaglia a lavorare per un’alfabetizzazione informatica che sia rispettosa anche del nostro passato libresco ma l’impressione è che dal surplus al sovraccarico cognitivo (Information overload) il passo sia breve e che, dati certi presupposti culturali, sarà bestia rara, in un prossimo futuro, chi vorrà invitare i più giovani a spegnere la panoplia delle applicazioni iperstimolanti e iperrelazionali per dedicarsi ad un’unica attività in maniera rilassata e concentrata. È questa l’opinione anche di Nicholas Carr, che in un articolo assai discusso dal titolo “Is Google making us stupid” (poi diventato un libro: Il lato oscuro della rete, Rizzoli. L’articolo potete leggerlo qui: ha espresso senza mezzi termini le sue preoccupazioni per l’impatto cognitivo determinato dallo zapping frenetico cui siamo ormai abituati in quanto navigatori a tempo pieno e utenti di servizi sempre più automatizzati. Studi psicologici alla mano, Carr mostra come concentrazione e memorizzazione saranno gravemente danneggiate dalla logica quantitativa che regge il sistema tecnico del web, sistema che lo studioso non esita a considerare come un’estensione del modello taylorista al dominio dell’attività mentale. Anche da un punto di vista economico, dice Carr, il web funziona bene se gli utenti transitano rapidamente da un luogo all’altro: “Più velocemente navighiamo – più link clicchiamo e pagine vediamo – più opportunità Google e altre compagnie hanno di raccogliere informazioni su di noi e di offrirci pubblicità”. La distrazione di cui Benjamin parlava quasi un secolo fa è diventata consustanziale all’ecosistema digitale: che si tratti della dimensione partecipativa elogiata da Shirky o di quella informativa, rappresentata oggi dalla mastodontica impresa dei fondatori di Google, fedeli a una vecchia ossessione occidentale: l’utopia di una “intelligenza artificiale” ottenuta attraverso una (mega) macchina dotata di tante e tali conoscenze sui comportamenti di ogni singolo utente “da essere in condizione di fornire per ogni ricerca una sola risposta: perfetta” (prendo la citazione dal bel libro di Ken Auletta: Effetto Google, la fine del mondo come lo conosciamo, Garzanti). Determinazione tecnica della personalità (ormai in tempo reale), rapsodia interminabile tra le onde di un sapere sempre più disincarnato e preciso, di una mediazione sempre più densa e allo stesso tempo occultata, accelerazione frenetica del regime della comunicazione e quindi anche dei suoi “precipitati” artistici o letterari. Meglio sapremo oggi mettere in discussione quel modello di perfezione e il contesto che lo rende desiderabile, più possibilità ci saranno forse domani di trovare ancora qualcuno (e non soltanto uno studioso o un nostalgico umanista auto-emarginatosi dentro polverose biblioteche) capace di leggere, apprezzare, godersi una descrizione di Conrad, un dialogo di Dostoevskij, una pagina di Flaubert (per non parlare di tutto il resto).

Questo articolo è uscito su Alias

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