pirati Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/pirati/ un blog di approfondimento culturale Thu, 03 Oct 2024 15:38:32 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg pirati Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/pirati/ 32 32 “Tutto ciò che sappiamo sui pirati e sulla pirateria dell’epoca d’oro”: Björn Larsson su Marcus Rediker https://minimaetmoralia.it/storia/tutto-cio-che-sappiamo-sui-pirati-e-sulla-pirateria-dellepoca-doro-bjorn-larsson-su-marcus-rediker/ https://minimaetmoralia.it/storia/tutto-cio-che-sappiamo-sui-pirati-e-sulla-pirateria-dellepoca-doro-bjorn-larsson-su-marcus-rediker/#respond Fri, 04 Oct 2024 08:30:36 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=54271 Pubblichiamo, ringraziando Eleuthera, un estratto dalla prefazione di Björn Larsson alla nuova edizione di "Canaglie di tutto il mondo" di Marcus Rediker.

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Pubblichiamo, ringraziando l’editore Eleuthera, un estratto dalla prefazione dello scrittore svedese Björn Larsson alla nuova edizione del libro di Marcus Rediker Canaglie di tutto il mondo. L’epoca d’oro della pirateria.

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Un giorno del mese di febbraio del 1991 uscii dall’imponente edificio dell’editore Bonnier a Stoccolma. Mi sentivo leggero e sollevato. A ragione: avevo appena consegnato all’editore il manoscritto definitivo del mio primo romanzo, Il cerchio celtico. Fuori nevicava, il cielo era grigio, il vento gelato. Dovendo aspettare una decina d’ore prima di prendere il treno notturno per Malmö e rientrare a casa, che all’epoca era la mia barca, il Rustica, girovagavo per le strade della capitale ammazzando il tempo.

Per riscaldarmi entrai in un bar. Mentre aspettavo caffè e cornetto tirai fuori quaderno e matita. È stato allora che, senza alcuna premeditazione, senza alcun preavviso, ho cominciato a scrivere il romanzo che anni dopo sarebbe diventato La vera storia del pirata Long John Silver raccontata da lui medesimo. Nel giro di qualche ora, e con mia grande sorpresa, Silver mi aveva spiegato come avesse perso la gamba e perché avesse assunto il soprannome di «Barbecue», aggiungendo altri elementi autobiografici mai inclusi in L’isola del tesoro. Ma soprattutto mi sembrava di aver trovato la voce di Silver, quella voce senza la quale il romanzo era condannato a naufragare prima ancora di essere assemblato.

Rientrai a casa colmo di speranza, anche se mi rendevo conto che cercare di eguagliare un capolavoro come L’isola del tesoro era al tempo stesso una sfida presuntuosa e un’ambizione smisurata. Di certo, dare una voce al leggendario pirata di Stevenson non era sufficiente; era anche necessario immaginare una vita dall’inizio alla fine. Le difficoltà sono cominciate proprio allora.

Da una parte dovevo rispettare il personaggio così com’era nel romanzo di Stevenson. Dall’altra dovevo renderlo credibile come se fosse davvero esistito all’epoca dei grandi pirati, a inizio diciottesimo secolo.

Tuttavia Stevenson, che la sua storia di pirati la raccontava innanzitutto a suo nipote, si preoccupò molto poco della verità storica. Infatti, quel che si può apprendere concretamente della vita di Silver in L’isola del tesoro occupa meno di una pagina: ad esempio, sapeva parlare latino, gestiva un pub con la sua compagna di origini africane e aveva navigato sotto il comando di due capitani, Flint ed Edward England, il primo personaggio di finzione, il secondo storico.

Dovevo quindi documentarmi prima di proseguire. Scovai qualche titolo sui pirati, in svedese e in francese, ma sfogliandoli mi resi conto che ripetevano più o meno il racconto degli stessi abbordaggi e degli stessi personaggi. Era come se i pirati fossero già entrati nella leggenda, cosa che rendeva difficile separare la verità dall’immaginazione.

Mi serviva qualcosa di più sostanzioso, qualcosa che mi consentisse di distinguere i miti dalla realtà. Ma come trovarlo? All’epoca, va ricordato, internet non esisteva: non c’era Google, non c’era Wikipedia, non c’erano siti dedicati agli argomenti più vari. In quel periodo navigavo fra la Scozia e l’Irlanda ed entrai in ogni libreria incontrata sul percorso, a Oban, a Dublino, a Cork, alla ricerca di documentazione, ma senza grande successo.

Mi serviva quindi una documentazione storica più affidabile. A salvarmi, o almeno a salvare il romanzo, fu la scoperta di Marcus Rediker, storico statunitense che aveva dedicato buona parte delle sue ricerche alla pirateria. Grazie al primo dei suoi due testi dedicati all’argomento, pubblicato nel 1987 con il titolo Between the Devil and the Deep Blue Sea: Merchant Seamen, Pirates, and the Anglo-American Maritime World, 1700-1750 [Storia sociale della pirateria, Shake, 2015], sono venuto a conoscenza delle condizioni miserabili dei marinai nella marina mercantile dell’epoca e del commercio marittimo, in particolar modo inglese, fonte di enormi ricchezze a vantaggio del futuro impero britannico. Ad esempio ho potuto constatare il potere assoluto del comandante, sostenuto dal cappellano di bordo, il quale, se così gli garbava, disponeva dei marinai comuni come se fossero una risorsa sacrificabile. Non c’era dunque da stupirsi se tanti marinai sceglievano di diventare pirati alla prima occasione.

In Storia sociale della pirateria c’era anche un capitolo dedicato ai corsari, ai bucanieri e ai pirati propriamente detti, nel quale Rediker forniva il contesto generale della pirateria. Ma è soprattutto in Villains of All Nations: Atlantic Pirates in the Golden Age, pubblicato negli Stati Uniti nel 2004 e in traduzione italiana nel 2005, che Rediker racconta più o meno tutto ciò che sappiamo sui pirati e sulla pirateria dell’epoca d’oro.

[…]

Come nota Rediker, i pirati classici erano in primo luogo marinai che cercavano di sfuggire alla tirannia dei capitani della marina mercantile. E se hanno inventato un sistema che si configura come una democrazia diretta – e che in quanto tale appare come un precursore dell’anarchismo e dell’anarco-sindacalismo per quanto riguarda, ad esempio, la distribuzione del bottino, le quote supplementari riconosciute a feriti e medici di bordo, l’elezione dei propri capitani – non l’hanno fatto perché propugnavano un egualitarismo radicale, ma perché volevano assicurarsi di non ricadere nella schiavitù da cui erano fuggiti. Per riprendere la distinzione di John Stuart Mill in On Liberty [Saggio sulla libertà], per i pirati si trattava più di una libertà from, da qualcosa, e molto meno di una libertà for, per qualcosa.

Altra differenza cruciale rilevata da Rediker è che i pirati classici non avevano né patria, né nazione né lealtà nazionalista, mentre i pirati moderni sono legati al loro territorio e al loro paese, se non altro per proteggere le ricchezze accumulate. Quando i pirati classici dovevano dichiarare da dove venivano, rispondevano sempre: «Dal mare, dal mare».

Senza dubbio è per questo che i pirati, una volta a terra, sperperavano in fretta e generosamente il loro oro e le loro pietre preziose. Sapevano che per loro non c’erano oasi di pace, né rifugi sicuri; erano condannati e dannati. Difficile fare statistiche, ma per Rediker la speranza di vita per chi si faceva pirata era mediamente di due-tre anni: morivano di malattie o durante gli abbordaggi, oppure venivano impiccati. Non stupisce dunque che bruciassero le loro vite come una candela che arde da entrambi i lati e che tagliassero ogni ponte con la loro vita precedente. Non stupisce nemmeno che siano diventati degli antieroi per tutti coloro che ne hanno avuto abbastanza di una vita senza futuro e che sono tentati di lasciarsi alle spalle ogni cosa, costi quel che costi.

 

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Emilio Salgari tra resistenza e nostalgia https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/emilio-salgari-tra-resistenza-e-nostalgia/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/emilio-salgari-tra-resistenza-e-nostalgia/#comments Mon, 07 Nov 2011 08:48:51 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5600 di Fabio Stassi

Ho con Emilio Salgari un debito inestinguibile. La mia è stata forse l’ultima generazione a essersi formata su di lui. Per il mio decimo compleanno, chiesi ai miei un’edizione annotata dei suoi romanzi: un cofanetto Mondadori, a cura di Mario Spagnol, che avevo visto nella cartoleria vicino scuola. Il primo ciclo della jungla. Furono i due volumi più alti e più preziosi mai entrati nella nostra casa.

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di Fabio Stassi

Ho con Emilio Salgari un debito inestinguibile. La mia è stata forse l’ultima generazione a essersi formata su di lui. Per il mio decimo compleanno, chiesi ai miei un’edizione annotata dei suoi romanzi: un cofanetto Mondadori, a cura di Mario Spagnol, che avevo visto nella cartoleria vicino scuola. Il primo ciclo della jungla. Furono i due volumi più alti e più preziosi mai entrati nella nostra casa. Il primo riproduceva un fregio che Salgari aveva disegnato sul frontespizio di un suo quaderno. In alto un veliero, un mappamondo e un cannocchiale, tra i fulmini e la luce di un astro; in basso un’ancora, e in mezzo la scritta “Poesie” e il suo nome, in bella calligrafia. Il giorno che lo ricopiai, sostituendo la mia firma alla sua, iniziai anch’io ad avere un quaderno su cui scrivere. Fu un piccolo atto decisivo e iniziatico. Quei due libri li collocai poi sulla mensola delle cose a cui tenevo di più, accanto a un album di figurine del Risorgimento che non ho mai terminato.

Soltanto ora mi accorgo del legame che c’era tra quell’album e il mio cofanetto. Curiosamente, il mancato romanzo risorgimentale, quello che doveva fissare per sempre l’eroismo, e la dedizione ingenua a una causa, e l’ansia di giustizia e di riscatto, è questo giornalista veronese con la passione della scherma, degli aerostati e del velocipede a scriverlo. Un romanziere d’appendice che aveva più o meno la stessa età del Regno (era nato nel 1862) e millantava di avere solcato tutti i mari e di tenere in tasca un brevetto di capitano di gran cabotaggio.
L’altro romanzo, quello della disillusione e del tradimento degli ideali, saranno per lo più i siciliani a comporlo ma come un’opera collettiva, passandosi il testimone di una riflessione comune che può riassumersi mettendo in fila, uno dopo l’altro, i malavoglia, i Viceré di De Roberto, i vecchi e i giovani di Pirandello, il Gattopardo di Tomasi, il quarantotto di Sciascia, l’ignoto marinaio di Consolo e le menzogne della notte di Bufalino.
Salgari, il disincanto di come erano andate le cose lo aveva incarnato sulla sua pelle, e ne era stato stritolato. Dopo un primo quasi tragicomico tentativo di suicidio, crollò definitivamente quando restò solo, con i quattro figli. La moglie è affetta da psicosi. Lui non ha i soldi per una clinica e nel 1911 è costretto a ricoverarla nel Manicomio pubblico, dove la registrano tra i poveri. È “ormai un vinto”, come scrive ai figli, un uomo senza onore. “Spezza la penna” tagliandosi con un rasoio il ventre e la gola in un bosco fuori Torino, a 50 anni esatti dall’Unità d’Italia, la sola morte eroica che gli era rimasta. Fu la sua estrema rivolta contro chi si era arricchito con il suo lavoro, gli editori sanguisuga per i quali scriveva “a tutto vapore”, non meno di tre pagine al giorno, e che lo avevano abbandonato in uno stato di “semi-miseria” e di autentica disperazione. Un finale feroce e maledetto che si ripercosse sulla sua famiglia e sui figli in una catena inesorabile di infelicità (due altri suicidi, un incidente, la tubercolosi, la follia…).
Ma Salgari la tragedia l’aveva già alle spalle, che è come averla sempre davanti: una madre morta di meningite poco più che quarantenne (quando comunque lui aveva 25 anni) e poco dopo un padre suicida. Era cresciuto in una cascina di Negrar, un comune della provincia di Verona che suonava già come un nome inventato. L’intreccio tra la sua indole sognatrice e un vissuto così doloroso modificò la direzione delle sue storie, le inasprì, diede loro una risonanza inaspettata, e si può essere sicuri che Sandokan e il Corsaro Nero non avrebbero avuto una diffusione così universale se a generarli non ci fosse stato questo desiderio di rivincita che Salgari, nel chiuso della sua stanza, invocava per primo per sé stesso e che sosteneva per intero la sua fatica. Il suo Risorgimento, la sua rivoluzione, quella che doveva portarlo a un’esistenza migliore, Salgari li perse, come in gran parte li perse l’Italia. Ma si batté fino all’ultimo respiro. Ogni nuovo libro divenne una sfida mortale: lo scriveva con la sensazione di giocarsi sempre il tutto per tutto, con la consapevolezza di poter soccombere, una volta o l’altra.
In lui straripava lo stesso slancio giovanile che solo i diaristi o i cronisti dell’epopea garibaldina avevano provato a raccontare, un avanzo di tutta quella stagione di sconsiderata intrepidezza di cui doveva essere così imbevuto. Idealismi troppo languidi e ingenui, forse, per metterci le mani. Salgari lo fece con la rabbia di un adolescente che è arrivato tardi a una festa, e ci è rimasto male. Si sente come un rimpianto, il dispiacere di chi ha sprecato malamente la sua giovinezza. Solo pochi anni prima se ne sarebbe stato lì, sullo scoglio di Quarto o sulle barricate di Palermo, con una camicia rossa indosso, a morire per la Repubblica Romana o in una qualunque spedizione, oppure sul ponte di una nave, attraversando gli oceani e i continenti, e invece gli tocca in sorte una vita così mediocre da vivere, e piena di problemi, una vita che ci vuole una forza enorme per sublimarla…
Lo schema narrativo che usò per restituire nella finzione tutta la Storia a cui non aveva fatto in tempo a partecipare è di una semplicità quasi disarmante, niente di più che una decalcomania infantile. Me ne accorsi accostando un giorno per caso il mio album di figurine ai due volumi annotati. Le illustrazioni combaciavano, potevo sovrapporle. Sandokan aveva il viso e le mani da marinaio di Garibaldi: marinaio come lui, i capelli erano gli stessi, lo stesso il dono e il culto del coraggio; la mappa di Mompracem corrispondeva a quella di Caprera, l’isola del buen retiro; Yanez poteva essere Nino Bixio (che andò a morire di colera proprio nell’arcipelago malese, a Sumatra) o anche André Aguyar o István Türr o qualsiasi altro dei luogotenenti del Generale; i tigrotti, naturalmente i Mille; Marianna, la Perla di Labuan, che muore tra le braccia di Sandokan, ricalcava senza ombra di dubbio Anita nelle valli di Comacchio; l’Inghilterra colonialista sostituiva l’impero austro-ungarico, lo straniero oppressore, e sir Brooke il maresciallo Radetzky.
Salgari prese tutta la valigia dei sentimenti popolari che avevano agitato fino a pochi anni prima la nostra penisola e la rovesciò su una carta geografica presa in prestito. È lui il più grande cantore in maschera del Risorgimento. Non fece mai mistero, del resto, di avere modellato su Garibaldi il suo più famoso protagonista. Tutta la sua opera è e una celebrazione dell’eroismo disinteressato di chi aveva combattuto, un tributo alle dissennate imprese mazziniane, al sacrificio di Pisacane, alla chiamata a raccolta a Roma di tutti i ribelli del mondo, nel quarantanove, come accadrà solo nella guerra civile spagnola, un secolo dopo. Eroismi troppo presto repressi e disinnescati dai politici e dai diplomatici, ibernati per sempre nella retorica e nell’agiografia dei manuali o abbandonati all’oblio. Sentimenti buoni solo per un romanzo, che solo in un romanzo potevano continuare a pulsare. Così, mentre l’Italia si muoveva verso Adua, Salgari conduceva solitariamente la sua polemica anticolonialista e antimperialista.

Quando iniziano a uscire, a puntate, Le tigri di Mompracem è il 1883, la stessa data in cui si rilega Pinocchio. I due libri segnano una comune linea anti-don Abbondio. Entrambi inneggiano al coraggio e alla disobbedienza, e rappresentano l’orgoglio di un’altra possibilità, di un altro modo d’essere, una sovversione piratesca della vigliaccheria nazionale e delle altre ingloriose tradizioni di una stirpe di imboscati e di furbi. Sono passati poco più di vent’anni dall’Unità, e anche questo è un intervallo tipicamente italiano. Da noi, la riflessione sulla Storia arriva sempre un poco in ritardo, e spesso mascherata o trasposta; in alcuni casi non arriva mai, o si scopre molto dopo (è un’eccezione la Resistenza di Fenoglio e di Calvino). Come mi ha scritto un amico costretto a emigrare in questo nuovo secolo di spartenze e di uomini desterradi, l’Italia è un paese dov’è impossibile riflettere davvero, prendere coscienza di ciò che si è. Qui l’epica si traduce quasi sempre nella nostalgia di un’occasione perduta.
Salgari è intriso di nostalgia. Ha ancora addosso il gilet del giovane Werther come l’ultimo dei romantici. Per lui, ogni amore è un amore impossibile, e la sigaretta di Yanez dà sempre l’idea di essere l’ultima. Non a caso ama Dumas il mago, Dumas il biografo di Garibaldi e dei Mille, lo scrittore affascinato dall’azione, e non Verne lo scienziato. Ama naturalmente l’Opera e il Melodramma, che molto più del romanzo avevano intercettato i sentimenti risorgimentali (Verdi è una bandiera come nessun scrittore riuscirà ad essere). Sostanzialmente, il generoso mitomane che vive in un modesto appartamento torinese è un visionario, un irregolare, mai accettato dall’ambiente letterario, uno scrittore senza patente, fuori dalle università, un istintivo anarchico e cortese, antiaccademico, antiborghese, antideamicisiano, in definitiva un ingenuo bohémien che viene depredato dalla società e dai suoi meccanismi. È necessario per lui trovare una via di fuga, ma che sia clamorosa, iperbolica ed esagerata come sarebbe il suo carattere se non fosse frenato dalle condizioni. E la via di fuga che inventa è spettacolare: un altro continente, un’altra umanità con cui inscenare i suoi sentimenti. Pagina dopo pagina, un giorno dietro l’altro, Salgari ripopola il mondo di corsari, spadaccini, esploratori, di essenze d’oppio, e frutti tropicali, cibi malesi, “armonium di ebano con la tastiera sfregiata”: tutta la nomenclatura di un universo parallelo.

In realtà, quella dell’esotismo, per Salgari, è una pista sbagliata. In lui l’India non è mai India, e lo stesso discorso vale per la Siberia o per i ghiacci del Polo o per i Caraibi del Corsaro Nero o per l’America del Far-West dei suoi racconti minori. La geografia di Salgari è una geografia trasfigurata. Si può avvicinare allo scenario dei romanzi d’avventura che leggeva Don Chisciotte, alle quinte dell’Orlando furioso o della Gerusalemme liberata, ai fondali dell’Aida o della gazza ladra, al ciclo carolingio dei pupi siciliani. I suoi luoghi sono sempre luoghi immaginati: come tutti sanno, Salgari non li ha mai visitati di persona se non sulle enciclopedie della biblioteca che raggiungeva in tramvia. Il grado delle sue opere è esclusivamente “letterario”. Le sue pagine nascono da altre pagine, sono reportage da altri libri, non da altre terre.
Salgari è un tipo di scrittore puro: la sua fantasia si mette in moto solo attraverso l’incontro con le parole, ma devono essere parole strane, inconsuete, misteriose, parole in corsivo, parole in un’altra lingua. Tutte le sue storie non nascono che da suoni, come le filastrocche. Da un kriss, da un babirussa, dalla voce del ramsinga… i suoi personaggi più compiuti devono forzatamente avere nomi stranieri, altrimenti non prenderebbero mai vita: Tremal-Naik, Kammamuri, Sandokan e il più seducente di tutti: Yanez de Gomera. Particolarmente vicina alla sensibilità moderna, poi, la sua capacità di impastare la vita con la fantasia e di usare soggetti realmente esistiti come James Brooke per i suoi “romanzi con personaggi veri”. Parafrasando Vittorini, si può dire che il Borneo di Salgari “è solo per avventura” Borneo, solo perché il nome Borneo “gli suona meglio del nome Persia o Venezuela”. Contrariamente alle apparenze, Salgari resta uno scrittore profondamente italiano, che parla dell’Italia. Ha solo bisogno di un altro modo di chiamare le cose per riuscire a dirle. Occupa lo stesso posto di un narratore orale in un paese del Sud, di un cuntista con le sue tavole, e la spada di legno, le sue leggende. Ma è comprensibile da tutti che se avesse ambientato i misteri della jungla nera negli Appennini, la saga non avrebbe funzionato. In qualche modo, Salgari fugge dall’Italia come fugge dalla sua vita, la nasconde anche a sé stesso, le muta il nome. Ma è da lì che parte, ed è lì che rincasa.

Stranamente, nelle sue carte geografiche, il Sud America non assume lo stesso peso fantastico dell’Asia, nonostante sia stata la seconda terra di Garibaldi. Eppure proprio in Sudamerica Salgari viene letto e amato forse più che nel resto del mondo. I suoi libri sono sempre nella bisaccia di Ernesto Guevara e negli armadi di molti zii anarchici o rivoluzionari (in un racconto di Paco Ignacio Taibo II, i tigrotti sbarcano a Città del Messico e partecipano agli scontri del Sessantotto; ed è lo stesso Paco Ignacio a scrivere il seguito del ciclo indo-malese). Per tutti loro, messicani, cileni, peruviani, argentini, Salgari è principalmente la rabia, la rabbia, e poi l’avventura, la vendetta, l’amore, e infine la fatica e la disperazione, tutta quanta la vita, a dispetto dei critici letterari che non lo hanno mai amato e dei suoi detrattori.
Ma solo sotto il sole dell’Oriente, al riparo della sua luce che confonde tutte le cose, l’avventura di Salgari si unisce a un discorso più vasto sul destino, ai presagi, ai rischi mortali e alle guarigioni miracolose, alle delusioni storiche, ai drammi già vissuti e a quelli ancora da vivere. L’ombra dell’Asia di Salgari si allunga fino agli indovini di Terzani e al suo ultimo giro di giostra. Perché se in Sudamerica era stato il Che a raccogliere l’eredità salgariana nella pratica della lotta politica e della guerriglia nella foresta, nel nostro emisfero sarà Tiziano Terzani a indossare la giacca bianca del viaggiatore che Salgari aveva soltanto immaginato di essere.
Oggi, rovesciate le tradizionali geografie letterarie e la nozione stessa di esotismo, a cento anni dalla sua tragica fine, mi piace pensare a un Salgari indiano intento a scrivere con furia dell’Italia, divenuto il paese più pittoresco del mondo, e a mostrarci una piccola isola del Mediterraneo dove una banda di pirati libertari continua a condurre la sua resistenza corsara al dominio dei maharajà e dei James Brooke che avvelenano la nostra terra e ci tengono in ostaggio…

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Falsi d’autore: se la storia viene riscritta da wikipedia https://minimaetmoralia.it/interviste/falsi-dautore-se-la-storia-viene-riscritta-da-wikipedia/ https://minimaetmoralia.it/interviste/falsi-dautore-se-la-storia-viene-riscritta-da-wikipedia/#comments Wed, 08 Sep 2010 08:35:49 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=2835 Vi proponiamo una bella e originale intervista uscita per Il Riformista a “17K”, hacker e sabotatore per passione dell’enciclopedia informatica più consultata al mondo.

di Stefano Ciavatta

«Cos’è la storia dopo tutto? La storia sono fatti che finiscono col diventare leggenda; le leggende sono bugie che finiscono col diventare storia.

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Vi proponiamo un’ intervista uscita qualche giorno fa per Il Riformista a “17K”, hacker e sabotatore per passione dell’enciclopedia informatica più consultata al mondo.

«Cos’è la storia dopo tutto? La storia sono fatti che finiscono col diventare leggenda; le leggende sono bugie che finiscono col diventare storia. E la storia la decide chi la scrive. Perché faccio l’attivista su Wikipedia? Perché è divertente. Come barare a carte. Non lo fai per necessità, non vinci nulla. In compenso riesci a piegare l’opinione della più grande enciclopedia del mondo, e farla bere a chi sta più sopra di te. Wikipedia ha dei moderatori molto rigidi e severi. Per costruirti una credibilità ai loro occhi ci metti molto tempo. Cerchi di farteli amici, anche perché non è che li incontri al bar, sei connesso virtualmente, ti scambi qualche mail. La strategia è appoggiarli nelle dure discussioni sui singoli punti delle voci controverse di Wikipedia. Le occasioni non mancano di certo. A quel punto guadagni un po’ di margine per operare sulle cose che ti interessano davvero. Ti sorvegliano meno. Quando riesci a rovesciare tutto, hai vinto».

Giorni fa in una voce della Wikipedia inglese è stato velato il finale di un celebre giallo di Agata Christie, Trappola per topi. Ma i topi su Wikipedia sono molti di più degli otto personaggi della commedia poliziesca. Ci volle un filologo come Lorenzo Valla per dimostrare che la donazione di Costantino era un falso medievale, ricordano sui forum di discussione di Wikipedia: «Ma il mondo con il web va più veloce». Si fa presto a tirare su storie false e a demolirle. A giugno Ségolène Royal è rimasta affascinata dalla storia di Léon-Robert de L’Astran, per Wikipedia un naturalista del Settecento. La sua vita e le opere sembravano perfette per commemorare la giornata nazionale contro lo schiavismo. Invece era tutto falso. Piccoli esempi di come sulla democratica enciclopedia agiscano molti sabotatori della storia umana.

“17K” è uno di questi, e racconta al Riformista come si fa a ingannare una delle fonti del sapere del web. «Iniziamo dai numeri. Wikipedia ha un grosso numero di iscritti. In Inghilterra ci sono tredici 13 milioni di utenti registrati, tra questi 2mila amministratori e 3mila revisori. Ma si può intervenire anche senza essere registrati. Nel giro di tre giorni una tua revisione è moderata. Se è verosimile resta due settimane finché qualche pignolo interviene. Cambi la temperatura piano piano senza cambiare la pressione. E in tre anni hai scritto la tua verità».

Per esempio?
Si può cambiare la storia di Harry Potter fregando la Rowling e settanta milioni di lettori. Harry potter il mezzo sangue, il penultimo libro ha già 8mila modifiche sul suo wiki. Ho studiato attentamente tutto quello che sta scritto in rete, e fatto l’esegesi come con la Bibbia, delle interviste della Rowling, usandole e rimontandole. Per me Harry Potter non è l’eletto. La Rowling ci ha preso in giro. L’eletto è lo sfigato Paciok. Sto costruendo la sua rivincita. Ho riscritto alcuni punti chiave del libro, e ho mandato in giro in rete la storia modificata. Poi ho spinto la cosa sui forum e su Wikipedia, dove opero costantemente. Cito una frase della Rowling che mi dà perfino ragione! Mancano sei mesi dal nuovo film e devo sbrigarmi. Chissà di non riuscire a far morire Harry Potter.

Quali sono i wiki più controversi e gli ambiti meno sorvegliati?
Michael Jackson ha 26mila revisioni, il global warming 28mila, Sarah Palin 27mila e sappiamo che è stata beccata per questo in campagna elettorale. G. W. Bush ne ha 44mila. Qualcuno ha seriamente ipotizzato che fosse discendente di tedeschi e quindi nazista. Ci sono discussioni enormi sulle pagine di Gesù, la Striscia di Gaza, su Adolf Hitler. La pagina della Chiesa cattolica ha tante revisioni come quella di Barack Obama, riscritta ventimila volte. Maometto, il Barcellona ed Elvis Presley hanno gli stessi numeri: come fai a notare discrepanze nel numero degli interventi e a metterti in allarme? Le aziende costruiscono pagine quasi agiografiche. La Coca Cola sembra che distilli sangue dei santi. McDonald’s fa ovunque attività sociale. Troppi i messaggi contingenti, e magari comprati. L’ambito scientifico non è attendibile: tutto viene scritto senza controllo e tutto viene censurato a scanso di equivoci. Le riviste di settore hanno i loro sistemi interni per far circolare gli articoli. Quindi c’è campo libero su Wikipedia. Di attivisti ce ne sono una marea, ma su Internet passa il valore medio delle cose. Wikipedia ha una reputazione massima su Google. Però, per sua furbizia, Google sull’argomento X non va mai a tirare fuori roba fresca da Wikipedia, sta attento alle voci controverse e delicate. Stanno lì a controllare tutto il giorno.

La Storia?
Il revisionismo è un processo lento. Ci sono ambiti dove invece è richiesta rapidità di esecuzione come la finanza. Sulla chat room di Yahoo Finanza è stato postato un articolo di Bloomberg fabbricato ex novo, dedicato alla società PairGain. Le azioni sono subito salite. Ricordi le bombe di Oklahoma City nel 1995? Qualcuno ha messo in giro dei finti spot di America Online (Aol) dove vendevano magliette che inneggiavano alle bombe. Su Wikipedia la Sony ha modificato l’articolo di Halo 3, il videogioco che però gira su Xbox. Sony ha aggiunto che «comunque sia, Halo 3 non sarà migliore di Halo 2». Lo sappiamo perché l’indirizzo IP appartiene alla Sony. Sempre in campo dell’entertainment, un dirigente della Electronic Arts ha cercato di rimuovere dal wiki un membro storico della società che aveva poi dato problemi.

Quindi Wikipedia non è autorevole?
Le principali fonti di sapere internettiano sono tre: Google, Dmoz e Wikipedia. Google si basa sulle ultime due, che non sono autorevoli. Il sistema è fallato se vogliamo cercare una verità. Io opero dentro queste tre scatole, mi sento a metà tra un archeologo, un truffatore e un santone. Spesso aggiungo cose che nemmeno vorrei, in posti dove non potrei, con contenuti che non dovrei. Le bugie non sono fini a se stesse, sono un comportamento strategico, e me le passano. Tramo su Wikipedia, modificando sottigliezze per insinuare posizioni, aggiungendo con attenzione dicerie per trasformarle pian piano in verità, con modifiche successive. Costruisco anche finte fonti da citare, riarrangiando ed estrapolando parole altrui, pubblicandole da qualche parte. E alla fine, una volta sedimentate, nessuno più le tocca, assurgendole a verità. Non sono un ipocrita, ammetto di fare quel che ogni pubblicitario fa: inventare balle. Solo che le metto in posti dove non ti aspetti, in maniera efficace.

Cosa è Dmoz?
Dmoz è una directory che categorizza a mano siti di qualità dagli albori di internet: prima dell’avvento di Google, esisteva solo la zappa e i calli alle mani per catalogare. È come una fortezza nel deserto. Entrare come editore è difficile: devi sottoporti a un piccolo test iniziale, che scarta praticamente chiunque. Il compito di dmoz in effetti è quello di catalogare più siti di qualità possibile, non di cercare verità. Di metterli nel posto giusto e magari scartare un sito vecchio se il nuovo è migliore. Nessuno, in effetti, va a controllare nel dettaglio, sarebbe un lavoro titanico. Ma Dmoz cataloga forse lo 0,2 per cento della rete, troppo poco. Wikipedia è l’esatto opposto di Dmoz.

Il limite vero di Wikipedia?
Citare le fonti. Puoi modificare tutto, anche quelle. Il moderatore non è un investigatore, né un giornalista che è costretto a metterci la firma. Io ho ricostruito pagine intere di quotidiani internazionali. Nonostante Wikipedia sia per me il sito dove puoi farti un’idea di cosa è lo scibile umano e di quanto si possa fare per il mondo lavorando insieme e gratis, so che Wikipedia non è autorevole perché prende comunque delle posizioni, anche se in divenire.

E il famoso neutral point of view, il punto di vista neutrale?
Ecco, il N.p.o.v. è dramma per un wikipediano. Perché viviamo nell’oggi, e scrivere dell’oggi fornisce sicuramente una versione parziale. Generalmente quando c’è un tema caldo, tutti si precipitano a dire la loro aggiungendo dettagli non enciclopedici. I moderatori lavorano tanto, bloccano la voce, alla fine il momento clou passa e resta un casotto che prima o poi qualcuno sistemerà.

Eppure Google dà molta importanza a Wikipedia, tanto che numerose ricerche portano prima di tutto, anche prima delle news, a un wiki.
Google è lo specchio di Internet. Tutte le pagine che Google non ha ancora visitato, quelle che risiedono sepolte dopo la millesima posizione tra i risultati, quelle che ha indicizzato male, è come se non esistessero. Wikipedia in questo senso è tutto ciò che Google desidera per colmare le sue lacune.

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