Pixies Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/pixies/ un blog di approfondimento culturale Thu, 29 Sep 2016 11:13:49 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Pixies Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/pixies/ 32 32 I ventincinque anni di Nevermind https://minimaetmoralia.it/musica/i-ventincinque-anni-di-nevermind/ https://minimaetmoralia.it/musica/i-ventincinque-anni-di-nevermind/#comments Thu, 29 Sep 2016 12:30:31 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=32146 Qualche giorno fa Nevermind ha compiuto 25 anni. Questo pezzo (uscito sull'Unità, che ringraziamo) ricorda il disco dei Nirvana.

Il grunge, la musica di Seattle che si sviluppa a cavallo tra gli anni ottanta e i novanta all’insegna del suono di chitarra e di una forma canzone di stampo tradizionale, mescolando (in differenti dosi a seconda dei casi) l’hard rock anni ’70, il punk, il noise, l’heavy metal, l’alternative rock e il pop, ha il suo manifesto in un disco uscito 25 anni fa. Nevermind dei Nirvana, infatti, basta da solo a spiegare le dinamiche su cui si tiene l’intero movimento musicale.

Seattle si avvia a diventare una città prospera, al centro del boom che negli anni novanta ruota attorno alle nuove tecnologie; la Microsoft ha funzionato come catalizzatore per la creazione di un esteso regno industriale, e le risacche di malcontento giovanile, successive alla crisi economica degli anni ottanta, vibrano di una rabbia subito depurata del suo lato distruttivo: per quanto verace il sentimento che ne è alla base, il grunge viene immesso all’interno di un ciclo produttivo e diventa brand non appena esce allo scoperto, col video di Smells like teen Spirit.

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Qualche giorno fa Nevermind ha compiuto 25 anni. Questo pezzo (uscito sull’Unità, che ringraziamo) ricorda il disco dei Nirvana.

Il grunge, la musica di Seattle che si sviluppa a cavallo tra gli anni ottanta e i novanta all’insegna del suono di chitarra e di una forma canzone di stampo tradizionale, mescolando (in differenti dosi a seconda dei casi) l’hard rock anni ’70, il punk, il noise, l’heavy metal, l’alternative rock e il pop, ha il suo manifesto in un disco uscito 25 anni fa. Nevermind dei Nirvana, infatti, basta da solo a spiegare le dinamiche su cui si tiene l’intero movimento musicale.

Seattle si avvia a diventare una città prospera, al centro del boom che negli anni novanta ruota attorno alle nuove tecnologie; la Microsoft ha funzionato come catalizzatore per la creazione di un esteso regno industriale, e le risacche di malcontento giovanile, successive alla crisi economica degli anni ottanta, vibrano di una rabbia subito depurata del suo lato distruttivo: per quanto verace il sentimento che ne è alla base, il grunge viene immesso all’interno di un ciclo produttivo e diventa brand non appena esce allo scoperto, col video di Smells like teen Spirit.

Il malessere che informa tutta la musica di Seattle nasce in un certo senso già filtrato ed edulcorato, messo al servizio del business per macinare vendite multimilionarie e ottenere un airplay costante, oltre che su MTV (il video viene passato con una frequenza inusitata), nelle camere degli adolescenti. L’irruenza della musica viene incanalata sui binari di un nihilismo innocuo per la società; non c’è nessun cambiamento, nessuna rivoluzione, nessun attivismo nel grunge, piuttosto la sensazione che tutte queste istanze siano ormai andate perse: e per questo, paradossalmente, una musica autodistruttiva come quella di Seattle diventa perfettamente funzionale all’America conservatrice di George H. W. Bush.

Non solo; probabilmente il motivo della sua diffusione a livello planetario dipende proprio dal suo rinunciare a qualsiasi velleità di relazionarsi al contesto storico, puro e semplice paradigma di un rifiuto astratto e generalizzato verso le cose, come può esserlo quello che caratterizza la crescita psichica di qualsiasi giovane: buono per un 14enne americano così come per un suo coetaneo europeo.

Tutto ciò si rivela lesivo per alcuni artisti che fanno parte della scena (quelli che finiranno per orientare contro se stessi quella violenza senza sbocchi), ma allo stesso tempo dà la stura a una serie di epigoni, gruppi finto grunge, band che riadattano il loro suono per sfruttare l’appeal di un genere che alla resa dei conti avrà vissuto solo qualche anno di gloria commerciale, prima di sprofondare nel dimenticatoio delle musiche obsolete.

La storia di Nevermind è nota a chiunque: il disco stampato in poche decine di migliaia di copie; il successo, straordinario e inaspettato, che tramuta Kurt Cobain nel refrattario portavoce di un’intera generazione; la narrazione agiografica che ne deriva, tutta improntata sulla vita del frontman. E se è vero che il grunge si regge sul paradosso di essere musica dell’autodistruzione ma al tempo stesso perfettamente integrata al sistema, questa dicotomia prende forma nel disco in una specie di dissonanza cognitiva.

La tipica alternanza di parti quiete e momenti strillati all’interno dei brani, che in band come i The Pixies (ai quali i Nirvana si ispirano) costituisce una geniale trovata formale, diventa ora il sinonimo della condizione dell’individuo incastrato in una gabbia; i testi, che dovrebbero (secondo la vulgata popolare) esprimere lo spirito adolescenziale del tempo, sono un miscuglio di nonsense e involuta introspezione volti a cogliere non la realtà, ma la suggestione di una realtà a cui non si può (o non si vuole) avere accesso; la stessa valutazione che il gruppo fa delle proprie canzoni è dicotomica: alla fine del lavoro svolto con Butch Vig alla console, non completamente soddisfatti del risultato finale, la band e il loro stesso produttore chiedono ad Andy Wallace di mettere mano ai mix.

Lo stesso Vig afferma che Cobain si fosse detto entusiasta del prodotto ottenuto in seguito a quell’intervento. Ma qualche tempo dopo il gruppo si dichiara insoddisfatto del suono “troppo pulito” dell’album: Cobain arriva a dire che Nevermind suona imbarazzante: “più vicino ai Motley Crue che ad un disco punk”.

Perfino la canzone più famosa dell’album si basa su un disguido: Kathleen Hanna, la cantante delle Bikini Kill, aveva scritto con la vernice spray la frase “Smells like teen Spirit” sulla parete della camera da letto di Cobain, il riferimento era a una nota marca di deodoranti usata all’epoca, il Teen Spirit. Equivocando il significato di quel messaggio, pensando si riferisse alla loro conversazione su punk e anarchia avuta la sera prima, Cobain elabora un testo istintivo: una specie di flusso di coscienza. Per terminare la catena dei fraintendimenti, la critica musicale lo prende come un brano dalla lucida visione generazionale.

Un’altra contraddizione su cui si regge Nervermind, e il grunge tutto, è il suo dare voce alla nuova musica del momento tramite la riappropriazione di codici vecchi. Nel dna dei Nirvana, diversamente da altre band di Seattle affascinate dall’aspetto più virtuosistico di certo rock anni ’70 (si pensi ai lunghissimi assoli dei Pearl Jam), o dalla muscolarità dell’heavy metal (i primi Soundgarden e Alice in Chains), sono evidenti influenze più “appetibili”.

Cobain non è immune al fascino di rockstar come David Bowie e John Lennon, e la sua cifra melodica lascia trasparire una ricerca in tal senso; così come influisce su di lui la lezione dell’alternative rock più “arty” e abrasivo (dai sopra citati The Pixies ai Sonic Youth) ma anche di quello più impressionista (i R.E.M.), Se, quindi, il suono di Nevermind si apre a influenze più disparate e ad un respiro più pop di molti altri dischi usciti nello stesso periodo, allo stesso tempo non rappresenta nulla di lontanamente innovativo: la famosa Smells like Teen Spirit contiene, per esempio, (a detta dello stesso Dave Grohl che l’ha ideato) il riadattamento di uno storico riff dei Boston; la quasi altrettanto celebre Come as you are è costruita sul riff, rallentato, della canzone Eighties dei Killing Joke.

Poco male; ciò che eleva l’album dal cliché è il modo in cui queste canzoni vengono eseguite: la visceralità, il trasporto e l’adesione totale che trapelano dai solchi del disco, rendendolo autentico. Una pietra miliare basata sulle contraddizioni, collocata in una terra di mezzo, come ha dichiarato il bassista dei Nirvana Krist Novoselic citando un verso dalla canzone In Bloom: “He’s the one who likes all our pretty songs (Lui è quello a cui piacciono tutte le nostre canzoni carine)”. “Nevermind è questo – ha detto – è pop. Semplicemente ha delle chitarre pesanti. Un disco leggermente decentrato, ma pur sempre in relazione a un centro”.

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Il potere del Glamour https://minimaetmoralia.it/societa/il-potere-del-glamour/ https://minimaetmoralia.it/societa/il-potere-del-glamour/#comments Tue, 25 Feb 2014 10:25:05 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18884 Questo pezzo è uscito sull'ultimo numero di IL, il magazine del Sole 24 Ore.

La posizione giusta sul glamour è che è sbagliato. Sono costretto a dirlo: appartengo a due categorie sociali e di mercato che escono dalla fabbrica con "Impostazioni – Glamour: sbagliato". 1) Sono un intellettuale borghese italiano; 2) sono stato adolescente negli anni Novanta.

La seconda categoria ha per principali significanti i capelli sporchi di Kurt Cobain, l'acuto tamarro di Chris Cornell e la musica priva di fascino ma ricca di rabbia e moralità dei Pearl Jam. Il grunge portò, secondo il mercato e il mondo di MTV/Videomusic da cui la mia generazione è stata educata, il ritorno del rock no-nonsense sulla scena musicale e nel costume. L'aristocratica intensa sporcizia chitarristica di Sonic Youth, Pixies, Dinosaur Jr., che aveva tenuto in vita la controcultura americana negli anni Ottanta di tastiere, giacche argentate e sassofoni, arrivava nel mainstream grazie ai Nirvana.

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Questo pezzo è uscito sull’ultimo numero di IL, il magazine del Sole 24 Ore. (Immagine: una scena della Grande bellezza di Paolo Sorrentino.)

La posizione giusta sul glamour è che è sbagliato. Sono costretto a dirlo: appartengo a due categorie sociali e di mercato che escono dalla fabbrica con “Impostazioni – Glamour: sbagliato”. 1) Sono un intellettuale borghese italiano; 2) sono stato adolescente negli anni Novanta.

La seconda categoria ha per principali significanti i capelli sporchi di Kurt Cobain, l’acuto tamarro di Chris Cornell e la musica priva di fascino ma ricca di rabbia e moralità dei Pearl Jam. Il grunge portò, secondo il mercato e il mondo di MTV/Videomusic da cui la mia generazione è stata educata, il ritorno del rock no-nonsense sulla scena musicale e nel costume. L’aristocratica intensa sporcizia chitarristica di Sonic Youth, Pixies, Dinosaur Jr., che aveva tenuto in vita la controcultura americana negli anni Ottanta di tastiere, giacche argentate e sassofoni, arrivava nel mainstream grazie ai Nirvana.

Era una musica tutta sostanza: bisognava rifiutare le apparenze. (Da grandi poi, leggendo le storie orali del punk e della new wave e della no wave avremmo scoperto che gli antenati rumorosi del grunge erano in realtà devotissimi all’estetica, alla scena, al glamour, alla superficie. Kim Gordon dei Sonic Youth fa la stilista e suona musica sperimentale alle sfilate di moda altrui. Ma la storia venne raccontata così: gli anni Novanta avevano sostanza perché ereditavano tutto il buono e il sostanziale della controcultura occidentale. Se ti ispiravi ai Clash non era perché erano stati dei gagà perfettamente vestiti e con una collezione di dischi raffinata, ma solo perché erano stati Giusti: Joe Strummer era un Che, ma Paul Simonon era l’uomo più elegante d’Inghilterra).

L’altra categoria cui appartengo, quella dell’intellettuale borghese italiano, ha tra i suoi principi l’idea che l’immagine è sovrastruttura e fumo negli occhi: l’intellettuale guarda attraverso la patina della società dello spettacolo, ne decostruisce a dovere i meccanismi, fa l’analisi e demistifica. Una dimostrazione recente è la reazione compatta di quasi tutti gli intellettuali che conosco contro La grande bellezza di Sorrentino: cosa sta cercando di fare, Sorrentino? Di crearsi una mistica? La grande bellezza è un film falso (io sono talmente pronto ad accettare questo punto di vista che ho preferito non vedere il film per evitare le dissonanze cognitive e rimanere fedele al mio demographic), che non racconta la vera Roma, che usa Servillo come passepartout, come la mozzarella nei piatti estivi; il film è confezionato per i turisti, può piacere solo a loro, è una cartolina, non contiene immagini forti.

Sorrentino, al di là del merito, è un regista italiano conosciuto all’estero. L’intellettuale borghese italiano vorrebbe essere sicuro al cento per cento che Sorrentino non sia un autore sbagliato prima di affidarlo alle sensibilità di altri Paesi europei o degli americani. Noi non ci dormiamo la notte all’idea che i nostri amici inglesi o americani escano emozionati da un film che in realtà… in realtà… non so neanche come spiegartelo, my friend, Sorrentino lavora di menzogna a un livello così profondo che… sai, The Great Beauty, ok, ma don’t trust Sorrentino, vi supplico non fatelo diventare un mito.

L’intellettuale borghese italiano come me crede che parlando di Sorrentino stia parlando di film, di opere, ma non è così: la cosa che l’int. bor. it. non accetta è che esista un autore che affascina pubblici stranieri a cui non possiamo andare a dire: «Non fidatevi di lui, è un bignamino del cinema, non c’è un’idea…».

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