PJ Harvey Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/pj-harvey/ un blog di approfondimento culturale Sat, 05 Apr 2014 09:40:53 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg PJ Harvey Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/pj-harvey/ 32 32 Tre cose su Kurt Cobain, vent’anni dopo https://minimaetmoralia.it/musica/kurt-cobain/ https://minimaetmoralia.it/musica/kurt-cobain/#comments Sat, 05 Apr 2014 09:40:53 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19793 Il 5 aprile 1994 moriva Kurt Cobain. Lo ricordiamo con un ritratto di Liborio Conca.

Si trasforma in un teppista del rock’n roll

In un pezzo scritto nell’ottobre del 1966, Luciano Bianciardi racconta del tour italiano di Jack Kerouac: era reduce da una «sbornia transoceanica», a Londra dovettero portarlo da un aereo all’altro in ambulanza. Nell’albergo milanese che lo ospita riesce a nascondere una bottiglia di whisky nel bagno – quando gli assistenti la scoprono, ne versano il contenuto nel lavandino. «Ma una bottiglia Jack la trova sempre», scrive Bianciardi, che poi si meraviglia di come in un’intervista televisiva trasmessa più tardi «l’Omero della generazione perduta e sbatacchiata» appaia invece ripulito.

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Il 5 aprile 1994 moriva Kurt Cobain. Lo ricordiamo con un ritratto di Liborio Conca.

Si trasforma in un teppista del rock’n roll

In un pezzo scritto nell’ottobre del 1966, Luciano Bianciardi racconta del tour italiano di Jack Kerouac: era reduce da una «sbornia transoceanica», a Londra dovettero portarlo da un aereo all’altro in ambulanza. Nell’albergo milanese che lo ospita riesce a nascondere una bottiglia di whisky nel bagno – quando gli assistenti la scoprono, ne versano il contenuto nel lavandino. «Ma una bottiglia Jack la trova sempre», scrive Bianciardi, che poi si meraviglia di come in un’intervista televisiva trasmessa più tardi «l’Omero della generazione perduta e sbatacchiata» appaia invece ripulito.

Kurt Cobain amava gli autori beat, ma quello che preferiva tra di loro era William Burroughs: si ispirava alla sua scrittura, ne riprendeva il nervosismo e i tic narrativi e l’immaginario underground[1]. Come Kerouac, però, è diventato (quello che si dice) l’icona di una generazione. Saltiamo a piè pari la controversia “suo malgrado” vs “furbastro in cerca di fama”, fermandoci sul fatto in sé, incontrovertibile: Kurt Cobain è un’icona, per giunta (così, a naso) l’ultima venuta dal mondo del rock[2]. Il perché (sia un’icona) è una cosa difficile da calcolare: si potrebbero sommare il numero di dischi venduti, il numero di ragazzi con la maglietta dei Nirvana che abbiamo incontrato in giro, la potenza con cui ha riempito un immaginario, le volte in cui Mtv ha trasmesso il video di «Smells like teen spirit», e così via. Ma non basterebbe[3], c’è bisogno di aggiungere qualcos’altro per arrivare al quoziente giusto… Quando si sparge la notizia del suicidio di Cobain, Seattle diventa un luogo di pellegrinaggio per i fan. Una ragazza lascia questo messaggio davanti alla villa di Lake Washington: «Oggi è difficile essere giovani. Lui ha contribuito a far capire alla gente le nostre difficoltà». Ecco, forse è questo[4], forse è il fatto che per assolvere a questa funzione bastava la semplice vocalità di Cobain, prima ancora delle canzoni.

Le leggi di quel posto avevano gli artigli

Sono i primi giorni di aprile del 1994, Kurt Cobain si toglie la vita. Lascia una lettera, una moglie, una figlia, due compagni di band e una schiera di fan che adorano le sue canzoni. Courtney Love, sua moglie, disse che il disco che ritrovò sul piatto, l’ultimo ascoltato da Kurt Cobain, era «Automatic for the people» dei Rem[5].

Nella lettera d’addio Kurt scrive ai fan e alla famiglia. Ai primi dice «non posso più imbrogliarvi, non sento più l’effetto dell’urlo della folla, non è come era per Freddie Mercury, a lui la folla lo inebriava, ne ritraeva energia e io l’ho sempre invidiato per questo». Ora, se c’è una band più lontana dal mondo da cui provenivano i Nirvana (quello del rock indipendente, del suono sporco, di un certo nichilismo), ecco i Queen. Una delle questioni che evidentemente mandava in tilt Kurt Cobain era il solco tra il voler essere una rockstar di successo, volontà di cui si trova traccia nei suoi diari e nelle interviste, e l’esserlo diventato. Scrive nel diario: «Spero di morire prima di trasformarmi in Pete Townshend». Gli piacevano i Melvins e Daniel Johnston, ma anche i Beatles, i Fleetwod Mac e persino gli Knack.

Con Mtv e la grande stampa americana coltivava un rapporto di amore-odio viscerale. Dice nel 1989, alla vigilia di «Nevermind»: «Puntiamo costantemente verso la semplicità e una miglior scrittura[6]». Detto fatto, ecco «Come as you are» e compagnia. E poi la tossicodipendenza. Secondo Krist Novoselic[7], Cobain provò l’eroina nel 1986 e ne divenne dipendente dal 1991. Cobain diceva che gli alleviava i cronici dolori allo stomaco di cui soffriva; ma col tempo capì di essere finito nel fondo d’un pozzo. Scrive: «Che lo si voglia ammettere o no, l’uso della droga è una fuga. Una persona può aver passato mesi, anni a cercare aiuto, ma il tempo che passi a cercare l’aiuto giusto non è nulla a confronto del numero di anni necessario a uscire completamente dalla droga».

Frances Farmer Will Have Her Revenge on Seattle

L’ultima performance dei Nirvana in uno studio televisivo va in scena su Raitre, a «Tunnel», il programma condotto da Serena Dandini registrato a Roma. A un certo punto, per una gag, arriva sul palco Corrado Guzzanti nei panni di Lorenzo… Cobain è da tutt’altra parte, Novoselic è l’unico che gli dà un po’ di corda. Suonano «Serve the servants» e «Dumb», dal loro terzo e ultimo disco, «In Utero». La prima canzone inizia così: «Teenage angst has paid off well, Now I’m old and bored». Dopo «Tunnel», i Nirvana suonano a Milano, in Slovenia e a Berlino; ma prima di tornare negli Stati Uniti, Kurt Cobain si concede qualche giorno a Roma con sua moglie. Cobain era rimasto colpito da Roma tutte le volte in cui ci era stato, il che è sorprendente almeno quanto la citazione di Freddie Mercury nella lettera d’addio[8]. Ma le cose girano velocemente verso il peggio.

Nella notte tra il 3 e il 4 marzo finisce in ospedale, all’Umberto I, per un avvelenamento da farmaci e alcol. Roipnol, morfina, ipnotici, champagne. Il Corriere della Sera presenta i Nirvana così: «È  agghiacciante, fra gli altri, il testo di “Rap me[9]” che si ispira alla famigerata “pulizia etnica” della ex Jugoslavia: “Stuprami amico mio, stuprami ancora, non sono l’ unica, odiami e fallo, fallo ancora ed ancora sprecami e gustami amico mio”[10]». Segue elenco delle “rockstar maledette”. E La Stampa: «Kurt Cobain probabilmente ce la farà, nonostante abbia tentato di onorare al meglio la sua missione: anche lui ha ventisette anni, la stessa età che avevano Janis, Jimi e Jim quando “irruppero all’altra parte”. Ma è difficile sostenere che, ingerendo qualche grammo di Roipnol in più, sarebbe passato direttamente dal secondo disco[11] al mito[12]». Un teorema: ti ammazzi, diventi mito, e pazienza se per Layne Staley e Mark Linkous[13] non è andata così.

Vent’anni dopo, si cerca ancora l’erede dei Nirvana[14]. L’erede di Kurt, invece, c’è, si chiama Frances Bean Cobain, ha 21 anni, è sempre più coinvolta nell’amministrazione dei diritti discografici del padre. E le piacciono Pj Harvey e i Jesus and Mary Chain e Jeff Buckley, ma anche gli Oasis.

 

 


[1] I due incisero assieme un brano, «The priest they called him»: Cobain lacera la chitarra, Burroughs legge una sua storia, ehm, natalizia, protagonisti un tossico e un sacerdote. Cobain gli chiese anche di recitare nel video di «Heart-Shaped Box».

[2] Colpa (se mai è una colpa) dell’avvento del hiphop, della polverizzazione dei generi, dell’avvento di internet, dell’esaurimento di una formula? Fate voi.

[3] E poi ci sarebbe sempre qualcuno pronto a dire che “i Nirvana sono sopravvalutati”.

[4] Alla ragazza rispose Andy Rooney (una specie di Giuliano Ferrara americano, a prima vista), conduttore per la CBS del programma “60 minuti”. Disse: «Asciuga quelle lacrime, cara. Mi si stringe il cuore a vederti così. Mi piacerebbe alleviare il tuo dolore, scambiando la mia età con la tua».

[5] Cobain amava i Rem, è cosa nota. In tutti i what if immaginati per un Cobain ancora in vita, a un certo punto compare la collaborazione con Michael Stipe. E davvero sarebbe stato probabile. In un frammento del suo diario, Cobain scrive: «I Nirvana non sanno se essere punk o Rem».

[6] Nella stessa intervista manda a quel paese il saccentissimo (e attualmente intoccabile) critico rock Simon Reynolds.

[7] Il bassista dei Nirvana, cresciuto con Cobain ad Aberdeen. Adesso sta prendendo una laurea in scienze sociali e fa politica attiva. Gli capita di suonare ancora con Dave Grohl, batterista dei Nirvana e leader dei Foo Fighters.

[8] Mi sembra che non esista una città più lontana dall’immaginario grunge di Roma.

[9] Sic.

[10] Mario Luzzatto Fegiz, Corriere della Sera, 5 marzo 1994.

[11] Sic again. D’accordo, non esisteva ancora Wikipedia, ma bastava andare in una Ricordi, o al massimo sfogliare uno di quei cataloghi Nannucci. O chiedere al caporedattore.

[12] Maria Corbi, La Stampa, 5 marzo 1994,

[13] Cara Maria Corbi, ascolta «Sad and Beautiful World», poi ne riparliamo.

[14] No, non erano i Puddle of Mudd, né gli Staind.

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#ScatolaNera 2: Aimee Bender conversa con Alice Sebold https://minimaetmoralia.it/scrittura/scatolanera-2-aimee-bender-alice-sebold/ https://minimaetmoralia.it/scrittura/scatolanera-2-aimee-bender-alice-sebold/#comments Sat, 01 Dec 2012 15:37:20 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=11797 Questo pezzo è uscito sul sito di minimum fax nel 2002. Traduzione di Damiano Abeni e Martina Testa.

Aimee Bender: Va bene, cominciamo dalla struttura. Una volta abbiamo discusso a lungo della struttura “a tela di ragno”. In questo periodo stai scrivendo il tuo romanzo. Una volta mi hai detto che cercare parole nel dizionario è un metodo che trovi del tutto utile e condivisibile, se aiuta lo scrittore a partire di slancio. Anch’io ne sono convinta. Secondo te qual è il modo naturale in cui funziona la struttura di un romanzo?

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Questo pezzo è uscito sul sito di minimum fax nel 2002. Traduzione di Damiano Abeni e Martina Testa.

Aimee Bender: Va bene, cominciamo dalla struttura. Una volta abbiamo discusso a lungo della struttura “a tela di ragno”. In questo periodo stai scrivendo il tuo romanzo. Una volta mi hai detto che cercare parole nel dizionario è un metodo che trovi del tutto utile e condivisibile, se aiuta lo scrittore a partire di slancio. Anch’io ne sono convinta. Secondo te qual è il modo naturale in cui funziona la struttura di un romanzo?

Alice Sebold: Di fatto credo che qualsiasi cosa riesca a essere di stimolo alla scrittura sia una buona cosa, che in quest’ambito non si debba essere troppo severi con se stessi. Mi ci è voluto un bel po’ di tempo per imparare a distinguere tra “quello che andrebbe fatto” nella vita e i “permessi” che ogni tanto ci possiamo prendere. Un esempio potrebbe essere un elenco di grandi autori già morti rispetto a una scatola di pastelli a cera. Certo, pensavo una volta, una vera scrittrice dovrebbe leggere quegli autori defunti e dovrebbe sforzarsi di capirli: capendo loro avrei poi capito come scrivere un romanzo mio. Non che questo sia del tutto falso. Ma… la scatola di pastelli a cera è un fattore liberatorio, e anche quella mi aiuta a strutturare la narrazione. Mi permette di pensare alle cose in un modo più visivo e meno ossessionato dalle parole.

Ho un enorme disegno di una ragnatela verde, e alcuni dei poligoni della ragnatela sono riempiti da colori diversi. Rappresentano le parti del romanzo che ho finito. C’è un che di molto gratificante nel colorare uno di quei poligoni color fiordaliso e poi uno lontano dal primo color giallo ranuncolo. Mentre mi stavo convincendo dell’idea della struttura a tela di ragno ho deciso di sottopormi all’esercizio dell’“andrebbe fatto”, vale a dire documentarmi sui vari tipi di ragnatela e via dicendo e, dato che era stata l’allegra libertà della struttura a tela di ragno ad attirarmi in quell’esercizio, mi piaceva molto fare le letture che rientravano nell’“andrebbe fatto”. In pratica arrivo a elaborare una struttura tenendomi con una mano ben aggrappata ai grandi defunti mentre l’altra la porgo ai miei amici ragni. Ma mi interessa sapere qual è il tuo modo di arrivare a una struttura. Pare che la struttura tenda a mantenersi fortemente “segreta” agli scrittori. Com’è che ti si è rivelata? Hai scritto Un segno invisibile e mio sentendoti libera dai vari “andrebbe fatto”? E in caso contrario, come sei riuscita a prenderli a calci in culo?

AB: Mi piace quello che hai detto, i morti in una mano, i ragni nell’altra. Che bella squadra, così semplice e ben assortita. Jay Gummerman, uno scrittore che insegna all’UCI, una volta ha detto che “nella natura c’è struttura”, e questa frase me la sono sempre portata in tasca perché mi aiutasse ogni volta che ci pensavo. Mi pareva così vera, guardando gli alberi, le vene, i sassi… Non sono stati progettati da nessuno. E allora perché preoccuparsi che il cervello non sia in grado di produrre anche lui una struttura mentre crea qualcosa? Nel caso di Un segno invisibile e mio, all’inizio continuavo a pensare che dovevo elaborare un progetto preciso, ma non ha funzionato – come ben sai – poi per sei mesi mi sono persa dietro a un’altra idea, quella di John Gardner, secondo cui lo scrittore dovrebbe sapere quello che il personaggio vuole davvero. Pensavo e ripensavo: Cos’è che vuole Mona? E questo mi distraeva completamente, finché a un certo punto mi sono detta: Se Mona è vera e viva, vorrà delle cose. Ma non voglio darle qualcosa da volere, come fosse un puntello per tenerla in piedi. John Gardner è un grande saggio, ma in quel momento avevo bisogno di più scatole di pastelli a cera. Di più scioltezza. Ho scoperto che per il personaggio di Mona quel suo smettere tutto, il non volere, costituiva una forza immensa. Di che tipi di strutture a ragnatela hai letto?

AS: “Nella natura c’è struttura”. Grande Gummerman! Sono diventata una maniaca di ragni e insetti e ho scoperto che ci sono ragni “a botola” e ragni “granchio” e ragni “cardinali”… ce n’è un’infinità. E oltretutto, questi ragni costruiscono diversi tipi di ragnatele, da quella “a lenzuolo” a quella “a imbuto”, a quella a cui penso più spontaneamente, che viene chiamata “a stella” e che nel mondo dei ragni riceve… così tanta attenzione dai media. Un effetto collaterale di tutto questo è stato che il bambino protagonista del mio romanzo ha sviluppato una predisposizione alla coltivazione delle verdure. È ovvio che quando uno strappa via il ragionamento trova il percorso naturale. Certo, a volte è un percorso del cavolo ma è lì che entra in gioco la ragnatela dell’editing e, be’ sì, anche del cestino della carta straccia. Una frase che mi è rimasta dentro per anni e che mi ha aiutato molto è una cosa che Patricia Hampl ha detto a proposito della parte antica di Praga: “La sua bellezza sta nel suo disfacimento”. E d’un tratto l’idea della lunghezza costante dei capitoli, oppure domande come “qual è la posta in gioco per il personaggio, in questa scena?” non hanno più tutto quell’accidenti di peso che avevano prima. Quando guardi uno stagno di pesci rossi sono belli tutti, ma in fondo tutti e nessuno, perché sono uniformi. In questo senso perfino il mostruoso è bello, e lo si dovrebbe accettare. Se non lo si fa nell’arte… allora dove? Ma adesso passiamo a qualche domanda più specifica. Cosa o chi l’ha influenzata, signorina Bender?

AB: Bella la ragnatela “cestino-della-carta-straccia”! Proprio ieri ho buttato via un bel po’ delle moltissime versioni provvisorie che avevo via via stampato: ho ammazzato un mucchio di alberi. Caspita! Mi piace un sacco quella citazione da Patricia Hampl, mi pare intimamente vero che ci sia un certo grado di disfacimento in tutte le persone, e in questo c’è pathos e bellezza e tristezza e felicità. Influenze! Senti un po’: Italo Calvino, García Márquez, Arundhati Roy, Sylvia Plath, Jane Siberry, Kate Bush, PJ Harvey, Lynda Barry, Bobby McFerrin, Pina Bausch, Alexander Calder, Norton Juster, le favole, Jane Campion, Mike Leigh, la scultura in genere, Freud, il Midwest, la mia famiglia…

AS: Ci vedo una bella miscela. Ma, ad esempio, che mi dici dell’influenza di Pina Bausch e di Lynda Barry, tanto per prenderne due dal tuo elenco?

AB: Pina Bausch! È una coreografa, la prima volta l’ho vista dieci anni fa e mi ha riempito di una tale felicità ed era così stimolante da risultare quasi insopportabile. C’erano delle donne che suonavano la fisarmonica a seno nudo su un palcoscenico coperto di garofani veri. Mi ha colpita dritto al cuore. È stata una reazione assolutamente disgiunta dal pensiero, ho sentito un’affinità immediata, del tutto irrazionale, con il modo in cui la Bausch espone il suo inconscio in modo che noi possiamo farne esperienza. Quanto a Lynda Barry… credo sia davvero stupefacente, il suo libro Cruddy mi ha fatto impazzire. È oscuro, coraggioso, divertente e orribile al tempo stesso. In qualche modo riesce a essere insieme profondo e per nulla pretenzioso. Non è affatto un libro che predica dal pulpito, ma riesce a mettere tantissima carne al fuoco. Ammiro molto gli artisti di qualunque tipo che hanno ben chiara la propria identità ma provano costantemente a spingersi oltre. Invece che cercare di restare sempre al sicuro, senza mai sbilanciarsi. Da bambino Bobby McFerrin sapeva già che avrebbe fatto musica con tutto il corpo? La cosa fantastica è che a un certo punto si è reso conto di quanto quella fosse una sua dote speciale e ha deciso di investirci tutte le sue energie, e adesso non c’è nessuno come lui! So che anche a te piace Pina Bausch, tu che idea te ne sei fatta?

AS: Penso che quello che provo durante le performance della Bausch equivalga a un viaggio sensoriale a velocità folle, che mi travolge completamente: dal lato dello spettatore non vale più nessuna regola, e così quando ti svegli la mattina dopo e torni al tuo lavoro, quello apparentemente molto meno emozionante di scrivere un libro di narrativa, ti siedi alla scrivania e non hai più lo stesso bagaglio mentale ormai radicato che avevi fino al giorno prima (o quanto meno, quel bagaglio si è molto alleggerito). Ecco perché, anche se lavoro meglio alzandomi presto al mattino e orgnizzandomi bene la giornata, spesso mi ritrovo a buttare giù qualche attacco fondamentale, una o due pagine, in quelle che chiamo “isole segrete” del mio tempo. Mentre faccio lavare la macchina, o subito prima di entrare in classe per tenere una lezione. Sento che improvvisamente mi allontano dal problema della struttura, e mi chiedo se sia perché il succo del nostro discorso sulla struttura è che per trovarla davvero devi prima smettere di pensarci. Sia tu che io insegniamo, e tutte e due nutriamo un odio tenace per quei manuali su “come strutturare un romanzo” che sono la perfetta incarnazione delle zie zitelle e tiranniche di James e la pesca gigante (un altro splendido esempio di folle ricorso a certi “permessi”). A cos’è che ti è sembrato importante non pensare, mentre lavoravi al tuo romanzo? Quegli “andrebbe fatto”, quelle voci… quelle zie insopportabili… Quali erano?

AB: Volevo soltanto aggiungere che secondo me Pina Bausch ce l’ha delle regole, solo che sono completamente intuitive, e permettere che siano quelle regole intuitive a guidarti è secondo me una specie di ricerca del Graal, un’impresa ardua ma con una magnifica ricompensa. Ci vuole una fiducia enorme. E quei manuali sono esattamente come zia Stecco e zia Spugna nel libro di Dahl. Ti chiudono in casa a pulire il sottoscala mentre di fuori il mondo va avanti indisturbato. E cresce una pesca gigante! Concordo in pieno: le favole sono piene di permessi.
Quanto a non pensare alla struttura mentre scrivi: anche qui sono d’accordo. Credo di essermi dovuta dimenticare che stavo scrivendo un romanzo, dimenticare che cos’era il mio libro di racconti, dimenticare del fatto che non avevo idea di cosa stessi facendo! Ho ancora il diario che tenevo mentre scrivevo il libro, e ci sono queste annotazioni nervosissime del tipo: ma che roba è questo che sto scrivendo? Non capirlo fa paura, ma mi sembra che l’unico modo in cui quello che scrivi può conservare un po’ di mistero è se per un po’ di tempo non sai bene cosa significa e dove andrà a parare. Almeno, per me è così.

Di alcuni “andrebbe fatto” è stato difficile sbarazzarsi, ad esempio: “Dovrei riuscire a scrivere questo libro dall’inizio alla fine”. “Non mi dovrei preoccupare”. “Non mi dovrei divertire”. E: “Dovrei avere almeno una vaga idea di quello che sto facendo”. Ma non ci capivo niente. Continuavo a spostare l’attenzione da un punto a un altro. Fiducia, fiducia, fiducia. Sopra il mio computer c’è una scritta: “La parola d’ordine di oggi è fiducia”.

AS: Giusto. Dipende tutto da cosa c’è scritto sopra il computer. Io ci ho messo un pezzo di carta che dice: “Rivoluzione della Bellezza”. Un’artista che mi ha influenzato moltissimo è la pittrice Helen Frankenthaler, che per un certo periodo fu accusata di dipingere i suoi quadri per puro gusto della bellezza, e lavorava in mezzo a questi grandi pittori maschi e muscolosi che ricevevano sia gli elogi dei critici che i proventi dalle vendite delle grandi gallerie. Questa cosa mi ha portata a pensare che nella bellezza, nella vera bellezza, c’è un certo tipo di rivoluzione. Sarà una rivoluzione silenziosa e senza armi, ma è la rivoluzione che amo. Trasformare l’esperienza e il pensiero in un linguaggio e una narrazione che siano belli, anche se di una bellezza “in disfacimento”. Credo che la fiducia di cui tu parli cominci quando uno esce nel mondo e comincia a raccogliere cose e persone che confermano la sua percezione intuitiva di quello che fa bene al suo lavoro. È molto triste pensare a quanti scrittori si perdono perché non riescono a liberarsi delle voci snob e oppressive degli “andrebbe fatto” che ora sembrano più forti che mai, con il proliferare di libri che spiegano come si dovrebbe scrivere. Ci sono sono scrittori che si lasciano ridurre al silenzio dalle voci degli “andrebbe fatto” e questo mi spezza il cuore. L’altra parola che ho sopra il computer è “Invincibile”. Credo che la vera bellezza, in qualunque forma, anche la più effimera (per esempio uno spettacolo di danza), sia così, sia “invincibile”, e questo mi dà una grande fiducia.

AB: Che cosa trovava bello Helen Frankenthaler? Io penso che ogni persona definisca la bellezza in maniera diversa, e al cuore della loro definizione di bellezza ci sia la direzione che dovrebbero seguire artisticamente.

AS: Sono d’accordo. Uno dei modi in cui altre discipline artistiche ti aiutano nella scrittura è che non ti danno qualcosa con cui instaurare un paragone: ti incoraggiano o ti scoraggiano, ti liberano o ti lasciano intrappolata, ma non è che guardando un quadro della Frankenthaler pensi: “Ha fatto sfumare quel rosso in arancione meglio di come ho scritto pagina 36”. Per me la grandezza di questa pittrice sta nel modo in cui riesce a far scivolare un colore nell’altro senza sforzo (o almeno così sembra allo spettatore) e nella capacità di creare queste grandi forme volubili che sembrano non lasciarsi mai catturare, restare liquide. Fare lo stesso con le parole sarebbe straordinario, e lei mi spinge a tentare in quella direzione. Ho un’ultima domanda da farti alla vigilia dell’uscita in libreria del tuo romanzo. Se potessi fare un regalo a tutti gli scrittori, cosa sceglieresti? Un animale, una pianta o un minerale?

AB: Tutti e tre. A scelta. Vorrei che ciascuno trovasse il proprio senso della bellezza. Che lo conoscesse, lo coltivasse, lo espandesse, se ne fidasse. Siamo tutti diversi l’uno dall’altro e l’arte deve gioire, e gioisce, delle differenze, e maggiori sono le differenze meglio è. Perché ci uniscono di più. Quindi sarebbe per alcuni un animale, per altri una pianta, per altri ancora un minerale. E tu, tu che stai leggendo la nostra conversazione, quale sceglieresti? Mettiti a elencare anche tu le cose che ti hanno influenzato. Sarei così contenta, Alice, se dopo aver letto quello che ci siamo dette a qualcuno venisse voglia di mettersi a creare qualcosa. Quello sarebbe il dono che vorrei fare. Penso che sia uno dei nostri migliori strumenti per la sopravvivenza.

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