Pol Pot Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/pol-pot/ un blog di approfondimento culturale Tue, 26 Nov 2013 16:42:17 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Pol Pot Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/pol-pot/ 32 32 Su “Rising Up and Rising Down” di William T. Vollmann https://minimaetmoralia.it/libri/rising-up-and-rising-down-william-t-vollmann/ https://minimaetmoralia.it/libri/rising-up-and-rising-down-william-t-vollmann/#comments Tue, 26 Nov 2013 16:41:38 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=16649 Un giorno di fine dicembre 2003, un lunedì mattina, a Manhattan, da St. Mark’s Bookshop, mentre Paul Auster girava per i corridoi della libreria carico di romanzi gialli, ho usato gli ultimi 120 dollari del mio sesto viaggio a Ny per pagare in contanti un’opera intitolata Rising Up and Rising Down di William T. Vollmann. 3.300 pagine di storie, riflessioni politiche e filosofiche, fotografie, indici e documenti - tutti ossessivamente incentrati su un unico tema, che potremmo definire con un po’ azzardo, il battere e levare della Violenza nella storia umana. Il cofanetto e i sette volumi in stile encicopledia Rizzoli-Larousse aveva titoli in similoro che recitano più o meno così: studi e conseguenze, il mondo musulmano; il nord america; giustificazioni alla difesa violenta della patria, degli animali, dell’ambiente; sud-est asiatico, africa; il calcolo morale. Insomma – un monumento al lavoro editoriale, alle possibilità della scrittura di indagare la realtà, di dare un ordine al magma, di dire qualcosa di autentico e parzialmente definitivo sulla natura umana - un oggetto delirante e insieme pieno di buon senso, innocente e non-innocente, ma soprattutto e principalmente delittuosa.

Vollmann ha fatto una cosa che non si fa più: con ottime ragioni non si fa più e con ottime ragioni lui ha deciso di farla. Vollmann ha affrontato un argomento come un sistematore di saperi dell’età classica, o una specie di giornalista arcaico e cavalleresco, capace di mescolarsi con la materia di cui tratta senza alcun sussiego, senza cedere alla doppia tentazione che avrebbe reso tutto il lavoro irrilevante: quella di identificarsi completamente nell’attitudine dell’entomologo e quella di identificarsi completamente nell’attitudine della cimice. Ma di fronte a 3.300 pagine è meglio procedere con ordine, specialmente se vengono candidate a uno dei più prestigiosi premi letterari americani, il National Book Critics Circle Award, e riceve applausi un po’ attoniti da tutti i recensori.

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Un giorno di fine dicembre 2003, un lunedì mattina, a Manhattan, da St. Mark’s Bookshop, mentre Paul Auster girava per i corridoi della libreria carico di romanzi gialli, ho usato gli ultimi 120 dollari del mio sesto viaggio a Ny per pagare in contanti un’opera intitolata Rising Up and Rising Down di William T. Vollmann. 3.300 pagine di storie, riflessioni politiche e filosofiche, fotografie, indici e documenti – tutti ossessivamente incentrati su un unico tema, che potremmo definire con un po’ azzardo, il battere e levare della Violenza nella storia umana. Il cofanetto e i sette volumi in stile encicopledia Rizzoli-Larousse aveva titoli in similoro che recitano più o meno così: studi e conseguenze, il mondo musulmano; il nord america; giustificazioni alla difesa violenta della patria, degli animali, dell’ambiente; sud-est asiatico, africa; il calcolo morale. Insomma – un monumento al lavoro editoriale, alle possibilità della scrittura di indagare la realtà, di dare un ordine al magma, di dire qualcosa di autentico e parzialmente definitivo sulla natura umana – un oggetto delirante e insieme pieno di buon senso, innocente e non-innocente, ma soprattutto e principalmente delittuosa.

Vollmann ha fatto una cosa che non si fa più: con ottime ragioni non si fa più e con ottime ragioni lui ha deciso di farla. Vollmann ha affrontato un argomento come un sistematore di saperi dell’età classica, o una specie di giornalista arcaico e cavalleresco, capace di mescolarsi con la materia di cui tratta senza alcun sussiego, senza cedere alla doppia tentazione che avrebbe reso tutto il lavoro irrilevante: quella di identificarsi completamente nell’attitudine dell’entomologo e quella di identificarsi completamente nell’attitudine della cimice. Ma di fronte a 3.300 pagine è meglio procedere con ordine, specialmente se vengono candidate a uno dei più prestigiosi premi letterari americani, il National Book Critics Circle Award, e riceve applausi un po’ attoniti da tutti i recensori.

William T. Vollmann è uno dei più importanti scrittori americani contemporanei, ed è anche un temibile grafomane – ha pubblicato saggi, reportage, romanzi spesso lunghissimi, e i suoi argomenti prediletti hanno sempre gravitato intorno al Grande Vertice dell’Esperienza, quello in cui incrociano i loro destini Prostitute, Tossici e Persone dotate di Armi.

Di Rising Up and Rising Down si parlava da almeno dieci anni. Nelle riviste letterarie, i siti di fan, le newsletter e i discorsi dei cosiddetti addetti ai lavori – di tanto in tanto spuntava un frammento di quello che sembrava essere un mastodontico e fantomatico ‘lavoro’ sulla Violenza, un mostro senza capo né coda che tutti erano pronti a scommettere non sarebbe mai uscito: la mole, la mancanza di vendibilità, l’argomento, il profilo ‘alto’ dell’autore. Mandare Rising up and Rising Down nelle librerie normali era considerata un’impresa semplicemente folle, e nessun editore si sarebbe accollato i costi e il tempo di preparare per la stampa un elefante di carta di queste proporzioni. Il cinismo sociale imponeva a tutti di aggiungere commenti sprezzanti sulla ‘perdita di tempo’, su come ‘un talento narrativo andava sprecato’, su che senso avesse dedicarsi per tante stagioni della propria vita a un’opera senza mercato, senza lettori, senza utilità.

Tutti si domandavano perché Vollmann non scriveva l’ennesimo romanzetto, l’ennesimo libro di non-fiction, l’ennesimo sforzo ragionevole. Dall’altra parte c’erano gli editori, che si dicevano pronti a ‘venire incontro’ a Rising Up and Rising Down se l’autore fosse ‘venuto incontro’ alle esigenze commerciali. Grazie alla saggezza di Vollmann, non è successo niente di simile – niente ‘venire incontro’, niente ‘esigenze’, e naturalmente niente editori. Le 3.300 pagine avrebbero continuato a rimanere nel cassetto – e la saggezza risiede nel sapere che il cassetto è l’ambiente in cui un’opera letteraria viene svezzata, impara a sopravvivere, conosce le regole fondamentali del sovraffollato habitat editoriale, cioè: un libro mette il naso là fuori e trova soprattutto poca aria, pochissima luce, spazio ridotto a zero.

La speranza di tutti gli scrittori davvero ambiziosi è che prima o poi incontreranno degli editori disposti a fare il loro mestiere, ossia sprecare denaro per rendere la vita pubblica un po’ più interessante. L’eroe, in questo caso, si chiama McSweeney’s Books, il braccio con cui l’omonima rivista fa il possibile per rendere la vita pubblica un po’ più interessante. Le cose sono andate come segue. McSweeney’s Books trasferisce il quartier generale a San Francisco, città natale di Vollmann. Sul numero 8 della rivista compare un estratto di Rising Up and Rising Down. Poi un giorno Dave Eggers, lo scrittore che poi in questo caso è anche l’editore, decide che è arrivato il momento di sprecare soldi. Incontra in un ristorante di San Francisco Vollmann insieme alla sua agente ed Eli Horowitz, giovane redattore della casa editrice, e insieme decidono che l’oggetto va partorito.

Il volume più sottile di Rising Up and Rising Down conta 282 pagine, e contiene tutti gli indici, le introduzioni, gli schemi, le presentazioni, le bibliografie e i ringraziamenti. Ecco. Quando uno scrittore si mette a progettare un oggetto del genere, la prima cosa che fa è tracciare degli schemi – l’ultima è verificare se alla fine di tutto quegli schemi avevano senso. A questo punto bisognerebbe raccontare con una certa precisione la sostanza di cui è fatto Rising Up and Rising Down, che non è propriamente la sostanza di cui sono fatti i sogni. L’ispirazione è fornita dalla sostanza di cui è fatto l’uomo, si potrebbe riassumere: sopraffazione, strategia, controllo reciproco, sterminio, tortura; ma anche scrupolo, opportunità, aspirazione all’equilibrio, paura di rompere i patti di stabilità, e diciamolo – un oscuro desiderio di pace, dentro cui si nasconde un oscuro desiderio di guerra. Ma a questo punto bisognerebbe anche dire la verità: non si possono leggere per intero 3.300 pagine così, e com’è ovvio non sarebbe il modo migliore di affrontare Rising Up and Rising Down. Il modo migliore, forse, è entrare in ciascun volume con l’idea di trovarci qualcosa di necessario, qualcosa che si possa contenere in una frase o due – come le idee migliori. E lo si trova sempre, persino aprendolo a caso.

Il ‘calcolo morale’ è l’ossessione che governa l’intera immane fatica di William Vollmann. Subito dopo il frontespizio, una pagina bianca, una domanda in corsivo: quand’è che si può giustificare la violenza? È l’inizio giusto. Il lettore capisce subito che non incontrerà consolazione – incontrerà soprattutto quella che un tempo si chiamava ‘ricerca della verità’. Vollmann costruisce una sorta di atlante morale della violenza, spostando l’asse della questione sull’idea di ‘difesa violenta’. Portando all’attenzione del lettore casi singoli come quelli di Stalin, oppure scendendo venti secoli prima, nella Roma di Bruto, o prendendo in considerazione tutte le varianti in cui si riscontra la giustificabilità morale dell’uso della violenza, dalla difesa della terra alla difesa degli animali, dalla difesa della patria a quella della classe.

Gli altri volumi affrontano il tema sviscerandolo con passione e precisione quasi infantile. L’opera di Vollmann si divide in due parti. La prima occupa i primi quattro tomi, e si intitola significativamente ‘Categorie e Giustificazioni’. (In lavori come questo i titoli e i sottotitoli rivestono un’importanza particolare). Ogni tanto l’autore si ricorda di essere un poeta, in qualche modo, e conia espressioni come ‘definizioni per atomi solitari’ subito prima di affrettarsi a spiegare che sta per illustrare ‘i diritti e le responsabilità del sé individuale’, e infilzare una serie di saggi sulla moralità e sull’estetica delle armi, sul rapporto tra fini e mezzi, sul concetto di autorità e di nuovo, in maniera ancora più approfondita, sulle numerose sfaccettature dell’idea di ‘difesa’.

Arrivati al quarto volume Vollmann decide di allargare ulteriormente l’obiettivo della sua indagine e si occupa senza mezzi termini delle basi teoriche che regolano la ‘pratica violenta’ all’interno delle politiche degli stati nazionali e tra gli stati nazionali; poi lo restringe di nuovo alla sfera dei rapporti personali, cercando di dare un quadro del sadismo e del sadomasochismo nel sesso. È tutto molto interessante, e il merito di Vollmann è di non cedere mai troppo alle lusinghe dell’astrazione, fornendo sempre esempi nomi e dettagli – ma tutto finisce per suonare come un riassunto di venti secoli di filosofia morale, e di storia dell’umanità – scritti supremamente bene, peraltro.

Ma è la seconda parte, chiamata ‘studi e conseguenze’ che attrae davvero l’attenzione, spostando il peso dell’opera su ciò che un narratore dovrebbe ricordarsi sempre di fare, anche quando si lancia nelle più spericolate avventure saggistiche, ovvero: raccontare. Vollmann qui raccoglie il frutto di anni e anni di reportage d’autore, e vediamo sfilare narrazioni dal vivo dalla Cambogia di Pol Pot alla vita dei cambogiani sopravvissuti in America, uno splendido ritratto collettivo della mafia giapponese, alcuni terribili affondi autobiografici dalla guerra in ex-Jugoslavia e dall’Africa – e infine quella che è probabilmente la vetta del libro, una lunga serie di pezzi da inviato speciale nel ‘Mondo Musulmano’, seguita dall’inevitabile ritorno in patria con tanto di puntatina persino sul massacro di Columbine e poi giù in Sudamerica, con i narcotrafficanti della Colombia.

In operazioni simili ci sono troppe angolazioni, troppi paesaggi, troppe ragioni esaminate, coinvolte, analizzate – troppi frammenti associati l’uno all’altro, in definitiva. Il rischio è di accorgersi che quasi sempre il calcolo morale subisce l’invadenza della passione, perfino di quella dell’autore stesso. Una certa passione estetizzante per il momento in cui il proiettile diventa espressione della volontà, il grilletto diventa espressione dell’istinto, il contraccolpo dell’arma si trasmette ai nervi come un rimorso di appartenenza. Ciò che turba è che come in una preghiera si possa arrivare a ringraziare la Sorella Violenza come l’ombra paterna e materna dell’evoluzione della Specie – l’unico calcolo morale il cui risultato dev’essere sempre diverso da zero.

(Fonte immagine)

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Sul caso Borri: guardare il dito e non la luna https://minimaetmoralia.it/interventi/sul-caso-francesca-borri/ https://minimaetmoralia.it/interventi/sul-caso-francesca-borri/#comments Thu, 18 Jul 2013 09:31:03 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15026 Qualche giorno fa il pezzo di Francesca Borri ha dato il via a un acceso dibattito in rete. Pubblichiamo un commento di Ilaria Maria Sala, giornalista freelance socia dell’agenzia di giornalisti indipendente “Lettera22”.


di Ilaria Maria Sala

Dico anch’io la mia sulle questioni sollevate dall’articolo di Francesca Borri. Con alcune premesse: non la conosco, non l’avevo mai letta prima e non amo il suo stile, sono freelance da tutta la vita ma non ho mai fatto la giornalista di guerra.

Dopo l’iniziale sgomento dato da una denuncia così accorata, ecco che molti hanno cominciato a chiederle ma tu a che ora eri e dove? In Bosnia? Quando la guerra era finita? E come hai fatto a vedere del sangue? E ad Aleppo? Ma guarda che non c’eri solo tu. Etc. I problemi che solleva – secondo me reali e gravi – è bene discuterli.

La ragazza – magari antipaticissima – è in Siria, che non sembra certo il migliore posto in cui essere, ma si discute della sua scelta e non: chi è il fetentone che ti pubblica per una miseria, che forse delle responsabilità le ha? Invece: ma questo ginocchio come sarebbe che ti hanno sparato e non lo sapevamo? E non si è sfracellato? Perché disquisire di menischi e di proiettili, ma non del fatto che pagare 70 dollari a pezzo è causa, non sintomo, di una stampa scadente?

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Qualche giorno fa il pezzo di Francesca Borri ha dato il via a un acceso dibattito in rete. Pubblichiamo un commento di Ilaria Maria Sala, giornalista freelance socia dell’agenzia di giornalisti indipendente “Lettera22”.

di Ilaria Maria Sala

Dico anch’io la mia sulle questioni sollevate dall’articolo di Francesca Borri. Con alcune premesse: non la conosco, non l’avevo mai letta prima e non amo il suo stile, sono freelance da tutta la vita ma non ho mai fatto la giornalista di guerra.

Dopo l’iniziale sgomento dato da una denuncia così accorata, ecco che molti hanno cominciato a chiederle ma tu a che ora eri e dove? In Bosnia? Quando la guerra era finita? E come hai fatto a vedere del sangue? E ad Aleppo? Ma guarda che non c’eri solo tu. Etc. I problemi che solleva – secondo me reali e gravi – è bene discuterli.

La ragazza – magari antipaticissima – è in Siria, che non sembra certo il migliore posto in cui essere, ma si discute della sua scelta e non: chi è il fetentone che ti pubblica per una miseria, che forse delle responsabilità le ha? Invece: ma questo ginocchio come sarebbe che ti hanno sparato e non lo sapevamo? E non si è sfracellato? Perché disquisire di menischi e di proiettili, ma non del fatto che pagare 70 dollari a pezzo è causa, non sintomo, di una stampa scadente?

Io credo che l’informazione italiana sia così in crisi anche perché facciamo un prodotto che soffre delle cose che denuncia Borri. Magari è una wannabe? Magari drammatizza perché le piace il dramma? Che importa? Certo la stampa è in crisi nel mondo intero. Ma sarebbe bello essere “in crisi” come il New York Times, Bloomberg o il Wall Street Journal. Alcuni dei problemi non sono solo congiunturali, ma tutti nostri.

Perché a chi è mai capitato, in Italia, che nei momenti in cui le cose andavano meglio (e ci sono stati) qualcuno dicesse alè, invece di aumentare all’assunto di turno a cui già pago ferie e contributi, aumento a te che sì sei al pezzo, ma colori il giornale di cose vere, viste, e uniche?

In questo discutere dei freelance come feccia disposta a prendere una pedata in pagamento ci si dimentica un particolare: i freelance ricoprono un ruolo molto importante. In Italia sono trattati da sfigati, disposti a scrivere ma rimpiazzabili. Si tace il fatto che i giornali sanno che senza i freelance avrebbero un prodotto molto più povero, e che se noi abbiamo bisogno di loro per maggiore visibilità e un volano più “autorevole” di un blog per cose che consideriamo importanti, loro hanno bisogno di noi per avere originalità, persone sul posto e uno sguardo spesso competente. Perché le conoscenze e la passione di un bravo freelance, che è in loco da tempo e parla di frequente varie lingue, è difficile che siano a disposizione di un inviato, o di chi da anni fatica dal desk. Infatti, i freelance non solo continuano ad esistere, ma ad essere cercati dai giornali. (E di freelance raccapriccianti ne ho visti tanti, prima che qualcuno dica che santifico la categoria intera. Ma di freelance bravi davvero ce ne sono molti, non assunti per motivi che andrebbero analizzati oltre “la crisi”).

Un inciso su come si lavora con giornali esteri: quelli anglosassoni, che amiamo criticare ma poi sono quelli che tutti in Italia (e altrove) si traducono e scopiazzano, trattano con rispetto i freelance. Prima di farti lavorare, dicono quanto pagano e quanto ci vuole affinché il pagamento sia trasmesso. Poi, dopo che il pezzo è stampato ti arriva una mail della segretaria di redazione con il pdf del tuo articolo e il ringraziamento.

In Italia, molti colleghi in questi giorni hanno invece detto che siamo noi che “roviniamo la piazza”. Il fango versato su Baldoni, morto in guerra mentre lavorava per Diario, è allucinante. In tanti a esclamare “un freelance! Cosa ci faceva li! È roba da professionisti, quella!”. I freelance sono dei professionisti. Di nuovo: i freelance sono dei professionisti. Alcuni, come in tutte le professioni, sono dei professionisti molto bravi. Nel mondo anglosassone lo sanno. In Italia, sembra di no.

Solo che poi ad essere plagiata è la stampa anglosassone, non quella italiana. Un motivo ci sarà? Altro confronto: inventa un’intervista, in una pubblicazione inglese mainstream, e sei fuori. La chiamano “firing offence”: crimine che ti rende licenziabile. Hai fatto un plagio? Non scrivi più. Venitemi a spulciare l’eccezione sul tabloid inglese straccione, e di nuovo non volete capire quello che cerco di dire.

Torniamo a noi: fatto sconcertante ritrovato in certe redazioni italiane, la certezza che il lettore sia un deficiente che vede solo il suo ombelico. Per cui ben vengano le tante valanghe di pezzi approssimativi, scritti con un bel rimpastone di agenzie misturato a pezzi dall’inglese (che le lingue altre non le sappiamo e anche quella insomma) o solo delle belle traduzioni firmate in fretta come roba nostra, prima che copi qualcuno altro. Tanto il lettore non se ne accorge, è idiota. Poi ci lamentiamo che il lettore, che abbiamo appena insultato, smetta di comprarci. Sarà che tanto scemo non è? Ora molti blog riprendono queste nefandezze e ne fanno dei bei post con scritto parola per parola il pezzo copiato e quello originale, ma il problema nelle redazioni è ignorato. A volte per motivi veri: sotto organico, non si viene mandati più nemmeno a coprire qualcosa che avviene nella porta accanto, quindi bisognerà informarsi leggendo online. Ma informarsi da altri e scopiazzarli non dovrebbe essere equiparato.

Altro difetto frequente, non solo italiano, che stride con la denuncia di crisi: mentre ti dicono di non poterti pagare decentemente perché non hanno soldi, paracadutano quello dall’Italia perché la storia si fa grossa, e non può essere lasciata a te che la conosci. Non a collaborare con te, che per una storia grossa ci vorrebbe, ma perché ci vuole il pezzo da cinquanta dalla redazione. Che costa un’ira, ma sai com’è.

Ci sono quelli che ricevono e accettano premi per pezzi copiati, tradotti dall’inglese.

Ma in tutta questa desolazione, facciamo i raggi x all’antipatica Francesca Borri.  Se fosse perché è nostra abitudine fare i raggi x, allora beh, bisogna aspettarselo, è solo giusto. Invece no! Il giornalismo italiano non ha paura di copiare, inventare, e mentire. Ma quello fa lo stesso. Il trattamento sdegnato dei raggi x è solo per una freelance animata da ………. (riempite con l’insulto preferito) e da una reale curiosità per quello che succede nel mondo e alla gente che lo popola, trattata in modo vergognoso. E che magari ha l’ego debordante.

E poi, un’altra cosa vera la ragazza la dice: i soldi per coprire le cavolate di Berlusconi non mancano mai. Gli inviati al royal baby, alle olimpiadi, alle nozze dell’ultimo imbecille di moda con l’ultima scemetta che si è vista in tv – quelli ci sono sempre, magari un po’ più poveri ma ci sono.

Forse il ginocchio se l’è solo sbucciato, ma davvero è l’unica cosa che notate in quel pezzo? E ‘sta fame di verità quando ce la siamo scoperti?  C’è il caso di Antonio Talia, di Agi China, che ha denunciato molto pubblicamente di plagio Visetti, ma la redazione di Repubblica tace, tace, tace. Prima di lui a quel quotidiano ce ne sono stati molti, denunciati apertamente o solo noti agli addetti – ma si vede che questo per Repubblica fa lo stesso: anni fa, vicino Bologna dove risiede, cenai da Ronald Dore, esperto di Giappone fintamente intervistato da Repubblica. Lui chiese che l’intervista fosse ritratta, pubblicarono solo che il Professore non si riconosceva più nelle dichiarazioni riportate. Ripeté che non andava bene, che proprio lui con quel giornalista non aveva parlato mai, era in Giappone quando quello gli lasciò il messaggio in segreteria (era negli anni Novanta, prima dei cellulari). E gli risposero chiedendo perché lui volesse rovinare la carriera di un giornalista promettente. È questo, il giornalismo promettente?

E che dire dell’ira funesta di Tiziano Terzani nei confronti di chi s’inventò un’intervista a Pol Pot, sul Manifesto? Non è servita a nulla, il signore in questione continua a fare il giornalista – anche se poi di interviste finte ne ha fatte altre, ma si scaglia contro i falsi altrui.

Tutta roba successa prima, molto prima della “crisi” e che per questo seleziono come aneddoti credo importanti per capire perché siamo arrivati qui. In giornali che, a modo diverso, si erigono a metro morale altrui. Per dire che questo è un modo di fare nostro, italiano, di noi che fra l’altro siamo fra i pochi paesi che ancora hanno l’Ordine dei giornalisti! Che non si sa perché: se ne è espulsi solo se non si paga la retta – invece ogni tipo di copiatura, cialtronaggine, menzogna, stortura, forzatura, falsità che altrove ti renderebbe impubblicabile, fa lo stesso. Nel paese dei Minzolini, di Libero e del Giornale, dove le notizie esistono solo per essere snaturate, che deontologia crediamo che garantisca l’Ordine dei Giornalisti, che non ha idea dei tempi – e infatti difende gli stipendiati, non i freelance – però decide che la formazione obbligatoria è una bella cosa, anche se chi non ha stipendio se la dovrà pagare da sé? Il fatto è che i freelance si formano, obbligatoriamente, ogni giorno, da anni, imparando cose nuove, intervistando, muovendosi, riproponendosi come consulenti o altro se necessario.

Ma il problema temo sia culturale, in Italia: il modo in cui chi è assunto continua a guardare chi non lo è, senza rendersi conto che la barca affonda per tutti. e che chi è all’esterno non è certo il nemico o l’idiota da sfruttare, il nemico, semmai, è la situazione in cui siamo tutti. E dalla quale secondo me si potrebbe uscire, ma ci vuole un impegno anche da parte di chi è “dentro”.

È una casta, quella dei giornalisti assunti, è vero. Odio la parola e l’uso che ne viene fatto di recente, ma bisogna ammettere che di questo si tratta. Cieca ai suoi privilegi, ti dice “ah, beata te che te ne stai fuori di qui!”, e da brava casta però spara su chi è fuori, dicendo: eh ma questa, con quel ginocchio ferito? E quand’è che è successo? E in Bosnia, che la guerra non c’era più, come lo avrebbe visto, il sangue? Pazzesca, questa Borri.

 

Bolognese, laureata in Cinese e Studi religiosi a Londra, Ilaria Maria Sala negli ultimi vent’anni è vissuta tra Pechino, Tokyo e Hong Kong. Socia dell’agenzia di giornalisti indipendente “Lettera22”, già collaboratrice del Diario e Il Sole 24 Ore, oggi scrive principalmente per La Stampa e il Wall Street Journal. Ha curato e tradotto per Manifestolibri il testo “Rivoluzione e democrazia”, di Wei Jingsheng (1996), e pubblicato “Il dio dell’Asia. Religione e politica in Oriente. Un reportage”, Il Saggiatore, 2006; nel 2007, assieme a Cecilia Brighi e Irene Panozzo, ha curato il volume “Safari Cinese, la Cina alla conquista dell’Africa”, Edizioni O barra O; il suo ultimo libro è “Lettera dalla Cina”, edizioni Una Città, con prefazione di Gianni Sofri. Attualmente vive a Hong Kong. Twitter: @IlariaMariaSala

 

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