popsophia Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/popsophia/ un blog di approfondimento culturale Thu, 07 Jul 2022 15:07:36 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg popsophia Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/popsophia/ 32 32 Apocalisse senza verità. Il festival Popsophia dal 8 al 10 luglio a Pesaro https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/apocalisse-senza-verita-il-festival-popsophia-dal-8-al-10-luglio-a-pesaro/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/apocalisse-senza-verita-il-festival-popsophia-dal-8-al-10-luglio-a-pesaro/#respond Fri, 08 Jul 2022 06:05:01 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=50774 Si terrà dal 8 al 10 luglio a Pesaro il nuovo appuntamento con Popsophia, il festival che indaga i fenomeni pop della cultura di massa. L’evento, diretto dalla filosofa Lucrezia Ercoli, prende spunto e fa omaggio a Marcel Proust, nella ricorrenza del centenario dalla morte: sarà infatti “Il tempo ritrovato” il tema di questo anno. […]

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Si terrà dal 8 al 10 luglio a Pesaro il nuovo appuntamento con Popsophia, il festival che indaga i fenomeni pop della cultura di massa. L’evento, diretto dalla filosofa Lucrezia Ercoli, prende spunto e fa omaggio a Marcel Proust, nella ricorrenza del centenario dalla morte: sarà infatti “Il tempo ritrovato” il tema di questo anno.

Allargare lo sguardo grazie agli strumenti della filosofia uscendo dalla cronaca martellante di questi giorni e sfuggendo all’infodemia che caratterizza la narrazione della guerra ai tempi dei social. Questi gli obiettivi di Popsophia che per questa XII edizione vuole fare una riflessione sul tempo filosofico e scientifico. Andare alla scoperta dei quello che sentiamo di dover recuperare dopo gli anni della pandemia e riflettere sugli spettri del passato che ci troviamo ad affrontare oggi. Proprio da questi temi, per anticipare l’appuntamento pesarese, la direttrice del festival Lucrezia Ercoli riflette in un articolo esclusivo per Minima et Moralia.

di Lucrezia Ercoli

“Credo che la vita ci sembrerebbe improvvisamente deliziosa, se fossimo minacciati dalla morte come voi dite. Pensate, in effetti, quanti progetti, viaggi, amori, studi, lei – la nostra vita – tiene in stato di dissoluzione, invisibili alla nostra pigrizia che, sicura del futuro, li rimanda senza tregua. Ma se tutto questo rischia di essere per sempre impossibile, come ridiventerebbe bello! Ah! Se solo il cataclisma per questa volta non avesse luogo, non mancheremo di visitare le nuove sale del Louvre, di gettarci ai piedi della signorina X, di visitare le Indie”. 

Con queste parole Proust risponde alla domanda posta dal quotidiano francese “L’intransigeant” nell’agosto del 1922: “Uno scienziato americano annuncia la fine del mondo, o almeno la distruzione di una così vasta parte dei continenti, e in maniera così improvvisa, da rendere certa la morte per milioni di esseri umani. Se questa divenisse certezza, quali ne sarebbero, a parte il vostro, gli effetti sull’attività degli uomini tra il momento dell’acquisizione di tale certezza e il minuto del cataclisma? Infine, quanto a voi personalmente, che cosa fareste prima dell’ultima ora?”

Sono passati pochi anni dalla fine della Prima Guerra Mondiale e dell’epidemia di influenza Spagnola, due eventi catastrofici che hanno causato milioni di morti e hanno tinto di nero le dolci speranze della Belle Époque. Il giornale, appigliandosi alla predizione di un imprecisato scienziato americano, profetizza ai suoi lettori l’imminente apocalisse e chiede allo scrittore francese di ipotizzare le reazioni degli uomini di fronte all’incombente spettro della fine. 

Cosa faremmo se avessimo coscienza dell’arrivo della fine del mondo? Proust vive già dentro la catastrofe, segregato nella penombra della sua casa, assillato dai sintomi di una malattia che gli colpisce i polmoni, ossessionato dalla conclusione della sua opera. Risponde in poche righe, senza sapere che la fine del suo mondo era alle porte, sarebbe morto neanche tre mesi dopo, il 18 novembre di quello stesso anno.  

La pandemia mondiale da COVID-19 ha evocato anche per noi, generazione poco avvezza al confronto con la portata mortifera delle catastrofi, lo spettro dell’apocalisse. E ora i fantasmi del Novecento tornano a infestare il presente: il ritorno della guerra in Europa, lo scenario di una guerra mondiale, la minaccia dell’utilizzo di armi nucleari, la paura che la specie umana sia destinata all’autoannientamento.  

Apocalisse – lo dice l’etimologia della parola che deriva da “apo, non” e “kalyptein, coprire” – significa “rivelazione”. L’apocalisse è uno svelamento che ci fa scoprire una verità, ci fa vedere le cose con uno sguardo diverso, ci mette in contatto con una parte di noi stessi che non conoscevamo. L’apocalisse è una “visione” che ci dà un nuovo punto di osservazione sul mondo, fuori e dentro di noi. 

E se la minaccia dell’apocalisse è davvero un’epifania allora è l’intera nostra vita che deve cambiare di segno: progetti rimandati sono riscoperti, desideri rimossi tornano urgenti, speranze sopite si riaccendono. Il pericolo della fine imminente scansa la pigrizia, ridefinisce le priorità e ridisegna i valori. Se la catastrofe sarà scongiurata – abbiamo promesso a noi stessi – “niente sarà più come prima!”     

Lo spettro della fine – mentre eravamo rintanati delle nostre case e potevamo vedere il mondo a distanza, protetti dai vetri delle nostre finestre – ci ha concesso un nuovo sguardo sul mondo, ci ha consentito di percepire il senso delle cose nel momento della loro assenza e lontananza. 

Lo stesso Proust, nella raccolta Les plaisir e le jours nel 1896, esprime il potenziamento della sensibilità causato dall’isolamento paragonando la sua condizione a quella di un personaggio biblico: Noè, costretto a starsene chiuso nell’arca per 40 giorni mentre sulla terra infuriava il diluvio universale. “Più tardi fui spesso malato e per lunghissimi giorni dovetti anch’io rimanere dentro l’arca. Compresi allora che mai Noè poté vedere il mondo meglio che dall’arca nonostante che fosse chiusa e che sulla terra regnasse la notte”. Forse è vero che non avevamo mai visto bene il mondo e la vita – con le loro meraviglie e i loro orrori – come da dentro la nostra arca durante di distanziamento sociale. 

Ma, continua Proust su L’intransigeant, “il cataclisma non ha luogo, ed ecco che non facciamo niente di tutto questo, perché ci troviamo reinseriti nel pieno della vita normale, dove la negligenza smorza il desiderio”. 

Passata la tempesta, sedata l’emergenza, si ritorna lentamente alla normalità. Il tran tran della vita quotidiana allontana il ricordo di quel tempo eccezionale, carico di senso grazie all’incombere della fine e alla sospensione della routine. L’avvicinarsi dell’apocalisse aveva reso la vita “deliziosa” perché l’impossibile sembrava possibile. Tutto torna terribilmente normale e ordinario.   

Il tempo della catastrofe si è ormai trasformato: il tempo dell’emergenza si è convertito nel tempo della convivenza. Anche l’escalation mediatica della guerra con i suoi incubi apocalittici si è rapidamente sedata trasformandosi in un rumore di fondo con cui possiamo tranquillamente convivere. 

Il “tempo ritrovato” dopo la catastrofe è un ritorno di quella che Proust chiama la nostra “seconda natura”: l’abitudine. L’abitudine, certo, è essenziale per sopravvivere, senza di lei il nostro spirito sarebbe impotente, saremmo incapaci di “renderci abitabile” perfino una stanza nuova. Ma quest’istinto di sopravvivenza abitudinario ha anche un’influenza anestetizzante sui nostri sensi: ci impedisce di pensare altrimenti, di vedere la “parte misconosciuta della realtà”, di percepire le cose belle e anche quelle “infinitamente tristi”, di conoscere “le crudeltà e gli incanti” della nostra prima natura. Di solito, dice Proust, viviamo con il nostro essere ridotto al minimo e “la maggior parte delle nostre facoltà resta addormentata, riposando sull’abitudine che sa quel che c’è da fare e non ha bisogno di loro”. 

Dopo il diluvio, quando lo spettro della fine si è allontanato, siamo ansiosi di acclimatarci, assuefacendoci a nuove abitudini. I desideri dei tempi estranei tendono a spegnersi nella supina accettazione di nuove consuetudini. L’abitudine è la prima a spuntare “sulla roccia apparentemente più desolata”.

Forse questo è il rischio più grande: abituarci a una nuova normalità, immergerci in nuove abitudini, senza accorgerci che il mondo, nel frattempo, è diventato meno bello e meno libero di prima. Il pericolo è che questa sia l’ennesima apocalisse senza apocalisse, apocalisse senza rivelazione e senza verità. 

Ascoltiamo le ultime parole che Proust consegna al quotidiano parigino: “eppure non avremmo dovuto aver bisogno del cataclisma per amare la vita che oggi ci è data. Sarebbe stato sufficiente pensare che siamo esseri umani e che la morte può arrivare stasera”.

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Ascoltare il silenzio per sentire il mondo. Una riflessione sulla poetica spirituale di Franco Battiato https://minimaetmoralia.it/filosofia/ascoltare-il-silenzio-per-sentire-il-mondo-una-riflessione-sulla-poetica-spirituale-di-franco-battiato/ https://minimaetmoralia.it/filosofia/ascoltare-il-silenzio-per-sentire-il-mondo-una-riflessione-sulla-poetica-spirituale-di-franco-battiato/#respond Tue, 27 Jul 2021 07:00:19 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=49103 Rendere accessibile la filosofia “alta” ed elevare la cultura di massa alla dignità del pensiero filosofico: questo l’obiettivo con cui, dieci anni fa, da Civitanova Marche, prendeva avvio un nuovo movimento culturale. Un’operazione concettuale che, grazie al Festival Popsophia, ha permesso di capire, senza imbarazzi, compromessi o ipocrisie, il pensiero filosofico nelle serie tv, nei […]

L'articolo Ascoltare il silenzio per sentire il mondo. Una riflessione sulla poetica spirituale di Franco Battiato proviene da Minima et Moralia.

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Rendere accessibile la filosofia “alta” ed elevare la cultura di massa alla dignità del pensiero filosofico: questo l’obiettivo con cui, dieci anni fa, da Civitanova Marche, prendeva avvio un nuovo movimento culturale. Un’operazione concettuale che, grazie al Festival Popsophia, ha permesso di capire, senza imbarazzi, compromessi o ipocrisie, il pensiero filosofico nelle serie tv, nei fumetti, nella musica, nella moda… Dopo un decennio, oggi, quello stesso festival è passato da essere contenitore a contenuto, creando un vero e proprio format che unisce linguaggi e temi, innovando la definizione stessa di festival. Di questi ultimi dieci anni e di filosofia legata ai fenomeni di massa, si parlerà a Civitanova Marche dal 29 luglio al 1° agosto: delle quattro serate proposte dal festival Popsophia, tre – sotto il nome Rocksophia – saranno interamente dedicate alla musica. In compagnia dei più noti protagonisti della cultura italiana, si analizzerà il cambiamento, la crisi e la rinascita che sta nelle opere di giganti come David Bowie, Jim Morrison e Franco Battiato.
Sull’autore de La voce del padrone, sulla sua filosofia e spiritualità, interverrà Noemi Serracini che, in vista della sua partecipazione al festival domenica 1 agosto, introduce il tema in esclusiva per Minima et Moralia.

di Noemi Serracini

Se, come scrive Platone nel Cratilo, il corpo è custodia ma anche prigione dell’anima, è necessaria un’esperienza di liberazione.

Questa esperienza per Franco Battiato è rappresentata dalla musica. Proprio al suo potere liberatorio si legano molti aspetti della ricerca spirituale che in lui convergono nelle composizioni musicali.

«Non ero ancora nato che già sentivo il cuore […] mi trascinavo adagio dentro il corpo umano, giù per le vene verso il mio destino» canta in Fetus, brano dell’omonimo album di debutto con il quale pone subito al centro corpo e sentire.

Il corpo stesso, anche attraverso una forma di danza che Battiato ha praticato in molti video ed esibizioni, si fa strumento di ricerca verso una continua trascendenza.

Per essere spirituali, per dare dunque spazio alla propria interiorità e avere il desiderio di sentire lo spirito, bisogna essere anche dei ricercatori, quindi disposti a sperimentare.

Battiato è stato un grande ricercatore e sperimentatore musicale e spirituale, capace di passare dall’avanguardia musicale alla meditazione come forma di purificazione e strumento per conoscere sé stessi.

Ha sperimentato stati di «connessione dall’alto» (come li ha definiti lui stesso) talmente profondi da portarlo alla composizione di brani intensi ed evocativi come Prospettiva Nevski.

Quella che altri chiamano ispirazione in Battiato corrisponde a qualcosa di più ancestrale e profondo, che paradossalmente lo ha indotto a considerare queste creazioni come non sue, provenienti da alt(r)e sfere.

Ricerca spirituale significa anche scoprirsi liberi di indagare nel mistero della vita e dunque della morte. Varcare la porta dello spavento supremo è il fine ultimo di ogni esistenza. «Chi non sa perché muore, non sa perché vive. Chi non sa cos’è la morte, non sa cos’è la vita» scrive il teologo e docente Vito Mancuso ne L’anima e il suo destino.

Proprio in questa direzione si è orientata gran parte della poetica di Battiato: una meditazione sull’impermanenza e sulla morte.

La musica è stata estensione e parte integrante della sua spiritualità. Quando parla de Le nostre anime lo racconta come un brano che vuole lasciare il Pianeta Terra «per arrivare da altre parti», in mondi lontanissimi. Questo è ciò che gli accadeva anche quando meditava: raggiungere l’altrove, dove la consapevolezza che niente è come sembra diventa strumento di analisi della realtà, e permette di avvicinarsi a quella verità che ci pone dinnanzi al nostro essere piccoli rispetto a ciò che ci circonda.

«Quando vedo l’insignificante spazio che occupo rispetto all’immensità dello spazio che mi ignora io mi atterrisco», ha affermato Manlio Sgalambro, scrittore, poeta, filosofo, coautore di Battiato dalla metà degli anni Novanta, a partire da L’ombrello e la macchina da cucire (1995).

In questo atterrimento si dissipa il nostro ego e si colloca il dubbio: sull’aldilà, su ciò che siamo, su ciò che rappresentiamo e anche dal dubbio nasce la filosofia, che ha il compito di indagare sul senso dell’esistenza.

Battiato ha messo la sua conoscenza ed esperienza al servizio di questa indagine attraverso la musica. La sua opera si estende sull’infinita dimensione dell’essere, a cui si può ascendere solo con un’attitudine spirituale, che in lui si è manifestata nella pratica della meditazione.

L’artista si svegliava tra le 3.30 e le 4.00 del mattino per meditare e attendere l’alba. Domare la mente è l’esercizio più difficile, ma ciò a cui tendere. Nello spazio infinitesimale che esiste tra un pensiero e l’altro risiede lo stato di consapevolezza senza pensieri, nel quale si vive la magia del presente, il qui e ora.

Uno stato che Franco Battiato conosceva e perseguiva da quando negli anni Settanta si era accostato al misticismo indiano, per poi avvicinarsi al sufismo, a Gurdjieff e al buddhismo. Senza tralasciare, nei suoi studi e nelle sue ricerche, i mistici cristiani o la passione per i Padri del deserto.

La musica dà forma all’esplorazione interiore e Battiato diventa la voce di un sapere, di una conoscenza tutta da scoprire, evocativa, fatta di infiniti varchi e attraversamenti. Contaminazioni di luoghi, linguaggi e temi nei quali soggiace un’epifania di fondo: «Niente è come sembra niente è come appare. Perché niente è reale».

Una verità cantata e vissuta dall’artista, che emerge nella coscienza di chi medita e di chi, come lui, sa che per sentire il suono del mondo bisogna saper ascoltare il silenzio.

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HEAVEN IS NOT A PLACE ON EARTH. Il paradiso della realtà virtuale https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/heaven-is-not-a-place-on-earth-il-paradiso-della-realta-virtuale/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/heaven-is-not-a-place-on-earth-il-paradiso-della-realta-virtuale/#respond Wed, 30 Jun 2021 07:01:29 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=48966 Paradisi artificiali e realtà virtuale: un'anticipazione dell'intervento di Davide Sisto al festival Popsophia, a Pesaro dal 1 al 3 luglio.

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Si terrà a Pesaro, dal 1 al 3 luglio, la XI edizione di Popsophia 2021, il festival nazionale della Filosofia del Contemporaneo. Paradisi artificiali, questo il tema, in omaggio a Charles Baudelaire, nel duecentesimo anniversario della nascita. Ma questa non sarà l’unica ricorrenza celebrata dall’appuntamento: la giornata del 3 luglio sarà interamente dedicata alla filosofia di Jim Morrison in occasione del cinquantesimo anno dalla morte del poeta simbolista e performer.

Un’edizione dedicata al racconto delle estasi e dei risvegli del giorno dopo, il ritorno alla normalità dopo le ebbrezze del sogno. Tra gli ospiti che animeranno le tre giornate – condotte con lo storico format del philoshow, a cura dall’ensemble musicale Factory – anche il filosofo Davide Sisto che, nella serata del 2 luglio, interverrà sul tema dei paradisi artificiali nella realtà virtuale. Qui di seguito un’anticipazione del suo intervento. Tutto il programma è disponibile su www.popsophia.com.

HEAVEN IS NOT A PLACE ON EARTH. Il paradiso della realtà virtuale

di Davide Sisto

Los Angeles, 2033. Una donna entra in un’agenzia dal nome alquanto peculiare, “Aftertravel – The Best in Digital Life Extensions”, e consegna al direttore una specie di hard disk esterno contenente i dati digitali di cui è composto l’avatar del figlio morto, Nathan. L’agenzia, infatti, offre un’ampia varietà di paradisi virtuali all’interno di cui si può soggiornare – a pagamento – per sempre: da una versione di Facebook in stile Las Vegas, del tutto personalizzata visto che la creatura di Zuckerberg conserva ogni dato dei suoi utenti, a una versione di Instagram in stile safari, la cui risoluzione – tuttavia – è pessima. La donna desidera la migliore estensione della vita digitale post mortem per l’avatar di Nathan, dopo che egli ha espresso la decisione di lasciare il Lakeview, il paradiso virtuale di proprietà della Horizen Society in cui era stato uploadato a morte avvenuta. L’abbandono, alla fine solo momentaneo, dello splendido hotel offerto da Lakeview è la conseguenza diretta di una delusione d’amore: l’avatar di Nathan pensa, infatti, che il suo sentimento non sia corrisposto dall’avatar del suo “angelo custode”, Nora, la quale gestisce da viva il legame con l’aldilà dagli uffici della Horizen Society, ubicati a New York, tramite un visore di realtà virtuale. Chissà, poi, cosa direbbe Ingrid, la fidanzata del Nathan ante mortem, che è in eterno contatto con il suo avatar tramite un semplice smartphone, finanziando da Los Angeles la sua permanenza eterna a Lakeview.

L’ottavo episodio – “Comprare altre realtà ultraterrene digitali” – di Upload, popolare serie tv di Amazon Prime, attualizza in termini ironici e disimpegnati le apocalittiche previsioni futuristiche cyberpunk anni ’80, traducendo nella finzione due domande che molti appassionati di tecnologie digitali si stanno ponendo seriamente: sarà possibile vivere per sempre, trasformando i propri dati digitali – registrati e condivisi online – in un avatar eterno, all’interno di un paradiso virtuale? E cosa succederebbe se si potesse incontrare un proprio parente deceduto in un simile paradiso? “Forse è davvero il Paradiso. Ho visto Nayeon, che mi ha chiamata, mi ha sorriso, è stato molto breve ma è stato un bel momento. Penso di aver vissuto il sogno che ho sempre voluto. Spero che tante persone si ricordino di Nayeon dopo aver visto lo show”. Questa è la risposta data implicitamente alle due domande da Jang Ji-sung, la donna sudcoreana che ha incontrato tramite la realtà virtuale la figlia Nayeon, morta nel 2016 a sette anni a causa di un tumore. L’“incontro”, testimoniato dal documentario I Met You e trasmesso in televisione il 6 febbraio 2020, è il risultato di otto mesi di lavoro condotto dall’emittente sudcoreana MBC. Innanzitutto, sono state ricostruite gradualmente le fattezze e la voce di Nayeon, a partire dalle fotografie e dai documenti audiovisivi che l’hanno immortalata nel corso della sua breve vita. In secondo luogo, è stata sottoposta un’altra bambina della stessa età a più sessioni di motion capture per rendere realistici i movimenti dell’avatar. Infine, è stato creato il paradiso virtuale per l’incontro tra la madre e la figlia: un parco colmo di vegetazione e illuminato da un cielo azzurro, pieno di nuvole bianche. Inserito l’avatar di Nayeon nel paradiso virtuale, una volta integrate insieme le sue personali memorie digitali e le movenze dell’altra bambina sottopostasi al progetto, Jang Ji-sung ha indossato un visore per immergersi a sua volta in questo luogo particolare. Il documentario sovrappone costantemente la presenza “fisica” della madre nell’asettico studio di registrazione alla sua presenza “virtuale” nel mondo creato a tavolino. La gestualità, le lacrime e le urla di gioia della donna evidenziano la piena “presenza psicologica” che – secondo Jeremy Bailenson, direttore del Virtual Human Interaction Lab in California – dovrebbe rappresentare la caratteristica fondamentale della realtà virtuale, annullando la distanza tra il mondo reale e quello virtuale.

Rest in pixels. Il paradiso virtuale in cui è collocata la riproduzione digitale di Nayeon è, per ora, il punto di arrivo di un lungo percorso di progressi tecnologici che cercano, più o meno autenticamente, di realizzare quell’immortalità immanente a cui aspirano molti esseri umani. Già nel 1995, quando internet era in una versione decisamente rudimentale, Mike Kibbee aveva creato il World Wide Cemetery, sito di incontro tra i morti e i loro conoscenti, i quali lasciavano commenti e fiori all’interno di un luogo scenograficamente molto più simile all’idea che abbiamo del paradiso che al semplice cimitero. Oppure, nei primi anni Duemila, non sono pochi coloro che hanno sorriso guardando lo strampalato social network Line for Heaven: aperto ai credenti di ogni tipo di religione, Line for Heaven dava la possibilità ai suoi utenti di raggiungere il Paradiso e di occupare – addirittura – un posto accanto a Dio. Bastava accumulare il numero più alto di punti karma, tramite la confessione dei propri peccati e delle buone azioni compiute. Certo, se si convincevano anche altri amici a unirsi nel percorso verso la santità dentro Line For Heaven, stile “porta un amico in Vodafone”, i punti guadagnati aumentavano spropositatamente. La santità era, in altre parole, per Line for Heaven la conformità completa della volontà alla legge digitale, con buona pace di Kant.

A parte gli scherzi, l’atavica paura della morte e il dolore lancinante per la perdita intercettano le caratteristiche dell’attuale mondo “onlife”, in cui non ha più senso separare una dimensione offline da una online. Come osservano correttamente Margaret Gibson e Clarissa Carden, nel libro Living and Dying in a Virtual World, dedicato a Second Life, e Patrick Stokes, nel recente Digital Souls, i prolungamenti delle nostre identità nel mondo online sono sempre più simili a particolari forme di “carne digitale” (Digital Flesh). Flesh, parente stretto del tedesco Fleish, non indica tanto la presenza corporea quanto quella carnale nella realtà digitale: accumuliamo, infatti, al suo interno connessioni, memorie, investimenti emotivi e temporali che, nel corso del tempo, aumentano la vulnerabilità della nostra identità sociale, culturale ed esistenziale. Attraverso la perdita e il lutto, secondo Gibson e Carden, diventano limpide le prerogative autentiche di questa carne digitale, vulnerabile, soffice e non del tutto decomponibile. Ecco, quindi, la speranza di poter ritagliarci un angolo di paradiso, seppur solo virtuale, all’interno della Rete, usando i dati registrati online per incontrare, parlare e sfiorare le persone che abbiamo amato o, in alternativa, per limitare la paura di scomparire nel nulla, una volta deceduti. Certo, questo tipo di paradiso immanente, che rende eterno il dialogo “attivo” tra i vivi e i morti, è alquanto pericoloso: impossibile può diventare l’elaborazione del lutto, a causa della confusione tra la rappresentazione solo virtuale del morto e la sua presenza corporea. Ne segue il rischio di una dipendenza che vanifica il ruolo salubre delle ritualità funebri: obnubilato il significato positivo della rottura tra il mondo terminato (vissuto insieme alla persona deceduta) e il nuovo mondo (vissuto senza la persona deceduta), si rimane prigionieri dei ricordi e della sofferenza per l’assenza di un legame che è venuto fisicamente a mancare. Per tale ragione, è utile tenere a mente le parole di Jang Ji-sung, una volta terminato l’esperimento di I Met You: la donna ha vissuto questa esperienza come la momentanea evasione all’interno della rappresentazione teatrale del suo paradiso personale o, in alternativa, come la breve fuga nel suo ricorrente sogno, quello in cui incontra e parla con la propria bambina morta. Nulla di tutto ciò ha che vedere con l’immaginaria vita post mortem di Nathan in Lakeview, a meno che non si interpreti il suo avatar come una persona diversa: fermatosi definitivamente il tempo per il Nathan in carne e ossa, il suo avatar può emanciparsi liberamente da lui, cominciando a colmare – forse – i rimpianti della sua precedente vita. Che sia questa una chiave di lettura convincente del desiderio di un paradiso virtuale in cui far sopravvivere per sempre i nostri dati online?

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Fellini come demiurgo: dal sogno alla realtà https://minimaetmoralia.it/cinema/fellini-demiurgo-dal-sogno-alla-realta/ https://minimaetmoralia.it/cinema/fellini-demiurgo-dal-sogno-alla-realta/#comments Tue, 30 Jun 2020 06:03:23 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=43632 Ricorre quest’anno il centenario di uno dei maestri del cinema italiano, che con il suo modo unico di guardare alle cose ha cambiato la storia della settima arte nel nostro paese e non solo: Federico Fellini. Per celebrarne l’eredità, Popsophia, il festival nazionale della Filosofia del Contemporaneo, ha dedicato al regista la sua decima edizione […]

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Ricorre quest’anno il centenario di uno dei maestri del cinema italiano, che con il suo modo unico di guardare alle cose ha cambiato la storia della settima arte nel nostro paese e non solo: Federico Fellini. Per celebrarne l’eredità, Popsophia, il festival nazionale della Filosofia del Contemporaneo, ha dedicato al regista la sua decima edizione scegliendo come tema il “realismo visionario”. A Pesaro, dal 2 al 5 luglio, Popsophia sarà il primo festival italiano con pubblico e ospiti dal vivo dell’era post-Covid, raccogliendo così la sfida dei tempi difficili che stiamo attraversando. Con prenotazione obbligatoria e nel rispetto di tutti i protocolli di sicurezza, il centro storico pesarese ospiterà quattro giornate di conferenze, spettacoli musicali, rassegne filosofiche e istallazioni espositive accomunate dall’idea di uno sguardo visionario sulla realtà come possibilità per immaginare scenari alternativi e, così, ripartire. Numerosi giornalisti, filosofi, scrittori e artisti di fama nazionale interpreteranno la loro versione di “realismo visionario”. «Il tema 2020 è un ossimoro che coniuga realtà e sogno, storia e immaginario – ha dichiarato la direttrice artistica Lucrezia Ercoli – I lucidi sogni felliniani ci aiutano a uscire dalla dittatura del reale per scorgere la possibilità dell’impossibile. Ci affideremo all’immaginario della cultura pop e al potere creativo del pensiero filosofico contemporaneo per costruire un futuro che non c’è».

di Lucrezia Ercoli

“Il cinema-verità? Sono piuttosto per il cinema-menzogna. La menzogna è sempre più interessante della verità. La menzogna è l’anima dello spettacolo e io amo lo spettacolo. La fiction può andare nel senso di una verità più acuta della realtà quotidiana e apparente. Non è necessario che le cose che si mostrano siano autentiche. In generale è meglio che non lo siano. Ciò che deve essere autentica è l’emozione che si prova nel vedere e nell’esprimere”.

Queste parole appartengono al maestro del cinema italiano più amato nel mondo, Federico Fellini. Nell’anno del centenario della sua nascita, nell’annus horribilis in cui l’orizzonte del possibile è schiacciato sui dati degli esperti e dei tecnici, la poetica senza tempo di un vero “realista visionario” ha ancora qualcosa da dirci.

La menzogna, ricorda Fellini, non è aliena dalla verità. Esiste un’altra verità, una verità “più acuta”, che non è affatto la mera corrispondenza con il reale ma include l’universo della fiction, il mondo dello spettacolo, l’arte dell’inganno. E per mostrarla davvero, questa verità altra, è necessario trasgredire le regole della verosimiglianza, ricercare un senso nascosto oltre l’evidenza del visibile. Un rapporto indissolubile unisce verità e narrazione: la verità abita la finzione, e viceversa, la finzione è necessaria per il costituirsi della verità.

Fellini è l’ultimo alfiere di un “realismo non realistico”, intriso delle riflessioni sulla poetica del “realismo magico” di Massimo Bontempelli che, nei fulgenti anni Venti, chiedeva agli artisti di unire i poli opposti di realtà e magia, di trovare un nuovo linguaggio incantato che restituisse la complessità contraddittoria di un reale mai riconducibile a un’interpretazione univoca.  D’altronde gli artisti, lo ricorda lo stesso Fellini, “vivono sempre in uno stato di frizione tra due dimensioni diverse, realtà e fantasia”.

Alla tirannia di un reale fatto di dati granitici e incontrovertibili il cinema contrappone la sua “lanterna magica” custode di originari terrori e fantastiche meraviglie.  “Abito sempre nel mio sogno: di tanto in tanto, faccio una piccola visita alla realtà – scriveva Ingmar Bergman nella sua autobiografia, e proprio con il regista svedese Fellini doveva realizzare un film dal titolo Duetto d’amore che, come tutte le cose memorabili, non venne mai alla luce.

Gli elementi onirici felliniani – mutuati dai sogni dello stesso regista, dagli archetipi universali del mito, dalle tradizioni folkloriche dell’Italia popolare – sono perfettamente integrati nel contesto mondano della sua fabbrica dei sogni: Cinecittà.

E la costruzione meticolosa di tutti i dettagli dell’ambientazione apre all’effetto straniante degli elementi fantastici descritti altrettanto realisticamente. Come nel metafisico quadro di Morandi che Marcello e Steiner commentano in una delle scene più intense de La dolce vita:Gli oggetti sono immersi in una luce di sogno. Eppure, sono dipinti con uno stacco, con una precisione, con un rigore che li rendono quasi intangibili. Si può dire che è un’arte in cui niente accade per caso”.

Anche nei film di Fellini niente accade per caso. L’artista è un “medium”, un mediatore tra gli dei e gli uomini che unifica e organizza il caos “indifferenziato, confuso e inafferrabile” dell’inconscio collettivo creando un nuovo ordine.

L’arte fonde il mondo interiore con quello esteriore e, rinunciando alla pura mimesis, si immerge nel territorio profondo dell’inconscio svelando l’enigmatica verità di una realtà irragionevole fatta di oscure paure e desideri reconditi. Il visionario, insomma, può dare testimonianza solo della sua personalissima verità che è “la cosa più reale che esista”.

Cinquant’anni fa, nel 1970, Federico Fellini gira I Clowns, un film-documentario per la televisione che racchiude la metafora ultima del suo modo di vedere mondo. La verità circense e caricaturale distrugge il mito del documentario, sovverte i canoni dell’inchiesta, deride la retorica del realismo: “l’unica documentazione che uno possa dare è sempre soltanto la documentazione di se stesso”.

L’artista è un demiurgo, l’unico uomo che ha il potere di creare mondi, di costruire una realtà abitabile costruita “mattonella per mattonella” e sempre sospesa tra gli eccessi di un orgasmo e quelli di un rito funebre.

Quei mondi “li ho abitati in maniera molto più partecipe più vitale, più vera di tanti altri dove ho personalmente vissuto” sostiene malinconico il cineasta, e lo spettatore – sospeso tra la meraviglia suscitata dalla realtà del sogno o dalla magia del reale – non può che lasciarsi trasportare. E la nave va…

Come la Rimini di Amarcord completamente ricostruita a Cinecittà, dove fluttuano – senza legami di consecutio spazio-temporale – i ricordi del regista, irrealistici e inventati, eppure proprio per questo reali e autentici.

“L’unico vero realista è il visionario”: una sfida lanciata al presente, un compito per la filosofia e un monito per la cultura. Solo uscendo dalla dittatura del reale è possibile scorgere la possibilità dell’impossibile, solo a chi abbandona il clima emergenziale è concesso immaginare scenari alternativi.

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