potere Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/potere/ un blog di approfondimento culturale Tue, 20 Nov 2012 13:39:34 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg potere Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/potere/ 32 32 Stili di gioco: il potere nel calcio https://minimaetmoralia.it/societa/stili-di-gioco-le-regole-di-gioco/ https://minimaetmoralia.it/societa/stili-di-gioco-le-regole-di-gioco/#comments Mon, 19 Mar 2012 12:58:26 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7051 Partendo dall'analisi del libro di Gianfrancesco Turano, «Fuori gioco», oggi la rubrica di Daniele Manusia affronta la questione del potere nel calcio, che segue altre regole rispetto a quelle che valgono in campo.
Qui trovate le puntate precedenti. 

Fuori gioco parla esattamente degli aspetti del calcio che a me non interessano. In effetti, non parla di calcio. Gianfrancesco Turano (giornalista de L'Espresso, romanziere e autore di testi di teatro) ritrae uno dopo l'altro i dieci più importanti presidenti di altrettante società di Serie A, attento ai bilanci, alle strutture societarie e al modo in cui, da Berlusconi a Della Valle, la politica ha usato il calcio come palcoscenico. I presidenti in questione sono Di Benedetto, Lotito, De Laurentis, Pozzo, Agnelli, Moratti, Zamparini, Preziosi e, appunto, Della Valle e Berlusconi (Turano lo tiene per ultimo, come il bouquet nei fuochi d'artificio).

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Partendo dall’analisi del libro di Gianfrancesco Turano, «Fuori gioco», oggi la rubrica di Daniele Manusia affronta la questione del potere nel calcio, che segue altre regole rispetto a quelle che valgono in campo.
Qui trovate le puntate precedenti. 

Fuori gioco parla esattamente degli aspetti del calcio che a me non interessano. In effetti, non parla di calcio. Gianfrancesco Turano (giornalista de L’Espresso, romanziere e autore di testi di teatro) ritrae uno dopo l’altro i dieci più importanti presidenti di altrettante società di Serie A, attento ai bilanci, alle strutture societarie e al modo in cui, da Berlusconi a Della Valle, la politica ha usato il calcio come palcoscenico. I presidenti in questione sono Di Benedetto, Lotito, De Laurentis, Pozzo, Agnelli, Moratti, Zamparini, Preziosi e, appunto, Della Valle e Berlusconi (Turano lo tiene per ultimo, come il bouquet nei fuochi d’artificio).

Nell’incipit dell’introduzione si legge: “Il calcio è potere allo stato puro perché in campo conta solo vincere. Il potere è attratto dal calcio per due motivi: perché vuole trasformarlo in un’impresa economica come le altre, e perché vuole ottenere una legittimazione pubblica”. Si tratta di una prospettiva antitetica rispetto a quella che mi sono sforzato di proporre fin qui, in cui conta solo il gioco, ma sarebbe miope da parte mia non ammettere che il gioco da solo non conta neanche a livelli più bassi. Che il “calcio moderno” fosse un intreccio di potere economico e politico lo si sapeva già, e nonostante un lavoro di ricerca notevole nessuna delle informazioni contenute nel libro di Turano è veramente sorprendente. Il suo valore educativo, a mio avviso, sta nell’averle riunite tutte insieme. Una specie di Pagine Gialle della corruzione italiana (una parte, diciamo un 20% di tutte le lettere dell’alfabeto). Più che di filo rosso che unisce calcio e potere in questo caso sarebbe meglio parlare di un groviglio di fili colorati: Turano è l’artificiere che ha smontato la bomba per noi e analizzato ogni singolo filo rischiando di saltare in aria.

È impossibile sintetizzare coerentemente il tentativo compiuto da Turano di tradurre in un libro i collegamenti tra imprenditori, finanzieri e politici. Non sono il lettore ideale di libri del genere e ne sto scrivendo solo perché è stato così forte il senso di nausea provato leggendolo che ho bisogno di liberarmene per tornare a parlare di calcio in santa pace. I paragrafi tipo sono di una densità che fa girare la testa. Farò alcuni esempi.

1. Della Valle si compra un pezzo del Corriere.
Ma quando Della Valle entra in Rcs, Mediobanca non è più quella di una volta. Cuccia è morto e il suo erede Maranghi viene silurato proprio nella primavera del 2003, al termine di una lotta di potere giocata su più tavoli. La battaglia si scatena perché Maranghi compra un pezzo di Ferrari che interessava a Unicredit. In un’economia normale sarebbe ordinaria concorrenza. In Italia è uno sfregio che porta alla guerra fra clan finanziari. L’Unicredit di Profumo si allea con Geronzi (Capitalia) e con il governatore di Bankitalia Antonio Fazio. Insieme al Monti dei Paschi di Siena (Mps), questo fronte attacca il dominio di Mediobanca su Generali. L’ingresso nel gruppo assicurativo triestino del finanziere bretone Vincent Bolloré, e del suo rappresentante Tarak Ben Ammar, consulente di Silvio Berlusconi e Rupert Murdoch, sancisce la sconfitta di Maranghi, sostituito dall’ex amministratore delegato del gruppo Fiat Gabriele Galateri di Genola. Va detto che, in questa fase, Della Valle appoggia il fronte contrario a Maranghi e dunque la cordata di cui fa parte Geronzi, banchiere che per tradizione gode di ottima stampa sui giornali del gruppo Class di Panerai. Lo sfascio del salotto buono, con l’uscita di scena di Maranghi, inaugura un triennio di fuoco.

2. Pozzo pagava una parte degli stipendi ai calciatori in nero per pagare meno tasse. La Finanza lo becca.
Nonostante gli annunci di abbandono, i Pozzo continuano prendendo qualche precauzione in più. Gianpaolo trasferisce la residenza a Montecarlo. Il 26 giugno 1998, quattro mesi dopo le incresciose perquisizioni in Spagna, in Lussemburgo viene costituita la finanziaria Gespar Holding che diventa la nuova controllante dell’Udinese con il 98,34 per cento delle azioni, mentre Gianpaolo conserverà l’1,56 e suo figlio Gino lo 0,1. I soci di Gespar sono la Global Service Overseas e la International Business Services, due società di comodo con sede a Panama City. I primi amministratori della Gespar sono il fiduciario svizzero Giuseppe Volpi e il lussemburghese Jean Faber, referente di Sergio Cusani per i soldi della maxitangente Enimont trasferiti alla Banque Internationale à Luxemburg.

Di intrecci complicati di questo tipo è pieno il libro. L’equivalente letterario possono essere solo le saghe fantasy e i giochi di ruolo. Altrove, però, è più chiaro di cosa si stia parlando, e il libro di Turano restituisce un’immagine del potere in Italia più simile a Dallas che a Trono di Spade o Romanzo Criminale. Paradossalmente il libro può essere utile anche a tutti coloro che intendono scendere in politica o fare affari attraverso il calcio, fornendo esempi giusti dei metodi sbagliati.

3. La s.s. Lazio sta per fallire come è già successo a Napoli e Fiorentina.
Anche il premier fa la sua parte, inquadrando da par suo la questione: ‘Quello della Lazio – dice Silvio Berlusconi nel marzo 2005 – è un caso particolarissimo. Stiamo parlando di una squadra con un numero enorme di sostenitori il cui fallimento avrebbe avuto delle conseguenze di ordine pubblico che ci hanno preoccupato’. L’invito ai tifosi è chiaro: spaccate un po’ di vetri in centro e il governo vi verrà incontro. È la versione italiana del principio “too big to fail” (troppo grande per fallire) che nell’economa anglosassone è stato applicato a istituzioni in grave difficoltà finanziaria salvate dall’intervento statale. Vero che il governo italiano si guarda bene dall’intervenire con altri club di prestigio. Ma la Lazio significa Geronzi e Geronzi, unico banchiere non di sinistra secondo il Cavaliere, non va messo in imbarazzo.

4. Maradona.
L’acquisto del giocatore del Barcellona viene garantito attraverso un accordo fra l’allora sindaco DC, Enzo Scotti, e il vertice del Banco di Napoli retto dal potente banchiere di nomina democristiana Ferdinando Ventriglia – detto O’ Professore per avere insegnato qualche mese all’università dopo la laurea – che è al suo secondo mandato nella maggiore banca del Mezzogiorno. (…) Il banco, già disastrato, è a capitale pubblico. È quindi con un finanziamento della collettività che arriva Maradona. Viene da dire che, fra tanti sprechi, non è stato il peggiore.

5. Lotito imprenditore.
Lotito entra nel club con il 27 per cento delle quote attraverso la sua SS Lazio Events. Il suo problema è lo stesso di ogni finanziere italiano alle prese con i regolamenti di Borsa: evitarli. Oltre una certa quota, cioè il 30 per cento, scatterebbe l’obbligo di Opa (offerta pubblica d’acquisto) e i titoli salirebbero di prezzo. Ma il 27 per cento di una società quotata non basta a proteggerla da eventuali scalate. Ci vuole una percentuale più robusta. Per evitare di spendere soldi a vuoto, il nuovo proprietario chiede aiuto a zio Roberto Mezzaroma che, a dispetto del suo tifo giallorosso, rileva un pacchetto azionario della Lazio pari al 14 per cento. L’operazione condotta con Roberto Mezzaroma sarà giudicata come aggiotaggio dalla seconda sezione penale del Tribunale di Milano, che condannerà Lotito a due anni e Mezzaroma a venti mesi di reclusione.

A volte, io sinceramente non capisco perché Turano mi stia raccontando una determinata cosa. Nonostante ciò, il tema di fondo del libro (potere, corruzione) è così interessante che proseguo comunque con la lettura.

6. Lotito comunicatore.
Essere un’autorità morale è il secondo requisito nazionale per ottenere successo. Il primo è la simpatia. Chi non è simpatico – e Claudio Lotito stenta a esserlo – può almeno imporsi come autorità etica. Meglio ancora se sa guarnire il suo magistero con una collezione di sentenze acquisite dai maestri dell’antichità. (…) Con il suo eloquio classichegiante afferma: ‘Stiamo attraversando una fase profondamente amorale più che immorale. Bisogna ritornare alle radici, come raccomanda il Santo Padre. Battersi per il rilancio dei valori anche nel calcio, che per il suo potere mediatico e peso sociale può diventare strumento per il ripristino della legalità’.

7. Una descrizione di Zamparini.
Chi ha lavorato con Zamparini lo definisce un uomo di conoscenza, se non di cultura, capace di fronteggiare vari argomenti di discussione. È un cattolico anomalo. Crede nella reincarnazione delle anime e si dedica a letture esoteriche. Ha comprato casa in Egitto soltanto perché lì la sua seconda moglie, Laura Giordani, appassionata di fenomeni paranormali, si sente vicina a un campo magnetico speciale dal quale è più agevole contattare le forze occulte.

8. Una digressione sulla famiglia Moratti.
Il presidente dell’Inter è sposato con Emilia Bossi, detta Milly, sostenitrice di Giuliano Pisapia alle elezioni comunali di Milano del 2011 contro la cognata Letizia Brichetto Moratti, moglie di Gianmarco, che è stata presidente della Rai e ministro dell’Istruzione per nomina berlusconiana. Il duello elettorale è stato vinto dall’ala sinistrorsa della famiglia. È un po’ l’idea del derby trasferita in politica. Tutto con grande fair play, però. Al massimo c’è stato qualche battibecco fra cognate. I fratelli sono rimasti al di sopra delle parti. Anche Pisapia, alla fin fine, è interista, e suo padre Giandomenico è stato l’avvocato di Vincenzo Muccioli, fondatore della comunità di San Patrignano, che Gianmarco e Letizia Moratti finanziarono generosamente. Proprio Letizia aveva suggerito a Muccioli di chiedere l’assistenza legale di Pisapia senior nel processo per la morte di Roberto Maranzano, un ospite della struttura. Il verdetto finale si è chiuso con la condanna di Muccioli a otto mesi per favoreggiamento.

9. Calciatori e finanzieri.
Non che Geronzi sia stato allontanato in malo modo. Ha conservato la presidenza della Fondazione Generali, e la sua buonuscita per undici mesi al vertice delle assicurazioni è stata quantificata in 16,6 milioni di euro, in linea con l’ingaggio lordo di Zlatan Ibrahimovic, il calciatore più pagato del campionato italiano. (…) In breve, la permanenza di Geronzi nel gruppo assicurativo è costata 57.000 euro lordi al giorno. Applicando l’aliquota massima, si tratta di circa 32.000 euro netti. È una somma grosso modo pari al guadagno quotidiano di Cristiano Ronaldo.

Il problema col libro di Turano, così come succede con i libri di Rizzo e Stella cui forse si ispira, è che alla fine ci si ritrova con un prodotto culturale di cui non si sa bene cosa fare, di cui anziché godere possiamo solo soffrire.

Conclusioni.
Quanto conta la classe politica dirigenziale in un gioco che, per quanto sporco, viene comunque giocato da atleti professionisti? Dovrei cambiare idea su Sacchi come allenatore considerando il ruolo di propaganda berlusconiana avuto dal suo Milan?
Tutto sommato per evidenziare la povertà del calcio italiano attuale (certo riflesso anche di un dilettantismo di fondo, di proprietari di supermercati che esonerano allenatori) farei ricorso a dei numeri diversi rispetto a quelli usati da Turano.
Dei 23 gol in totale segnati nell’ultima giornata di campionato, contando anche il posticipo Udinese-Napoli, ben 10 sono venuti dagli sviluppi di un calcio piazzato. Quasi la metà. Per carità, è anche una questione di tecnica, punizioni come quella di Cavani valgono ai fini dello spettacolo, ma sul piano del gioco è un dato di per sé negativo. Il Milan è la squadra, tra quelle in testa in Europa con la percentuale più alta di gol derivati dagli sviluppi dei calci piazzati: 35%. Se si contano anche gli autogol, la percentuale sale al 39%. Le due squadre di Manchester non fanno molto meglio (City 33%, United 35%) ma in Inghilterra, anche ai piani alti, ci sono eccezioni come quella del Tottenham (20%) e Arsenal (11%). In Italia l’unica virtuosa, da questo punto di vista, è la Juve (20%, il che spiega in parte la frustrazione di Antonio Conte). Il Barcellona, tanto per dire, si ferma al 19% e il Real Madrid al 22%.
Ciò significa che senza tutti i rigori e calci di punizione o mischie su calcio d’angolo, le nostre domeniche sarebbero ancora più povere. Se a ciò si aggiunge che i nostri arbitri estraggono uno dei più alti numeri di cartellini rossi in Europa (81 fin qui, contro i 53 della Premier League, con una media di 2.8 espulsi a domenica) si capisce che il calcio italiano deve molto agli agenti, per così dire, esterni: abilità balistiche, fortuna, scelte arbitrali. Indipendentemente, forse, dalla generale disonestà della classe dirigenziale, servirebbe un po’ più di qualità.

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L’anima del presente nell’Italia anni zero https://minimaetmoralia.it/letteratura/lanima-del-presente-nellitalia-anni-zero/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/lanima-del-presente-nellitalia-anni-zero/#comments Fri, 11 Mar 2011 09:12:26 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3962 Per passare al setaccio il tempo presente occorre un crivello raffinato in grado di filtrare e rendere riconoscibili i diversi materiali che danno forma alla nostra contemporaneità. Ognuno dei sedici racconti che compongono Anatra all’arancia meccanica (Einaudi Stile Libero 2011, con un testo introduttivo di Tommaso De Lorenzis) può essere considerato uno strumento di depurazione e rivelazione, ogni testo un diverso calibro e dunque una diversa selezione della sostanza di questi primi dieci anni del nuovo millennio.

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di Giorgio Vasta

Per passare al setaccio il tempo presente occorre un crivello raffinato in grado di filtrare e rendere riconoscibili i diversi materiali che danno forma alla nostra contemporaneità. Ognuno dei sedici racconti che compongono Anatra all’arancia meccanica (Einaudi Stile Libero 2011, con un testo introduttivo di Tommaso De Lorenzis) può essere considerato uno strumento di depurazione e rivelazione, ogni testo un diverso calibro e dunque una diversa selezione della sostanza di questi primi dieci anni del nuovo millennio. Scritti infatti in un arco di tempo che va dal 2000 a oggi, i racconti del collettivo Wu Ming si confrontano con qualcosa che, forse azzardando, potremmo chiamare mood in Italy, vale a dire il nostro stato d’animo nazionale (effetto anche di rivolgimenti internazionali), un mostro sentimentale che appare contrastato e sfuggente, molteplice e tendenzialmente psicotico.
Se dunque la scrittura sceglie di confrontarsi con la fisiologica patologia di questi anni diventando a sua volta proteiforme per intercettare e restituire il carattere sbriciolato dei cosiddetti Anni Zero, la lettura si farà perlustrazione di stili differenti, un confronto con forme espressive eterogenee: dai resoconti ferocemente tragicomici del mondo cinematografico ed editoriale italiano (in Benvenuti a ‘sti frocioni 3 e in Tomahawk), testi nei quali grottesco e dato oggettivo coincidono e la parodia è una distorsione minima rispetto a quanto è davvero accaduto, alla tonalità teneramente partecipe di Momodou, dove la narrazione muove da un fatto di cronaca e percorre a ritroso la miccia delle esistenze di chi in quel fatto di cronaca è coinvolto per chiarire che un cliché sociale è un luogo nel quale si pretende di semplificare la complessità dell’umano, passando per il racconto di un tentativo assembleare italiano frantumato e manicomiale, quando l’iniziativa politica soccombe a una miriade di distinguo (in Bologna Social Enclave), fino al passo mite e discorsivo di American Parmigiano, nel quale un’investigazione filologica sul formaggio reggiano è lo spunto per ricostruire logiche e bizzarrie delle politiche di protezione di un marchio, dimostrando che è possibile cavare senso anche dal caseario (e la narrazione questo fa: significa l’apparentemente insignificante).
Si potrebbe immaginare che in questi racconti il mutare delle forme sintattiche e delle scelte lessicali discenda dalla struttura plurale di Wu Ming; questo avrà un suo peso, ma l’impressione più forte è un’altra: Wu Ming sa che ogni retorica è una formalizzazione tramite la quale si prova a dire il mondo, un tentativo di farlo esistere, e sa che ogni retorica è una macchina stilistica che deve essere esplorata e collaudata, smontata, rimontata e sparigliata, ininterrottamente messa alla prova per rivelarne il funzionamento attraverso il funzionamento medesimo (o attraverso il suo incepparsi). Perché una comprensione profonda delle retoriche serve a far fronte a tutto ciò che è potere: serve a far fronte alle sue retoriche (in particolare il dittico composto da Pantegane e sangue e Canard à l’orange mécanique – dove Topo Lino e Anatrino si ribellano al proprio stereotipo pretendendo una libertà che il mondo Bizney/Disney non vuole loro riconoscere – è una travolgente e stravolgente contronarrazione del potere).
Anatra all’arancia meccanica è un mandato di comparizione recapitato alla realtà italiana, un inventario di codici fiammeggiante e malinconico, un’esplorazione del presente alla fine della quale ci rendiamo conto che il mood in Italy che da dieci anni assorbiamo e generiamo è un ibrido caotico, un tempo che nasce morendo: e che al potere, soprattutto quando è senile e snervato come in questo paese, va opposta una corroborante vitale visionarietà. Anche quella del racconto.

Questo articolo è uscito su La Repubblica.

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Il Caligola di Camus https://minimaetmoralia.it/letteratura/il-caligola-di-camus/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/il-caligola-di-camus/#comments Fri, 06 Aug 2010 08:23:46 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=2802 Questo articolo è uscito nel numero di agosto/settembre dello Straniero Nonostante gli anni delle sue tre progressive stesure (1938-39, 1941, 1958), e nonostante gli specchi per allodole appesi sulle quarte di copertina delle edizioni italiane, non credo proprio che il Caligola di Albert Camus abbia a che fare con lo spettro di Adolf Hitler più […]

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Questo articolo è uscito nel numero di agosto/settembre dello Straniero

Nonostante gli anni delle sue tre progressive stesure (1938-39, 1941, 1958), e nonostante gli specchi per allodole appesi sulle quarte di copertina delle edizioni italiane, non credo proprio che il Caligola di Albert Camus abbia a che fare con lo spettro di Adolf Hitler più di quanto non affronti – molto più estesamente – il problema e anzi la tragedia immortale dei meccanismi di potere tra esseri umani. Più che al totalitarismo della Germania nazista (troppo cavo e monolitico per contenere gli istrionismi e la complessità dell’imperatore romano reso pazzo dalla morte di Drusilla, la sua sorella-amante) ho l’impressione che Camus si sia appoggiato all’opera letteraria che in assoluto racconta meglio la maledizione e la solitudine del potere, vale a dire al Macbeth di William Shakespeare, trascinato nel Novecento dallo scrittore francese passando per la boa di un’altra grande prova sullo stesso argomento: la Salomè di Oscar Wilde.

Così come la profezia-sortilegio delle tre streghe (“un giorno sarai re!”) costringe Macbeth ad assecondare i propri istinti sotterranei precipitandolo in un incubo fatto di sangue versato e notti insonni, e così come la bellezza di Salomè strega Erode portando il lato oscuro del tetrarca a spendersi per la decapitazione del profeta Iokanaan, per Camus il potere è innanzitutto una forma di possessione. Possessione maligna in chi lo esercita, e forma epidemica – stiamo in fondo parlando dell’autore de La peste – per chi, quasi mai del tutto incolpevolmente, persiste nel subirlo.
Il Caligola di Camus (mi riferisco soprattutto all’opera teatrale nella sua versione del 1941, forse la più ambigua, problematica e traboccante di spunti) è dunque un posseduto. Ma è un posseduto decisamente diverso dai grandi e terribili invasati della prima metà del Novecento: troppo più ricco e affascinante di Stalin e Hitler, dentro i cui gusci la malattia del potere sembrò spandersi senza mai trovare dighe o controcanti. C’è forse un pizzico di narcisismo a fin di bene in questa scelta, perché lungi da mostrare un paesaggio interiore rispecchiante il violento proletariato rurale (quale fu la Georgia di Stalin) o le frustrazioni del bavarese urbanizzato (quale fu il quasi-bavarese Hitler), il Caligola di Camus è piuttosto un intellettuale profondamente innamorato del Mediterraneo a cui appartiene e della libertà a cui segretamente aspira, il quale, punto dal chiodo arrugginito del potere senza freni (spinto su questo chiodo dalla morte di Drusilla), assiste e reagisce e commenta in diretta e getta in farsa il propagarsi del tetano dentro di sé. Cosa sarebbe accaduto, insomma, al giovane e ardente Albert Camus, se anziché scagliarsi contro il potere esercitato da altri fosse stato incoronato imperatore, e fosse stato dunque sottoposto alla terribile prova del rispecchiarsi nella tentazione del proprio potere illimitato? Più che flaubertianamente, Caligola è uno degli estremi che abita l’interiorità – e soprattutto la giovinezza – dell’autore de Lo straniero.

Sulle epopee di Macbeth e Salomè si eleva infine (e si rovescia) il cielo di un mito orientale. Il Caligola di Camus si può anche leggere come lo speculare del mito di Siddhārtha. Dal Buddhacarita fino alle versioni occidentali come quella di Herman Hesse, il principe Siddhārtha Gautama dovrà uscire dal palazzo paterno e fare la sconvolgente scoperta della mortalità per intraprendere la strada che porta all’illuminazione. Sostituendo il percorso di liberazione con un progressivo incatenamento di segno opposto, Caligola diventa mortale in seguito alla scomparsa dell’amatissima sorella incestuosa e, incapace di sprofondare il dolore in un lago di pace luminosa o anche più modestamente di elaborare il lutto, lo eleva sempre più incontrollabilmente verso l’orgia sanguinaria degli imperatori folli.
A questo punto è lecito domandarsi: da cosa dipende questo suo salto nelle tenebre? Probabilmente è dovuto al fatto che Caligola non è il figlio del sovrano (come nel caso del Buddha) bensì il sovrano stesso, e dunque già investito del potere quando scopre la sofferenza e la finitezza umana. È un sovrano che però – diversamente da ciò che dovrebbero fare gli imperatori romani – non culla per l’Urbe sogni di conquista, ma sogna che la città venga invasa da quello che Artaud avrebbe chiamato “il teatro della peste”. Siamo di fronte a un tipo molto particolare di anarchico incoronato, un imperatore che anziché mettere a ferro e fuoco la Britannia o la Mauritania vuole o meglio pretende che gli si porti – letteralmente – “la luna” (quello stesso pallido, siderale, fantasmatico astro del desiderio che tanto turba proprio l’Erode della Salomè).
Se così da una parte può avere ragione Pasolini nel dire che nulla è più anarchico del potere, l’anarchia di Caligola-Camus appartiene alla poesia e all’arte più che alla vita organizzata, e a quell’arte diventata finalmente vita (cioè autentica libertà) che sarebbe praticabile soltanto in un mondo utopico in cui la malapianta del potere e della sua microfisica fosse del tutto estirpata. Da qui, la dialettica carnevalesca di Caligola.
Diversamente da Hitler, da Stalin, da Mussolini, da Franco, da Pol-Pot, da Kim Jong-il e così via… la parodia del potere messa in scena dall’imperatore di Camus non è mai involontaria. Caligola chiama i senatori: “bella mia!”, dà loro pacche sul sedere, si presenta in pubblico travestito malamente da Venere, e nello stesso tempo lascia che l’arbitrio della sua tirannide faccia vittime come accadrebbe presso la corte di un tiranno qualunque. È come se – dopo la singolarità rappresentata dalla morte di Drusilla, vero big bang di tutto il dramma – Caligola fosse diviso in due metà lanciate al galoppo in direzioni opposte, e sempre più velocemente: da una parte compie azioni da capo di Stato totalitario, dall’altra ne dichiara la vera natura, si autodenuncia come nessun capo di uno Stato totalitario farebbe mai, mostrando (anzi, dimostrando: “lo vedrete, quanto vi costerà la logica!”) ai propri sudditi l’oscenità grottesca del potere, la sua miseria, la sua assoluta pochezza, il suo profondo nichilismo e la vigliacca compromissione di chi al potere è sottoposto (innanzitutto i senatori, i quali, come nella migliore tradizione, aspetteranno di lordarsi e di umiliarsi col fango della connivenza, e solo poi diventeranno congiurati, assecondati in ciò proprio dal ‘capocomico’ Caligola, perché tutta la parabola – almeno questa volta – si compia a carte completamente scoperte). Questa frizione, questa terribile lacerazione tra esercizio arbitrario del potere e suo smascheramento, non può nascere in Caligola se non da un segreta, profonda, celestiale fame di libertà, destinata a incancrenirsi a causa del ruolo che egli riveste e soprattutto a causa del mondo da cui è circondato (Roma, Berlino, Mosca, New York…), un mondo che riconosce a questo ruolo, vale a dire al potere assoluto, ciò che questo ruolo non può ontologicamente avere: un vero, reale significato. Se solo insomma non fosse imperatore, Caligola rischierebbe di diventare un eroe. Ma in che consiste la sua ricerca di libertà?
Il Caligola immortale (il Caligola anteriore alla morte di Drusilla) non può ancora desiderare la libertà e il soffio anarchico della poesia: non si pone nemmeno il problema poiché tutto per lui è libertà esattamente come tutto è innocente e avulso dalla necessità di redenzione per Adamo e Eva prima della caduta. Il desiderio di libertà (e i problemi) iniziano dopo. Il peccato di Caligola non è comportarsi da tiranno, ma essere imperatore. La debolezza di questo cesare consiste così nel non autodeporsi una volta morta Drusilla – una volta che non trova la forza di farlo è già troppo tardi –, dal momento che il suo desiderio di affrancamento dai limiti della contingenza sarebbe salvifico se fosse un pari tra pari, ma diventa fisiologicamente mostruoso – mostruoso per forza di cose! – una volta inserito nei meccanismi del potere. Il vero problema, insomma, non è la presenza nel mondo di personalità come quella di Caligola, ma il fatto che il mondo malato di nichilismo abbia forgiato il guscio vuoto di un Capo (l’imperatore) intorno a cui organizzarsi.
Quest’opera scritta per la prima volta mentre l’Europa precipitava nel gorgo dei totalitarismi, si scopre di conseguenza molto più avanti rispetto al clima culturale e politico dentro cui fu generata. Lungi dal puntare semplicisticamente il dito soltanto contro Hitler o un altro bersaglio circostanziato, è una prodigiosa denuncia dei nudi meccanismi del potere tout court. Direi anzi che è più attuale adesso che allora, perché – terminata l’epoca delle grandi individualità – il potere dei nostri giorni è sempre più una macchina celibe, la quale, senza neanche il bisogno di nascondersi dietro un volto o un’idea ben determinati, celebra la propria nuda volontà di potenza. È un potere insomma sempre più acefalo e pervasivo: pura, mostruosa tecnica che ha meno bisogno di incarnarsi in singole figure mitiche quanto più risulta polverizzata viralmente in ciascuno di noi.
È la macchina, il terribile guscio vuoto, che bisogna combattere, non l’uomo – ecco il messaggio che possiamo (nemmeno troppo tra le righe) decrittare nei deliri dell’imperatore folle di Camus. La dannazione di Caligola nasconde un sogno dentro un incubo: da qualche parte, sempre più lontana ma ancora intatta, riposa la chiave per il nostro affrancamento.

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Santarcangelo 40 https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/santarcangelo-40/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/santarcangelo-40/#respond Mon, 12 Jul 2010 08:28:20 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=2702 Da venerdì 9 fino a domenica 18 luglio, si svolge la quarantesima edizione del Festival Santarcangelo. Riportiamo un paio di articoli usciti nel primo numero di Nero su Bianco, una fanzine cartacea che viene distribuita nei giorni di Santarcangelo 40 e che è il risultato in quattro puntate del laboratorio organizzato dal collettivo Altre Velocità: un gruppo di redattori e di osservatori critici si concentra sulle domande pubbliche che gli spettacoli, le proiezioni, le istallazioni e tutte le altre occasioni d’incontro pongono allo spettatore. Qui sotto l’editoriale di benvenuto e l’intervista agli organizzatori del festival.

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Da venerdì 9 fino a domenica 18 luglio, si svolge la quarantesima edizione del Festival Santarcangelo. Riportiamo un paio di articoli usciti nel primo numero di Nero su Bianco, una fanzine cartacea che viene distribuita nei giorni di Santarcangelo 40 e che è il risultato in quattro puntate del laboratorio organizzato dal collettivo Altre Velocità: un gruppo di redattori e di osservatori critici si concentra sulle domande pubbliche che gli spettacoli, le proiezioni, le istallazioni e tutte le altre occasioni d’incontro pongono allo spettatore. Qui sotto l’editoriale di benvenuto e l’intervista agli organizzatori del festival. Le illustrazioni invece sono di Federico Mazzoleni.

Una piccola banda si è radunata per il festival.
Il tam tam ci è esploso tra le mani, innescato dal desiderio di Santarcangelo 40, dal suo labirintico e ipnotico programma, non sintetizzabile secondo gli usuali criteri: proliferante, eccessivo, quasi violento. Un festival non riducibile a terreni già noti e classificati, ma percorribili in molteplici direzioni e secondo infinite traiettorie, che chiede di evitare gli orientamenti delle preferenze immediate e di esporsi al caso e al caso di un disegno in continua espansione, spinto dall’entusiasmo dei tanti gruppi qui raccolti. Per questo siamo così tanti, tra critici, scrittori, musicisti e disegnatori: per disperdersi e ritrovarci in questo festival, per far confliggere le prospettive e le competenze, per mescolarci con quanti hanno risposto al richiamo di questa edizione, un’urgenza color rosso fuoco che urla la necessità per tutti di essere presenti, testimoni radicalmente rivolti e coinvolti nel progetto con ogni fibra del proprio essere.
A questo grido vogliamo aggiungere le voci della nostra redazione espansa. Ogni giorno nelle aule della piccola scuola media in cui quest’anno risiede l’Osservatorio Critico, i pensieri si allacceranno alle parole, le parole ai disegni, per tracciare congiunzioni e polverizzare parametri. Ci occuperemo delle incursioni dal vivo della nostra emittente, Radio Gun Gun, della realizzazione di Nero su Bianco, la fanzine che avete tra le mani, dodici pagine che in quattro uscite attraverseranno i due weekend del festival. Partiamo dalla passione, attraverseremo lo spazio pubblico e la realtà-finzione del teatro e dell’arte, provando a concludere attorno all’individuo e alla comunità. Cureremo anche uno spazio sul web (santarcangelofestival.com e altrevelocita.it), che quotidianamente ospiterà altre visioni attraverso la fotografia e i video.
La natura multidirezionale dell’edizione 2010 ci invita a una riflessione sul nostro posizionamento, sulle domande necessarie alla critica per raccontare un’esperienza come questa, perché non sia cronaca né divagazione, ma incursione e proiezione poetica negli spazi che riusciamo a immaginare. Useremo parole, interventi grafici, disegni e illustrazioni realizzati da alcuni studenti dell’Accademia delle Belle Arti di Bologna e della Scuola del Libro di Urbino.
Raccontare per noi significherà lasciare delle tracce, anche ambivalenti, anche riottose, fenditure che incideranno il festival secondo le linee che ci sembrano più urgenti, oggi, per parlare dell’arte e per snidarne i conflitti. Occorre davvero provare a immaginare e realizzare azioni e non più solo descrizioni. Parlare solo di teatro è insufficiente. Non parlare abbastanza di teatro, almeno per noi, è comportarsi da turisti della cultura. Per questo siamo tanti, per provare a portare alla luce le domande che investono la realtà, per essere in grado di puntare all’essenziale, per condividere questioni, invitare riflessioni, sollecitare discussioni: perché ciò che persuade, nella minoranza di un festival, sia davvero in grado di impedire la stasi del buono, del noto, della resa.
Altre Velocità


Abbiamo chiesto alla direzione di Santarcangelo 40, Enrico Casagrande, Rodolfo Sacchettini e Daniela Nicolò di esplicitare le tensioni contenute in “passione” e “insostenibilità”: due parole che scorrono sotto la pelle di questa edizione e la connettono alla visione più ampia del progetto triennale del festival.

 

Passione e Utopia
Enrico Casagrande Un festival come questo, che è anche un pensiero, uno stare insieme, non può esistere senza passione. Credo che sia la possibilità di non vedere dei limiti, di attraversare il territorio dell’impossibile. Senza passione non potremmo fare l’impossibile che cerchiamo. La nostra è una passione per l’utopia, anche oggi. In un momento in cui vediamo nero e siamo accerchiati dalla negatività, questa riesce in qualche modo a pervadere il nostro agire, a giustificare il nostro fare di meno. La negatività spesso diventa una scusa a cui ricorrere. Come Motus abbiamo sempre attraversato il festival da artisti: costruirlo è stato per noi allargare l’idea di compagnia, fino alla sorpresa di avere di fronte cento persone con uno stesso tipo di sentimento, di orizzontalità. Arriveremo a comporre questo festival in settecentonovanta: una piccola città, un borgo, tante teste pensanti che si radunano intorno a Santarcangelo. La volontà è di trascinare il festival, la collettività e gli individui in una dimensione di impossibile; ci siamo presi un rischio: perdere il controllo. Alcuni progetti saranno delle sorprese anche per noi.

Daniela Nicolò: La cosa che più mi incuriosisce e su cui ho maggiore attesa sono le reti sotterranee che si andranno a creare tra i vari momenti spettacolari: un livello profondo che si manifesterà solo nel vivo del festival.

Rodolfo Sacchettini: È come se ci fossimo chiesti cosa era possibile mettere in bilico con il “potere”. Il potere è anche abitudine, consuetudine, chiusura, stupidità, luoghi comuni, stereotipi, affaticamento e noia. La reazione è stata lavorare alla costruzione di un contesto, mossi principalmente da passione e necessità. C’è anche della lotta in tutto questo e ci vuole un po’ di utopia per andare avanti; poche illusioni, tanta ostinazione.
Abbiamo lavorato sulle passioni singolari e plurali, con l’obiettivo di “fare comunità”, guadando agli individui e ai gruppi senza un “Dio” a cui fare riferimento. Questo festival vive della moltiplicazione e del vedere nelle cose che accadono il generarsi di possibilità, la ricchezza delle strade che possono essere percorse. Ed è la bellezza il più delle volte a scardinare porte e aprire sentieri là dove tutto sembrava chiuso e impercorribile.

Fine
EC: Chi è arrivato dopo la generazione-anni-novanta- ha ricominciato da capo: è avvenuto un azzeramento che voleva dire nuovo linguaggio, nuovo rapporto con le istituzioni, nuovo modo di fare teatro. Per noi Motus non è stato così. Ma se avessimo tagliato con ciò che c’era prima, se ci fossimo separati da tutto il resto, avremmo perso i fili. Anche le contraddizioni sono estremamente importanti per una comunità. Non dico che l’oggi e il domani debbano essere uguali al passato; ma il passaggio deve essere un ripartire da dove si è, anche se la stratificazione è satura o marcia. Non credo nell’azzeramento, nel volere per forza chiudere, e solo dopo capire cosa sta succedendo.

NC: Queste considerazioni riecheggiano in alcuni spettacoli presenti al festival. La reazione al nero è stata il rosso, una scelta molto evidente, una risposta nettissima legata alla nostra attuale condizione di artisti. Nel nostro percorso abbiamo spesso deciso di aprire ad altre forme, cambiare linguaggio, andare per altre strade, ma assolutamente esserci. L’idea di reazione è basilare, altrimenti si fa il gioco del potere. Come chi in questo momento, per il fatto che non ci sono soldi, sceglie di non fare o fare di meno.

EC: Siamo solo all’inizio di un regime che taglierà per prime le frangi pesanti. Allora dovremmo reinventarci come i polacchi, costretti a portare il teatro nelle chiese, gli unici luoghi dove i russi non potevano fermarli…

Esplosione non Implosione
EC: È importante evitare il dibattito tout-court come è avvenuto negli anni Settanta, quando si è perso di vista l’oggetto “arte” in favore di quello meramente politico, altrimenti si va incontro al pericolo di un’implosione, di un’involuzione del linguaggio stesso delle arti. Un’utopia sta anche nel fatto che il Bello, il metaforico e il continuamente-trasformato debbano proseguire a essere riferimenti e punti di vista per mettersi in relazione con la realtà.

DN: In questo festival c’è stata l’urgenza di coinvolgere artisti che si rapportassero al reale senza farne una traduzione diretta, narrativa. Su questo abbiamo investito, prendendoci il lusso di qualche rischio.

EC: Questa pratica, eversiva rispetto a una consuetudine da festival, è stata per noi come innescare una bomba. La delusione sarebbe se di questa potenziale esplosione rimanesse soltanto l’innesco, con la possibilità che durante il festival noi continuassimo a chiederci “quando esplode veramente?”.
Abbiamo scelto di non riempire incondizionatamente le piazze, di non cercare il consenso. La nostra costruzione di ESC è proiettata a sovvertire le regole dell’apparire, non sarà invasiva a livello di moltiplicazione, ma lo sarà a livello di tensioni. Se accade veramente lo vediamo poi. Io non ho paura di questo, anzi, ho paura che tutto questo non accada, che alla fine saremo così civili tra noi, così ben educati, che le intenzioni rimangano frasi scritte invece di accadere in modo dirompente. Non dimentichiamo che l’Italia è l’unica nazione europea che non ha mai avuto una rivoluzione: non l’abbiamo nel DNA. Non vorrei che ci ritrovassimo l’ultimo giorno di festival ad attendere ancora una scossa che ci attraversi. Io ne ho bisogno. Altrimenti mi sentirei molto scarico, per quanto gli spettacoli possano essere belli.

Singolari e Plurali
EC: Credo che la direzione del festival da parte di gruppi teatrali abbia permesso in qualche modo di sbloccare la verticalità: l’organizzazione gerarchica difficilmente avrebbe permesso che si mescolassero le carte, invece per noi questo è accaduto in modo naturale fino al 2009.

RS: In questo lavoro di tante teste c’è la consapevolezza che uno più uno non fa due, ma un altro numero, che può essere tre ma ancora di più. Quando in un’equipe nascono competizione, conflitto o invidia, è la pluralità a rimetterci. Noi abbiamo ricercato equilibri in continuo divenire, sempre diversi, ma tra individui che guardassero a un pensiero collettivo.

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Intervista a Pier Paolo Pasolini https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-pier-paolo-pasolini/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-pier-paolo-pasolini/#comments Sat, 06 Mar 2010 09:21:21 +0000 http://minimaetmoralia.minimumfax.com/?p=1904 A seguito dell’articolo di Alessandro Leogrande, riproponiamo il testo dell’intervista di Furio Colombo a Pier Paolo Pasolini pubblicato sull’inserto “Tuttolibri” del quotidiano «La Stampa» l’8 novembre del 1975. Alcuni lettori di minima&moralia già la conosceranno. Altri no. Altri ancora – come il sottoscritto – si rinfrescheranno la memoria, rabbrividendo magari quando di tanto in tanto […]

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A seguito dell’articolo di Alessandro Leogrande, riproponiamo il testo dell’intervista di Furio Colombo a Pier Paolo Pasolini pubblicato sull’inserto “Tuttolibri” del quotidiano «La Stampa» l’8 novembre del 1975. Alcuni lettori di minima&moralia già la conosceranno. Altri no. Altri ancora – come il sottoscritto – si rinfrescheranno la memoria, rabbrividendo magari quando di tanto in tanto si riterrà di rintracciare paralleli tra quello che Pasolini dice qui di Eichmann, e quanto emerge da poesie come “La ballata delle madri”. A tutti gli amici di minima&moralia una buona lettura e una buona giornata.

                                                                                

Questa intervista ha avuto luogo sabato 1° novembre, fra le 4 e le 6 del pomeriggio, poche ore prima che Pasolini venisse assassinato. Voglio precisare che il titolo dell’incontro che appare in questa pagina è suo, non mio. Infatti alla fine della conversazione che spesso, come in passato, ci ha trovati con persuasioni e punti di vista diversi, gli ho chiesto se voleva dare un titolo alla sua intervista.
Ci ha pensato un po’, ha detto che non aveva importanza, ha cambiato discorso, poi qualcosa ci ha riportati sull’argomento di fondo che appare continuamente nelle risposte che seguono. «Ecco il seme, il senso di tutto – ha detto – Tu non sai neanche chi adesso sta pensando di ucciderti. Metti questo titolo, se vuoi: “Perché siamo tutti in pericolo”».

Pasolini, tu hai dato nei tuoi articoli e nei tuoi scritti, molte versioni di ciò che detesti. Hai aperto una lotta, da solo, contro tante cose, istituzioni, persuasioni, persone, poteri. Per rendere meno complicato il discorso io dirò «la situazione», e tu sai che intendo parlare della scena contro cui, in generale ti batti. Ora ti faccio questa obiezione. La «situazione» con tutti i mali che tu dici, contiene tutto ciò che ti consente di essere Pasolini. Voglio dire: tuo è il merito e il talento. Ma gli strumenti? Gli strumenti sono della «situazione». Editoria, cinema, organizzazione, persino gli oggetti. Mettiamo che il tuo sia un pensiero magico. Fai un gesto e tutto scompare. Tutto ciò che detesti. E tu? Tu non resteresti solo e senza mezzi? Intendo mezzi espressivi, intendo…

Sì, ho capito. Ma io non solo lo tento, quel pensiero magico, ma ci credo. Non in senso medianico. Ma perché so che battendo sempre sullo stesso chiodo può persino crollare una casa. In piccolo un buon esempio ce lo danno i radicali, quattro gatti che arrivano a smuovere la coscienza di un Paese (e tu sai che non sono sempre d’accordo con loro, ma proprio adesso sto per partire, per andare al loro congresso). In grande l’esempio ce lo dà la storia. Il rifiuto è sempre stato un gesto essenziale. I santi, gli eremiti, ma anche gli intellettuali. I pochi che hanno fatto la storia sono quelli che hanno detto di no, mica i cortigiani e gli assistenti dei cardinali. Il rifiuto per funzionare deve essere grande, non piccolo, totale, non su questo o quel punto, «assurdo» non di buon senso. Eichmann, caro mio, aveva una quantità di buon senso. Che cosa gli è mancato? Gli è mancato di dire no su, in cima, al principio, quando quel che faceva era solo ordinaria amministrazione, burocrazia. Magari avrà anche detto agli amici, a me quell’Himmler non mi piace mica tanto. Avrà mormorato, come si mormora nelle case editrici, nei giornali, nel sottogoverno e alla televisione. Oppure si sarà anche ribellato perché questo o quel treno si fermava, una volta al giorno per i bisogni e il pane e acqua dei deportati quando sarebbero state più funzionali o più economiche due fermate. Ma non ha mai inceppato la macchina. Allora i discorsi sono tre. Qual è, come tu dici, «la situazione», e perché si dovrebbe fermarla o distruggerla. E in che modo.

 Ecco, descrivi allora la «situazione». Tu sai benissimo che i tuoi interventi e il tuo linguaggio hanno un po’ l’effetto del sole che attraversa la polvere. È un’immagine bella ma si può anche vedere (o capire) poco.

Grazie per l’immagine del sole, ma io pretendo molto di meno. Pretendo che tu ti guardi intorno e ti accorga della tragedia. Qual è la tragedia? La tragedia è che non ci sono più esseri umani, ci sono strane macchine che sbattono l’una contro l’altra. E noi, gli intellettuali, prendiamo l’orario ferroviario dell’anno scorso, o di dieci anni prima e poi diciamo: ma strano, ma questi due treni non passano di li, e come mai sono andati a fracassarsi in quel modo? O il macchinista è impazzito o è un criminale isolato o c’è un complotto. Soprattutto il complotto ci fa delirare. Ci libera da tutto il peso di confrontarci da soli con la verità. Che bello se mentre siamo qui a parlare qualcuno in cantina sta facendo i piani per farci fuori. E facile, è semplice, è la resistenza. Noi perderemo alcuni compagni e poi ci organizzeremo e faremo fuori loro, o un po’ per uno, ti pare? Eh lo so che quando trasmettono in televisione Parigi brucia tutti sono lì con le lacrime agli occhi e una voglia matta che la storia si ripeta, bella, pulita (un frutto del tempo è che «lava» le cose, come la facciata delle case). Semplice, io di qua, tu di là. Non scherziamo sul sangue, il dolore, la fatica che anche allora la gente ha pagato per «scegliere». Quando stai con la faccia schiacciata contro quell’ora, quel minuto della storia, scegliere è sempre una tragedia. Però, ammettiamolo, era più semplice. Il fascista di Salò, il nazista delle SS, l’uomo normale, con l’aiuto del coraggio e della coscienza, riesce a respingerlo, anche dalla sua vita interiore (dove la rivoluzione sempre comincia). Ma adesso no. Uno ti viene incontro vestito da amico, è gentile, garbato, e «collabora» (mettiamo alla televisione) sia per campare sia perché non è mica un delitto. L’altro – o gli altri, i gruppi – ti vengono incontro o addosso – con i loro ricatti ideologici, con le loro ammonizioni, le loro prediche, i loro anatemi e tu senti che sono anche minacce. Sfilano con bandiere e con slogan, ma che cosa li separa dal «potere»?

 Che cos’è il potere, secondo te, dove è, dove sta, come lo stani?

Il potere è un sistema di educazione che ci divide in soggiogati e soggiogatori. Ma attento. Uno stesso sistema educativo che ci forma tutti, dalle cosiddette classi dirigenti, giù fino ai poveri. Ecco perché tutti vogliono le stesse cose e si comportano nello stesso modo. Se ho tra le mani un consiglio di amministrazione o una manovra di Borsa uso quella. Altrimenti una spranga. E quando uso una spranga faccio la mia violenza per ottenere ciò che voglio. Perché lo voglio? Perché mi hanno detto che è una virtù volerlo. Io esercito il mio diritto-virtù. Sono assassino e sono buono.

Ti hanno accusato di non distinguere politicamente e ideologicamente, di avere perso il segno della differenza profonda che deve pur esserci fra fascisti e non fascisti, per esempio fra i giovani.

Per questo ti parlavo dell’orario ferroviario dell’anno prima. Hai mai visto quelle marionette che fanno tanto ridere i bambini perché hanno il corpo voltato da una parte e la testa dalla parte opposta? Mi pare che Totò riuscisse in un trucco del genere. Ecco io vedo così la bella truppa di intellettuali, sociologi, esperti e giornalisti delle intenzioni più nobili, le cose succedono qui e la testa guarda di là. Non dico che non c’è il fascismo. Dico: smettete di parlarmi del mare mentre siamo in montagna. Questo è un paesaggio diverso. Qui c’è la voglia di uccidere. E questa voglia ci lega come fratelli sinistri di un fallimento sinistro di un intero sistema sociale. Piacerebbe anche a me se tutto si risolvesse nell’isolare la pecora nera. Le vedo anch’io le pecore nere. Ne vedo tante. Le vedo tutte. Ecco il guaio, ho già detto a Moravia: con la vita che faccio io pago un prezzo… È come uno che scende all’inferno. Ma quando torno – se torno – ho visto altre cose, più cose. Non dico che dovete credermi. Dico che dovete sempre cambiare discorso per non affrontare la verità.

E qual è la verità?

Mi dispiace avere usato questa parola. Volevo dire «evidenza». Fammi rimettere le cose in ordine. Prima tragedia: una educazione comune, obbligatoria e sbagliata che ci spinge tutti dentro l’arena dell’avere tutto a tutti i costi. In questa arena siamo spinti come una strana e cupa armata in cui qualcuno ha i cannoni e qualcuno ha le spranghe. Allora una prima divisione, classica, è «stare con i deboli». Ma io dico che, in un certo senso tutti sono i deboli, perché tutti sono vittime. E tutti sono i colpevoli, perché tutti sono pronti al gioco del massacro. Pur di avere. L’educazione ricevuta è stata: avere, possedere, distruggere.

Allora fammi tornare alla domanda iniziale. Tu, magicamente abolisci tutto. Ma tu vivi di libri, e hai bisogno di intelligenze che leggono. Dunque, consumatori educati del prodotto intellettuale. Tu fai del cinema e hai bisogno non solo di grandi platee disponibili (infatti hai in genere molto successo popolare, cioè sei «consumato» avidamente dal tuo pubblico) ma anche di una grande macchina tecnica, organizzativa, industriale, che sta in mezzo. Se togli tutto questo, con una specie di magico monachesimo di tipo paleo-cattolico e neo-cinese, che cosa ti resta?

A me resta tutto, cioè me stesso, essere vivo, essere al mondo, vedere, lavorare, capire. Ci sono cento modi di raccontare le storie, di ascoltare le lingue, di riprodurre i dialetti, di fare il teatro dei burattini. Agli altri resta molto di più. Possono tenermi testa, colti come me o ignoranti come me. Il mondo diventa grande, tutto diventa nostro e non dobbiamo usare né la Borsa, né il consiglio di amministrazione, né la spranga, per depredarci. Vedi, nel mondo che molti di noi sognavano (ripeto: leggere l’orario ferroviario dell’anno prima, ma in questo caso diciamo pure di tanti anni prima) c’era il padrone turpe con il cilindro e i dollari che gli colavano dalle tasche e la vedova emaciata che chiedeva giustizia con i suoi pargoli. Il bel mondo di Brecht, insomma.

Come dire che hai nostalgia di quel mondo.

No! Ho nostalgia della gente povera e vera che si batteva per abbattere quel padrone senza diventare quel padrone. Poiché erano esclusi da tutto nessuno li aveva colonizzati. Io ho paura di questi negri in rivolta, uguali al padrone, altrettanti predoni, che vogliono tutto a qualunque costo. Questa cupa ostinazione alla violenza totale non lascia più vedere «di che segno sei». Chiunque sia portato in fin di vita all’ospedale ha più interesse – se ha ancora un soffio di vita – in quel che gli diranno i dottori sulla sua possibilità di vivere che in quel che gli diranno i poliziotti sulla meccanica del delitto. Bada bene che io non faccio né un processo alle intenzioni né mi interessa ormai la catena causa effetto, prima loro, prima lui, o chi è il capo-colpevole. Mi sembra che abbiamo definito quella che tu chiami la «situazione». È come quando in una città piove e si sono ingorgati i tombini. l’acqua sale, è un’acqua innocente, acqua piovana, non ha né la furia del mare né la cattiveria delle correnti di un fiume. Però, per una ragione qualsiasi non scende ma sale. È la stessa acqua piovana di tante poesiole infantili e delle musichette del «cantando sotto la pioggia». Ma sale e ti annega. Se siamo a questo punto io dico: non perdiamo tutto il tempo a mettere una etichetta qui e una là. Vediamo dove si sgorga questa maledetta vasca, prima che restiamo tutti annegati.

E tu, per questo, vorresti tutti pastorelli senza scuola dell’obbligo, ignoranti e felici.

Detta così sarebbe una stupidaggine. Ma la cosiddetta scuola dell’obbligo fabbrica per forza gladiatori disperati. La massa si fa più grande, come la disperazione, come la rabbia. Mettiamo che io abbia lanciato una boutade (eppure non credo) Ditemi voi una altra cosa. S’intende che rimpiango la rivoluzione pura e diretta della gente oppressa che ha il solo scopo di farsi libera e padrona di se stessa. S’intende che mi immagino che possa ancora venire un momento così nella storia italiana e in quella del mondo. Il meglio di quello che penso potrà anche ispirarmi una delle mie prossime poesie. Ma non quello che so e quello che vedo. Voglio dire fuori dai denti: io scendo all’inferno e so cose che non disturbano la pace di altri. Ma state attenti. L’inferno sta salendo da voi. È vero che sogna la sua uniforme e la sua giustificazione (qualche volta). Ma è anche vero che la sua voglia, il suo bisogno di dare la sprangata, di aggredire, di uccidere, è forte ed è generale. Non resterà per tanto tempo l’esperienza privata e rischiosa di chi ha, come dire, toccato «la vita violenta». Non vi illudete. E voi siete, con la scuola, la televisione, la pacatezza dei vostri giornali, voi siete i grandi conservatori di questo ordine orrendo basato sull’idea di possedere e sull’idea di distruggere. Beati voi che siete tutti contenti quando potete mettere su un delitto la sua bella etichetta. A me questa sembra un’altra, delle tante operazioni della cultura di massa. Non potendo impedire che accadano certe cose, si trova pace fabbricando scaffali.

Ma abolire deve per forza dire creare, se non sei un distruttore anche tu. I libri per esempio, che fine fanno? Non voglio fare la parte di chi si angoscia più per la cultura che per la gente. Ma questa gente salvata, nella tua visione di un mondo diverso, non può essere più primitiva (questa è un’accusa frequente che ti viene rivolta) e se non vogliamo usare la repressione «più avanzata»…

Che mi fa rabbrividire.

 Se non vogliamo usare frasi fatte, una indicazione ci deve pur essere. Per esempio, nella fantascienza, come nel nazismo, si bruciano sempre i libri come gesto iniziale di sterminio. Chiuse le scuole, chiusa la televisione, come animi il tuo presepio?

Credo di essermi già spiegato con Moravia. Chiudere, nel mio linguaggio, vuol dire cambiare. Cambiare però in modo tanto drastico e disperato quanto drastica e disperata è la situazione. Quello che impedisce un vero dibattito con Moravia ma soprattutto con Firpo, per esempio, è che sembriamo persone che non vedono la stessa scena, che non conoscono la stessa gente, che non ascoltavano le stesse voci. Per voi una cosa accade quando è cronaca, bella, fatta, impaginata, tagliata e intitolata. Ma cosa c’è sotto? Qui manca il chirurgo che ha il coraggio di esaminare il tessuto e di dire: signori, questo è cancro, non è un fatterello benigno. Cos’è il cancro? È una cosa che cambia tutte le cellule, che le fa crescere tutte in modo pazzesco, fuori da qualsiasi logica precedente. È un nostalgico il malato che sogna la salute che aveva prima, anche se prima era uno stupido e un disgraziato? Prima del cancro, dico. Ecco prima di tutto bisognerà fare non solo quale sforzo per avere la stessa immagine. Io ascolto i politici con le loro formulette, tutti i politici e divento pazzo. Non sanno di che Paese stanno parlando, sono lontani come la Luna. E i letterati. E i sociologi. E gli esperti di tutti i generi.

Perché pensi che per te certe cose siano talmente più chiare?

Non vorrei parlare più di me, forse ho detto fin troppo. Lo sanno tutti che io le mie esperienze le pago di persona. Ma ci sono anche i miei libri e i miei film. Forse sono io che sbaglio. Ma io continuo a dire che siamo tutti in pericolo.

Pasolini, se tu vedi la vita così – non so se accetti questa domanda – come pensi di evitare il pericolo e il rischio?

È diventato tardi, Pasolini non ha acceso la luce e diventa difficile prendere appunti. Rivediamo insieme i miei. Poi lui mi chiede di lasciargli le domande. «Ci sono punti che mi sembrano un po’ troppo assoluti. Fammi pensare, fammeli rivedere. E poi dammi il tempo di trovare una conclusione. Ho una cosa in mente per rispondere alla tua domanda. Per me è più facile scrivere che parlare. Ti lascio le note che aggiungo per domani mattina».

Il giorno dopo, domenica, il corpo senza vita di Pier Paolo Pasolini era all’obitorio della polizia.

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In nome di cosa continuiamo a sentirci migliori? https://minimaetmoralia.it/cultura/in-nome-di-cosa-continuiamo-a-sentirci-migliori/ https://minimaetmoralia.it/cultura/in-nome-di-cosa-continuiamo-a-sentirci-migliori/#comments Sat, 13 Jun 2009 11:04:42 +0000 http://minimaetmoralia.wordpress.com/?p=40 Che cos’è il potere? Se un giorno mio figlio dovesse rivolgermi questa domanda, dilaniato dagli scrupoli, finirei per dargli una risposta evasiva. Per evitare condizionamenti di qualsiasi genere, formulerei un aforisma prêt-à-porter, un esercizio pedagogico interlocutorio in attesa che cresca: Il potere, figliolo, è la cosa che cerca in tutti i modi di impedire la tua espressione personale e professionale, qualunque cosa o persona ti scelga come nemico. Inventerei qualcosa del genere, senza fare nomi e senza chiamare in causa i massimi sistemi. E comunque eviterei accuratamente di prospettargli la possibilità di cambiare le cose. A questo mio figlio che non esiste ancora cercherei infondere disillusione a priori. Quella che io, durante la mia infanzia, non ho avuto. Perché ho sempre saputo da che parte stare fino a che non è arrivato il futuro.

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[pubblicato su Diario]

Che cos’è il potere? Se un giorno mio figlio dovesse rivolgermi questa domanda, dilaniato dagli scrupoli, finirei per dargli una risposta evasiva. Per evitare condizionamenti di qualsiasi genere, formulerei un aforisma prêt-à-porter, un esercizio pedagogico interlocutorio in attesa che cresca: Il potere, figliolo, è la cosa che cerca in tutti i modi di impedire la tua espressione personale e professionale, qualunque cosa o persona ti scelga come nemico. Inventerei qualcosa del genere, senza fare nomi e senza chiamare in causa i massimi sistemi. E comunque eviterei accuratamente di prospettargli la possibilità di cambiare le cose. A questo mio figlio che non esiste ancora cercherei infondere disillusione a priori. Quella che io, durante la mia infanzia, non ho avuto. Perché ho sempre saputo da che parte stare fino a che non è arrivato il futuro.

Nato nella metà degli anni Settanta, faccio parte di una generazione cresciuta sotto l’ombrello di troppe certezze e che, per contrappasso, si è trovata risucchiata nei buchi neri di un’incertezza cosmica. Fin dalla più tenera età sono stato indottrinato, ma in un modo naturale, involontario, visto che non ci potevano essere dubbi su quale fosse la verità e dove risiedesse. A cinque anni leggevo Repubblica e Paese Sera seduto in braccio a mio padre. E più o meno a quell’età ho imparato la fondamentale distinzione tra bene (sinistra) e male (destra, centro, religione, Andreotti).

Mi tornano in mente le domeniche, quando ascoltavamo Banana Republic, il live del mitico tour De Gregori – Dalla del 1979, mentre nel nostro appartamento venivano celebrate rievocazioni ufficiali della contestazione. Ero fiero che i miei genitori, come dicevano loro, avessero fatto il Sessantotto e che mia madre avesse partecipato ai gruppi femministi di autocoscienza e che per un certo periodo avesse distribuito Lotta Continua all’università. Mi piaceva sentire quelle storie, che mi facevano venire voglia di tornare indietro nel tempo per contribuire alla causa a modo io, o anche solo per poter dire di esserci stato. A quattordici anni ero lo spettatore della Notte della Repubblica che tifava contro Sergio Zavoli.

D’estate andavamo in campeggi sulla costa greca frequentati esclusivamente da gente di una certa frangia. Erano giornalisti del Manifesto, insegnanti universitari con fantomatici trascorsi nei Nap, psichiatri antistrutturalisti che avevano fatto i candidati nelle liste di Democrazia Proletaria. Sentivo come il privilegio di essere parte di un’elite di migliori. I peggiori non li avevo mai visti. Ma immaginavo si nascondessero nel potere, la forza oscura che aveva impedito all’utopia di avverarsi.

Agli inizi degli anni Novanta ero abbastanza grande per assistere coi miei occhi alla stagione del cambiamento. L’implosione del potere reazionario che per cinquant’anni aveva tenuto in pugno l’Italia stava lasciando enormi spazi vuoti che sarebbero stati riempiti con dosi massicce di speranza. A Napoli, la mia città, l’elezione di Antonio Bassolino fu salutata come un momento di profondo rinnovamento, una specie di rivoluzione elettorale che avrebbe persino spinto qualcuno a intonare The times They’re a-Changin’. Se ci penso adesso, è incredibile come nella figura di un uomo di apparato – un uomo che avrebbe fatto dell’esercizio del potere la propria ragion d’essere politica – si concentrassero un miscuglio di aspettative così campate in aria. Di certo nessuno si aspettava il sovvertimento del sistema capitalista, ma nelle persone che conoscevo, nei miei genitori e nei loro amici, potevo intravedere un luccichio negli occhi, un senso di risarcimento per tutte le battaglie perse, le delusioni, le soddisfazioni che il potere aveva loro negato. Quella elezione, insieme ad altre, fu anche una specie di rimborso generazionale. E quindi, ancora una volta, un investimento di illusioni, fatto di quel tipico sentimento di speranza estraneo alla realpolitik che, in modo del tutto incongruo, continua, anche oggi ma più flebilmente, a percorrere lo spirito di certe manifestazioni del Pd o della sinistra radicale. Si percepisce negli inni di Fossati che risuonano, nelle bandiere che sventolano quando qualche oligarca ancora ben voluto sale sul palco di una piazza, nell’abbigliamento dei ragazzi, figli di famiglie di sinistra, passate senza soluzione di continuità dal culto di Marcuse a quello di Dario Franceschini.

Quando qualche volta mi capita di parlare con i miei genitori e i loro amici, sessantenni delusi ed estranei a qualsiasi tipo di partecipazione che veleggiano sulle acque calme delle gratificazioni spirituali ed enogastronomiche, e affronto la delicata questione del giudizio su ciò che di buono la loro generazione ha fatto, finisco quasi sempre per litigare con tutti. La loro versione della storia non mi convince, continua ad assomigliare troppo a una fiaba senza lieto fine dove i buoni avrebbero potuto vincere se non fosse stato per i cattivi (che hanno sempre la meglio). Quello che rimprovero loro è il sottrarsi a qualsiasi ammissione di responsabilità. Di solito mi rispondono che almeno ci hanno provato a fare le battaglie che andavano fatte e hanno comunque contribuito a migliorare il Paese, mentre noi – la generazione di cui faccio parte – non abbiamo neanche tentato di fare qualcosa. La mia obiezione è che il senso di quelle battaglie va letto alla luce di cosa è successo dopo. E, sotto questa luce, le famose battaglie non sembrano avere avuto molto senso se si pensa all’Italia berlusconiana o alla condizione disperatamente priva di prospettive che la maggior parte dei miei coetanei si trova ad affrontare. Sono anche loro – la generazione dei Veltroni, dei D’Alema, dei Cacciari, baby boomer passati dalle più ambiziose utopie al pragmatismo prussiano – ad avere lasciato ai propri figli quest’Italia, un luogo brado e senza futuro dove vige la legge del più forte e l’ingiustizia sociale è una prassi consolidata.

Qualche tempo fa, proprio nel corso di uno di questi rendez-vous intergenerazionali, sfinito da una discussione su Berlusconi come unica causa dei nostri guasti, mi sono messo a urlare: «Siete degli ingenui». Qualcuno mi ha urlato di rimando: «Allora spiegacelo tu cos’è il potere».

Ho capito che il problema era il diverso significato che stavamo attribuendo alla parola. Pur continuando a identificare in modo quasi automatico la parola potere con l’immagine del volgare imprenditore brianzolo tirato e abbronzato mentre passeggia con la bandana a Porto Cervo, il mio modo di relazionarmi al potere aveva cessato di essere un fatto puramente astratto. Avevo conosciuto un potere familiare e insospettabile, elegante e colto, che in qualche modo aveva demolito le mie ultime certezze.

Per fare capire ai miei genitori e ai loro amici cosa cercavo di dire, avrei potuto consigliare la lettura delle Lettere a nessuno di Antonio Moresco, quadro avvilente, tragico, grottesco del potere culturale italiano, uscito nel 1991 per Bollati Boringhieri e di recente ristampato da Einaudi. È un libro in cui, attraverso appunti, stralci e lettere, Moresco racconta pezzi della sua vita, dagli anni Settanta, Ottanta, fino al momento della rinascita come scrittore celebrato e odiato, stimato e villipeso. La parabola delinea in modo preciso e disperato un’estenuante lotta donchisciottesca contro il potere. Dapprima, con l’impegno politico in un gruppuscolo della sinistra extraparlamentare – una vita di stenti, delusioni, frustrazioni, e fiducia mal riposta – e poi, con i tentativi di fare leggere i suoi scritti, o quantomeno di farsi ascoltare, da alcuni illustri esponenti della cultura italiana (i nessuno del titolo). Quali che siano il contesto storico e lo scenario, Moresco appare sempre come una formichina alle prese con cose titaniche e impossibili da combattere. Ma le sue lettere a Giovanni Raboni, Maria Corti, Goffredo Fofi e il fastidio o – nel migliore dei casi – il silenzio che riceve in cambio danno esattamente la misura di come le articolazioni del potere siano multiformi e mascherate. Ne esce fuori il ritratto di un Paese dove pubblicare un libro senza uniformarsi alla logica dominante – la logica delle amicizie e delle leccate di culo, dei libri scritti per andare incontro al gusto del pubblico – può risultare utopistico come realizzare una nuova rivoluzione d’ottobre.

Leggendo mi è venuto da pensare che per chi non si adegua all’esistente è sempre dietro l’angolo il rischio di fare la parte del martire. Così come lo diventa Moresco, la cui figura nel corso della lettura assume proprio la forma di un martire laico che a un certo punto si convince della sua santità. Ma bisognerebbe ribaltare la prospettiva, perché, parafrasando un vecchio adagio di sinistra, è proprio questo il caso in cui il personale deve diventare politico.

In Italia la cultura continua a essere un campo sostanzialmente di sinistra – l’ultimo settore monopolizzato dalla sinistra – ma se si volesse descrivere onestamente lo stato attuale dell’industria culturale con lo stesso grado di severità che impieghiamo per descrivere la situazione politica, si potrebbe utilizzare una lista di aggettivi simili: disastroso, dittatoriale, populista, ambiguo.

Anche qui siamo nel regno delle diseguaglianze e del conformismo, dello sfruttamento e della doppia morale. Siamo in un sistema che non è in grado di riconoscere a un testo un adeguato valore economico, a meno che l’autore di quel testo non sia uno scrittore di successo che abbia già sfondato il mercato. Nello stesso tempo abbiamo un mercato che dimostra una grande ostilità nei confronti dei prodotti difficili e quindi – da un punto di vista letterario, cinematografico, televisivo – finisce per scommettere sempre sul sicuro, sull’opera media. Viviamo, peraltro, una sindrome da trincea, in ragione della quale finiscono per essere privilegiati gli autori e le opere schierati aprioristicamente, rispetto agli sguardi obliqui, dissonanti, disturbanti, realmente anticonformisti.

La mia esperienza, che del resto è simile a quella delle persone che conosco e che fanno il mio stesso lavoro – e che quindi non è martirologica ma sistemica – delinea il quadro di una cultura autoritaria, forte con i deboli e in definitiva non libera. Innanzitutto perché lavorare nel campo della cultura – nei giornali, nelle case editrici – molto spesso, a meno di non essere scrittori di best seller, significa abituarsi a non essere pagati, oppure a essere pagati a piacere, il che è un terribile sintomo di come la cultura stessa sia considerata un optional, una ginnastica mentale per gente ricca di famiglia, qualcosa di cui in definitiva si può anche fare a meno.

E poi ci sono le case editrici – assolutamente di sinistra – sempre più assetate di libri «freschi» e «divertenti», che possano «stuzzicare il lettore» senza essere «troppo pesanti». E che dunque a quest’atmosfera nazionale che – ne sono certo – si spingerebbero a definire plumbea, opprimente, fascistoide, volgarmente incolta, offrono la risposta dell’Intrattenimento, della volatilità, della facilità spacciata per cultura sopraffina. Che poi è la logica che guida manifestazioni come lo Strega, l’unico premio letterario al mondo dove a essere ricompensata non è la qualità o l’eventuale novità di un testo, ma la sua vendibilità.

Infine i metodi della cooptazione, che sono ancora una volta praticati attraverso lottizzazioni, corsie preferenziali, conoscenze, adulazioni. Letteralmente impossibile realizzare la normalità di essere ricevuti da chicchessia a seguito di invio del curriculum. Lo stesso Moresco, che in un celebre articolo scritto qualche anno fa, intitolato La restaurazione e fonte di molte polemiche sui blog letterari, diceva cose simili, ha giustamente fatto notare che mentre è pacifico sostenere che l’Italia sia un paese affetto da una «intossicazione delle forme economico-politiche e democratiche», non lo è altrettanto sostenere che quest’intossicazione riguardi anche la cosiddetta cultura.

Deve essere per colpa di questa cecità che a un tratto ho incominciato a sviluppare un odio viscerale per i miti mediatici della sinistra contemporanea. Propugnatori della qualità come Fabio Fazio e Roberto Benigni e Giovanni Floris e Serena Dandini. Ognuno a suo modo ha coltivato la propria arcadia televisiva, ritenendosi esente da qualsiasi contagio, e continuando la sua opera di pedagogia delle masse. Nessuno di loro ammetterebbe di essere stato inoffensivo, o addirittura funzionale alla macchina del potere. Eppure ci dev’essere un motivo se in questo cosiddetto ventennio berlusconiano hanno continuato a lavorare, a percepire stipendi milionari, a occupare il loro spazio di potere, stabilendo cosa dovesse essere letto (Paolo Giordano), ascoltato (Giovanni Allevi), visto (Ferzan Ozpetek) – ancora intrattenimento spacciato per elevato nutrimento che soltanto loro sanno offrire – e proteggendo le loro reti di amicizie, e identificando nella destra la causa di tutti i mali, o esercitando sulla sinistra un giudizio dolcemente critico, bonario e di prammatica, come un rimprovero paterno.

Tutte queste persone di sinistra si troverebbero senz’altro d’accordo sul fatto che l’Italia sia oppressa da un’odiosa forma di potere, ma ancora una volta qual è il loro contributo? Perché nessuna di queste persone si preoccupa di misurare le proprie responsabilità? In nome di cosa continuiamo a sentirci migliori?

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