premio Von Rezzori Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/premio-von-rezzori/ un blog di approfondimento culturale Tue, 06 Nov 2018 00:54:39 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg premio Von Rezzori Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/premio-von-rezzori/ 32 32 Cercare, sempre, l’umanità: intervista a Etgar Keret https://minimaetmoralia.it/interviste/cercare-sempre-lumanita-intervista-a-etgar-keret/ https://minimaetmoralia.it/interviste/cercare-sempre-lumanita-intervista-a-etgar-keret/#comments Wed, 08 Jun 2016 12:30:31 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31187 Questo articolo è uscito sul dorso toscano del Corriere della Sera, che ringraziamo. Etgar Keret, tra i maggiori scrittori israeliani, dopo la finale al Premio Von Rezzori 2013 con All’improvviso bussano alla porta (Feltrinelli), e nuovamente uscito per Feltrinelli l’anno scorso con Sette anni di felicità, è tornato al premio, incaricato stavolta della tradizionale lectio […]

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Questo articolo è uscito sul dorso toscano del Corriere della Sera, che ringraziamo.

Etgar Keret, tra i maggiori scrittori israeliani, dopo la finale al Premio Von Rezzori 2013 con All’improvviso bussano alla porta (Feltrinelli), e nuovamente uscito per Feltrinelli l’anno scorso con Sette anni di felicità, è tornato al premio, incaricato stavolta della tradizionale lectio magistralis:
”Amo molto venire in Italia, questa volta prima di venire a Firenze sono stato a Torino, Ancona, Lucca… Mi sento a casa perché il clima è simile a Israele ma allo stesso tempo vivo esperienze nuove. Così ho accettato subito l’invito a fare questo intervento, anche perché partendo dalla mia esperienza forse posso dire qualcosa sul ruolo che la lettura e la scrittura, e più in generale le storie, possono avere sulla vita di una persona.’’

‘‘La mia famiglia è composta da sopravvissuti all’Olocausto: i miei genitori erano ragazzini durante l’avvento del nazismo e poi durante la guerra e non avevano libri – erano sempre in fuga – così i loro genitori gli raccontavano delle storie. Allo stesso modo loro le hanno raccontate a noi figli. Mia madre ce ne raccontava sempre una nuova prima di metterci a letto. Quando però lavorava, o era malata, noi la storia la volevamo lo stesso, così toccava a nostro padre.’’

‘‘Solo che lui non aveva quel talento, non gli venivano proprio. Propose di leggercele dai libri ma ci rifiutammo categoricamente. Alla fine l’unico modo che ebbe per cavarsela fu di raccontare storie che gli erano capitate veramente. Si trattava di storie con personaggi loschi: mafiosi, prostitute e alcolisti, gente che faceva cose anche sbagliate, ma che aveva le sue ragioni profonde e una sua umanità. Mi chiederai: come mai storie del genere? Perché quando la guerra era appena finita, mio padre finì a Reggio Calabria a comprare armi per conto degli alleati e quindi ebbe a che fare con il sottobosco criminale di allora. Un sottobosco che però, rispetto ai nazisti da cui aveva dovuto fuggire fino a quel momento, era un panorama umano fantastico. Gente per bene, anzi straordinaria!’’

‘‘Questo però ai tempi non lo sapevo, e mio padre edulcorava un po’ tutto, proprio perché ero piccolo: quando chiedevo cos’era un alcolista, mi diceva ‘un tizio che per un problema fisiologico più liquidi beve, più è felice’; quando chiedevo cos’era una prostituta, mi diceva ‘una signora che si fa pagare per ascoltare i problemi altrui’; un mafiosSette-anni-di-felicitao diventava ‘uno che riscuote l’affitto anche per case non sue’… Così il mio sogno diventò quello di fare il mafioso, o di prostituirmi o diventare un alcolista, o le tre cose insieme…”

‘‘Quando diventai grande e capii, ne chiesi conto a mio padre: ‘perché mi hai raccontato cose così poco adatte a un bambino?’ Sai cosa mi rispose? Disse: ‘Come sai, io non sono bravo a inventare. Allora dovevo raccontarti cose mie. Ma la mia infanzia era troppo orribile: potevo forse raccontarti di quando per salvarmi la vita dovetti rimanere nascosto in un buco in terra per due anni, o di quando torturarono a morte mia sorella? Così ti ho raccontato del primo periodo in vita mia in cui ho incontrato dell’umanità.’ È per questo che non mi piace scrivere storie nichiliste o che giocano con la misantropia. Credo che si debba, sempre, cercare l’umanità che sta in fondo a tutte le vicende. Un’altra volta, mio padre mi raccontò che la cosa di cui andava più orgoglioso era di aver partecipato a varie guerre ma essere riuscito a non far mai male a nessuno. Lì per lì rimasi un po’ deluso: come, vai a fare la guerra e poi non ammazzi nessuno? Anche la bellezza di quella lezione ci ho messo diversi anni a comprenderla, ma oggi la porto con me e cerco, nel mio piccolo, di applicarla alla mia attività di scrittore.”

”Dalle storie di mia madre e di mio padre ho avuto anche le prime lezioni su fiction e non fiction. Mia madre era la prima, mio padre la seconda: per questo forse per me la fiction è sempre qualcosa di molto reale. Pensa che quando proposi i miei primi racconti a un editor, quello mi disse ‘mi piacciono, sono grotteschi’ e io mi infuriai moltissimo: erano storie su di me, la mia famiglia e la mia fidanzata! Ti piacerebbe se ti dicessi che tua moglie è grottesca? Ai tempi neanche realizzavo quanto in realtà la mia scrittura fosse allegorica, a me sembrava tutto vero.’’

”La mkeretia scrittura è anche generalmente percepita come basata sullo humour, e mi va bene essere considerato uno scrittore umoristico – di fatto lo sono – ma è essenziale ribadire che ci sono due tipi di humor. Uno è quello che ti vuole far ridere. Come dice mio figlio, è qualcosa di molto simile al solletico sotto le ascelle. Ridere, fa ridere: ma è una reazione meccanica. L’altro, e più interessante, è quello in cui le risate sono un effetto secondario. Il paracadute che ti impedisce di diventare bilioso o troppo amaro o troppo triste, o magari addirittura cattivo. A volte il miglior humor si manifesta quando ti arriva addosso un momento abbastanza intenso da essere travolgente, e allora si ride per salvarsi. La forma breve è particolarmente adatta a creare situazioni di entrambi i tipi, ma io preferisco senz’altro la seconda.’’

”So che in Italia i racconti sono una categoria editorialmente un po’ negletta, e gli autori che lavorano con la forma breve faticano di più a pubblicare, ma, ti dirò, è una situazione non è dissimile da quella israeliana, e anche americana, nonostante siano paesi con una grande tradizione nel racconto. Il pregiudizio è universale. Pensa a un dato: di solito negli USA il primo libro di tutti gli autori è di racconti, perché cominciano a pubblicare sulle riviste e poi raccolgono in volume tale produzione. Poi fanno tutti un romanzo. A quel punto, se hanno successo, non tornano mai indietro. Sempre e solo romanzi. È un peccato. Il racconto è una cosa diversa dal romanzo quanto lo è la poesia, e non è meno grande: vogliamo dire che i racconti di Kafka sono peggio di Moby Dick? Si è diffusa l’idea che i libri di racconti vendono meno, ma la verità è che il mondo editoriale, a lungo andare, ha sviluppato una sorta di profezia che si autoavvera: non ci punta molto, non li manda ai premi, ne tira meno copie, e il risultato è che i romanzi diventano per forza più preminenti e quindi quello che la gente di talento punta più spesso a fare. Il cambiamento deve arrivare dal mondo editoriale.’’

[qui l’intervista a Etgar Keret sul suo metodo di scrittura]

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Discorsi sul metodo – 13: Guadalupe Nettel https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-13-guadalupe-nettel/ https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-13-guadalupe-nettel/#comments Wed, 01 Jul 2015 14:00:44 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27621 Guadalupe Nettel è nata a Città del Messico nel 1973. Il suo ultimo libro edito in Italia è Il corpo in cui sono nata (Einaudi 2014)

* * *

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Non ho un minimo fisso, quello che mi aspetto in termini quantitativi dipende dal periodo. Se sto scrivendo un romanzo, e specialmente se sono nella parte finale, lavoro dalle sette della mattina alle undici della sera, tutto il giorno, con pause minuscole. È un impulso che scatta in un determinato momento dei lavori, prima non mi impongo regole od orari, faccio una manovra di avvicinamento e poi parto seriamente. Ora che sono mamma ho meno tempo e utilizzo gli orari scolastici per sfruttare al massimo i momenti in cui i bambini sono a scuola. A volte li porto là e per non perdere tempo a tornare a casa mi piazzo nel caffè della scuola e rimango lì a scrivere.

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Guadalupe Nettel è nata a Città del Messico nel 1973. Il suo ultimo libro edito in Italia è Il corpo in cui sono nata (Einaudi 2014)

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Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Non ho un minimo fisso, quello che mi aspetto in termini quantitativi dipende dal periodo. Se sto scrivendo un romanzo, e specialmente se sono nella parte finale, lavoro dalle sette della mattina alle undici della sera, tutto il giorno, con pause minuscole. È un impulso che scatta in un determinato momento dei lavori, prima non mi impongo regole od orari, faccio una manovra di avvicinamento e poi parto seriamente. Ora che sono mamma ho meno tempo e utilizzo gli orari scolastici per sfruttare al massimo i momenti in cui i bambini sono a scuola. A volte li porto là e per non perdere tempo a tornare a casa mi piazzo nel caffè della scuola e rimango lì a scrivere.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Sì, faccio molti schemi, soprattutto per i romanzi, meno per i racconti. Devo avere una struttura, un piano, che mi diriga. Però è importante notare che tali schemi cambiano e vengono rinnovati via via che il processo di scrittura va avanti. Quando finisco un romanzo, non segue più minimamente la struttura iniziale.

Quante riscritture fai? Tendi giù a buttare giù prima tutto o cesellare passo passo?

Come scrittrice ho a ogni effetto due personalità, che si innestano tra loro in determinati momenti e alimentano il mio lavoro: la prima bozza è selvaggia, deve avere avere una forma naturale ed essere scritta di getto seguendo le prime idee strutturali che ho avuto, e soprattutto deve essere scritta nella totale assenza di un ‘giudice dello stile’ interno che intervenga, che dica cose come ‘riscrivi questa frase, è orribile’. Nella fase iniziale mi interessano solo la storia, le scene, il contenuto – non lo stile. Anche se mentre vado avanti rileggo, e magari cambio pure lo schema del romanzo, a livello stilistico non intervengo neanche in rilettura. Neanche alla rilettura della bozza completa. A quel punto cambio solo i fatti, o gli elementi tematici o strutturali. Così, dopo tale lavoro, arrivo alla seconda bozza. A quel punto, sì, quando giungo a rileggere la seconda attivo il Torquemada interiore. Comincio con tantissimi tagli, cercando anzitutto semplicità e trasparenza, poi passo a correggere e migliorare lo stile. Questa è anche la fase in cui comincio a lavorare pensando al lettore – prima di questo momento non penso assolutamente ad alcun lettore, vado solo a dritto seguendo l’istinto – e cerco di mettermi nella condizione di chi lavora a una lettera segreta, che debba cogliere l’opportunità di scriverla con la maggiore sincerità possibile. Agisco quindi con questa dualità, prima il libero sfogo alla creatività – Cortázar diceva di togliersi la cravatta prima di scrivere, ecco io mi metto pure in pigiama – e poi la rigida disciplina, ma non le applico mai, o non so applicarle, contemporaneamente.

Scrivi più libri in contemporanea?

Mi è capitato, ma non in parallelo. A volte quando scrivevo un libro lungo ho interrotto i lavori per seguire un’idea, ne ho abbozzato un altro che avrei poi ripreso dopo, e poi mi sono rimessa sul primo. guadalupe_nettel500(1)

Carta o computer?

Parto sempre con la carta, ma solo all’inizio, le prime poche decine di pagine, per trovare un primo barlume di registro interiore. Quando mi sembra che possano essere effettivamente l’inizio di qualcosa di buono, allora le copio al computer e da lì continuo a scrivere con quello.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

Le storie non mi vengono davanti al computer, ma neanche davanti alla carta se mi metto a tavolino da zero. Le storie mi vengono per strada, camminando, ascoltando la gente… Allora mi porto sempre un taccuino e a volte mi metto a scrivere se arriva l’idea, ho questa ansia di farmi trovare pronta quando arriva un buon gancio, e so che se non lo appunto subito lo perdo, l’idea si dissolve… Quindi taccuino, sempre.

Come hai esordito?

Il mio primo libro lo mandai a tutte le case editrici messicane e non lo volle nessuna di esse. Poi riuscii ad affidarlo a un agente letterario. Lui lo rimandò a tutte, e solo una casa editrice rispose, solo una, ma era quella che consideravo migliore – anzi, quella che sognavo quando fantasticavo di fare la scrittrice – e finalmente lo prese. Quindi diciamo che ho esordito con qualche difficoltà iniziale ma in modo più fortunato rispetto ad altri.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Non è cambiato molto. Quello che è cambiato è l’orario più ristretto per scrivere. Quando entro nel vivo del romanzo sono più efficiente e prolifica di un tempo, ma l’avvio più o meno è lo stesso.

Le opere che più ti hanno influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

Cortázar è colui che considero il mio grande maestro come narratore di racconti. Poi un libro che mi ha influenzata molto è stato L’uccello che girava le viti del mondo, che ormai ha vent’anni… È il mio preferito di Murakami e rimasi folgorata dal modo in cui tratta il fantastico nella vita quotidiana. Amo molto anche Suicidi Esemplari di Villa-Matas, e tra le cose che ho letto più recentemente mi ha impressionata Vite che non sono la mia di Carrére.

“Esisti” online?

Sì, ho i social… Non è che faccia troppa promozione con Twitter e Facebook, ma è sempre bello poter ricevere messaggi diretti di lettori. Poi, come tutti, li uso anche per osservare la gente, gli scrittori sono come animali da preda, rubano l’esistenza degli altri… A volte mi scopro a pensare già come usare la storia di qualcuno mentre me la sta raccontando o la sto leggendo… È quasi immorale, a pensarci.

[13 – continua; le precedenti interviste: Lahiri, Sorokin, Pauls, Brizuela, McCarthy, Eggers, De Kerangal, Gospodinov, Vida, Lethem, Carrère, Vásquez, Egan, McGrath, Greer, Cunningham, Keret, Winterson, Tóibín]

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Discorsi sul metodo – 12: Jhumpa Lahiri https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-12-jhumpa-lahiri/ https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-12-jhumpa-lahiri/#comments Wed, 24 Jun 2015 14:00:07 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27445 Jhumpa Lahiri è nata a Londra nel 1967. Premio Pulitzer nel 2000 per L'interprete dei malanni, il suo ultimo libro, scritto direttamente in italiano, è In altre parole (Guanda 2015)

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

La verità è che difficilmente, oggi, riesco a scrivere ogni giorno. Dunque, scrivo quando è possibile. C’è stato un periodo molto limitato, nella mia vita, in cui potevo dirmi, bene adesso scrivo dieci ore, e farlo. Tale periodo è durato in tutto sette mesi. Prima di esso, quando ho cominciato a scrivere, stavo effettuando il mio dottorato, che mi prendeva molto tempo; dopo, è nato mio figlio, e poi mia figlia, e con due bambini il tempo è quello che è. Il mio approccio, oggi, è piuttosto quello di cercare di mantenere sempre una connessione con il mio lavoro: di non staccare mai a livello mentale, così che possa, appena ho un’ora libera, chiudere la porta e mettermi a leggere o scrivere con reale concentrazione rispetto all’obiettivo. Ho i miei alti e bassi e ormai ho imparato ad accettare il processo e il flusso, l’importante è non staccare, restare sempre aperti rispetto al progetto. Porto sempre con me un taccuino, prendo appunti, ho tuttora una buona disciplina.

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Jhumpa Lahiri è nata a Londra nel 1967. Premio Pulitzer nel 2000 per L’interprete dei malanni, il suo ultimo libro, scritto direttamente in italiano, è In altre parole (Guanda 2015). Nell’ambito del Festival delle Letterature, Lahiri – vincitrice del premio internazionale Viareggio-Versilia – sarà presente oggi, mercoledì 24 giugno, alle 19 alla Casa delle Letterature, assieme ai finalisti del premio Viareggio-Rèpaci.

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Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

La verità è che difficilmente, oggi, riesco a scrivere ogni giorno. Dunque, scrivo quando è possibile. C’è stato un periodo molto limitato, nella mia vita, in cui potevo dirmi, bene adesso scrivo dieci ore, e farlo. Tale periodo è durato in tutto sette mesi. Prima di esso, quando ho cominciato a scrivere, stavo effettuando il mio dottorato, che mi prendeva molto tempo; dopo, è nato mio figlio, e poi mia figlia, e con due bambini il tempo è quello che è. Il mio approccio, oggi, è piuttosto quello di cercare di mantenere sempre una connessione con il mio lavoro: di non staccare mai a livello mentale, così che possa, appena ho un’ora libera, chiudere la porta e mettermi a leggere o scrivere con reale concentrazione rispetto all’obiettivo. Ho i miei alti e bassi e ormai ho imparato ad accettare il processo e il flusso, l’importante è non staccare, restare sempre aperti rispetto al progetto. Porto sempre con me un taccuino, prendo appunti, ho tuttora una buona disciplina.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Non riesco a scrivere ovunque. Di solito scrivo a casa. Adesso sto a Roma e mi trovo bene, ho un appartamento luminoso, silenzioso, con un bel panorama. Anche se ho un terrazzo non lo uso, scrivo al chiuso o mi distraggo. Ogni tanto invece vado in biblioteca, soprattutto perché la passeggiata che faccio per arrivarci mi è utile per staccare mentalmente. Grazie a Sara, una mia amica, ho scoperto una biblioteca strepitosa a Roma, il Centro Studi Americani di palazzo Mattei, un posto davvero fantastico per scrivere.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Scrivo, scrivo, scrivo, scrivo. Non ho formule. Inizio subito, vado avanti, il percorso di ogni libro è del tutto singolare e non esiste una ricetta buona in ogni caso. Quindi scrivo. Scrivo e scopro tutto solo tramite il processo di scrittura. Faccio moltissime stesure, e capita che lavorando così ci metta anche molto tempo a trovare il vero punto d’ingresso del romanzo. A volte riscrivo lo stesso paragrafo venti volte per trovare il tono e la postura giusta del brano. Poi però c’è un momento in cui trovi il passo, la struttura inizia ad apparirti chiara in mente, senti la velocità e allora procedi spedita.

Quante riscritture fai? Tendi giù a buttare giù prima tutto o cesellare passo passo?

Come ho detto riscrivo molto. In italiano scrivo a mano, mi piace quando, dopo aver accumulato un po’ di materiale, lo ricopio al computer, lo stampo e vedo cosa è venuto fuori. Lo rileggo, faccio mille appunti ai margini che portano di solito a buttare via oltre la metà del testo, poi di nuovo torno al quaderno a mano. Il fatto è che in italiano, se uso la tastiera, non riesco ad ‘ascoltare’ le parole; al di là di ciò, il risultato dello scrivere a mano è un’esperienza più intima e più diretta. A ripensarci, per i miei libri in inglese non l’ho fatto mai, è proprio un diverso processo, un diverso approccio al testo.

Scrivi più libri in contemporanea?

Scrivo spesso vari racconti allo stesso tempo, anche racconti che poi magari diverranno la base di un romanzo; ma quando entro nel vivo dei lavori di un romanzo, diventa impossibile pensare a un altro progetto. È pur vero che a volte, mentre scrivo, emergono idee che possono far parte di un altro progetto e allora mi trovo a fissare una pagina, ma non credo che conti come ‘scrivere due libri contemporaneamente’.Jhumpa_due

Come hai esordito?

Ho esordito con un libro di racconti, ed è stata un’esperienza particolare. Ci ho meso sette anni per scrivere quei racconti, ero una studentessa e nei buchi di studio o d’estate scrivevo. Dopo aver fatto un master in scrittura creativa mi sono messa a fare un dottorato, scrivevo in modo abbastanza discontinuo finché, dopo sette anni, mi sono resa conto che avevo in mano un manoscritto. Qualcuno di quei racconti era uscito su riviste molto importanti e in virtù di ciò avevo ricevuto due lettere da parte di agenzie letterarie, che mi dicevano di farmi sentire se avessi avuto un libro finito per le mani. Così ho mandato a quelle due agenzie il manoscritto della raccolta ma entrambe mi hanno detto che non era pubblicabile: volevano il romanzo, non una raccolta di racconti.
Così mi dissi, ok, volete il romanzo? Allora mi metto a scrivere un romanzo. Avevo appena concluso il dottorato e avevo ottenuto un regalo enorme, una borsa di studio in una comunità creativa chiamata Fine Arts Work Center a Province Town, a Cape Cod, le condizioni erano ideali. Sono andata lì dicendomi, bene, i racconti sono un esercizio, una preparazione, adesso si fa sul serio, ora scriverò il mio romanzo. Nel frattempo però ho conosciuto un’altra agente interessata al mio lavoro, che pur rimarcando che era quasi impossibile piazzare la raccolta di un’esordiente, ha detto che ci avrebbe provato. Mi ha detto anche di non farmi idee perché sicuramente non sarebbe accaduto nulla. E invece riuscì a piazzarli. Chiaro che un passo fondamentale resta la pubblicazione di alcuni di quei racconti sul New Yorker, che negli USA ha ancora un peso enorme, ma è stato comunque un risultato incredibile, tanto più che io mi ero ormai rassegnata a pensare che non sarebbero mai usciti dal cassetto.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Mi sento più tranquilla. So che non posso vivere senza scrivere, che questa esigenza c’è sempre dentro di me, e ci sarà finché ne sarò mentalmente capace. Sono arrivata ad accettare questa parte di me. Prima ero una persona molto più insicura, in ogni senso, non capivo bene questa esigenza, ora è molto più chiaro, più facile, mi vengono le parole: sono una scrittrice. Allora non succedeva mica. Questa serenità prima non c’era, e aiuta. È una serenità che arriva a farmi dire: i libri che devono esistere, nasceranno. Su questo bisogna essere fiduciosi. È necessario stare sempre ‘accesi’ ma non serve il panico, non serve mettersi troppa pressione, non serve stare troppo alla scrivania. Inoltre capisco molto di più l’importanza di leggere, in modo attivo, penna in mano: le due attività sono così legate che il confine è molto più labile di quanto non si creda di solito. Da ragazza pensavo oddio devo fare cinque ore di scrittura o sarà una catastrofe, presto, devo sedermi e mettermi sotto… Ora sono più tranquilla. Però è bene ricordare che sono stata molto fortunata, ho pubblicato fin dal primo libro che ho scritto e le cose sono andate subito bene. Avrebbe potuto volerci molto più tempo a raggiungere questa tranquillità.

Le opere che più ti hanno influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

In questo momento direi Il diavolo sulle colline di Pavese, un gioiello tutto strutturato a capitoli brevi, in un luogo specifico e in un tempo ristretto – due mesi –: questo per me, oggi, è un modello, come anche certi libri ‘spezzati’, penso ad esempio a quelli di Lalla Romano, fatti di capitoli brevissimi. Siccome sto scrivendo in italiano, e arrivando da un’altra lingua non mi è possibile scrivere come Malaparte o Verga – un trattamento del testo del genere mi sarebbe impossibile – mi attrae una scrittura asciutta, così come a suo tempo fui influenzata da Agota Kristof e la sua Trilogia della città di K. Per i racconti senz’altro mi è stata cruciale la lettura delle opere di Mavis Gallant, e ancora quelle di Cechov, Joyce, O’Connor: provavo a costruire racconti come loro perché sono i maestri e l’unica strada, all’inizio, è tentare di seguirli, ma negli anni i modelli cambiano, se leggo oggi un racconto di Mavis Gallant, anche se resta un capolavoro, non mi aiuta più come scrittrice.

“Esisti” online?

No, niente presenza online, in questo sono un po’ ‘vecchio stile’ – inoltre come ho detto ormai mi conosco, dunque non mi forzo a fare cose che ormai so che non mi aiuteranno.

[12 – continua; le precedenti interviste: Sorokin, Pauls, Brizuela, McCarthy, Eggers, De Kerangal, Gospodinov, Vida, Lethem, Carrère, Vásquez, Egan, McGrath, Greer, Cunningham, Keret, Winterson, Tóibín]

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Discorsi sul metodo – 11: Vladimir Sorokin https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-11-vladimir-sorokin/ https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-11-vladimir-sorokin/#comments Wed, 10 Jun 2015 17:06:43 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27248 Torna il Premio Von Rezzori e tornano i Discorsi sul metodo di Vanni Santoni. Si riparte con Vladimir Sorokin. Nato a Bykovo nel 1955 e considerato tra i maggiori scrittori russi contemporanei, il suo ultimo libro edito in Italia è La giornata di un opričnik (Atmosphere libri 2014) * * * Quante ore lavori al giorno […]

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Sorokin

Torna il Premio Von Rezzori e tornano i Discorsi sul metodo di Vanni Santoni. Si riparte con Vladimir Sorokin. Nato a Bykovo nel 1955 e considerato tra i maggiori scrittori russi contemporanei, il suo ultimo libro edito in Italia è La giornata di un opričnik (Atmosphere libri 2014)

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Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Se sto scrivendo un romanzo comincio al mattino presto e lavoro senza sosta fino all’ora di pranzo. Dopo cerco di staccare. Ma attenzione: lavoro ogni giorno. Ogni singolo giorno. Mi aspetto da me stesso una o due pagine, duemila, tremila battute, ma buone. Non di più.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Come ho detto, lavoro al mattino. Non ho un luogo fisso, lavoro bene anche in viaggio, è sufficiente che abbia un posto tranquillo e nessuno a tiro che possa disturbarmi.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Idea e struttura sono tutto. Realizzo uno scheletro del mostro, molto preciso, e solo dopo lo riempio con la carne. Ogni giorno aggiungo più carne, poi sangue, lacrime, sperma, finché non prende vita. Quando è vivo, ho finito. Ma tutto questo può avvenire solo se si progetta prima nel dettaglio lo scheletro.

Quante riscritture fai? Tendi giù a buttare giù prima tutto o cesellare passo passo?

Scrivo pulito perché scrivo senza fretta. Direi che il 95% del testo esce già pulito, già come deve essere. Non mi capita mai di cancellare o buttare via delle parti o anche solo delle frasi, ma in realtà è una questione di esperienza. Oggi, quando mi metto a scrivere, so quello che voglio: ho l’idea e la voce e lo scheletro, e solo a quel punto scrivo. Dunque, quando scrivo, scrivo pulito. Perché se c’è l’invenzione, tutto quello che segue è pura e semplice realizzazione.

Scrivi più libri in contemporanea?

No. Non sono Dostoesvskij. Grazie a Dio. Non mi sono mai messo addosso una furia esistenziale di concludere la mia ‘opera complessiva’. Al contrario, per me è importante fare pause tra i romanzi. Ora sono in mezzo a una pausa di due anni.0-vladimir-sorokin

Carta o computer?

Normalmente uso il laptop, ma se scrivo poesie uso la carta.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

Credo in Dio ma non nei riti. Niente, quindi. Anche se in realtà qualcosa c’è. Reputo molto importante distribuire le forze. Non bisogna mai disperdere le forze. Mai. Uno scacchista deve controllare tutte e sessantaquattro le caselle, sempre. Dunque per bilanciare bene i lavori di un romanzo, per avere sempre sotto controllo ogni aspetto, è essenziale capire il tipo di sforzo richiesto da ognuno di essi e saperlo distribuire all’interno del tempo di lavoro. Non è esattamente un rituale, ma non è neanche solo metodo. È una disciplina interiore. Infatti quando poi scrivo, anche se vengo da una pausa molto lunga, scrivo ogni giorno, assolutamente ogni giorno, senza intervalli.

Come hai esordito?

La Coda,
il mio primo libro, fu pubblicato da una casa editrice di russi emigrati a Parigi. Avevo ventotto anni e il libro era stato scritto nell’83, in epoca sovietica, in un periodo peraltro difficilissimo. Un romanzo del genere era impossibile da pubblicare in patria. Inoltre il manoscritto non doveva cadere nelle mani del KGB. Volle il fato che una slavista che conoscevo fotocopiasse la mia unica copia e la desse a questo editore tramite l’ambasciata francese. Il romanzo capitò in mano alla segretaria di Sinjavskij, e quando lo lessero lui e sua moglia Maria Rosanova, decisero di pubblicarlo. Sia lodato il Signore: mai ho dovuto proporre personalmente un mio testo a una casa editrice, o peggio ancora perorarne la causa. So che si tratta di una evenienza molto fortunata.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Il mio modo di lavorare cambia completamente a ogni mio libro. Quando si parla di stile la cosa fondamentale per me è che ogni nuova opera ricominci dalla pagina bianca. Non deve tanto parlarsi con le precedenti, ma corrispondere a ciò che sarà il proprio contenuto. Forma e contenuto. Forse per questo i critici conservatori dichiarano che non ho uno stile: in realtà cambio stile deliberatamente perché ogni idea deve avere la propria intonazione. Faccio pause tra un romanzo e l’altro anche perché prima di mettermi a scrivere devo cogliere questa intonazione, questa melodia stilistica e formale e mettermi completamente al suo servizio. Posso paragonarmi a un serpente che esce dalla vecchia pelle e se la lascia dietro per generarne una nuova a ogni libro. Per questo oggi scrivo in modo diverso non solo da allora, ma dai periodi in cui ho scritto ogni altro mio libro.

Le opere che più ti hanno influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

Tutte e nessuna. Non c’è un libro sopra gli altri. Nel mio studio tutti i grandi classici della letteratura russa sono alle mie spalle e ogni tanto inclino la sedia e ci appoggio le spalle sopra, per riposare.

“Esisti” online?

Internet è solo uno strumento di lavoro, non di identità. Lo uso sempre, ormai sarebbe ipocrita dire che non è uno strumento cruciale per qualunque scrittore. Ma lo uso esclusivamente per la ricerca.

[11 – continua; le precedenti interviste: Pauls, Brizuela, McCarthy, Eggers, De Kerangal, Gospodinov, Vida, Lethem, Carrère, Vásquez, Egan, McGrath, Greer, Cunningham, Keret, Winterson, Tóibín]

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Discorsi sul metodo – II: Vásquez, Egan, McGrath, Greer https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-2/ https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-2/#comments Mon, 01 Jul 2013 08:50:55 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14823 Continuano i “discorsi sul metodo” di Vanni Santoni con gli ospiti del premio Von Rezzori Juan Gabriel Vásquez, Jennifer Egan, Patrick McGrath e Andrew Sean Greer. Qui la prima parte, con le risposte di Michael Cunningham, Etgar Keret, Jeannette Winterson e Colm Tóibín.
Juan Gabriel Vásquez è nato a Bogotá nel 1973; il suo ultimo romanzo edito in Italia è Il rumore delle cose che cadono (Ponte alle Grazie 2012)
Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Alterno periodi in cui scrivo a periodi in cui non scrivo. Quando lavoro a un romanzo in genere faccio 8-10 ore al giorno. In quelle ore cerco di fare almeno due pagine, diciamo tremila battute, il più perfette possibile, e in ogni caso mai più di tre pagine. Quando ho fatto le mie due pagine mi fermo a metà di una frase, come consigliava di fare Hemingway, e riprendo il giorno dopo.

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Qui la prima parte, con le risposte di Michael Cunningham, Etgar Keret, Jeannette Winterson e Colm Tóibín.

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Juan Gabriel Vásquez è nato a Bogotá nel 1973; il suo ultimo romanzo edito in Italia è Il rumore delle cose che cadono (Ponte alle Grazie 2012)

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Alterno periodi in cui scrivo a periodi in cui non scrivo. Quando lavoro a un romanzo in genere faccio 8-10 ore al giorno. In quelle ore cerco di fare almeno due pagine, diciamo tremila battute, il più perfette possibile, e in ogni caso mai più di tre pagine. Quando ho fatto le mie due pagine mi fermo a metà di una frase, come consigliava di fare Hemingway, e riprendo il giorno dopo.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Ho bisogno di posti privatissimi ma posso scrivere ovunque nel mondo se sono in una stanza silenziosa, non c’è nessuno in giro e ho il caffè. Di solito scrivo di mattina, mi sembra che la notte sia adatta a scrittori più “astratti” di me, che non badano troppo alla struttura o almeno che non la mettono al centro della loro poetica. Per me la struttura è tutto, sono ossessionato dall’architettura interna, e quindi ho bisogno della massima lucidità possibile.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Non faccio grafici o schemi, ma faccio molta preproduzione nel senso di ricerca giornalistica, che poi è indispensabile per il tipo di romanzi che scrivo. Faccio interviste e molta osservazione dei luoghi dell’ambientazione, per trovare un “senso del luogo”.

Quante riscritture fai? Tendi a buttare giù prima tutto o cesellare passo per passo?

Come dicevo tendo a riscrivere poco, ogni giorno faccio solo le mie due pagine ma cerco di farle nel modo più compiuto possibile. Quindi cesello da subito. Anzi, lo faccio così tanto che a differenza di molti scrittori, che in revisione tagliano, io aggiungo. Per me la revisione è un momento per aggiungere pagine e frasi e dare più respiro alle parti troppo serrate e cesellate.

Scrivi più libri in contemporanea?

Scrivo solo un libro per volta, ma ho molti progetti in testa. In genere un progetto per un futuro romanzo ci mette qualche anno, a volte anche cinque o sei, per coagularsi; a quel punto faccio le mie ricerche e mi metto a scriverlo.

Carta o computer?

Scrivo direttamente su computer. Solo a volte, se sono incagliatissimo su un passaggio, su una frase, “risolvo” su carta.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

“Accordo” ogni libro tenendo sul tavolo un altro paio di libri, di solito molto diversi ma col “tono” che voglio ottenere: li tengo lì, li sfoglio, ne leggo parti a caso. Per l’ultimo libro che ho scritto, ho usato come diapason Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald e La vita breve di Juan Carlos Onetti.

Come hai esordito?

Ho esordito presto, a ventitré anni, ma il libro ebbe diversi rifiuti prima di trovare un editore. All’inizio è facile scrivere e difficile pubblicare. Poi via via che procedi con la carriera, pubblicare diventa facile, ma scrivere qualcosa che ti sembri effettivamente degno della pubblicazione diventa sempre più difficile.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Quando ho cominciato seguivo i consigli di Vargas Llosa secondo cui devi sapere tutto quello che succede nel libro prima di scrivere. Andando avanti però ho capito che questo metodo non corrisponde al mio temperamento: in realtà l’ideale per me quando comincio un romanzo è avere idee precise sulla struttura interna, ma non sui personaggi e sui fatti, che preferisco sviluppare via via.

Le opere che ti hanno più influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

I romanzi di Joseph Conrad su tutto e tutti. Poi Mario Vargas Llosa, Philip Roth, John Banville, Marcel Proust.

“Esisti” online?

Ho una rubrica settimanale su un giornale online, ma non ho Twitter né Facebook. Non è che non mi piacciono, è che ho paura del tempo che possono consumare.

* * *

Jennifer Egan è nata a Chicago nel 1962. Il suo ultimo romanzo edito in Italia è Guardami (minimum fax 2012)

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Dipende se sto lavorando alla prima bozza o sto facendo revisione. Quando scrivo difficilmente faccio più di un’ora e mezza di scrittura al giorno. Quando invece edito, allora lavoro per periodi molto più lunghi, in genere sei o sette ore al giorno. Non mi piace spremermi troppo perché poi anche se a volte ottieni una giornata favolosa, poi il giorno successivo ti ritrovi a fare molto meno. C’è anche il fatto che ho due bambini e quindi in pratica lavoro part-time. In genere non lavoro nel fine settimana a parte quei casi in cui so che avrò un’oretta completamente “pura”, e allora la sfrutto.
Per quanto riguarda la quantità, cinque pagine – scrivendo a mano su carta sono più o meno quattromila battute – al giorno è il minimo assoluto. Ovviamente se ne faccio di più sono felice, ma cerco di non andare mai oltre le diecimila, o sento che rovinerei il giorno successivo.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Scrivo a casa e preferibilmente al mattino, meglio ancora subito dopo essermi alzata da letto, se comincio a pensare alle cose pratiche sono rovinata. Periodicamente penso che sarebbe bello alzarsi alle 5:30 e fare due ore subito, ma in realtà non l’ho mai fatto.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Scrivo di getto. Faccio schemi e diagrammi da dopo la prima bozza, a quel punto ne faccio tantissimi, ma la prima bozza la butto giù senza programmare niente, non è granché ma la finisco, solo a quel punto si pongono questioni di struttura e geometria interna. Anche dopo la seconda bozza c’è un’altra fase di schemi piuttosto importante, da lì in poi raggiungo un certo equilibrio e lavoro per lo più sullo stile.

Quante riscritture fai? Tendi a buttare giù prima tutto o cesellare passo per passo?

Direi in media quattro “bozzoni” davvero molto diversi tra loro, anche se poi capita di fare riscritture aggiuntive e separate per i capitoli che funzionano meno. Se contiamo anche le stesure con piccoli cambiamenti, o quelle che rifaccio dopo un giro di riletture abbiamo una trentina di versioni; se contiamo come versioni diverse anche quelle in cui cambia solo un capitolo perché ha avuto riscritture aggiuntive, una settantina.
La prima bozza è tutta istintiva, butto giù tutto senza neanche sapere cosa sarà, il giorno dopo rileggo e mi “accorgo” di cosa stavo scrivendo, a volte cambiano pure i nomi dei personaggi perché ai primi giri di scrittura non li ricordo mai.

Scrivi più libri in contemporanea?

Normalmente no, anche se ora lo sto facendo perché sono due anni che faccio solo presentazioni e sono indietro con la scrittura. Mi sento una venditrice e voglio tornare a essere una scrittrice. Va detto però che magari riesco a farlo solo perché uno è un romanzo e l’altro è un libro di nonfiction.

Carta o computer?

Scrivo su carta e faccio su carta anche le riscritture. Se vedo il testo scritto con caratteri di stampa, come avviene sullo schermo di un computer, mi sembra finito, mentre le bozza deve essere solo su carta – le sorprese, le svolte, mi vengono solo così.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

Mi piace la luce naturale, posso farne a meno ma è molto meglio se c’è, poi  ovviamente il silenzio. Prima bevevo molto caffè, ora meno (a parte quando sono in Italia) perché mi rende incazzosa e mi ritrovavo a fare sfuriate ingiuste ai miei figli, così ho smesso. I gatti pure mi aiutano a concentrarmi, dato che sono presenti e senzienti ma hanno il pregio di non parlare.

Come hai esordito?

Il primo romanzo che ho scritto era orrendo, dunque è normale, credo, che sia stato difficilissimo anche solo farlo leggere a qualcuno. Poi lo riscrissi completamente, tenendo solo le idee portanti, e dopo qualche anno riuscii a pubblicarlo; in ogni caso è stato un debutto modesto, ci sono scrittori che partono forte ma non è stato il mio caso.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Come dicevo, il primo libro che ho provato a scrivere era pessimo, e lo era soprattutto perché lo scrissi senza editarlo minimamente e lo inviai subito in giro: ero ingenua e non mi rendevo conto che per fare un libro ci possono volere anche anni di lavoro, non importa quanto velocemente hai buttato giù la prima bozza. Il cambiamento sta tutto lì: ho realizzato quanto sono importanti le riscritture.

Le opere che ti hanno più influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

Innanzitutto Sfida senza paura di Ken Kesey, perché fa cose incredibili a livello di struttura; poi Underworld di Don DeLillo, quando l’ho letto scrivevo già, ma mi ha ricordato che razza di cose grandiose può fare un romanzo, o ancora Il taccuino d’oro di Doris Lessing, insomma tutti quei libri che hanno una storia buona e solida organizzata però in modo bizzarro. In questo senso anche il film Pulp fiction fu importantissimo per me, perché mi mostrò che  le linee temporali si possono usare anche per causare differenti effetti emotivi.

“Esisti” online?

Per niente, ho provato a twittare ma non mi ci trovavo: non mi piace leggere le recensioni o gli articoli su di me, figuriamoci autorappresentarmi. Ho un bel sito perché “legava” con Il tempo è un bastardo, ma a parte questo non mi trovo bene su Internet, la rappresentazione “real time” non mi piace, magari un domani se voglio parlare di me stessa o rappresentarmi in qualche modo mi metto a scrivere  un memoir, ma deve essere mediato, l’autorappresentazione in tempo reale non è divertente.

* * *

Patrick McGrath è nato a Londra nel 1950. Il suo ultimo libro edito in Italia è L’estranea (Bompiani 2012).

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Non ho limiti di tempo, ma ho una regola fissa. Devo fare mille parole, quindi scrivendo in inglese cinquemila battute. Solo se arrivo a mille parole mi sento uno che ha fatto il suo dovere. A volte ci vuole un’ora, a volte tutto il giorno.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Scrivo al mattino, il più presto possibile, devo essere a mente vuota. A casa ho una scrivania che cerco di tenere solo per la scrittura e non per il resto, non ci metto mai la posta, le bollette o i giornali.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Non faccio molta preproduzione, in genere parto da una singola immagine o scena, e la ricerca la faccio mentre vado avanti. Faccio anche schemi e grafici, ma sempre durante i lavori, mai prima.

Quante riscritture fai? Tendi a buttare giù prima tutto o cesellare passo per passo?

Decine, a volte centinaia. Tengo in parallelo moltissimi file, butto via centinaia di pagine, a volte riscrivo intere parti.
Tendenzialmente cerco di andare subito verso la chiusura, di getto scrivo subito almeno un centinaio di pagine. Quando sento che è abbastanza mi fermo, leggo quello che ho fatto e vedo se andare avanti oppure cambiare tutto e ripartire, sempre con l’obiettivo di chiudere la bozza. Solo a quel punto passo alla revisione.

Scrivi più libri in contemporanea?

Solitamente scrivo un solo romanzo alla volta.

Carta o computer?

Scrivo a mano su carta, poi la copio al computer e mentre lo faccio opero una prima revisione. Da lì in poi, tutte le riscritture le faccio su file.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

Non credo nella scaramanzia, sto a sedere e scrivo. Anzi a pensarci bene qualcosa faccio, per ogni romanzo compro un quaderno nuovo e dei lapis nuovi, e ripulisco completamente la scrivania dalle tracce del libro precedente. Poi mi metto sotto.

Come hai esordito?

Il mio primo libro era una raccolta di racconti ed esordire fu molto difficile perché nel mondo anglosassone per farlo devi trovare un agente – se non arrivano da un’agenzia letteraria le case editrici difficilmente leggono i manoscritti – e non è una cosa semplice.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Sono più lento. L’approccio al testo non è cambiato molto ma sono più lento, perché scrivere è diventato più difficile. Quando cominciai a scrivere avevo tantissime idee per romanzi, pensavo che sarei stato occupato tutta la vita con quelle idee, invece è andata a finire che le ho usate tutte da tempo e ora quindi è più difficile trovarne di nuove e buone, tocca scavare sempre più profondamente.

Le opere che ti hanno più influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

Sicuramente Daniel Martin di John Fowles. Quando l’ho letto, qualcosa nella natura di quel libro mi ha fatto scattare una molla dentro, per la prima volta ho pensato “questo libro avrei voluto averlo scritto io”, e allora ho deciso inderogabilmente che di mestiere avrei scritto libri.

“Esisti” online?

Non tanto, ma ci provo. Il fatto è che non sono pratico del medium e sono troppo pigro per imparare a usarlo in modo adeguato. Ho comprato il dominio però!

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Andrew Sean Greer è nato a Washington D.C. nel 1970. Il suo ultimo libro edito in Italia è La storia di un matrimonio (Adelphi 2008)

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Devo fare tre pagine. Sono circa mille parole, in inglese cinquemila battute. Non faccio di più, ma se le faccio mi sento a posto, una persona per bene. La cosa curiosa è che se quel giorno ho impegni e sono a stretto coi tempi le faccio subito, se invece so di avere tutto il giorno, finisce sempre che per arrivare a tre pagine mi ci vogliono sette o otto ore.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Nell’ultimo anno e mezzo ho viaggiato molto ed è andato tutto a puttane; prima la mia regola era fare una pagina prima di pranzo, una subito dopo pranzo e una nel tardo pomeriggio e se proprio ero ispirato una quarta pagina dopo cena. Ma anche ora che questi ritmi sono saltati, la regola delle tre pagine la rispetto rigorosamente.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Dipende dai libri. In alcuni casi faccio tantissimi schemi e creo dei piccoli dossier, per il mio ultimo libro ho passato otto mesi in biblioteca prima di cominciare a scrivere, ora invece ho attaccato subito e vado a diritto per vedere cosa succede. Viene da pensare che c’entri il credere sempre di più nel mio istinto, ma è possibile che per qualche libro futuro torni a fare molta preproduzione.

Quante riscritture fai? Tendi a buttare giù prima tutto o cesellare passo per passo?

Tantissime, anzi a dire il vero le cose buone escono tutte in revisione. Il lavoro sulla revisione è fondamentale, tengo anche varie bozze diverse in parallelo e lavoro su più di esse, alla fine un mio libro “definitivo” non ha mai visto meno di venti riscritture, anche se quando mi metto a scrivere provo comunque a farlo bene, soprattutto per un discorso di autostima: se alla fine della giornata non ho scritto nulla che mi sembra buono, tutto diventa vuoto e  deprimente. Le gratificazioni sono importanti, non posso mica affidarmi solo a quella che si ha quando esce il libro, capita solo ogni tot anni, troppo di rado. Poi però il testo della prima bozza non è mai veramente buono, e infatti edito tutto e soprattutto taglio; in media ogni mio romanzo ammonta a un terzo del testo scritto originariamente.

Scrivi più libri in contemporanea?

Normalmente scrivo un libro per volta, ma in questo momento sto lavorando a due libri insieme, credo sia perché sono due lavori molto diversi, e devo dire che non è male perché quando mi spendo troppo dietro a uno e mi sento un po’ esaurito, mi butto sull’altro e ritrovo qualche energia. È la prima volta che lo faccio, vedremo se diventerà una prassi.

Carta o computer?

Mai su carta, solo su computer. Ho sempre scritto su computer e mi fa un effetto strano scrivere su carta.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

Bere? Seriamente: cerco di evitare i rituali perché danno dipendenza, la magia è micidiale, se ti affidi ai riti dopo se non li hai non ti concentri più. Di certo però ho bisogno del mio specifico computer e anche dei libri in giro, per ogni libro che scrivo mi tengo intorno alcuni testi, non necessariamente legati, che stanno lì a ispirarmi e confortarmi. A volte quando scrivo ascolto musica, ma deve essere solo musica, niente parole, l’elettronica va bene, se ci sono le parole poi mi metto a pensare a quello che dicono e mi distraggo. E poi ovviamente Internet è il nemico, e non ci deve essere gente in giro. La cosa peggiore di tutte è quando qualcuno ti dice che forse passa a trovarti: sto li a chiedermi se passerà o no e la giornata di lavoro è rovinata.

Come hai esordito?

Ho scritto un bel po’ di romanzi che hanno incontrato solo rifiuti e non sono mai stati pubblicati. Poi ho scritto un libro di racconti, a quel punto ero disperato e non avevo piu una lira e insomma questo libro dovevo trovare da pubblicarlo oppure mettermi a fare altro, e il destino mi ha sorriso. La cosa triste è che rispetto ad allora è diventato sempre più difficile scrivere, prima avevo mille idee, ora pondero molto di più.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare dai tempi del tuo primo libro?

Sono diventato molto molto più regolare, non sto dietro all’ispirazione, oggi voglio solo fare le mie tre pagine tutti i giorni. Da giovane andavo a Red Bull e facevo nottata, ma oggi trovo che sono più produttivo così.

Le opere che ti hanno più influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

Penso soprattutto a due libri: Le ore di Michael Cunningham – quando l’ho letto ho capito che puoi scrivere un libro (o volerlo leggere) anche solo per la bellezza della lingua, ed è stato molto rassicurante. E poi Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay di Michael Chabon, è un romanzo che parla di fumetti, l’ho letto e ho visto un autore a cui piaceva raccontare e non gli fregava niente di chiedersi se l’argomento era “degno” della letteratura o meno, e questo mi ha fatto pensare “Non ci sono regole! Bello!”

“Esisti” online?

Sì, ho sia Twitter che Facebook e ci scrivo continuamente, è bello vedere che la gente ti sta dietro: compensa quei momenti in cui ti sembra di non avere in mano niente.

 

[II – qui la prima parte]

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