Presidente Mao Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/presidente-mao/ un blog di approfondimento culturale Mon, 03 Mar 2014 16:21:20 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Presidente Mao Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/presidente-mao/ 32 32 Comunisti d’America, rivoluzionari di carta https://minimaetmoralia.it/politica/comunisti-damerica-rivoluzionari-di-carta/ https://minimaetmoralia.it/politica/comunisti-damerica-rivoluzionari-di-carta/#respond Tue, 25 Feb 2014 13:00:17 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18889 Pubblichiamo un articolo di Riccardo Staglianò uscito sul Venerdì di Repubblica.

di Riccardo Staglianò

New York. La rivoluzione sarà rilegata. Alla Barnes&Noble di Union Square, la libreria il cui caffè si trasforma spesso in temporanea base operativa per anarchici e socialisti newyorchesi, il nuovo pantheon siede immobile sullo scaffale delle riviste. I neonati Jacobin e The New Inquiry. L’adolescente n+1. L’anziano ma rinvigorito Dissent. Per citarne solo alcuni, tacendo della collana Pocket Communism della gloriosa Verso, portabandiera della New Left britannica, a pochi metri di distanza tra i libri. La sinistra è morta, viva l’editoria di sinistra. Rianimata da editor ventenni, per un pubblico (mentalmente) giovane, che vuol fare di tutto per smentire la profezia del pur amatissimo Slavoy Žižek su Occupy Wall Street: «I carnevali costano poco. Quello che importa è il giorno dopo». Loro ci sono ancora. Nonostante le varie dichiarazioni di morte presunta, come quella che si desume da un utile rapporto del locale istituto Rosa Luxemburg: «La sinistra (americana) è dura da trovare e ancor più da definire». Soprattutto se sei europeo, abituato all’equivalenza tra politica e partiti. Che qui conduce solo a frustranti aporie.

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jacobinmagazine

Pubblichiamo un articolo di Riccardo Staglianò uscito sul Venerdì di Repubblica. (Immagine: Jacobin)

di Riccardo Staglianò

New York. La rivoluzione sarà rilegata. Alla Barnes&Noble di Union Square, la libreria il cui caffè si trasforma spesso in temporanea base operativa per anarchici e socialisti newyorchesi, il nuovo pantheon siede immobile sullo scaffale delle riviste. I neonati Jacobin e The New Inquiry. L’adolescente n+1. L’anziano ma rinvigorito Dissent. Per citarne solo alcuni, tacendo della collana Pocket Communism della gloriosa Verso, portabandiera della New Left britannica, a pochi metri di distanza tra i libri. La sinistra è morta, viva l’editoria di sinistra. Rianimata da editor ventenni, per un pubblico (mentalmente) giovane, che vuol fare di tutto per smentire la profezia del pur amatissimo Slavoy Žižek su Occupy Wall Street: «I carnevali costano poco. Quello che importa è il giorno dopo». Loro ci sono ancora. Nonostante le varie dichiarazioni di morte presunta, come quella che si desume da un utile rapporto del locale istituto Rosa Luxemburg: «La sinistra (americana) è dura da trovare e ancor più da definire». Soprattutto se sei europeo, abituato all’equivalenza tra politica e partiti. Che qui conduce solo a frustranti aporie.

Tipo credere che il Communist Party Usa, un martello e una specie di falce stilizzata nel logo, abbia qualcosa a che fare, non dico con la rivoluzione permanente ma almeno con un progressismo radicale. Il suo segretario si chiama Sam Webb, sessantenne laureato in economia nel Connecticut. L’ultima apparizione sulla stampa borghese risale al 2006. Due battute su Forbes: «Cos’è per me il denaro? Ciò di cui la maggior parte di noi dispone troppo poco, nonostante gli sforzi dell’amministrazione Bush». Mi era sembrata un po’ moscia come affermazione. Lo contatto via posta elettronica prima di partire. Niente. Riprovo e metto in copia un paio di assistenti. Ancora niente. Chiedo a Nikil Saval, introdottissimo editor del quadrimestrale n+1, che mi fornisce altri contatti. I comunisti mangiano le email? Mi presento alla loro sede, sulla ventitreesima strada. Un sorridente pensionato alla reception interpella un cinquantenne dell’organizzazione che mi rassicura: «La chiamerà oggi stesso». Sto ancora aspettando. Forse l’indisponibilità, deduco da una serie di altri incontri, deriva dall’imbarazzo ad ammettere un annacquamento, quello sì radicale, rispetto alle origini («Sono diventanti ragazze pon pon di Obama» è la clausola più definitiva sul loro conto, copyright Bhaskar Sunkara, che conosceremo a breve).

Larry Moskowitz era uno di loro. Ci vediamo in un ristorante messicano con menu fisso a 12 dollari e 95. A sessantasei anni un po’ sofferti è un uomo dall’espressione mite che ha imparato a tagliare i costi privati prima che diventasse una perniciosa ideologia pubblica. Vive a Inwood, sopra il Bronx, al canone calmierato (600 dollari) di un box auto altrove. Ha una pensione sociale di poco superiore e comunque tale da fargli rubricare un incisivo e un canino mancanti tra i beni di lusso. «Perché li ho lasciati? Perché non c’era margine di dissenso e detestavo il centralismo democratico. E soprattuto perché mancava il legame con i lavoratori». Così, nella migliore tradizione scissionista, cinque anni fa ha dato vita al Left Labor Project. «La nostra principale vittoria? Aver fatto rimettere il Primo maggio tra le festività». Si incontrano una volta al mese («30-40 persone, di più quando abbiamo ospiti famosi») tassativamente dalle 18 alle 20 perché «è un principio di classe: la gente prima lavora e comunque non ha tempo da perdere». Collaborano con i sindacati, con organizzatori locali su campagne specifiche. «In Europa sieta da sempre più a sinistra di noi. Qui è già tanto dedicarci a battaglie più circoscritte, come i diritti dei neri». Se proprio dovesse dire, a Lenin preferisce Bakunin, socialista libertario, che voleva saltare la «dittatura del proletariato» per paura che da fase intermedia diventasse permanente. E che prediligeva le «azioni dirette» del popolo, come la restituzione delle case confiscate ai vecchi proprietari in stile Occupy.

Prima di procedere facciamo due conti: trenta persone a New York è come dire nove persone a Roma. A spanne i membri del Communist Party saranno tre-quattromila. Quelli dei Democratic Socialists of America, il più robusto raggruppamento, circa settemila. Il Socialist Party Usa, che ha sede in uno sgarrupato trilocale del Lower East Side, è frequentato come una bocciofila d’inverno. Anche alcuni successi editoriali di cui va giustamente fiera Audrea Lim, la trentenne editor di Verso che incontro in un bar di Brooklyn, vanno da poche migliaia alle quarantamila di Žižek, che però è una star globale. Dividete almeno per cinque per un confronto con il mercato italiano. Piccoli numeri (crescono). Lo stesso Žižek protagonista all’Ifc Center, il cinema d’essay più ortodosso del Greenwich Village, di A Pervert’s Guide to Ideology, un documentario in cui il filosofo marxista disseziona l’immaginario collettivo, dalla fenomenologia degli ovetti Kinder all’ideologia subdola de Lo squalo. Alle 10 di mattina, con fuori un sole incongruo, una ventina di persone sono pronte a immolarsi per due ore e venti davanti alle digressioni del pensatore barbuto che tiene un poster di Stalin sul letto. Ma questa è New York, dove L’insurrezione che viene, libello culto degli indignados globali, si trova nella sofisticatissima libreria del New Museum di Soho. La città più economicamente iniqua del mondo che può vantare una statua di Lenin su un palazzo che si chiama Red Square e che punta il dito ammonitore verso Wall Street.

Dicevamo della nouvelle vague marxista. Bhaskar Sunkara, 23 anni da Trinidad, ne è il campione. Ci incontriamo a Bedford Stuyvesant, la zona di Brooklyn che era sinonimo di paura e dove Spike Lee ha ambientato il suo Fa la cosa giusta, dove ha casa e ufficio. Nel 2010, reinvestendo i soldi presi a prestito per l’università, questo ragazzino con la barba nera e la camicia bianca ha fondato Jacobin, una rivista marxista senza gli ermetismi e l’odore di muffa tipici del genere. Tre anni dopo, con cinquemila abbonati, ha doppiato quelli di Dissent che è su piazza dagli anni 60 e il sito viene visitato ogni mese da 250 mila persone. «Non mi piace il termine comunista. Per la disastrosa incarnazione sovietica che richiama. E anche il dibattito tra rivoluzione e riforma mi sembra superato. Piuttosto “riforma non riformista”, alla André Gorz, ovvero che non trascuri i bisogni sociali odierni senza rinunciare a una modifica strutturale. Il socialismo che vorrei estende il welfare, riduce la disoccupazione e introduce un reddito di cittadinanza».

In un editoriale recente ha scritto che «il problema della sinistra non è che è troppo austera e seria, ma che non si prende sufficientemente sul serio per fare i cambiamenti necessari». Una piattaforma sanamente social democratica, nonostante le suggestioni iconografiche di cui l’appartamento è pieno. Tipo la foto di Lenin trattata alla Andy Warhol come sfondo del computer. Le antologie dei discorsi di Castro e di Chavez, di scritti zapatisti e una biografia di Trotsky («lui distribuiva i giornali per strada, non aspettava che fosse la gente ad andarlo a cercare»). Interventismo che condivide. «Insieme al sindacato degli insegnanti di Chicago, tra i più attivi del paese, abbiamo realizzato un manualetto che spiega perché l’ideologia neoliberista è sbagliata, da distribuire gratuitamente». Impaginato bene, non penitenziale come certi tomi degli Editori Riuniti anni 70. E la gente se lo legge.

Se vuoi che il messaggio passi non puoi prescindere dal linguaggio. L’hanno capito anche a Dissent, che di recente ha stupito il suo lettorato tradizionale con un pezzo su un artista del rimorchio a Copenaghen. «C’è un tipo che scrive guide su come portarsi a letto le ragazze all’estero. In Danimarca è andato in bianco, e la sconsiglia a tutti» mi spiega Sarah Leonard, trentenne editor della nuova leva, nella stanzetta-redazione vicino alla Columbia University. «Partendo da questo dato abbiamo imbastito un reportage sull’uguaglianza dei sessi, divertente e documentatissimo. Un buon esempio del nostro nuovo stile». L’età media delle quattro persone della redazione è sui 25? anni («Direi che siamo più a sinistra di Michael Walzer», condirettore emerito). Ciò che la rivista si propone è dare un contesto culturale ai lettori. «Se si discute dei costi dell’istruzione è importante, ad esempio, ricordare che Cuny, l’università pubblica, prima era gratuita e ora costa 8000 dollari all’anno. Se hai vent’anni puoi non saperlo. Noi diamo quella prospettiva, indispensabile per fare confronti tra ieri e oggi». La stranezza, rispetto alla scena editoriale cui siamo abituati, è che qui tutti parlano bene dei concorrenti. Non pretendono primigeniture. Addirittura collaborano.

Ne sa qualcosa la fondazione Rosa Luxemburg. Capitolo americano dell’ente legato al partito socialista tedesco Die Linke, ha per missione quella di studiare i processi sociali e produrre convegni e rapporti. Il direttore Albert Scharenberg ha mappato la sinistra americana e se gli chiedi di riassumerla comincia parlando di scioperi di lavoratori dei fast food, di movimenti ambientalisti contro un gasdotto, di organizzatori locali che mobilitano piccole comunità, di singoli giornalisti influenti. Poi, dopo quindici minuti buoni, accenna alla costellazione di partitini tipo i comunisti renitenti alle email che abbiamo incontrato. «La loro influenza all’interno dei Democratici è minima. Ma in generale i partiti sono diversissimi dai nostri, basti ricordare che tutti possono votare alle primarie e nessuno può essere espulso». Più il fattore soldi che li condanna alla marginalità. In un sistema ferocemente bipolare, dove il vincitore prende tutto, non c’è spazio per i piccoli («Una campagna nazionale costa una fortuna»).

Sono i giorni di Bill de Blasio neo-sindaco. Agli occhi di un italiano sembra una gran vittoria per la sinistra. Ma la circostanza che a tanti occhi americani Grillo sembri la prova ontologica della democrazia dal basso mi suggerisce cautela sugli entusiasmi stranieri. Doug Henwood, fondatore della newsletter Left Business Observer e padrino intellettuale di Sunkara e altri giovani radicali, mi dice che anche lui ci sperava, ma che le prime nomine che ha fatto sono di personalità vicine ai palazzinari. Tutto dipende dai punti di partenza, ovvio, ma come Obama sembra più sexy di Letta, anche De Blasio sembrava più carismatico di Marino. Anche al netto dell’esterofilia. La vera buona notizia, per il patchwork che abbiamo chiamato sinistra americana, risale a due anni fa. Nella fascia 18-29 anni, per la prima volta coloro che vedevano positivamente il socialismo superavano quelli negativi (49 contro 43 per cento), sorpassando anche le simpatie per il capitalismo (46 per cento). Succedeva tre mesi dopo Occupy Wall Street, il grande Gerovital del progressismo statunitense.

Fino al 2000 chi voleva entrare negli Stati Uniti doveva rispondere a una grottesca domandina: «Hai fatto parte di organizzazioni comuniste?» (che sopravvive nel formulario I-485 per l’immigrazione in pianta stabile). Oggi nelle librerie trovi L’ipotesi comunista di Alain Badiou, un libretto rosso che ricalca graficamente quello di Mao, presentato come Un nuovo programma per la sinistra dopo la morte del neoliberalismo. Qualcosa è cambiato. Quanto al decesso cui allude, fa venire in mente il commento di Mark Twain circa un erroneo necrologio che lo riguardava: «È una notizia largamente esagerata». Le riviste marxiste, giovani talpe, avranno ancora di che scavare.

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La Cina di Mo Yan https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-cina-di-mo-yan/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-cina-di-mo-yan/#comments Wed, 17 Oct 2012 07:59:43 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9837 È di qualche giorno fa la notizia del Nobel per la letteratura assegnato allo scrittore Mo Yan. Pubblichiamo un commento di Graziano Graziani.

Quando ho letto che l’artista cinese Ai Weiwei di recente ha protestato contro il Nobel per la letteratura assegnato al connazionale Mo Yan, a causa del fatto che questi sarebbe colluso con il regime, mi è subito venuto in mente un bel passaggio di Tradimento, racconto dell’autore polacco Adam Zagajewski. Si tratta del monologo di un artista vissuto sotto il regime comunista che incalza il suo intervistatore: davvero crede che esistessero due paesi, il regime di qua e l’opposizione di là?, domanda l’io narrante. Che conclude che gli artisti che avevano fatto carriera sotto il regime non erano mediocri opportunisti (mentre gli artisti veri avrebbero sofferto di solitudine e ostracismo): erano piuttosto i migliori, che per il fatto di voler continuare a fare il loro lavoro – forse per protagonismo, addirittura per narcisismo, ma anche perché quella era la loro vita – avevano trovato il modo di farlo dentro la realtà che vivevano.

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È di qualche giorno fa la notizia del Nobel per la letteratura assegnato allo scrittore Mo Yan. Pubblichiamo un commento di Graziano Graziani.

Quando ho letto che l’artista cinese Ai Weiwei di recente ha protestato contro il Nobel per la letteratura assegnato al connazionale Mo Yan, a causa del fatto che questi sarebbe colluso con il regime, mi è subito venuto in mente un bel passaggio di Tradimento, racconto dell’autore polacco Adam Zagajewski. Si tratta del monologo di un artista vissuto sotto il regime comunista che incalza il suo intervistatore: davvero crede che esistessero due paesi, il regime di qua e l’opposizione di là?, domanda l’io narrante. Che conclude che gli artisti che avevano fatto carriera sotto il regime non erano mediocri opportunisti (mentre gli artisti veri avrebbero sofferto di solitudine e ostracismo): erano piuttosto i migliori, che per il fatto di voler continuare a fare il loro lavoro – forse per protagonismo, addirittura per narcisismo, ma anche perché quella era la loro vita – avevano trovato il modo di farlo dentro la realtà che vivevano.

L’affermazione di Ai Weiwei rimanda in modo esplicito a un tema che sta diventando sempre più consistente: l’uso politico dell’assegnazione del Nobel. Tra i commentatori culturali questo presunto “intorbidamento” del premio è giudicato negativamente, poiché avrebbe l’effetto di celebrare autori “non da Nobel” per il semplice fatto di rappresentare un contesto politico-sociale complesso (la Turchia di Pamuk, la Cina di Mo Yan). Il controaltare di questo etnocentrismo buonista dell’Accademia di Svezia sarebbe uno snobismo applicato agli autori del Vecchio Continente, scelti tra quelli meno noti (Le Cléziò, Muller). Invece Ai Weiwei, da bravo artista, sembra promuovere l’uso politico del Nobel, introiettando una logica tipica del giornalismo sensazionalista che poco dovrebbe avere a che spartire con il giudizio letterario. Anche se, va detto a sua difesa, l’idea del ruolo politicamente attivo dell’arte è una vecchia questione mai risolta. E che contiene al suo interno diverse contraddizioni. Un esempio in questo senso, anche se il contesto è assai differente, me la fornì qualche tempo fa un artista iraniano durante una conversazione a Teheran. Secondo lui molti suoi connazionali “artisticamente mediocri” riescono ad affermarsi all’estero proponendo nelle loro opere un’idea dell’Iran così come gli occidentali si aspettano che sia. Ovvero, per il fatto di assumere esplicitamente una determinata posizione politica.

Non sono un esperto di Cina né di letteratura cinese e non so quindi misurare il grado di compromissione di Mo Yan con il regime comunista che amministra il più grande paese capitalista del mondo (una compromissione certo reale, visto che per molti anni ha lavorato come addetto culturale per le Forze Armate). Ho però letto con piacere qualche tempo fa il suo ultimo romanzo, Le sei reincarnazioni di Ximen Nao – uscito per Einaudi nel 2009 e originariamente pubblicato nel 2006 – di cui si può ben dire che abbia tutte le caratteristiche del grande affresco di un paese altrettanto grande come la Cina. Ximen Nao, protagonista e uno dei due “io narrante”, è un proprietario terriero che viene arrestato dalle truppe maoiste nel 1950. Incarna perfettamente tutti i tratti del nemico del popolo: è un latifondista, ha molte mogli, è avido e appartiene in tutto e per tutto alla vecchia Cina che l’esercito rivoluzionario è intenzionato a spazzare via. E difatti viene giustiziato, la sua terra espropriata, mentre le sue mogli e concubine si rifanno un’esistenza monogama – come vuole il nuovo corso della Storia. Ma il suo spirito continua ad essere presente nel piccolo villaggio di Ximentun, a nordest di Gaomi. O meglio, le sue reincarnazioni. Ximen Nao, infatti, riesce a convincere il Re degli inferi a farlo reincarnare nei luoghi dove ha vissuto, nella speranza di riprendersi ciò che la rivoluzione gli ha tolto, evitando di bere la pozione che gli avrebbe annullato la memoria. Ma non si reincarnerà in un uomo, bensì in un asino. E poi in toro, maiale, cane e scimmia, prima di poter tornare, allo scoccare della mezzanotte del 31 dicembre 2000, finalmente uomo.

In questo modo Ximen Nao diviene testimone dei grandi mutamenti che attraversano la Cina: la riforma agraria, le cooperative agricole, il Grande balzo in avanti e la carestia, la rivoluzione culturale e infine il passaggio all’economia socialista di mercato. Dalla prospettiva di quel piccolo villaggio agricolo – da cui viene anche lo scrittore Mo Yan, che Ximen Nao cita e sbeffeggia in continuazione – la visuale sulle trasformazioni dell’economia cinese è perfetta, e l’epopea di un paesino rurale si trasforma di colpo in un affresco della Cina comunista, dagli entusiasmi della rivoluzione fino al benessere economico attuale, che trasforma gli zelanti militanti della rivoluzione culturale in perfetti business men in giacca, cravatta e suv. Le piccole vicende umane diventano quindi una lente d’ingrandimento sulla storia cinese e sulle sue contraddizioni, e la solerzia con cui gli abitanti del villaggio abbracciano i nuovi dettami del governo, ora collettivisti ora capitalisti, sono tratteggiati con pungente ironia da Mo Yan. L’unico contrappunto è fornito dal caparbio Lan Lian, ex dipendente di Ximen, l’unico contadino a resistere alla collettivizzazione e a restare autonomo, a costo di venire ostracizzato e umiliato; salvo poi essere riabilitato in vecchiaia, e persino additato come caso esemplare di iniziativa privata. In realtà Lan Lian è un contadino che non vuole cambiare le sue abitudini e la sua vita, a costo di essere odiato da moglie e figli. Sarà Ximen Nao a stargli accanto, ad esempio nella sua reincarnazione in toro, lavorando con lui il piccolo appezzamento di terra.

La vicenda del villaggio di Ximen diventa insomma una metafora sul potere. Mo Yan la tratteggia con buone dosi di ironia, in un’epopea di grande respiro come poche se ne incontrano nella letteratura odierna, intrisa di un realismo magico tutto declinato secondo le credenze della tradizione asiatica: reincarnazioni, spiriti degli inferi e animali che si comportano come uomini sono la ricetta di questa narrazione epica, che però regala anche momenti di autentica comicità. Come nei capitoli della reincarnazione in maiale, quando il presidente Mao lancia la campagna “allevate i suini in abbondanza”, che consente a Ximen di non essere scannato e di vivere in un harem maialesco; o come nel caso della disavventura di Ximen Jinlong – figlio naturale di Ximen e adottivo di Lan Lian – direttore del comitato rivoluzionario del villaggio durante la Rivoluzione Culturale, che cade in disgrazia per aver inavvertitamente fatto cadere la pesante immagine commemorativa del Presidente Mao, ricevuta come premio e appesa alla divisa, tra le feci puzzolenti della latrina comune.

Ma non c’è solo lo sguardo stralunato degli animali sulle incomprensibili traversie degli uomini, le atmosfere da realismo magico e una vena comica notevole nel romanzo di Mo Yan. C’è anche un attento discorso sulla memoria. Le reincarnazioni dovrebbero pulire l’animo di Ximen dall’attaccamento alle cose materiali, liberarlo dal fardello del passato, mentre lui vuole ricordare a tutti i costi e riottenere ciò che gli è stato tolto. Tuttavia lo scorrere del tempo lenisce effettivamente i suoi furori e gli regala una prospettiva diversa con cui guardare al villaggio di Ximen. Eppure questa prospettiva nasce proprio dalla sua condizione di testimone di 50 anni di storia e non dall’amnesia. Amnesia che invece colpisce quasi tutti gli abitanti del villaggio, pronti ad aderire acriticamente ad ogni nuova campagna del governo, fino a dimenticare la terra e l’agricoltura – mentre di pari passo la Cina si trasforma da società rurale a società metropolitana – e a sostituirla col più recente mito del turismo, in nome della nuova economia socialista di mercato. Attaccamento e distacco, memoria e amnesia: c’è questa dialettica della Storia, che è anche intrinseca all’animo del singolo, dietro l’epopea de Le sei reincarnazioni di Ximen Nao.

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