primavera pugliese Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/primavera-pugliese/ un blog di approfondimento culturale Tue, 20 Nov 2012 13:20:47 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg primavera pugliese Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/primavera-pugliese/ 32 32 Se il vendolismo si limita agli applausi degli artisti https://minimaetmoralia.it/interventi/se-il-vendolismo-si-limita-agli-applausi-degli-artisti/ https://minimaetmoralia.it/interventi/se-il-vendolismo-si-limita-agli-applausi-degli-artisti/#comments Tue, 27 Mar 2012 08:50:47 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7183 Dopo l'intervista di Nicola Lagioia per «Repubblica-Bari», un altro pugliese doc tenta una riflessione, dalle pagine del «Corriere della Sera» nazionale, sugli accadimenti che hanno decretato negli ultimi giorni la fine della primavera pugliese, e la conseguente delusione per una serie di aspettative disattese.   

La primavera pugliese sta vivendo un processo involutivo che rischia di comprometterne frutti e radici. Non si tratta degli scandali degli ultimi mesi, ma dello scollamento tra la politica di Nichi Vendola, divenuta più astratta in un'ottica nazionale, e la società civile, il territorio, il ceto intellettuale che tanta fiducia ha riposto in lui e ora può sentirsi spiazzato, come ha colto Luca Mastrantonio sul Corriere della Sera di ieri.

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Dopo l’intervista di Nicola Lagioia per «Repubblica-Bari», un altro pugliese doc tenta una riflessione, dalle pagine del «Corriere della Sera» nazionale, sugli accadimenti che hanno decretato negli ultimi giorni la fine della primavera pugliese, e la conseguente delusione per una serie di aspettative disattese.   

La primavera pugliese sta vivendo un processo involutivo che rischia di comprometterne frutti e radici. Non si tratta degli scandali degli ultimi mesi, ma dello scollamento tra la politica di Nichi Vendola, divenuta più astratta in un’ottica nazionale, e la società civile, il territorio, il ceto intellettuale che tanta fiducia ha riposto in lui e ora può sentirsi spiazzato, come ha colto Luca Mastrantonio sul Corriere della Sera di ieri.

Qual era il maggior pregio della primavera pugliese? Aver sperimentato una rottura in una regione che era uno dei principali laboratori del berlusconismo meridionale. Come? Con un mix di buona amministrazione, effervescenza culturale, partecipazione allargata, efficace lavoro di alcuni tecnici. Una sorta di radical-riformismo amministrativo che ha dato il suo meglio, ad esempio, nell’affrontare i problemi di salute, povertà e immigrazione. Questo è stato oscurato dal «ciclone Tarantini», e dagli scandali recenti. Ma va difeso, non bruciato in una fuga in avanti nella politica nazionale.
Durante le primarie, nel 2010, il documento di sostegno a Vendola firmato a sinistra da tanti intellettuali e rappresentanti della società civile pugliese, da Franco Cassano a Mario Desiati, e nazionale, raggiunse in pochi giorni 10 mila firme. Ma ora Vendola intende lasciare la Puglia prima della scadenza del secondo mandato per correre alle politiche. Più che una svolta lideristica, già criticata da Cassano, c’è un errore «veltroniano», non nuovo a sinistra. Buttarsi nell’agone nazionale forte di un’esperienza locale che, però, rischia di venire lasciata a metà e senza eredità. Sarebbe un doppio fallimento: nazionale e locale.

Che fare? Se la legge elettorale pugliese fosse come quella lombarda, chiederei a Vendola di candidarsi per un terzo mandato e mettere da parte i giochi nazionali. Ma la legge pugliese non lo permette. E allora deve concludere il suo mandato. A maggior ragione, ora che lo scandalo «cozze pelose» ha azzoppato la candidatura di Emiliano alla Regione e aperto oggettivamente un enorme caos che il Pd non può ricomporre.

La domanda per Vendola, allora, oggi è questa: non abbiamo bisogno di rinnovare quell’intreccio locale tra buona amministrazione, intellettuali e tecnici, per riqualificare la politica? Non è meglio continuare su questa strada anziché criticare solo sul piano verbale il governo dei tecnici?
Pur non facendo parte della squadra di Vendola, e non avendo incarichi, ho potuto osservare da vicino la macchina regionale, soprattutto negli assessorati Welfare, Salute, Mediterraneo, e nell’impegno verso i non-garantiti. Da compagno di strada, ma con uno sguardo da fuori. C’è tanto lavoro anonimo che oggettivamente ha prodotto una rottura e oggi va «protetto». Uso convintamente questa parola. Se il vendolismo si slega da tutto ciò, rischia di rimanere solo narrazione che fluttua nell’aria. E può piacere ad artisti, registi e intellettuali mediaticamente più in vista, da Serena Dandini ad Antonio Scurati, che ne hanno sostenuto le ragioni, ma di certo non basta alla Puglia. E al centrosinistra.

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Patate riso e cozze:fine della primavera pugliese? https://minimaetmoralia.it/interviste/patate-riso-e-cozze-fine-della-primavera-pugliese/ https://minimaetmoralia.it/interviste/patate-riso-e-cozze-fine-della-primavera-pugliese/#comments Sat, 24 Mar 2012 13:49:50 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7142 Al principio furono la D'Addario e Tarantini. Poi lo scandalo-sanità. Quindi quello legato alla squadra di calcio. Adesso tocca a Michele Emiliano, mentre il Petruzzelli viene commissariato. Sembrerebbe che la primavera pugliese rischi di fare la fine di ciò che fu quella della Campania.

Repubblica-Bari sta dedicando in questi giorni una sezione del cartaceo e del proprio sito internet al cono d'ombra dentro il quale sembra essere precipitata la regione che, fino a qualche tempo fa, era un simbolo di rinnovamento per l'intero meridione.

Qui intanto l'intervista di "Repubblica-Bari" a Nicola Lagioia

Cosa risponde all'sos Bari di Valentini? 

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Al principio furono la D’Addario e Tarantini. Poi lo scandalo-sanità. Quindi quello legato alla squadra di calcio. Adesso tocca a Michele Emiliano, mentre il Petruzzelli viene commissariato. Sembrerebbe che la primavera pugliese rischi di fare la fine di ciò che fu quella della Campania.

Repubblica-Bari sta dedicando in questi giorni una sezione del cartaceo e del proprio sito internet al cono d’ombra dentro il quale sembra essere precipitata la regione che, fino a qualche tempo fa, era un simbolo di rinnovamento per l’intero meridione.

Qui intanto l’intervista di “Repubblica-Bari” a Nicola Lagioia

Cosa risponde all’sos Bari di Valentini? 

In questi giorni provo rabbia e delusione. Ma sono rabbia e delusione che covano da mesi. Parto da un punto di vista molto personale: è un po’ difficile, per quelli come me, dare credito a una città che alla resa dei conti rischia di averti tradito due volte. La prima è stata costringerti ad andare via per motivi di lavoro. Ma rimaniamo alla cultura. Una certa primavera pugliese, in ambito culturale, cominciò spontaneamente (senza cioè alcun ausilio istituzionale, anzi, nel sonno profondo delle istituzioni cittadine) in tempi non sospetti, cioè nel 1999, quando uscì Lacapagira dei fratelli Piva. Un film prodotto fuori Bari, che le istituzioni accolsero inizialmente in modo gelido, come Andreotti col neorelismo: “i panni sporchi si lavano in famiglia”. Poi il film esplose al festival Berlino e da Levante arrivò il retrofront: “contrordine concittadini”. Da lì in poi tutto un fiorire di scrittori e artisti e registi e musicisti, molti dei quali erano stati costretti a formarsi altrove, e che venivano celebrati forse anche troppo orgogliosamente dalla città come un frutto del proprio humus. Ogni tanto mi è venuto il sospetto che venissimo utilizzati un po’ come foglie di fico. Questo sospetto sarebbe stato felicemente smentito se nel frattempo Bari fosse diventata un laboratorio culturale di livello internazionale (visto che si voleva fare della città la capitale europea della cultura). Basta guardare invece al Petruzzelli – la massima istituzione culturale cittadina – per avere la risposta. Si rischia di buttare alle ortiche un’occasione che chissà quando si ripeterà.

Da città delle escort a città di un teatro appena rinato e sotto commissarimento, fino a una casta di palazzinari, i degennaro, che dettano legge nelle scelte urbanistiche del capoluogo Che ne dice?

Che non è evidentemente cambiato molto (in Italia innanzitutto, al sud in particolare, e ora anche a Bari) dai vecchi film di Francesco Rosi. E che quando, qualche mese fa, sul “Fatto Quotidiano”, scrissi un articolo in cui – a proposito dello scandalo delle escort – cercavo di spiegare come una certa alta borghesia barese covasse da decenni (almeno dai tempi del craxismo) nel proprio dna la propensione all’intrallazzo, a Bari molti mi diedero addosso. “Ma come si permette, questo, che è pure andato via, di parlare male della borghesia barese?” “Queste cose succedono ovunque: Lagioia parla con il risentimento dell’emigrato”. Dico quindi che la tesi “ovunque ladri nessuno ladro” non serve a migliorarsi. Per migliorarsi serve autocritica. E solo chi ama profondamente i propri luoghi d’origine può dolersene altrettanto profondamente. Pasolini, in questo, fu un maestro.

Bari è una città brutta sporca e cattiva? Lo è diventata, lo è sempre stata? 

Bari ha vantato, e vanta tuttora, dei pregi sconosciuti al meridione peggiore. Sobrietà. Laboriosità. Pragmatismo, nel senso migliore del termine. Ma condivide purtroppo con il resto d’Italia un vizio capitale: l’amore per il particulare, la convinzione che i beni comuni non valgano i propri. La cultura è un bene comune. La sanità è un bene comune. Ho un parente che in questi mesi si sta curando all’oncologico. Mi racconta scene dantesche: caos, disorganizzazione, file interminabili per ricevere una legittima terapia.

Ha fallito Emiliano? E in cosa?

Della vicenda giudiziaria non parlo. Non è mia competenza. Anche se mi sento male al pensiero che i giardinetti di p.zza Cesare Battisti, dove andavo a fumarmi una sigaretta tra una lezione e l’altra di diritto penale, si siano trasformati nel parcheggio dello scandalo.

Di Emiliano penso solo che un sindaco che vuole fare della propria città la capitale europea della cultura dimenticando di nominare un assessore alla cultura non va molto lontano. Neanche filologicamente. Me lo ricordo a un vecchio premio Bari, mentre incoronava lo scrittore vincitore: “io non ho tempo di leggere molti libri”, disse. I risultati si vedono. Ma Emiliano – sempre che la vicenda giudiziaria non si risolva a suo sfavore – può ancora riscattarsi. A ogni uomo è consentito un riscatto. Faccia di questa città una vera capitale della cultura e della modernità, e la città gliene renderà merito. Oppure si cosparga il capo di cenere e se ne vada.

Il fallimento del governo di Bari è anche fallimento della Puglia migliore, già fiaccata dagli scandali sulla malasanità in regione o fallimento del pd?

E’ il fallimento del Pd, non certo della Puglia migliore. La Puglia migliore è sempre lì. Penso a Franco Cassano, per esempio. L’ho letto sul giornale in questi giorni e capisco la sua delusione, il suo sconforto. Lui ci ha creduto veramente, nella primavera pugliese, e ha per così dire combattuto in prima linea, e ha per esempio (cosa rara, oggi, in Italia) cercato di intrecciare un dialogo intergenerazionale. Ma penso anche ai Laterza, ai presidi del Libro, alle esperienze di Bollenti Spiriti e Principi Attivi voluti inizialmente se non ricordo male da Minervini, a scrupolosi documentatori del presente come Alessandro Leogrande e a tutto ciò che in questi anni, di buono, è stato fatto. Riannodare il filo, valorizzare le cose migliori e ripartire da lì.

La Puglia politicamente peggiore invece non muore mai. Fitto non muore mai. D’Alema non muore mai. D’Alema. Un uomo che ha fallito praticamente su tutto. Sulla Bicamerale, sul conflitto d’interessi, sulle elezioni regionali. Eppure è sempre là, anche quando non c’è ne avverti la presenza, con questa smania di muovere i fili. La Volpe del Tavoliere. Io invece sto con Isaiah Berlin: “La volpe sa molte cose, ma il riccio ne sa una grande”.

 

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