primavere arabe Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/primavere-arabe/ un blog di approfondimento culturale Sun, 23 Feb 2014 13:58:35 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg primavere arabe Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/primavere-arabe/ 32 32 Mathias Enard scrive la nuova odissea, tra migranti morti nel Mediterraneo, primavere arabe, indignados, crisi economica https://minimaetmoralia.it/libri/essere-messi-in-crisi-dal-nuovo-romanzo-mediterraneo-via-dei-ladri-di-mathias-enard/ https://minimaetmoralia.it/libri/essere-messi-in-crisi-dal-nuovo-romanzo-mediterraneo-via-dei-ladri-di-mathias-enard/#comments Sun, 23 Feb 2014 08:46:46 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18769 In Italia Mathias Énard non è un autore molto conosciuto, nonostante il suo quarto romanzo, Zona, pubblicato in Francia nel 2008 e tradotto in Italia da Rizzoli nel 2011, sia stato considerato un piccolo capolavoro (il suo nome accostato, in una sorta di canone europeo contemporaneo, a Jonathan Littell o W.G.Sebald): un libro composto praticamente di un solo ininterrotto periodo (a parte due brevi inserti), un romanzo senza punti che in 500 pagine racconta un omerico viaggio in treno di sei ore – da Milano e Roma – in cui si fanno i conti con le memorie personali e collettive di un'Europa che ha vissuto le violenze delle guerre etniche della ex-Jugoslavia e di altri invisibili conflitti; così era prevedibile che anche il suo nuovo romanzo, Via dei Ladri (sempre Rizzoli, sempre tradotto da Yasmina Mélaouah), uscisse in sordina, mentre invece basta poco per accorgersi che VdL si presenti come un romanzo centrale, sfidante, con l'ambizione non celata di raccontare cosa sta diventando il mondo intorno a noi, la nostra società e la nostra lingua

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In Italia Mathias Énard non è un autore molto conosciuto, nonostante il suo quarto romanzo, Zona, pubblicato in Francia nel 2008 e tradotto in Italia da Rizzoli nel 2011, sia stato considerato un piccolo capolavoro (il suo nome accostato, in una sorta di canone europeo contemporaneo, a Jonathan Littell o W.G.Sebald): un libro composto praticamente di un solo ininterrotto periodo (a parte due brevi inserti), un romanzo senza punti che in 500 pagine racconta un omerico viaggio in treno di sei ore – da Milano e Roma – in cui si fanno i conti con le memorie personali e collettive di un’Europa che ha vissuto le violenze delle guerre etniche della ex-Jugoslavia e di altri invisibili conflitti; così era prevedibile che anche il suo nuovo romanzo, Via dei Ladri (sempre Rizzoli, sempre tradotto da Yasmina Mélaouah), uscisse in sordina, mentre invece basta poco per accorgersi che VdL si presenti come un romanzo centrale, sfidante, con l’ambizione non celata di raccontare cosa sta diventando il mondo intorno a noi, la nostra società e la nostra lingua: una specie di romanzo di formazione oscuro – non a caso l’esergo recita, da Cuore di tenebra: “Ma quando si è giovani bisogna vedere il mondo, accumulare esperienza, idee, allargare la mente”. “Qui lo interruppi. “Non si può mai dire! Qui ho incontrato il signor Kurtz!” e non a caso a metà libro Kurtz ricomparirà in un’aggiornata incarnazione di un commerciante di cadaveri, il signor Cruz -, un roman d’apprentisage in cui però il protagonista, il ventenne marocchino Lakhdar, passa da una condizione all’altra, da un paese all’altro, il Marocco, la Tunisia, la Spagna, senza apprendere nulla, senza formarsi, in un processo di disillusione (per la religione islamica, per la letteratura, per la politica, per le relazioni umane) che lo porterà a diventare uomo solo quando forse avrà allontanato il fuoco delle speranze e avrà ammesso che la civiltà millenaria che abbiamo conosciuto si è trasformata in una fratellanza disumana: “Gli uomini sono cani, si strusciano fra loro nella miseria, si rotolano nella sporcizia e non sanno come uscirne, passano le giornate stesi nella polvere e leccarsi il pelo e il sesso, pronti a tutti per il pezzo di carne e l’osso marcio che qualcuno vorrà gettargli, e io sono come un loro un essere umano quindi un rifiuto immondo schiavo degli istinti, un cane, un cane che morde quando ha paura e cerca le carezze” (questo è l’incipit), “Gli uomini sono cani con lo sguardo vuoto, girano in tondo nella penombra, corrono dietro una palla, e si affrontano per una femmina, per un angolo di cuccia, se ne stanno distesi per ore, con la lingua penzoloni aspettando che qualcuno li finisca, con un’ultima carezza” (questo è un brano sul finire del libro); possiamo credere a Lakhdar solo se accettiamo di inoltrarci nel gorgo del disincanto: la Tangeri in cui all’inizio si rifugia dopo essere stato ripudiato dalla famiglia tradizionale per aver amoreggiato con la cugina è una marginale non-metropoli che non ha nulla del fascino marcio di Paul Bowles, di William Burroghs o del Jim Jarmusch di Only lovers left alive, Lakhdar è un semplice ragazzo sfruttato per vendere libri mediocri davanti alle moschee da un sedicente centro culturale islamico guidato da uno sceicco che con la scusa della moralizzazione e con il cappello ideologico delle primavere arabe appena scoppiate in Tunisia e in Egitto organizza un pestaggio di un bouquiniste che vende libri accusati di essere immorali; allo stesso modo quando Lakhdar sembra trovare un lavoro vero, si accorge subito di non essere altro che una specie di schiavo della nuova Europa:

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