pubblico Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/pubblico/ un blog di approfondimento culturale Mon, 14 Jul 2014 14:24:10 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg pubblico Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/pubblico/ 32 32 Nessuna solidarietà per i giornali che chiudono? https://minimaetmoralia.it/editoria/nessuna-solidarieta-per-i-giornali-che-chiudono/ https://minimaetmoralia.it/editoria/nessuna-solidarieta-per-i-giornali-che-chiudono/#comments Tue, 08 Jul 2014 23:18:24 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22034 I giornali chiudono. Alle volte in modo velocissimo. Pubblico di Luca Telese per esempio ci ha messo poco più di tre mesi. Ha dilapidato 650.000 euro e lasciato un sacco di giornalisti a spasso - casse integrazioni ballerine - e almeno un centinaio di collaboratori non pagati. Anche Pagina 99 ha chiuso il quotidiano dopo un paio di mesi per reinventarsi come settimanale. Ha chiuso Terra: giornale ecologista, dal 2009 al 2011 era in edicola tutti i giorni, 16 pagine 1 euro, poi è diventato mensile, poi non è più uscito - i giornalisti, che avevano fatto istanza di fallimento, sono ancora in causa con l'azienda per il saldo degli arretrati e sono finiti tutti in cassa integrazione (il sito è completamente bianco con delle scrittine html un po' malinconiche). Liberazione ha salutato i suoi lettori il 19 marzo scorso dopo aver provato a restringersi, rinnovarsi, uscire solo on line (sul sito, cristallizzato da quattro mesi, campeggiano un comunicato di Paolo Ferrero, una pubblicità dell'università telematica eCampus e un video sull'eredità di Chavez nel nuovo Venezuela). Il riformista ha chiuso definitivamente due anni fa; qualcuno che ci lavorò ancora spera nei soldi di un'onda lunghissima del liquidatore. Hanno chiuso la maggior parte delle edizioni locali dei quotiani nazionali. E le riviste, come XL. E i grandi e piccoli quotidiani dimagriscono, prepensionano, ondeggiano sull'orlo del precipizio, non assumono, licenziano, sopravvivono con la cassa integrazione a rotazione, abbassano i compensi a un livello talmente infimo che scarseggia persino l'ossigeno... Dal Foglio al manifesto, dal neonato Garantista alle corazzate Repubblica e Corriere.

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I giornali chiudono. Alle volte in modo velocissimo. Pubblico di Luca Telese per esempio ci ha messo poco più di tre mesi. Ha dilapidato 650.000 euro e lasciato un sacco di giornalisti a spasso – casse integrazioni ballerine – e almeno un centinaio di collaboratori non pagati. Anche Pagina 99 ha chiuso il quotidiano dopo un paio di mesi per reinventarsi come settimanale. Ha chiuso Terra: giornale ecologista, dal 2009 al 2011 era in edicola tutti i giorni, 16 pagine 1 euro, poi è diventato mensile, poi non è più uscito – i giornalisti, che avevano fatto istanza di fallimento, sono ancora in causa con l’azienda per il saldo degli arretrati e sono finiti tutti in cassa integrazione (il sito è completamente bianco con delle scrittine html un po’ malinconiche). Liberazione ha salutato i suoi lettori il 19 marzo scorso dopo aver provato a restringersi, rinnovarsi, uscire solo on line (sul sito, cristallizzato da quattro mesi, campeggiano un comunicato di Paolo Ferrero, una pubblicità dell’università telematica eCampus e un video sull’eredità di Chavez nel nuovo Venezuela). Il riformista ha chiuso definitivamente due anni fa; qualcuno che ci lavorò ancora spera nei soldi di un’onda lunghissima del liquidatore. Hanno chiuso la maggior parte delle edizioni locali dei quotiani nazionali. E le riviste, come XL. E i grandi e piccoli quotidiani dimagriscono, prepensionano, ondeggiano sull’orlo del precipizio, non assumono, licenziano, sopravvivono con la cassa integrazione a rotazione, abbassano i compensi a un livello talmente infimo che scarseggia persino l’ossigeno… Dal Foglio al manifesto, dal neonato Garantista alle corazzate Repubblica e Corriere.

Certo, si potrebbe osservare, ancora con la carta nel 2014… Ma anche i giornali on-line sembra rischino di chiudere. Il sito del Paese sera – “la voce di Roma”, solo digitale da anni ormai – è ancora funzionante, ma seconda notizia in home page, dopo quella del traffico della Capitale lento e costoso, è questa: “La proprietà ha annunciato informalmente che tra qualche giorno porrà in essere la liquidazione della società. I contratti rinnovati dai giornalisti nel mese di marzo diventeranno carta straccia. Il gruppo Parsitalia Media ha fatto un passo indietro, nonostante avesse già fatto investimenti in funzione dell’ingresso nella società”. Italia Oggi nemmeno un mese fa declamava una sorta di bollettino medico per Linkiesta e per l’Huffington Post, un milione di euro di perdite annuali per uno. Un po’ meglio gli altri, ma con rossi considerevoli: Il Post, Lettera 43, Blitz Quotidiano
E infine in questi giorni d’estate – i peggiori per essere sensibili agli interessi dei lavoratori, me ne rendo conto – l’allarme suona per l’Unità. La casa editrice, la NIE di Matteo Fago, è in liquidazione; il PD non sa bene che fare. Renzi l’ultima volta che ne ha parlato ha buttato lì l’ipotesi di una spending review casareccia: due giornali per un partito sono troppi. Intendeva l’Unità ed Europa, che vive quasi solamente on line ormai.
E potrei continuare. A spulciare la rete, emerge una fungaia di comunicati sindacali agguerriti, di appelli dei giornalisti all’editore affinché con un orgoglio imprevisto salvi la baracca, agli investitori che samaritanamente ci ripensino, ai lettori che solidarizzino. L’impressione è quella di osservare una montagna che crolla, al rallentatore. Una parabola impietosa, ma forse normale, quasi fatale uno direbbe: nell’era dell’informazione su internet, tutto cambia, tutto ciò che è solido evapora nell’aria.
C’è un elemento di questo declino dei giornali che però appare meno prevedibile del resto. C’è una nota che stona nelle pagine dei commiati, delle lettere di solidarietà. I commenti.
I commenti dei lettori sono un coro decisamente uniforme, e – almeno per me – spiazzante. Dicono: “Chi è causa del suo male pianga se stesso. Se è diventata come i giornali di B. questa è la fine che merita.”, “Si trovino un lavoro con le loro competenze (se le hanno…), e se avranno successo sarà per meritocrazia e non grazie ai finanziamenti pubblici. La pacchia è finita!”, “Finalmente. Chiudessero ste merde”, “Se non hanno lettori perchè dovremmo pagare tutti noi i loro stipendi? Io non leggo quel giornale e quindi non voglio finanziarlo!”, “Godo. Giornale divoratore di soldi pubblici. Si cercheranno un lavoro vero. Come me, che lavoro senza che lo Stato mi sovvenzioni”. “Questi giornaletti senza aiuti di stato non vanno da nessuna parte. Speriamo ne chiudano altri, di quelli che prendono i nostri soldi”.
Su facebook, su twitter, ovunque, il tenore è simile. Chi si mette dalla parte dei lavoratori, viene sbeffeggiato. Chi ricorda la storia della testata o si appella al valore del pluralismo, considerato uno zombie. Chi difende il finanziamento pubblico, direttamente un ladro. Anche tra colleghi, tra giornalisti, la solidarietà è solo di facciata, si sente piuttosto un’aria da mors tua, viticina mea. È arrivato il repulisti. Soffiano gli spiriti animali.
Che senso ha tutto questo? Sono così brutti, vecchi, sorpassati, malgestiti questi giornali che chiudono, quelli sprofondati nella crisi nera, quelli che provano a respirare con più forza mentre noi vediamo la corda che si stringe rapidamente intorno al loro collo? Sono così mal pensati anche i giornali nuovi? Sono vittime di business model toppati in pieno quelli che accumulano debiti incompensabili?
A quale segno dei tempi stiamo assistendo? Cosa vuol dire: che la coscienza di classe è un residuato novecentesco canceroso da ripulire tipo l’eternit? Che una civiltà giornalistica di tutelati (professionisti, articolo 1…) sta finendo, distrutta dalle orde di freelance, forse preparati, sicuramente sottopagati, sconfitta – leggi: schiantata – dagli eserciti di opliti produci-click? Perché non si manifesta nessuna solidarietà tra lavoratori? Perché effettivamente ci si sente in due trincee opposte: i vecchi e i giovani? Perché c’è un retrogusto dolce a veder affondare quel giornale in cui un caporedattore l’altroieri mi ha rifiutato un pezzo, non rispondeva mai alle mail e adesso è disoccupato come me? O è una banalissima Schadenfreude? Gioiamo delle disgrazie altrui, proviamo un piacere misto al sublime nel contemplare il disastro, declini che somigliano a affondamenti: finalmente se ne vanno a casa, quelli scarsi, gli stipendiati coi soldi pubblici, i parassiti, chiedessero i soldi agli strozzini per pagarsi i mutui?
Ma seppure questa è la risposta di default, l’istinto, la reazione belluina, la dichiarazione à la Grillo – grande pedagogo dell’odia il prossimo tuo – c’è un altro interrogativo più pungente che ci si rivela appena le bollicine sulla superficie si sono dileguate e la pietra legata alla corda si è ormai inabissata: noi, siamo sicuri di essere quelli bravi noi? Quelli che – nella crisi di sistema – si salverebbero, perché hanno affinato le competenze: le lingue fluenti, la dimestichezza con wordpress e con le infografiche, la velocità, la disponibilità perenne, la versatilità?
E ancora, più a fondo, una domanda che scova un’altra domanda, come se avessimo scoperto una vena scavando in un terreno che non pensavamo così friabile: Noi, che cosa proviamo? Quale sentimento, dico?
Visto che non abbiamo avuto mai nessuna certezza, possiamo sempre sentirci al riparo nella stiva, come gli schiavi nelle rotte dall’Africa all’America nel 1700?
Conosciamo bene il futuro che ci aspetta; allora forse è preferibile soccombere nella prossima burrasca?

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Paesaggio di palude con figure attonite. Ovvero, breve storia patetica o picaresca del quotidiano “Pubblico”. https://minimaetmoralia.it/interventi/paesaggio-di-palude-con-figure-attonite-ovvero-breve-storia-patetica-o-picaresca-del-quotidiano-pubblico/ https://minimaetmoralia.it/interventi/paesaggio-di-palude-con-figure-attonite-ovvero-breve-storia-patetica-o-picaresca-del-quotidiano-pubblico/#comments Tue, 19 Feb 2013 23:43:19 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13168 C’è un precetto del Vangelo al quale cerco – ogni volta con fatica – di attenermi, ed è questo: “Se il tuo fratello commette una colpa, vai e ammoniscilo te e soltanto lui; se ti ascolterà, tu avrai guadagnato tuo fratello; se non ti ascolterà, prendi con te una o due persone, perché ogni cosa […]

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C’è un precetto del Vangelo al quale cerco – ogni volta con fatica – di attenermi, ed è questo: “Se il tuo fratello commette una colpa, vai e ammoniscilo te e soltanto lui; se ti ascolterà, tu avrai guadagnato tuo fratello; se non ti ascolterà, prendi con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta con la parola di due o tre testimoni. Se poi neanche costoro ascolterà, dillo all’assemblea” (Matteo 18, 15-18). Cito forse questo brano perché mi sembra sia venuto sì il momento di raccontare una volta ancora ma per bene, in modo articolato – “all’assemblea” come si dice – una storia esemplare del Paese in cui ci hanno gettati, gli dei chiunque siano. Stiamo parlando di “Pubblico”, il giornale dalla parte dei primi e degli ultimi, il giornale morto nella culla. È di pochi giorni fa – del 14 febbraio – la notizia che il finanziere trentottenne milanese Alessandro Proto è stato arrestato dalla Guardia di Finanza e condotto diritto a San Vittore. Le accuse: manipolazione del mercato e ostacolo all’autorità di vigilanza – alla Consob. Proto non ha potuto festeggiare San Valentino con la fidanzata a cui aveva comprato duecento rose rosse, riportano i siti di gossip, e di questo mi dispiace. Ma allo stesso tempo mi sento di dire che è finita la storia di questo giornale, storia picaresca, demenziale, un po’ patetica, che ho vissuto dall’interno, io, a metà fra la comparsa e un caratterista alla Enzo Cannavale: il quotidiano più veloce della storia. Le agenzie giusto del giorno prima battevano che Proto aveva finalmente ufficializzato la sua offerta: 400.000 euro ai soci, Curti, Martani, Telese e Tessarolo; un altro assegno piccolo di 150.000 per debiti e pendenze (e in questi erano compresi anche i compensi a me dovuti, circa 2000 euro, un’inezia, più altri 14.000 dovuti agli orwelliani, ossia ai collaboratori di Orwell, ma questa storia ve la chiarisco dopo); altri quattro milioni per il rilancio del giornale che sarebbe uscito in edicola verso l’inizio di marzo, dopo le elezioni con un direttore (vattelappesca perché) donna. Se fossi stato più corretto con me stesso, quest’estenuata attesa che Proto ci salvasse, noi lavoratori di varia forma contrattuale e insieme le sorti dell’azienda, sarebbe stato bene che morisse prima. Bastava mi leggessi e dessi retta a qualunque articoletto dedicato a questo Proto. Davvero avevo voglia di lavorare ad un giornale posseduto da questo imprenditore quanto meno volubile, con una modalità di fare affari assolutamente misteriosa (azioni per il 2 e passa di RCS con i soldi ricevuti da quattro sconosciuti), così attento a turbare il mercato da essere capace – come scrive Linkiesta – di buttare fango su stesso pur di comparire sui giornali per poi smentire? No, non avevo. Ma pur avendo collegato, come altri miei colleghi, la speranza che il tizio in carne e ossa fosse meglio del ritratto digitale, bastava qualche giorno e ogni dubbio era fugato definitivamente dall’uscita proditoria contro Gianni Barbacetto (che sul Fatto aveva scritto roba perculante e critica sulle avventure da Munchausen del tycoon dei noantri):

Caro Barbacetto dei miei coglioni, l’articolo che ha scritto oggi è totalmente privo di ogni fondamenta [sic] su tutta la linea. Procederò per vie legali contro Lei e il Suo giornale. Ho fatto una offerta migliorativa a Aliberti di 6 milioni. Lei sa che Aliberti è in difficoltà e me la compro quella partecipazione e sa che ce ne sono altre in vendita. Mi dia qualche settimana e mi compro il giornale e la metto a pulire i cessi. Lei è la vergogna dei giornalisti. Scrive falsità solo per distruggere le persone. Con me non ci riuscirà frustrato di merda. Con stima, Alessandro Proto

Una minima coscienza, lieve, anche sottile, e una stima datata un bel po’ d’anni per quel che scrive Barbacetto e in generale un rimasuglio di etica giornalistica, mi avrebbero dovuto evitare di ipotizzare: “Ma perché no, potrei avere a che fare con questo personaggio strambo e irriverente!”. Eppure nessuno dei giornalisti di Pubblico (me compreso, intendi) ha marcato le distanze da questa volgarità mascherata da arroganza spacciata per sbruffonaggine venduta per carattere. Volete sapere perché? Per una sorta di double bind a cui c’eravamo legati stoltamente mani e piedi.
Facciamo un breve riassunto dei fatti: riandiamo a un anno fa. Luca Telese litiga con Marco Travaglio, non gli piace più la linea ancora giustizialista e antiberlusconiana dopo la caduta del governo Berlusconi. Litigano, molto. Telese lascia il Fatto e decide di aprire un suo giornale. Telefona agli amici, risoluto a trovare soldi senza ricorrere al finanziamento pubblico, e seguendo lo schema Poidomani che già era stato applicato con successo al Fatto in fase start-up. Servirebbe un milione di euro, se ne raccolgono 650.000. Ce ne mette – quello che si è capito – 100.000 lo stesso Telese, 100.000 Tommaso Tessarolo ex ad di Current tv, 100.000 Martani in nome della Wildside di Lorenzo Mieli e Mauro Gianani e di Martani fratello, l’uomo dei blockbuster, il Martani Marco (colui che scrisse “Notte prima degli esami”). E poi altre quote, alcune più piccole, anche di alcuni giornalisti che decidono di credere al progetto: Luca Bussoletti ne mette 30.000 per esempio, Federico Mello (ex-Fatto anche lui) 10.000. Telese a luglio e agosto 2012 va in giro per l’Italia a presentare il giornale. Parla dell'”Italia del coraggio” come la definisce lui, ossia i precari, le donne alla riscossa, gli insegnanti resistenti, gli operai dell’Ilva, gli operai sardi distrutti dalla crisi… Telese è euforico, cerca di convincere tutti a seguirlo in quest’avventura, fa campagna acquisti da altre testate o riesce a convincere giornalisti a spasso: c’è chi lascia un contratto iperblindato in qualche giornale di nome, chi decide di trasferirsi da Milano a Roma; e anche a me Luca Telese, sempre ipermotivazionale, mi dice: “Se va bene, ti faccio un contrattone e ti licenzi dalla scuola”. Io – che sono probabilmente fatto male eh – quando sento puzza di entusiasmo non mi fido, anche perché semplicemente sento la puzza di entusiasmo per il giochetto successo, e quindi in attesa del contrattone, Tessarolo – l’amministratore delegato – mi fa un contrattino: 200 euro a settimana come curatore di un inserto culturale che si chiamerà Orwell (200 euro in diritti d’autore), più 800 euro da distribuire ai collaboratori che scrivono i pezzi (a borderò). In tutto insomma 1000 euro lordi a settimana per quattro pagine, compresi i diritti per le immagini; 1800 se passiamo da quattro a otto pagine. Per confronti, fatevi conto che il fallimentare inserto del Fatto Quotidiano, Saturno, costava 12000 euro circa a otto pagine. Insomma budget gramissimo mi dico, ma la libertà totale sui contenuti, e alla fine accetto.
E facciamo questo benedetto inserto, che va discretamente bene se non benone. Il sabato il giornale vende dal 10 al 20% in più, grandi riconoscimenti, un sacco di traffico sui nostri pezzi ripostati in rete, qualità in indiscutibile ascesa. Il primo di dicembre più o meno riceviamo i primi soldi, quelli dei due numeri usciti settembre: 3500 euro – un numero a 1000, uno a 8 pagine e 2000, 500 le altre voci (metti foto, redazione). È l’unico denaro che incontra i nostri iban.
Perché un giorno – il 7 o l’8? – di dicembre, andando in redazione a impaginare, mi vien buttata sulla scrivania quella che prendo lì per lì per una battuta: il giornale chiude perché non c’è più la carta. La notizia è totalmente inaspettata, i dati sulle vendite elargiti fino ad allora a spizzichi e bocconi e per lo più edulcorati sembrano all’improvviso sul serio più neri di ogni nero. Le 9000 copie sufficienti a darci ossigeno sono state vendute solo nella prima settimana, per il resto la media si è assestata su un 3800/4000 copie, la tiratura è dieci volte tanto.
A quel punto io m’incazzo, mi faccio un giro della redazione su e giù per sfogarmi, mi viene da mollare tutto in quell’esatto momento, poi mi metto a impaginare, anche se mi viene da pensare un ganglio fisso: i soldi che ci spettano, quelli, li vedremo? Se è era così chiara la disfatta imminente perché soltanto pochi giorni fa c’era una festa deprimentissima e deserta del giornale, in cui Luca Telese ha continuato a parlare dell’Italia del coraggio e a glissare come niente fosse sul fatto che le cose che vanno così male? Non è irresponsabile non convidere almeno le preoccupazioni? Perché l’amministratore delegato, Tessarolo, giusto un paio di settimane prima, mi ha detto ok, continua tranquillo il tuo lavoro, mi ha promesso 1800 euro a numero per l’inserto con la doppia foliazione? Perché soltanto pochi giorni prima c’è stato un incontro in cui noi di Orwell – inclusa gente venuta a proprie spese da Sanremo o da Milano o da Firenze – ci si è incontrati con Telese e lui ci ha detto: bravi! l’inserto va alla grande! il sabato si vende! Anche più venti per cento! Dobbiamo investirci un sacco su st’inserto! Perché questa nonchalance se si sa già che la barca affonderà? Per meno di un mese – dall’Immacolata fino a fine anno – Telese viene in redazione e millanta soluzioni di rilancio, compravendite in dirittura d’arrivo che smentisce nel giro di sei ore. Non è un buon periodo per l’editoria cartacea, e questo lo sapeva anche prima di iniziare certo, ma è come se durante i tre mesi di vita questo mondo esterno chiamato Realtà fosse stato completamente invisibile. Per il resto è un direttore latitante: quasi mai in redazione alla chiusura; la libertà del nostro inserto è indifferenza sostanziale. Il 31 di dicembre Pubblico smette di arrivare ai giornalai, l’ultimo numero di Orwell io lo faccio gratis: ho la certezza, Telese me lo dice chiaro, per la prima e unica volta – “questo numero non vi sarà pagato”. Amen, ma il lettore, mi dico, andrà pure salutato in modo degno? Chiedo agli orwelliani di lavorare gratis, se vogliono, almeno per un numero, ma è un credito minimo dopo che me ne stanno dando un bel po’ a me che mi sono dimostrato un ingenuo, per dirla eufemisticamente, a non essermi accorto in tempo della fragilità dell’operazione e della difficoltà di farci pagare il nostro lavoro.
È Capodanno… ma già dalla sera del trentuno di fatto Telese si sfila dal giornale. Nell’ultimo editoriale si addossa molte colpe ma soprattutto si atteggia a martire di una truppa di coraggiosi (che non sa se vedrà la cassa integrazione e che comincia ovviamente a fidarsi pochissimo del suo capitano), poi otto ore dopo l’unico tweet che parte dal suo account a conforto di questa fine d’anno di merda è questo: “Santoddìo, c’é Fausto #Leali con una pantera che non conosco. Un duetto da urlo. #Raiuno“. E basta. Lui di Pubblico in pubblico non parla praticamente più. Kaputt, adieu, chi ha avuto ha avuto, scurdamoce ‘o passato. Ci abbiamo creduto a questa guerra, io soldato semplice uguale a chi mi è stato accanto per tre mesi. E ora: una piccola damnatio memoriae. Su twitter Telese commenta la televisione, le elezioni… Oggi – 19 febbraio, mentre 30 persone non sanno se avranno la cassa integrazione e decine di altri se i loro articoli verranno mai pagati – scrive che andrà a cucinare la pasta ubriaca dalla Parodi (qualcuno su twitter commenta: “Luca Telese dalla parte dei primi. E dei contorni”). L’Italia del coraggio, puff!, non ci sta più! Tessarolo ha un atteggiamento similare, ma scazzato, meno ambiguo, alza le braccia, da aruspice ipotizza che un giorno in là nel tempo arriverà il liquidatore e ci darà dei soldi, i nostri (gli stessi, vien da dire, che alcuni – molti – di noi stanno aspettando per esempio da un anno, un anno e mezzo, dalla liquidazione di Riformista: lì Antonio Polito si ritirò prima che la barca affondasse del tutto, addossando le responsabilità economiche ai lettori poco coraggiosi, alla sinistra che non c’è, etc…) Nessuno, Tessarolo meno di me presumo, ci crede veramente.
Inizia Carnevale, e arriva Proto, un riccone ultrastellare che nonostante Pubblico ogni giorno valga sempre meno – per risorgere occorrerebbe un rilancio grande stile per un quotidiano che sta ormai fuori dalle edicole da un mese – non si sa per quale ragione o bizza ha deciso di investire 4 milioni e passa per prendersi la testata. Ripianare i debiti, riassumere tutte le maestranze, e fare – sito e carta – un restyling sostanziale. Pare, chiaramente, a tutti, un bluff. Il punto è ovviamente: chi va a vedere? Chi dovrebbe fare secondo voi questo passo? Luca Telese, in quanto direttore ma soprattutto in quanto socio e quindi responsabile dei debiti che il giornale ha accumulato? L’amministratore delegato, Tessarolo? Aspettiamo il gesto. Ma Telese si sfila, subito, di nuovo. Non concorda con la linea editoriale, per questo non vuol fare il direttore: i 150.000 euro di debiti pregressi per i collaboratori, i giornalisti che non sanno cosa fare nel frattempo per campare non sono evidentemente una priorità di cui sentire il carico; lui non ci può pensare. L’amministratore delegato Tessarolo, cercando di mediare con un cdr combattivo (questo c’è da ricordarlo), cerca di tenere viva almeno la possibilità di cassa integrazione e di dar retta a quello che sembra l’unico investitore, nonostante il direttore-fondatore non sembra sentirlo più come roba sua.
Chi continua la trattiva con Proto (con il Proto di cui ogni giorno esce una dichiarazione incredibile sui giornali) lo fa per senso del dovere, per i posti di lavoro, per quei collaboratori che non hanno ancora visto un euro e che forse con la ricapitalizzazione potranno vedere appianati i debiti. Per far continuare comunque un giornale. Non c’è ancora un direttore, né un accordo, ma Proto vuol capire se lui si sta comprando una macchina redazionale che magari remerà contro di lui: lui – candidato della destra, devoto del Berlusca – e trenta persone – che, insomma, lui presume siano quasi tutte di sinistra. E alla fine? Anche per la lena buona della gente che si ingoia le uscite quotidiane del proteiforme Proto, la trattativa pare, e dico pare, andare in porto. E poi c’è il giorno dopo: l’arresto della Guardia di Finanza: il giornale vivo è un giornale morto.
A questo punto arriva il tempo delle riflessioni, il tempo in cui magari uno vede le pagliuzze nell’occhio dell’altro e non le travi nel proprio, ma una serie di pensieri io (e non solo io) ce li facciamo. Primo pensiero: penso che l’Italia del coraggio non esiste, e a questo punto io manco la voglio. Preferisco invece un’Italia di chi facendo delle scelte si fa carico delle conseguenze, tutte, fino in fondo. Penso che Telese e i soci di questa impresa strampalata dovrebbero – prima che arrivi il liquidatore – rimetterci di tasca propria i soldi, ricapitalizzare, perdere denaro per riguadagnare nell’extremis più abissale una qualche forma di quella fiducia che gli era stata elargita in quantità sesquipedali. E penso sarebbe necessario farlo per 4 motivi chiari: uno) perché il lavoro si paga, punto e basta; due) perché a nessuno hanno comunicato in tempo che l’acqua era arrivata fino all’orlo, altrimenti le persone avrebbero scelto se scendere, aspettare le scialuppe o affogare insieme a tutti (e io l’avrei evitato per esempio di chiamare altre persone, millantare crediti e futuri che non ho potuto ottemperare); tre) perché non han gestito in modo congruo la fase successiva, facendo sempre leva sulla supplenza di cdr e redazione nel tenere unite le maestranze del giornale; quattro) (motivo non da poco) perché Telese non ha mai fatto autocritica né cambiato linea editoriale né aspetto del giornale, anche quando qualcuno o molti gli hanno detto e ripetuto che non era la crisi, il prezzo alto…: era che il giornale in varie cose non piaceva. (Non era essenziale in una fase neonatale fare tesoro nel modo più scrupoloso possibile delle indicazioni dei lettori, della rete, di chiunque avesse delle critiche al giornale?). O quando altri – moltissimi – hanno deciso di considerare Pubblico un foglio infamante e criminale dopo l’insultante editoriale dei 25 stronzi, chiosato da Telese con la metafora immunologico-fascista: “È più igienico. Teneteli alla larga”. Insomma il sunto misero, solamente rivendicativo anche se corretto, sarebbe questo: rivogliamo i nostri soldi, ci spettano, son nostri, non sono nemmeno molti.
Ma c’è di più in questa storia. C’è qualcosa di sintomatico, c’è il racconto di un’editoria indipendente che non riesce a esistere. Di compromessi fatti o sperati che cambiano di fatto le regole del gioco… Molte coscienze sporche, a partire da quella di chi scrive.
Se penso all’imminente Parlamento coi suoi gruppi di partito nuovi di zecca e i giornali che si formeranno o si reinventeranno, giornali per cui bastano due eletti per un finanziamento garantito, mi pongo una semplice domanda: è possibile che per fare un giornale indipendente in Italia si passi o per questa strada o per i soldi di dubbia provenienza, per editori con scadenti qualità imprenditoriali e di dubbia patente liberale? Non si potrebbe dare vita (e soldi quindi) a progetti realmente indipendenti, non legati ad un partito, o non costretti ad attaccarsi per salvarsi dal naufragio al cappio del primo Proto che passa? Finanziamenti consistenti a cooperative giornalistiche, protezioni sociali eque per una categoria di lavoro come quella dei giornalisti dove c’è chi è iperprotetto e chi naufraga nello sfruttamento più vile – sfruttamento che la Riforma Fornero non ha fatto altro che alimentare, eliminando di fatto ogni assunzione, bloccando le collaborazioni continuative, lasciandoci con un’immensa montagna di informazione che non lo è in un paese di uomini decisamente poco coraggiosi?

L'articolo Paesaggio di palude con figure attonite. Ovvero, breve storia patetica o picaresca del quotidiano “Pubblico”. proviene da Minima et Moralia.

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Orwell 1.5 https://minimaetmoralia.it/editoria/orwell-1-5/ https://minimaetmoralia.it/editoria/orwell-1-5/#comments Sun, 27 Jan 2013 10:06:55 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12656 Attenzione questo pezzo di informazione culturale contiene inopinatamente degli spoiler molto pesanti. Un mese e dieci giorni fa usciva in edicola l’ultimo numero dell’inserto settimanale di Pubblico, che si chiamava Orwell. Il giornale papà chiudeva per mancanza di introiti, il figlioletto Orwell accettava (subiva) le disgrazie del padre. Dire che non ce l’aspettavamo è dire […]

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Attenzione questo pezzo di informazione culturale contiene inopinatamente degli spoiler molto pesanti.

Un mese e dieci giorni fa usciva in edicola l’ultimo numero dell’inserto settimanale di Pubblico, che si chiamava Orwell. Il giornale papà chiudeva per mancanza di introiti, il figlioletto Orwell accettava (subiva) le disgrazie del padre. Dire che non ce l’aspettavamo è dire poco. Diciamo che la scena che riproduce metaforicamente la nostra reazione quando siamo arrivati in redazione e ci è stato detto che avevamo pochi giorni di vita è stata questa.

Ma, poi, quasi con un meccanismo automatico, la redazione (quelle venti-trenta persone che hanno dato vita a questo esperimento di soli tre mesi) ha continuato a vedersi, tutti i lunedì a casa di Carolina Cutolo, e a sentirsi, per mailing-list. Racconto tutto questo non per fare un diario delle mie malinconiche settimane di gennaio, ma perché avevamo cercato fin da subito un rapporto di trasparenza nei confronti del lettore e quindi ci piacerebbe continuare così. Continuare a vedersi aveva uno scopo: continuare a fare una cosa che evidentemente – dai riscontri veramente affettuosi, dagli attestati di stima che avevamo ricevuto – ci eravamo convinti anche noi che ci venisse bene.

Avevamo avuto la presunzione di supporre che in Italia si potesse creare un inserto culturale con un budget limitato in grado di fare una critica culturale che fosse anche politica, con pezzi lunghi, idiosincratici, totalmente liberi nella scelta dei temi, che al tempo stesso ponessero il problema di cosa vuol dire fare critica culturale in un contesto in cui l’informazione culturale è fortemente pubblicitaria – e ora che pareva ci fossimo riusciti, questa cosa non ci andava giù. Insomma, credo sia normale, ma ci dispiaceva essere morti. Per cercare di farvi capire come ci sentivamo, forse potreste vedere questa scena.

Mentre cercavamo di recuperare i 16.000 euro che Pubblico ci doveva (ci deve), abbiamo subito pensato quindi a quali fossero le soluzioni pratiche per continuare Orwell, e se possibile rilanciarlo, farlo ancora più bello e inventivo, più aperto ai lettori, più internazionale, più artistico (perché alla critica non si può chiedere una qualità estetica pari alla narrativa?). Per soluzioni pratiche abbiamo inteso un insieme molto largo di idee da cui abbiamo finito con l’escludere quelle del tipo “Ho un mio zio che è emigrato in Cile negli anni ’50 e pare sia diventato molto ricco, potrei provare a rintracciarlo” o “E se facessimo un inserto culturale che viene trasmesso per via medianica?”. Abbiamo insomma compreso che avevamo creato un gruppo e che questo era (è) un capitale umano che sarebbe un peccato molto grave disperdere.

Ora, a un mese e passa dal nostro passaggio da rivista attiva a rivista dormiente, le cose stanno più o meno in questo modo: come forse alcuni sanno, Pubblico ha ricevuto l’interessamento di un finanziatore nuovo che vorrebbe rilevare la testata: la notizia la potete leggere in molti posti e con varie inesattezze accluse, ma per capirci potete dare un occhio qui. Se tutto questo accadesse, che ne sarebbe di Orwell? La cosa che ci siamo risposti è: che intanto accada, e poi ne parleremo.

Nel frattempo stiamo cercando di capire anche come un progetto culturale del genere può autofinanziarsi. Quanto le persone sarebbero disposte a spendere per avere un inserto settimanale di cultura? Un euro, cinquanta centesimi, venti centesimi, nulla? Si può pensare a un crowdfunding? Si possono trovare dei mecenati che coprano dei costi vivi? Si può pensare di vivere on line e riuscire in tempi non brevi ma nemmeno millenari ad autosostenersi se non addirittura a guadagnare abbastanza per investire in tutte quelle idee che ci sono venute facendolo questo giornale (far tradurre pezzi dall’estero, commissionare inchieste, organizzare dei piccoli eventi, etc…)? Come se la passano Doppiozero, Il Post, Lettera 43, Linkiesta? Così o così?

E ci siamo detti, sempre nel frattempo, che un modo per cercare di mantenere un rapporto con i lettori che ci hanno seguito, lettori critici esigenti complici (piccoli segni: con gioia e stupore vediamo aumentare il numero di follower su Twitter nonostante Orwell non vada più in edicola), era – ora che anche il sito di Pubblico non è più accessibile – di preparare per loro un ebook antologico dei pezzi usciti su carta, e di aggiungere qualche nuova traccia regalo. Lo faremo a breve.

Per adesso ci sembrava debito comunicarvi insomma che siamo vivi, e che praticamente ogni giorno ci mangiamo le mani perché ci vengono in mente in un modo pavloviano pensieri del tipo: “Questo lo devo proporre a Orwell”, “Su questo bisogna farci un numero speciale di Orwell”. “Devo segnalare questa cosa sul twitter di Orwell”. E siamo sicuri di non darcela per vinti. Spero ci capiate come ce la viviamo, altrimenti potete vedere questa scena qui.

A presto. Decisamente a presto.

 

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Nasce “Orwell” (ogni sabato) https://minimaetmoralia.it/cultura/nasce-orwell/ https://minimaetmoralia.it/cultura/nasce-orwell/#comments Fri, 21 Sep 2012 15:02:51 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9546 C’è un brano del discorso di ringraziamento che pronunciò nel 1957 Camus quando vinse il Nobel per la letteratura che dice questo: «Ogni generazione, senza dubbio, si crede destinata a rifare il mondo. La mia sa che non lo rifarà. Il suo compito è forse più grande: consiste nell’impedire che il mondo si distrugga».

Se dovessi fare una dichiarazione d’intenti su cosa vorrei che facesse il piccolo inserto culturale (che uscirà da domani ogni sabato, si chiamerà Orwell, sarà allegato al quotidiano Pubblico, avrà otto pagine per cominciare e poi quattro per continuare, si troverà nel cuore del giornale, avrà fra i suoi collaboratori scrittori, critici letterari, illustratori, fotografi, sceneggiatori, fumettisti, reporter, fisici teorici, filosofi politici, studiosi di letteratura di genere…), ricalcherei questa citazione e la finirei qui.

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C’è un brano del discorso di ringraziamento che pronunciò nel 1957 Camus quando vinse il Nobel per la letteratura che dice questo: «Ogni generazione, senza dubbio, si crede destinata a rifare il mondo. La mia sa che non lo rifarà. Il suo compito è forse più grande: consiste nell’impedire che il mondo si distrugga».

Se dovessi fare una dichiarazione d’intenti su cosa vorrei che facesse il piccolo inserto culturale (che uscirà da domani ogni sabato, si chiamerà Orwell, sarà allegato al quotidiano Pubblico, avrà otto pagine per cominciare e poi quattro per continuare, si troverà nel cuore del giornale, avrà fra i suoi collaboratori scrittori, critici letterari, illustratori, fotografi, sceneggiatori, fumettisti, reporter, fisici teorici, filosofi politici, studiosi di letteratura di genere…), ricalcherei questa citazione e la finirei qui.

Nessuna retorica del “nuovo”, nessun enfatico proclama alla “ne vedrete delle belle” e “spaccheremo tutto”, nessuno slogan alla moda sull’innovazione… Ho imparato nel tempo che diffidare dei facili entusiasmi porta a migliorarsi un pezzetto ogni giorno, e che realizzare cose semplici è una missione tremendamente impegnativa; così un inserto culturale fatto per i lettori e non per ammiccare a qualche presunta schiera di intellettuali engagé, richiede alcune regole evidenti. Chiarezza, competenza, creatività nella scrittura, apertura mentale, laicità, interdisciplinarietà, autocritica, ironia… Ma, ancora più precisamente, ce ne sono un paio di principi che per me sono imprescindibili – tali che se usati bene possono rivelarsi delle armi politiche. Uno è la sincerità, l’altro è l’accuratezza.

Se non troverete traccia né dell’una né dell’altra nei nostri pezzi d’informazione culturale, nei nostri ritratti di scrittori e di artisti, nelle nostre inchieste sull’editoria, nei nostri racconti, nei nostri reportage, nei nostri pezzi di satira, nelle nostre recensioni cinematografiche, nelle nostre poesie, e anche nelle immagini che i fotografi e gli illustratori ci daranno, allora farete benissimo a lamentarvi. Altrimenti, lo vedrete anche voi, la fiducia che ci concederete finirà per farvi sembrare che un po’ di questo “Orwell” è anche vostro. Un grazie anticipato da parte mia e di tutti i collaboratori.
(P.s. Abbiamo già una pagina Facebook e un account twitter @orwellp)

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Introiezione del conflitto https://minimaetmoralia.it/societa/introiezione-del-conflitto/ https://minimaetmoralia.it/societa/introiezione-del-conflitto/#comments Wed, 27 Oct 2010 08:31:38 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3118 di Christian Raimo

Vi racconto una storia. Qualche anno fa stavo facendo un’inchiesta sul precariato cognitivo: intervistavo ragazzi tra i venticinque e i trentacinque anni, laureati, iperformati, ipercompetenti, che vivacchiavano tra assegni di ricerca volatili, elemosine dei genitori, e nebulose promesse di contratti – quel paesaggio tristanzuolo che conosciamo.

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Vi racconto una storia. Qualche anno fa stavo facendo un’inchiesta sul precariato cognitivo: intervistavo ragazzi tra i venticinque e i trentacinque anni, laureati, iperformati, ipercompetenti, che vivacchiavano tra assegni di ricerca volatili, elemosine dei genitori, e nebulose promesse di contratti – quel paesaggio tristanzuolo che conosciamo. Mi capitò una ragazza, dottorata in antropologia, che era riuscita a strappare una collaborazione part-time in una fondazione che le garantiva 650 euro al mese; il resto del tempo lo impiegava tenendo in vece della sua vecchia pigra professoressa un paio di corsi, esami e altro pseudo-volontariato universitario – retribuito poco più di un rimborso spese (un altro migliaio di euro all’anno). Tra gli intervistati, non era una di quelli messi peggio. Era una tipa in gamba, determinata, fiera della propria indipendenza (non voleva chiedere soldi ai suoi), e soprattutto iperconsapevole delle condizioni di sfruttamento, delle dinamiche baronali dell’accademia etc… Viveva insieme a altre quattro tizie in un appartamento a Tor Pignattara. Condivideva una stanza doppia, per cui pagava 200 euro al mese, un prezzo buonissimo. Più o meno a conti fatti le restavano cinquecento euro, che potevano un po’ aumentare con qualche introito delle ripetizioni (terzo lavoro, dunque). Di questi soldi ne spendeva circa 300 al mese, mi disse, per fare analisi. Ne aveva un assoluto bisogno perché si sentiva piuttosto depressa: a trenta e passa anni dormiva in un posto letto col materasso smollato come una matricola fuorisede appena approdata a Roma, non immaginava nessuno sbocco lavorativo concreto a lungo termine, si sentiva una fallita nei confronti dei suoi, non riusciva a prendere sul serio nessuna relazione sentimentale, aveva un desiderio di un figlio che le pareva pura incoscienza, era sempre stanca (la fondazione dove lavorava aveva la sede dall’altra parte della città rispetto a casa e all’università).

Alla fine di quella lunghissima intervista che si era tramutata in un botta e risposta sulle condizioni materiali e morali di vita negli anni zero italiani, me andai a casa triste. Dovevo ammettere che la mia situazione non era troppo differente da quella sua; eppure, oltre questa sorta di empatia e di rispecchiamento, non era scattato nessun senso di identità condivisa, nessun grumo di coscienza di classe, come si potrebbe dire.
Il punto è che lei per provare a stare meglio andava a fare terapia, e con l’aiuto di questo analista cercava di migliorare il rapporto con i suoi, desiderava riuscire a considerare legittimo il desiderio di poter innamorarsi di un uomo, di mettere su famiglia, la sua capacità di credere al futuro, e voleva sentirsi meno in colpa se non arrivava a fare per benino tutto quello che le veniva richiesto tra università e lavoro. Il malessere sociale che l’aveva contagiata, lei se l’era preso in carico proprio tutto tutto. La formazione di una coscienza di classe era stata sostituita da un percorso individuale di ricerca di sintonizzazione psicologica, per cui spendeva quasi la metà dei suoi soldi mensili. Mi sembrò un simbolo perfetto di quello che stava accadendo in giro alle generazioni di quest’età post-comunitaria. Invece di esternare il malessere, provando a generare conflitto sociale o quantomeno affratellamento, il disagio veniva tutto introiettato e si tentava di risolverlo a proprie spese – letteralmente. Del resto questa ragazza non cercava neanche più questo conflitto, cercava serenità.
Vi racconto anche un’altra storia, più breve. C’è un racconto di Nicola Lagioia del 2007 che ha come protagonista una ragazza di nome Sara che lavora all’organizzazione di eventi. All’inizio la troviamo nel pieno di una supergiornata di lavoro mentre, sottopagata, briga perché sono appena arrivati dei finanziamenti per quello che si vorrebbe un grande festival di teatro, letteratura, arte… La sua vita sembra una malinconica routine da animale da stagismo, se non fosse che incontra e si infatua di un tizio che si chiama Mario, e nella scena clou riesce a farsi invitare a cena da lui. Ma mentre le cose paiono andare nel verso previsto, qualcosa comincia a cortocircuitare tra i suoi pensieri: “Volevo tenere la conversazione a un livello decente, ma mentre provavo a concentrarmi sulle sue parole non ho potuto fare a meno di pensare digli degli inviti, digli degli inviti…, così ho cercato di pensare ad altro, volevo godermi la cena ma la vocina di tanto in tanto faceva capolino tra i discorsi, e mi ha seguito nel salotto, dove abbiamo preso un whisky, e mi ha seguito in camera da letto, dove a un certo punto, non so come, stavamo già facendo l’amore, ci sono stati inizialmente questi movimenti goffi, poi lui mi è entrato dentro, e mentre gli dicevo: “Mario…” in una parte della testa continuava a risuonarmi come da un pozzo senza fondo digli degli inviti, digli degli inviti”.
Vi sembra paradossale? Eppure, se ci pensiamo un secondo, questa schizofrenia non è soltanto un sintomo di una versione estrema del capitalismo del terziario avanzato. La schizofrenia è esattamente, precisamente, il modello dei rapporti di lavoro che ci interessano. La schizofrenia è il sostituto psicotico del conflitto di classe. Lavoratori dipendenti e autonomi, partite iva e contratti atipici, dottorandi e docenti precari, trentenni depressi e sessantenni che continuano a finanziare la vita dei figli sperando che un giorno questi li ricompenseranno. La distanza tra chi sfrutta e chi è sfruttato passa tutta per un conflitto interiore. E a lungo andare questa scissione – che non diventa mai dialettica – crea una sorta di abituazione, una cronicizzazione del disagio. Ossia: un dispositivo clinico per cui veramente penso possibile, normale, permanere in una situazione paradossale come quella di un quarantenne che vive da adolescente, o come quella di una ragazza che non capisce se l’innamoramento che sta cominciando a provare gli potrà tornare utile per il suo lavoro di ufficio stampa. Un malessere sociale a cui, invece di riconoscerlo come coscienza di classe narcotizzata, diamo alle volte il nome di bipolarismo; in una specie di medicalizzazione della tensione politica.
(Del resto, senza rendercene conto, le patologie della psiche contemporanea sono diventate utili in termini lavorativi. Quanto, per dire, è più efficiente un’ossessivo-compulsiva come organizzatrice di eventi, che telefona per confermare dieci volte che tutte le persone invitate abbiano risposto, che le stanze degli alberghi siano prenotate, che i treni non abbiano ritardi, etc…? Quanto un narcisista all’ultimo stadio può costituire un valore aggiunto come top-manager rispetto a una persona con capacità autocritiche? Quanto una persona in preda ad ansie da prestazione sarà cento volte più disponibile per degli straordinari non pagati? Sarebbe non troppo surreale se un giorno sul curriculum cominciasse a esserci una voce Patologie a sostituire quella Caratteristiche personali o Competenze).
Ma tornando a noi, ci si può domandare perché questo disagio interiore non diventa coscienza di classe, perché questo basso di recriminazione ha raramente un acuto di rabbia, e figuriamoci se si manifesta come ribellione. Una risposta parziale la possiamo ricavare da un’altra piccola storia. Un po’ di tempo fa mi è capitato di vedere una puntata di Ballarò dedicata al lavoro. C’era un servizio di dieci minuti su un disoccupato, un uomo di mezz’età che aveva appena perso il lavoro. Dalla sua casa in penombra raccontava alla telecamera come la sua vita fosse miserabile, priva di dignità ora che si trovava a spasso: si sentiva un verme perché non poteva pagare nemmeno la scuola di calcio a suo figlio come gli aveva promesso da tempo. Alla fine del servizio, gli imprenditori che stavano in studio, tipo la Todini, avevano colto la palla al balzo e avevano subito dichiarato di fronte al pubblico: lasciateci il numero di questo disoccupato, vedremo subito cosa possiamo fare, uno straccio di lavoro in nome della scuola calcio del figlio glielo troveremo. La domanda che mi era posto non era tanto relativa al fatto di come la spettacolarizzazione annullasse in realtà il valore della denuncia, anzi legittimasse immediatamente le parole della Todini & co. Lo sconcerto che provavo era proprio nella mostruosa introiezione di questo meccanismo di sudditanza: anche il disoccupato – una volta avuta finalmente voce – non aveva nessuna capacità di diventare un soggetto politico, finiva col mostrarsi semplicemente un miserabile, non riusciva a innalzarsi dalla sua condizione di sintomo di un malessere impersonale, e a quel punto forse otteneva un lavoro.
E questo rovesciamento, come dire, negli ultimi anni è stato sdoganato. A tal punto che per esempio l’ultima campagna pubblicitaria della Presidenza della Repubblica sulla sicurezza sul lavoro fa leva proprio su questo. Guardateli i cartelloni. Un quadretto di una famiglia felice, incorniciati in un frame di una polaroid, e un inquietante slogan: Non fare che tutto questo diventi solo un ricordo. Chi si vuole bene pretende la sicurezza sul lavoro. Chi si vuole bene?! Adesso se rimango schiacciato da una pressa mi devo anche sentire in colpa? Non era un mio diritto? Non era una tutela di cui doveva prendersi la responsabilità il mio datore di lavoro? Devo farmi carico anche di questo?
Ora – e qui viene la parte difficile – come collegare questa diffusa anestesia rispetto al risveglio di una coscienza di classe con l’aspetto di volgarizzazione radicale, apparentemente folkloristico della politica italiana: che c’entra Pomigliano con le barzellette condite di bestemmie? e i suicidi dei ricercatori con il dito medio che Bossi tira fuori a ogni pie’ sospinto come un pivello gangsta? Come mettere insieme quella politica e quell’altra politica? Si può azzardare qualche ipotesi di lettura?
In realtà non vi sembra come forse il potere stesso oggi si manifesti proprio utilizzando questo bipolarismo di massa come suo referente? Mi faceva impressione mettere a confronto due filmati sorprendentemente simili. Uno è quello famoso della storiella (che è come Berlusconi definisce le barzellette) su Rosy Bindi raccontata a L’Aquila con bestemmia finale. Un altro lo potete trovare in rete (qui) ed è una scena di Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pasolini: è appena morta una delle ragazze prigioniere delle torture dei vecchi gerarchi quando uno di loro prende la parola e dice: “E così anche le ragazze invece di nove sono otto. E a proposito dell’otto mi viene in mente una storiella (sic). Si tratta di un tale che c’aveva un amico che si chiamava Perotto. Una notte, tornando insieme durante l’oscuramento, i due si sono perduti. Allora il nostro uomo cerca l’amico. E a tentoni cerca cerca cerca, e finalmente gli sembra di vedere qualcosa che si muove nel buio. Tutto contento, pensando di aver trovato l’amico Perotto, grida: ‘Sei Perotto?’, e una voce nel buio risponde: ‘Quarantotto!’”. E giù risate dei torturatori. Inquadrate in controcampo da Pasolini… Come dal cameraman improvvisato col cellulare a L’Aquila… Anche il contesto dà da pensare. Nel Salò di Pasolini c’è un cadavere appena fresco, a l’Aquila ci sono le macerie ancora da sgombrare. Perché Pasolini aveva scelto di mettere in bocca ai gerarchi repubblichini le barzellette? Perché Berlusconi è così pervicace nel raccontare le sue storielle, scorrette, blasfeme, offensive, puerili in qualunque occasione; o credete che smetterà dopo queste ultime così criticate da Chiesa e comunità ebraiche?
Perché Berlusconi, nel panorama mortifero che ha lui stesso creato, ha deciso d’incarnare ancora il principio trasgressivo, carnevalesco, il rovesciamento di quell’ordine che invece lui stesso dovrebbe garantire?
Perché il potere funziona proprio così: come “trasgressione intrinseca”. Slavoj Zizek lo mostra perfettamente in Pervert’s guide to cinema quando analizza un brano di Ivan il terribile di Eisenstein: c’è un gruppo di boiardi che, dopo aver fatto piazza pulita dei nemici dello zar, rimette in scena una specie di musical carnevalesco che rappresenta il massacro, sfotte e brutalizza chi aveva osato ribellarsi e che è stato trucidato nel modo peggiore. Come ci fa notare il filosofo sloveno, la comicità messa in scena dal potere non è un surplus folkloristico (come non sono folklore il dito medio di Bossi e le corna di Berlusconi), ma è l’espressione più piena dell’energia distruttiva del potere, la juissance, il godimento, l’orgasmo. La risata dell’Aquila sostituisce l’eiaculazione di un filmato su youporn, come dire.
Ma questo gli è ormai del tutto consentito perché ha a che fare con una società in preda a questa schizofrenia di massa. Che di fronte alla questione del terremoto vive un’emozionalità scissa. Da una parte l’indignazione ininfluente. Dall’altra un desiderio legittimo di ritornare a vivere, di ridere, di essere spensierata. Ed ecco allora che il Berlusconi bestemmiatore e barzellettiere soddisfa in un sol colpo in maniera pavloviana entrambi i desideri: li esaurisce. Non facendo maturare né l’uno né l’altro, ne liquida le possibilità di crescita, e li spazza via dalla politica.
Cosa succederebbe se noi evitassimo di risolvere la nostra critica nell’indignazione da una parte (a sinistra) e di ridere delle barzellette di Berlusconi (a destra)? Forse che questi impulsi legittimi a innamorarci di un uomo, a mettere su famiglia, a vedere ricostruita la nostra città, non verrebbero finto-appagati nell’immediato, introiettati, medicalizzati, in pratica rimossi; ma forse riuscirebbero a essere potenti, arriverebbero finalmente a creare qualcos’altro.

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Stalking, o emozioni incontenibili https://minimaetmoralia.it/societa/stalking-o-emozioni-incontenibili/ https://minimaetmoralia.it/societa/stalking-o-emozioni-incontenibili/#comments Mon, 21 Jun 2010 08:16:40 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=2574 Sarà probabilmente un’impressione, ma – simile a un facebook urbano – c’è un fenomeno marginale in evidente ascesa: le scritte sui marciapiedi davanti ai portoni. Perdonami solo adesso ho capito quello che ho perso, Con te ho vissuto di anni di meraviglia, Ti prego ripensaci, etc… La maggior parte sono messaggi di supplica dopo un […]

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Sarà probabilmente un’impressione, ma – simile a un facebook urbano – c’è un fenomeno marginale in evidente ascesa: le scritte sui marciapiedi davanti ai portoni. Perdonami solo adesso ho capito quello che ho perso, Con te ho vissuto di anni di meraviglia, Ti prego ripensaci, etc… La maggior parte sono messaggi di supplica dopo un abbandono, ma ce ne sono anche molti che intendono solo manifestare la propria gioia per un anniversario; o ancora più semplicemente mettono bianco su grigio gioia letteralmente incontenibile del proprio innamoramento.
Ecco sicuramente un sintomo di una trasformazione antropologica avvenuta su larga scala: oggi chi prova un desiderio o un’emozione non può contenerla, non riesce a fare a meno di esprimerla. Per quanto sia intima, per quanto sia ancora informe, per quanto sia indefinita, nessuno oggi si azzarderebbe ad avere pudore per i propri sentimenti. La timidezza è sempre meno una definizione del carattere: è una patologia sociale. Non si dice “sei timido”, ma “sei asociale” – dove per società si intende quel posto dove si deve per forza esibire disinvoltura. Come mostra Marco Belpoliti in modo inappuntabile nel suo ultimo libro, Senza vergogna, quello che profetizzavano qualche anno fa Christopher Lasch e Alain Ehrenberg si è compiuto: la vergogna è scomparsa. O meglio è stata sostituita sentimento del fallimento della propria esibizione. Si può essere tristi perché il proprio amato è lontano, perché si è amati e non ricambiati, l’importante è che tutta questa emotività sia posta in bella vista. «La visibilità», dice Belpoliti, «è l’obiettivo ultimo dell’esistenza dei singoli individui».
Viene in mente però che questo romanticismo di massa può diventare alla lunga difficile da gestire. Se infatti ogni minuto veniamo invitati da questa specie di inconscio collettivo vanesio a essere noi stessi, a esprimere i nostri desideri, a non vergognarci delle forme più recondite di turbamento interiore; dall’altra parte è vero che la società stessa non ci fornisce più quegli ammortizzatori sociali simbolici per gestire la frustrazione nel caso questi desideri siano puri miraggi, sempre irrealizzabili: sogni più che desideri. Consideriamo quanto una figura paradigmatica come un Cyrano, per dire, oggi sarebbe pura archeologia emotiva: un innamorato non può permettersi di essere non trasparente a se stesso. Deve invece essere, come dire, un ottimo performer del proprio cuore.

E allora forse non è un caso che Berlusconi, ogni volta che gli capiti, tra i successi dei suoi due anni di governo, sciorini – insieme alla soluzione dell’emergenza rifiuti e alla gestione del terremoto aquilano – la nuova legislazione sullo stalking. Mi potete criticare su tutto, ma non su questi, ci dice. Ma se invece è vero che sui rifiuti e sulla protezione civile non è più così inattaccabile, sulla questione stalking nessuno ha mai neanche pensato di aver qualcosa da recriminare: la normativa contro i persecutori sessuali è una legge stracondivisa. Da finiani e berlusconiani, centristi e socialdemocratici, radicali e femministe.
Eppure, se la si va a leggere in controluce è forse una legge più problematica di quello che sembra.
Mettiamo che voi siate lasciati dal vostro partner, e soffriate come un cane. Mettiamo che siate sposate con tre figli e il vostro uomo vi abbandoni per una ragazza di vent’anni più giovane, e si trasferisca in Brasile. La nostra società non penalizzerà certo in alcun modo chi vi ha fatto soffrire, né penalmente (giusto, esiste il divorzio, esistono gli accordi sugli alimenti), ma neanche socialmente: ha seguito il proprio desiderio, qualunque sia. In un momento di scoramento, come pensate di alleviare la sofferenza? Esprimendola. Potete scrivere una lettera a Maria De Filippi, per esempio; o cercare di essere invitati a Stranamore o qualche show in tv del genere. Confessare il vostro amore di fronte a un pubblico. Sperare che quest’eco narcisistica produca quegli effetti di “sanzione sociale” che la società di per sé non garantisce più. Ma attenzione, la vostra sofferenza dovrà essere sviscerata fino all’ultimo dettaglio per ottenere degli effetti: non dovrete celare neanche un’ombra dei vostri sentimenti se rivolete indietro il vostro amore.
Ma mettiamo che a Stranamore non v’invitassero, cosa pensereste che sia comunque giusto fare? Non vi verrebbe da appendere anche a voi un bello striscione fuori dalla sua finestra? Non pensereste di marchiare il marciapiede del suo portone con un messaggio di fedeltà eterna? Non vi verrebbe di tempestarlo di sms? Di appostarvi sotto casa e urlargli tutto il vostro amore?
Purtroppo però, senza un pubblico che tifi per voi, questo tipo di reazione si chiama stalking, e da qualche mese viene punito dalle leggi italiane.
Dopo decenni passati a eliminare il senso di vergogna, di timore sociale, dal vostro repertorio sentimentale, dopo che chiunque vi invita a non avere mai pudore di manifestare le vostre emozioni, all’improvviso – di fronte a un’esperienza di frustrazione reale – la soluzione che la società (che non vi ha educato) vi propone non ve l’aspettavate: dovete gestire da soli quest’eccesso. E, in uno slittamento che magari apparirà invisibile, quello che prima era un successo sociale (l’essere sempre spavaldi, sicuri di sé), ora diventa reato.
Sempre così: quel disagio (che si chiami bullismo o tossicodipendenza o stalking) che la politica non sa gestire attraverso l’educazione, le pratiche comunitarie, viene risolto – leggi rimosso – attraverso la penalizzazione. E a rimetterci saranno ovviamente le figure psicologiche più deboli. Coloro che non possono permettersi, come dire, di pagare il conto che quest’educazione sentimentale senza autocensura comporta. Chi non saprà elaborare la propria aggressività nel futuro avrà poche opzioni: potrà prendere psicofarmaci oppure rischiare di finire in galera. Pensateci bene prima di infatuarvi di qualcuno.

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