racconti inediti Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/racconti-inediti/ un blog di approfondimento culturale Tue, 17 Sep 2019 13:33:49 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg racconti inediti Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/racconti-inediti/ 32 32 Le chiavi di casa https://minimaetmoralia.it/altro/le-chiavi-casa/ https://minimaetmoralia.it/altro/le-chiavi-casa/#respond Tue, 17 Sep 2019 12:00:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=41055 di Marco Mantello Me la ricordo come fosse oggi la prima volta che ricevetti le chiavi di casa.  Avevo nove anni e il consiglio di famiglia fu occupato per intero dalla cerimonia di investitura. Stavo in ginocchio sotto la tovaglia con un elmo di cartone e una spada di compensato e una croce rossa pennarellata […]

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di Marco Mantello

Me la ricordo come fosse oggi la prima volta che ricevetti le chiavi di casa.  Avevo nove anni e il consiglio di famiglia fu occupato per intero dalla cerimonia di investitura. Stavo in ginocchio sotto la tovaglia con un elmo di cartone e una spada di compensato e una croce rossa pennarellata sulla maglietta.  Papà prese il pugnale saraceno dalla scrivania, lo sguainò e lo adagiò solennemente sul mio capo. “Paolo hai il dovere di custodirle e di non farle arrugginire mai. Non darle mai a nessuno a parte noi, ecco tienile” disse porgendomi il mazzo con l’altra mano. E così feci. E così ho fatto sempre. E mai a nessuno le ho consegnate al di fuori di noi, sempre noi, solo noi, fin da quando ero un piccolo crociato in erba. Anche ora che ho diciannove anni compiuti a maggio e i miei hanno comperato una casa tutta per me in paese, seguo sempre questo principio: è come se esistesse uno spazio, una proiezione minima della mia coscienza, e si espandesse su per i muri i soffitti gli infissi e la tazza del water: il nostro confine dice papà, il nostro orgoglio paesano. Casa l’ho arredata coi loro soldi ma i mobili li ho scelti io da solo. Con la paga dai Ludovisi mi ci finanzio il corso di lingua all’estero e i risparmi per la Bocconi su a Milano, tutto da solo. Voglio diventare un manager della Standard and Poor’s. Maja, la mia ragazza, scende da Roma tutti i fine settimana e dorme con me nello stesso letto, è davvero fantastico un’autonomia così da giovani. E poi la casa è una bella casa, ha due stanze, un saloncino e l’angolo cucina, ci ho fatto pure le mensole io da solo e ci preparo questa roba surgelata tipo simmenthal,  anche sul cibo voglio dire faccio tutto io, ho il controllo assoluto di cosa ingollo, e di come mi vesto e di quanto dormo la notte, e di che piante posso metterci in terrazzo e chi frequentare o no i fine settimana, le volte che Maja non c’è. L’altro giorno, per esempio, ho bussato ai Gironi, che poi sono i fattori dei Ludovisi con cui lavoro giù al fondo vicino all`abbazia, i fattoni come li chiamo io per scherzo, sostituendo la enne alla erre finale di ‘oni’, ‘ori’, ‘ndo”. A aprire  mi ha aperto la moglie, aveva solo questa vestaglia addosso e uno sguardo piuttosto triste, era veramente una strafica ma strana, certi giorni pareva molto più giovane della sua età, altri più vecchia tipo tiroide no…
“Ernestina che hai le teste d’aglio da prestarmi?” le ho chiesto io. Ma lei teneva gli occhi bassi, non mi guardava proprio. “Vieni, prendine pure che Selvio le ha portate fresche…” ha detto dall´uscio di casa sua. Prima di chiudere ha tirato fuori un mazzo di chiavi: ‘Queste le aveva lasciate il tuo inquilino’, dice. E mi ridà le chiavi di casa mia, “Diceva di ridartele a te quando ci vedevamo” dice, ha i denti bianchissimi, quando me le mette in mano e chiude la porta sento che piange, singhiozza proprio come una ragazzina. Sento il marito di là in salone, la tv accesa, la sua voce allarmata come la finestra del primo piano.
“Ma chi era? E copriti no?”
“Niente Selvio torna a vedere le immagini di repertorio…”
Ecco sono rientrato con le mie chiavi e quelli che sbraitano tutto l´odio possibile per i suoceri a notte fonda, adesso stanno volando i piatti per aria e sento il crack… Domani devo uscire alle sei e li vedrò ancora, al campo ci sono da piantare le nuove piantine di carote,  così prima di ficcarmi a letto, con tutto l’aglio sullo stomaco e quel sottile, ripetuto strepitare che attraversa i muri   -penso bene di prepararmi una camomilla.  La luce accesa sparata in cucina, fisso le chiavi attaccate al gancetto che ho installato io tutto da solo, fisso le chiavi e la luce sparata e ripenso alle parole di Ernestina Gironi. Il mio inquilino, aveva detto, all´inizio non ci avevo fatto nemmeno caso alla parola inquilino-estraneo-sconosciuto-barbaro-straniero e pensavo si riferisse a me. Perché vedete il fatto è che  io qui a casa mia ci vivo da solo ma proprio solo, non c’è nessun inquilino non c’è mai stato nessuno a parte me da quando abbiamo fatto le ristrutturazioni… Ma allora perché aveva lei il mazzo? Chi glielo ha dato il mazzo a lei? Sulle prime penso a uno scherzo. Gli amici del bar centrale sono molto italiani e non mi stupirei fosse opera loro. Ce n’è uno in particolare che è un cazzaro assoluto, noi qui in paese lo chiamiamo uomo Mediaset perché dice che farà economia alla Bocconi in quattro anni e poi si fa prendere subito da Philip Morris. Beh insomma uomo mediaset è un patito di quella trasmissione degli scherzi su canale 5 no? E quindi non mi stupirei me ne avesse organizzato uno su misura con gli altri, magari hanno pur emesso una telecamera nascosta a casa mia quei matti furiosi, dai deve essere così, sicuro mi è entrato in casa dalla finestra (ma allora perché? Perché l´allarme non ha suonato è guasto?), poi ha preso le chiavi, è uscito dalla porta, ha chiuso ha bussato ai vicini e ha detto a Ernestina di essere  il mio inquilino. Che ne so magari un giorno che non c’ero ci ha provato con questa e ci ha fatto pure il film porno amatoriale come fa di solito con le donne sposate che si ripassa nei week-end… Dice che il rischio glielo fa venire duro, e pure se sono grasse ciccione sformate, magre alte basse se le fa tutte e che sono un branco di represse bisognose di cazzo è così che dice. Ora che ci penso, forse una copia delle chiavi gliele lasciai ieri l’altro dopo il calcetto, che questi vengono da me e mi chiedono: ‘Ah Ferretti che c’hai casa libera?’ ecco appunto…inquilini dei miei coglioni!
Uomo Mediaset è irreperibile al cellulare. L’ho cercato e ricercato  per chiarire questa cosa delle chiavi,  gli ho detto pure che sul davanzale c’erano il casco e gli occhiali da sole suoi, ho pensato fosse roba di uomo mediaset, a questo punto posso pensare tutto e neppure sono affari miei del resto, però allora che lo facesse da un’altra parte, gli ho messaggiato io, perché questa è casa mia, gli ho detto, e custodisco le chiavi di casa che mi hanno dato i miei con la cerimonia. Ha risposto dopo due giorni, alle due di notte con un messaggino, mi ha giurato che di cosa gli stavo parlando e che no, non ne sapeva nulla e che com’era la vicina se era abbastanza fregna eccetera…
Io l’armadio l’ho preso da Ikea. A tre ante, spazioso e ci ho messo  le giacche stirate. Solo che adesso che l’ho aperto prima di coricarmi, ci ho trovato un paio di boxer con i maialini rosa. Io non uso boxer coi maialini rosa. ‘”Ah! Uomo Mediaset! Ma allora questo insiste a venirmi in casa!” sbraito, ‘Ma vuoi vedere che ha lasciato pure i preservativi rotti?’. Guardo sotto alle lenzuola, poi sotto al letto, mi faccio un giro della casa e in effetti nel  secchio del compost c’erano tre preservativi usati, e noi non li usiamo con Maya, lei prende la Fedra anche se la fa ingrassare non li usiamo mai i condom…
Oggi ha lasciato una lettera coi soldi dell´affitto. Il mese di aprile, ha scritto, te lo pago la settimana prossima. La scarpiera sul terrazzo era piena di stivali di cuoio. All’ingresso  sull’attaccapanni sotto al mio montgomery c’era una giubba di pelle con le spillette avvinghiate a un teschio.  Trovo duecento euro sul mobile della tv. “Questo è il mese di maggio, l´anticipo del canone” c’era scritto sopra alla busta…
Come stavo dicendo prima ho un lavoro part time dai Ludovisi e ho iniziato da una settimana buona e insomma sto fuori tutto il giorno e adesso che ci penso oggi, quando sono ritornato prima di mettermi a cucinare i surgelati e di bussare ai Gironi per l’aglio e tutto, ebbene il mio giaciglio hagali era  disfatto e io in genere lo rifaccio sempre, la mattina prima di uscire e devo ritrovarlo così com’è, altrimenti mi vengono le pulsioni omicide e quello era tutto disfatto, e c’era odore di corpi nudi, sudore e tutto sulle lenzuola perfino le macchie fresche. Mi sono messo sotto le coperte, ero troppo stanco lesso per cambiarle e mi faceva schifo,  ho sentito della stoffa in mezzo ai piedi, erano delle mutande da donna, nere: “E no cazzo no!” ho sbraitato. E poi ho ripreso il cell., l’ho chiesto a tutti gli amici non solo a Lui: “Se è uno scherzo vabbè adesso basta avete rotto il cazzo!” ho detto a quel coro di: “No Paolo, ma che vai pensando ma figurati tu se ti veniamo a casa di nascosto…”, con il quale mi giuravano e spergiuravano che figuriamoci. Pare che nessuno ne sappia niente, ne deduco che se sono sinceri loro e se ho torto io, allora questo significa solo una cosa: che il mio inquilino non è un amico né un conoscente, che non esiste proprio eppure c’è. E che dunque se non me lo sono inventato e se non è reale, se esistono solo quel mare di roba e odori e macchie che mi lascia per casa e magari lui no… e che è  terribile, davvero funesto oscillare fra l’essere e il nulla  -e che non vedo l’ora che sia domani e che questa notte finisca, prego dio che sia così!
L’indomani prendo un’ora dal lavoro, torno a casa, afferro il telefono e chiamo il signor Usiello, il fabbro, e gli dico di venire subito e lui arriva in due ore, e mi faccio rifare la serratura di casa mia. Adesso ci sono tre chiavi, dice il signor Usiello, esse non sono riproducibili, dice che hanno una sfilettatura speciale e che costano sessantanove euro  cadauna e che per aprire devi mettere prima quella di sopra e girare quattro volte verso destra. Poi quella di sotto: due mandate e la chiave centrale… “Perché questa è  casa mia, cazzo!” mi ripeto davanti alla super-serratura con sfilettata doc. E adesso la vediamo chi entra e chi no, qua dentro! Sono così esaltato di aver risolto questa cosa dell’inquilino che viene a smarchettarmi nel mio letto quando non ci sono, faccio proprio i salti di felicità mi metto a saltare come un canguro, nel deserto del mio salone. C’è il tappeto messicano che abbiamo preso l’estate scorsa con Maya a Rimini. Sarà stato al quarto salto di gioia, oppure al quinto non lo so, fatto sta che il tappeto di Maya mi si arrotola sotto i calzini e ci cado giù come una pera cotta, un colpo secco dietro la nuca, devo avere sbattuto sul baule di nonna, perché adesso vedo nero e non credo di essere sveglio. Sono a terra svenuto? Sì forse sono a terra svenuto non lo so, e poi non mi ricordo più ho come un vuoto. Mi sono svegliato al policlinico, a sedici ore dall’incidente. Huxley, il dottore cugino di  sesto grado che l’hanno pure inquisito al tribunale per una storia  di uno portato lì dalla penitenziaria gonfio di botte, che poi è morto da loro e che nessuno pensava che avesse una famiglia e nessuno si è accorto che questo era  morto perché, dicono loro, ha rifiutato le cure e nessuno gli ha chiesto: che per caso hai una famiglia? Dobbiamo chiamare qualcuno un padre una madre una sorella? E io terrorizzato all’idea che mi abbandonassero su una corsia nel corridoio come dicono sui giornali mi sono subito identificato come il figlio di Clelia (cioè di mia madre, che poi è sua cugina di quarto grado) be´ insomma dicevo che Huxley invece a noi familiari vicini e lontani compreso tutto il ramo calabro e non solo il cassinese, Huxley ci fa sempre un sacco di favori, poveraccio, quando stiamo male  e andiamo dritti al policlinico e lo chiamiamo solo quando abbiamo bisogno dei favori poveraccio, be´ Huxley quando mi ha visto l’indomani che mi ero appena risvegliato e mi ha chiesto le analisi del sangue e se avevo una famiglia e tutto e poi mi ha fatto l´occhiolino scemo dicendo che scherzava e faceva solo finta di non riconoscere il chiaro vincolo di parentela… “È tutto in ordine anche la tac” aveva detto sfoderando una poderosa e bonaria risata “Ma che ti sei spaventato Paolo? Pensavi davvero che dicessi sul serio prima?” Poi  mi ha fatto le visite di persona affidandomi a un giovane bravissimo e tutto, è stato davvero gentilissimo e tutto si è risolto bene dopo l´incidente domestico.  Il giorno dopo quando è ripassato con gli ultimi esami in mano mi ha detto subito: “Ti dimettono oggi. E comunque hai degli amici splendidi, il tuo inquilino è rimasto qui tutta la notte quando sei arrivato privo di sensi da casa tua…’
‘Il mio che?’ ho fatto io. Ero di ghiaccio.
‘L´inquilino no? Quel ragazzo che stava qua l´altra sera, quello con la giacca di pelle, tanto gentile, tanto educato Paolo. Gli ho detto anche di aspettare che ti svegliassi ma era stanchissimo poverino, ti ha soccorso lui a casa, l´ha chiamata lui l´ambulanza quando sei caduto. E poi prima di andarsene ha lasciato questa per te e mi ha detto di dartelo, ecco tieni la missiva..”.
Mi porge una busta e se ne va per il suo giro di controllo dei pazienti con una famiglia al seguito… “Duecento euro, mese di giugno”
Sono passati due giorni dall’incidente e sono tornato a casa mia, la serratura regge, era vuota e niente odori o oggetti strani fra le lenzuola… Quanto alla salute beh, sento ancora un poco male dietro al collo ma insomma ho ripreso il lavoro al fondo  e oggi devo fare una capata su un terreno che hanno questi dei Ludovisi, sotto alle mura dell’Abbazia paleocristiana, proclamata lo scorso anno patrimonio Unesco, all’interno di quello che diverrà a breve, previa pubblico esproprio  della mano morta, il primo  Parco nazionale del cassinese. E comunque fino a che ci lavoriamo ancora, toccherà farsi il culo sulle cipolle, tutte da piantare a mano, piccoline piccoline in quei cesti di vimini gialli, che non finisco mai. Ora vado però, è proprio ora di andare a fondo  -la porta di casa chiusa dall’interno, e le chiavi che cigolano nelle tre serrature tre- penso al senso di quella busta nuova che giace ancora sul davanzale, la scruto la squadro sull’uscio di casa mia e penso, e ancora non mi capacito, e fisso le chiavi girare…e poi quella busta si proprio quella nuova arrivata oggi dal nulla. Sarà il mese di luglio? Che faccio l’apro? La tengo così per sempre? La butto? È sera quando ritorno dal lavoro. Adesso a casa mia  c’è un enorme, rilassante silenzio. E soprattutto nessuna traccia del mio coinquilino, al di fuori di quella dannata busta. Pure il casco, gli occhiali neri, la sua giacca con le spille pace e quegli orrendi stivali di cuoio. É tutto svanito….solo quella dannata busta. La porta d’ingresso cigola, e ci passo ancora davanti con un mezzo sguardo prima di uscire per una birra con Maya, e la rimiro bianca,  e inaccessibile come una lapide….  Sul retro ci ha scritto a penna: ‘Per favore leggila è nel tuo interesse. E poi, quando avrai saputo come stanno veramente le cose, continua a tenere gli occhi aperti, non chiuderli mai…”. Dice che contiene la verità e che poi mi sarà tutto chiaro, chi sono io e chi sono lui, è fissato con questa cosa degli occhi aperti, me lo ha scritto enorme in stampatello calcando a penna, e la carta si è mezza squarciata proprio, e dentro allo squarcio si intravede questo foglietto piegato in due, cioè una lettera del coinquilino, presumo  il contenuto della busta, qualche pezzo di parola rimasta a metà tipo: ‘scopèr…’    ‘potèr…’. ‘…bbène non fò…’. Non riesco a leggere altro così da fuori, è come se le lettere si atrofizzassero, e agissero da piani diversi, lungo i solchi trancianti di quel glaciale, perentorio: “Non devi chiudere gli occhi, mai, tienili sempre aperti”. Dalle cose morte nascono le vive,  i vivi e i morti si assomigliano, diceva Platone o era Socrate ma lo sapete che non mi ricordo più nulla della filosofia greca? E comunque volevo dire, che di fatto questa cosa della busta mi consolida i pensieri ultimi, nell’insana convinzione dei contrari che convivono in uno stesso atto, o attimo di luce o cosa volete voi. Così in preda a un’illuminazione mistica sul ‘dove andremo a finire tutti, in qualsiasi luogo purché non qui a casa mia’, ho chiuso la porta ancora, e ancora, e ancora, strasicuro che dal rovescio cioè delle mandate sarebbe nato l´incanto della riapertura. E così anche la mattina dopo, finita la colazione, dormito male, rivestito con la tuta da lavoro, con un greve mugugno e un po’ di angoscia per questa premonizione, alla fine mi sono avviato al fondo lasciando la busta chiusa. Erano le sette e trentuno della mattina e le mura dell’Abbazia, in alto davanti a me, e al vicolo e alla salita Arcangeli, pareva come si ricomponessero dalle rovine, con quella luce che riempiva i vuoti dei campi aridi al sole, e le ferite di arenaria a granuli, tranciate nette dai rami dell’edera. Poi mi arrivava in faccia l’aria mentre camminavo. Farà caldo, molto caldo con queste piantine, pensai poggiando il sacco del pranzo a terra. E mi tolsi il giubbino di dosso. Ernestina Gironi era nel campo a lavorare, era venuta solo lei, senza il marito, piegata di schiena con quella gonna enormemente larga. Il cesto pieno di sementi  ondeggiava di fianco ai suo stivali pieni di fango, pareva una versione a colori di Silvana Mangano in quel film sulle mondine: ‘Salve… Ciao’ le dissi. Si girò tutta e mi guardò negli occhi. ‘Paolo ciao’ mormorò come spaventata dagli eventi. Quel giorno era in fase ‘più giovane della sua età’, con quei capelli mezzi sciolti fra le mollette e le cosce al vento tirate su e visibili a spezzoni, sotto a quella grossa gonna. Dovevamo finire il lavoro di divisione delle cipolle, nel senso che le piantine uno prima le ammassa  nel solco e poi si deve fare un secondo giro, dove si separano a mani nude i ciuffetti verdi che eccedono il numero di novanta unità, come si era stabilito con i proprietari, insomma ci aspettava  un bel lavoro di fino ed eravamo solo noi, quella mattina, suo marito non c’era …

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Ara Macao, un racconto di Danilo Soscia https://minimaetmoralia.it/racconti/ara-macao-racconto-danilo-soscia/ https://minimaetmoralia.it/racconti/ara-macao-racconto-danilo-soscia/#respond Thu, 21 Dec 2017 07:52:43 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=35831 A gennaio Danilo Soscia pubblicherà per minimum fax Atlante delle meraviglie. Sessanta piccoli racconti mondo. Vi proponiamo qui un racconto inedito che fa da contenuto extra, ringraziando l'autore e l'editore.

Nessuno mai chiamerà dall'ospedale, e i pidocchi mi mangeranno la carne senza che io abbia avuto il tempo di stanarne nemmeno uno. Gli afidi marceranno sicuri alla volta della pupilla, dei genitali. Il formicolio isterico del loro assedio batterà il tempo del mio abbandono. È questa la punizione in vita per coloro che non sono stati amati.

Di notte la pioggia ha più volte invaso casa. L'acqua ha oscurato la base dei muri. Un'ombra tiepida che prima o poi infiltrerà la materia e la sgretolerà, come fa l'edera con l’intonaco dei palazzi.

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A gennaio Danilo Soscia pubblicherà per minimum fax
Atlante delle meraviglie. Sessanta piccoli racconti mondo. Vi proponiamo qui un racconto inedito che fa da contenuto extra, ringraziando l’autore e l’editore. (Immagine: André Sanano via Unsplash)

Nessuno mai chiamerà dall’ospedale, e i pidocchi mi mangeranno la carne senza che io abbia avuto il tempo di stanarne nemmeno uno. Gli afidi marceranno sicuri alla volta della pupilla, dei genitali. Il formicolio isterico del loro assedio batterà il tempo del mio abbandono. È questa la punizione in vita per coloro che non sono stati amati.

Di notte la pioggia ha più volte invaso casa. L’acqua ha oscurato la base dei muri. Un’ombra tiepida che prima o poi infiltrerà la materia e la sgretolerà, come fa l’edera con l’intonaco dei palazzi.

Sul fondo della mia gabbia sono germogliati frantumi di riviste, briciole di lettere addensate nel guano. Storie senza vergogna, volti di uomini estinti, costumi da bagno, cronache terribili di furti e di tradimenti consumati nell’indifferenza. La vicenda di una bambina rapita un secolo fa, dispersa nella memoria delle cose accadute e mai più ritrovata. Poi, il profilo di una donna in bianco e nero. Mi domando se costei ancora vive, ed è in attesa di qualcosa, di qualcuno. Scorro le parole superstiti, e con la pazienza delle anime povere cerco di estrarre dalla segatura le vicende che vi sono sepolte, le immagini di un mondo che ho imparato così, dalla superficie trionfale delle mie feci.

Nessuno risponderà mai più al telefono, e io ho schifo della mia voce. Una volta apristi la porta della prigione e dicesti con il tono bianco che ti contraddistingue, Vieni fuori. E io spinsi la mia testa abnorme oltre l’arco della gabbia, timoroso che l’aria avesse l’odore trapassato della vita adulta. Montai sul dorso della tua mano, morbida come la polpa di un frutto. Tu mi sollevasti in alto, e io tesi forte le ossa della schiena, quasi a ristabilire un equilibrio. Dondolai timoroso che la stretta dei miei artigli ti aprissero la pelle a sangue. Con il naso e la punta muscolosa della tua bocca sfiorasti le piume del dorso. Il favore della tua saliva mi ridusse a te. Il tuo fiato sapeva di resina e midollo.

Insieme siamo stati grandi mangiatori di uova. Masticavamo all’unisono, felici, e tu mi salutavi picchiettando la punta dell’indice all’attaccatura del mio becco albino. Buongiorno, ti dicevo. Sorridevi. E io desideravo stringere il nodo del tuo fegato, essere la galera del tuo volere e averti qui, solo per me, e per le parole che mi obbligavi a dire.

Poi, un giorno sei caduta, e io non ti ho presa. Queste ali piccole che mi hai fatto non potevano raccoglierti da terra. Le finestre di casa sono da allora spalancate, e la pioggia non concede alcuna tregua a colui che ha peccato.

Io so che tu non nutrivi per me lo stesso amore, ma oltre la consapevolezza mi uccide non essermene accertato mai con decisione, non avertelo chiesto. La colpa per aver coltivato questa ignoranza mi spezza i nervi. Fuori il mondo si disfaceva. L’autunno della nostra vita si teneva al riparo dall’invasione dei bisogni, il dormire, il mangiare. Ascoltavo ciò che tu ascoltavi, e ti sentivo cantare, bestemmiare, la tua voce bassa e infiammata. Pretendevi io ti accogliessi ogni volta con un gorgheggio simile al tuo, schiavo per sempre, lemure idiota. I miei occhi si sono consumati a contare gli uomini che ti hanno avuta. E sono diventato vecchio per questo, senza aver visto altro che il tuo tradimento.

L’esistenza fuori da noi aveva qualcosa di sordido. Nessun altro giorno potrà mai pareggiare quello in cui hai deflorato la mia ala sinistra e poi la destra, spalancandole come fossero le tue gambe. Non conoscevo ancora il taglio della forbice, lo scatto impuro che fa il metallo quando si accanisce piano sulla carne altrui. Ti prego, taglia una penna alla volta, ti dicevo. Tagliane solo quattro, come il numero segreto che nel mio delirio associavo all’amore. Non volerò lontano, lo giuro. Non lascerò mai la nostra casa. Le piume nuove, quelle che allora si affacciavano al mondo, erano irrorate di sangue. Tastavi due a due i filamenti del mio petto per assicurarti che si fossero sviluppati a dovere. E tagliasti, senza pensiero, pregandomi di non urlare.

Era il tempo dei nostri baci, la falangetta del tuo medio presa tra le punte del mio becco, e il tuo sapore di inverno e di atlantico, estraneo, buono, una scintilla di eternità per le vite brevi come la mia. Sei forse guarita e vivi in un’altra casa? La foglia grassa sotto la quale sono nato ha nella mia memoria, adesso, l’aspetto freddo di una fiamma celeste. Dio ne maledica il seme. Ho grattato dal fondo della mia latrina una scorza d’arancio seccata. Conserva in sé l’aroma dell’ultimo natale che noi due abbiamo trascorso soli in questa casa.

Nessuno mai chiamerà dall’ospedale.

A Macao adesso è estate. Le ragazze alzano la gonna sopra le ginocchia e vanno a baciarsi sui lungomare con i loro fidanzati, per farsi vedere, perché il sale dell’aria fissi meglio la promessa di qualcosa che sia duraturo. A Macao i criminali di strada portano calzoni corti e hanno ciocche di capelli colorati. A Macao dove i pappagalli si posano sulle balaustre delle rovine di San Paolo e da lì predicono il futuro degli innamorati felici, oppure tacciono sdegnosi le parabole di coloro che non si ameranno mai. A Macao, da dove dicono il mio guscio provenga, e dove io non ricordo di essere mai stato.

Le piume si sgonfieranno e diventeranno pulviscolo, essenza della terra nella quale anch’io verrò impastato come una creatura di passaggio. La solitudine si cura con l’ostentazione del disprezzo. E così mi ascolto ripetere il mio nome, Ara Macao, Ara Macao, Ara Macao, e il gracidio beffardo delle corde che vibrano da qualche parte sotto la lingua nera è un messa priva di officianti. Mi illudo allora che il telefono squilli, e che io dica, Pronto? Sei tu?, e che dall’altra parte della cornetta qualcuno di non visto risponda, Sì, sono io, ti hanno portato da mangiare?

Addosso, l’unto di una delusione senza riposo. Non so mentire a te, No, non mangio da giorni. Quando torni? E tu che sorridi compiaciuta, le ferite agli angoli della bocca come due parentesi, mi confessi piano, Non torno più.

Finirà così, senza strazio, stelle spente, boccioli d’oleandro che colano ai bordi delle strade. Da questa parte del mondo nessuno mangia la carne di pappagallo, a parte i cani. A un cane salvatore io rivolgo la mia ideale preghiera, il mio desiderio. La nostra casa è il suo macello.

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I ragazzi dell’estate https://minimaetmoralia.it/racconti/i-ragazzi-dellestate/ https://minimaetmoralia.it/racconti/i-ragazzi-dellestate/#respond Wed, 27 Sep 2017 05:00:09 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=35122 Pastrengo è una rivista di racconti brevi, anzi brevissimi, di 2500 battute. Siccome è una forma di narrativa poco esplorata, ripubblichiamo qui, ringraziando la rivista, il racconto che ha aperto la sua nuova stagione.

Ci eravamo dati appuntamento sul retro della scuola. Non ci vedevamo da mesi, avremmo scavalcato il cancello e giocato a calcio nel rettangolo sbiadito sullo spiazzo di cemento.

Arrivammo a singhiozzi, le biciclette lasciate alla rinfusa sulla strada, brillavano a terra i vetri delle finestre del piano terra andate in pezzi durante altre partite.

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Pastrengo è una rivista di racconti brevi, anzi brevissimi, di 2500 battute. Siccome è una forma di narrativa poco esplorata, ripubblichiamo qui, ringraziando la rivista, il racconto che ha aperto la sua nuova stagione. (Foto Gili Benita via Unsplash)

Io vi vedo, ragazzi dell’estate, nella vostra rovina.

Dylan Thomas

Ci eravamo dati appuntamento sul retro della scuola. Non ci vedevamo da mesi, avremmo scavalcato il cancello e giocato a calcio nel rettangolo sbiadito sullo spiazzo di cemento.

Arrivammo a singhiozzi, le biciclette lasciate alla rinfusa sulla strada, brillavano a terra i vetri delle finestre del piano terra andate in pezzi durante altre partite.

Abbronzati, elencavamo le medaglie di cui l’estate ci aveva fregiati – la scia rossastra di una bruciatura di medusa, l’incisivo rotto per una caduta sugli scogli, il sopracciglio spaccato dopo una guerra con i sassi.

Ma stringendoci in cerchio, per fare la conta e dividerci in squadre, notammo con orrore cos’era capitato a uno di noi. Una leggera peluria s’infittiva sul suo labbro superiore, e altri peli erano germogliati su braccia e gambe, il ricciolo nero sotto le ascelle.

Ci eravamo promessi con un patto di sangue che nessuno di noi sarebbe mai cresciuto, e che quando quella malattia avrebbe dato i primi segni, avremmo fatto di tutto per scongiurarla.

Così tirammo fuori i coltellini. E schiacciammo a terra il malcapitato, spogliandolo della maglietta, tenendolo per i polsi e le caviglie, anche se non urlò né fece resistenza, e sollevò la testa per seguire meglio quanto succedeva.

L’aprimmo con un coltellino dal collo all’ombelico, e fu come tirare giù la cerniera di una felpa e discostare i lati. Volevamo scoprire da dove salivano i peli, ed estirparli alla radice, così da arrestare il tempo dentro quell’estate.

E guardando il cuore, ammutolimmo, perché lì non c’era. Al suo posto, pulsante, dimorava un gomitolo di pelo scuro da cui si dipartiva un intreccio di cime sottili che filavano ovunque prima di bucare i tessuti e affiorare sulla pelle.

C’era un odore, come di animali chiusi in una caverna – recidemmo le cime con i coltellini, le girammo intorno agli indici, e tirammo piano, per evitare strappi.

Sbrogliammo metri e metri di pelo. Il gomitolo finì, la sorpresa sbiancò la nostra abbronzatura. Non era un gomitolo, ma un bozzolo – dentro, in posizione fetale, vegliava un uomo primitivo, minuscolo e peloso.

Forse tirammo troppo, come se con i peli gli avessimo sfilato la vita, e il malcapitato sussultò, sbarrò gli occhi, e la stessa cosa toccò all’uomo primitivo, il quale, prima di spirare, fissando i nostri capelli, le ciglia, i sopraccigli, dovette pensare che eravamo davvero strani, e lisci, e che provvisti di così poco pelo non avremmo superato i primi freddi che da lì sarebbero seguiti.

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