Raffaele Fitto Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/raffaele-fitto/ un blog di approfondimento culturale Tue, 20 Nov 2012 13:20:47 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Raffaele Fitto Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/raffaele-fitto/ 32 32 I Cito, la faccia oscura di Taranto https://minimaetmoralia.it/politica/i-cito-la-faccia-oscura-di-taranto/ https://minimaetmoralia.it/politica/i-cito-la-faccia-oscura-di-taranto/#comments Thu, 17 May 2012 13:11:15 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7956 In attesa del ballottaggio a Taranto, pubblichiamo un articolo di Alessandro Leogrande uscito il 10 maggio sul «Corriere del Mezzogiorno». Qui un assaggio di «L'eterno ritorno di Giancarlo Cito» di Alessandro Leogrande contenuto in «Il corpo e il sangue d'Italia. Otto inchieste da un paese sconosciuto».

In un futuro lontano, gli ultimi vent’anni di politica tarantina verranno ricordati come gli anni del citismo sempre risorgente ogni qual volta è stato dato per morto e sepolto. Questo singolare impasto di leghismo meridionale, xenofobia triviale, recupero casereccio del neofascismo, populismo di periferia, sermoni antipolitici condotti dagli schermi di un emittente televisiva famigliare, è difficile da discernere al fuori dei confini della città jonica. Eppure continua a riprodursi. Oggi la saga dei Cito batte l’ennesimo colpo: Mario Cito, candidato sindaco in sostituzione dell’intramontabile padre Giancarlo (vero candidato “ombra”, benché in carcere per scontare un cumulo di condanne definitive per tangenti e concussione) è approdato al ballottaggio con il 18,9% dei voti.

Alle spalle c’è il precedente delle amministrative del 2007. Allora Giancarlo Cito, ex picchiatore fascista e sindaco sfascista della Taranto plumbea di metà anni novanta, dopo aver scontato una condanna definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa, decise di candidarsi nuovamente alla poltrona di sindaco. Quando il Tar gli impedì di correre, ebbe il colpo di genio. Candidare il figlio in sua vece, e condurre in prima persona la campagna elettorale, mantenendo inalterati i manifesti con la propria foto con su scritto “Vota Cito”, “che tanto è lo stesso”. Contro ogni previsione, traendo vantaggio dal tracollo del centrodestra locale, responsabile del crack finanziario del Comune nel 2006, sfiorò il ballottaggio. In questi cinque anni il citismo è rimasto in letargo, con qualche fiammata elettorale qua e là. Poi è tornato in forza alle nuove elezioni amministrative.

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In attesa del ballottaggio a Taranto, pubblichiamo un articolo di Alessandro Leogrande uscito il 10 maggio sul «Corriere del Mezzogiorno». Qui un assaggio di «L’eterno ritorno di Giancarlo Cito» di Alessandro Leogrande contenuto in «Il corpo e il sangue d’Italia. Otto inchieste da un paese sconosciuto».

In un futuro lontano, gli ultimi vent’anni di politica tarantina verranno ricordati come gli anni del citismo sempre risorgente ogni qual volta è stato dato per morto e sepolto. Questo singolare impasto di leghismo meridionale, xenofobia triviale, recupero casereccio del neofascismo, populismo di periferia, sermoni antipolitici condotti dagli schermi di un emittente televisiva famigliare, è difficile da discernere al fuori dei confini della città jonica. Eppure continua a riprodursi. Oggi la saga dei Cito batte l’ennesimo colpo: Mario Cito, candidato sindaco in sostituzione dell’intramontabile padre Giancarlo (vero candidato “ombra”, benché in carcere per scontare un cumulo di condanne definitive per tangenti e concussione) è approdato al ballottaggio con il 18,9% dei voti.

Alle spalle c’è il precedente delle amministrative del 2007. Allora Giancarlo Cito, ex picchiatore fascista e sindaco sfascista della Taranto plumbea di metà anni novanta, dopo aver scontato una condanna definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa, decise di candidarsi nuovamente alla poltrona di sindaco. Quando il Tar gli impedì di correre, ebbe il colpo di genio. Candidare il figlio in sua vece, e condurre in prima persona la campagna elettorale, mantenendo inalterati i manifesti con la propria foto con su scritto “Vota Cito”, “che tanto è lo stesso”. Contro ogni previsione, traendo vantaggio dal tracollo del centrodestra locale, responsabile del crack finanziario del Comune nel 2006, sfiorò il ballottaggio. In questi cinque anni il citismo è rimasto in letargo, con qualche fiammata elettorale qua e là. Poi è tornato in forza alle nuove elezioni amministrative.

In marzo i Cito riprendono le loro trasmissioni elettorali ogni sera, dagli studi di Tbm. Ma a metà campagna elettorale c’è il colpo di scena: Giancarlo Cito viene nuovamente arrestato, questa volta a causa di altre due condanne divenute definitive, e la storia prende un nuovo corso. Il figlio Mario continua la corsa da solo. Colui che è stato sempre identificato come “il muto” (la sua era quasi una candidatura “di copertura”), adesso in un singolare rapporto mimetico con il padre inizia a riprodurne lunghi discorsi, anatemi, perfino i tic. La carcerazione di Giancarlo Cito (ovviamente “ingiusta”) viene rovesciata, in un processo di vittimizzazione dell’intero movimento politico di famiglia (At6 Lega d’azione meridionale) in arma elettorale. La polemica contro i giudici e la “corruzione di tutti i politici jonici”, unito al solito mantra xenofobo contro zingari e cinesi (Cito arriva addirittura a sperare in una sorta di pogrom contro i rom…), diventano i solidi binari della sua campagna elettorale.

C’è un video esilarante mandato in onda su Tbm. Immagini dei Cito si alternano a scene del film “Nel nome del padre” con Daniel Day Lewis, su alcuni militanti irlandesi ingiustamente finiti nelle galere di Sua maestà. La girandola del montaggio alternato (Giancarlo Cito-Daniel Day Lewis-Mario Cito) si conclude con una schermata inequivocabile: Cito libero (il padre), Cito sindaco (il figlio).

Come i tarantini possano ancora sorbirsi tutto ciò è quasi un mistero. Il disagio delle periferie, il vento dell’antipolitica, l’efficacia della telepredicazione continua spiegano solo in parte il mistero di un consenso che si rinnova, mantenendo un suo zoccolo duro. Altrove tutto questo verrebbe bollato come lepenismo (vecchio o nuovo non importa) contro cui erigere un cordone costituzionale. Esistono pure delle forme politiche incompatibili con la Carta costituzionale, e il citismo nella sua complessità ci si avvicina parecchio. Ma a Taranto, e in Puglia, si butta tutto in commedia. Sono vent’anni che il fenomeno At6 viene sottovalutato, senza considerare seriamente le tossine che ha disseminato nel linguaggio e nella cultura politica cittadina.

All’approdo di Mario Cito al ballottaggio hanno concorso vari fattori. Innanzitutto la frammentazione delle candidature (11 in tutto) contro il vasto schieramento di centrosinistra in sostegno del sindaco uscente, Ippazio Stefano. In secondo luogo, il tracollo del Pdl. Alla lunga crisi del post-dissesto si è sommata la crisi più generale del berlusconismo. Risultato: Pdl al 6,8% e domanda di destra che si sposta verso la destra estrema. In terzo luogo, l’irrompere del cartello ambientalista che ha sostenuto la candidatura del leader verde Angelo Bonelli: la sua strategia grillina e fortemente impolitica ha allargato di fatto il perimetro del linguaggio citano.

Al ballottaggio Stefano (giunto al 49,5% dei voti al primo turno) ha la vittoria in tasca. Il centrosinistra ha già ottenuto quasi il 55% dei voti (più del suo candidato sindaco) e una solida maggioranza in consiglio comunale, quale che sia l’esito del ballottaggio. Eppure stupisce come l’exploit di Cito non desti alcun allarme. A nessuno sulle rive dello Jonio sembra venire in mente di gridare “Non” (come fece il quotidiano progressista francese “Liberation” in prima pagina, dopo l’approdo di Le Pen al secondo turno presidenziale del 2002, invitando a votare al ballottaggio per il non certo amato Chirac). Dei 9 candidati esclusi dal secondo turno, solo Dante Capriulo (ex assessore della precedente giunta Stefano, sostenuto da Rifondazione e due liste civiche) ha sostenuto che voterà contro Cito. Tutti gli altri non intendono esprimere, al momento, alcuna indicazione per il ballottaggio. Per gli ambientalisti di Bonelli, Cito e Stefàno “pari sono”. Anzi dalle loro dichiarazioni “ecologiste e democratiche” si evince che il sindaco del post-dissesto sia addirittura peggio di un neofascista condannato in via definitiva per mafia. L’ex ministro Raffaele Fitto e il Pdl, noncuranti delle dinamiche implosive della seconda repubblica, la corsa cioè verso le ali estreme, valutano invece la possibilità di stringere un accordo al ballottaggio con Cito jr.

Perché mai dovrebbero meravigliarsi, gli storici futuri, se il citismo, col suo cumulo di odi e rancori, ha avuto a Taranto una vita tanto lunga? La Terza repubblica dovrebbe nascere su un minimo comun denominatore: le istituzioni e il loro continuo svillaneggiamento (nutrito di una xenofobia che fa paura) pari non sono. Le indicazioni per i ballottaggi sono il primo banco di prova.

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Patate riso e cozze:fine della primavera pugliese? https://minimaetmoralia.it/interviste/patate-riso-e-cozze-fine-della-primavera-pugliese/ https://minimaetmoralia.it/interviste/patate-riso-e-cozze-fine-della-primavera-pugliese/#comments Sat, 24 Mar 2012 13:49:50 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7142 Al principio furono la D'Addario e Tarantini. Poi lo scandalo-sanità. Quindi quello legato alla squadra di calcio. Adesso tocca a Michele Emiliano, mentre il Petruzzelli viene commissariato. Sembrerebbe che la primavera pugliese rischi di fare la fine di ciò che fu quella della Campania.

Repubblica-Bari sta dedicando in questi giorni una sezione del cartaceo e del proprio sito internet al cono d'ombra dentro il quale sembra essere precipitata la regione che, fino a qualche tempo fa, era un simbolo di rinnovamento per l'intero meridione.

Qui intanto l'intervista di "Repubblica-Bari" a Nicola Lagioia

Cosa risponde all'sos Bari di Valentini? 

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Al principio furono la D’Addario e Tarantini. Poi lo scandalo-sanità. Quindi quello legato alla squadra di calcio. Adesso tocca a Michele Emiliano, mentre il Petruzzelli viene commissariato. Sembrerebbe che la primavera pugliese rischi di fare la fine di ciò che fu quella della Campania.

Repubblica-Bari sta dedicando in questi giorni una sezione del cartaceo e del proprio sito internet al cono d’ombra dentro il quale sembra essere precipitata la regione che, fino a qualche tempo fa, era un simbolo di rinnovamento per l’intero meridione.

Qui intanto l’intervista di “Repubblica-Bari” a Nicola Lagioia

Cosa risponde all’sos Bari di Valentini? 

In questi giorni provo rabbia e delusione. Ma sono rabbia e delusione che covano da mesi. Parto da un punto di vista molto personale: è un po’ difficile, per quelli come me, dare credito a una città che alla resa dei conti rischia di averti tradito due volte. La prima è stata costringerti ad andare via per motivi di lavoro. Ma rimaniamo alla cultura. Una certa primavera pugliese, in ambito culturale, cominciò spontaneamente (senza cioè alcun ausilio istituzionale, anzi, nel sonno profondo delle istituzioni cittadine) in tempi non sospetti, cioè nel 1999, quando uscì Lacapagira dei fratelli Piva. Un film prodotto fuori Bari, che le istituzioni accolsero inizialmente in modo gelido, come Andreotti col neorelismo: “i panni sporchi si lavano in famiglia”. Poi il film esplose al festival Berlino e da Levante arrivò il retrofront: “contrordine concittadini”. Da lì in poi tutto un fiorire di scrittori e artisti e registi e musicisti, molti dei quali erano stati costretti a formarsi altrove, e che venivano celebrati forse anche troppo orgogliosamente dalla città come un frutto del proprio humus. Ogni tanto mi è venuto il sospetto che venissimo utilizzati un po’ come foglie di fico. Questo sospetto sarebbe stato felicemente smentito se nel frattempo Bari fosse diventata un laboratorio culturale di livello internazionale (visto che si voleva fare della città la capitale europea della cultura). Basta guardare invece al Petruzzelli – la massima istituzione culturale cittadina – per avere la risposta. Si rischia di buttare alle ortiche un’occasione che chissà quando si ripeterà.

Da città delle escort a città di un teatro appena rinato e sotto commissarimento, fino a una casta di palazzinari, i degennaro, che dettano legge nelle scelte urbanistiche del capoluogo Che ne dice?

Che non è evidentemente cambiato molto (in Italia innanzitutto, al sud in particolare, e ora anche a Bari) dai vecchi film di Francesco Rosi. E che quando, qualche mese fa, sul “Fatto Quotidiano”, scrissi un articolo in cui – a proposito dello scandalo delle escort – cercavo di spiegare come una certa alta borghesia barese covasse da decenni (almeno dai tempi del craxismo) nel proprio dna la propensione all’intrallazzo, a Bari molti mi diedero addosso. “Ma come si permette, questo, che è pure andato via, di parlare male della borghesia barese?” “Queste cose succedono ovunque: Lagioia parla con il risentimento dell’emigrato”. Dico quindi che la tesi “ovunque ladri nessuno ladro” non serve a migliorarsi. Per migliorarsi serve autocritica. E solo chi ama profondamente i propri luoghi d’origine può dolersene altrettanto profondamente. Pasolini, in questo, fu un maestro.

Bari è una città brutta sporca e cattiva? Lo è diventata, lo è sempre stata? 

Bari ha vantato, e vanta tuttora, dei pregi sconosciuti al meridione peggiore. Sobrietà. Laboriosità. Pragmatismo, nel senso migliore del termine. Ma condivide purtroppo con il resto d’Italia un vizio capitale: l’amore per il particulare, la convinzione che i beni comuni non valgano i propri. La cultura è un bene comune. La sanità è un bene comune. Ho un parente che in questi mesi si sta curando all’oncologico. Mi racconta scene dantesche: caos, disorganizzazione, file interminabili per ricevere una legittima terapia.

Ha fallito Emiliano? E in cosa?

Della vicenda giudiziaria non parlo. Non è mia competenza. Anche se mi sento male al pensiero che i giardinetti di p.zza Cesare Battisti, dove andavo a fumarmi una sigaretta tra una lezione e l’altra di diritto penale, si siano trasformati nel parcheggio dello scandalo.

Di Emiliano penso solo che un sindaco che vuole fare della propria città la capitale europea della cultura dimenticando di nominare un assessore alla cultura non va molto lontano. Neanche filologicamente. Me lo ricordo a un vecchio premio Bari, mentre incoronava lo scrittore vincitore: “io non ho tempo di leggere molti libri”, disse. I risultati si vedono. Ma Emiliano – sempre che la vicenda giudiziaria non si risolva a suo sfavore – può ancora riscattarsi. A ogni uomo è consentito un riscatto. Faccia di questa città una vera capitale della cultura e della modernità, e la città gliene renderà merito. Oppure si cosparga il capo di cenere e se ne vada.

Il fallimento del governo di Bari è anche fallimento della Puglia migliore, già fiaccata dagli scandali sulla malasanità in regione o fallimento del pd?

E’ il fallimento del Pd, non certo della Puglia migliore. La Puglia migliore è sempre lì. Penso a Franco Cassano, per esempio. L’ho letto sul giornale in questi giorni e capisco la sua delusione, il suo sconforto. Lui ci ha creduto veramente, nella primavera pugliese, e ha per così dire combattuto in prima linea, e ha per esempio (cosa rara, oggi, in Italia) cercato di intrecciare un dialogo intergenerazionale. Ma penso anche ai Laterza, ai presidi del Libro, alle esperienze di Bollenti Spiriti e Principi Attivi voluti inizialmente se non ricordo male da Minervini, a scrupolosi documentatori del presente come Alessandro Leogrande e a tutto ciò che in questi anni, di buono, è stato fatto. Riannodare il filo, valorizzare le cose migliori e ripartire da lì.

La Puglia politicamente peggiore invece non muore mai. Fitto non muore mai. D’Alema non muore mai. D’Alema. Un uomo che ha fallito praticamente su tutto. Sulla Bicamerale, sul conflitto d’interessi, sulle elezioni regionali. Eppure è sempre là, anche quando non c’è ne avverti la presenza, con questa smania di muovere i fili. La Volpe del Tavoliere. Io invece sto con Isaiah Berlin: “La volpe sa molte cose, ma il riccio ne sa una grande”.

 

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