Raffaello Brignetti Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/raffaello-brignetti/ un blog di approfondimento culturale Tue, 20 Feb 2018 10:12:47 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Raffaello Brignetti Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/raffaello-brignetti/ 32 32 Tutti al mare, a sognare la montagna. Uno sguardo geografico sull’attualità letteraria https://minimaetmoralia.it/letteratura/tutti-al-mare-sognare-la-montagna-uno-sguardo-geografico-sullattualita-letteraria/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/tutti-al-mare-sognare-la-montagna-uno-sguardo-geografico-sullattualita-letteraria/#respond Tue, 20 Feb 2018 06:00:21 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=36269 L’ultima estate italiana, afosa e da record per quanto riguarda gli incassi delle strutture balneari e degli esercizi commerciali delle località marittime, è sembrata dilatarsi oltre ogni limite e proseguire oltre i propri confini naturali, ma che cosa ne resta, nel bel mezzo di quest’inverno? Ricordi sfocati, nell’attesa della bella stagione che il 2018 vorrà offrirci, e la certezza che la preferenza degli italiani per il mare sia definitivamente consolidata: non che fosse necessaria un’ulteriore conferma, poiché le immagini e le canzoni della nostra mitologia vacanziera, sin dagli anni del boom economico, hanno in larghissima parte come sfondo le spiagge della nostra penisola e delle nostre isole. La lunghissima estate del 2017, però, coi suoi sconfinamenti, coi fine settimana al mare da tutto esaurito anche ad autunno inoltrato – almeno finché le temperature sono state clementi –, ha significato l’accentuazione di una tendenza: nel turismo costiero sembra ormai radunarsi ogni possibilità di distrazione, tanto che l’assalto ai lidi è stato messo in atto non appena gli obblighi della città lo abbiano permesso, e non è stata d’ostacolo l’alzataccia causa partenza (e coda autostradale) del sabato mattina, per i più sfortunati che non siano riusciti ad anticipare alla sera prima e per chi non sia stato abbastanza spudorato da darsi alla fuga addirittura attorno all’ora di pranzo del venerdì, riuscendo a farsi sostituire sul posto di lavoro, insistendo un po’.

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L’ultima estate italiana, afosa e da record per quanto riguarda gli incassi delle strutture balneari e degli esercizi commerciali delle località marittime, è sembrata dilatarsi oltre ogni limite e proseguire oltre i propri confini naturali, ma che cosa ne resta, nel bel mezzo di quest’inverno? Ricordi sfocati, nell’attesa della bella stagione che il 2018 vorrà offrirci, e la certezza che la preferenza degli italiani per il mare sia definitivamente consolidata: non che fosse necessaria un’ulteriore conferma, poiché le immagini e le canzoni della nostra mitologia vacanziera, sin dagli anni del boom economico, hanno in larghissima parte come sfondo le spiagge della nostra penisola e delle nostre isole. La lunghissima estate del 2017, però, coi suoi sconfinamenti, coi fine settimana al mare da tutto esaurito anche ad autunno inoltrato – almeno finché le temperature sono state clementi –, ha significato l’accentuazione di una tendenza: nel turismo costiero sembra ormai radunarsi ogni possibilità di distrazione, tanto che l’assalto ai lidi è stato messo in atto non appena gli obblighi della città lo abbiano permesso, e non è stata d’ostacolo l’alzataccia causa partenza (e coda autostradale) del sabato mattina, per i più sfortunati che non siano riusciti ad anticipare alla sera prima e per chi non sia stato abbastanza spudorato da darsi alla fuga addirittura attorno all’ora di pranzo del venerdì, riuscendo a farsi sostituire sul posto di lavoro, insistendo un po’.

Nonostante questa manìa marina, però, o come sua diretta e logica conseguenza, è la montagna, oggi, a conservare un alone mitico,è la vacanza in altitudine a denotare l’originalità di chi la scelga: le vette, innevate o verdi a seconda della stagione e della quota, sono la destinazione alternativa per i più coraggiosi, per coloro che osino disdegnare la rilassante monotonia delle giornate in spiaggia e continuino ad aspirare, segretamente o meno, a stili di vita meno massificati, a gusti più elitari, alle emozioni estreme di cui, a volte, abbiamo bisogno per mettere alla prova la nostra individualità.

Continuiamo a incolonnarci verso le coste, verso l’ombrellone tanto atteso: ci sdraiamo, ci dedichiamo allo smanettamento compulsivo che ci è richiesto dalle varie incombenze social, e càpita di pensare all’altrove, càpita di immaginarsi da tutt’altra parte, di desiderare anche soltanto a un livello non del tutto cosciente una meta più esotica e più rischiosa.

E l’altrove, incontrovertibilmente, è la montagna: la spiaggia è domestica, facilmente raggiungibile (traffico permettendo), familiare, ed era inevitabile che perdesse sempre più e del tutto il proprio mistero, quello che aveva potuto conservare fino agli esordi del turismo di massa, anche in ragione del fatto che il pubblico degli spiaggianti, negli ultimi decenni, si è allargato a dismisura, con l’afflusso di consistenti fette della popolazione mondiale che, fino a poco tempo fa, erano economicamente escluse dalle possibilità vacanziere.

Stare al mare, leggendo di montagna: già, la letteratura può essere un buon punto d’osservazione su ciò che sta succedendo, in relazione all’immaginario italiano. Infatti, nell’anno dei numeri da primato del mare, abbiamo assistito a un serie senza precedenti di successi letterari delle storie d’alta quota: a partire da Einaudi, dal Premio Strega a Le otto montagne di Paolo Cognetti e dai thriller che si muovono tra i masi sudtirolesi (o altoatesini) del bolzanino Luca D’Andrea, di nuovo in libreria con Lissy dopo l’affermazione internazionale del suo La sostanza del male, passando per il caso del piccolo editore romano Exòrma, che è riuscito a proiettare nella top ten dei più venduti il romanzo Neve, cane, piede, vero e proprio long seller pubblicato nel 2015 e ambientato in quella Valle d’Aosta dove è stato esiliato anche il vicequestore Rocco Schiavone dei polizieschi di Antonio Manzini, trasportati sullo schermo con esiti felici nella passata stagione televisiva, arriviamo alla Val di Susa del recentissimo La manutenzione dei sensi di Franco Faggiani, pubblicato da Fazi. Scendendo di latitudine e fermandoci su rilievi montuosi meno impegnativi, sono stati Sandro Campani e Matteo Caccia, rispettivamente con Il giro del miele e Il silenzio coprì le sue tracce, affiancati dall’ennesimo romanzo degli affidabili Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli, a mettersi nella nobile scia appenninica di Silvio D’Arzo e Raffaele Crovi, a tentare di rinverdire una tradizione artistica e narrativa che, nel suo côté mistico, conta anche le litanie, i canti e le opere equestri di Giovanni Lindo Ferretti: siamo dalle parti dell’Appennino ligure, nel caso di Caccia, e di quello tosco-emiliano, per Campani, territori esclusi dai grandi giri (cosiddetti) e dal racconto contemporaneo del nostro Paese, anche in virtù dell’oggettivo (e preoccupante) spopolamento che quei territori stanno subendo. Una condizione, questa, che contribuisce però a renderli più affascinanti e più appetibili, anche se forse non realmente appetiti: l’Appennino sembra una dorsale dimenticata, nient’altro che un impedimento alla modernità presente e ventura, un tunnel percorso da un treno ad alta velocità, il campo dello smartphone che va e viene, qualche minuto di buio.

Difficile, però, immaginare un eremita appenninico, perfino della razza di eremiti da talk show cui appartiene Mauro Corona, attentissimo a mostrarsi fuori-dal-mondo-ma-non-troppo, a posizionare sullo scaffale in favore di camera l’ultimo caso editoriale della settimana, durante il quotidiano collegamento all’arena televisiva più chiacchierona e più chiacchierata; altrettanto difficile immaginare un eremita di mare, a meno che non si tratti di un milionario per il quale non costituisca un problema il costo per altri proibitivo di un atollo, e sembra tramontata per sempre l’età d’oro delle imprese eccezionali, quella della generazione eroica di marinai e scrittori nati a cavallo di due secoli e di due Paesi, il Regno Unito e la Francia. Dei transalpini è doveroso nominare il velista, pilota d’aerei da caccia e campione di tennis Alain Gerbault, colui che compì nel 1923 la prima traversata dell’Atlantico in solitario da Est a Ovest, da Cannes a New York, oltre che la prima grande navigatrice della storia, Virginie Hériot, olimpionica e regatante: morti entrambi in giovane età, prima del secondo conflitto mondiale, i loro giornali di bordo sono reperibili in Italia per i tipi all’editore vicentino Mare Verticale.

I nomi dei britannici passati alla storia, invece, sono quelli di Peter Pye, Eric Hiscock, Francis Chichester, viaggiatore d’aria e d’acqua, e quello del leggendario H. W. “Bill” Tilman, uomo tanto di mare quanto di montagna: assieme almeno allo statunitense Carleton Mitchell, vanno a comporre il pantheon degli appassionati di vela e sono tutti nati sul finire dell’Ottocento e nel primo decennio del secolo successivo, mentre i rappresentanti più illustri delle generazioni più giovani sono di nuovo francesi, come nel caso di Bernard Moitessier ed Eric Tabarly, e britannici, ma per loro sarà sufficiente citare Sir William Robert Patrick “Robin” Knox-Johnston, il primo a compiere nel 1969 la circumnavigazione del globo in solitario non-stop, e tuttora vivente. Basta evadere dal perimetro esigente della vela, però, per incontrare altri nomi che hanno reso la Francia, se non la dominatrice moderna dei mari, quantomeno la patria delle figure che più hanno contato, per la conoscenza delle superfici acquee, così come dei fondali oceanici: le spedizioni del medico Jean-Baptiste Charcot rappresentarono qualcosa di simile alle molteplici attività che, nella seconda metà del Novecento, avrebbero ingigantito la fama di Jacques-Yves Cousteau, esploratore sottomarino, fotografo, oceanografo, militare e documentarista, ma non dobbiamo dimenticare altri nomi illustri, quelli dello svizzero Auguste Piccard, del californiano Don Walsh e, nel campo della divulgazione scientifica, del ferrarese Folco Quilici. A proposito di profondità, infine, un duello epico è stato quello che ha contrapposto il nostro Enzo Maiorca a Jacques Mayol, l’apneista francese che s’innamorò dell’Arcipelago Toscano tanto da trasferirvisi e da poter essere ritenuto un elbano acquisito.

Ecco, Maiorca: uno dei rari italiani che incontriamo, anche se storicamente non stiamo messi affatto male,almeno per quanto riguarda le immersioni. Prima del campione siracusano, infatti, fu Raimondo Bucher, ungherese soltanto di nascita, a primeggiare nella caccia subacquea e nella discesa a corpo libero e saranno, poi, il varesino Umberto Pelizzari, assieme al conterraneo Gianluca Genoni e alla riminese Angela Bandini, a raccogliere l’eredità di Maiorca, quella di una disciplina che, oggi, sembra in mano al viennese Herbert Nitsch, ma nella quale spicca anche la giovane romana Alessia Zecchini. Quanto ai nostri navigatori, il più noto è certamente il cinquantenne Giovanni Soldini, ma ben ottantacinque sono gli anni di Alex Carozzo, genovese di nascita e veneziano d’adozione, scrittore, traduttore e primo nostro connazionale ad attraversare in solitaria il Pacifico; resta memorabile, poi, in anni più recenti, ciò che è accaduto alla velista ligure Susanne Beyer durante una Mini Transat: costretta a timonare manualmente dopo la rottura dell’autopilota nel corso della traversata atlantica, ha raccontato la propria disavventura in un diario pubblicato dall’editore romano Nutrimenti. Quindi, se non è del tutto vero che la navigazione non sappia più offrire sfide ulteriori e sensazioni forti, è accertato che la letteratura di mare, almeno quella nostrana, stia languendo, e che si sia ben lontani dall’essere riusciti a trovare il Björn Larsson italiano, ovvero una figura paragonabile a quello dello scrittore svedese che è riuscito a conquistare, nel nostro come in altri Paesi, un ottimo seguito di pubblico.

A chi pensare? Al solo Fabio Genovesi, di nuovo nelle librerie con Il mare dove non si tocca? A Lorenza Pieri, il cui romanzo d’esordio Isole minori non smette di collezionare consensi e traduzioni, europee e non? Di certo, non ai pur leggibili resoconti pubblicati, per esempio, dall’editore nautico veronese il Frangente, ultimi quelli di Omero Moretti (Il mestiere del mare) e Fabio Mucchi (Amandla. La vita, la quasi morte e i miracoli del Capitano). Eppure, grazie a questo e agli editori già citati, così come a Mursia, De Ferrari, Edizioni Cinque Terre, Carocci e Tarka, prosperano le collane e le manifestazioni dedicate, delle quali sono da citare “Lerici legge il mare”, nata nel 2009 e che si svolge nel mese di settembre, ola più giovane “Carloforte racconta il mare”, in ottobre.

In realtà, non è detto che coloro che ambientano le proprie storie in località costiere debbano essere classificati sic et simpliciter come scrittori di mare: sarebbe più corretto, perciò, che molti di loro venissero definiti “scrittori di mare da terra”, dalla terraferma, a partire dal più eminente, il novantacinquenne Raffaele La Capria, il cui Ferito a morte lampeggia nella costellazione ancora in via di definizione dei migliori romanzi del secondo Novecento, e non soltanto di quello italiano. Se si vanno a cercare gli scrittori di mare veri e propri, gli scrittori “sul” mare perché “in” mare, gli estensori di oggetti narrativi che somiglino ai giornali di bordo, si scopre che anche il secolo passato non ne ha offerti molti, almeno per quanto riguarda la nostra letteratura: possiamo considerare tale il primo Giovanni Comisso, quello de Il porto dell’amore e di Gente di mare? Purissimi nomi marinari di cui si sono perdute le tracce, nelle nostre mappature novecentesche, sono quelli di Vittorio G. Rossi e Raffaello Brignetti, i libri dei quali aspettano di essere scovati e misericordiosamente prelevati dalle bancarelle dell’usato.

Rossi, nato nel 1898 a Santa Margherita Ligure, sconta un’adesione più di facciata che sostanziale al fascismo ed è stato giornalista, realizzatore di servizi per “Epoca”, corrispondente di guerra e scrittore intimamente hemingwayano di reportage per il “Corriere della Sera”, oltre che della migliore narrativa marinara del nostro Novecento, inviato speciale, anzi “autore specialissimo”, secondo il collega Dino Buzzati, che ne scrisse come di “uno straordinario artista naïf nel senso più onesto della parola, pur essendo un uomo nutrito di cultura”: il suo primo successo fu quello di Tropici, ribadito e ampliato da Oceano, che ricevette molte traduzioni, fu insignito del Premio Viareggio nel 1938 e ripubblicato per l’ultima volta, però, nella rara e sfortunata collana “I piccoli delfini” di Bompiani nel 1973.

Quella di Brignetti, più vicina a noi, è una storia rimossa, soprattutto in ragione di uno sperimentalismo espressivo che rendeva oltremodo ardua la lettura delle sue pagine: nato all’isola del Giglio da un padre guardiano di fari, ma vissuto all’Elba, narratore pervicacemente anti-realista e simbolista, collaboratore del “Corriere della Sera”, de “La Fiera Letteraria” e de “Il Popolo”, corrispondente per “Il Giornale d’Italia”, vero e proprio mistico del mare, egli collezionò tuttavia nel corso della carriera una serie di riconoscimenti di una certa entità, fino allo Strega 1971, ottenuto con largo distacco sul Cassola di Paura e tristezza, dopo essersi lasciato sfuggire il medesimo premio quattro anni prima, quando Il gabbiano azzurro fu scavalcato per un solo voto da Poveri e semplici di Anna Maria Ortese. Brignetti “non è uno scrittore immediato, cordiale, semplice”, secondo il critico Geno Pampaloni, perché nella sua prosa convivono “lo stupore di un lirico, la pazienza di un cronista, l’indugio di uno scrittore sentenzioso e in più il delirio ossessivo e inesorabile dello scrittore di avventura”.

Recentemente, è stato Raul Mordenti, nel capitolo “La letteratura senza mare (e senza lavoro)” de I sensi del testo. Saggi di critica della letteratura, pubblicato dall’editore romano Bordeaux, a scandagliare la nostra tradizione letteraria attraverso l’oblò delle scritture di mare e a decretarne una relativa insufficienza, tanto più singolare per un Paese che consiste in una sola, lunga e frastagliata costa: lo studioso approfondisce quella che è una manifesta “debolezza” degli scrittori italiani, “se non si vuol dire una loro assenza”,una loro lontananza dal tema marino che è connaturata all’intero sviluppo della nostra penisola e non limitata all’ultimo secolo. Il quadro che ne risulta fa emergere un’antropologia, più che una storia: “il nostro popolo volta le spalle al mare”, quasi impaurito da una sterminatezza che è difficile da dominare e dalla quale sono provenute, da sempre, “invasioni e scorrerie”, molto più che fortune e ricchezze.“Così l’assenza del mare è, al tempo stesso, segno e metafora di chiusura, di isolamento, di mancanza di libertà e insomma di italiana miseria”: entra in crisi, a questo punto, un’immagine che sembrava consolidata e che è servita a tanta retorica nazionale, quella del popolo di navigatori e giramondo, che resta valida soltanto fino a un certo punto, vale a dire rispetto a un certo tipo di navigatori, quelli ritratti dallo stesso Brignetti, nel corso di un’intervista uscita su “Il Mondo” nel luglio del 1971 e concessa a Manlio Cancogni: “Anche in questo secolo l’Italia ha avuto centinaia di migliaia di naviganti; ma il navigante italiano è un animale ben diverso dai suoi colleghi inglesi, americani, norvegesi. È un animale domestico. Il mare che eccita la fantasia di uno scrittore è avventura, è mistero; richiede uomini avventurosi che si abbandonano ad esso totalmente. Il marinaio italiano è un brav’uomo, un casalingo. Naviga, ma sempre col pensiero a casa, con la lacrima in pelle”.

In definitiva, a partire dalla prima uscita in mare, “il marinaio italiano già pensa a quando si ritirerà e passerà il suo tempo andando a pescare con la lenza in vista della casa e della moglie che stende la biancheria” e, se proprio dobbiamo individuare una popolazione italica che sia meno pantofolaia e più disposta ad affrontare i rischi e le incognite delle lunghe navigazioni, tale è quella dei liguri, e non le altre tirreniche dei napoletani, dei sardi e dei siciliani: non sarà un caso, allora, non soltanto l’origine di Vittorio G. Rossi, ma anche quella degli avi di Brignetti, che risultano di Camogli.

Così, se è vero che le profondità oceaniche, allo stato attuale delle tecnologie per la navigazione in immersione, restano le uniche zone largamente inesplorate del pianeta, è altrettanto vero, però, che è la montagna a rappresentare l’alternativa della vita mirabile e solitaria, in compagnia di sé stessi, dell’esistenza esemplare, e la letteratura segue, contribuendo a rafforzare una mitografia ormai copiosa, costantemente alimentata dalle imprese di alpinisti, esploratori e scrittori che, in Italia, non sono mai mancati: procedendo di generazione in generazione, il bergamasco Walter Bonatti, il sudtirolese (o altoatesino) Reinhold Messner e, ultimi, l’aostano Hervé Barmasse e Simone Moro, anch’egli bergamasco, offrono un eccezionale ideale di imprese e sport pericolosi che, al momento, non hanno un corrispettivo marino che possa realizzare l’unico antidoto alla noia dei nostri giorni, cioè che metta in contatto con la possibilità della morte. O, forse, tutta la differenza che sembra separare i successi della letteratura d’alta quota dallo scarso appeal di quella marinara sta nel fatto che, in montagna, si cammina e si scalano vette e che i montanari, a sera, davanti al caminetto, crollano esausti e non riescono nemmeno a sfogliare le prime pagine dei tanti romanzi italiani di mare che giacciono nell’anonimato, in attesa di essere scoperti.

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Raffaello Brignetti e il mare come esperimento https://minimaetmoralia.it/letteratura/raffaello-brignetti-mare-esperimento/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/raffaello-brignetti-mare-esperimento/#comments Mon, 31 Jul 2017 06:00:59 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=34917 Prima dote di un critico militante ha da essere la tempestività, perciò è d’obbligo segnalare uno dei casi letterari dell’estate, dell’estate di mezzo secolo fa esatto, un libro che è stato appena sconfitto, nel luglio del 1967, per un solo voto: Il gabbiano azzurro (Einaudi) di Raffaello Brignetti, superato nella seconda votazione da Poveri e semplici (Vallecchi) di Anna Maria Ortese, “nella splendida cornice di” Villa Giulia. Prima che si palesasse Lorenza Pieri – romagnola di nascita e gigliese d’infanzia, però, e poi espatriata – Brignetti era l’unico scrittore nativo dell’Isola del Giglio di cui fossimo venuti a conoscenza a essere arrivato ad alti livelli, ai maggiori editori nazionali, ma la scalata, anzi la traversata di Brignetti non si arresterà di fronte a quel voto mancato: il Premio Strega riuscirà a conquistarlo appena quattro anni più tardi, con La spiaggia d’oro (Rizzoli), con ampio distacco su Paura e tristezza (Einaudi) di Carlo Cassola – diversamente da com’è andata, il nostro avrebbe meritato di vincere la prima volta e non la seconda, probabilmente, ma continuiamo ad avvicinarci, ricordando gli esiti di un’altra competizione letteraria.

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Prima dote di un critico militante ha da essere la tempestività, perciò è d’obbligo segnalare uno dei casi letterari (e non commerciali) dell’estate, dell’estate di mezzo secolo fa esatto, un libro che è stato appena sconfitto, nel luglio del 1967, per un solo voto: Il gabbiano azzurro (Einaudi) di Raffaello Brignetti, superato nella seconda votazione da Poveri e semplici (Vallecchi) di Anna Maria Ortese, “nella splendida cornice di” Villa Giulia. Prima che si palesasse Lorenza Pieri – romagnola di nascita e gigliese d’infanzia, però, e poi espatriata – Brignetti era l’unico scrittore nativo dell’Isola del Giglio di cui fossimo venuti a conoscenza a essere arrivato ad alti livelli, ai maggiori editori nazionali, ma la scalata, anzi la traversata di Brignetti non si arresterà di fronte a quel voto mancato: il Premio Strega riuscirà a conquistarlo appena quattro anni più tardi, con La spiaggia d’oro (Rizzoli), con ampio distacco su Paura e tristezza (Einaudi) di Carlo Cassola – diversamente da com’è andata, il nostro avrebbe meritato di vincere la prima volta e non la seconda, probabilmente, ma continuiamo ad avvicinarci, ricordando gli esiti di un’altra competizione letteraria.

“Bravissimo scrittore marinaro”, secondo Giorgio Caproni, memore della volta in cui i due, agli inizi delle proprie carriere, si fronteggiarono nel Premio Taranto del 1951: delle sole quattro edizioni di questo concorso, Brignetti aveva già vinto la prima e si aggiudicherà anche quest’ultima, spuntandola su Caproni, che dovette accontentarsi di una segnalazione, ma il poeta livornese non dev’essersi sentito molto a proprio agio, nella prova del racconto narrativo. Integrerei così il suo giudizio: più che altro, bravissimo dovrà dimostrarsi il lettore, di fronte all’eccitato sperimentalismo di Brignetti, che richiede un’attenzione non comune.

Strana bestia della letteratura italiana che, aspirando al simbolismo anglosassone, sconfina verso latitudini latine, come rispondendo a richiami non silenziabili, Brignetti dà forma – per modo di dire – a romanzi molto densi e un po’ traditori, durante i quali ti sembra di avere acciuffato il filo della collana che leghi ciascun simbolo a ciascun altro, per poi accorgerti che non hai in mano niente, che la collana manco esiste e che sei stato vittima di un colpo di sole, con tutto questo mare intorno: da Melville e Conrad, la sua prosa da poema marino scivola verso la propria origine mediterranea, attraversa il nouveau roman e s’imbarca per destinazioni centroamericane, caraibiche, approda sulle coste di Santa Lucia, possedimento coloniale, terra contesa proprio da britannici e francesi, laddove incontra il proprio parente letterario più prossimo, Derek Walcott. Brignetti non compone versi: tuttavia, leggendo Il gabbiano azzurro, si avverte l’istinto della sillabazione, la voglia di mettersi a contare gli elementi minimi di una prosa fortemente ritmata, metrica, ondulata.

“Il più grande scrittore di mare italiano”, secondo Aldo Perrone, al quale dobbiamo uno dei rarissimi studi che sono stati dedicati alla sua opera – un altro, remoto, è di Piero Bianucci –, uno degli ultimi di cui chi scrive sia a conoscenza, cioè il profilo monografico Raffaello Brignetti. La vita, le opere, la critica letteraria, oltre alla curatela di Racconti atalattici. Riedizione con aggiornamenti e altro, selezione di scritti brignettiani che contiene anche un testo di Sergio Pautasso, entrambi pubblicati per i tipi leccesi di Manni, una decina d’anni fa. Lo stesso editore scriveva di Brignetti come di “uno dei grandi scrittori della letteratura italiana del Novecento” ed è facile imbattersi nei giudizi elogiativi di lettori del calibro di Carlo Bo e di Pietro Citati, ma che cosa può essere successo, allora? Le sue opere principali non sono mai state ristampate e non sono acquistabili, se non affidandosi alla sorte, alle bancarelle dell’usato: è recente (2014) e reperibile, invece, l’ampia selezione dei Racconti di Pensa Multimedia, per comporre la quale la curatrice Mirella Masieri ha scelto quei brevi componimenti di carattere narrativo che Brignetti scrisse per antologie, giornali e riviste e che non siano stati riproposti in volume; per concludere la rassegna un po’ misera di ciò che il mercato editoriale, oggi, offre di e su Brignetti, indichiamo Una vita per il mare. Analisi delle opere di Raffaello Brignetti, lavoro che la stessa Masieri ha pubblicato con l’editore leccese Congedo, a testimoniare che l’interesse per la figura dello scrittore sembra quasi esclusivamente salentino.

Per rispondere alla domanda di poco fa, è semplicemente successo che Brignetti sia uno degli scrittori più difficilmente leggibili del Novecento italiano, e ci si riferisce alla comprensibilità delle sue pagine, stavolta, non alla loro reperibilità: inoltre, abbiamo tutti avuto altro da fare, altro da leggere, in questi decenni, e Brignetti era uno che non riusciva a vendersi molto bene.

Scrivere di mare, sul mare, era sembrata l’unica letteratura possibile, per il figlio del guardiano del faro: nato sull’Isola del Giglio a causa di una trasferta lavorativa del padre Angiolo, Raffaello crescerà in un’altra isola tirrenica e toscana, più estesa e settentrionale, l’Elba, laddove tornerà risiedere negli ultimi anni di una vita non lunga, conclusasi nel 1978 a 56 anni, soltanto un mese più tardi di uno scrittore di (almeno) una generazione precedente, Vittorio G. Rossi, al quale egli doveva molto e sulla cui opera si era laureato, sotto la direzione di Giuseppe Ungaretti, a Roma: un po’ in ritardo, nel 1947, avendo avuto modo di portare a maturazione una passione letteraria alimentata dal ricordo dei paesaggi della proprio giovinezza durante la detenzione nel campo di concentramento di Wietzendorf, dove era stato deportato in seguito alla cattura da parte dei tedeschi avvenuta l’8 settembre del 1943.

Non era affatto convinto di voler fare lo scrittore, Brignetti, tanto che la sua prima scelta universitaria, compiuta prima della guerra, era stata matematica, anche perché la lingua italiana, fino ad allora, non era stata per lui esattamente un’ancora di salvezza, quanto piuttosto una zavorra: nel suo cammino scolastico, prima a Porto Azzurro e poi a Portoferraio, dove otterrà la maturità liceale, non si trovano tracce di eccellenza linguistica, anzi… Brignetti fu rimandato in italiano e lo sforzo che doveva costargli scrivere è apprezzabile anche nei libri della maturità, a ben vedere: la fatica che si richiede al lettore sembra corrispondere a quella dell’autore.

La sua è una narrativa che materializza i ricordi, quelli di un navigatore e di un nuotatore che dovrà tragicamente rassegnarsi all’immobilità, a partire dall’inizio del decennio dei Sessanta, a causa di un grave incidente automobilistico avvenuto sulla via Aurelia con la moglie Ambretta che lo costringerà alla sedia a rotelle: dalla Torre Medicea di Marciana Marina (che era stata anche un faro) in cui si trasferisce a vivere, Brignetti prosegue quella tradizione di letteratura di mare che, così singolarmente per un Paese tanto favorito dalla geografia, da noi non è stata molto frequentata, nel Novecento – oggi, potremmo segnalare le collane dedicate dell’editore romano Nutrimenti e dei milanesi Ugo Mursia e Magenes – ma quest’ultimo sembra avere interrotto le proprie pubblicazioni –, oltre alla sezione narrativa del catalogo del nautico e veronese il Frangente. Forse, entrando nella modernità e volendo subito oltrepassarla, verso quella che sembra corretto definire “iper-modernità”, piuttosto che “post-modernità”, la letteratura italiana ha preferito liberarsi del proprio residuo acquatico, come se esso potesse risultare al contempo snobistico, rispetto alle mire trasformative dell’elaborazione artistica ideologicamente orientata, e naïf, cioè un esercizio ingenuo disimpegnato di cui vergognarsi, di fronte alla dilagante ansia di nobilitazione sociale che ha occupato ogni spazio della fruizione dei prodotti culturali.

Ritornando per un attimo al luglio di cinquant’anni fa, la delusione del prestigioso premio mancato di un soffio è freschissima, accresciuta dal retroscena di cui scriveva Dino Buzzati sul “Corriere d’informazione” di Sabato-Domenica 15-16 luglio 1967: “Dicono che la sera della premiazione, tornata a casa, Maria Bellonci, signora dello Strega, trovò una scheda arrivata in ritardo: era per Brignetti. Se fosse giunta in tempo, e se la moglie dello scrittore non avesse dimenticato a casa la propria scheda, Brignetti si sarebbe portato via lo Strega ma probabilmente non ora il Viareggio”.

Già, perché l’articolo del giornalista e scrittore, uno dei ventidue giurati del premio versiliese, rendicontava la vittoria di Brignetti, che non sarebbe avvenuta nel caso in cui le cose fossero andate diversamente a Villa Giulia, per una sorta di norma non scritta che non consentiva di ribadire a Viareggio la sentenza romana: non sappiamo quale sia stato il voto di Buzzati, il quale, però, si sente in dovere di aggiungere che Il gabbiano azzurro apparteneva, al pari di altri titoli premiati nella medesima edizione, a quelle opere “di indubbio talento nell’ambito però squisitamente letterario, che non possono di sicuro infiammare l’animo delle moltitudini”.

Be’, nel 2017 possiamo affermare con una certa sicurezza che Il gabbiano azzurro non soltanto non sia riuscito a infiammare le masse, ma neppure le minoranze, il che è più singolare: infatti, il libro è uno degli esiti più sperimentali ed estremi della narrativa del secondo Novecento italiano e non sfigurerebbe affatto in mezzo ad altre opere che le avanguardie sono solite esaltare e glorificare, ma qualcosa non ha funzionato. Innanzitutto, la questione della definizione: le bandelle einaudiane giocano sull’ambiguità, anzi la promuovono: racconti indipendenti o “romanzo-prisma” di sette sfaccettature? A ben vedere, buona parte del libro contiene racconti già inseriti in Morte per acqua, la raccolta pubblicata ben quindici anni prima per l’editore fiorentino Sansoni, e scritti a partire dal 1948, ma radicalmente alternativi rispetto ai dettami del neorealismo allora imperante: tuttavia, essi divengono passibili di un arricchimento interpretativo, in questa edizione, cioè possono essere letti come altrettanti punti di vista di eventi che accadono in simultanea, nel mare che circonda un’isola e lungo le sue coste.

La volontà sperimentale di Brignetti, infatti, a differenza di quella delle avanguardie novecentesche, non è tanto formale, quanto temporale e spaziale, e le difficoltà del testo non consistono nell’audacia delle soluzioni linguistiche, bensì nel riuscire a seguire una narrazione che vibra continuamente, beccheggia, rolleggia e si sposta, adottando una miriade di sguardi, ciascuno dei quali obbedisce a differenti e contrastanti regole epistemiche, ha la propria durata e riconosce i vincoli e le potenze propri della natura che gli spetta – che cosa pensa un delfino? Come percepirà i propri movimenti, quelli umani e quelli del mare? Lasciando perdere Dio, è immaginabile il mondo dal punto di vista del mare?

Pluralità degli avamposti d’osservazione e delle voci, anzi totalità, ubiquità e contemporaneità degli accadimenti: ogni sperimentazione realmente significativa del romanzo novecentesco ha giocato con un set di elementi mobili, ha reso indipendente una variabile per poterne muovere un’altra, ma dall’azzardo di Brignetti di stabilirle entrambe come dipendenti, di annodarle l’una all’altra, scaturisce un certo mal di mare, diversamente da ciò che era riuscito a uno scrittore meno fondamentalista e letterariamente più educato, cioè Raffaele La Capria, il cui Ferito a morte va considerato un antecedente non lontano del romanzo-prisma di Brignetti, oltre che un capolavoro, diversamente da Il gabbiano azzurro di Brignetti.

Dal 1961 del Premio Strega assegnato a Ferito a morte (Bompiani) per un voto, che sopravanzava il Giovanni Arpino di Un delitto d’onore (Mondadori), al 1967 della sfortunata sconfitta di Brignetti, si mettono in scena e si esauriscono i destini del romanzo sperimentale italiano, e citare La Capria significa riconoscere l’affinità marina che lo lega allo scrittore elbano (adottato), il comune rifiuto del naturalismo e l’altrettanto comune ambizione di sovvertire o problematizzare le linearità temporali, ma non dobbiamo dimenticare che gli anni di cui abbiamo posto i confini videro l’affermazione neoavanguardistica del Gruppo 63 e l’attività di due scrittori che da alcuni critici sono stati riconosciuti avere molto a che fare con la sperimentazione narrativa, cioè Giorgio Bassani e Carlo Cassola.

A dispetto della vulgata, certo, e dei toni incendiari degli stessi membri del Gruppo 63, che proprio nei due vide i difensori di una tradizione da Italietta, i conservatori di una narrativa bozzettistica che ci stava impedendo l’accesso alle vette aeree della modernità: fin da subito, furono Luigi Baldacci e Geno Pampaloni a contestare e rigettare un’impostazione più propagandistica che semplicistica, a proporre una lettura del decennio che potremmo mettere in parallelo con la nostra. Ambedue i critici sembrano individuare nel 1961 di Un cuore arido di Carlo Cassola l’avvio di un decennio felice della nostra letteratura che coincide con quella che, secondo Pampaloni, è la stagione d’oro dello scrittore romano, conclusasi nel 1970 con Paura e tristezza, ma forse ancor più simbolicamente due anni prima con Ferrovia locale, recensendo il quale sul “Corriere della Sera” scriveva, l’11 aprile del 1968: “Contro ogni apparenza, Carlo Cassola è oggi, tra gli scrittori italiani, il più sperimentale di tutti”, dal momento che “l’operazione letteraria” da lui condotta “non è idillica, ma estremista”, e di nuovo estremista rispetto al problema romanzesco per eccellenza, quello del tempo, del suo scorrere, del suo sperpero, della sua direzionalità.

Ai giorni nostri, a cogliere e collaudare gli stimoli dei due critici fiorentini è Matteo Marchesini, il quale, intervistato quattro anni fa da Alessandro Zaccuri su Avvenire.it, ritornava su certi semi avvelenati che, a distanza di più di mezzo secolo, continuano a germogliare, “come se (…) la sola sperimentazione riconosciuta fosse quella che si fonda su una serie di infrazioni gridate, eccessive e in definitiva banali. Nonostante le prese in giro del Gruppo 63, il Cassola di Un cuore arido e il Bassani di L’Airone restano molto più sperimentali. E molto più coraggiosi nella loro sottigliezza”. Anche il romanzo di Bassani è del 1968 e la data mi sembra abbastanza significativa, suona bene: da allora in poi, forse, certe ambizioni sperimentali e strettamente letterarie sarebbero state abbandonate e, comunque, sarebbero cominciati tempi duri per chiunque abbia avuto e continui ad avere voglia di continuare a nuotare da solo, come Brignetti.

 

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