Raffaello Sanzio Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/raffaello-sanzio/ un blog di approfondimento culturale Mon, 26 Oct 2015 11:22:07 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Raffaello Sanzio Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/raffaello-sanzio/ 32 32 L’Italia nella pittura di paesaggio https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/litalia-nella-pittura-di-paesaggio-tomaso-montanari/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/litalia-nella-pittura-di-paesaggio-tomaso-montanari/#comments Mon, 26 Oct 2015 14:00:46 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28848 (Nell'immagine il dipinto Fuga in Egitto (1609), di Adam Elsheimer)

Questo pezzo è uscito su Repubblica.

«Esiste ancora l'Italia? Quella misteriosa concrezione di natura e di storia che, rivelandosi, non poteva non cambiare gli artisti e il mondo? L'Italia del Rinascimento e della Maniera Moderna di Raffaello che divenne modello all'Europa, l'Italia dell'antichità che i neoclassici intesero come dimora, come approdo ritrovato per sempre. E l'Italia della Natura, quando l'uomo moderno, divenuto viandante, inseguiva un altrove che coincideva con luoghi reali. Luoghi che non erano privi di passato e memoria, ma che venivano ora investiti da un sentimento così dirompente da fare emergere, ancora in Italia, il volto moderno della pittura». È racchiuso in questo brano il senso dell'ultimo libro di Anna Ottani Cavina, che è una storia del paesaggio come protagonista della pittura: Terre senz'ombra. L'Italia dipinta, che esce nella collana Imago di Adelphi, inaugurata poche settimane fa da Paura reverenza terrore di Carlo Ginzburg.

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(Nell’immagine il dipinto Fuga in Egitto (1609), di Adam Elsheimer)

Questo pezzo è uscito su Repubblica.

«Esiste ancora l’Italia? Quella misteriosa concrezione di natura e di storia che, rivelandosi, non poteva non cambiare gli artisti e il mondo? L’Italia del Rinascimento e della Maniera Moderna di Raffaello che divenne modello all’Europa, l’Italia dell’antichità che i neoclassici intesero come dimora, come approdo ritrovato per sempre. E l’Italia della Natura, quando l’uomo moderno, divenuto viandante, inseguiva un altrove che coincideva con luoghi reali. Luoghi che non erano privi di passato e memoria, ma che venivano ora investiti da un sentimento così dirompente da fare emergere, ancora in Italia, il volto moderno della pittura». È racchiuso in questo brano il senso dell’ultimo libro di Anna Ottani Cavina, che è una storia del paesaggio come protagonista della pittura: Terre senz’ombra. L’Italia dipinta, che esce nella collana Imago di Adelphi, inaugurata poche settimane fa da Paura reverenza terrore di Carlo Ginzburg.

Dopo un essenziale antefatto – Lorenzetti, Leonardo, Giorgione… – la partenza vera della storia, e del libro, è nel Seicento: quando Annibale Carracci «diede luce al bell’operare de’ paesi, onde li Fiamminghi videro la strada di ben formarli», come scrive nel 1642 il pittore Giovanni Baglione. Fin da allora, come si vede, è questione di primato: la pittura di paesaggio è un’invenzione italiana?

Felicemente, Anna Ottani preferisce tessere una storia di incontri: inizia con la figura ammaliante di Adam Elsheimer, un pittore tedesco che usò il cannocchiale di Galileo, se non per primo, certo con più intelligenza e poesia di tutti suoi contemporanei. Già, perché parlare di pittura di paesaggio significa innanzitutto parlare di visione: come guardavano, e come vedevano, i pittori del Seicento? Siamo ancora molto lontani dal saper rispondere a questa domanda, ma è irresistibile il fascino di Elsheimer, che (suggerisce plausibilmente l’autrice) si fa prestare il nuovissimo ordigno dal cardinal Francesco Maria del Monte, il grande protettore di Caravaggio, e riesce così a dipingere il primo quadro dove la Via Lattea e le macchie lunari appaiono come sono davvero.

Tanto che – lo hanno stabilito astronomi bavaresi, confermando e precisando una precedente intuizione dell’autrice – si può riconoscere con esattezza la notte in cui Elsheimer si affacciò alla finestra: era il 16 giugno 1609. Ma, proprio come per Caravaggio, questa rinnovata attenzione per la natura non si risolve in una pittura ‘scientifica’, bensì in una meditazione pittorica sulla perdita di centralità dell’uomo, letteralmente inghiottito in una notte esistenziale in cui è possibile procedere solo a tentoni.

Da qui si parte per un viaggio – raffinatissimo, imprevedibile, godibile come pochi altri – che ci porta fino alla metà dell’Ottocento: attraversando la Vallombrosa verdissima di Louis Gauffier; incantandosi davanti alla Napoli, luminosa e astrattamente creaturale, dell’inglese Thomas Jones; piangendo per la perdita dell’opera del magico Lusieri; ammirando le geometrie del sommo e gelido David; deliziandoci di fronte alle finestre aperte di Caspar David Friedrich; rabbrividendo degli incubi di Böcklin. Si chiude il libro in un baleno: stupendosi di aver divorato 450 pagine, desiderandone subito un altro volume.

Terre senz’ombra è un magnifico libro di storia dell’arte, illustrato senza risparmio. Ma di una storia dell’arte che non non abdica alla propria intima vocazione: essere parte di una più vasta storia della cultura. La morale del libro è che se è vero che la bellezza naturale e la storia – entrambe incomparabili – dell’Italia hanno attratto infiniti occhi di artisti da tutta Europa, è anche vero che le mani di quegli artisti hanno profondamente cambiato l’immagine dell’Italia, contribuendo in modo decisivo a definire la nostra stessa identità. Quando oggi parliamo sinteticamente di «Italia», nella mente e nel cuore dei nostri interlocutori stranieri si accende ‘qualcosa’ che deve più a Poussin che a Garibaldi, più ad Elsheimer che a De Gasperi.

Non sembri una forzatura. Se la nostra Costituzione pone il «paesaggio» come un principio fondamentale per la costruzione di una Italia nuova, è perché in Costituente sedevano persone come Piero Calamandrei: un grande giurista che nel 1939 scrive al figlio Franco che, se la tradizione familiare non l’avesse istradato verso il diritto, avrebbe fatto «o lo storico dell’arte o l’archeologo». Quando, nel 1944, Calamandrei riapre, come rettore, l’università di Firenze pronuncia un discorso – meraviglioso fin dal titolo: L’Italia ha ancora qualcosa da dire – in cui dice: «Quello che più ci ha offeso è stato l’assassinio premeditato delle nostre città, dei nostri villaggi, delle nostre campagne, perfino del nostro paesaggio. Voi lo sapete che in Italia … ogni borgo, ogni svolto di strada, ogni collina ha un volto come quello di una persona viva: non vi è curva di poggi o campanile di pieve che non si affacci nel nostro cuore col nome di un poeta o di un pittore, col ricordo di un evento storico che conta per noi quanto le gioie e i lutti della nostra famiglia». Una pagina altissima, un vero preludio all’articolo 9: un’epigrafe perfetta per Terre senz’ombra.

Ma «esiste ancora l’Italia?» Quella di Anna Ottani Cavina non è una domanda retorica. Da molti decenni, e con pochissime eccezioni (una è Tullio Pericoli), gli artisti non ci prestano più i loro occhi e le loro mani per vedere e sentire il paesaggio italiano. È anche per questo che non troviamo la forza di lottare contro governi, leggi, grumi di interessi, grandi opere che fanno sparire l’Italia. Leggere Terre senz’ombra in questo autunno in cui la Penisola, come sempre, si scioglie nel fango delle alluvioni da Nord a Sud,fa uno strano effetto: non spinge a esiliarsi nell’Arcadia dei musei, ma spinge a combattere perché gli italiani, «studiando fin da bambini la storia dell’arte come una lingua viva, abbiano piena coscienza della loro nazione». Lo scriveva Roberto Longhi a Giuliano Briganti nel 1944: dobbiamo ancora cominciare a farlo.

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Perché “rilanciare” l’unico teatro che funziona in città? https://minimaetmoralia.it/interventi/teatro-palladium/ https://minimaetmoralia.it/interventi/teatro-palladium/#comments Thu, 06 Feb 2014 09:53:41 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18222 di Lorenzo Pavolini

L’altra sera davanti al Palladium c’era una folla adeguatamente scossa dopo aver assistito all’ultimo spettacolo di Emma Dante, Le sorelle Macaluso. Vita e morte mescolate insieme nel destino dei personaggi come del luogo che li accoglieva. Qualcuno ricordava di aver visto anche altri spettacoli della stessa regista dentro quella sala, persino la sua opera integrale, e altri ancora di aver partecipato alle prove aperte al pubblico di alcuni suoi lavori, tanto da poter testimoniare con quale calma feroce la regista fosse capace di dettare i suoi stimoli agli attori attraverso un microfono dal lunghissimo filo…

Una scena analoga, in quel nel piazzale ombelico della Garbatella, si era svolta appena quindici giorni prima per il Pinter di Stein, che aveva riempito il teatro, e il mese ancora precedente succedeva lo stesso, e ancora indietro per dieci e più stagioni che in nessun altro luogo della città – nel trascolorare dell’esperienza dell’India, dell’Eti-Valle, del Vascello, e dei centri di propulsione dal basso (Angelo Mai e Rialto Santambrogio) – poteva eguagliare per livello, apertura al mondo, qualità di segni e varietà di linguaggi artistici, fino a riuscire nell’impresa più incredibile, quella di formare un pubblico nuovo, persino con qualche giovane.

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di Lorenzo Pavolini

L’altra sera davanti al Palladium c’era una folla adeguatamente scossa dopo aver assistito all’ultimo spettacolo di Emma Dante, Le sorelle Macaluso. Vita e morte mescolate insieme nel destino dei personaggi come del luogo che li accoglieva. Qualcuno ricordava di aver visto anche altri spettacoli della stessa regista dentro quella sala, persino la sua opera integrale, e altri ancora di aver partecipato alle prove aperte al pubblico di alcuni suoi lavori, tanto da poter testimoniare con quale calma feroce la regista fosse capace di dettare i suoi stimoli agli attori attraverso un microfono dal lunghissimo filo…

Una scena analoga, in quel nel piazzale ombelico della Garbatella, si era svolta appena quindici giorni prima per il Pinter di Stein, che aveva riempito il teatro, e il mese ancora precedente succedeva lo stesso, e ancora indietro per dieci e più stagioni che in nessun altro luogo della città – nel trascolorare dell’esperienza dell’India, dell’Eti-Valle, del Vascello, e dei centri di propulsione dal basso (Angelo Mai e Rialto Santambrogio) – poteva eguagliare per livello, apertura al mondo, qualità di segni e varietà di linguaggi artistici, fino a riuscire nell’impresa più incredibile, quella di formare un pubblico nuovo, persino con qualche giovane.

Una carrellata delle tappe che hanno portato a questo arduo “servizio pubblico” è per forza di cose parziale, e anche ingiusta. Perché si concentra sulle immagini degli artisti in scena e dimentica la continuità di un gruppo di lavoro, tecnico editoriale e produttivo (le persone del Romaeuropa). Non si cancelleranno per fortuna dalla testa dei cittadini le prime prove dell’Orchestra di Piazza Vittorio e il pianoforte delle sorelle Labeque,  il violino della Mullova  e il racconto musicale di Michele Dall’Ongaro e Alessandro Baricco, Marina Abramovic sospesa in aria che pare strozzare due pitoni penzolanti dalle sue braccia eburnee, mentre sotto di lei i dobermann sgranocchiano una montagnola d’ossa, i cani di Bancata di Emma Dante che accorrono al loro infame desinare,  il cane senza padrone dei Motus nel film da un appunto di Petrolio, la prima volta di Roberto Saviano in pubblico ben prima di Gomorra, davanti all’attuale presidente del Senato che era venuto a conoscere questo giovanotto campano un po’ pazzo (era il 2006), e l’ultima volta di Enzo Siciliano che raccontava il suo Alfieri, lo spazio intero del teatro invaso dalla poesia nel Paesaggio con fratello rotto della Valdoca,  la sorpresa del tempo che non passa per la danza di Enzo Cosimi, di Caterina Sagna, di Virgilio Sieni, il Metafisico cabaret di Giorgio Barberio Corsetti e l’incontenibile Filippo Timi, la furia di Eleonora Danco, il coraggio di Daria Deflorian e Tagliarini, il vortice narrativo di Ascanio Celestini, la sapienza compositiva di Lisa Natoli, l’Origine del mondo di Lucia Calamaro, l’Aldo morto di Daniele Timpano, le figure di luce e polvere dei Muta imago,  i Seigradi dei Santasangre, il neotribalismo delle Fibre parallele, la crudezza dei Babilonia teatri, Milgram il buco nero del Teatrino Clandestino, il Madrigale appena narrato della Raffaello Sanzio, l’elettronica di Sensoralia e il sapienziale The Suit di Peter Brook… dove altro abbiamo visto queste cose a Roma in questi anni?

Chiunque abbia minima esperienza del mondo, che poi significa semplicemente in questo caso andare a teatro, esserci andati in questi anni e continuare a volerci andare, chiunque rispetti il significato delle parole non può “rilanciare” un luogo che per sua fortuna aveva trovato le persone giuste per farlo vivere e offrirlo alla vita di tutti.

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Mi sono innamorato di una fuorisede https://minimaetmoralia.it/estratti/mi-sono-innamorato-di-una-fuorisede/ https://minimaetmoralia.it/estratti/mi-sono-innamorato-di-una-fuorisede/#comments Fri, 17 Jan 2014 15:44:12 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=17615 Pubblichiamo un estratto da Best off. Il meglio delle riviste letterarie italiane edizione 2005.

di Francesco Mandica

È guardando la pila di stoviglie nel lavello, mentre il Nelsen piatti cola dentro al sugo, che capisco. Mi sono innamorato di una fuorisede. La pila dei piatti accatastata ora mi sembra anche la metafora del nostro amore. Io agisco con efficacia, come il detersivo, lei ha un cuore come il sugo, la crosta, l’unto difficile da intaccare. Persino con la paglietta del mio savoir faire. Mentre canticchio “i piatti-ti i piatti ti con Nelsen piatti li può lavare lui!” lei lava i piatti, è distante, non capisce, parla da sola, con il naso in mezzo al gomito si alza la manica e contemporaneamente con i denti, mordicchiando l’estremità del guanto giallo, fa aderire il lattice fin su su all’avambraccio. Bello teso.

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Pubblichiamo un estratto da Best off. Il meglio delle riviste letterarie italiane edizione 2005. (Fonte immagine)

di Francesco Mandica

È guardando la pila di stoviglie nel lavello, mentre il Nelsen piatti cola dentro al sugo, che capisco. Mi sono innamorato di una fuorisede. La pila dei piatti accatastata ora mi sembra anche la metafora del nostro amore. Io agisco con efficacia, come il detersivo, lei ha un cuore come il sugo, la crosta, l’unto difficile da intaccare. Persino con la paglietta del mio savoir faire. Mentre canticchio “i piatti-ti i piatti ti con Nelsen piatti li può lavare lui!” lei lava i piatti, è distante, non capisce, parla da sola, con il naso in mezzo al gomito si alza la manica e contemporaneamente con i denti, mordicchiando l’estremità del guanto giallo, fa aderire il lattice fin su su all’avambraccio. Bello teso.

Ha dieci anni meno di me, è di Canosa, si chiama Simona e quando c’era il Carosello Simona gocciolava nel preservativo o si scontrava con la spirale. Simona non ha ricordo alcuno del Carosello. Nei primi anni ottanta era solo uno spermatozoo. Io già passavo da mamma a papà e da papà a mamma e da nonna a zia. Così tutta l’estate. Mi ricordo l’esotismo dei nomi spagnoli in televisione, durante i mondiali di calcio. Bilbao, Malaga, Vigo, sembravano luoghi lontanissimi, che riverberavano mistero tremolando dal televisore nel giardino della casa di Sperlonga. Ma del calcio già all’epoca non me ne fregava niente. Ora invece mi tocca conoscere almeno una qualche geografia distante, una qualche costellazione di nomi calcistici che come dice lei “ho imparato con la schizzechea”, sarebbe a dire un po’ a cazzo, affermazione che mi ricorda quei tipi strani che a scuola imparavano le poesie tentando di adottare sistemi mnemotecnici raffinati, degni di Giordano Bruno. Alle medie c’era quello che la imparava leggendola dieci volte e scomponendone le strofe, quell’altro che associava ad ogni endecasillabo una serie di sequenze numeriche che tentava di ricordare con complicati schemi su un quadernone a quadretti con sopra Snoopy che fa il surf. Ma il più invidiato della scuola media statale Terenzio Afro (che solo anni dopo scoprii essere il commediografo latino e non un bersagliere o un garibaldino) era quello che sosteneva bastasse leggere una sola benedetta volta la poesia in questione che fosse Il rospo di Hugo o La spigolatrice di Sapri. Bisognava farlo a voce alta e come ultima cosa prima di andare a dormire. C’ho provato fino all’ultimo anno d’università. Niente.

Ora invece sono qua, stravaccato sul divano letto in una cucina/soggiorno/tinello/alcova di una decina di metri quadri sulla Circonvallazione Casilina, lungo la ferrovia. Sto tentando in questo momento di dibattere sulla storia del calcio scommesse, su Galliani e Matarrese e Pescante e Carraro, insomma sul caro vecchio P.s.i. Una noia mortale, lo faccio solo per Simona. Lei pensa sia assolutamente normale che io sia qua, nella sua cazzo di catapecchia, che abbia già fatto amicizia con i suoi coinquilini Chicco e Mimmo, che abbia imparato a distinguere la n’duja dalla burrata, che abbia anche offerto una canna di fumo. Direttamente dalla mia già magra scorta personale. Senza girarla la canna, perché mi tremano le mani e le canne non ho mai potuto girarle. E tieni la cartina! Falla a bandiera! Ora rolla! Fai un filtro! Non così! Devi girare! È strano quanto abbiano del militare certi ordini imposti dalla voglia di drogarsi.

Un giorno io e Simona faremo l’amore e sono certo che lo faremo su questo divano letto, con questo telo vichy tutto zozzo, su cui più di un essere umano deve aver serenamente scoreggiato. Ma come ci sono arrivato qua? Se mi vedesse mia madre. Tutto immerso in questo colesterolo dei meridionali.

Come ho fatto poi quella sera di sei mesi fa al Branca a convincere una studentessa di scienze della comunicazione ventenne, con la testa rasata e le caviglie grosse a darmi il suo numero di cellulare? L’ho sfinita di messaggi al cellulare, con questi ultimi ho tentato di creare un codice comune ed identificativo della nostra vicinanza. Per lei ho messo la suoneria del nuovo singolo di Biagio Antonacci. “Non ci facciamo compagnia”. Per lei ho attivato lo You and me e l’abilitazione delle chiamate a carico. Perché non mi piace che mi faccia soltanto gli squilli quando non ha soldi per la ricarica. Mi piace che mi possa chiamare quando vuole. Anche nel cuore della notte, quando dorme dal suo ragazzo. Giù, all’Acqua bulicante.

Il ragazzo di Simona si chiama Morgan, ha la madre inglese. Morgan studia pure lui, credo antropologia culturale, alla Terza. Ora che ci penso io sono l’unico del giro di Simona che lavora, per modo di dire. Ha i capelli rasta questo Morgan, però sotto questi capelli rasta si nasconde il sosia di Carlo Lucarelli. Provate l’inverso, immaginate Lucarelli con un parruccone di ricci nella luce fioca dello studio televisivo che vi fissa raccontandovi il più efferato dei delitti di un Pacciani qualunque. Non ho mai visto la schiena di nessuno dei due ma sospetto abbiano in comune anche una folta peluria al livello scapolare. L’ho conosciuto la scorsa settimana Morgan, quando ho suonato al campanello di Simona e all’improvviso è comparso lui. Ai piedi indossava le ciabatte di Simona, quelle con un peperoncino di pezza circondato da una scritta trapuntata che dice “vero peperoncino di Salerno, ‘o Viagr’ naturale!”. Cazzo, ho capito subito che sarebbe stata più dura del previsto, ho deciso che virando il timone con coraggio avrei dovuto cambiare strategia, strambando veloce e sicuro.

I fuorisede vivono in un tempo diverso dal nostro, non solo fuori-sede. Sono fuori-tempo. Regolano la loro vita secondo schemi matriarcali, vanno a fare la spesa la mattina come i vecchi, quelli col cappotto ad agosto. Si ricordano compleanni, scadenze di bolli, patroni, santi e festività varie. Devono sempre andare alla posta. Guardano se fuori nuvola per andare a stendere nel terrazzo condominiale. Ogni mattina si chiedono, come faceva mia nonna, cosa faranno a pranzo, con gli occhi sospiranti al frigo. Fumano alla finestra mentre stringono fra le mani il cellulare, come un rosario. Nelle case dei fuorisede ci deve essere un problema di elettrosmog: fateci caso, il cellulare non prende mai nelle case dei fuorisede. Ci deve essere l’F.B.I. di mezzo. Sono molto religiosi, amano due pittori in particolare, anzi due soli quadri: i cherubini di Raffaello Sanzio, e il bacio di Klimt, quello che Luciana, un’amica di Simona, chiama l’abbracc’. Nella casa di Simona non c’è il bidè. Se dovessimo fare l’amore qui, come probabile, è meglio che mi porti delle salviette umidificate o qualcosa del genere. Non si sa mai.

Ma ritorno alla scorsa settimana: ho visto Morgan/Lucarelli che come Mosè al cospetto di Dio nel roveto ardente si è tolto le scarpe, ha messo le ciabatte di Simona, insomma ha trovato la terra promessa. E io, ebreo converso e miscredente dell’ultima ora, sono andato là a confutare tutto questo, a mettermi in mezzo, con la mia aria antipatica da sociologo dei fuorisede. Se non puoi farteli nemici, ho pensato. Così, fissando le ciabatte, tentando di non guardargli i capelli rasta ho iniziato a blandirlo Morgan, tentando di richiamare alla mia memoria possibili squarci di complicità. Fra me e uno con la barba fino agli zigomi, nera come i baffi di zorro, che cazzo ci poteva essere in comune? La musica? Lui ascolta gli Outkast, io Charles Aznavour. In questo momento, scrivo appoggiato alla doccia del bagno di Simona, spingendo il quaderno contro il miscelatore, con le scarpe sul tappetino di plastica, con il rubinetto del lavandino aperto, per ostentare zelo igienico. Oggi è il 14 maggio 2004. Oggi Charles Aznavour viene insignito dal presidente Jacques Chirac – quel signore distinto, con la fede scintillante tra le dita sciupate e affusolate, con la brillantina Linetti e il naso importante che invecchiando somiglia sempre più a un maggiordomo – della legione d’onore, il bottone rosso per le sue vette artistiche, liriche, umanitarie. Per la sua aria fanè, da bulldog caucasico bastonato.

Ascoltando Aznavour ho fatto il mio primo e spero ultimo incidente stradale. Che imbecille, avevo persino il basco in testa. Me l’hanno poi tolto a forza di sberle quattro della Garbatella pippati come salame da sugo con cui mi sono scontrato. Colpa mia. Aznavour è un poeta della sfiga, apre il suo vaso di Pandora fatto di moralismi, maschilismi, affettazione. Squaderna la mia immaginazione su un mondo fatto di nostalgici clichès , di trench e reggicalze, mascara e Bloody Mary. Proprio come i fuorisede “Azna” fa parte di una dimensione teatrale che appartiene alla commedia umana. Alla vita nor-ma-le. Aznavour ha la barba ispida e ho anche pensato che gli ruberò un piccolo trucco per conquistare Simona. Che mi lascino in pace questi emigranti della vita, questi fuorisede, che mi lascino il campo almeno una serata. Metterò sullo stereo impolverato Quel che non si fa più, versione italiana de Les plaisirs dèmodès, anno di grazia 1972, che si è apprezzato addirittura al dodicesimo posto della hit parade, in tempi in cui al primo posto troneggiava il Lennon buonista di Imagine. Quel che non si fa più viene cantata da Aznavour in un italiano da ispettore della Sûretè. Non con il patetismo di Come è triste Venezia, ma con una specie di ironico, disincantato distacco, prossimo al sarcasmo. Nel bridge, esattamente a 1 e 42 secondi primi, la canzone diventa un recitativo, cito letteralmente:

Su, vieni più vicino,
lasciati andare,
è bello stare guancia a guancia, no?
Pensare che ballare così
mi sembrava una cosa da vecchi.
Ti dirò, forse non avevano mica torto,
Le mode cambiano, l’amore no.

Reciterò il bridge in playback, tentando se possibile anche una mimica facciale credibile ma spiritosa, mi sforzerò di ricordare tutte le parole, proprio come facevo con le poesie alle medie e con i quadri di Paul Bril all’università. Tutti uguali. Tanto vale tentare. Se mi riuscisse sarebbe fatta: nonostante sia basso potrei anche sovrastarla durante un lento, sfiorandole con le costole la coppa del reggiseno, quello dalla generosa imbottitura. Ventre largo e tette piccole, per le fuorisede vige ancora la legge dell’Equatore. Quanto c’hai ragione Charles: le mode cambiano, l’amore no. Sarò io a spuntarla proprio con i tuoi suggerimenti, la tua ironia.

Insomma la scorsa settimana alla fine ho blandito Morgan con un panegirico della Tammurriata e intanto ho colpito al cuore Simona con inaudita, morbida diplomazia. Mandandole un messaggio mentre conversavo con lui, proprio mentre mi stava accanto, questo cazzo di metallaro in pantofole. Per non farmi vedere da lui e dagli astanti il messaggio l’ho digitato da dentro la tasca del soprabito, che ho poggiato un po’ goffamente sulle gambe, come un prete sedutosi per il caffè dopo la benedizione pasquale. C’ha messo un po’ ad arrivarle perché come ho detto non è facile la ricezione in questi bassi del Pigneto. La suoneria ha trillato trionfalmente dopo ben otto minuti, Simona è avvampata, è rimasta molto colpita e, temendo reazioni da parte di Morgan del tipo: “Chi è, Simo?” ad alta voce, su due piedi, ha detto:
– Devo richiamare quell gran troione di Margaret sennò alla revisione come cazzo faccio, quella c’ha tutti gli appunti.

Sul messaggio avevo semplicemente dichiarato: ti voglio così tanto che le conseguenze ormai non importano più.

Ora, uscito dal bagno e sedutomi al mio posto di amante ruffiano, ricomincio a parlare con Chicco e Mimmo di quanto costerà di più il fumo se approveranno la legge Fini, altro stringente tema di attualità. Il mercato della droga è esattamente come quello del pesce o della frutta. Simona per l’imbarazzo che la mia presenza ormai le provoca, sembra più veloce nel suo affaccendarsi al lavello. Nell’asciugare, constatare la pulizia di un bicchiere della Nutella – altro totem fuorisede – ha gesti e tecnica impeccabile, guanto ancora tirato, acqua ancora calda. Devo liberarmi di queste due succursali dell’aspromonte che mi parlano in stereo dai due lati del divano, devo liberarmi di Lucarelli che mi fissa fuori e dentro la televisione, costantemente impresso nell’inconscio, con o senza parrucca rasta.

Prendermi una pausa. Potrei fare una delle mie sparate, regalarle un weekend a Istanbul, purché non mi dica guardando il Bosforo che è uguale Taranto. Potrei portarla in crociera, potrei vederla così ammicare da dietro un ombrellino da cocktail di carta, mentre il suo vestito color pesca dardeggia al tramonto, con le sue grosse caviglie olivastre scoperte. Potrei anche darmi una calmata visto che sono le otto meno dieci e mia moglie sta per tornare a casa. E non ho cucinato niente. Per fortuna la bambina è da mia madre a Sperlonga. Devo ricordarmi almeno di comprare gli asciugoni Regina. Sennò chi la sente quella.

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