Ralph Ellison Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/ralph-ellison/ un blog di approfondimento culturale Sun, 08 Jun 2014 12:31:18 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Ralph Ellison Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/ralph-ellison/ 32 32 Il desiderio di morte come progetto politico https://minimaetmoralia.it/interventi/spinelli-va-a-bruxelles/ https://minimaetmoralia.it/interventi/spinelli-va-a-bruxelles/#comments Sun, 08 Jun 2014 09:17:06 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21308 Quello che la prima volta si manifesta in tragedia, la seconda lo fa in farsa. E la terza - la definitiva, la terminale - come lettera da Parigi. Lo psicodramma Spinelli e l'esperienza della Lista L'Altra Europa con Tsipras sono finiti ieri, nel modo peggiore che si poteva immaginare: un suicidio mascherato da sopravvivenza. Barbara Spinelli, dopo giorni di silenzio andropoviano, ha inviato una mail da Parigi, che potete leggere qui. E invito a farlo, a leggerla, dico, per intero; perché è uno dei documenti più rappresentativi della sinistra italiana, della sua incapacità a comunicare, della sua deresponsabilizzazione patologica, del suo narcisismo laschiano conclamato, del suo desiderio di morte, della sua fame saturnina.

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Quello che la prima volta si manifesta in tragedia, la seconda lo fa in farsa. E la terza – la definitiva, la terminale – come lettera da Parigi. Lo psicodramma Spinelli e l’esperienza della Lista L’Altra Europa con Tsipras sono finiti ieri, nel modo peggiore che si poteva immaginare: un suicidio mascherato da sopravvivenza. Barbara Spinelli, dopo giorni di silenzio andropoviano, ha inviato una mail da Parigi, che potete leggere qui. E invito a farlo, a leggerla, dico, per intero; perché è uno dei documenti più rappresentativi della sinistra italiana, della sua incapacità a comunicare, della sua deresponsabilizzazione patologica, del suo narcisismo laschiano conclamato, del suo desiderio di morte, della sua fame saturnina.

Con questa lettera, Spinelli accetta ciò a cui aveva rinunciato: ossia di diventare parlamentare europea in caso fosse stata eletta. Dopo aver fatto una lunga campagna elettorale spiegando il senso delle candidature (che abbiamo accettato di chiamare testimoniali per essere buoni e dovevamo chiamare civetta per essere precisi), il 26 maggio – all’indomani del risultato del 4,03% -, mentre Marco Furfaro (di estrazione Sel) e Eleonora Forenza (di estrazione Rifondazione) festeggiavano il loro secondo posto dietro Spinelli e quindi la loro elezione a Bruxelles, Spinelli apriva il telefono della doccia fredda e urticante, insinuando che invece no, contrordine compagni, forse era meglio che andasse lei. Il resto è la cronaca di quindici giorni deliranti. Va, non va, esclude Furfaro, esclude Forenza, ci sarà una lotteria fra i due, ci sarà una consultazione alla base, ci sarà una discussione… Così alla fine questo rimuginio psicotico ieri ha prodotto la lettera. Una comunicazione che mescola la peggiore retorica della società civile con la peggiore retorica da comitato di partito e che è arrivata dopo poche ore che si era svolta a Roma l’Assemblea Nazionale dei comitati della lista, assemblea alla quale Barbara Spinelli non si era manifestata né in carne né in voce, e la cui discussione era stata ovviamente molto focalizzata anche sulla vicenda Spinelli va-non-va, e dalla torre chi viene spinto giù Forenza-o-Furfaro. Assemblea che, sottolineamolo, aveva anche chiaramente espresso la volontà di far sì che questa decisione così delicata passasse per un dibattito allargato, un processo di decisione minimamente democratico. E invece, la lettera; in cui la risposta debita a chi era rimasto allibito da questa marcia indietro si limita a poche righe, queste:

So che molti sono delusi: il pro­po­sito espresso all’inizio di non andare al Par­la­mento euro­peo sarebbe disat­teso, e que­sto equi­var­rebbe a una sorta di tra­di­mento. Non sento tut­ta­via di aver tra­dito una pro­messa. I patti si per­fe­zio­nano per volontà di almeno due parti e gli elet­tori il patto non l’hanno accet­tato, accor­dan­domi oltre 78.000 pre­fe­renze. Mi sono resa conto, il giorno in cui abbiamo cono­sciuto i risul­tati, che sono vera­mente molti coloro che mi hanno scelto nep­pure sapendo quel che avevo annun­ciato: anche loro si sen­ti­reb­bero tra­diti se non tenessi conto della loro volontà.
Inol­tre, come garante della Lista, ho il dovere di pro­teg­gerla: le logi­che di parte non pos­sono com­pro­met­terne la natura ori­gi­na­ria. Pro­prio le divi­sioni iden­ti­ta­rie che si sono create sul mio nome mi indu­cono a pen­sare che la mia pre­senza a Bru­xel­les garan­ti­rebbe al meglio la voca­zione, che va asso­lu­ta­mente sal­va­guar­data, del pro­getto – inclu­sivo, sopra le parti – che si sta costruendo.
Per quanto riguarda la scelta che sono chia­mata uffi­cial­mente a com­piere, annun­cio che essa sarà in favore del Col­le­gio Cen­tro: è il mio col­le­gio natu­rale, la mia città è Roma. È qui che ho rice­vuto il mag­gior numero di voti. A Sud non ero capo­li­sta ma seconda dopo Ermanno Rea, e da molti ver­rei per­ce­pita come «para­ca­du­tata» dall’alto. Mi assumo l’intera respon­sa­bi­lità di quest’opzione, che mi pare la più giu­sta, nella piena con­sa­pe­vo­lezza dei prezzi e dei sacri­fici che essa comporterà.

Ora, chiunque abbia conoscenza del dietro le quinte, sa che la filigrana di tutto questo, il non-detto, riguarda i rapporti tra Sel e Rifondazione, tra chi vuole andare col GUE e chi vuole dialogare con il PSE, i vecchi rancori tra compagni, gli sciocchi regolamenti di conti tra chi seguì il progetto fallimentare di Rivoluzione Civile con Ingroia e gli altri militanti, ma di questo che per me è un mondo mefitico di retropensieri che non esiste, non voglio discutere. Perché invece io voglio stare al detto, e leggendo la lettera, chiunque abbia un minimo di logica, riesce a vedere la surrealtà di questo comunicato. A partire dall’affermazione “i patti si perfezionano per volontà di almeno due parti e gli elettori il patto non l’hanno accettato, accordandomi oltre 78.000 preferenze”.

Dunque: tu dichiari più volte che la tua candidatura è solo testimoniale e che quindi sei una portatrice d’acqua e che quindi quei voti serviranno per qualcun altro (“Abbiamo voluto dar voce, con la nostra presenza attiva in campagna, ai tanti «invisibili» e alle tante competenze della lista Altra Europa con Tsipras. Non per ultimo, mandiamo un preciso messaggio agli elettori: scegliendo le nostre persone, e sapendo che non abbiamo un passato partitico, avranno la garanzia che voteranno per il carattere veramente unitario del progetto”, Spinelli dixit) e quando gli elettori, tipo un sacco di gente che conosco, tipo anch’io, si convincono obtorto collo di questa tua strategia elettorale, tu non solo cambi le regole di un patto che tu sola hai imposto e le cambi ex-post, ma dichiari che siamo stati in due a volerle modificare?

Buona parte di quelle 78.000 preferenze, proprio alla luce di quello che avevi dichiarato (“Ci si domanderà a questo punto perché votare capilista come Moni Ovadia o Barbara Spinelli. Rispondo che vale la pena votarli, perché l’impegno di tutti e due noi continuerà anche dopo l’elezione. Sia Moni che io vigileremo su quel che faranno i candidati della lista per cui ci siamo battuti, nella legislatura che comincerà dopo il 25 maggio.”, sempre Spinelli dixit), ti sono state date per rivestire un ruolo di garanzia e di vigilanza. Non per fare come cazzo ti pare.

Risultano quindi ancora più assurde le righe in cui Spinelli scrive “Come garante della Lista ho il dovere di proteggerla”. Perché il risultato di questa protezione sarà chiaramente l’implosione. Perché questa protezione è stata esercitata con un fare da padrini se non da lenoni da parte dei garanti. La pressione perché Spinelli andasse a Bruxelles non è solo venuta dalla base (quale?) come afferma Spinelli o dalla lettera quanto mai inopportuna di Tsipras, ma dagli altri garanti stessi (da Luciano Gallino a Marco Revelli) che di fatto si sono trasformati da figure super-partes a piccoli oligarchi. Del resto, ce lo si poteva aspettare, Quis custodiet ipsos custodes?, recitava certo Giovenale e gli faceva eco Alan Moore (nell’epigrafe di Watchmen), che come il poeta satirico latino conosce bene le miserie dell’animo umano, soprattutto quando si erge a paladino della giustizia. Questi watchmen, questi garanti, si sono dimostrati alla luce dei fatti un dispositivo farraginoso, autocontradditorio e terribile dal punto di vista del funzionamento democratico, tanto che il paragone con i garanti-padroni Grillo & Casaleggio va a favore di questi ultimi. Spiace dirlo, spiace essere così duri conoscendo le biografie politiche di Guido Viale, di Marco Revelli, di Luciano Gallino, di Barbara Spinelli stessa (noi, che non l’abbiamo voluta ridurre a “figlia di Altiero”), ma proprio riconoscendo questo valore aggiunto, si resta allibiti e furibondi di fronte a questo metodo politico.

Giorni fa rileggevo Uomo invisibile di Ralph Ellison, tradotto proprio da un giovanissimo Luciano Gallino cinquant’anni fa. Gli vorrei rimettere davanti quelle pagine su cui avrà evidentemente sudato non poco da giovane. Perché l’impressione che mi hanno lasciato è simile – questo comitato direttivo autoproclamato si è comportato come il direttore Bledsoe e i suoi compari: fingono di voler aiutare il protagonista del libro, di volerlo sostenere negli studi e nel lavoro, ma in realtà le lettere di raccomandazione che gli riscrivono sono un tragico bluff. Quando “Uomo invisibile” ne aprirà una di queste lettere, sgranerà gli occhi; tutte le lettere dicono in realtà ai destinatari l’opposto di quello che si pensava: ‘Fingete di accogliere questo ragazzo, fingete di poterlo e volerlo aiutare, in verità questo ragazzo non deve avere un’altra possibilità’.

Il messaggio dei garanti ha avuto lo stesso senso: a essere delusi sono (e spero che questo sia ben chiaro ai garanti) soprattutto quelli di una generazione, non anagrafica ma politica, differente. I ventenni/trentenni/quarantenni, coloro che sono stati esclusi tanto dal welfare quanto dalla rappresentanza politica. E che consideravano il voto – almeno il voto – un possibile minuscolo strumento di restituzione di questa rappresentanza. Una generazione che pensava finalmente che Furfaro e Forenza fossero l’espressione di una possibile, rinnovata, minima unità progettuale, a sinistra. E non un pacchetto Sel + Prc. Due candidati eletti secondo nessuna logica Cencelli, ma a partire dal riconoscimento di un lavoro ormai decennale sul campo. E invece Spinelli persino questo patto generazione informale ha voluto rompere: scegliendo in maniera anti-salomonica tra i due chi sacrificare. Giù dalla torre Furfaro, a cui viene dedicata nella lettera una riga che ha il sapore del saluto di un boia.

Ma persino in quest’atto si può scorgere la cupio dissolvi. La decisione di Spinelli ricorda, e qui l’evidenza del disastro si può fare ancora più palmare, quella della Scelta di Sophie, il film di Alan Pakula del 1982. Sophie, messa di fronte in un lager alla scelta di militari nazisti di chi far sopravvivere tra i due figli, opta per quello apparentemente più debole. Perderà ovviamente entrambi.
Anche in questo caso, la logica di questa opzione è folle e autodistruttiva. Slavoj Žižek analizza questo film e mette in guardia dalla falsa alternativa della scelta. È evidente che un’opzione del genere è da rifiutare in sé, va rispedita al mittente; il prezzo da pagare è – altrimenti – la distruzione di tutti e tre (madre e figli). Fuor di metafora, chi voterà un accrocchio come Tsipras la prossima volta? O ancora, chi si sbatterà a fare campagna elettorale, a raccogliere le firme? O anche: chi voterà Sel o Rifondazione? O persino, chi voterà a sinistra? O infine, chi voterà? Se il mio voto dev’essere così strumentalizzato, preferisco non votare. Persino Matteo Renzi con i suoi modi spicci giganteggia di fronte a questo pastrocchio. Persino il Movimento Cinquestelle con il suo concetto di rappresentanza preso in prestito da qualche popolo di Star Trek risulta più affidabile.

Ed ecco alla fine di questo sfogo, resta solo l’amarezza. Siamo cresciuti nel Novecento, nel secolo del pensiero critico, e non possiamo rimuovere il lato umano. Per questo dico: mi dispiace molto, umanamente. Quando leggo, nella penultima riga della lettera di Spinelli, il suo appello al “pro­se­gui­mento di una bat­ta­glia uni­ta­ria e inclu­siva al mas­simo”, rivolto ai “delusi dalla pre­sente demo­cra­zia rap­pre­sen­ta­tiva”, mi sale alla bocca un ghigno, è un gesto quasi involontario. Il contagio di psicosi. Perché capisco che non è una questione di sgarbi tra vecchi compagni. Ma un problema di verità. La percezione di un dato reale, un’intelligenza di tipo empatico, sentimentale che manca totalmente a questa sinistra. In bocca al lupo a chi, nonostante tutto questo, sceglierà di vivere veramente invece di sopravvivere come uno zombie.

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Il pensiero politico di Obama https://minimaetmoralia.it/politica/il-pensiero-politico-di-obama/ https://minimaetmoralia.it/politica/il-pensiero-politico-di-obama/#comments Wed, 15 Jul 2009 07:28:21 +0000 http://minimaetmoralia.wordpress.com/?p=272 A oltre sei mesi dall’insediamento di Barack Obama alla Casa Bianca, vorrei tirar fuori un commento che scrissi a caldo per Lo straniero (n. 102-103, dicembre 2008-gennaio 2009) sulla sua vittoria elettorale di novembre 2008, e sulla campagna elettorale che ha portato alla sua elezione. Perché? Perché credo che, anche a distanza di tempo, bisogna […]

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A oltre sei mesi dall’insediamento di Barack Obama alla Casa Bianca, vorrei tirar fuori un commento che scrissi a caldo per Lo straniero (n. 102-103, dicembre 2008-gennaio 2009) sulla sua vittoria elettorale di novembre 2008, e sulla campagna elettorale che ha portato alla sua elezione. Perché? Perché credo che, anche a distanza di tempo, bisogna avere il coraggio di ribadire ciò che si è scritto a caldo, azzardando una presa di posizione. Ma non è solo per questo. Obama è una meteora che ha scombussolato le sinistre occidentali, rigenerando parte del nostro discorso e facendo proprie (nel senso che le ha letteralmente portate alla Casa Bianca) parole e idee che fino a pochi anni fa si sentivano solo in cortei e assemblee minoritarie (o in carbornari seminari universitari). The times they are a-changin’, cantava Dylan… Tuttavia, nonostante il fascino della sua escalation politica, in molti rimangono sospettosi, titubanti, pronti alle prime critiche. Obama ci è o ci fa? Questa la domanda, neanche tanto sottaciuta, che attraversa le scosse sinistre. Detto in altri termini: cosa cova sotto le parole; e – soprattutto – i buoni discorsi hanno il potere di cambiare il corso degli eventi? Come è evidente, queste sono domande cruciali che trascendono la figura e il ruolo dello stesso Obama. E allora?


Per dirla tutta, e senza facili entusiasmi, io penso che Obama sia più “a sinistra” (lo so che l’espressione è logora, e rischia di non dire molto, ma in questo caso serve a capirsi in fretta) del suo governo e di buona parte del suo partito. E che, proprio per questo, nel rapporto tra il dire e il fare probabilmente riuscirà a realizzare meno del 10% di quanto afferma. In parte sarà bloccato dalla sua stessa maggioranza e dalle lobby filo-democratiche; in parte sarà lui stesso tentato di alzare il piede dall’acceleratore. Ma la rottura rimane. La novità culturale, enorme, è tutta lì, e non è affatto una cortina fumogena. Da una parte c’è il fascino di Obama, dall’altra l’azione politica del presidente Obama. Ma nel mezzo si discute ancora molto poco del pensiero politico dell’intellettuale Obama. Ed è un peccato, perché analizzando nel dettaglio i suoi scritti e le sue idee vi si scorge non solo un mucchio di idee interessanti, ma anche un rigore, una coerenza, un linguaggio che rimandano alla migliore tradizione democratico-radicale americana. La radicalità di Obama non è semplicemente nel fatto di essere il primo afromericano alla Casa Bianca (per vie traverse ci erano già stati Colin Powell e Condoleezza Rice…). Ma nel fatto che, per la prima volta, un presidente americano sostiene a chiare lettere che il libro che ha cambiato per sempre la sua vita, determinando in buona parte ciò che è diventato, è
Uomo invisibile di Ralph Ellison.

Michael Walzer ha sostenuto che la maggior novità della campagna elettorale di Obama è stata nella sua organizzazione. Un’organizzazione di base, articolata su tutto il territorio nazionale, da Stato a Stato, da comunità a comunità, che ha fatto leva su un largo uso di volontari: un movimento del genere, informale e non istituzionalizzato, non lo si vedeva da quarant’anni, “dai tempi della guerra in Vietnam”. Quanto invece alle posizioni politiche assunte da Obama in campagna elettorale, Walzer ha spesso ripetuto che Obama è un centrista. È un liberal, certo, ha condotto una battaglia serrata contro le lobby e le corporazioni di Washington (anche quelle interne al proprio partito), ma non si è poi dimostrato tanto socialdemocratico. Tuttavia è probabile che la crisi economica nazionale e internazionale (e la necessità di superare la dipendenza dal petrolio) lo spingano ad attuare un nuovo New Deal e – nel farlo – a scontrarsi con la grande industria, con la finanza, con il Pentagono e con i conservatori che vedono nella spesa pubblica il “male assoluto”, da posizioni radicali.

Non possiamo sapere cosa farà Obama nei primi anni alla Casa Bianca. Però per capire un po’ di più delle sue idee possiamo leggere i suoi libri. Non tanto le sue biografie e la sua autobiografia, quanto quelli che raccolgono i suoi discorsi. In particolare due libri: la raccolta Yes we can. Il nuovo sogno americano (pubblicata da Donzelli a gennaio del 2008 e contenente in gran parte i discorsi pronunciati nei primi mesi subito dopo la candidatura, prima che le votazioni per le primarie avessero inizio, e ripubblicata ora con il titolo La promessa americana e l’aggiunta di nuovi interventi) e Sulla razza (l’oramai celebre discorso di Philadelphia sulla questione razziale, pubblicato in Italia da Rizzoli).

Sono discorsi lucidi e acuti, in larghi tratti appassionanti (ed era da molto tempo che l’oratoria politica occidentale non riusciva a essere appassionante). Dimostrano tutta la capacità retorica di Obama e lasciano anche dedurre che tale carisma – unito alla crisi del bushismo – sia stato la prima molla ad alimentare quella militanza dal basso che ha colpito Walzer. Eppure, per una volta, vorrei soffermarmi non sulle strutture retoriche dei discorsi di Obama, né sul suo fascino pop per come questo è stato percepito dai media europei. Vorrei soffermarmi su alcune delle idee contenute nei due libri, perché a prima vista appaiono non solo liberal, come dice Walzer, ma – direi – molto più a sinistra. Tanto per incominciare, più a sinistra di quelle espresse dalla gran parte degli esponenti del Partito Democratico in Italia. Certo, questi discorsi non esauriscono il pensiero politico di Obama né tanto meno spiegano le complesse modalità della sua vittoria. Costituiscono però, nell’insieme, uno dei centri nevralgici della sua personalità politica.

La prima cosa che salta agli occhi è che Barack Obama crede in ciò che dice. Quando parla di divisioni razziali, di fabbriche che chiudono, di scuole fatiscenti, di soldati mandati a morire inutilmente in Iraq, del rapporto tra politica e religione, della necessità di farla finita con la pratica della tortura, non sta parlando a vanvera per conquistare l’uditorio. Non suona falso, non gioca alla politica di Palazzo, evoca l’esistenza di un movimento dal basso, e articola un dialogo con i militanti di base (e poi con tutti i cittadini e le cittadine) che oltrepassa il momento strettamente elettorale. Il suo pensiero lascia intravedere una robusta ossatura morale e, in alcuni passaggi, religiosa. E per quanto poi nella parte della proposta politica questi discorsi possano alle volte spostarsi verso il centro – come ha rilevato Walzer – insistendo su due parole-chiave, “change” e “unity”, quella indignazione di fondo verso le ingiustizie, verso tutte le forme di disuguaglianza sociale, rimane molto forte. Non solo è forte: è anche qualcosa che riusciamo a percepire al di là dei confini nazionali statunitensi.

In secondo luogo non è vero, come tutta la pubblicistica italiana ha sottolineato, che la forza di Barack Obama è nell’aver tagliato i ponti con il passato, nell’essersi posto come un candidato post-politico o, addirittura, post-etnico. In tutti i suoi discorsi si fa sempre riferimento al debito (che non potrà mai essere saldato) con le generazioni passate, con tutte le esperienze politiche che hanno provato a costruire un’America migliore (e, sia detto per inciso, la stessa esortazione Yes we can riprende uno slogan dei braccianti messicani auto-organizzati della California).

Questo aspetto, peraltro, trascende i due libri citati. In tutti i discorsi più importanti degli ultimi due anni – l’annuncio della propria candidatura a Springfield nel febbraio del 2007, il discorso tenuto alla Convention di agosto 2008, quello della notte della vittoria, il 4 novembre – Obama ha citato Martin Luther King e il movimento dei diritti civili come pietra di paragone della propria azione politica. Anzi, un punto fermo dei suoi discorsi è che non solo vanno realizzati fino in fondo tutti i diritti civili (un processo, questo, di cui la sua elezione costituisce un compimento) ma vanno estesi, e in molti casi disseppelliti, i diritti sociali ed economici di cui le minoranze sono ancora prive. E qui, su questo versante, la segregazione razziale si fa ancora sentire, accumula ancora rancori e sofferenze, tanto che Obama a proposito delle tante vittime nere dell’uragano Katrina è arrivato a dire: “Martin Luther King non ci ha portati in cima alla montagna perché lasciassimo che una terribile tempesta spazzasse via quelli rimasti bloccati a valle.

Molti commentatori hanno sostenuto che il nero Obama è riuscito a vincere perché in fondo non è un discendente degli schiavi africani: è “solo” il figlio di un immigrato dal Kenya e di un’americana bianca del Kansas. Ma su questo punto la risposta di Obama è stata netta. Da una parte ha sostenuto che la sua famiglia racchiude al suo interno tutte le possibili gamme di un arcobaleno multiculturale (e che, per essere precisi, quando è nato da una bianca e da un nero negli Usa del 1961, la segregazione non era ancora stata sconfitta). Dall’altra ha più volte ribadito: “Sono sposato con un’americana nera nelle cui vene scorre il sangue di schiavi e proprietari di schiavi, un’eredità che abbiamo trasmesso alle nostre due amate figlie.” Ma quello che più conta è che Obama ha più volte ribadito di essere afroamericano perché parte della comunità afroamericana di Chicago, all’interno della quale si è formato politicamente.

Nel celebre discorso Sulla razza, Obama parte da una frase di Faulkner (“Il passato non è morto e sepolto. In realtà, non è neppure passato.”) per analizzare come la segregazione razziale abbia prodotto una forbice economica che, negli ultimi anni, anziché restringersi non ha fatto altro che allargarsi. Tuttavia la forza del suo discorso (nella piena tradizione del movimento dei diritti civili) è nel volersi rivolgere allo stesso tempo ai neri, ai bianchi e agli ispanici. E soprattutto: ai proletari neri, ai proletari bianchi – nonostante che poi, a conti fatti, siano quelli su cui ha fatto meno presa – e ai proletari ispanici. Ai primi, perché (come il reverendo Wright da cui ha preso le distanze) non si facciano risucchiare dalla rabbia e dal “retaggio della sconfitta”, ma siano, in prima persona, autonomi attori del proprio cambiamento. Ai secondi perché capiscano che “il vero problema non è che qualcuno con una pelle diversa possa rubarti il lavoro, ma che a rubartelo sia l’azienda per cui lavori, per trasferirlo all’estero, solo per aumentare il profitto.” Ai terzi, perché con il loro ingresso nel mercato del lavoro la situazione si è ulteriormente complicata. Insomma, è ancora possibile realizzare il credo di We shall overcome mettendo al centro delle proprie attenzioni (morali, politiche, intellettuali) l’ingiustizia sociale, il cuore di ogni problema, e provando a realizzare un fronte multiculturale e multirazziale per superarla in tutte le sue manifestazioni. Partendo da dove? Dalla miglior scuola possibile per tutti i bambini e per tutti i ragazzi, da una sanità estesa a tutti, dalla difesa dei diritti dei lavoratori, dalla creazione di spazi d’azione sociale e politica non segregati, non reciprocamente segregati, come sono invece le chiese e le parrocchie ogni domenica mattina. E, soprattutto, dalla redistribuzione della ricchezza. Sarò rozzo, ma a me questa non pare glamour post-politico. Mi sembra piuttosto di intravedere il meglio della nostra tradizione socialista.

L’idea che vorrei suggerire è che i testi di Obama costituiscono il primo banco di prova attraverso cui giudicare il concreto operato del presidente Barack Obama. Non occorre venerare nuovi leader. Piuttosto dobbiamo impegnarci ad analizzare il bagaglio di idee che condividono (e che noi stessi percepiamo come condivisibile) e vagliare la loro messa in pratica. Forse il presidente Obama non ce la farà, ma i discorsi e gli scritti del giovane intellettuale di Chicago passato alla politica possono essere un contributo, anche da noi, su questioni cruciali. Prima fra tutte: la questione razziale nell’Italia berlusconiana, e la necessità prioritaria di organizzare un nostro movimento dei diritti civili che sconfigga le nuove forme di segregazione nelle scuole, negli ospedali, nelle fabbriche, nei campi, nei servizi. Nelle istituzioni occupate da forze razziste e xenofobe.

Il suo discorso più bello Obama lo ha pronunciato il 4 marzo del 2007 a Selma, in Alabama, per commemorare il 42° anniversario della Marcia per i diritti civili. È contenuto nella raccolta donzelliana e abbiamo deciso di ripubblicarlo su questo numero di “Lo straniero”. In quell’occasione ha detto di sentirsi di appartenere alla “generazione di Giosuè” davanti a tanti appartenenti alla “generazione di Mosè” che sono usciti dalla schiavitù d’Egitto, si sono inoltrati nel deserto e sono arrivati alla soglia della terra promessa. È evidente, nella costruzione del discorso, l’assonanza con la retorica battista. Ma il punto su cui Obama insiste è che manca ancora un ultimo tratto di strada da fare: “Mosè disse alla generazione di Giosuè: ‘Non dimenticate da dove venite.’ Talvolta ho il timore che la generazione di Giosuè, presa dal successo, dimentichi da dove viene, creda di non dover fare così tanti sacrifici.” Ci sono ancora molti diritti economici da conquistare, c’è un paese da ricostruire dopo la catastrofe dei neoconservatori, c’è un nuovo modello di sviluppo da inventare. Ma soprattutto bisogna mettere al centro – qui Obama sembra citare direttamente King – i propri obblighi, il dovere morale del proprio agire verso un nuovo Esodo: perché l’unico modo che abbiamo per portare a compimento l’Esodo è iniziare ogni giorno un nuovo Esodo. Bisogna partire da sé, lavorare sodo, operare una seria autocritica quando serve: “Tutto ciò dipende da noi. Dobbiamo trasmetterlo alla prossima generazione. Insomma voglio dire che il movimento per i diritti civili non è stato solo una lotta contro l’oppressore, è stato anche una lotta contro l’oppressore che è in ciascuno di noi.”

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