Ramones Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/ramones/ un blog di approfondimento culturale Fri, 11 Dec 2015 23:01:29 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Ramones Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/ramones/ 32 32 Musica celestiale: intervista a Rick Moody https://minimaetmoralia.it/interviste/musica-celestiale-intervista-a-rick-moody/ https://minimaetmoralia.it/interviste/musica-celestiale-intervista-a-rick-moody/#comments Sat, 12 Dec 2015 06:30:59 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29353 Non è un mistero che l'autore di Cercasi batterista, chiamare Alice, Tempesta di ghiaccio e Rosso americano sia un grande cultore della materia musicale, un autorevole critico, nonché un musicista con tre dischi all'attivo con la sua band The Wingdale Community Singers.

Mentre negli Stati Uniti esce il nuovo romanzo, Hotels Of North America, Bompiani pubblica Musica celestiale, corposa raccolta degli articoli musicali di Rick Moody: si tratta di articoli nell'accezione più dilatata e divagante del termine che, per dirla con l'autore, “si prefiggono di illustrare tutto ciò che nella musica cantata e in quella strumentale è in grado di sopraffare il sottoscritto”.

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Non è un mistero che l’autore di Cercasi batterista, chiamare Alice, Tempesta di ghiaccio e Rosso americano sia un grande cultore della materia musicale, un autorevole critico, nonché un musicista con tre dischi all’attivo con la sua band The Wingdale Community Singers.

Mentre negli Stati Uniti esce il nuovo romanzo, Hotels Of North America, Bompiani pubblica Musica celestiale, corposa raccolta degli articoli musicali di Rick Moody: si tratta di articoli nell’accezione più dilatata e divagante del termine che, per dirla con l’autore, “si prefiggono di illustrare tutto ciò che nella musica cantata e in quella strumentale è in grado di sopraffare il sottoscritto”.

Scrivere di musica sembra essere un’attività compulsiva per te…

Compulsivo suggerirebbe qualcosa che si fa in modo automatico, non deliberato, come se io non avessi altra scelta, mentre la verità è che si tratta di qualcosa che faccio perché mi dà un’enorme gioia. Ho iniziato a scrivere di musica a causa della mia grande passione e, tranne rarissimi casi, ad accendere la scintilla che mi fa decidere di scrivere un pezzo è sempre l’entusiasmo per una canzone o un disco. Forse sembra compulsivo, mi rendo conto, perché mi capita fin troppo di frequente. Ma se capita così spesso è perché, semplicemente, io amo la musica.

Ascoltare musica è un’avventura?

Sì, è un’avventura perché quando ascolto musica non so mai dove sto andando, e questa è una cosa buona, spesso mi sento davvero un esploratore. Un esempio: quando ho sentito “Armed Forces” di Elvis Costello, nel 1978, stavo ascoltando principalmente cose prog rock, o meglio classic rock con un vago sapore prog. L’ascolto di “Green Shirt” da “Armed Forces”, però, ha cambiato tutto. Voglio dire, avevo già ascoltato “Never Mind The Bollocks” dei Sex Pistols e “77” dei Talking Heads, ma “Armed Forces” è stato il disco che mi ha fulminato e poi mandato a caccia di tutte le altre cose che ho ascoltato dopo, Television, Patti Smith, Ramones, Wire, The Fall, Pere Ubu, e così via. E quelle cose, a loro volta, mi hanno portato in altre direzioni.

Ciò che rende la musica incredibile, analizzando retrospettivamente i propri ascolti, sono le improvvise e spesso inaspettate prospettive che si aprono semplicemente seguendo le proprie inclinazioni. Al punto in cui mi trovo ora, c’è spazio soprattutto per musica strumentale e sperimentale, ma non sarei arrivato qui senza l’ascolto di “Green Shirt”.

Pensi che la ricerca di musica celestiale sia un obbligo morale?

Non esattamente, anche se ci sono degli aspetti morali da considerare quando si ha a che fare con l’arte. La musica, la letteratura, la pittura, il cinema, la danza, l’architettura, la fotografia sono il modo con cui impariamo a conoscere la coscienza umana. La musica celestiale del titolo suggerisce che qualcosa di sublime, in un modo o nell’altro, si muove, transita. E il sublime, espresso in musica o in altre forme artistiche, rende la vita un’esperienza migliore. Non sei obbligato a perseguirlo, ma se lo fai, con tutta probabilità, senti di aver impiegato il tuo tempo al meglio.

Puoi spiegare il tuo concetto di brutto in musica?

Non mi piace il country contemporaneo, che va molto nelle radio americane, soprattutto perché amo il country genuino di gente come George Jones, Waylon Jennings, Willie Nelson e, andando più indietro, la Carter Family. Questa nuova merda country, il più delle volte, non è altro che propaganda repubblicana. Sono parecchio resistente anche al cosiddetto smooth jazz. E molti tipi di elettronica mi fanno sentire peggio che sul lettino del dentista.

Un esempio? Skrillex. È un tipo di musica in nessun modo accettabile per me. Può capitare però che dentro una musica che non mi piace trovi col tempo qualcosa di buono. Mi è successo coi Grateful Dead, per esempio. Il punto è che se l’ascolto è un’avventura, come suggerivi prima, allora non ha senso irrigidirsi sulle proprie opinioni. Anzi, è bello ogni tanto cambiare parere.

Senti di avere una maggiore libertà quando scrivi di musica rispetto a quando scrivi fiction?

Il più delle volte scrivo di musica in modo poco tradizionale. Cerco di focalizzarmi sulla musica da una diversa angolazione, offrendo un mio punto di vista, ma in un certo senso faccio la stessa cosa quando scrivo fiction. Alla base ci sono impulsi identici. “Make It New!”, per dirla con i modernisti.

Su Musica celestiale scopriamo che il più bel concerto della tua vita è durato appena quarantacinque minuti, con sole cinque canzoni in scaletta. Sul palco c’erano i Lounge Lizards di John Lurie, era un concerto pomeridiano e forse nessun altro lo ritiene un concerto memorabile, tranne te. Non servono tre ore di show e un sacco di bis perché un concerto sia indimenticabile.

No. Anche i concerti punk alla fine degli anni Settanta erano molto brevi e spesso fortissimi. Nei primi anni Ottanta ho visto un concerto di Elvis Costello e degli Squeeze: mi piacque un casino e il tutto non durò più di un’ora e mezza, intendo entrambi i concerti insieme. Ho visto una breve esibizione dei Soul Coughing in un negozio di dischi all’epoca del loro primo tour e ricordo che fu grande. Un paio d’anni fa ho visto Mark Mulcahy cantare ad una festa di Natale, due chitarre acustiche e voce, durò non più di mezz’ora ma fu estremamente potente.

Incontri ogni tanto John Lurie?

Sì, siamo amici. E’ una persona che ammiro molto, è un uomo forte, generoso, intelligente, ed è stato uno dei grandi musicisti del nostro tempo. Mi piacerebbe vederlo più attivo, ma è stato piuttosto male (Lurie soffre della malattia di Lyme, nda) e credo non possa più suonare il suo sassofono. In compenso dipinge. Dovresti vedere i suoi quadri, è un fottuto pittore!

Credi che Musica celestiale sia un libro appetibile anche per chi non ama o non conosce Meredith Monk, Wilco, Magnetic Fields, Pogues e tutti gli altri musicisti di cui parli?

Beh, il pezzo sui Pogues, per esempio, è soprattutto un pezzo sulla musica irlandese in generale, e sulla malattia mentale negli artisti di origini irlandesi. I Pogues sono il pretesto per parlare del concetto di deterioramento nella musica irlandese e non solo. È anche vero, però, che mio padre, che ha ottant’anni, non è riuscito ad apprezzare il libro, troppo specifico per lui. “Musica celestiale” parla della musica degli ultimi quarant’anni, forse con meno enfasi riguardo quella degli ultimi cinque anni. Ecco, chi è interessato soltanto alla musica degli ultimi cinque anni, forse è meglio che si rivolga altrove.

Tre anni fa mi avevi detto che la tua top five di tutti i tempi era questa: “A Love Supreme” di John Coltrane, “Dub Housing” dei Pere Ubu, “Anthology Of American Folk Music”, “Dolmen Music” di Meredith Monk, “Music For Airports” di Brian Eno”.

Era una cinquina superlativa! Ma eccotene un’altra: “Blue” di Joni Mitchell, “Blood On The Tracks” di Bob Dylan, “Live In London And Paris” di Otis Redding, “Cosmic Tones For Mental Therapy” di Sun Ra e “Heroes Of The Blues: The Very Best Of Skip James”.

C’è stata una musica in particolare che ti ha aiutato nella scrittura del tuo nuovo romanzo, Hotels Of North America?

Beh, dando un’occhiata agli ascolti più frequenti su iTunes, pare che l’album che recentemente ho ascoltato di più sia stato “Lux” di Brian Eno.

Ma ho ascoltato molto anche “The Trackless Woods” di Iris DeMent, un grande disco, e sto ascoltando tuttora parecchio “I Dream A Highway” di Gillian Welch. Anche il nuovo album degli Yo La Tengo è davvero buono, credo ci scriverò qualcosa prima possibile.

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Tutto il resto è punk https://minimaetmoralia.it/musica/richard-hell-punk/ https://minimaetmoralia.it/musica/richard-hell-punk/#comments Mon, 10 Jun 2013 13:39:32 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14597 Questo pezzo è uscito sul numero di maggio di XL - la Repubblica.

“Exploitation?” La domanda in realtà è retorica, ed è la risposta che mi dà Richard Hell quando lo interrogo sulle ragioni di così tanto punk in città in questi e nei prossimi mesi. La città dove siamo e di cui parliamo è New York City, e lo “sfruttamento” a cui allude Hell riguarda il punk. Qui musei, biblioteche e vari spazi più o meno istituzionali sembrano fare a gara nel trovare l’evento più irriverente da proporre alla gente, mentre le librerie dedicano sempre più spazi a imponenti libri che, trattando il punk come fosse mitologia greca, raccontano per immagini e testimonianze più o meno dirette le varianti della storia. Un punk risorto, si direbbe. O forse soltanto un modo, a distanza di decenni dai tempi in cui si andava al CBGB’s ad ascoltare i Ramones e Richard Hell, pogare e sputare, per cavarci fuori qualcosa di utile.

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Questo pezzo è uscito sul numero di maggio di XL – la Repubblica.

“Exploitation?” La domanda in realtà è retorica, ed è la risposta che mi dà Richard Hell quando lo interrogo sulle ragioni di così tanto punk in città in questi e nei prossimi mesi. La città dove siamo e di cui parliamo è New York City, e lo “sfruttamento” a cui allude Hell riguarda il punk. Qui musei, biblioteche e vari spazi più o meno istituzionali sembrano fare a gara nel trovare l’evento più irriverente da proporre alla gente, mentre le librerie dedicano sempre più spazi a imponenti libri che, trattando il punk come fosse mitologia greca, raccontano per immagini e testimonianze più o meno dirette le varianti della storia. Un punk risorto, si direbbe. O forse soltanto un modo, a distanza di decenni dai tempi in cui si andava al CBGB’s ad ascoltare i Ramones e Richard Hell, pogare e sputare, per cavarci fuori qualcosa di utile.

L’ultimo e tra i più attesi eventi di questa stagione è una mostra imponente e molto cool al MET, il Metropolitan Museum of Art di New York: PUNK: Chaos to Couture (dal 9 maggio al 14 agosto). Per avere un parametro della mondanità dell’evento, basta dire che a precederlo, la sera del 6 maggio, è un (decisamente poco punk) gala di beneficenza con testimonial l’attrice Rooney Mara, la giornalista di Vogue e socialite newyorkese Lauren Santo Domingo, lo stilista Riccardo Tisci e la regina della moda Anna Wintour. Indubbiamente più “couture” che “chaos”, anche se la mostra al MET è solo uno di una lunga infilata di eventi che ultimamente sembrano avere come obiettivo quello di trasformare la città in una sorta di parco a tema punk. Piacevole per certi versi, vagamente inquietante per altri.

Sono a New York da un paio di mesi e ho già presenziato, nell’ordine: 1. a un concerto sinfonico per bambini con Patti Smith a fare da voce narrante al Lincoln Center e a un suo mini live per l’inaugurazione della sede estiva del MOMA PS1 a Rockaway Beach; 2. alla proiezione di Punking Out, raro documentario del 1978 sul CBGB’s e la scena punk newyorkese, e a un incontro dibattito con Debbie Harry e Chris Stein dei Blondie e il giornalista Will Hermes (autore del bel libro sulla scena musicale newyorkese di metà anni settanta Love Goes to Buildings on Fire: Five Years in New York That Changed Music Forever, Faber & Faber), alla New York Public Library for the Performing Arts sempre al Lincoln Center; 3. a tre presentazioni, una con party annesso dentro uno degli edifici della New York University, dell’affascinante autobiografia di Richard Hell I Dreamed I Was a Very Clean Tramp(Ecco/HarperCollins).

Sempre in questi due mesi ho comprato e letto, insieme al libro di Hell, i bei volumi illustrati The Best of Punk Magazine curato da John Holstrom (It Books), Punk: An Aesthetic a cura di Johan Kugelberg e con scritti di Jon Savage, William Gibson e Linder Sterling (Rizzoli New York) e Punk Press: Rebel Rock in the Underground Press 1968-1980 di Vincent Bernière e Mariel Primois (Harry N. Abrams). Non sono una punk e nemmeno una nostalgica, solo consumo il meglio di quello che mi offre la piazza.

Per una sintesi perfetta dell’attitudine punk, del resto, è sufficiente ascoltare uno scambio di battute tra Debbie Harry e Will Hermes seduti davanti a una foto scattata a un certo punto degli anni settanta da Christ Stein. Nella foto Debbie Harry è con Joan Jett. Hermes le chiede: “Dove l’hai presa la maglietta che hai nella foto?” E Debbie Harry: “Al supermercato, mi pare”. Ecco, questo era il punk.

E se i migliori (e più glamour) della scena le magliette le compravano al supermercato, fa sorridere l’idea che il MET oggi dedichi una delle sue mostre di punta al punk, spiegando alle masse come una moda nata proprio per non essere alla moda sia stata copiata da stilisti, grandi case di moda e parrucchieri per trasformarla in qualcosa d’altro, di elegante, di estremamente costoso. Evoluzione indubbiamente vera (accadeva già in tempo reale in Inghilterra con i Sex Pistols, Malcolm McLaren e Vivienne Westwood in una piccola boutique di King Road ora riprodotta in scala all’interno del MET) testimoniata oggi e in questi ultimi quarant’anni dalle collezioni di John Galliano, Alexander McQueen, Katherine Hamnett o Moschino.

Scrive Hell nella sua autobiografia parlando di vestiti e tagli di capelli: “Era una cosa che dovevi farti da solo, e con cui esibivi il tuo essere libero dalla proprietà, e anche dall’eleganza”. Per essere liberi dell’eleganza i punk si strappavano i vestiti e si tagliavano i capelli da soli, ignari che il DIY (Do It Yourself, ovvero “fai da te”) sarebbe diventato anch’esso una moda. Detto con altre parole, e non alludendo solo alla moda, puoi provare a controllare il tuo di futuro (o deciderne di non averne) ma non puoi prevedere il futuro degli altri.

A proposito del “no future”, slogan che salta fuori ogni volta che si parla di punk, è illuminante Hell nel suo libro lì dove spiega che non c’è niente di nichilista, suicida o pessimista nel dire e nel pensare che il punk o il rock and roll non abbiano futuro. Dice: “È l’adolescenza a non avere futuro, e il rock and roll è la musica dell’adolescenza”. Ovvero, non puoi essere adolescente per tutta la vita, e quando cresci è anche il caso che molli. Ancora Hell, in un’intervista rilasciata a Lester Bangs nel 1977, esagerando per schivare gli stereotipi già all’epoca ampiamente abusati: “Una cosa che ho cercato di restituire al rock and roll è la consapevolezza che sei tu che inventi te stesso. È per questo che ho cambiato nome, che mi sono inventato look, taglio di capelli e tutto il resto. Perché è normale che se inventi te stesso, poi ti ami. L’idea di inventare te stesso consiste nel creare la tua immagine più ideale. E quindi è una cosa totalmente positiva”. In quella stessa intervista Hell riuscì a dire che alla fine anche il “blank”, lo spazio vuoto della sua canzone Blank Generation, era positivo. “È una riga che puoi riempire come ti pare. È una cosa positiva. L’idea è che puoi scegliere di fare di te tutto quello che vuoi, sei tu a riempire lo spazio vuoto”. Oggi dice che il ragionamento è verosimile, ma che era anche una forzatura dettata dal non volere essere trasformato da Bangs in simbolo di anti-vita. Di sicuro c’è che il punk, quantomeno come moda, è tutt’altro che morto.

Nel sito dell’autorevole e leggendaria rivista Punk (creata da John Holmstrom, Ged Dunn e Legs McNeil nel 1975, sdoganando al mondo il termine “punk rock” inventato pochi anni prima dai giornalisti di Creem), per esempio, si vendono portachiavi. Uno esibisce la scritta “Watch Out! Punk Is Coming!!” (Stai attento! Il punk sta arrivando!!), alludendo a un improbabile futuro di cui è poco chiaro quale scena musicale potrà mai farne parte.  A casa di Hell, in testa a una piccola pila di cd, svetta il primo album dei Libertines. Quel disco ha più di dieci anni, ma verrebbe da dire che a oggi resta una delle cose più punk di questo nuovo millennio.

La scorsa estate sempre a New York, ad anticipare il gran rispolvero che sarebbe avvenuto quest’anno, il CBGB’s (meglio: quel che ne resta, ovvero il logo) ha provato a riesumarsi da sé organizzando un grande festival. Quattro giorni in cui in vari locali downtown hanno suonato più di trecento band e in un paio di cinema hanno proiettato il meglio dei documentari sulla scena punk e non solo. Di quel festival ho visto qualche live e molti buoni film, ma l’unica cosa di cui ho memoria è un furgone fast-food posteggiato davanti a uno dei cinema che ospitava il festival. Sul furgone la scritta “Marky Ramone’s Brooklyn’s Own Marinara Pasta Sauce” (sugo per pasta alla marinara di Marky Ramone, Brooklyn), e in bella vista decine di barattoli di salsa di pomodoro con disegnato sull’etichetta nera, a mo’ di logo dei Ramones, Marky che suona la batteria. Una cosa così non la dimentichi. E poi però ci ripensi e dici: già, ma anche questo è punk.

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