rappresentanza Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/rappresentanza/ un blog di approfondimento culturale Mon, 13 May 2013 05:08:30 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg rappresentanza Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/rappresentanza/ 32 32 La sinistra non ha bisogno di un leader ma di un popolo https://minimaetmoralia.it/interventi/la-sinistra-non-ha-bisogno-di-un-leader-ma-di-un-popolo/ https://minimaetmoralia.it/interventi/la-sinistra-non-ha-bisogno-di-un-leader-ma-di-un-popolo/#comments Fri, 10 May 2013 20:22:40 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14319 di Christian Raimo E così si terranno a Roma, in pratica in contemporanea, due incontri annunciati come decisivi – almeno a breve termine – per la politica di sinistra in Italia. Da una parte l’assemblea nazionale del Pd che dovrebbe trovare un bandolo nella matassa di fili elettrici con quale ha rischiato di rimanere fulminata […]

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di Christian Raimo

E così si terranno a Roma, in pratica in contemporanea, due incontri annunciati come decisivi – almeno a breve termine – per la politica di sinistra in Italia. Da una parte l’assemblea nazionale del Pd che dovrebbe trovare un bandolo nella matassa di fili elettrici con quale ha rischiato di rimanere fulminata negli ultimi due mesi (un percorso di seppuku composto da elezioni nonvinte – débâcle Marini-Prodi – governo di larghe intese) e la prima uscita di quel cantiere di cui un Vendola, orfano dell’alleanza col Pd, ha invocato la necessità, battezzandolo “La cosa giusta”.

C’è per fortuna un certo strano fermento a sinistra, soprattutto tra quei milioni di persone che hanno pensato, come dire, di votare per un programma di cambiamento e si ritrovano con Capezzone e La Russa alleati di governo: c’era quasi da sperare in una sconfitta. È vero che questo fermento alle volte sembra un tremolio di un agonizzante tenuto in vita dai farmaci, ma per altri versi è vero che non si può non rendere merito a quel minimo ottimismo della volontà che porta persone quali Stefano Rodotà, per esempio, o Fabrizio Barca, o Pippo Civati o Walter Tocci o Laura Puppato o varie teste pensanti di Sel, in queste settimane, a tenere il punto sulla possibilità di uno schieramento alternativo a questo Pd diventato senza colpo ferire quell’idea di partito dove all’improvviso un Francesco Boccia è un portavoce rappresentativo.

Vari di questi ottimisti li ho incontrati qualche giorno fa alla sede della casa editrice Laterza, che aveva organizzato (come spesso e meritoriamente fa) un seminario a partire dal famoso documento di Barca, Un partito nuovo per il buon governo, e dal libro di Pietro Ignazi, Forza senza legittimità, ispiratore ideale a detta di Barca di quello stesso documento. È stata una discussione lunga (ore 17-20) articolata, interessante. Si sono di fatto condivise molte delle analisi di Barca che ha trovato in questa formula – “partito palestra” – la concezione di un partito non autoreferenziale (spaccato tra correnti etc…), non parassitario nei confronti della macchina statale (anzi addirittura “sfidante”) e capace di fare tesoro della vitalità della politica dal basso (dal terzo settore a gli amministratori locali…).

La formula sintetica per questa trasformazione Barca l’ha definita più volte nel corso del suo intervento “mobilitazione cognitiva”, termine che nel suo documento spiega così: «La mobilitazione cognitiva come superamento della tensione fra tecnocrazia e democrazia. La mobilitazione cognitiva, realizzata sulla base dei convincimenti generali che caratterizzano la “cultura” del partito, si articola in due fasi. Consiste prima di tutto nel raccogliere, confrontare, selezionare, aggregare e talora produrre conoscenza sul “che fare” dell’azione di governo attraverso un confronto pubblico, informato, acceso, aperto e ragionevole, nei luoghi del territorio, fra iscritti, simpatizzanti e “altri” singoli o membri di associazioni, genuinamente indipendenti».

L’idea di politica che si evidenzia dal documento di Barca, come dalla sua introduzione al seminario Laterza, è quella di trovare finalmente un metodo per poter rinnovare un processo democratico interrotto, per affrontare insomma insieme la questione della governance e quella del deficit di rappresentanza. E quest’ultima ben ce la abbiamo presente come piaga assoluta della vita politica italiana della Seconda Repubblica, dominata da partiti azienda, governi tecnici, leaderismi, leggi elettorali emetiche. In questo senso le parole di Barca sembrano convincenti. Lo sono, anzi. Ma – come lui stesso lamentava – lo sembrano e lo sono nel metodo, meno nel merito. E questo per due ragioni che provo a spiegare. La prima è che accanto alla gigantesca questione del deficit di rappresentanza, c’è un’altra ineludibile questione politica, che è quella del deficit di uguaglianza. O meglio della mancata percezione di questo deficit. In modo per me incredibile da anni chi fa politica a sinistra non coglie più l’uguaglianza come un valore prioritario, imprescindibile, e al tempo stesso non sa riconoscere le sperequazioni sociali.

Quella grande immagine evocata da Marx nel Manifesto del partito comunista di una storia dominata dalla polarità tra oppressori e oppressi, oggi sembra un mosaico antico da non spolverare se non in qualche occasione nostalgica, un testo storico da interpretare assolutamente inutilizzato come chiave del presente. La differenza tra classi, pare, non sia più un problema perché non viene percepita. E se non c’è coscienza di classe, figuriamoci come possiamo pensare che ci sia lotta, conflitto, in nome di un principio di uguaglianza.
Questa parola “uguaglianza” ricorre solo una volta e mezzo nel documento di Barca, alla fine – nelle chiose – come a chiarire in cauda che è vero sì tutta questa necessità di trasformazione della struttura del partito certo va urgentemente compiuta proprio perché la crisi ha accentuato le disuguaglianze, ma che questa constatazione non è vissuta con l’urgenza di chi sta dalla parte delle vittime, evidentemente.

La sensazione di una disuguaglianza di classe feroce invece è schiacciante per chiunque viva in Italia, mistificata nel frame di asimmetrie (la questione generazionale, casta contro cittadini, precari contro tutelati, centro contro periferia, Nord/Sud…) che nascondono (mimano al massimo) la questione di analisi di classe e la rendono in definitiva assente.
[Faccio un esempio magari demenziale, ma a me utile: quando voglio capire dov’è questa benedetta linea che separa una classe dall’altra, la penso così: c’è una parte di italiani che va dal dentista e una parte che non può permetterselo: guardo le persone che mi stanno intorno e capisco con chi ho a che fare].

E soprattutto questa opacizzazione, questa sparizione della rappresentazione della società come divisa in classi, se ci pensiamo, è il vero “discorso di destra”: tanto per il berlusconismo che pensa l’Italia fondamentalmente come una società che si regge sul collante dell’abusivismo, di un reaganismo in formato paesanissimo, tanto per il grillismo. Anche Grillo, notiamolo, non può fare a meno di riconoscere un mondo diviso davanti ai suoi occhi, ma avendo buttato a mare qualunque capacità di analisi marxista, evoca come soluzione un feticcio del valore dell’uguaglianza: quell’uno vale uno, che sembra uno slogan orwelliano uscito male. Eppure quanta cattiva efficacia.

Del resto che il Movimento Cinque Stelle abbia incarnato in questo passaggio, consapevolmente o meno, la sordina alla rivolta sociale, è un’idea che hanno espresso in maniera articolata e persuasiva i Wu Ming un paio di mesi orsono (leggi). A rileggerlo alla luce della situazione non immediatamente post-elettorale, quel post sembra una profezia avveratasi troppo in fretta e troppo bene. (Debitore dell’analisi di Wu Ming l’altra sera alla Laterza era anche il senatore della sinistra Pd Tocci, che malinconicamente alzava le braccia, come avvinto malgré soi dal pessimismo della ragione). È così insomma per raggranellare il consenso di un quarto del Paese, il Movimento Cinque Stelle si è inventato questi due feticci: quell’uno-vale-uno come feticcio che evoca l’uguaglianza, e la Rete (con le sue parlamentarie e le sue quirinarie) come feticcio che evoca la rappresentanza. Il risultato è che oggi di queste due questioni politiche urgentissime ne abbiamo delle versioni parodiche.

In più in Italia è avvenuto un altro processo, innavertito e singolare. Ci pensavo qualche giorno fa leggendo un anomalissimo articolo di Žižek (uscito in inglese sul New Statesman, tradotto in italiano da Internazionale, consultabile qui: http://www.controlacrisi.org/notizia/Politica/2013/4/18/32814-il-semplice-coraggio-della-scelta-un-tributo-da-sinistra/). Il filosofo sloveno faceva un paradossale peana alla Thatcher perché aveva saputo incarnare le doti di un Comandante: «Dopo che gli specialisti (economisti ed esperti militari, psicologi, meteorologi) propongono le loro analisi, qualcuno deve assumersi la responsabilità più semplice e proprio per questa ragione più difficile, quella di convertire questa complessa moltitudine in un semplice sì o no». Abbozzando un bilancio della stagioni di movimenti del 2011-12 (dalle primavere arabe a Occupy), Žižek finiva con l’invocare – dopo questi mesi di rivoluzioni, partecipazione dal basso, democrazia diretta – «l’avvento di una Thatcher della sinistra: un leader che ripeta i comportamenti della Thatcher nella direzione opposta, trasformando l’intero campo di presupposti condivisi dall’elite politica odierna di tutti i principali orientamenti». Non capisco se è un mito che ho poco adorato, ma sotto mentite spoglie ecco riemergere l’ennesima versione di un partito leninista ancora più ristretto. Perché, mi chiedevo, Žižek dopo essere stato uno dei teorici di riferimento di questi anni di rivoluzioni e mobilitazioni adesso chiede questo redde rationem? Cosa solo spinge a quest’accelerazione autoritaria?

Una domanda simile me la facevo l’altro giorno leggendo del dibattito interno al Pd, perché un simile anelito mi sembrava sia oggi espresso da molti: la mania che si trovi il prima possibile una leadership convincente. Qualunque, pure Letta e il suo governo acchiappachiunque, pure Renzi con le sue comparsate da Maria De Filippi, pure Renzi più giovani turchi, pure Barca in connessione chimerica con Renzi, o Barca da solo… Santo cielo, è un desiderio rispettabile certo, verrebbe da dire se si fosse d’accordo con Žižek, ma se almeno in Italia ci fosse stata una rivoluzione. Però: se persino i referendum sull’acqua e il nucleare pare abbiano avuto la gloria effimera di una hit dell’estate per una parte consistente (tutta? quasi tutta?) della sinistra parlamentare, se le persino quel pallido tentativo di partecipazione democratica delle primarie ha rappresentato un rito del tutto sterile, perché oggi dobbiamo evocare una leadership? Che cosa dovrebbe canalizzare questa leadership? Il vuoto?

Questo che chiamerei “leninismo senza rivoluzione” oscura a sua volta due dei problemi decisivi che rimangono irrisolti per un partito di sinistra che voglia avere un futuro…

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[L’immagine d’apertura è di Gabriele Frongia, che ringraziamo per la disponibilità]

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Matite copiative https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/matite-copiative/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/matite-copiative/#comments Mon, 25 Jul 2011 09:29:23 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4821 Pubblichiamo di seguito un intervento di Stefano Laffi, autore e ricercatore sociale, uscito sull’ultimo numero della rivista Gli Asini (quest’anno insignita del premio Lo Straniero nella sezione riviste). Laffi fa una riflessione sul ruolo che hanno avuto i giovani nella vita politica e sociale degli ultimi mesi, sulle azioni, di cui si sono effettivamente resi protagonisti, nel tentativo di cambiare una realtà e una democrazia che non garantisce loro alcuna prospettiva e alcun futuro.

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Pubblichiamo di seguito un intervento di Stefano Laffi, autore e ricercatore sociale presso l’Agenzia Codici di Milano, uscito sull’ultimo numero della rivista Gli Asini (quest’anno insignita del premio Lo Straniero nella sezione riviste). Laffi fa una riflessione sul ruolo che hanno avuto i giovani nella vita politica e sociale degli ultimi mesi, sulle azioni, di cui si sono effettivamente resi protagonisti, nel tentativo di cambiare una realtà e una democrazia che non garantisce loro alcuna prospettiva e alcun futuro.

di Stefano Laffi

Dall’altra sponda del Mediterraneo sono scesi in piazza e hanno sovvertito regimi, con una rapidità e un’assenza di violenza mai immaginata e prevista dai nostri osservatori adulti ed esperti, da chi guardava quei paesi con la supponenza di vivere in democrazia, quindi in teoria più libero e più rappresentato da chi lo governa. In Spagna hanno invaso le strade per gridare lo scandalo di aver vent’anni e nulla in mano e nessuna prospettiva dopo, per nulla rappresentati dalla propria democrazia, occupata da una classe politica indifferente alle loro sorti. Da noi non va meglio, Gli asini è una rivista nata anche per questo, rendere giustizia nella riflessione e nella proposta di cambiamento di una realtà che non dà ai giovani le opportunità che meritano. Non va meglio perché il regime di esclusione, repressione e manipolazione della voce dei giovani è più pesante di quanto non si creda. Chiamati in causa solo per la retorica politica della fuga dei cervelli o per quella commerciale dei talent show, sono invece inascoltati o pesantemente zittiti quando chiedono semplicemente una scuola e un’università non depauperate, una cultura libera, un mondo del lavoro che si accorga che qualcuno deve ancora entrarci.
Sono fin troppo bravi i ragazzi. Di botte ne avevano già prese a dicembre, quando avevano provato – inventandosi modi nuovi e non violenti di manifestare – a dire la propria opinione sulla riforma Gelmini in via di approvazione. Ma come può essere che l’università fa i questionari di gradimento agli studenti di ogni singolo corso per misurarne la soddisfazione, mentre la loro voce di dissenso è ignorata quando il ministro cambia tutta l’università? Non ci si sente presi in giro?
Ma questo è un paese dove se per strada a vent’anni dici con tono di voce normale “fai ridere” a un candidato politico ti avvicinano due poliziotti in borghese per identificarti come fossi un criminale (a Milano, youtube per vedere). Così è capitato che alle due ultime “customer satisfaction” della nostra democrazia rappresentativa – le elezioni amministrative e i referendum – i giovani (che vengono interpellati solo per rispondere a questionari) si siano fatti di nuovo sentire. Perché il loro voto è stato determinante a cambiare le cose, laddove sono cambiate, perché loro come e più di chi appartiene ad altre fasce di età hanno voluto che le città avessero nuovi sindaci, l’acqua fosse un bene pubblico e il nucleare non fosse l’ennesimo nuova ombra sul loro futuro. Mentre nel mondo tutto diventa colore, digitale e touch screen e i giovani crescono in questa nuova cultura materiale, la nostra stanca democrazia ha messo in scena il rito del voto, con fogli giganteschi di pessima carta e matite copiative, ormai anche quelle made in china. E i giovani ci sono stati, hanno messo da parte per un attimo i loro display, le loro tastiere, i loro spray, i loro microfoni, i loro cursori sui mixer perché hanno capito che a questo giro servivano le nostre matite copiative, per dire basta. Ma prima di venire ai seggi e ossequiare il voto – nessuno come un ventenne è tanto serio, scrupoloso, preciso con le schede e le urne, parola di presidente di seggio – le tastiere e i microfoni li hanno usati abbondantemente: mai come in queste elezioni la loro musica è stata così schierata, così capace di parlare, di regalare il piacere di cambiare, e mai come in queste elezioni le tecnologie hanno mostrato il loro volto migliore, far da passaparola per organizzare mobilitazioni, per irridere la tribuna politica quando questa si faceva ridicola e per strada non potevi parlare, per dare accesso ai contenuti politici laddove la vecchia televisione si censurava da sola. Le tecnologie di oggi, che la destra proprio non ha capito, sono amate dai ragazzi perché sono l’unico luogo in cui la storia è sceneggiata da loro, è commentata o trasformata dalle loro parole e dalle loro immagini, quasi una vendetta contro la realtà delle istituzioni e della vita pubblica, in ostaggio degli adulti, dei vecchi, dei potenti.
Quella realtà, quelle istituzioni e quella vita pubblica sono state negli ultimi anni davvero misere, patetiche, umilianti. Se scorressimo in rapida successione le prime pagine dei giornali di questi anni ci renderemmo conto di quello che a dosi giornaliere omeopatiche forse si sente di meno, la pena di doversi specchiare in un paese governato per interessi personali, da persone senza dignità. Quando in questi anni la politica ha provato a coinvolgere i giovani nel massimo slancio di generosità ha parlato di partecipazione, ha creato i consigli comunali dei ragazzi, i forum giovanili, le quote under 30 o 40 di alcune posizioni. La sensazione è che poco sia cambiato, che non basti e che alcuni di quegli inviti a partecipare fossero cooptazioni, modi per inibire la formazione di dissenso. Oggi abbiamo capito che i giovani non vogliono partecipare di più, vogliono proprio cambiare. E che noi abbiamo bisogno di loro come non mai, se questo paese non ci piace.

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