Raymond Queneau Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/raymond-queneau/ un blog di approfondimento culturale Mon, 02 Nov 2020 18:46:48 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Raymond Queneau Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/raymond-queneau/ 32 32 “Cosa pensavi di fare?” di Carlo Mazza Galanti https://minimaetmoralia.it/cultura/cosa-sarebbe-successo-se-cosa-pensavi-di-fare-di-carlo-mazza-galanti/ https://minimaetmoralia.it/cultura/cosa-sarebbe-successo-se-cosa-pensavi-di-fare-di-carlo-mazza-galanti/#respond Tue, 03 Nov 2020 13:00:16 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=44480 Il critico e traduttore Carlo Mazza Galanti trova nella forma del romanzo a bivi la chiave perfetta per illustrare lo stato di incertezza per chi oggi ha tra i trenta e i quarant'anni

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Uno degli esercizi più divertenti, ma spesso esasperanti, che si può fare giocando con le scelte grandi o piccole della nostra vita è quello del “what if”, il “cosa sarebbe successo se”, per immaginare quelle che sarebbero potute essere strade diverse per la nostra esistenza. Questo tipo di ragionamento ha assunto anche una forma narrativa ben precisa, quella del del libro-game, che ha un passato di autori e scuole letterarie illustri (l’OuLiPo per esempio con il racconto di Raymond Queneau Un racconto a mondo vostro), ma anche un vero e proprio mercato vivo con testi soprattutto degli anni Ottanta (come testimoniano popolati gruppi di compravendita su Facebook). Si tratta di una forma di narrazione in cui l’autore sottopone al lettore delle scelte su come proseguire la storia, un romanzo a bivi dove il bandolo della narrazione è padroneggiato dal lettore (per quanto in realtà sia l’autore a disegnare le varie strade e quindi a limitare nell’universo del possibile le scelte da prendere). È chiaro come quindi alla base di questa narrazione ci sia un’ontologica incertezza in quanto neanche a chi crea il libro e la storia è concesso di guidarla e più sono le scelte e i bivi tra cui si trova a scegliere il lettore e più sono le possibilità di ramificazione della vicenda.

Il critico e traduttore Carlo Mazza Galanti trova in questa forma particolare la chiave perfetta per illustrare lo stato di incertezza per chi oggi ha tra i trenta e i quarant’anni (chi «ha avuto la sventura di essere giovane negli ultimi vent’anni») e si trova in una condizione di precariato ben difficile da superare. Il libro riesce a muoversi con grande naturalezza tra la tragedia esistenziale e l’ironia del tono, come già le citazioni in esergo a ogni sezione del libro fanno presagire, tra Jack London e Friederich Hegel (rispettivamente «Dovevo impararlo un po’ più tardi purtroppo, che l’ebrezza intellettuale procura anch’essa un amaro futuro» e «L’uomo non è altro che la serie della sua azioni») ed Elsa Fornero («Non bisogna mai essere troppo choosy») per la parte di romanzo dedicata al lavoro, Dennis Robertson, Alfred Jarry e Frabrizio Corona per la parte sull’amore e Philip K. Dick, Mario Soldati e Mark Zuckerberg per quella più generale sulla vita.

Cosa pensavi di fare? Romanzo a bivi per umanisti sul lastrico, edito da Il Saggiatore, si muove appunto attorno a questi tre macroaspetti dell’esistenza. La prima parte è dedicata alle scelte universitarie: «hai diciannove anni e un vago riflesso edipico, una fragile coscienza politica, un insensibile moto generazionale ti spingono a pensare che no, non hai nessuna voglia di entrare nel ciclo produttivo del “capitalismo occidentale”. Il tuo posto sarà quello di uno spettatore, ma non uno spettatore passivo: uno spettatore critico, attivo, molto loquace. Diciamo pure un intellettuale». A questo punto si apre per il lettore la prima scelta del libro, tra l’iscrizione a filosofia a quella a medicina, anche accogliendo le insistenti pressioni famigliari, ed è strano, leggendo queste pagine e ritornando sul proprio percorso, accorgersi di come una scelta così rapida sia decisiva per molto del proseguimento della vita. Da lì si parte o per una carriera accademica vista come un miraggio e conquistabile solo a costo di inchini, sopportazioni e lontananza dall’Italia oppure la storia si chiude subito con l’accettazione di anni di studio di medicina per recuperare dopo la laurea il tempo perduto. Il fatto che la vicenda dell’“intellettuale” sia quella che dura di più e offre più strade rispecchia da un lato l’esperienza dell’autore, ma dall’altro è anche il modo per parlare del «bracciantato culturale», dell’importanza del «retaggio culturale» e della disponibilità economica che seleziona in maniera netta le scelte per il futuro. Perché ciò che il libro di Mazza Galanti fa, ed è forse l’aspetto più importante di questo lavoro, è indagare non solo una delle possibili strade che si aprono o si sono aperte a un’intera generazione, ma è un tentativo di esplorarle tutte giocando con la letteratura, studiando così le forme del lavoro culturale, ma anche dell’instabilità degli affetti e la difficoltà di mantenerli quando tutto intorno sembra crollare un pezzo alla volta e in maniera inesorabile.

Nella parte dedicata alla “vita”, quella che chiude il libro, la storia assume il carattere di un vero e proprio breve romanzo di formazione, che nasce sui banchi di scuola tra disobbedienza e rispetto per le rette pagate dai genitori e che può arrivare, tra le altre cose, al seminario o alla scelta rurale. Ma in questa parte del libro sono custodite le pagine più drammatiche della narrazione di Mazza Galanti, quelle dedicate agli eventi di Genova del 2001, che assumono anche nella finzione narrativa (ma si tratta davvero di questo? Domanda che risuona continuamente durante la lettura) i contorni di uno spartiacque decisivo. In “Genova”, il primo dei tre capitoli dedicati a questi eventi, dopo l’esperienza di una città che «sembra indossare una maschera antigas», arriva ancora il momento di una scelta all’apparenza neutra, «chiedere asilo alla scuola Diaz, centro di coordinamento del Social Forum con funzione di dormitorio. Oppure uscire definitivamente dalla città, ripartire con l’ultimo treno per Milano, lasciarsi alle spalle questi giorni da incubo». Le due scelte, come è facile intuire, si aprono a due modi assolutamente diversi di proseguire la vita: da una parte il quadrato nero che occupa la scelta “Diaz” e che non ha nessuna nuova scelta da fare, con la fine della storia e del libro, dall’altra la “Fine degli ideali” quel lento e inesorabile sentimento di estraneità dalla società e dall’impegno per essa che sancisce comunque una conclusione amara.

Le scelte sono simboliche, così come i vari momenti di questo libro, ma l’impressione finale è che la scelta del romanzo a bivi sia stata lo strumento migliore per raccontare il disorientamento di un’intera generazione, la discrepanza tra il mondo e le aspettative dei genitori e quello dei figli e quel latente sentimento di trovare un altrove, «di uscire dal mondo», che finisce talvolta per essere l’unico temporaneo rifugio sicuro.

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Un necrologio impossibile per Umberto Eco https://minimaetmoralia.it/ritratti/un-necrologio-impossibile-per-umberto-eco/ https://minimaetmoralia.it/ritratti/un-necrologio-impossibile-per-umberto-eco/#comments Thu, 18 Aug 2016 05:17:01 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30047 Dal nostro archivio, un intervento di Christian Raimo.

È veramente difficile fare un necrologio di Umberto Eco. Probabilmente nella glossa di qualche suo saggio, in qualcuno delle migliaia di articoli che ha sparso in più di sessant'anni di pantagruelica attività intellettuale, ci sarà un piccolo breviario su come scrivere un necrologio, un'analisi della retorica che sottostà ai discorsi che componiamo congedandoci dalle persone che ci sono state care.

Essere orfani di Eco vuol dire anche questo: rendersi conto che in un qualche modo siamo stati non solo formati dalla sua intelligenza, ma che siamo stati e siamo ancora parlati da lui. Molte delle categorie che usiamo (vedi: apocalittici e integrati), dei concetti che ci sono familiari (lo stesso termine fenomenologia è stato da lui sdoganato, a partire dal famoso saggio su Mike Bongiorno), e anche delle abitudini che abbiamo nell'approcciarci a un testo come lettori o come scrittori (che poi, grazie a lui, abbiamo capito sono due cose molto simili) sono state definite dalla sua capacità d'investigare quel mondo in cui viviamo, che altro non è che, lo ammetterà ormai chiunque abbia uno smartphone in mano, una foresta di segni.

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Dal nostro archivio, un intervento di Christian Raimo.

È veramente difficile fare un necrologio di Umberto Eco. Probabilmente nella glossa di qualche suo saggio, in qualcuno delle migliaia di articoli che ha sparso in più di sessant’anni di pantagruelica attività intellettuale, ci sarà un piccolo breviario su come scrivere un necrologio, un’analisi della retorica che sottostà ai discorsi che componiamo congedandoci dalle persone che ci sono state care.

Essere orfani di Eco vuol dire anche questo: rendersi conto che in un qualche modo siamo stati non solo formati dalla sua intelligenza, ma che siamo stati e siamo ancora parlati da lui. Molte delle categorie che usiamo (vedi: apocalittici e integrati), dei concetti che ci sono familiari (lo stesso termine fenomenologia è stato da lui sdoganato, a partire dal famoso saggio su Mike Bongiorno), e anche delle abitudini che abbiamo nell’approcciarci a un testo come lettori o come scrittori (che poi, grazie a lui, abbiamo capito sono due cose molto simili) sono state definite dalla sua capacità d’investigare quel mondo in cui viviamo, che altro non è che, lo ammetterà ormai chiunque abbia uno smartphone in mano, una foresta di segni.

Come si scrive un buon necrologio? È la tipica domanda che Eco avrebbe insegnato a farci porre. Perché – come diceva Ludwig Wittgenstein – la filosofia non serve a dare risposte ma a chiarire, a riformulare meglio, le domande. Umberto Eco ha fatto questo, e meravigliosamente, per più sessant’anni: ha riformulato, articolato, sezionato migliaia di questioni in ogni disciplina del sapere, in ogni aspetto del dibattito pubblico, e l’ha fatto con una chiarezza paradigmatica.

Cosa accade quando leggiamo? Cosa ci convince e cosa no di un certo messaggio pubblicitario? Cosa ha fatto infatuare gli italiani di personaggi come Mussolini o Berlusconi? A cosa servono gli elenchi? In cosa consiste la traduzione di un testo? Quale è il valore del gioco? Come funziona il meccanismo della comicità? sono il genere di domande abbiamo imparato a rivolgere a noi stessi, provando a fare un po’ nostra la sua prospettiva.

Uno sguardo che non univa semplicemente un’invidiabile intelligenza diagnostica, una determinazione da vero liberale nello schierarsi nel dibattito politico (fino alla recente questione Mondazzoli che toccava le sorti dell’editoria e della sua casa editrice, la Bompiani, di cui era stato condirettore editoriale), un insuperabile nitore argomentativo (rileggete, per esempio, questo articolo del 2013 in cui riassume il proprio percorso filosofico dalla tesi sull’estetica di San Tommaso fino alle recenti polemiche filosofiche, domandandosi di cosa parliamo quando parliamo di realismo) e un’ammirabile inventiva poetica (prendete, oltre i suoi romanzi, la sua versione ad esempio degli Esercizi di stile di Raymond Queneau), ma che costituiva un modello etico di conoscenza: a cavallo di una lunga fase tra novecento e nuovo secolo che ha visto la crisi e la morte delle ideologie e la riviviscenza dei fondamentalismi, la sua radicale laicità ha aspirato sempre a una democrazia che fosse il luogo del conflitto delle interpretazioni e delle identità in trasformazione.

In un articolo di qualche anno fa Stefano Salis provava a farne un ritratto a partire da alcune appellativi: Eco era mandrogno – ossia possedeva quella caratteristica che si attribuisce agli abitanti di Alessandria, sua città natale, per indicare un’astuzia popolare che mischia alla vivacità di ingegno. Ma Eco era anche Dedalus, il soprannome joyciano che si era scelto per firmare i suoi primi interventi politici (qui la sua reazione al famoso articolo di Pier Pasolini sull’aborto) e quelli ludici. E seguendo un libro di Michele Cogo, Fenomenologia di Umberto Eco, Salis trovava in “brillante” un aggettivo che da metà degli anni cinquanta diventò di uso comune per indicare qualcosa di veramente inedito: era “brillante” l’acqua Recoaro nella pubblicità, ma era davvero brillante Umberto Eco nel plasmare un esempio di intellettuale che potesse essere al contempo un modello di didattica e uno scrittore da best-seller planetari.

Si può leggere interamente on line Fenomenologia di Umberto Eco, ed è allora divertente farlo non solo per ricostruire l’evoluzione di quell’infinita mappatura che è stata la sua carriera di studioso, ma anche sua presenza nell’immaginario contemporaneo. Da quando Newsweek gli dedicò una copertina sulla scia del successo del Nome della rosa, battezzandolo “The code breaker” alle storie di Topolino ispirate ai suoi romanzi alle caricature di Tullio Pericoli: i suoi grandi occhiali, la sua barba, la sua pipa, la sua mise giacca cravatta e gilet, la sua aria meditabonda hanno costruito essi stessi un’icona dell’umanità riflessiva, l’immagine di cosa oggi ci aspettiamo dalla figura di un intellettuale.

E se dobbiamo – come ci ha insegnato lui – leggere Eco come un testo, è interessante trovare nel libretto di Cogo le occorrenze degli attributi che già nei primi anni delle sue attività gli erano associati: erudito, enciclopedico, fuori dagli schemi, analitico, spiritoso, frizzante, rigoroso, provocatore, rivoluzionario, apripista, divulgativo. O provare a definire i confini dei suoi interessi a partire dagli argomenti dei convegni ai quali era invitato: architettura, arti visive, storia dell’arte medievale, arte contemporanea, semiotica dell’arte, didattica, bibliofilia, biblioteconomia, cinema, critica letteraria, narratologia, cultura di massa, design, editoria, editoria di settore, estetica medievale, filosofia, fotografia, fumetto, internet, informatica, scuola, univesità, lettetatura, mass-media, politica, psicologia, museologia, religione, studi biblici, storia dei gesuiti, unione europea, mondo islamico, relazioni internazionali, pubblicità, ambiente, etica aziendale, marketing, illuminazione, la donna nella vità pubblica, moda, libertà, musica jazz, paranormale, progettazione del paesaggio, profumi, qualità della vita, storia della medicina, storia di Milano, tossicopendenza, terzo mondo, e anche – per finire – la sua vita privata.

Già, in questa vertigine della lista che è il catalogo degli interessi di Umberto Eco, alla fine manca proprio quel che ora ci servirebbe per compensare la mancanza enorme della sua plenitudo: che cosa vuol dire morire? è la domanda che vorremmo ci ritraducesse, un’altra delle infinite domande che gli si vorrebbe poter continuare a girare.

Nel 2009 Eco scrisse un articolo sulla vicenda di Eluana Englaro. Con la solita limpidezza, enumerava i valori le contraddizioni nelle dichiarazioni di chi con più o meno cautela discettava del destino della ragazza in coma. Ma alla fine compiva un passo laterale, segnando un limite a se stesso, al coraggio davvero instancabile della sua ragione, e scriveva:

Ecco perché, turbato a manifestare la sia pur minima idea sulla morte di Eluana (non sono, maledizione, fatti miei, ma dei genitori che l’hanno amata più di quanto l’abbia amata Berlusconi, che ha sinistramente fantasmato sulle sue mestruazioni) non ho esitazioni a pronunciare la mia opinione circa la mia morte. E all’amore che una morte può incarnare. “Laudato s’ mi Signore, per sora nostra Morte corporale, – da la quale nullu homo vivente po’ skappare: – guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali; – beati quelli ke trovarà ne le Tue sanctissime voluntati, – ka la morte secunda no ‘l farrà male”.

Oltre che un’infinita ammirazione, che quest’amore non ti manchi.

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Perché Márquez, Wallace e McEwan sono finiti a Austin? https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/perche-marquez-wallace-e-mcewan-sono-finiti-a-austin/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/perche-marquez-wallace-e-mcewan-sono-finiti-a-austin/#respond Wed, 04 Nov 2015 13:30:52 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28968 Pubblichiamo un articolo di Riccardo Staglianò apparso su Repubblica e in seguito sul suo blog, ringraziando l'autore e la testata.

di Riccardo Staglianò

Norman Mailer prova a spiegare in una lettera a Bea, la prima delle sue sei ex mogli, che l'essere andato in escandescenze non fa di lui uno psicotico. Ian McEwan disegna la Terra e il sole al figlio William per fargli capire quanto, pur geograficamente lontani, restino emotivamente vicinissimi. David Foster Wallace mette in chiaro con gli studenti le draconiane regole di ingaggio del suo corso di inglese. Ci sono i manoscritti di John Maxwell Coetzee, rilegati da lui medesimo in cartone ondulato. C'è la foto in bianco e nero di tripudio domestico dove Mercedes Barcha bacia sulla guancia, nel giardino di casa, il marito Gabriel García Márquez che ha appena appreso di aver vinto il premio Nobel.

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Pubblichiamo un articolo di Riccardo Staglianò apparso su Repubblica e in seguito sul suo blog, ringraziando l’autore e la testata.

Norman Mailer prova a spiegare in una lettera a Bea, la prima delle sue sei ex mogli, che l’essere andato in escandescenze non fa di lui uno psicotico. Ian McEwan disegna la Terra e il sole al figlio William per fargli capire quanto, pur geograficamente lontani, restino emotivamente vicinissimi. David Foster Wallace mette in chiaro con gli studenti le draconiane regole di ingaggio del suo corso di inglese. Ci sono i manoscritti di John Maxwell Coetzee, rilegati da lui medesimo in cartone ondulato. C’è la foto in bianco e nero di tripudio domestico dove Mercedes Barcha bacia sulla guancia, nel giardino di casa, il marito Gabriel García Márquez che ha appena appreso di aver vinto il premio Nobel.

L’archivio dell’autore di Cent’anni di solitudine è l’ultimo arrivato all’Harry Ransom Center (Hrc) dell’università del Texas ad Austin, un super-caveau delle lettere che cresce come nessun altro al mondo. E che in questi giorni ha dedicato un convegno allo scrittore colombiano invitando Salman Rushdie per un tributo. Ma perché, di tutti i posti, le spoglie cartacee di queste e molte altre superpotenze letterarie finiscono proprio qui? L’università del Texas, nella classifica di Us News&World Report, arriva cinquantaduesima. Eppure l’Hrc ha stracciato i suoi omologhi di Yale e Harvard quanto a forza attrattiva. Che è un po’ come se Messi, invece di giocare nel Barcellona, decidesse di preferirgli l’Empoli. Ci dev’essere un trucco, ma quale?

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Qualche mese fa sono andato a vedere. Il cubo di calcare e vetro, nella cittadella studentesca, assomiglia più a un deposito di lingotti che di libri. Con un centro modaiolo e festival di culto come il South by Southwest Austin ha fatto miracoli nello scrollarsi di dosso i cliché petrolio&pistole dello stato di cui è capitale. L’onda hipster ha però risparmiato questa zona, dove nella pause tra le consultazioni trovi giusto un furgoncino che abbrustolisce costolette di maiale e poco altro. Qui si viene in cerca di cibo per la mente. Entrare è facile. In teoria è un luogo per ricercatori, in pratica basta dimostrare che vi interessate a un certo autore e nessuno farà storie.

Un video preliminare vi dà le istruzioni per l’uso e qualche avvertimento solo all’apparenza banale, tipo non strusciare con i gomiti sopra gli incunaboli (hanno anche una delle ventitré copie complete della Bibbia di Gutenberg, comprata nel ’78 per 2,4 milioni). A quel punto avete accesso alle sale. Un bibliotecario vi mostra come reperire i materiali sui computer. Una volta fatta la selezione (massimo cinque contenitori per volta) entro un quarto d’ora un inserviente vi consegnerà questi parallelepipedi grigio topo pieni di faldoni da consultare su bei tavoli di rovere. Vi mettono anche a disposizione fogli gialli e matite per gli appunti. Una pacchia, a metà strada tra un Luna Park e uno spettacolo per voyeur bibliofili.

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Il centro deve il suo nome a Harry Huntt Ransom, preside dell’università negli anni ’50, che denunciò lo scandaloso scarto tra la povertà dei giacimenti librari rispetto alla ricchezza dello stato. I petrolieri, punti sul vivo, misero mano al portafogli. E l’università, che siede sul Bacino Permiano e possiede quindi i diritti minerari di un certo numero di pozzi, lo autorizzò a usare un po’ di quel denaro per le acquisizioni. All’inizio furono i modernisti britannici, da Beckett a Joyce, con un’intensità tale che il poeta Philip Larkin lanciò l’allarme che se continuava così tutti gli scrittori in lingua inglese sarebbero finiti in America.

Nell’88 nominano direttore Thomas Staley, tanto colto studioso di Joyce quanto una forza della natura nella raccolta fondi. Sotto il suo regno le dotazioni finanziarie passano da un milione di dollari a venticinque. Nella lista dei filantropi da oltre 100 mila dollari figurano i coniugi Jeanne and Michael L. Klein, benedetti dagli idrocarburi, e il finanziere David G. Booth che aveva già stabilito il record di munificenza verso un’università (300 milioni di dollari alla business school di Chicago, poi ribattezzata a suo nome). Il primo colpo grosso di Staley è un tesoretto di materiali joyciani che fa uscire dalla Francia, temendo problemi doganali, nascosti in un furgoncino del pane alla vigilia di Pasqua.

Ci troveranno, tra l’altro, le correzioni a mano del dublinese al primo capitolo di Finnegans Wake, sin lì uno dei principali anelli mancanti. Poi è la volta dell’archivio di Tom Stoppard, Isaac Bashevis Singer, Bernard Malamud, Julian Barnes, Don DeLillo, Norman Mailer, David Foster Wallace, materiali di Graham Greene, J. M. Coetzee, oltre a Borges, Lessing, Queneau, documenti del Watergate (5 milioni), lettere di Steinbeck e via elencando. Il tutto assicurato, già qualche anno fa, per un miliardo di dollari.

Di tutte le attrazioni ospitate all’Hrc la più globalmente magnetica, mi ha spiegato la curatrice Megan Barnard, è l’opus wallaciano: «Nel 2014 seicento ricercatori da tutto il mondo sono venuti a consultare i quarantaquattro scatoloni e otto faldoni, più 321 libri che gli appartenevano e che maniacalmente glossava». Tra le cose meno note, i programmi dei suoi corsi all’università, con i caveat circa la qualità delle opinioni da sviluppare («”Pensavo che la poesia fosse, cioè, ok” non vi porterà molto lontano. Invece qualsiasi cosa sincera, ogni prodotto di una reale attività neurologica va bene»).

Oppure gli elenchi idiosincratici di parole nuove o poco arate in cui si imbatteva e che compilava in nitidi fogli dattiloscritti, da Bremsstrahlung (una particolare radiazione elettromagnetica) a epiclesi (la parte dell’eucarestia in cui è invocato lo Spirito santo). Dà una sensazione ambivalente rovistare tra queste carte. Da una parte l’entusiasmo di avere un osservatorio così intimo nel sistema operativo di un autore idolatrato. Dall’altra la vergogna di sbirciare senza il suo permesso. Pare che Mailer, quando andò a vedere gli scaffali dove la sua corrispondenza sarebbe finita, rispose così: «È senz’altro appropriato. In un modo o nell’altro finiremo tutti in qualche scatola».

Chi apre le casse spesso si imbatte in piccole sorprese, come un mezzo sandwich ormai vetrificato e un calzino spaiato tra gli scartafacci di Singer. Dai materiali di DeLillo si ha la conferma che il titolo di Rumore bianco doveva essere Panasonic e si apprezza quanto fu seccato dall’indisponibilità dell’azienda giapponese a farglielo usare (tra i titoli alternativi anche All Souls e Ultrasonic).

Con il congedo di Staley nel 2013, oggi il capo è Stephen Enniss, che a Washington dirigeva la più grande biblioteca shakesperiana al mondo. Non c’è segreto, dice, solo buoni ingredienti. «Le acquisizioni vengono fatte grazie a un mix di fondi del centro, dell’università e di filantropi privati». Una sottile linea nera, bituminosa, tiene insieme i tre soggetti, ma il direttore sembra ritenere volgare menzionarlo. Ricorda invece «la meritata reputazione di eccellenza nella catalogazione e nella conservazione. E il fatto che si siano già accasati qui autori molto importanti, facilita l’arrivo di altri di pari livello».

Il motivo per cui al cimitero del Père-La Chaise hanno voluto finirci, nei secoli, da Balzac a Jim Morrison. Non c’è modo di estorcergli quale sia il suo frammento preferito. Padre salomonico, si limita a dire che è rimasto molto affascinato dai blocchi di McEwan per Espiazione e un incartamento di racconti con l’etichetta «completi ma abbandonati» («Sono sempre attratto dai manoscritti che un romanziere decide di non pubblicare»). Quanto alle prossime acquisizioni, saranno in linea con «il Dna creativo che lega le attuali». Il pasto marqueziano è stato assai fiero. Ci vorrà tempo per smaltirlo.

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Un curriculum a modo tuo (biografia arborescente di un aspirante intellettuale) https://minimaetmoralia.it/fiction/un-curriculum-a-modo-tuo-biografia-arborescente-di-un-aspirante-intellettuale/ https://minimaetmoralia.it/fiction/un-curriculum-a-modo-tuo-biografia-arborescente-di-un-aspirante-intellettuale/#comments Wed, 29 Apr 2015 05:00:48 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26360 Questo pezzo è stato pubblicato sull'ultimo numero della rivista aut aut dedicato al lavoro intellettuale, curato da Massimiliano Nicoli e Dario Gentili. (Immagine: Monument Valley)

Hai diciannove anni e un vago riflesso edipico, una fragile coscienza politica, un insensibile moto generazionale ti spingono a pensare che no, non hai nessuna voglia di entrare nel ciclo produttivo del “capitalismo occidentale”. La tua posizione è altrove, a margine, leggermente decentrata rispetto al “sistema”. Lo senti: il tuo posto sarà quello di uno spettatore, ma non uno spettatore passivo: uno spettatore critico, attivo, molto loquace. Diciamo pure un intellettuale.

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Questo pezzo è stato pubblicato sull’ultimo numero della rivista aut aut dedicato al lavoro intellettuale, curato da Massimiliano Nicoli e Dario Gentili. (Immagine: Monument Valley)

Non bisogna mai essere troppo choosy

(Elsa Fornero)

L’uomo non è altro che la serie delle sue azioni

(Friedrich Hegel)

Anche in questo caso, il racconto è finito.

(Raymond Queneau)

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Hai diciannove anni e un vago riflesso edipico, una fragile coscienza politica, un insensibile moto generazionale ti spingono a pensare che no, non hai nessuna voglia di entrare nel ciclo produttivo del “capitalismo occidentale”. La tua posizione è altrove, a margine, leggermente decentrata rispetto al “sistema”. Lo senti: il tuo posto sarà quello di uno spettatore, ma non uno spettatore passivo: uno spettatore critico, attivo, molto loquace. Diciamo pure un intellettuale.

 Ti arroghi il diritto di coltivare questo privilegio e ti iscrivi a filosofia pieno di entusiasmo per il futuro che ti aspetta: vai al punto 2.

 Insistenti pressioni famigliari o un travagliato percorso interiore ti convincono che a certe occupazioni è meglio riservare il tempo libero (ti sei imbattuto in una frase di Primo Levi, autore prediletto: “di scrittura non si vive, perciò mi sono iscritto a chimica”). Meglio dedicare le proprie energie allo studio di un mestiere “vero”. Ti iscrivi a medicina e vai al punto 4.

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Sei scaltro, ben consigliato e coperto economicamente da una famiglia che, volente o nolente, è disposta a farsi carico di una carriera accademica che si prospetta lunga e difficile. Accetti la spesa morale per la tua affiliazione alla parrocchia di un potente barone: dopo la laurea consumi tre anni di assistentato volontario prima di vincere il dottorato con borsa che ti è stato promesso. Per il post-doc devi attendere altri quarantotto mesi guadagnando un compenso poco più che simbolico in cambio di sei ore settimanali di tutoraggio e didattica integrativa. Di fronte alla prospettiva di micragnosi assegni di ricerca a singhiozzo valuti l’offerta di una sistemazione più promettente in un campus dell’Iowa.

 Decidi di partire per l’Iowa: vai al punto 3.

 Decidi di perseverare in Italia: vai al punto 5.

3

Negli sconfinati territori del midwest scopri un mondo universitario inedito, efficiente, democratico, meritocratico, abitabile. Tuttavia dopo un paio d’anni ti rendi conto il lavoro è pesante e le gratificazioni della ricerca non sono esattamente quelle che speravi. Ti manca l’Italia, il clima, la lingua, gli amici, la mozzarella. Seduto davanti all’Apple del tuo studio privato lo sguardo vaga distratto nel cerchio di conifere del parco alla ricerca di una soluzione.

 Allo scadere del contratto prendi la decisione sofferta di tornare indietro? Vai al punto 7.

 Meglio la sconsolata routine di un buon lavoro lontano da casa piuttosto che la certezza di un futuro malsano: l’Italia è un posto buono per andarci in vacanza, non per lavorarci (abbastanza cinicamente ripeti questa frase con l’unico amico di Roma che ancora senti, a intervalli sempre più prolungati, su Skype). Continui a sgobbare nel Campus e corri al punto 6 per conoscere il tuo futuro.

4

Gli insegnamenti obbligatori del primo anno ti assorbono completamente: non solo non trovi il tempo di aprire i romanzi e i saggi che ti eri prefisso di leggere ma perfino le uscite serali con gli amici sono diventate un bene di lusso. Impossibile giocare a calcio, impossibile suonare nei Nuovi Vaghi, il tuo gruppo storico del liceo. Impossibile fare qualsiasi cosa che non sia studiare. Uniche distrazioni: un solitario di windows o una partita a scacchi contro il computer come pausa distensiva tra un capitolo di embriologia e gli ingarbugliati schemi preparatori al temibile test di anatomia umana.

 Dopo un anno di studio disperato scegli di fare il passo indietro e tornare a una vita normale, a quella che desideri: socialità e cultura, persone interessanti e cose belle, viaggi, creatività, tempo libero. Cambi facoltà, ti iscrivi a filosofia e torni al punto 2.

 Tieni duro. Pensi a quello che stai facendo come a un necessario investimento sul futuro. Dopo la laurea recupererai il tempo perso, insieme a tutto il resto. Sei un giovane coscienzioso e questa storia non ti riguarda più: il tuo racconto finisce qui.

5

Al sesto anno di precariato post-laurea cominci a portare il pizzetto gentiliano del tuo professore e quando cammini congiungi le mani dietro la schiena in un atteggiamento meditativo-patriarcale che nasconde un principio di prostrazione psichica. A 37 anni sei in vista della promozione sperata ma continui a dividere la casa con un’amica ex compagna di dottorato (primo Wittgenstein), ora commessa di profumeria. La tua famiglia per quanto mediamente benestante non può permettersi di sostenere l’affitto di un appartamento intero per ogni figlio (ce ne sono altri due). Per arrotondare gli stipendiucoli intermittenti hai trovato un lavoro alimentare che preferisci tenere nascosto ai colleghi universitari. A 41 anni diventi ricercatore, prendi in affitto un bilocale dove vivi da solo, abbandoni i lavoretti clandestini e cominci a delegare parti sempre più cospicue delle tue mansioni a dottorandi o laureandi in odore di dottorato. Il tuo sguardo si è illanguidito, presti meno attenzione al tuo aspetto fisico, a come ti vesti, alla tua immagine pubblica, ma hai una discreta reputazione come studioso di Hegel e la tua sciatteria viene interpretata dagli studenti come un sintomo di genialità. Scavalcando gli ostacoli delle successive riforme diventerai associato a 52 anni e aspetterai l’ordinariato senza troppa fretta conducendo una vita apparentemente tranquilla, ormai dimentico delle belle speranze ma ancora capace di goderti i sudati privilegi infliggendo ai subordinati piccole soperchierie, vanagloriose ostentazioni, pignoli e spesso oziosi esercizi di potere. Questa storia per te finisce qui.

6

Ci vuole qualche anno ma alla fine, vedi, le cose si sistemano. O forse sei tu a cambiare, a regolarti, ad abbassare l’asticella misurando la felicità secondo parametri più consoni alla situazione in atto. Incontri una brava ragazza, una collega spagnola: vi sposate, mettete al mondo due pargoli, ogni tanto la sera progettate soluzioni fantasiose per un ritorno in Europa, ma è quasi un gioco, un rituale, un esorcismo. Nessuno dei due ci crede davvero. Il tempo scorre, i figli crescono e prendono in giro il tuo inglese arrotato, ottieni il posto di associate professor: scaricando una ricca spesa nel giardino della tua villetta monofamigliare pensi ai novantamila dollari che ogni anno guadagni tra stipendio e fondi privati di ricerca, capisci che quello di “casa” è un concetto economicamente, prima ancora che culturalmente, specifico. La tua storia finisce qua, tra le siepi di bosso e nella cruda saggezza del pragmatismo.

7

Quando sbarchi a Fiumicino prendi una boccata d’aria a 33 gradi centigradi e prima di farti strada tra la folla degli arrivi internazionali passi al bar per un panino con mozzarella e prosciutto di Parma e un caffé espresso al vetro. Fuori c’è tua sorella che ti accoglie con un sorriso materno. Tua madre è a casa a spadellare per festeggiare il ritorno. Dormirai nella cameretta dove sei cresciuto, fino a nuovo ordine. L’università italiana è una consorteria che non tollera abiure: quella strada ormai è over. La questione che ti si pone adesso è la seguente:

 Hai intenzione di continuare a esercitare un lavoro cosiddetto “culturale”? complimenti! Vai a al punto 8.

 Oppure ti è bastata l’esperienza pregressa e pensi bene di procurarti qualche “competenza” meglio “spendibile” sul “mercato del lavoro” sfruttando nel modo migliore quel che resta della tua gioventù (un brivido di malinconia ti contrae la palpebra al pensiero di una vecchia canzone di Sergio Endrigo)? In questo caso avanza pure senza troppa fretta fino punto 9: come narratore di questa storia ti resta poco da fare, bene o male che sia.

8

Dagli States cercavi di mantenere un contatto a bassa intensità con l’ambiente culturale extra-accademico italiano inviando saltuariamente al manifesto e a riviste di nicchia articoli di divulgazione filosofica sulle ultime frontiere della ricerca americana, tra scienze cognitive e studi culturali. Tutto a titolo gratuito. L’idea è quella di iniziare intensificando le collaborazioni giornalistiche, allargando i contatti con le redazioni grazie a un meticoloso lavoro di social-networking reale e virtuale. Poi qualcosa succederà, quando il tuo nome sarà più accreditato. Cominci a scrivere più spesso, o almeno ci provi. Invii mail articolando proposte ai capiservizio alla cultura di giornali nazionali che rispondono – quando rispondono – con messaggi enigmatici o assurdamente laconici. Dopo descrizione dettagliata di due pezzi alternativi conclusa dalla timida domanda: “Allora ce n’è uno dei due che ti può interessare?” ricevi un “Ok” che corrode dall’interno le tue risorse ermeneutiche. La recensione di un notevole saggio di bioetica proposta a un importante quotidiano viene accolta da “Qualcosa di più allegro?”. Col passare del tempo la comunicazione si fa ancora più sadica e intermittente. Articoli commissionati restano parcheggiati per settimane fino a scomparire nel buio delle redazioni. Alle mail di protesta rispondono i soliti messaggi telegrafici (“Scusa, tagliato pagine”, “Poi recuperiamo. Metto in pagamento”, “Oggi incasinato, chiama domani”). Ma i pagamenti non arrivano, al telefono non risponde nessuno e la tua autostima vacilla.

Nel frattempo cerchi di massimizzare la visibilità dei pezzi pubblicati promuovendoli spudoratamente sui social. Ti pieghi al diktat dell’algoritmo frequentando e commentando e “piaciando” per ricevere in contraccambio espandendoti nella bolla sociale, sublimandoti nell’intelligenza collettiva, buttando al cesso una certa idea di dignità personale che ti eri fatto negli anni ma ormai reputi anacronisticamente borghese, snob e controproducente. Patteggi al ribasso ingoiando piccole umiliazioni da nascondere sotto barattoli di rimedi naturali, pure costosi. Poi cominciano ad arrivare lettere dalle amministrazioni (cartacee, dolenti) dove si annunciano tagli dei compensi ai collaboratori esterni. Infine cadono le prime testate, insieme ai crediti insoluti di chi, come te, non entrerà mai nei registri dei curatori fallimentari.

Ed eccoci qua, sono passati quasi tre anni e né il tuo talento né l’automarketing né l’autosfruttamento hanno dato i risultati sperati: continui a dormire tra le figurine di Italia 90 (Zenga, Schillaci, Valderrama, Ciao), logore ma tenaci sull’eterno truciolato della cameretta. La riserva di denaro accumulato in America cala in maniera lenta ma inesorabile, anche senza la zavorra dell’affitto. Non ti sei ancora pentito di essere tornato ma cominci a tentennare. Fai un esame di coscienza, un consuntivo: un bilancio.

 Decidi che la cultura con i suoi baroni ingessati e capiservizio in fuga se ne può anche andare al diavolo. Sei disposto al compromesso. Non è ancora troppo tardi per seguire il consiglio di Primo Levi. Tutto sommato il punto 9 è quello che fa per te, potevi andarci prima ma meglio tardi che mai.

 Il giornalismo è in crisi per via della conversione digitale, accedere alle redazioni superstiti richiede santi che non hai né mai avrai, ma il vasto mondo dell’editoria non finisce lì: piccola, media, grande. Vitale, come testimoniano le fiere, le presentazioni che intasano la pagina degli eventi su facebook e che frequenti con una certa solerzia, i 164 libri al giorno (domeniche comprese) che vengono pubblicati nella penisola. Vai al punto 10 e vediamo se sei più fortunato.

9

Hai deciso di rispolverare le tue vecchie competenze informatiche. Negli anni novanta ti divertivi a programmare siti internet in html e css collezionando lunghe conversazioni di argomento tecnico sulle prime reti bbs. Ti iscrivi a un corso per web master della regione dove impari a usare i moderni cms e studi i rudimenti di php. Quanto ti senti padrone del codice, metti il curriculum su Monster, LinkedIn e altre piattaforme simili. Vieni chiamato in breve tempo da una società con sede a Frascati che ti affida la customizzazione dei cms per gli utenti finali. Otto/dieci ore al giorno di telelavoro cercando di fare in modo che il box in alto a sinistra della pagina non sfasci il layout grafico di quel particolare sito su quel particolare browser. Guadagni 950 euro al mese, ma almeno sono soldi sicuri. Il problem solving è un esercizio intellettualmente stimolante e la scrittura di una funzione di codice in fondo non è meno creativa di quella di un saggio accademico o della traduzione di un romanzo qualsiasi. Questa storia per te finisce qui, davanti a un caffé fumante, nell’infinita sequenza delle stringhe informatiche.

10

Intanto c’è l’inglese, idioma che mastichi volentieri senza curarti del tuo accento, nasalizzando più del necessario quando alle serate culturali un’artista residente all’American Academy o una lettrice della John Cabot stimolano la tua virilità. Tramite la tua rete di conoscenze ottieni abbastanza facilmente i primi lavori: saggistica e narrativa per 7 euro a cartella (lordi). Hai fatto due conti e capito che per ogni ora di lavoro guadagnerai meno dei raccoglitori subsahariani di pomodori pugliesi su cui un compagno di calcetto ha appena pubblicato un apprezzato reportage narrativo. Però traducendo hai conosciuto un grazioso ufficio stampa, vi siete innamorati e ti sei trasferito nel suo appartamento di 25 metri quadri al quartiere alessandrino dove passi molte ore lavorando e osservando dalla finestra la massiccia monumentalità dell’eponimo acquedotto. Quella solida testimonianza della grandezza imperiale ti aiuta ad attraversare con meno rimorsi le effimere giornate di lavoro sottopagato.

Tra una frase e l’altra posti status sul tradurre e altre varie raggranellando like bastevoli a scansare le tenebre. Intraprendi la redazione di un astioso romanzo sulla tua vita, sul precariato, anzi sul “cognitariato”, con una lunga parentesi ambientata all’estero (Parigi: per non ricalcare troppo letteralmente la realtà). Almeno un paio di tuoi conoscenti hanno ottenuto qualche riscontro scrivendo qualcosa del genere. Ci speri moderatamente. Esci spesso la sera perché non hai orari fissi e devi pur sfogare il tuo bisogno di mondanità. Non ti mancano gli amici, gente come te, addetti alla cultura con redditi imbarazzanti e molti progetti in corso. Bevete birra artigianale, parlate di serie tv americane e di come vanno male le cose in Italia.

 Questa vita in fondo ti piace, ti piace il ritmo lento del lavoro domestico, fare due passi la mattina nel quartiere desolato, tirare tardi la notte fino a quando una consegna imminente non ti obbliga alla chiusa rituale. Qualche intervento a piccoli festival libreschi, qualche tavola rotonda. Chiedere di tanto in tanto un aiuto economico ai genitori non ti pesa. Prosegui l’avventura al punto 11.

 Dopo un periodo di relativa pace maturi un odio inconfessato per quell’ambiente. La scarsità produce noia e conformismo. Sei nervoso. Sei stufo dei soliti discorsi, delle solite persone. Troppa autonomia, troppa libertà, troppa insonnia: vuoi un posto dove rendere conto ogni giorno a qualcuno di qualcosa. Vuoi arrivare a casa la sera logorato e addormentarti alle undici senza neppure la forza di pensare a quello che non va. Avanza fino al punto 12.

11

Il tempo passa a una velocità esasperante, nonostante tutto. Nel giro di tre anni sei passato da 7 a 12 euro a cartella (lordi). Hai due ingiunzioni di pagamento in corso, un editore che ti ha fregato dichiarando fallimento prima di pagarti e un altro – amico tuo – che ha promesso di darti il dovuto appena riuscirà a vendere un castello di famiglia nell’Oltrepo. Sara (l’ufficio stampa e fidanzata) ti lascia, o meglio tu lasci lei, non si è capito, comunque devi lasciare casa sua, il quartiere con l’acquedotto e il consolante sentimento della rovina. Quello che guadagni traducendo e facendo altri saltuari lavori editoriali non basterà a mantenere un appartamento. Raggiungi appena il reddito minimo tassabile anche se allo stato preferisci dichiararti “incapiente”, neologismo dall’etimologia incerta che ripeti ad alta voce mentre provi a infilare gli ultimi libri rimasti in uno scatolone pieno di oggetti da cucina, senza riuscirci.

Si avvicinano i quaranta, all’amico di un amico s’è liberata una stanza in affitto a piazza Vittorio. Vai a vedere rassegnato, e con un certo stupore riconosci nell’appartamento il luogo di memorabili festoni al tempo dell’università. Ti trasferisci come si accetta un infortunio e tra i fantasmi di giovani festanti mediti sui flussi e riflussi del tempo che scorre segnando il passo, tempo bastardo che si diverte a mostrarti l’immagine di una vita, la tua, povera di evoluzione, priva di svolte, spunti narrativi: forse perciò il romanzo quasi-autobiografico (con gli amici usi il termine “autofiction”) stenta a decollare. Tra i capitoli di un poliziesco keniota pieno di strani costrutti difficili da rendere in italiano compili un questionario dell’ANVUR sul collocamento professionale degli ex dottorandi, ed è un campo minato. Fai il conto delle cartucce che ti restano da sparare. Ecco il risultato:

 Credere che il lavoro debba corrispondere alle proprie aspettative (migliori, eventuali, di scorta) è un comportamento destinato allo scacco, viziato da un’immagine di benessere e dinamismo sociale scaduta e inattuale. Alla retorica anglosassone dello “sviluppo personale” non ci crede più nessuno. Non tu, comunque. Rinunciare all’ambizione, mortificare il desiderio di autoaffermazione. Quello di decrescita è un concetto che va applicato anzitutto a se stessi. E allora cambiare tutto, ora o mai più. Vai al punto 9. O se preferisci il cibo vai al punto 12.

 È sempre stata lì, fin dall’inizio di questa storia, in un angolo della tua coscienza accucciata tra la pigrizia e l’orgoglio come uno spauracchio e una exit strategy ultimativa evocata dalle premurose cure di qualche conoscente zelante e propositivo, di qualche amico che ha fatto il passo e non si stanca di lodarne i vantaggi, il confortante progetto impiegatizio che persino il tuo vecchio padre sostiene, visibilmente a malincuore (poveretto, si aspettava qualcosa di più): la scuola. Vai al punto 13.

12

La sera, quando esci a bere con i tuoi amici e colleghi precari dell’università, dell’editoria, del giornalismo, del cinema, del design, della fotografia, quella disomogenea compagine di intellettuali freelance o parasubordinati delle istituzioni culturali, cacciatori di bandi, coworkers e partite iva, quando ti ritrovi con questa gente, con la ex fidanzata, persino in famiglia, ripeti spesso, oltre alla frase “l’Italia è un posto buono solo per andarci in vacanza” (che ti sembra sempre molto icastica), anche “in Italia può andare tutto a rotoli, ma gli italiani non smetteranno mai di comprare cibo di qualità: affonderanno con la pancia piena di ottimi prodotti alimentari”. Lo dici perché lo pensi, lo vivi, ti piace cucinare, andare alla ricerca di nuovi ristoranti, spendi più soldi in cibo e bevande che per qualsiasi altro genere di consumo. Finalmente ti decidi a trarne le dovute conclusioni: un amico ti ha spiegato che il gelato è l’alimento con il rincaro più elevato, dell’ordine del 1500%, è disposto a formare una società. Un secondo amico ti propone di tentare con lui nell’import-export di delikatessen tra Francia e Italia, ha già un contatto con uno della camera di commercio che potrebbe darvi qualche dritta. Poi si fa avanti un terzo che vorrebbe lavorare sui vini piemontesi. Mimetizzata nella massa del quinto stato, come per magia si manifesta una squadra insospettabile di imprenditori in nuce che sembrano aspettare soltanto un complice per buttarsi nel settore enograstronomico. Alla fine opti per il vino.

Il capitale iniziale lo accumuli sommando un prestito bancario (garanti i genitori settantenni) a un prestito famigliare (sempre loro). Due anni dopo la startup si rivela se non vincente nemmeno perdente: tu e il tuo socio avete elementi sufficienti per esprimere una modesta soddisfazione. Intanto hai lasciato i coinquilini e la casa delle feste di ieri e sei tornato a vivere da solo in un comodo bilocale a Roma sud. Quando la sera riesci a staccarti da bolle, fatture e scartafacci affondi nella poltrona e sfogli classici che non avevi mai letto e che mai, pensi, avresti letto con tanto gusto e distensione se avessi continuato a seguire la tua vocazione culturale. Non tutte le illusioni sono andate perdute invano. In un racconto di Marcel Aymé, uno scrittore che hai tradotto nella tua vita precedente, c’era un pittore che dipingeva opere capaci di saziare la fame semplicemente guardandole: antifrasi perfetta, ironica e surreale illustrazione a contrario della triste verità che con la cultura, spiace dirlo, “non si mangia”. Spiace, ma lo dici comunque, lo ripeti traendone un piacere vendicativo quando esci con gli amici di sempre, i vecchi complici e colleghi che ti studiano, ti scrutano, cercano di afferrare il senso, il sostrato psicologico delle tue parole, valutare il costo reale di quel cambiamento radicale che in fondo pure loro desiderano. Prima di andare a letto estrai il segnalibro con il logo della tua società di distribuzione vinicola da L’uomo senza qualità, Einaudi, volume secondo, pagina 231. Lo hai iniziato sei mesi fa e questa storia finisce qui, per te, nella placida sazietà di un grande classico letto a tempo perso.

13

Il bandolo della matassa sono due parole: “Orizzonte scuola”. È il sito di riferimento. Quando chiedi consiglio ti dicono tutti di cominciare da lì. All’inizio non ci capisci nulla ma quando finalmente ti muovi con una certa disinvoltura cogli il senso claustrofobico di quel luogo, e di quel nome. Entri in contatto con esegeti professionisti delle arcane trame del MIUR, professionisti incalliti delle graduatorie, instancabili candidati alle più svariate classi di concorso. Un esercito di inoccupati o intermittenti forniti di mostruose competenze in materia di ordinamento e burocrazia scolastica, oberati di tecnicismi, rivendicazioni, contestazioni che risalgono, di riforma in riforma, fino agli albori dell’istruzione statale. Sono donne e uomini (ma soprattutto donne) costantemente in allerta, ricettivi a ogni minimo sommovimento ministeriale, a ogni emanazione del provveditorato, in attesa della soffiata, dell’informazione decisiva che diventerà il fulcro della loro giornata, la materia di lunghe telefonate, l’orizzonte nel quale si muoveranno le loro attese, i loro desideri, le prossime battaglie: l’orizzonte scuola, appunto.

 Questo orizzonte ti spaventa. L’idea di diventare uno di loro ti respinge. Un valutazione spassionata delle possibilità concrete di avere successo in quella giungla selvaggia ti scoraggia. Concludi che non avrai mai la tenacia necessaria per arrivare fino in fondo: torna al punto 9, o se preferisci rischiare torna al punto 12.

 Tieni duro, confidi nelle tue capacità adattive, minimizzi il panico e comunque, per quanto deteriore, al momento questa resta la possibilità migliore che ti si prospetta, anzi: l’unica. Vai al punto 14.

14

Anzitutto gli “esami singoli”, quelli necessari all’insegnamento scolastico che non hai fatto a suo tempo, quando con beata innocenza scommettevi senza riserve sul tuo futuro accademico: i primi conflitti con gli atenei e le loro segreterie disfunzionali, i primi salassi (400 euro ogni esame), di nuovo il tempo immobile, l’ironia spietata del passato che torna, l’amara regressione quando il giorno dell’esame ti ritrovi nel corridoio ad aspettare il tuo turno, un po’ in disparte, in mezzo a giovani studenti e studentesse che compulsano ansiosamente il manuale di storia medievale. Un “concorsone” a cadenza decennale ti passa davanti senza che tu possa partecipare per ragioni oscuramente formali. Quindi l’attesa apertura delle graduatorie, iscrizioni digitali e pomeriggi trascorsi in una sala del sindacato dove un povero cristo cerca di tenere a bada una massa urlante di aspiranti insegnanti che pretendono ragguagli circa la compilazione dei vari “modelli” per l’immissione. Affronti la trafila per accedere al TFA, il tirocinio abilitativo che dovrebbe proiettarti in pole position nelle graduatorie: superi piuttosto aleatoriamente tre esami che presuppongono una conoscenza esaustiva di duemila anni di storia e filosofia (classe A037).

Ti accomodi davanti a professori annoiati e pedanti, troppo impegnati nell’esibizione di una spocchia imperturbabile per cogliere il malessere sociale incarnato dai loro esaminati. Pensi che seduto dietro quel tavolo potresti esserci tu, se al punto 2 non li avessi mandati tutti a quel paese. Rispondi alle loro domande resistendo alla tentazione di farlo una seconda volta. Superata la terza prova paghi 2500 euro di rata (credito genitoriale) e inizi il tirocinio. Dopo un anno e mezzo dall’inizio delle procedure sei abilitato. Mandi curriculum alle scuole paritarie, senza esito. Finalmente l’ultima settimana di  agosto vieni convocato per una supplenza annuale presso un liceo scientifico a 42 chilometri da casa tua (hai controllato su Google Maps). Ti svegli ogni mattina alle cinque e mezzo e spesso, sul treno regionale che ti porta al lavoro, ripercorri con la memoria il tortuoso percorso, le tappe che ti hanno portato fin qui. Ti chiedi se da qualche parte, in qualche snodo della vicenda, c’era una soluzione che ti sei lasciato sfuggire, un’opzione mancante o una biforcazione che non hai visto e che ti avrebbe guidato altrove, in un posto migliore.

 Pensi di trovarla: con gesto estremo, radicale, sprezzante del tempo e dei soldi che hai speso finora ti concedi un’ultima possibilità tornando al punto 12, o al punto 10, o a qualche scelta alternativa  che la nostra storia ha trascurato per mancanza di tempo, spazio o fantasia.

 Non la trovi: continui a correggere le verifiche su Hegel mentre fuori dal finestrino, avvolte nel crepuscolo, scorrono le ultime frange periurbane.

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Teorie, apostrofi e ippocentauri: i matti da inventare https://minimaetmoralia.it/libri/recensione-mattoidi-italiani-paolo-albani/ https://minimaetmoralia.it/libri/recensione-mattoidi-italiani-paolo-albani/#respond Tue, 27 Nov 2012 09:44:46 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=11728 Questo pezzo è uscito su Repubblica. (Immagine: Simon Prades.)

Se ne stanno seduti al tavolino di un bar, impegnati a prendere appunti in un angolo in penombra, ogni tanto un’occhiata veloce alla porta d’ingresso – il nemico ci ascolta. Oppure in metropolitana, lo sguardo inchiodato a compulsare le pagine di un libro, la mano che traccia schemi sui bordi stropicciati, ogni segno un’abrasione. Al ritorno a casa si chiudono in una stanza e scrivono. Settimane, mesi, anni. A volte una vita intera per mettere insieme l’opera definitiva. A quel punto la spediscono a qualcuno che avrà il dovere di riconoscerla e di diffonderla. Negli archivi delle case editrici ci sono castelli di fogli pieni di intuizioni decisive, di rivelazioni ultime. Il senso del mondo – no, dell’intero universo – concentrato in un centinaio di pagine e miracolosamente rivelato ai nostri occhi.

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Questo pezzo è uscito su Repubblica. (Immagine: Simon Prades.)

Se ne stanno seduti al tavolino di un bar, impegnati a prendere appunti in un angolo in penombra, ogni tanto un’occhiata veloce alla porta d’ingresso – il nemico ci ascolta. Oppure in metropolitana, lo sguardo inchiodato a compulsare le pagine di un libro, la mano che traccia schemi sui bordi stropicciati, ogni segno un’abrasione. Al ritorno a casa si chiudono in una stanza e scrivono. Settimane, mesi, anni. A volte una vita intera per mettere insieme l’opera definitiva. A quel punto la spediscono a qualcuno che avrà il dovere di riconoscerla e di diffonderla. Negli archivi delle case editrici ci sono castelli di fogli pieni di intuizioni decisive, di rivelazioni ultime. Il senso del mondo – no, dell’intero universo – concentrato in un centinaio di pagine e miracolosamente rivelato ai nostri occhi.

Gli attori di tutto ciò – gli autori dell’opera – sono perfetti allevatori di solitudini, coltivatori di sterminati isolamenti. E sono miti, silenziosamente febbrili, ordinariamente imprevedibili: sono i mattoidi. Coloro che inventano lingue universali, immaginano nuove religioni, escogitano cure mediche, approntano macchinari maestosamente incapaci di funzionare. Uno dei loro ultimi avvistamenti ufficiali, tra fine anni ’70 e primi anni ’80, risale a Portobello. Ogni settimana figure strabilianti per serietà e ostinazione affermavano, davanti a un Enzo Tortora sobriamente ironico, la necessità improcrastinabile della loro nuova scoperta.

Ad aggiornare quello scenario – o meglio a conferirgli articolazione e struttura – è Paolo Albani che con I mattoidi italiani (Quodlibet) ci consente prima di tutto un cambiamento prospettico. Da un repertorio che si incarica di ricomporre in forma unitaria la scena frantumata di centinaia di pensatori che si sono confrontati con diversi territori del sapere (senza la rete di salvataggio di una preparazione adeguata, da kamikaze della conoscenza) potremmo infatti attenderci l’indulgere continuo nell’ammiccamento complice tra compilatore e lettori. Albani invece non sottolinea una differenza antropologica tra lo sciagurato intelletto mattoide e il nostro, privilegiato, che quell’intelletto stravagante riconosce e giudica; non si rifugia, proteggendoci, nel noi e loro, risolvendo il suo lavoro in un catalogo di bizzarrie: semmai, procedendo tassonomico e senza commenti (consapevole che la sostanza tragicomica di questo inventario emergerà strutturalmente attraverso la mera elencazione), ci mette nelle condizioni di pensare che noi è loro, noi siamo loro, intuendo che in ognuno di noi – quelli intelligenti, i sagaci, i brillanti – è sempre presente e vigile un lampo di acuta limpidissima ottusità.

Al contempo, registrando l’esistenza di microcorrenti di pensiero (raramente condiviso da qualcuno al di là del loro creatore) che, sviluppandosi tra il secondo ’800 e gli anni ’60 del ventesimo secolo, vanno dall’armonismo al tu-sei-me-ismo, dall’usiologia al misticateismo, dall’agerasia al filopresentaneismo, Albani compone un catalogo delle diverse possibili declinazioni del registro apodittico. Al mattoide è del tutto estranea qualsiasi forma di esitazione; l’acribia è il suo endoscheletro, la concentrazione il suo destino. Del resto, quando ci si cimenta con la teoria secondo cui è nodale, nella produzione linguistica, ridurre tutto al minimo rinunciando alle consonanti doppie, omettendo alcune vocali laddove non indispensabili e ricorrendo all’apostrofo per risparmiare sillabe (Carlo Cetti, Teoria del brevismo, 1946), oppure si postula la possibilità, scientificamente dimostrata, di generare un ippocentauro facendo accoppiare un uomo con una giumenta (Achille Casanova, Dottrina delle razze, 1861), o ancora si chiarisce come compiere il giro del mondo in un giorno (Quinto Ogliotti, Nuovo progetto per fare il giro del mondo in 24 ore, 1897), la voce non potrà che essere monomaniacalmente seria e ogni frase risplendere come una sentenza.

Leggendo le evoluzioni del pensiero di questi «figli del limo» – per citare Raymond Queneau, uno dei numi tutelari del libro di Albani – possono venire in mente le antimacchine dello scultore svizzero Jean Tinguely, per esempio quelle che si scuotono sgangherate nella Fontana Stravinskij accanto al Centre Pompidou di Parigi. Improduttive, tragiche, ridicole: puro moto irrelato da una funzione e da un senso. Qualcosa di simile a certi movimenti delle nostre gambe che si producono semi-inconsapevoli mentre stiamo leggendo o conversando. Dinamismi anomali, frammenti cinetici, ripetizioni motorie. Perché la vita mattoide alligna in ogni corpo; se non si manifesta in forma di discorso, se non si trasforma nel progetto di avvolgere una gallina in una salvietta per suggere dal suo interno, tramite una cannula, il contenuto nutritivo dell’uovo che contiene (un «eroico ricostituente» a detta di Francesco Becherucci, Memoria, 1887), allora il nostro indistruttibile bisogno di sperpero diventa movimento.

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