Rebecca Solnit Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/rebecca-solnit/ un blog di approfondimento culturale Thu, 04 Apr 2019 11:45:10 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Rebecca Solnit Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/rebecca-solnit/ 32 32 “Maternità” di Sheila Heti. Un pezzetto di libertà vera https://minimaetmoralia.it/libri/maternita-sheila-heti-un-pezzetto-liberta-vera/ https://minimaetmoralia.it/libri/maternita-sheila-heti-un-pezzetto-liberta-vera/#comments Thu, 04 Apr 2019 06:00:43 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=39899 Miles ha detto che la decisione spetta a me: lui non vuole figli a parte quella che ha già avuto, abbastanza casualmente, quando era giovane, che vive con la madre in un altro paese e passa da noi le feste e metà dell’estate. […]
Se proprio voglio un figlio possiamo anche farlo, ha detto, però devi essere sicura.

La protagonista senza nome di Maternità, scritto da Sheila Heti e pubblicato qui in Italia da Sellerio con la traduzione di Martina Testa, deve decidere se vuole avere un figlio e il tempo stringe. È una donna di trentasette anni, una scrittrice con sei libri pubblicati in luogo dei sei figli avuti invece da sua cugina, ha un compagno che ama, è insomma in quella fase della vita che, diamo un po’ tutti per scontato, apre alla stagione della ruminazione obbligatoria. Se vuole un figlio può averlo, ma appunto, deve essere sicura. E questo vuol dire in sostanza rispondere a quella che Rebecca Solnit ha chiamato la madre di tutte le domande. Maternità è la mappa, o forse dovrei dire il diario di viaggio, la narrazione di tutti i luoghi mentali ed emotivi in cui questa domanda ha condotto l’autrice – il libro è definito un romanzo, questa la sua collocazione editoriale, questa la definizione che Heti stessa, a giudicare dalle interviste che ho letto, preferisce. La voce narrante di queste pagine lo chiama, di volta in volta, “un profilattico”, “una scialuppa di salvataggio”, “una difesa scritta”, “il luogo di questa lotta”, “un libro per prevenire lacrime future”.

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Miles ha detto che la decisione spetta a me: lui non vuole figli a parte quella che ha già avuto, abbastanza casualmente, quando era giovane, che vive con la madre in un altro paese e passa da noi le feste e metà dell’estate. […]
Se proprio voglio un figlio possiamo anche farlo, ha detto, però devi essere sicura.

La protagonista senza nome di Maternità, scritto da Sheila Heti e pubblicato qui in Italia da Sellerio con la traduzione di Martina Testa, deve decidere se vuole avere un figlio e il tempo stringe. È una donna di trentasette anni, una scrittrice con sei libri pubblicati in luogo dei sei figli avuti invece da sua cugina, ha un compagno che ama, è insomma in quella fase della vita che, diamo un po’ tutti per scontato, apre alla stagione della ruminazione obbligatoria. Se vuole un figlio può averlo, ma appunto, deve essere sicura. E questo vuol dire in sostanza rispondere a quella che Rebecca Solnit ha chiamato la madre di tutte le domande. Maternità è la mappa, o forse dovrei dire il diario di viaggio, la narrazione di tutti i luoghi mentali ed emotivi in cui questa domanda ha condotto l’autrice – il libro è definito un romanzo, questa la sua collocazione editoriale, questa la definizione che Heti stessa, a giudicare dalle interviste che ho letto, preferisce. La voce narrante di queste pagine lo chiama, di volta in volta, “un profilattico”, “una scialuppa di salvataggio”, “una difesa scritta”, “il luogo di questa lotta”, “un libro per prevenire lacrime future”.

Quello che non è, ed è questo che lo rende interessante e diverso dalle tante pagine e riflessioni a cui siamo abituati quando parliamo di maternità o del suo rifiuto, è una polemica. Siccome è un romanzo, non ho voglia rivelare il finale, il risultato di tanta ruminazione, anche se quasi tutte le recensioni seguite alla sua uscita non si sono fatte questi scrupoli – ma tutto sommato non serve. In queste pagine, Heti davvero si chiede se vuole avere un figlio, lei davvero non sa la risposta quando comincia la sua meditazione che vediamo dipanarsi capitolo dopo capitolo, frammento dopo frammento. Seguiamo il fluire serpeggiante delle sue riflessioni senza davvero sapere in che direzione la porteranno, e noi con lei, se arrivando alle ultime pagine saremo informati che sta per avere un bambino oppure che no, ha deciso di no.

E a noi, interessa? E se sì, perché?

Era appunto il bersaglio della polemica di Solnit, questo eccessivo interesse di tutti sulle scelte riproduttive delle donne, interesse che giustifica le interferenze più poliziesche e impiccione. Solnit ricorda di una sua partecipazione a un festival letterario di molti anni prima, e del modo in cui il suo presentatore aveva dirottato l’intera conversazione sulla sua non maternità:

Il signore inglese che m’intervistava, anziché parlare dei frutti della mia mente insisteva per parlare di quelli dei miei lombi, o della loro mancanza. Continuava a chiedermi perché non avessi avuto dei figli. Nessuna delle mie risposte lo soddisfaceva. A quanto pare era convinto che dovessi averne e trovava incomprensibile che non ne avessi, e così abbiamo parlato di perché non avevo figli, anziché dei miei libri.

Le domande dell’intervistatore erano indecenti, continua Solnit, perché partivano dal presupposto che le donne debbano avere figli, e che il loro fare figli o meno sia in qualche modo affare di tutti. Per arrivare ai giorni nostri e dalle nostre parti, il presidente del Family Day Massimo Gandolfini, pochi giorni fa, ha detto in una conferenza  stampa che “L’unione feconda tra un uomo e una donna resta il nucleo fondante di ogni società umana”. Se qualcuno ancora si chiedesse dove porta quest’idea che la fecondità di ciascuna sia ricondotta alla salute complessiva della società tutta, basterà seguire gli avvincenti sviluppi del congresso nazionale della famiglia a Verona.

Per Solnit, il solo fatto che una domanda possa trovare risposta non ci obbliga a rispondere, e non vuol dire che sia una domanda ammissibile. A chi si impiccia delle faccende del suo utero replica in maniera, secondo la sua definizione, ‘rabbinica’: “perché mi stai chiedendo questo”? Perché certo, chi ti chiede se hai dei figli o se ne avrai, sta di solito creando il pretesto per dirti la sua opinione in merito. La risposta rabbinica di Solnit mi piace, ma mi piace altrettanto e forse di più la risposta di Heti: Quanto tempo hai? Mettiti pure comodo, ci vorranno ore. Che sia o meno una domanda lecita, Heti ha deciso di rispondere, scrivendo un libro, rispondendo quindi pubblicamente – e sono tante le cose a cui ho finito per pensare, leggendola.

Quello che fa una donna del suo corpo non sono affari di nessuno ma interessa a tutti. Io stessa so bene di essere fin troppo interessata alle scelte procreative delle altre, e non so nemmeno perché, dal momento che la mia decisione di non avere figli non è frutto di alcuna tormentata ruminazione ma è stata anzi istintiva, spontanea e autoevidente – mi verrebbe di essere pilloniana e dire, addirittura, “naturale”. La mia ruminazione si è consumata tutta a posteriori, sotto forma di un’insaziabile curiosità verso me stessa e verso quante non provano affatto quell’ impulso che pensavamo, per secoli abbiamo pensato, ci accomunasse e che prendesse tutti a un certo punto della vita, l’istinto di generare – ma la mia curiosità abbraccia tutte, non tralascia nemmeno le spinte e le motivazioni di quante invece sentono che devono assolutamente farlo, un figlio, uno o undici. Cosa c’è dentro di loro che io non ho? Cosa ci ha fatto diverse?

Tra le donne della nostra età la prima cosa che una vuole sapere di un’altra è se ha figli e, nel caso non li abbia, se ha intenzione di farli. È come una guerra civile: tu da che parte stai?

Heti cerca di ricomporre con il pensiero questa partigianeria innecessaria. Vorrebbe capire in cosa consiste l’esperienza dell’avere figli ma, anche, che tipo di esperienza si vive nel non averli, trasformarla in un’azione attiva invece della mancanza di un’azione. 

È questo, più di ogni altra cosa che ci dà un tuffo al cuore: il fatto che le donne senza figli e le madri sono equivalenti; eppure è per forza così: che c’è un’esatta equivalenza e un’uguaglianza, che sia, uguali nel vuoto e uguali nella pienezza, uguali nelle esperienze fatte e uguali in quelle perse, e nessuna delle due strade è migliore o peggiore, più spaventosa o meno irta di paure.

E ciò nonostante, la partigianeria è ovunque. Posso decidere di vedere questo divide et impera, questa eterna riconfigurazione degli stereotipi del merito, come una perfetta strategia sabotatrice del patriarcato. La serafica fattrice, l’angelo del focolare o l’odierna e iper-connessa ‘pancina’. Ma anche la sua ombra, il suo rovescio sinistro: la madre ancestrale, ctonia, generatrice e distruttrice, depositaria del più arcano potere su tutti i viventi (tra cui il più arcano di tutti, decidere chi vivrà e chi non), l’oggetto di un odio inammissibile che ha fatto salpare mille e più misoginie. Da una parte lei, dall’altra le disseccate zitelle della tradizione, le donne bambine, le nevrotiche, le isteriche, ma anche le vincenti, le amazzoni dell’happy hour, le Samantha Jones della nostra immaginazione. Ammetto che raramente resisto alla tentazione di poggiare l’orecchio sul furioso alveare virtuale in cui si agita questo tribunale dell’opinione comune. Di ogni articolo o status che vedo sui media online o sulle piattaforme social, che riguardi l’ultimo memoir di una donna che annuncia la sua fiera decisione, di ogni think piece sulla maternità o sul suo rifiuto, di ogni notizia di cronaca su una famiglia dei record, io leggo i commenti, a volte li copincollo su un documento word. Non so perché lo faccio e non serve che vi dica cosa c’è scritto, cosa leggo, c’è tutto quello che state immaginando.

Ma la partigianeria non ci è imposta, è alle radici della tradizione femminista che abbiamo ricevuto. Da una parte il pensiero della differenza, l’esaltazione del femminino generatore, accudente, sociale e solidale che nella nascita, nella prova fisica del dare alla luce vede l’affermarsi della sua forza superiore, l’antitesi al principio maschile della distruzione, dell’individualismo, del consumo.  Dall’altra, l’idea altrettanto longeva che a nessuna ideologia spetta il compito di definire  cos’è e come dovrebbe essere una donna, e che una rivoluzione, per essere davvero tale, sarebbe un processo grazie al quale queste dicotomie perderebbero di senso. È sempre stato tutto lì, lo era nel 1971, quando nella Dialettica dei Sessi, Shulamith Firestone argomentava che “l’obiettivo finale della rivoluzione femminista deve essere […] non solo l’eliminazione del privilegio maschile, ma della stessa distinzione dei sessi: le differenze genitali tra gli esseri umani non avranno più alcuna importanza culturale”.  Questo orientamento poi è passato sotto traccia, troppo massimalista, forse, troppo ‘altro’ rispetto al sentire comune. L’orientamento si è inabissato, si è ritirato sull’Aventino dei campus universitari, ci ha dato le decostruzioni degli anni ‘90, come il pensiero queer, il cyberfemminismo, e ora pare riemergere, si pensi a Xenofemminismo, manifesto politico del collettivo Laboria Cuboniks pubblicato ora anche in italiano da Nero edizioni con la firma di Hester Helen. È riemerso in parte perché c’era bisogno, forse, di ridiscutere l’essenzialismo biologico in cui siamo ricaduti un po’ tutti e in parte perché le due innovazioni tecnologiche che Firestone considerava necessarie perché la sua rivoluzione prendesse forma ora sono realtà o, se non ancora pienamente realizzate, decisamente a tiro di sguardo: la riproduzione artificiale, che può liberare le donne dalla tirannia biologica della procreazione, e la robotica, che rendendo obsoleto il lavoro umano permette di ripensare la necessità della famiglia nucleare come unità di produzione e riproduzione. Placenta artificiale, piena automazione – ammetto che sono tentata di dipingere anche io un tazebao e partire per Verona.

Cosa c’entra tutto questo con Sheila Heti? A prima vista niente, perché il suo romanzo non è, come dicevo, una polemica. Non c’è pugnacità libellistica, non ci sono riferimenti teorici espliciti, non è una perorazione. In queste pagine non vediamo Heti dialogare esplicitamente con le tante altre scritture dell’ambivalenza materna (possiamo averle marginalizzate, dimenticate, ma esistono da sempre, formano quasi un canone e, come ha scritto Valentina Della Seta su Rivista Studio, non sono tutte opere di autrici), la vediamo piuttosto dialogare con le sue amiche, con sconosciuti incontrati per caso, con il tutt’altro che neutrale fidanzato Miles (quando lei gli chiede se non sarebbe bello avere un figlio, la sua risposta è: sicuramente è molto bello anche farsi lobotomizzare) con cartomanti e indovine. Dialoga con i messaggi ambigui che riceve nei sogni, e persino con le monete degli I Ching. Il suo libro è un distillato, un compendio di bellissime frasi – quotabile all’infinito, sottolineabile nella sua interezza, è un ricondurre continuo di tutto all’esperienza. La teoria è trascesa, è digerita:

Perché facciamo ancora bambini? […] Le donne devono avere i bambini perché devono essere occupate. Quando penso a tutta la gente che nel mondo vuole vietare l’aborto, mi sembra che il senso possa essere uno solo: non è che vogliano una persona nuova al mondo, vogliono che le donne si occupino innanzitutto di tirare su i figli. C’è qualcosa di minaccioso in una donna che non è impegnata coi figli. Una donna del genere dà un senso di instabilità. Cos’altro si metterà a fare? Che razza di guai combinerà?

Il libro di Sheila Heti c’entra perché non si chiama Genitorialità, ma Maternità. La precisazione è pedante ma c’è questo problema, che per quanto gli amici del Family Day si disperino al pensiero che la nostra società stia diventando liquida, su certe cose è rimasta tenacemente solida: per una donna decidere di fare un figlio implica, per forza, diventare madre, e per ciascuna è molto complicato stabilire questo cosa voglia dire. Molte sospettano che, per quanta democratizzazione siamo riusciti a iniettare nella ridefinizione dei ruoli parentali, essere madre resti comunque un format, un format problematico, e che ci penserà il mondo in cui vivi a scaricarti addosso il peso di tutte le sue conflittuali aspettative. Molte pensano che se ha ragione Rachel Cusk, quando nel suo memoir Puoi dire addio al sonno, scrive che una madre, per definizione, non potrà mai più essere sola, dal momento che “un’altra persona è esistita dentro di lei, e anche dopo la nascita vive dentro la giurisdizione della sua coscienza”, se ha ragione lei, e che motivo abbiamo di dubitarne, ci sarà sempre qualcuna che dirà: questo per me non va bene.

Sappiamo tutti che esiste una differenza importante tra l’essere madri e quello che possiamo chiamare ‘il culto istituzionalizzato della maternità’ – culto che, nostro malgrado, possiamo aver interiorizzato un po’ tutti. Le due cose non si equivalgono, non coincidono. Posso immaginarlo bellissimo, un mondo in cui il desiderio di essere madre esiste senza le pressioni esercitate dal culto e anzi, costituisca una sfida al culto. Penso che debba esistere, senz’altro dovrà esistere una via grazie alla quale si potrà essere madri senza sentirsi addosso il fiato della domesticazione, senza sospettare che stiamo collaborando alla nostra civilizzazione, alla normalizzazione di qualcosa che è dentro di noi e che da sempre è guardato con timore.

Ma ci siamo già? È arrivato, questo tempo? E come ci si arriva?

In diverse interviste che ho letto, Heti riflette sul fatto che se gli uomini potessero partorire, la decisione sul fare o non fare figli sarebbe stata la questione cruciale di ogni filosofia dall’alba dei tempi e non, come è ora, un dilemma appiattito e presentato come frivolo, una questione di life style. E non sarebbe, aggiungo io, solo il campo di battaglia in cui si scontrano le conquiste femminili e le destre misogine del mondo. Sarebbe la madre, ma anche il padre di tutte le domande, da sempre, e lo sarebbe in particolare ora, dal momento che beh, siamo in 7,69 miliardi di persone a dovercela porre.

Nascere non è intrinsecamente un bene. Se non nascesse, al bambino non mancherebbe la sua vita. Invece, nulla fa più male alla terra che la nascita di un altro essere umano, e nulla fa più male a un essere umano che venire al mondo.

E con queste due righe Heti ha sintetizzato – in modo molto più succinto e chiaro di quanto abbiano saputo fare loro – il pensiero degli anti-natalisti come David Benatar. Il suo libro chiave, Meglio non essere mai nati. Il dolore di venire al mondo, è stato pubblicato nel 2006 ma se ne parla molto più oggi, tredici anni dopo – e non soltanto qui in Italia dove, appunto, è stato pubblicato solo quest’anno. Se ne parla perché finalmente stiamo capendo che far nascere o meno è un dilemma che va molto oltre la già ben documentata e infinitamente reiterata ambivalenza femminile in proposito?

Ammetto che mi fa impressione scrivere queste righe mentre leggo di quello sta succedendo a Verona. Parte di me si ricorda che nel racconto dell’ancella, la repubblica di Gilead nasceva più o meno così, con congressi come questo a cui nessuno prestava più di tanto attenzione, e allora mi inquieto. Un’altra parte di me, invece, proprio non ce la fa a prenderli sul serio. Scalmanatevi quanto vi pare, pensa questa parte, ergetevi a difensori della maternità, ma ricordatevi che al dunque ciascuna di noi vota con i piedi (in questo caso non proprio con i piedi) – ognuna fa quello che gli pare. C’è questo di risvolto insperatamente positivo nel fatto che, come dice Heti, le donne vengono sempre fatte sentire come criminali, qualunque scelta facciano, per quanto possano impegnarsi. Le madri si sentono come criminali. E le non madri pure. Se siamo tutte criminali, non importa cosa facciamo. Ognuna fa quello che gli pare.

Come scrisse Clara Sereni tanto tempo fa, quando si tratta di scelta, se fare figli o non farne, l’assenza di qualsivoglia senso di colpa o anche solo disagio è un pezzetto di libertà vera.

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Leggere tracce: il viaggio salvato dalla letteratura https://minimaetmoralia.it/fotografia/leggere-tracce-il-viaggio-salvato-dalla-letteratura/ https://minimaetmoralia.it/fotografia/leggere-tracce-il-viaggio-salvato-dalla-letteratura/#comments Mon, 24 Feb 2014 11:13:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18811 1. Che cos’è Google Treks e come viaggeremo su Marte

Philip Dick avrebbe alzato le sopracciglia.

Nel suo racconto Possiamo ricordarlo per te all’ingrosso (1966) il protagonista Douglas Quail si rivolge all’agenzia di viaggi virtuali REKAL per farsi impiantare le memorie di un viaggio su Marte che non potrà mai permettersi di fare. «Lei non può farlo veramente», riassume l’impiegata, «ma può averlo fatto». E lo rassicura sulla qualità del prodotto: la memoria impiantata è «più della cosa reale»; la memoria vera e propria, «con tutte le sue vaghezze, omissioni, ellissi, per non dire distorsioni – quella è la seconda scelta».[1]

Come slogan della Rekal, troviamo oggi questi imperativi sulla rete, che ci invitano a viaggiare restando seduti: «scatena il tuo esploratore interiore», «passeggia su una meraviglia del mondo», «scopri il laboratorio vivente di Darwin». Non provengono da un’agenzia di viaggi, ma dalla nuova pagina Google Treks, che presenta itinerari di foto navigabili in siti pittoreschi come il parco del Gran Canyon in Arizona e le Isole Galàpagos. Un progetto simile è quello italiano Trailmeup, che si propone di riprodurre sentieri e camminate in luoghi di interesse paesaggistico e culturale, accompagnando le immagini con commenti audio affidati a specialisti come geologi e antropologi.

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(La foto è di Paolo Pecere)

1. Che cos’è Google Treks e come viaggeremo su Marte

Philip Dick avrebbe alzato le sopracciglia.

Nel suo racconto Possiamo ricordarlo per te all’ingrosso (1966) il protagonista Douglas Quail si rivolge all’agenzia di viaggi virtuali REKAL per farsi impiantare le memorie di un viaggio su Marte che non potrà mai permettersi di fare. «Lei non può farlo veramente», riassume l’impiegata, «ma può averlo fatto». E lo rassicura sulla qualità del prodotto: la memoria impiantata è «più della cosa reale»; la memoria vera e propria, «con tutte le sue vaghezze, omissioni, ellissi, per non dire distorsioni – quella è la seconda scelta».[1]

Come slogan della Rekal, troviamo oggi questi imperativi sulla rete, che ci invitano a viaggiare restando seduti: «scatena il tuo esploratore interiore», «passeggia su una meraviglia del mondo», «scopri il laboratorio vivente di Darwin». Non provengono da un’agenzia di viaggi, ma dalla nuova pagina Google Treks, che presenta itinerari di foto navigabili in siti pittoreschi come il parco del Gran Canyon in Arizona e le Isole Galàpagos. Un progetto simile è quello italiano Trailmeup, che si propone di riprodurre sentieri e camminate in luoghi di interesse paesaggistico e culturale, accompagnando le immagini con commenti audio affidati a specialisti come geologi e antropologi. Per realizzare questi itinerari virtuali viene utilizzato un trespolo, su cui sono montate macchine fotografiche. Si tratta di un procedimento analogo a quello che ha portato a realizzare Google Streetview, ma in questo caso gli apparecchi fotografici sono portati da un uomo che cammina.

Il risultato? Siamo ben lontani dalle memorie “più vere del vero” inventate da Dick. Prima che di tradimento, bisogna parlare di pixel e noia. Nelle immagini il paesaggio si accartoccia come una quinta di cartapesta, visibilmente suturato negli spigoli come in un mondo-Frankenstein. L’interattività si limita all’azione del dito, perché di fatto si può seguire solo un percorso. Le immagini di turisti in bermuda che sfarfallano nel quadro ricordano gli sfondi ironici di un vecchio videogioco, e la pena aumenta quando il corpo fluttuante è quello di un Mursi che viene incontro al fotografo dal suo villaggio in Mali: mentre scivola deformato e appiattito sui margini curvi sembra quasi invocare l’irruzione di una quarta dimensione che ci riporti in campo, a fronteggiarlo, noi che invisibili spiamo il simulacro della sua casa. Il ritmo dei click aumenta, mentre il senso di attesa crolla. I testi registrati sono soporiferi, e per ascoltarli bisogna fermare l’immagine. Si rimpiangono il montaggio e la qualità dei documentari BBC e National Geographic.

Eppure, per quanto esteticamente fiacchi, questi esperimenti hanno un futuro. Lo sviluppo di Google Treks non va separato da quello di Gmaps, dalle app per smartphone, e da altre tecnologie come i Google glasses. Il futuro, come in un racconto di Dick, potrebbe essere così: condivideremo ogni istante delle nostre passeggiate, con commenti interattivi in tempo reale. Ogni angolo del mondo sarà potenzialmente filmato e commentato, fino a un punto di saturazione, quando tutta la realtà sarebbe ridotta alle prospettive da cui la guardano i soggetti umani, come a realizzare i sogni di un filosofo idealista. Viaggiare sarebbe sempre rifare un viaggio, ripercorrere una schematica sceneggiatura, aggiungendo nuovi commenti a margine, sempre improvvisati, a ispessire il filtro social su un’esperienza destinata a rimanere sempre più sullo sfondo.

Il risultato sarebbe (sarà) una versione di quella che Eli Pariser ha chiamato la “Bolla del filtro” (2011). Dei paesaggi e luoghi vedremo – e sapremo – solo ciò che un motore di ricerca, sempre più personalizzato sui nostri interessi e le nostre abitudini, ci suggerirà nella sua mappa. Il navigatore virtuale, che finora guida soprattutto l’automobilista, darebbe istruzioni per ogni nostra interazione con l’ambiente. L’ovvio interesse economico di queste tecnologie dipende dalla facilitazione pratica del nostro abitare il mondo, che tutto questo potrebbe offrire, oltre che dai possibili sfruttamenti turistici e commerciali. La moderna parabola culturale del turismo, consistente nel muoversi per ritrovare l’immagine che già conosciamo o per ripetere il gesto che già è stato fatto, troverà la sua apoteosi riflettendosi sull’intera esperienza. Liberi di non muoverci, o di dosare al minimo gli spostamenti, saremo maturi esploratori interiori, e il mondo personalizzato rifletterà le nostre aspirazioni.

Se tutto questo suona in parte sinistro, che si può fare? Certo, sarà sempre possibile un lamento antidiluviano contro tutto questo, una tendenza di nicchia per le galosce, il fango e gli appuntamenti perduti alla fermata del bus (già oggi negli Stati Uniti si organizzano weekend no tech nei boschi per evadere dalla schiavitù dei cellulari). Ma questo sarebbe già un gesto di resa. C’è invece un dettaglio decisivo, logico, che impone di frenare ogni entusiasmo (e alcune paure) sul futuro virtuale: l’esploratore interiore, che Google ci invita a liberare, non esiste. L’esplorazione audio-visiva guidata implica una neutralizzazione di tutte quelle capacità che permettono di orientarsi nell’ambiente e di rivestirlo di senso, e che sono all’origine di ogni rielaborazione successiva, anche artificiale. Senza questa presenza al mondo, senza la mediazione dei complessi sensoriali e dei segni che continuamente attraversiamo, lo stesso soggetto resta una struttura vuota. Lo hanno affermato molti filosofi del passato.

Kant, per esempio, insisteva sul carattere vuoto dell’Io, e sul fatto che esso acquista contenuto soltanto attraverso la localizzazione nello spazio fisico, mediante cui ricaviamo tutti i contenuti dell’esperienza, finanche per il flusso interiore dei nostri pensieri. Insomma, l’interiorità non si darebbe se non ci fosse l’interazione tra corpo e ambiente. In un appunto manoscritto Kant scriveva che mentre Dio, secondo tradizione, intuisce in sé i modelli delle cose del mondo, e quindi «conosce il mondo, in quanto conosce se stesso», l’uomo al contrario «conosce se stesso, in quanto conosce altre cose». E questa conoscenza comporta il coinvolgimento di tutti i sensi, trovando proprio nell’esperienza estetica della natura la verifica del rimando reciproco indissolubile tra mente e mondo.

Ma per verificare tutto questo non c’è bisogno di ricorrere alla filosofia. Basta riconsiderare nella loro dimensione autentica i gesti elementari di cui si compongono quelle esperienze, rese cifrate nella trasposizione virtuale, che costituiscono un itinerario circolare capace di abbracciare tutta la nostra vita: la contemplazione del paesaggio, la camminata, l’iscrizione della traccia del ricordo, il racconto.

2. Paesaggio-sentiero-viaggio: riduzione estetica e risposta narrativa

Cominciamo con il paesaggio. Come ha ricordato Paolo D’Angelo «il paesaggio ha sempre a che fare con la percezione di un soggetto, non può costituirsi che nella relazione tra un soggetto che percepisce, sente ed immagina e un oggetto».[2] Pertanto esplorare un paesaggio non può coincidere con il contemplare in sequenza frammenti di un panorama. Il panorama è la riduzione pittorica del paesaggio, concepita per la prima volta in età moderna, che oggi viene riproposta con i mezzi audiovisivi digitali, finendo con l’occultare l’interazione con la natura, cioè proprio la principale condizione necessaria dell’esperienza del paesaggio:«l’immagine soppianta la natura, la sostituisce, si pone al suo posto, ed impedisce un rapporto reale con la cosa rappresentata» (p. 68). Si ha così una situazione paradossale: la cultura dell’immagine contraddice un dato di fatto originario, ma quest’ultimo non sopravvive grazie alla sua semplice verità. C’è bisogno che un altro gesto culturale, bruciando le cataratte nate dall’equivoco tra paesaggio e panorama, riabiliti la dinamicità del nostro guardo.

Le cose stanno in modo analogo con il tema del trekking. Il punto non sta tanto nel fatto che la camminata virtuale elimina l’aspetto motorio. In fondo, anche chi non potesse fisicamente camminare lungo i sentieri del Gran Canyon – per tanti motivi – può far riferimento a qualche esperienza di deambulazione all’aperto, ricordando come questa non sia mai esteticamente appiattita su un collage di quadri. Più volte è stato sottolineato, anche di recente (si pensi a Rebecca Solnit), che il camminare non è soltanto una esplorazione dello spazio, ma un modo di innescare pensieri. Ma ancora una volta questo dato di fatto rischia di venire sfumato o addirittura occultato, se non trova espressione in forme ordinate di pratica o di testimonianza culturale.

Tali sono state, nel secolo scorso, le performance di camminata urbana di tanti gruppi delle avanguardie artistiche, o quelle dei protagonisti della Land art (un profilo di queste vicende è tracciato nel bel libro di Francesco Careri, Walkscapes. Il camminare come pratica estetica, Einaudi 2006). Ma per promuovere la cultura dell’immagine e del viaggio è a portata di mano una forma di espressione meno esclusiva. Tutta la narrativa di viaggio (in letteratura e nel cinema documentario), soprattutto nel secolo scorso, ha tematizzato in modo esplicito sia la dinamicità psicologica e storica del paesaggio, sia la dimensione immaginativa del camminare. Il tema è diventato addirittura insistito, per contrasto, proprio in parallelo con lo sviluppo dell’“iconosfera” virtuale. Non è un caso se uno dei libri che rilanciarono la letteratura di viaggio, In Patagonia (1977) di Bruce Chatwin, praticamente non contiene descrizioni paesaggistiche o architettoniche.

Esaurita la lunga stagione ottocentesca della narrazione pittoresca sui paesaggi esotici, mentre ormai la fotografia prometteva un libero accesso a ogni luogo sublime o desolato del pianeta, il travelogue di Chatwin si concentrava sulle strane storie dei personaggi incontrati nel suo viaggio. Si trattava in fondo di un’ennesima permutazione del fascino per il bizzarro e l’altrove, che da secoli dominava l’immaginario occidentale: mentre Marco Polo liquidava le sue caratterizzazioni delle civiltà asiatiche con un singolo aggettivo, continuamente ripetuto («Sono idoli.» – cioè idolatri), e concentrava il suo racconto in pochi rapidi cenni sulle ricchezze e, solo occasionalmente, su alcune curiose usanze o leggende, i grandi libri di viaggio dell’Ottocento abbondano di dettagliate descrizioni su paesaggi, manufatti e cerimonie. Venuta meno l’esigenza documentaria e l’aura delle immagini, un secolo dopo, la curiosità non si ferma più sulla superficie, ma recupera la dimensione storica, biografica e autobiografica. Interessa allora il gesto di uscita dai margini dell’ordinario e di sradicamento, che è tipico degli emigrati che abitano la Patagonia, e li accomuna al viaggiatore. Per ottenere l’effetto straniante non manca la manomissione della verità letterale a fini poetici, la cui pratica occasionale Chatwin condivide con un altro appassionato cacciatore di storie estreme in terre desolate, il suo amico regista Werner Herzog. La narrazione di viaggio è ormai non tanto documento geografico e etnografico, quanto occasione di riflessione – per contrasto – sulle condizioni inavvertite dell’esistenza ordinaria.

Altri scrittori di viaggio, come Kapuscinski e Dalrymple, hanno seguito un percorso diverso, recuperando l’importanza della veridicità, al punto da intrecciare in un’unica trama racconto di viaggio, testimonianza e ricerca storica. Ma tratti comuni di ogni narrazione di viaggio, ormai, sono l’insufficienza dell’immagine e il recupero della dimensione temporale dell’esperienza. Sempre più spesso vengono ripercorse traiettorie del passato (Chatwin sulle tracce di Rober Byron, Kapuscinski di Erodoto, Dalrymple di Marco Polo), per rilevare i mutamenti occorsi nei paesi e nelle persone. Scrittori di viaggio come Paul Theroux rifanno il proprio stesso viaggio, molti anni dopo. Il viaggio a volte si ferma, diventa soggiorno, e l’interpretazione degli incontri fatti si prolunga in ricerca storica (come in alcuni reportage di Terzani, o in Nove vite di Dalrymple).

Svanita l’immagine dell’altrove fuori dal tempo, ogni luogo e ogni civiltà appaiono connessi con la storia del mondo, mentre il viaggiatore e l’uomo incontrato in cammino diventano due poli di una medesima trama biografica. Anche gli antropologi culturali, del resto, non studiano più i sistemi sociali dei “popoli primitivi”, ma i mutamenti reciproci che fenomeni come la decolonizzazione e il turismo producono nell’evoluzione dei gruppi umani(si veda ora la bella sintesi di Marco Aime e Davide Papotti, L’altro e l’altrove. Antropologia, geografia e turismo, Einaudi 2012). In un certo senso, questo processo ha posto le premesse di quella continuità storico-geografica del mondo, che le mappe di Google rendono visibile come fosse un fatto già compiuto.

Ma non è, tutto questo, un via libera per la camminata virtuale? Che le cose non stiano così lo mostra un libro recente, capace di incarnare tutte queste esperienze e mostrare che cosa soltanto può voler dire, oggi, camminare su un sentiero.

3. Seguire tracce e viaggiare nel tempo: MacFarlane

Le antiche vie (2012; Einaudi 2013) di Robert MacFarlane è il racconto di diverse camminate, soprattutto in luoghi isolati del paese di origine dell’autore, la Gran Bretagna, ma anche della Palestina e del Tibet. L’autore è studioso di letteratura, alpinista, appassionato camminatore, ma prima di tutto un grande scrittore, capace di mostrare come non si possa parlare di paesaggio senza parlare di altro, e senza squadernare le molte dimensioni che scompaiono nell’immagine. Descrivendo i suoi vagabondaggi su sentieri di gesso nei Downs inglesi e isole rocciose a nord della Scozia, vie sabbiose sommerse dalla marea e aridi passaggi nella terra di nessuno che separa la Palestina dai territori occupati di Israele, MacFarlane sceglie le parole con cura, attento alla precisione referenziale ma anche all’etimologia, che circoscrivono la specificità di un luogo. Il libro è pieno di nomi di rocce, volatili, imbarcazioni, luoghi di riparo, in diverse lingue. Per penetrare il linguaggio dei luoghi, MacFarlane si fa accompagnare di volta in volta da amici locali, che come Virgilio soddisfano la sua curiosità e calmano la sua paura in momenti di rischio e smarrimento. La dimensione corporea è costantemente presente, a partire dall’insistenza sulle tante orme, rilevate, seguite o lasciate dietro nel terreno secco o umido. Eppure il radicamento corporeo non è che la condizione di un distacco dal quotidiano che il ritmo ostinato del cammino non tarda ad effettuare.

I tanti viaggi a piedi di MacFarlane compongono un unico itinerario di senso, che è scandito dalla ricerca su uno scrittore e camminatore del passato, Edward Thomas (1878-1917). Ben prima di diventare un poeta Thomas, intraprendendo lunghi viaggi a piedi, aveva trovato un modo per comprendere la propria esistenza (e una via per combattere una ricorrente depressione). In molti casi MacFarlane ne ripercorre il cammino, leggendone i diari e le poesie, con evidente identificazione affettiva; infine ne segue le tracce manoscritte fino all’ultimo viaggio, sul fronte francese della Grande Guerra, dove il cuore di Thomas di fermerà, colpito dall’onda d’urto di una bomba. Lo sdoppiamento del punto di vista aiuta a mettere in luce che ogni viaggio a piedi, ben presto, diventa un vagabondaggio mentale. Un aspetto del viaggio a piedi che MacFarlane ritrova in numerosi scrittori è il fatto che si tratti di uno «scivolare indietro nel tempo, lontano da questo mondo moderno». Allora il paesaggio, come scrisse il poeta John Masefield, appare «affollato di anime invisibili/che sapevano cosa mi interessava /e desideravano tanto che i vivi capissero i morti». Percorrendo gli antichi sentieri delle isole britanniche MacFarlane intreccia ricordi di scrittori-viaggiatori con quelli di amici vivi, ma anche scomparsi, e ricorda che il viaggio è stato definito una conversazione tra «un fantasma che è e un fantasma che sarà». Il senso profondo del cammino si trova dunque in questo dialogo a più voci tra viaggiatori-scrittori, che hanno calcato quel terreno in diverse epoche: «I sentieri erano immaginati come brecce dove il tempo poteva esistere come mero fenomeno di superficie, suscettibile di morfologie misteriose». Così MacFarlane ritrova una conclusione già raggiunta dal suo alter ego Edward Thomas, che camminando scriveva di riuscire a «annullare il tempo vagando attraverso i secoli».

In questo percorso, come scrive più volte Macfarlane, è il paesaggio che racconta il viandante, e non viceversa. Ripercorrendo le vie battute da suo nonno, nei monti Cairngorm, MacFarlane si fa accompagnare dalle pagine di un’altra narratrice di quei luoghi, Ana Shepherd, che osserva: «Un luogo e una mente possono compenetrarsi fino a modificare entrambi la propria natura. Non so spiegare in che cosa consista questo paesaggio se non raccontandolo». Così, finanche la mappa di un territorio – come nelle sperimentazioni artistiche di Guy Debord – diventa carica di un senso decifrabile solo dal camminatore. Il palestinese Raja, che lo guida nei sentieri nei pressi di Ramallah, porta con sé una cartina tracciata a mano, «costruita attorno a ricordi e punti di riferimento personali […] Era punteggiata di ghirigori, toponimi arabi di scarpate, affioramenti o sbocchi di wadi, e di piccole didascalie inglesi relative a episodi passati: ‘Qui Penny e Raja finirono in mezzo a una sparatoria’; ‘Qui Aziz [suo nipote] raccolse un missile inesploso’; ‘Qui ho trovato l’impronta di un dinosauro’».

Così camminare diventa inseparabile dal praticare una filologia dei segni, che dalle orme passa alle lettere, con la mediazione di testimoni e studiosi. Per Thomas, ricorda MacFarlane, la conoscenza del paesaggio e quella di sé fanno tutt’uno. E proprio la conoscenza di scrittori come Thomas, confessa MacFarlane, ha dato inizio ai suoi pellegrinaggi, come un percorso di formazione: «Più di ogni altro, era stato soprattutto Edward Thomas a spingermi a incamminarmi sui sentieri, e nel corso delle mie esplorazioni mi ero anche inoltrato nella lettura di gran parte dei suoi scritti – la storia naturale, i libri di viaggio, le lettere, il diario di guerra, le poesie – e degli scritti su di lui. Con il passare degli anni e dei chilometri ero arrivato a concepire la scrittura di Thomas come una sorta di mappa onirica: un’opera di cartografia immaginativa, cumulativa ma senza un centro, una carta composita di nostalgia e perdita proiettata sui terreni reali della sua vita, e in particolare sui Downs. Thomas sapeva, in qualche misura, che era proprio questo il compito a cui si era dedicato: una continua esplorazione dei propri paesaggi interiori, raccontati per mezzo del passaggio in determinati luoghi e su determinati sentieri».

Il risultato dei viaggi di MacFarlane, per noi “esploratori virtuali”, è una educazione dello sguardo, che ci riporta in grado di capire che cosa siano stati per l’uomo una mappa, un sentiero, una camminata. Nel suo libro Miti emblemi spie lo storico Carlo Ginzburg ha colto nel gesto di leggere le tracce il primo atto culturale dell’uomo. MacFarlane ritrova questa intuizione (forse a sua insaputa) e ne cerca la sanzione nella storia del linguaggio. Il verbo inglese to learn, risalendo a ritroso la sua storia lessicale, rimanderebbe al protogermanico liznojan, che significa ‘seguire o individuare una traccia’.  Esultando per questa «pista» che collega imparare e camminare, MacFarlane ne trova il rovescio nella storia del verbo to write, che nella forma anglosassone writan significava ‘incidere rune nella pietra’, dunque ‘imprimere una traccia’. Qui la prudenza dello studioso è spazzata via dall’entusiasmo di un grande camminatore-cantore contemporaneo, che non ha dubbi: «Il patto tra scrittura e cammino è tanto antico quanto la letteratura stessa: una passeggiata può facilmente diventare una storia e non c’è sentiero che non abbia qualcosa da raccontare».

 


[1]Il racconto, tradotto in italiano con il titolo Memoria totale (Tutti i racconti. 1964-1981, Fanucci 2009) è la fonte del libero adattamento cinematografico Total Recall(Atto di forza, 1990) con Arnold Schwarzenegger, e del recente remake con Colin Farrell (2012).

[2] P. D’Angelo, Filosofia del paesaggio, Quodlibet 2011, p. 23.

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Scritture vagabonde https://minimaetmoralia.it/letteratura/scritture-vagabonde/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/scritture-vagabonde/#comments Wed, 04 Sep 2013 12:23:01 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15354 Questo pezzo è uscito su la Repubblica. (Immagine: Piet Mondrian, Albero Grigio.)

The Faraway Nearby (“la lontana vicinanza”), ossimoro ripreso da una frase della pittrice Georgia O’Keeffe, è il titolo dell’ultimo libro di Rebecca Solnit, scrittrice e giornalista americana, molto più nota in patria che in Italia, dove è stata tradotta piuttosto parzialmente. Conosciuta soprattutto per il suo impegno sul fronte dei disastri (uragano Katrina) e dell’eco-attivismo, con The  Faraway Nearby, uscito da poco per Penguin, la Solnit ha scritto il suo libro più intimo ma allo stesso tempo universale, un testo che nasce come memoir sull’Alzheimer dell’anziana madre e diventa un magnifico collage di collegamenti culturali, vite vissute e viaggi, che investiga le misteriose concatenazioni tra esseri umani. Accoglienza: paragoni con Sebald formulati con note di entusiasmo sulla stampa americana e inglese; recensioni che lo eleggono a lettura fondamentale.

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Questo pezzo è uscito su la Repubblica. (Immagine: Piet Mondrian, Albero Grigio.)

The Faraway Nearby (“la lontana vicinanza”), ossimoro ripreso da una frase della pittrice Georgia O’Keeffe, è il titolo dell’ultimo libro di Rebecca Solnit, scrittrice e giornalista americana, molto più nota in patria che in Italia, dove è stata tradotta piuttosto parzialmente. Conosciuta soprattutto per il suo impegno sul fronte dei disastri (uragano Katrina) e dell’eco-attivismo, con The  Faraway Nearby, uscito da poco per Penguin, la Solnit ha scritto il suo libro più intimo ma allo stesso tempo universale, un testo che nasce come memoir sull’Alzheimer dell’anziana madre e diventa un magnifico collage di collegamenti culturali, vite vissute e viaggi, che investiga le misteriose concatenazioni tra esseri umani. Accoglienza: paragoni con Sebald formulati con note di entusiasmo sulla stampa americana e inglese; recensioni che lo eleggono a lettura fondamentale.

Il libro abbonda di immagini che si possono prendere in prestito per definirlo, ma tra tutte la più appropriata sembra quella del fiume: un flusso di pensieri, riflessioni, racconti, esperienze in cui ogni molecola d’acqua è collegata all’altra dando forma a un insieme che fa perdere le tracce dei singoli componenti. Le frasi scorrono con naturalezza dal mondo interiore dell’autrice alle letture analizzate con acume, dagli incontri ai racconti, dai miti alla ricerca scientifica. Un viaggio in Islanda diventa il motore per raccontare la gestazione di Frankenstein e la singolare a tragica vita di Mary Shelley si conclude con una vertiginosa meditazione sul sé. La traversata motociclistica sudamericana del Che innesca una dettagliata trattazione di storia e sociologia della lebbra, che a sua volta sfocia in una riflessione filosofica sul dolore. In un altro capitolo si passa senza fatica dal mitologico pittore cinese Wu Daozi a BeepBeep e si arriva ai riti dell’Isola di Pasqua e alla struttura dei racconti fantastici. Esattamente come in Sebald, il metodo della divagazione produce una narrazione ipnotica che finisce per rappresentare la vita e le sue diramazioni con più fedeltà rispetto al determinismo romanzesco, dove ogni cosa succede per soddisfare una logica interna, una coerenza che non è davvero realistica. Non ci sono soluzioni, né una vera e propria fine: “La materia di una storia”, si legge, “è come acqua raccolta dal mare in un bicchiere e poi di nuovo restituita al mare”. Il pensiero,come aggregatore di connessioni alla ricerca di senso, si fa specchio della condizione umana.

Costruito come la cronaca di un pellegrinaggio a piedi nel Suffolk (regione dell’Inghilterra orientale), Gli anelli di Saturno è il libro più rappresentativo di W. G. Sebald, autore di lingua tedesca, diventato in pochi anni, e già in piena maturità, un gigante del Novecento, poco prima che la sua produzione fosse definitivamente interrotta da un incidente stradale in cui perse la vita. Da quelle passeggiate e dal relativo divagare, lo scrittore ricavò una forma personale e nuova, che utilizza l’erudizione saggistica, la fotografia documentale e la narrativa per investigare il senso della storia. Un senso sfuggente che l’uomo tenta ogni volta di acciuffare, tanto che il camminare senza una meta precisa diventa una luminosa metafora che simboleggia un più astratto non sapere dove stiamo andando.

Di recente, ancora Sebald, come tessitore di memorie e maestro riconosciuto della divagazione, è stato chiamato in causa in occasione dell’uscita di Città aperta, altra affascinante narrazione digressiva, anche se più vicina alla forma romanzo rispetto a The Faraway Nearby, scritta da Teju Cole e da poco pubblicata da Einaudi; un libro che si apre e si chiude con immagini di uccelli che migrano, scelte per rappresentare la condizione di Julius, enigmatica voce narrante, nigeriano trapiantato a New York, camminatore solitario e palombaro della sua stessa memoria. Ma in questi ultimi anni gli esempi si moltiplicano; in tutti i casi si tratta di testi che confondono i generi oscillando continuamente tra saggio e memoriale, prendendo a prestito dal romanzo elementi di architettura e montaggio. In Italia, i libri di Emanuele Trevi, che mescolano viaggi, critica letteraria e cronaca quotidiana minima, o l’indagine di Beppe Sebaste su Henri Paul, l’autista di Lady Diana, che attraverso la scoperta dei piccoli tasselli della vita un personaggio minore, compone un prodigioso scavo di autocoscienza.

Pensare, ricordare, vagabondare e mettere tutto in relazione: i segni della realtà esteriore con le storie piccole e grandi del mondo. Tra i più importanti influssi che nel corso del tempo hanno dato forma all’arte della divagazione non si possono non ravvisare: i Saggi di Montaigne e le Fantasticherie del passeggiatore solitario di Rousseau, il flâneur Baudelaire e gli studi di Benjamin sul poeta francese e Parigi, le orchestrazioni interiori di Joyce e Proust e il setacciatore di dettagli minimi Robert Walser, ancora più in là il metodo della deriva predicato da Guy Debord che ha poi dato origine a quella strana disciplina che è la psicogeografia. Fedele alla lettera al metodo, il poeta, saggista e psicogeografo inglese Iain Sinclair, autore del monumentale London Orbital, resoconto ricco di digressioni delle passeggiate autostradali dell’autore sulla M25 di Londra. Lo spazio autostradale che per definizione non può essere conosciuto se non attraverso lo schermo della propria automobile viene attraversato ed esplorato nei suoi anfratti più nascosti per dare vita a una sorprendente storia del paesaggio della periferia londinese, dove autobiografia e analisi delle trasformazioni economico-sociali convivono organicamente.

Spesso in questi libri, come è il caso di The Faraway Nearby, aleggia un senso di mistero. E con questo mistero, da cui si è fatto rapire, l’autore prova a sua volta a rapire il lettore. Siamo mossi dal bisogno di cercare pur sapendo che trovare una risposta definitiva è impossibile e, osserviamo, scaviamo, interpretiamo, sentendoci allo stesso tempo soli e parte di tutto. Perché divagare risponde in fondo all’utopia di tracciare una mappa dei larghi e invisibili confini dell’uomo.

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