Recalcati Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/recalcati/ un blog di approfondimento culturale Sat, 22 Oct 2016 18:48:36 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Recalcati Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/recalcati/ 32 32 Evitare se stessi https://minimaetmoralia.it/libri/percio-veniamo-bene-nelle-fotografie-francesco-targhetta/ https://minimaetmoralia.it/libri/percio-veniamo-bene-nelle-fotografie-francesco-targhetta/#comments Sun, 03 Nov 2013 06:00:55 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=16203 «D'un pianto solo mio non piango più» scriveva in una bellissima poesia Giuseppe Ungaretti a un certo punto della sua carriera. Non si capisce però bene cosa si intenda con solo mio; perché se è vero che piangersi addosso, ripiegarsi lamentosamente verso se stessi, alla lunga può suscitare noia o comunque monotonia – perfino sterilità – è altrettanto vero che concentrarsi sulla propria, non dico identità, ma sulla singola complessa e complicata autobiografia, nell'arte, può essere la via maestra per solcare strade mai attraversate, per avventurarsi in percorsi inesplorati e, in modi autentici, cognitivi. La famigerata scrittura di sé può mostrarsi quale specchio di un periodo storico, di una generazione, specchio deformante, certo, ma proprio per questo rivelatore di quanto accade.

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«D’un pianto solo mio non piango più» scriveva in una bellissima poesia Giuseppe Ungaretti a un certo punto della sua carriera. Non si capisce però bene cosa si intenda con solo mio; perché se è vero che piangersi addosso, ripiegarsi lamentosamente verso se stessi, alla lunga può suscitare noia o comunque monotonia – perfino sterilità – è altrettanto vero che concentrarsi sulla propria, non dico identità, ma sulla singola complessa e complicata autobiografia, nell’arte, può essere la via maestra per solcare strade mai attraversate, per avventurarsi in percorsi inesplorati e, in modi autentici, cognitivi. La famigerata scrittura di sé può mostrarsi quale specchio di un periodo storico, di una generazione, specchio deformante, certo, ma proprio per questo rivelatore di quanto accade.

Uno degli strepitosi esempi positivi di tale tipo di scrittura l’ho trovato nel libro di Francesco Targhetta, Perciò veniamo bene nelle fotografie. Romanzo in versi. Una biografia minima, misera, una storia ambientata a Padova e dintorni, popolata da una fauna versicolore che sprofonda nelle fogne quotidiane di ubriacature in feste con studenti fuori sede o peggio in tristissimi american bar gestiti da lenoni imprenditori. Si narrano i nostri tempi devastati, tempi così violentemente evidenti, così chiaramente leggibili, da sembrare, nelle cronache più o meno serie, inflazionati. Ma abusare nelle narrazioni di un periodo storico è letteralmente impossibile, a meno che non ci si inabissi nel conformismo più vile, nella piattezza interpretativa più vigliacca, nel mortifero punto di vista anonimo. Targhetta no: Targhetta racconta lo squallore che affrontano gli anti eroi contemporanei con suprema eleganza, facendo tra l’altro un uso dell’ironia – che non dirò sottile o raffinata – ma feroce: una lama puntata contro se stessi, una tortura.

L’umiltà, perfino l’umiliazione, assurgono a forme poetiche preziose e sapienti. L’impegno intrapreso ogni giorno, la lotta impari contro il moloch del sistema, la fatica, la rassegnazione sempre in agguato e dall’altro lato le semidivinità cui si affidano le proprie sorti supinamente (per il protagonista del libro la figura numinosa è un barone universitario, che deve decidere se assegnare o meno un dottorato e nel frattempo invita il nostro mai prode eroe a convegni e presentazioni che sono prove epiche indecorosamente borghesi, prove, se posso permettermi un paradosso, invalidanti): alla fine restano soprattutto macerie.

Ma al cospetto della presente catastrofe il coraggio sta nell’ammissione della propria vergogna. La storia è invasa da una luce che riverbera senza ombre ciò che si è, con una trasparenza di quanto si prova e si vive che non ha paragoni e che in questo romanzo tocca davvero vertici retorici, con versi che travestono di bellezza sgomento abissale, vuoto. Si ritmano i sensi di colpa cadenzando stranianti l’handicap di una cosmica precarietà, si srotolano versi coltissimi catturando dettagli che sembrano emblemi di lutto: è un rosario in loop di lamenti per una tragedia contemporanea che ha per protagonista un dolore smisurato, informe. Fino a denunciare, nel tentativo di scovare una causa, di stanare l’inciampo che non permette di inoltrarsi con dignità verso il perverso mondo sociale, la propria persona:

La lotta non può essere vinta,

e il migliore risultato lo ottieni quando

riesci a evitare, alzando

muri di cinta, a evitare te stesso.

Lungo il romanzo in versi si miscela al fiume della storia principale una similitudine – storia che procede priva di intreccio, di coincidenze a orologeria o altre aberrazioni programmate. Il paragone è tra l’intera biografia sociale ed esistenziale del protagonista e uno dei momenti più epici della storia d’Italia: la Grande Guerra (materia del dottorato del narratore). La metafora è ovvia e spietata tra la débâcle quotidiana e la Caporetto di Cadorna, ma qui non esiste e non è nemmeno pensabile la redenzione tramite il riscatto della Vittorio Veneto di Diaz – con tutto lo strascico della retorica patriottica che ci si porta dietro da anni, come fosse l’esaltazione di un Falso Sé nazionale, per cui dopo l’inferno, con un colpo di reni, l’orgoglio di appartenenza allo Stato ricorda e rinsavisce reagendo e salvando almeno la dignità.

E se invece fosse stato solo e sempre l’istinto di sopravvivenza ad averci portato un poco distante dagli abissi nei quali stavamo e stiamo, ciclicamente, per fare naufragio, e se diversamente dal passato, adesso non solo manca la forza, come testimonia questo romanzo, ma è anche scomparsa la volontà (o come direbbe Recalcati: il desiderio, l’inconscio), la voglia di alzarsi per poi ricadere, e si stia invece formando una nuova pulsione, più blanda ma feroce, erratica, che ambisce a cedere, cercando l’oblio, la morte, la vita uterina.

(Fonte immagine)

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New Realism: Un dialogo con Antonio Gramsci https://minimaetmoralia.it/libri/new-realism-dialogo-antonio-gramsci/ https://minimaetmoralia.it/libri/new-realism-dialogo-antonio-gramsci/#comments Thu, 13 Dec 2012 08:08:08 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12015 Questo pezzo è uscito su Orwell.

Pausa caffè: mi appare il fantasma di Antonio Gramsci. Mi chiede spiegazioni sul “nuovo realismo” di cui si parla molto sui giornali italiani; con un gesto di preghiera, mi ricorda la battuta di Maurizio Ferraris: è uno Spettro che si aggira per l’Europa!. La domanda è inevitabile. I convegni sul nuovo realismo si susseguono negli ultimi mesi al ritmo di urgenti vertici politici internazionali (New York, Torino, Bonn, Freiburg). Da ultimo se n’è parlato a Roma alla Fondazione Rosselli il 19-20 Novembre, a proposito di una batteria di libri tra cui Il senso dell’esistenza di Markus Gabriel (Carocci), La filosofia nell’età della scienza di Hilary Putnam (Il Mulino) e la miscellanea a cura di Mario De Caro e Maurizio Ferraris, Bentornata realtà (Einaudi). Nell’ultima sessione il discorso è passato sul piano politico, a partire da Quale filosofia per il Partito Democratico e la Sinistra? (a cura di Luca Taddio) e l’ultimo numero di Alfabeta2.

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Questo pezzo è uscito su Orwell.

Pausa caffè: mi appare il fantasma di Antonio Gramsci. Mi chiede spiegazioni sul “nuovo realismo” di cui si parla molto sui giornali italiani; con un gesto di preghiera, mi ricorda la battuta di Maurizio Ferraris:«è uno Spettro che si aggira per l’Europa!». La domanda è inevitabile. I convegni sul nuovo realismo si susseguono negli ultimi mesi al ritmo di urgenti vertici politici internazionali (New York, Torino, Bonn, Freiburg). Da ultimo se n’è parlato a Roma alla Fondazione Rosselli il 19-20 Novembre, a proposito di una batteria di libri tra cui Il senso dell’esistenza di Markus Gabriel (Carocci), La filosofia nell’età della scienza di Hilary Putnam (Il Mulino) e la miscellanea a cura di Mario De Caro e Maurizio Ferraris, Bentornata realtà (Einaudi). Nell’ultima sessione il discorso è passato sul piano politico, a partire da Quale filosofia per il Partito Democratico e la Sinistra? (a cura di Luca Taddio) e l’ultimo numero di Alfabeta2.

­Io (passandogli una bustina di zucchero): Conviene cominciare dal piano teorico. Di “nuovo realismo” in Italia ha parlato per la prima volta Ferraris, presentandolo come antidoto al decostruzionismo e al pensiero debole.

Gramsci tace. Tira fuori un quaderno dal cappotto e lo appoggia sul distributore del caffè. Annota ‘pensiero debole’, con l’aria poco convinta.

Io: Ci sarebbe la diatribatra Ferraris e il maestro Vattimo… ma lasciamo stare: fin qui è una questione di nicchia. Per chi (come te) non sia mai stato turbato dalle argomentazioni di qualche filosofo che ha preteso di dissolvere ogni verità in un gioco d’interpretazioni, il nuovo realismo può sembrare una difesa contro i mulini a vento. Ma in Bentornata realtà, ora, Ferraris e De Caro propongono un nuovo attacco che aiuta a far chiarezza: si tratta di recuperare nozioni come ‘verità’ e ‘realtà’ di contro a un ampio e eterogeneo movimento “postmoderno” internazionale che insistendo sul condizionamento culturale di ogni giudizio (da Kuhn a Foucault, da Feyerabend a Rorty) le ha ritenute obsolete, mettendo però in dubbio la validità oggettiva della scienza e minando le basi documentarie del giudizio storico. Riabilitare queste nozioni sarebbe indispensabile per poter esercitare quella stessa funzione di critica dei saperi e delle istituzioni che era cara al movimento postmoderno.

In questo senso il realismo, come chiarisce De Caro nel suo saggio, non è già una tesi particolare, ma piuttosto una funzione fondamentale della filosofia, a cui si è fatto male a rinunciare. Si è realisti quando si afferma che qualcosa – il corpo, la mente, i numeri, le specie, il narcisismo, le classi sociali, il bosone di Higgs, Dio – esiste indipendentemente dalle teorie con cui lo definiamo. Si potrebbe dire che ‘realismo’ è sinonimo di ‘filosofia’, da quando Platone tentò di stabilire ciò che «è veramente», provando a guardare oltre i limiti delle effettive conoscenze umane. L’antirealismo sarebbe invece un proposito paradossale, che non si può a rigore nemmeno formulare, proprio perché anche i suoi promotori credevano nella verità delle proprie tesi.

Gramsci (finisce il caffè e getta il bicchierino di plastica, fa per chiudere il quaderno pieno di nomi, m’incalza): Insomma: dogmatici contro scettici. Che cosa c’è di “nuovo”?

Io: Come mostra la presenza, in questo volume, di anziani maestri della filosofia delXX secolo (Putnam, Searle, Eco) qualche forma di realismo non è mai venuta meno. Lo saprai meglio di me, tu che hai polemizzato da marxista contro il realismo sovietico. Il “nuovo” realismo si propone però di assimilare la lezione costruttivista dei suoi avversari. Putnam: «noi siamo effettivamente in contatto con le proprietà degli oggetti […] ma queste proprietà sono in parte antropocentriche».«Ogni fatto è intrecciato con aspetti normativi». Esempio: le particelle atomiche sono definite da una teoria fisica, che trae il suo valore di verità dai fatti sperimentati, ma al tempo stesso organizza questi fatti secondo norme del pensiero umano, come la semplicità e la coerenza.

Altro esempio: la definizione di malattia dipende da schemi culturali (pensa alla passata medicalizzazione dell’omosessualità), ma al tempo stesso richiede un sottofondo oggettivo rispetto al quale distingueregli errori di questi schemi. Searle e De Caro provano così la quadratura del cerchio, individuando il problema comune nel trovare una prospettiva unitaria tra il “realismo del senso comune”, che ammette l’esistenza di oggetti postulati dalle “pratiche quotidiane”, come corpi e alberi, e il “realismo scientifico”, che considera reali le entità definite dalle scienze.

Searle: «Credo che il problema fondamentale della filosofia contemporanea consista nel tentativo di conciliare la nostra autorappresentazione di esseri coscienti, ragionevoli ecc., con la visione secondo cui la struttura della realtà è composta, in ultima analisi, da particelle fisiche prive di mente e di significato». Un modo di risolvere il problema è distinguere diverse descrizioni degli oggetti, tutte condizionate da una medesima realtà di fondo (lo «zoccolo duro dell’Essere» di cui parla Eco): così una falce e un martello possono essere alternativamente utensili, ammassi di molecole, prove di colpevolezza, opera d’arte, simbolo politico [a Gramsci brillano gli occhiali]. Ma non si possono interpretare come strumenti per viaggiare nel tempo: la realtà dice NO a questa interpretazione.

Gramsci (un po’ confuso): Siamo d’accordo: la Realtà con la R maiuscola è là fuori, non nei capricci dei letterati o nella poesia. Su questo sarebbe stato già d’accordo un critico militante come Francesco De Sanctis. Ma è dunque questa la tesi del nuovo realismo?

Io: No, questa è solo una premessa. I curatori citano Montale, un poeta dei tuoi tempi (che ti consiglio): «Il nuovo realismo dice anzitutto “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”». Il resto è per ora un programma. Tentando di stabilire cosa esiste veramente e in che senso, le tesi (e i “realismi”) si moltiplicano. De Caro: «mai nessun filosofo è stato del tutto realista e mai nessuno del tutto antirealista». Nelle pagine del libro trovo discusse almeno 19 versioni di “realismo”. Il programma, formulato un po’ in astratto, è di combinarli. In particolare, l’idea di realtà va elaborata mediante l’analisi e il confronto dei discorsi disciplinari più diversi, come estetica, semiotica, psicoanalisi, fisica, metafisica, neuroscienze.

Gramsci (finendo di scrivere e ripetendo pensoso “…neuroscienze”): Qui [mi punta l’indice] si dà troppo peso alla percezione, alle scienze e poco alla Storia. Quasi che la realtà fosse un dato atemporale, come in quella che ho chiamato «la concezione della realtà oggettiva del mondo esterno nella sua forma più triviale e acritica». Si trascura così lo sviluppo attraverso cui l’uomo elabora e modifica la realtà.

Io: Siamo d’accordo: una volta concesso che una qualche Realtà è là fuori, nel senso che quel che accade non si crea poeticamente, è fondamentale riconoscere che la stessa idea di realtà ha una storia – come mostra, per esempio, l’impatto della scienza moderna su tutte le riflessioni qui raccolte. Ciò non comporta affatto il relativismo, mentre previene l’idolatria del “fatto” scientifico. Proprio un tuo contemporaneo, Cassirer, sottolineava che la verità oggettiva, intesa come perfetto rispecchiamento tra conoscenze e realtà, è un limite ideale cui tende per approssimazione il progresso dei sistemi di sapere, e che non si può dare mai una volta per tutte (Putnam, a p. 15, è sul punto di ricordarlo; e oggi i “realisti strutturali” fanno altrettanto)».

Gramsci (annotando su un quaderno il nome di Cassirer): Questo è molto importante! La consapevolezza storica, infatti, non significa solo che la realtà ha un passato, ma anche che ha un futuro. Forse, postulando una realtà immobile, perdono di vista questa discontinuità!

Io: A quest’obiezione, nel libro, dà voce Recalcati, contrapponendo la «regolarità» della realtà con il «trauma» del Reale, che la «scompagina». La distinzione resta ancora troppo generica (“Reale” è un sintomo, un amore, un’esperienza mistica, una scoperta scientifica…), ma invita a un chiarimento fondamentale: si dice ‘reale’ qualcosa di dato, presente, al limite risaputo; ma si dice ‘reale’ anche qualcosa di non ancora dato e ignoto, potenzialmente futuro. Si capisce allora come la formulazione di una nuova verità (una scoperta scientifica, una diagnosi medica, l’accertamento di un magistrato) possa modificare la realtà presente, e in fin dei conti cambiare l’esperienza.

Gramsci (esultando): …e cioè cambiare il mondo!

Io (facendo con la mano un vago gesto di assenso): Eccoci comunque all’aspetto politico della questione, che sta molto a cuore ai nuovi realisti. Ferraris opponeva il nuovo realismo al berlusconismo, che avrebbe approfittato della debolezza della nozione di verità per fare i propri interessi. Insieme a De Caro, ora, rivendica una funzione politica della filosofia: questa non fornirà mai «la cura del cancro», ma ha «la capacità di rivolgersi a uno spazio pubblico, consegnando a questo spazio risultati elaborati tecnicamente, però in forma linguisticamente accessibile». Quest’apologia della filosofia riflette uno stato di cose: i dipartimenti di filosofia qui da noi chiudono, e si cercano nuove strade per sottrarsi alla mortificazione cui la disciplina– come in genere tutto il pensiero critico – è costretta da politiche di governo ostili all’istruzione e alla ricerca. In questa proposta l’approfondimento scientifico nella sua inevitabile complessità non deve mai perdere di vista l’obiettivo didattico e civile della divulgazione (per es. sugli allegati dei quotidiani). Anche se…

Gramsci (interrompendomi): Purché non si cada nella semplificazione, proprio mentre indeboliscono la scuola e l’università. E poi… attenzione! Galilei si divulgava benissimo da solo.

Io: Come darti torto? D’altra parte, se è necessario stampare manifesti per reclamare un interlocutore politico, si capisce che vengano meno molti distinguo, come quando alle manifestazioni, sotto la bandiera che dice “Giustizia”, ci capita di trovarci accanto chi non la pensa come noi. Così il nuovo realismo cala sul tavolole sueparole d’ordine apertamente politiche: ‘critica’, ‘illuminismo’.

Gramsci (con aria scontenta): Ma come si fa a raccogliere questi valori sotto una formula come quella del Manifesto di Ferraris: «Il mondo ha le sue leggi e le fa rispettare»?

Io: I nuovi realisti rispondono che la realtà va prima conosciuta, per poterla cambiare. Si dissociano nettamente dal “realismo politico”.

Gramsci (schiarendosi la voce, con tono da comizio): Vedremo se questi filosofi riusciranno – come ho scritto una volta – ad assolvere il loro compito di «suscitare nuovi modi di pensare». Procedano pure al dialogo con le forze politiche, ma stiano attenti a non dimenticare che la “realtà” di cui parliamo si modifica, anche nelle scienze come la fisica… e l’economia.

Io (annuendo): Questo libro, dicono i curatori, intende «avviare un confronto»: c’è da auspicare che sia più ampio possibile, che non si blocchi alle polemiche personali, che insieme a eminenti studiosi del passato coinvolga anche chi nello “spazio pubblico” già lavora, spesso senza supporti istituzionali;che si torni a discutere di problemi specifici senza perdere di vista la capacità della filosofia di “guardare attraverso” le teorie e le narrazioni che descrivono la realtà semplificandola (In fondo, le bugie di Berlusconi non facevano leva proprio su questo? Sul togliere complessità presentando “una storia italiana” senza fratture e con una sola via d’uscita? E non dice oggi Monti – basandosi sulle “previsioni” dell’economia – che in realtà«la crisi ha colpito» e dunque il futuro è già scritto? Se un tale realismo fosse «inemendabile» non ci sarebbe tolto ogni futuro che non sia prolungamento del presente?)

Gramsci (stanco, ma finalmente soddisfatto): Ne parlerò su “L’Ordine Nuovo”.

Io: Da che anno vieni?

Gramsci (con aria fiera): Il 1921. Torno da Livorno. Abbiamo fondato il Partito Comunista d’Italia!

1921. Rabbrividisco. Tra un anno avrà cose ben più gravi di cui occuparsi. Tra cinque lo arresteranno. Gramsci chiude il quaderno, si stringe nel cappotto, poi dice:

Toglimi un’altra curiosità: che cos’è questo PD?

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Essere se stessi con un po’ meno di fatica https://minimaetmoralia.it/interventi/essere-se-stessi-con-un-po-meno-di-fatica/ https://minimaetmoralia.it/interventi/essere-se-stessi-con-un-po-meno-di-fatica/#comments Fri, 27 May 2011 16:23:39 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4443 di Christian Raimo Ci sono degli eventi che hanno delle somiglianze. L’arresto per stupro di Strauss-Kahn, la vicenda di Don Seppia, la tragedia del padre di Teramo che lascia la figlia sotto il sole. Tre persone – tre maschi, diciamolo subito – che pensavamo affidabili, molto affidabili, si rivelano un disastro. Addirittura dei mostri per […]

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di Christian Raimo

Ci sono degli eventi che hanno delle somiglianze. L’arresto per stupro di Strauss-Kahn, la vicenda di Don Seppia, la tragedia del padre di Teramo che lascia la figlia sotto il sole. Tre persone – tre maschi, diciamolo subito – che pensavamo affidabili, molto affidabili, si rivelano un disastro. Addirittura dei mostri per alcuni, indifendibili per la maggior parte (tranne le mogli – notiamo subito anche questo – nei casi di DSK e del padre). Eppure, evidentemente non sono tre episodi isolati. Voglio dire: 1) il Time della settimana scorsa ci ha addirittura fatto la copertina sugli uomini di potere che si comportano come maiali; Strauss-Kahn, Schwarzenegger, Tiger Woods, John Edwards, Charlie Sheen… sono soltanto l’ultima avanguardia di un esercito ben in forze; 2) la questione della pedofilia nella chiesa è diventata di rilevanza sociologica (tanto che l’associazione prete-pedofilo è purtroppo una di quelle che facciamo sempre più spesso, quasi un luogo comune); 3) queste tragedie dei bambini dimenticati in macchina sotto il sole si ripetono ogni tanto (due negli ultimi dieci giorni, Teramo, Perugia), e sono probabilmente l’emersione più tragica di una “distrazione di massa” – è una cosa che poteva capitare a chiunque, come ha detto non senza verità la moglie difendendo in lacrime il padre della piccola Elena.

Ma se il disastro di queste persone non ha un carattere di eccezionalità, forse possiamo farci qualche domanda da dove scaturiscano queste ferite sociali. Altrimenti restiamo un po’ sgomenti, ci facciamo prendere dalla rabbia o dalla pena, finiamo per pensare che tutto questo non ci riguardi, non ce ne capacitiamo. Del resto, c’è da chiedersi, perché un uomo ricco, colto, fascinoso, gli viene di violentare una cameriera africana in una camera d’hotel? Perché a un prete può saltare in mente di chiamare un suo amico relegato al ruolo di procacciatore di bambini e chiedergli di trovargliene sempre di più piccoli, con madri tossiche e bisognose? Come fa un padre a scordarsi sua figlia di nemmeno due anni in macchina sotto il sole per ore e andare a lavoro?

Di fronte all’inconcepibilità di queste azioni, siamo disposti a considerare ogni genere di spiegazione, e quindi appellarci alla dietrologia, al complotto, alla follia momentanea, a mettere finanche in discussione le regole della struttura sociale, le istituzioni pubbliche, la Chiesa, addirittura la paternità. Qualcuno, come i parrocchiani di Don Seppia a Genova ha persino pensato di costituirsi in una class action per ottenere l’invalidazione del sacramento dei battesimi che il prete pedofilo aveva celebrato. E l’operato dell’FMI? Forse sarà il caso di sostituire l’impresentabile DSK con un altro maschio, un altro europeo? E siamo sicuri che non sia colpa sua il default dei pigs europei? E al padre distratto la vogliamo lasciare la patria potestà dell’altro figlio che gli sta nascendo ora?

Insomma una volta riconosciuta la colpa, anzi una volta stigmatizzato il colpevole (con le manette a telecamere spiegate, l’ignominia sociale e l’isolamento carcerario, la penosa considerazione di come farà quel padre a sopravvivere a una cosa del genere?), siamo punto daccapo; perché è probabile, come è provato che un evento simile riaccadrà, con una modalità magari simile, lasciandoci ancora una volta sconcertati e dubbiosi: perché ci siamo fidati ancora? Che farne di questi altri disastri?

Sarebbe forse interessante allora, collettivamente, discutere non il dramma personale, la responsabilità o il carattere; né in un certo le istituzioni colpite: ma i ruoli. Abbiamo un’idea di affidabilità che è evidentemente slegata dalla reale capacità di sostenerla. Perché Don Seppia, come molti altri preti non ammette di avere un problema con la castità? Perché un pedofilo non riconosce di avere un problema con la sessualità? Perché quel padre evidentemente stressato non ha cercato un po’ di sollievo mentale? Perché Strauss-Kahn ha immaginato che il suo menage sessuale fatto di amanti occasionali, prostitute, e in mancanza, ragazze da violentare, fosse in un certo senso plausibile e consentito anche per una figura di cosa alto profilo pubblico come lui? Cosa cercano questi uomini? Veramente il potere indiscutibile e ferino della infallibilità: quella che fa dire ancora alla moglie di Teramo che ha sposato “un buon padre”? O che fa scrivere a un Bernard Henry-Levy editoriale in difesa dell’amico Strauss-Kahn?

O forse, invece, magari, qualcuno che li sollevi dalla pesantezza di questi ruoli prima che sia troppo tardi, prima che la loro inadeguatezza per manifestarsi debba arrivare al punto di rottura? Come dire: qualcuno che gli dia la possibilità di fallire in modo meno disastroso per loro, e meno distruttivo, tragicamente distruttivo per gli altri.

Per questo niente è così necessario oggi più che mai un elogio del fallimento, come l’ha definito Massimo Recalcati nel suo ultimo Cosa resta del padre: indispensabile forse per non lasciarsi paralizzare da una patologia principe dell’epoca contemporanea, la “fatica di essere se stessi”, volendo rideclinare la definizione di qualche anno fa di Alain Ehrenberg. Perché la fatica di essere un se stessi – attenzione – che qualcun altro ci ha disegnato, vuol dire produrre a livello sociale un’ansia da prestazione diffusa e pervasiva. Che sia elogio del fallimento, allora, soprattutto del fallimento di un maschile in così evidente ansia da prestazione. Che altri modelli comincino a sostituire quelli inservibili e dannosi.

Riconosciamoli, approfondiamone la complessità emotiva. Prendiamo la qualità di alcune figure cinematografiche, come quella del padre malato nell’ultimo film di Inarritu, Biutiful, o del “padre debole” nell’ultimo film di Susanne Bier In un mondo migliore, ma anche il papa di Moretti che decide di rinunciare al soglio pontificio: forse più che segnare una sconfitta di una società incapace di produrre figure-guida, di garantire un’affidabilità costante, ci indicano proprio una possibilità. La conoscenza del limite invece della determinazione cieca. Un’ammissione di inadeguatezza invece dell’afasia rabbiosa e costernata che ci sale in petto dopo tragedie come quella dello stupro di DSK, delle violenze sui bambini di Don Seppia, della morte di una piccola di 22 mesi per insolazione.

 

 

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