Renato Nicolini Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/renato-nicolini/ un blog di approfondimento culturale Sat, 19 Nov 2016 01:27:46 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Renato Nicolini Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/renato-nicolini/ 32 32 Sulla spiaggia di Castelporziano https://minimaetmoralia.it/estratti/sulla-spiaggia-castelporziano/ https://minimaetmoralia.it/estratti/sulla-spiaggia-castelporziano/#comments Sat, 19 Nov 2016 07:00:27 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=32855 Pubblichiamo, ringraziando l'autore e l'editore, un estratto dal libro Proprietà perduta di Franco Cordelli, uscito per L'Orma (fonte immagine).

di Franco Cordelli

La cravatta rossa

Siamo sulla spiaggia comunale di Castelporziano, cancello numero nove, dove un palco enorme di quaranta metri per dieci si alza contro il mare, lambito dalle onde della debole risacca notturna. Sotto (è alto circa un metro sul livello della spiaggia) dormono una quarantina di ragazzi, sacco a pelo e camicie e giubbe sgargianti, o logore oltre misura. Qualcuno ha acceso un falò poco distante, e si passano manoscritti o lattine di birra… Il Festival dei poeti è cominciato così, una vigilia inquieta, con molta preoccupazione, qualche perfidia e tutti i partecipanti dispersi tra Ostia, Castelporziano, la spiaggia e lo spettrale albergo Enalc, dove sono alloggiati.

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ginsbergcarella

Pubblichiamo, ringraziando l’autore e l’editore, un estratto dal libro Proprietà perduta di Franco Cordelli, uscito per L’orma (fonte immagine).

di Franco Cordelli

La cravatta rossa

Siamo sulla spiaggia comunale di Castelporziano, cancello numero nove, dove un palco enorme di quaranta metri per dieci si alza contro il mare, lambito dalle onde della debole risacca notturna. Sotto (è alto circa un metro sul livello della spiaggia) dormono una quarantina di ragazzi, sacco a pelo e camicie e giubbe sgargianti, o logore oltre misura. Qualcuno ha acceso un falò poco distante, e si passano manoscritti o lattine di birra… Il Festival dei poeti è cominciato così, una vigilia inquieta, con molta preoccupazione, qualche perfidia e tutti i partecipanti dispersi tra Ostia, Castelporziano, la spiaggia e lo spettrale albergo Enalc, dove sono alloggiati.

L’Enalc è una scuola alberghiera abbandonata da tre anni, ora piena di poeti e di cani molto brutti e molto buoni, tranquillamente addormentati, nella loro cronica denutrizione, sulle poltrone di una hall già toccata dalle stigmate della decadenza. A metà Marienbad e a metà Katmandu, il festival si è subito rivelato essere qualcosa che si trasforma e inganna, qualcosa di misterioso e caotico, somma di volontà potenti e dissipatrici. Qui, l’assessore alla cultura, il comunista Renato Nicolini, è la faccia nuova, con i suoi calzoni sdruciti e le cravatte rosse, le foto sui rotocalchi e l’inseparabile flauto. Questa volta ha dato subito credito a Simone Carella e Ulisse Benedetti, gli uomini del Beat 72 – il teatro che nel giro di due mesi ha anticipato i milioni per scrivere e telefonare a russi e americani, prenotare un biglietto d’aereo e farli venire a Roma.

Così, sono arrivati tutti quanti, da Ginsberg a Burroughs, da Corso a Ferlinghetti, i santoni della beat generation, invecchiati, appesantiti, ma sempre, almeno apparentemente, euforici… E i ragazzi e le ragazze che si sono addormentati sotto il palco, arrotolando sigarette, con le loro divise casuali, sono venuti tutti per loro, inseguendo il sogno di una stagione fantastica e quasi intramontabile.

Gli americani lo sanno, sanno di essere loro le stars, e non lo nascondono. Saranno con tutta probabilità i dominatori del festival perché sono anche gli unici che abbiano fatto esperienza di vagabondaggio, gli unici beat della situazione, quelli che ridono, gridano, si danno grandi botte sulle spalle, non disdegnano l’hascisc e hanno, a cinquanta, sessant’anni, le mogli giovani e i figli piccoli. Sono gli unici nella leggenda.

La tua opera sei tu

Ferlinghetti ci ricorda quando intorno alla sua libreria c’erano gli immigrati italiani, e adesso ci sono solo i cinesi, perché intanto gli italiani sono diventati middle class e hanno cambiato quartiere e casa… Siamo tutti a cena, in un ristorante di Ostia. Grandi risate e caldo, Fernanda Pivano filtra quasi ogni frase, da qualunque parte arrivi, un giovane poeta italiano ha cominciato a chiacchierare con Gregory Corso, che mostra un gran buco in mezzo ai denti.

Mentre stava centellinando, quasi schifato, un piatto di gamberi, Burroughs ha gelato il poeta irlandese Desmond O’Grady, l’unico che sa tutto sulla quotidianità di Joyce e Beckett a Dublino, caffettano palestinese addosso e troppe birre nello stomaco, che gli gridava da lontano: «Ti ho visto a New York, a Parigi, ho visto i tuoi amici, siamo stati bene insieme, ti ricordi?». «Sì, mi ricordo di te» è stata la gelida risposta dell’anziano signore che ora insegna nelle università: uno sguardo con i suoi occhi mansueti, d’una froideur mitica, e poi di nuovo i gamberi… O’Grady ha dovuto ripiegare e accontentarsi di baciare Corso, che ha una camicia rossa ma ha anche molti capelli grigi.

La festa così l’hanno fatta i freak arrivati a Ostia fiutando poesia: davanti all’albergo l’inaugurazione è toccata ad un tizio barbuto e tracagnotto che ha condotto una sua personale e lirica arringa all’indirizzo di Simone Carella: «Simone, ho fame. Ma che russi, ma che americani, che io sono disgraziato e non ho mangiato…». Poi, un lungo componimento basato sull’iterazione anamorfica di un popolare affanculo. Come lui, ne sono venuti tanti, e hanno invaso la costa tra Ostia e Castelporziano.

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Lettera aperta a candidati sindaci Ignazio Marino, Sandro Medici e Alfio Marchini https://minimaetmoralia.it/cultura/lettera-aperta-a-candidati-sindaci-ignazio-marino-sandro-medici-e-alfio-marchini/ https://minimaetmoralia.it/cultura/lettera-aperta-a-candidati-sindaci-ignazio-marino-sandro-medici-e-alfio-marchini/#comments Sun, 28 Apr 2013 20:33:13 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14144 di Christian Raimo Vivo a Roma da quando sono nato, non ho mai vissuto in un’altra città che non fosse Roma, anzi, a dirla tutta, non ho mai stazionato più di due o tre settimane di seguito in un altro posto che non fosse Roma, per cui – come dire – le elezioni del sindaco […]

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di Christian Raimo

Vivo a Roma da quando sono nato, non ho mai vissuto in un’altra città che non fosse Roma, anzi, a dirla tutta, non ho mai stazionato più di due o tre settimane di seguito in un altro posto che non fosse Roma, per cui – come dire – le elezioni del sindaco mi riguardano. In tutti questi anni ho votato una volta sola con un senso di sfrontata convinzione: il mio primo voto, a diciott’anni da poco compiuti, per Renato Nicolini. Il resto delle volte: Rutelli (ballottaggio), Rutelli, Veltroni, Veltroni, Rutelli mi sono sempre turato un po’ il naso (per tapparmelo quasi del tutto e farmi mancare l’ossigeno per Rutelli 2008): questa cautela era dovuta all’impressione che la proposta dei sindaci di sinistra e centrosinistra andasse in una direzione di troppo timida trasformazione della città.

Roma dal 1993 è diventata una città indubbiamente più vivibile, ma sarebbe potuta diventare una città molto più vivibile, più giusta dal punto di vista sociale, meno ingovernabile; dall’altra parte avrebbe potuto essere – con i suoi quasi tre milioni di abitanti e i suoi 1300 km quadrati di estensione – ripensata completamente e trasformata in una metropoli. Non è accaduto, per motivazioni molteplici e complesse. Prima proverei a riassumerne alcune e poi ne vorrei sottolinearne una cruciale che voglio porre all’attenzione dei candidati sindaci – quelli presentabili.

Parto dalla mia ultima esperienza di campagna elettorale: per le elezioni a presidente della Regione, mi sono speso insieme a molte altre persone per Nicola Zingaretti. Da parte sua, dei partiti che lo appoggiavano, mi colpiva una prospettiva marcatamente diversa e ribadita fino a diventare uno slogan in più occasioni: «La cultura al primo posto nel programma». Molte volte, nel corso di questi anni, Zingaretti si è mostrato sensibile alle questioni dell’universo culturale romano e laziale – nei limiti delle possibilità di un assessore attento e preparato come Cecilia D’Elia che scontava la debolezza di un ente-cenerentola come la Provincia – fino a voler incontrare, per fare un esempio, i lavoratori di Cinecittà in sciopero o i lavoratori dell’editoria in crisi negli ultimi atti della campagna elettorale.
Per questo da quella che è stata praticamente l’unica vittoria del centrosinistra alle ultime elezioni mi sarei aspettato un coraggio molto diverso e sono rimasto interdetto – non sono stato il solo – dalla investitura di Lidia Ravera a assessore alla Cultura della Regione Lazio.

Una persona onesta, beninteso, che sarà affiancata da uno staff competente, beninteso, che magari sta imparando in fretta come funziona la macchina faticosa della politica, beninteso, ma che per molti versi a sua stessa detta è arrivata lì totalmente inadeguata a quel ruolo (nel 2008 candidata con la Lista Bonino si autodefiniva «una signora sabauda» che si scocciava a dare i volantini per fare campagna elettorale; una settimana fa rilasciava un’intervista a Paese Sera in cui formulava una serie di ottimi propositi ma faceva un serio scivolone con una dichiarazione di questo tipo: «Ho rinunciato alla mia libertà e alla mia vita da privilegiata per impegnarmi alla Regione Lazio, perché per 5 anni voglio provarci. Bisogna invertire questa tendenza vergognosa. Il mio è un grande sacrificio: il primo maggio di ogni anno parto per Stromboli e ci rimango fino alla fine di ottobre, da dove produco reddito seduta sul mio terrazzo. Se ho rinunciato a tutto questo deve valerne la pena»). Vorrei partire da quest’errore di scelta non certo per fare una battaglia ad personam ma per provare a ragionare su un errore di metodo (e per tentare anche un’autocritica).

Parto alla larga e pongo questa domanda: Quale è stata la grande mancanza nell’immaginare una Roma diversa negli ultimi anni? Un deficit mostruoso di esperienza della città. Quale è stata la seconda grande mancanza? La distanza polare tra gli intellettuali e i politici.

Cosa voglio dire con esperienza della città? Per anni ho preso alle 6.50 il trenino metropolitano che viene da Borgata Ottavia a Trastevere, per altri anni alle 7.05 ho preso quello che da Nuovo Salario va a Trastevere. Chi non è mai salito a quell’ora su quel treno non credo possa capire che cos’è Roma nel 2013. Un’eccezione costante. Una città divisa in due. Non a caso Beppe Grillo nel venerdì precedente l’ultimo comizio elettorale del febbraio scorso fece la mossa di prenderlo quel trenino dei pendolari che è l’ipostasi di una situazione perennemente emergenziale e sperequativa.

Cosa voglio dire con distanza polare tra intellettuali e politici? Da una parte gli scrittori, i registi, gli artisti se ne sono fregati di coltivare una conoscenza di tipo urbanistico, economico, amministrativo su Roma, si sono in modo estremamente colpevole deresponsabilizzati da un ruolo attivo, critico, personale dall’avere a che fare con quello che questa città diventava; dall’altra i politici hanno preferito affidarsi ai report degli staff e evitare di leggere un libro uno, di vedere un film uno che gli raccontasse una Roma diversa da quella che avevano in testa.
Il rimpianto per quello che poteva diventare Roma in questo senso è stato doppio: mentre gli abitanti di Roma hanno cominciato a spostarsi fino a Orte per i prezzi proibitivi delle case, creando di fatto una non-metropoli su un’area vasta praticamente quanto il Lazio, oggi Roma è di fatto una non-città divisa in due – un centro e una periferia che non si parlano perché praticamente non usano la stessa lingua.

Ci sono due interviste che metterei a confronto per spiegare quello che intendo. La prima è del 2009, la rilasciò l’allora sindaco Walter Veltroni all’indomani dell’uscita del suo romanzo, Noi. Non parlava ovviamente di politica, ma a latere diceva una cosa che mi aveva colpito quasi quanto la improvvida, ingenua dichiarazione di Lidia Ravera. Siccome Noi è ambientato a Roma Nord, Veltroni prendeva spunto per parlare anche di come era cambiata la sua città e diceva che il risultato di cui era più orgoglioso come sindaco era aver risistemato Villa Borghese cosicché anche lui, per esempio, ci poteva passeggiare in bicicletta con le sue figlie.

La seconda intervista è del 2010 ed è stata fatta da Francesco Raparelli a Walter Tocci per una free-press legata al centro sociale Esc. Tocci è stato vicesindaco di Roma fino al 2001 e a rileggere quest’intervista in cui parla di quella primavera dei sindaci targata ’92-’93 viene alla mente tutta una teoria di occasioni sprecate in questi anni dal Pds-Ds-Ps (Perché per rinnovare l’Italia può essere fondamentale amministrare bene le città). Sembrava allora che fosse possibile immaginare un’altra città, e del fatto che non sia avvenuto non per colpa di un destino avverso – a mia chiara memoria – l’unico politico di sinistra che più volte si è preso le responsabilità è colui che, pur governando, ha cercato di evitare che accadesse: proprio Walter Tocci. Mi ha colpito qualche giorno fa ritrovare il suo nome in due documenti diversi e fondamentali e che i candidati di sinistra dovrebbero leggere assolutamente e di cui vorrei parlare per il resto di questo pezzo prima di arrivare a delle conclusioni minime.

Il primo è una ricerca che ha redatto il Centro per la Riforma dello Stato. S’intitola Le forme della periferia (vedi pdf): Rintraccerete almeno un paio di elementi preziosi: a) la ricostruzione ormai possiamo dire storica dell’amministrazione capitolina di sinistra (1993-2008) intrecciata al calendario legislativo da una parte e alla trasformazione dei partiti dall’altra, utile per cercare di indagare le ragioni di uno scollamento tragico nella rappresentanza; b) il racconto degli interventi dal basso della comunità periferiche che si sono inventate altri modi di fare politica.

E veniamo al secondo documento, che è un libro. Bello, fondamentale, necessario, per una città che – nonostante venga ogni giorno iperraccontata dalla televisione, dalla cronaca, dalla sociologia d’accatto – è oggetto raramente di uno sguardo sintetico. L’ha scritto Francesco Erbani, l’ha pubblicato Laterza, e s’intitola Roma. Il tramonto della città pubblica (190 pagine, 12 euro). È un libro che chiunque vive a Roma è bene che legga, figuriamoci chi vuole fare il sindaco.

Leggi il resto sul sito de Linkiesta.

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Ragionare appena appena di politiche culturali il giorno in cui si vota https://minimaetmoralia.it/politica/parlare-appena-appena-di-politiche-culturali-il-giorno-in-cui-si-vota/ https://minimaetmoralia.it/politica/parlare-appena-appena-di-politiche-culturali-il-giorno-in-cui-si-vota/#comments Sun, 24 Feb 2013 20:04:05 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13219 Ricominciamo con un nome: Renato Nicolini. Sarebbe bello se tra le molte persone che ci verranno in mente mentre siamo la cabina elettorale, ci lasciassimo ricordare Renato Nicolini. Ma non per il dovuto omaggio a un interprete di una politica non ridotta a passione triste, quanto piuttosto per il dovere di ricordare sempre che nella […]

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Ricominciamo con un nome: Renato Nicolini. Sarebbe bello se tra le molte persone che ci verranno in mente mentre siamo la cabina elettorale, ci lasciassimo ricordare Renato Nicolini. Ma non per il dovuto omaggio a un interprete di una politica non ridotta a passione triste, quanto piuttosto per il dovere di ricordare sempre che nella dialettica del voto la democrazia non debba premiare soltanto quelli che amministrano bene la cosa pubblica, senza ruberie, facendo valere le competenze, ma anche quelli che ci convincono che la politica è visione, creazione collettiva dell’immagine di un Paese. Ho dato a Nicolini il mio primo voto, a diciott’anni, nel primo turno di quelle famose elezioni per il sindaco di Roma che si risolsero con Rutelli versus Fini e che seminarono il veleno del ventennio berlusconiano. Posso dire, con lo sguardo di oggi, che è l’unico voto in vita mia che ho dato senza storcere almeno un po’ il naso per colpa di una coalizione discutibile o di una legge elettorale disgustosa.
In questi ultimi due, tre anni, dalla battaglia referendaria più o meno, molte cose sembrano ancora, nonostante tutto, cambiate e – nonostante le derive populistiche – in bene nella politica italiana: c’è stata un recupero positivo della dimensione dell’impegno personale. Si è partiti con l’accorgersi di un deficit di rappresentanza e ci si è rimessi in gioco. Questo è stato molto evidente per chi si occupa di cultura. Ne avevamo avuti a sufficienza di scrittori impegnati, registi impegnati, attori impegnati eccetera che al massimo mettevano una firma il calce a una petizione o si indignavano con una foto mandata a Repubblica. Si è capito che era necessaria una riformulazione semplice ma etica, da engagé a semplici cittadini. L’esperienza del Teatro Valle a Roma, o quella di TQ in tutta Italia, per fare due esempi tra gli ormai cento che conosco, assolvevano all’inizio alla necessità di un ruolo di supplenza. Se nessuno se ne occupa del taglio dei fondi al Fus, della situazione lavorativa dei redattori, del problema degli spazi pubblici… dobbiamo pensare di rioccuparcene noi. La condizione deprimente per l’arte e la cultura italiana era arrivata a un punto tale di immobilismo che anche chi non aveva mai avuto una confidenza con la militanza politica, aveva capito che la terra gli stava franando sotto i piedi e che quei piedi erano suoi.
Dal ruolo di supplenza si è passati a una diversa concezione di cosa vuol dire fare una politica culturale. Come? Appellandosi a tre principi generali: quello della trasparenza, quello della certificazione delle competenze dal basso, quello della cogestione; dove invece la cultura anche a sinistra è stata gestita in nome del principio di sussidiarietà, con la proliferazione dei manager e delle società modello Civita o Zetema, per fare due esempi laziali, che hanno di fatto precipitare il livello di partecipazione alla cosa pubblica: deficit di partecipazione che si è dimostrato de facto un deficit di visione, di progetto, di capacità di trasformazione sociale.
Ora, per queste elezioni, in tempi di magrissima, quali sono le priorità di una politica culturale di largo respiro? In generale pare ormai necessario pensare le politiche culturali come politiche meta-governative. Si possono immaginare i lavori pubblici senza una visione culturale? Si possono immaginare le politiche delle salute senza capire quanto per esempio incidono sulle malattie psichiche e un investimento diverso sulla cultura? Si può immaginare di riscrivere una legge Fornero senza considerare cosa vuol dire tutelare veramente tutti i free-lance del settore culturale? C’è chi, c’è da dirlo, è entrato già in questo tipo di ottica. Un paio di buoni esempi modello sono quelli di Strade e quelli di Liberos. Il primo è un sindacato traduttori: nato come un forum su internet di consigli e trasformatosi – attraverso il recupero dell’esperienza del mutualismo ottocentesco – in un riferimento imprescindibile per chi traduce; la forza di Strade sta proprio nel difendere al tempo stesso la qualità del lavoro e la qualità delle condizioni di lavoro. Liberos è invece una rete che sta riuscendo in Sardegna a unire le varie che operano nel mondo del libro – case editrici, biblioteche, librerie, associazioni culturali, agenzie letterarie… – per rispondere nell’unico modo di sinistra che conosciamo per uscire dalla crisi: non scaricandone i costi sui lavoratori, ma immaginando la politica culturale come un lungo progetto di educazione alla cittadinanza.

[Questo pezzo è uscito sul Manifesto del 24 febbraio]

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Renato Nicolini o dell’Estate romana https://minimaetmoralia.it/cultura/renato-nicolini-o-dell%e2%80%99estate-romana/ https://minimaetmoralia.it/cultura/renato-nicolini-o-dell%e2%80%99estate-romana/#comments Tue, 04 Aug 2009 07:00:19 +0000 http://minimaetmoralia.wordpress.com/?p=488 Un articolo datato ma per certi versi attuale, uscito un paio di anni fa per Il Riformista e gentilmente concessoci da Ivan Carozzi; ve lo riproponiamo a seguito della recente candidatura di Renato Nicolini alla segreteria del Pd. Un giorno d’estate di moltissimi anni fa, vidi alla tv un uomo dall’aria buffa, che parlava, parlava, […]

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Un articolo datato ma per certi versi attuale, uscito un paio di anni fa per Il Riformista e gentilmente concessoci da Ivan Carozzi; ve lo riproponiamo a seguito della recente candidatura di Renato Nicolini alla segreteria del Pd.

pazienza_blog Un giorno d’estate di moltissimi anni fa, vidi alla tv un uomo dall’aria buffa, che parlava, parlava, parlava. In seguito scoprii che quell’uomo era Renato Nicolini, un assessore, un architetto, classe 1942. Somigliava al comico veneziano Lino Toffolo, ma più magro, più figurino. Sguardo guizzante, riccioli da Peter Pan, un sorriso permanentemente autoironico. Era un intellettuale del PCI che non aveva studiato alle Frattocchie, che non vantava un cursus honorum d’apparato. Non ci si sarebbe sorpresi di vederlo su di una copertina del Male, disegnata da Pazienza. Non ci si sarebbe sorpresi, qualche anno più tardi, se lo avessimo visto accomodato tra Pazzaglia e D’Agostino, nello studio neobarocco di Quelli della notte.
Era un uomo che, mescolando marxismo e loisir, interpretò con creatività e leggerezza il varco fra gli anni ’70 e gli ancora misteriosissimi anni ’80. Il neoeletto sindaco di Roma, Giulio Carlo Argan, nel 1976 lo nominò assessore alla cultura, e lui, l’anno dopo, s’inventò la cosiddetta «Estate Romana». Due parole invero didascaliche, che facevano da cappello non solo ad un nuovo progetto per le notti romane, ma ad un’inedita vision del rapporto fra pubblica amministrazione e beni culturali. Estate romana, nella sua tautologica evidenza, era uno slogan che funzionava benissimo, un abracadabra che avrebbe risvegliato il genius loci e, per usare le parole di Veltroni, restituito la città ai romani. Dentro vi soffiava il ponentino fino fino, evocava, con effetti refrigeranti, la scena di un film con Gregory Peck ed Audrey Hepburn, e porgendo l’orecchio molto vicino allo slogan, come ad una conchiglia, avremmo udito in quelle due parole l’eco di un doppio yin, un duplice rintocco del femminino.

Estate, romana. La ricetta dell’assessore era tanto semplice quanto rivoluzionaria: utilizzare i ruderi e gli eterni scorci di Roma come quinte monumentali per una serie di manifestazioni all’aperto; investire denaro pubblico non in opere permanenti (musei, spazi, auditorium), ma in eventi che duravano giusto il tempo di una notte. Vinicio_blogConcerti rock, spettacoli teatrali, arte elettronica, le maratone cinematografiche alla Basilica di Massenzio, gli autobus utilizzati come ribalte itineranti per il cabaret, dislocati in varie zone dell’Urbe, modificandone la percezione geografica, cercando di coinvolgere e mobilitare il centro e la periferia, intercettando una domanda di consumo culturale che non era più solo appannaggio delle elites, evidentemente, ma anche di quelle che allora si chiamavano masse popolari. Dare risposta, quindi, ad una domanda di socialità diffusa, espansa, che senza dubbio era un deposito del decennio rivoluzionario dei ’70.

Alberto Arbasino, nell’incipit del suo caleidoscopico Un paese senza, si chiedeva, proprio in quegli anni: «Un Paese senza memoria collettiva: con perdita generale e capillare di sapere collettivo, storia collettiva, realtà collettiva, conoscenza collettiva?». Forse Nicolini dovette partire da quegli stessi interrogativi. Dal progetto di ricucire, attraverso l’intervento culturale, un tessuto sociourbano sdrucito, sfilacciato, minacciato dallo spettro del terrorismo e dall’ormai incombente riflusso. Due anni prima dell’uscita de La condizione postmoderna di Francois Lyotard, l’Estate Romana ibridava i saperi, mescolava già cultura alta e cultura bassa (a Massenzio si proiettavano i peplum mitologici, Totò e Peppino, i film della New Hollywood), e in qualche modo sospingeva la città fuori dalle secche dei ’70, verso il mare aperto degli anni ’80. Anche se forse, dice Nicolini, «Se avessimo da principio pensato, con geometrica potenza progettuale, di spostare i cittadini verso cultura e socializzazione, avremmo fatto un buco nell’acqua. L’Estate Romana nacque semmai dalla constatazione che la città, d’estate, era un deserto, che l’amministrazione non era attrezzata a gestire, priva com’era di un ufficio cultura. Per questo coinvolgemmo associazioni, club, cantine, che realizzarono il meraviglioso urbano, lavorando con entusiasmo e ai limiti del volontariato. Non c’era centralizzazione. C’erano sorpresa e democrazia».

E le masse metropolitane, già in quella prima edizione del ’77, risposero compatte. Uno straordinario successo in termini di affluenza e pacthwork sociale, del quale Nicolini si avvide all’improvviso, così: «Venendo dall’ospedale, dove quel giorno era nata mia figlia Ottavia, sul tardi, verso mezzanotte, andai a vedere se la manifestazione stesse avendo successo e mi trovai seduto tra la classica famiglia romana che stava continuando il suo picnic e un gruppo di ragazzi che si passavano, presumo, uno spinello».

Saviano_blogPer alcuni commentatori, come lo stesso Arbasino su Repubblica, l’Estate Romana fu l’apologia dell’effimero, come venne poi ribattezzato, cioè di una tendenza a ridurre la cultura a bene di consumo, masticato e sintetizzato nell’arco di una notte, effimero nella fruizione, sottraendo risorse ad interventi strutturali più durevoli. Per Paolo Dalla Sega, docente di drammaturgia degli eventi alla Cattolica di Milano, la nozione di evento dovrebbe intendersi come «l’incominciare ad essere dopo un non essere, l’arrivo ad una presenza, la soddisfazione di un’attesa e l’inizio di una memoria». Quindi un bene non indicizzabile, non immediatamente e aritmeticamente quantificabile, che tuttavia, sedimentandosi nell’immaginario, viene tesaurizzato dalla comunità.
Anni dopo, quando l’Estate Romana era già stabilmente calendarizzata, Nicolini viaggiava, se n’era andato in Brasile, insieme a Gianni Amico, per cercare nuovi contenuti da mettere in cartellone. Inseguirono per tutto il Paese un potente sottosegretario, tale Pecora, per convincerlo a finanziare la trasferta a Roma di una nota scuola di Samba. Volevano portare in Italia il Brasile di De Moraes e Glauber Rocha, pensando, tra l’altro, che la logica degli scambi culturali avrebbe minato la dittatura brasiliana, «spingendo il governo all’autodistruzione», disse Nicolini.

Quando però tornarono a Roma, i due videro i seguenti titoli di giornale: Italia Nostra dice no al Samba ai Fori, Il prosindaco Severi contro l’effimero, Si alla cultura, no alle nicolinate. Eppure, nonostante il prosindaco, l’Estate Romana venne ovunque imitata e proprio quest’anno compie il suo trentaduesimo anniversario. Come il ’77, ma soprattutto come pochissime altre cose nate nel ’77. La polemica sull’effimero, tuttavia, riaffiora. Si dice che Nicolini fu precursore di quella modalità di fruizione culturale, euforica e sudaticcia, che sta alla base del format Notte Bianca. Lo scrittore Antonio Scurati, in un’intervista del 2006 al Giornale, ha invece affermato che l’Estate Romana fu tra i primi sintomi di una festivalizzazione della cultura, lo show off di un berlusconismo di sinistra riconducibile, in sostanza, alla persona di Veltroni. «In realtà», afferma Nicolini, «l’Estate Romana fu riscoperta della politica come vita quotidiana, non per cambiare il mondo, ma la vita, cominciando dalla propria. Temo che Scurati riproponga, con un certo deja vu, le tesi dei Francofortesi. Non mi pare pertinente parlare di festivalizzazione della cultura, almeno fino all’81, quando la manifestazione aveva ancora contenuti di coraggiosa avanguardia. Ciò che manca all’Estate Romana oggi è semmai il senso di meraviglia, che non c’è più. Ecco, forse la cosa più simile all’atmosfera di allora è la grande piazza mescola-pubblici dell’Auditorium. Piuttosto, dove sono finite la RAI e Cinecittà?».

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