René Girard Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/rene-girard/ un blog di approfondimento culturale Sat, 22 Oct 2016 16:44:31 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg René Girard Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/rene-girard/ 32 32 Il nostro bisogno di polizia https://minimaetmoralia.it/calcio/il-nostro-bisogno-di-polizia/ https://minimaetmoralia.it/calcio/il-nostro-bisogno-di-polizia/#comments Wed, 07 May 2014 19:23:50 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20592 di Christian Raimo Non c’è nemmeno bisogno di citare René Girard e la sua psicologia delle folle (i suoi capri espiatori, la sua violenza mimetica…) per provare a commentare la narrazione tossica che ha avuto il suo incipit sabato 3 maggio con le notizie degli scontri vicino l’Olimpico ed è proseguita con la telecronaca Rai […]

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di Christian Raimo

Non c’è nemmeno bisogno di citare René Girard e la sua psicologia delle folle (i suoi capri espiatori, la sua violenza mimetica…) per provare a commentare la narrazione tossica che ha avuto il suo incipit sabato 3 maggio con le notizie degli scontri vicino l’Olimpico ed è proseguita con la telecronaca Rai della contrattazione tifosi-giocatori-polizia dentro lo stadio e poi ha ingrossato la fiumana di indignazione nazionale contro gli ultras e l’incarnazione iconica espressa da Genny A’ Carogna. Il risultato, una settimana dopo, mentre la notizia è ancora in prima pagina col suo corredo di dichiarazioni di Alfano, è – di fatto – uno solo. Una garanzia di arbitrio ancora maggiore per l’operato della polizia.
In tutto questo la vicenda legata a Genny ‘A Carogna è davvero emblematica. L’altroieri gli è stato notificato un Daspo – un divieto di accesso agli stadi – per cinque anni. Cos’è stato GAC in questi giorni? Molte cose: è stato l’uomo tatuato, l’uomo che ha permesso di giocare il derby, l’uomo con la maglietta con la scritta “Speziale libero”, il figlio di un camorrista, colui che ha soccorso per primo i feriti, e – in nome di tutto questo – un meme su internet.
Il motivo per cui GAC è stato condannato pare o l’aver indossato quella maglietta o, addirittura, l’aver scavalcato le barriere. Non pochi (per esempio qui) hanno sottolineato che forse è illegittima una condanna al Daspo perché uno si è presentato con una maglietta con una scritta, altri hanno correttamente evidenziato come forse Antonino Speziale, allora 17enne, è stato accusato e condannato ingiustamente; del resto è di febbraio scorso la notizia della riapertura del processo per una decisione della Cassazione, mettiamo che questo processo mostrasse l’innocenza di Speziale? Per cosa è stato condannato dunque: perché indossava una maglietta con su scritto che deve stare fuori dalle carceri un presunto innocente?
La colpa di Genny ‘A Carogna in definitiva sembra quella di essere onomasticamente ‘A Carogna (il suo cognome, De Tommaso, gli è stato tolto completamente nelle cronache). Uno stigma che ricordava la canzone di Elio e le storie tese, Jimmy il pedofilo

Nella canzone, Jimmy viene pestato a sangue, ma il suo destino è segnato

“Aspettate, questo è un equivoco!”
ci provò Jimmy a discolparsi,
ma gli tapparono la bocca, e sangue,
poi bastonate, sputi, pugni e calci.
Giustizia è fatta, pensò la gente,
ma in verità non era stato giusto,
perché OK, sì, Jimmy il pedofilo,
ma Ilpedofilo era il cognome.

Ma l’occhio di bue non è solo per ‘A Carogna. La questione ultras è l’ultima in ordine di tempo che attribuisce all’ordine pubblico l’intero carico di una riflessione sociale e politica sui conflitti. Nel calderone delle leggi speciali negli ultimi anni sono finiti le manifestazioni di piazza, l’immigrazione, le questioni di genere, le tossicodipendenze, le occupazioni: quando la politica attonita – i colori dei governi non contano – si trova di fronte a una questione sociale che invoca discussione, riflessione, interventi educativi, ecco che si sbriga a risolvere tutto subito con il tappo di una legge speciale, con una reazione di fermezza, facendosi scudo delle fiammate d’indignazione. Quello che resta, appena passata la buriana, è qualche provvedimento esemplare, il fumo di quello che sembrava tanto tanto sdegno, qualche leggina in più e soprattutto una polizia con più potere d’arbitrio.
Quello che non avviene, mai, è una maggiore conoscenza del fenomeno. In questo caso, chi sono gli ultras? come funziona il tifo organizzato in Italia? Qualcuno dei commentatori sportivi che ogni giorno ci ammaniscono con luoghi comuni strafatti di cattiva retorica si è mai letto gli studi di Alessandro Dal Lago o di Valerio Marchi? Un paio di post in questi giorni in rete ponevano lo stesso problema di prospettiva: il primo, sulla Privata Repubblica, ricordava il valore imprescindibile del lavoro di Marchi e soprattutto metteva in luce come in queste narrazioni tossiche finisca per essere opacizzato un dato centrale: la matrice neofascista della violenza. Un bellissimo pezzo di Stefano Ciavatta di un annetto fa su Rivista Studio raccontava, da tifoso storico, come il legame fascismo-tifo va al di là di alcune semplificazioni da frange estreme.
Un altro pezzo su Commonware esplicitava indicava qual è forse la ragione dell’esplosione randomica di violenza che ha a che fare con il calcio: le misure di cieca repressione che oggi ancora si continuano stupidamente a invocare.

“Stadi trasformati in bunker, tornelli, metal detector, telecamere a circuito chiuso, trasferte vietate, obblighi di firma per decine di migliaia di persone, arresti in differita, striscioni e fumogeni vietati, superpoteri ai questori, biglietti nominativi, tessere del tifoso, pestaggi e cariche, gas intossicanti. A nessuno viene il sospetto che tutto ciò non solo non sia servito, ma abbia contribuito a inasprire la violenza intorno agli stadi, disgregando i gruppi storici, separando le nuove generazioni dalle vecchie, trasformando molte curve in centri commerciali e milizie?”

Ripensavo a tutte questa mancanza di riflessione politica, e mi veniva in mente come i fattacci dell’Olimpico abbiano seguito di appena una settimana la vicenda di Dani Alves e la campagna virale #siamotuttiscimmie. Dani Alves raccoglie la banana, la mangia, il video fa il giro del mondo, e tutti si fanno dei selfie con la banana, poi si scopre che in realtà l’idea della strategia virale era della società di comunicazione che cura l’immagine di Neymar, compagno al Barcellona di Dani Alves, il quale a sua volta forse non ha fatto un beau geste spontaneo ma si è semplicemente prestato a interpretare una parte scritta, a fare da testimonial pubblicitario. Ci ripensavo perché mi rendevo conto che quello che sembrava l’emersione di una questione politica (il razzismo negli stadi) era invece una trovata pubblicitaria, e mi veniva da pensare come questo fosse possibile perché il calcio è sempre più uno spettacolo visto in tv, una merce e uno strumento di marketing, spesso politico (Berlusconi docet, il Renzi e il suo Derby del Cuore discit). Allo stesso tempo gli stadi negli ultimi anni si stanno svuotando, al ritmo di un 4% all’anno, portando così allo strano paradosso che il calcio diventi da una parte uno spettacolo molto pubblicitario da vedere su qualche schermo (e dello spettacolo in fondo fanno parte ugualmente le mossette furbe di Dani Alves come i petardi lanciati dalle curve, le trattative di Hamsik e le smorfie di Genny ‘A Carogna), dall’altra una pratica violenta e insensata, una sorta di ghetto di illegalità consentita solo perché ipercontrollata.

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Cento anni di Malamud! https://minimaetmoralia.it/estratti/luomo-di-kiev-bernard-malamud/ https://minimaetmoralia.it/estratti/luomo-di-kiev-bernard-malamud/#comments Sat, 26 Apr 2014 07:45:22 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20257 Il 26 aprile 1914 nasceva Bernard Malamud. Pubblichiamo la prefazione di Alessandro Piperno a L'uomo di Kiev.

di Alessandro Piperno

Non avevo ancora compiuto nove anni quando mio fratello mi mise al corrente di ciò che Hitler, una trentina d’anni prima della nostra nascita, aveva fatto agli ebrei. Il dato strano è che quella spaventosa rivelazione non mi indignò. Forse perché l’indignazione è preclusa ai bambini. Ciò che provai fu soprattutto terrore. Un terrore vago che non aveva niente a che vedere con la paura della morte. A nove anni, la morte, tanto più se non ha ancora lambito il piccolo confortevole mondo che ti protegge, è un evento astratto e implausibile. A terrificarmi, almeno stando alla dettagliata relazione di mio fratello, era il calvario di cui la morte rappresentava l’epilogo. Un crescendo ineluttabile: la diffidenza degli altri, la delazione, la discriminazione, le confische, la perdita dei diritti civili, l’isolamento sociale, la clandestinità, la deportazione, l’esclusione dagli affetti indispensabili (mamma e papà), la nostalgia straziante per tutto quello che hai perduto, le privazioni materiali, le torture fisiche, il sacrificio dei capelli e della dignità, la fame, la sete, il freddo, l’emorragia di fluidi corporei.

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Il 26 aprile 1914 nasceva Bernard Malamud. Pubblichiamo la prefazione di Alessandro Piperno a L’uomo di Kiev. (Fonte immagine)

di Alessandro Piperno

Non avevo ancora compiuto nove anni quando mio fratello mi mise al corrente di ciò che Hitler, una trentina d’anni prima della nostra nascita, aveva fatto agli ebrei. Il dato strano è che quella spaventosa rivelazione non mi indignò. Forse perché l’indignazione è preclusa ai bambini. Ciò che provai fu soprattutto terrore. Un terrore vago che non aveva niente a che vedere con la paura della morte. A nove anni, la morte, tanto più se non ha ancora lambito il piccolo confortevole mondo che ti protegge, è un evento astratto e implausibile. A terrificarmi, almeno stando alla dettagliata relazione di mio fratello, era il calvario di cui la morte rappresentava l’epilogo. Un crescendo ineluttabile: la diffidenza degli altri, la delazione, la discriminazione, le confische, la perdita dei diritti civili, l’isolamento sociale, la clandestinità, la deportazione, l’esclusione dagli affetti indispensabili (mamma e papà), la nostalgia straziante per tutto quello che hai perduto, le privazioni materiali, le torture fisiche, il sacrificio dei capelli e della dignità, la fame, la sete, il freddo, l’emorragia di fluidi corporei.

I grandi storici della Shoah (penso soprattutto a George L. Mosse) sono soliti ripetere che il dato distintivo del genocidio ebraico non può, e non deve, esaurirsi nella sconvolgente quantità di morti inflitte: il dato caratteristico è il contesto teatrale in cui tali stragi furono messe in scena. Come a dire che la morte, date le circostanze, era l’ultimo dei problemi. E, in alcuni casi, e da un certo momento in poi, era la cosa migliore che potesse capitarti. Non sorprende che, per alcuni decenni, gli ebrei, sia quelli che avevano subito personalmente la persecuzione, sia quelli che ne avevano solo sentito parlare, preferirono calare un sipario nero di omertà sullo spettacolo dell’orrore di cui erano stati i coprotagonisti. Anche qui potrei chiamare sul banco dei testimoni i miei nonni: loro non amavano parlare di questa storia, sebbene come altri ebrei romani fossero stati sfiorati dallo sterminio più o meno direttamente. Ricordo che ogni tanto a mia nonna capitava di commuoversi sulla sorte tragica delle sue cuginette.

Anni fa, durante un convegno a Gerusalemme tra scrittori israeliani e scrittori della diaspora, Aharon Appelfeld mi raccontò le straordinarie peripezie editoriali che portarono alla tarda pubblicazione delle sue opere dedicate all’esperienza di fuggiasco e di perseguitato nell’Europa centrale dominata dai nazisti. In Israele in quegli anni, mi spiegò Appelfeld, nessuno voleva sentir parlare di Hitler e dei suoi scagnozzi. E non solo in Israele.

La vergogna retrospettiva (la tortura postuma che i nazisti inflissero agli ebrei sopravvissuti) favorì la discrezione, se non addirittura l’omertà.
 Chi meglio di Primo Levi ha indagato i subdoli meccanismi della vergogna? Ma lui si è soffermato, per l’appunto, sulla vergogna dello scampato al campo di sterminio nei confronti della miriade di compagni di prigionia (non meno incolpevoli di lui) che non ce l’hanno fatta: i cosiddetti musulmani. Ma esiste un altro tipo di vergogna, molto meno terribile naturalmente, ma altrettanto subdola e velenosa. Quella che investì coloro che non avevano vissuto in prima persona l’esperienza concentrazionaria. Tutti gli ebrei che erano riusciti a nascondersi, o che a quel tempo vivevano in paesi e continenti più sicuri.

Su tutti naturalmente spiccano gli ebrei americani. Una comunità tanto numericamente vasta quanto culturalmente influente. L’alveo su cui, dalla dissoluzione dell’Impero austroungarico e dalla Rivoluzione di Ottobre in poi, prese a scorrere il fiume impetuoso della nuova intellighenzia ebraica. Il laboratorio che ha prodotto un numero di scrittori, di artisti, di scienziati, di cineasti ormai tanto universalmente noti che è persino pleonastico citarli alla rinfusa. Be’, non mi pare così stupefacente che la maggior parte di loro abbia sentito l’esigenza di dare il proprio contributo personale alla definizione di un concetto odioso come quello di persecuzione. Né mi sorprende che molti di essi, per farlo, abbiano aspettato un po’ di tempo, se la siano presa comoda, lasciando che gli eventi incriminati decantassero.

Film come Il pianista di Polanski o Schindler’s List di Spielberg sono opere di artisti maturi. E altrettanto si può dire a proposito di libri come Il pianeta di Mr. Sammler e Il circolo Bellarosa di Bellow, o del Complotto contro l’America di Philip Roth.
 Solo scrittori appartenenti alla generazione successiva, a me più o meno coetanei, non si sono fatti scrupoli a inaugurare spavaldamente la loro carriera con libri in cui la persecuzione a danno degli ebrei veniva audacemente tematizzata, talvolta persino in forme surreali o parodistiche. Penso a Michael Chabon, a Nathan Englander, a Jonathan Safran Foer, Daniel Mendelsohn e a Nicole Krauss, solo per citare i più noti.

In questa odiosa storia, un ruolo esemplare (vorrei dire centrale, se l’aggettivo non risultasse incongruo al soggetto in questione) occupa Bernard Malamud. Mi pare che l’isolamento logistico cui si sottopose nel corso della sua esistenza discreta (un isolamento non patologico come quello di Salinger o di Pynchon, o della nostra Ferrante, e ciononostante un isolamento a tutti gli effetti) trovi un correlativo oggettivo nella sua opera, dotata di una coerenza implacabile e di un encomiabile understatement. Lui è diverso dagli altri scrittori ebrei americani della sua generazione. Per il fatto di aver conservato un legame con quello che Stefan Zweig avrebbe chiamato il «mondo di ieri». Forse perché figlio di due emigrati russi, ancora non abbastanza americanizzati, forse perché nato in una Brooklyn iper-ebraica, forse per ragioni di temperamento, fatto sta che nei romanzi di Malamud l’America non appare mai un’opportunità di riscatto. Uno dei suoi temi più frequenti è la marginalità. Gli eroi di Malamud sono l’incarnazione stessa del «loser». Nessuna fitzgeraldiana corsa all’oro. Solo grandi cadute nel fango.

«Sono americano, nato a Chicago – Chicago, quella tetra città – affronto le cose come ho imparato a fare, senza peli sulla lingua, e racconterò la storia a modo mio». Ecco il memorabile incipit delle Avventure di Augie March di Saul Bellow: un attacco spavaldo, leggero, tracotante. Dubito che Malamud avrebbe mai potuto iniziare un romanzo con altrettanta insolenza. È chiaro che Bellow (nonostante fosse anch’egli figlio di emigrati) guardi a Mark Twain e a Walt Whitman, molto più che a Martin Buber o a Franz Kafka. L’assimilazione completa con la patria delle opportunità e delle ambizioni forsennate è tipica dell’ebreo bellowiano. Poco importa che molto spesso tale ambizione venga delusa. L’importante è che essa sia posta, sin dal principio, al centro della scena.

Per Malamud le cose stanno in modo diverso. La sua fedeltà alla sfiga giudaico-europea è decisamente più salda, sia da un punto di vista emotivo sia da un punto di vista stilistico. Gli eroi dei suoi romanzi e dei suoi racconti migliori (alcuni di stupefacente bellezza) sanno fare soprattutto una cosa: soffrire. La storia che Malamud racconta è sempre la stessa: quella di Giobbe. Ovvero la vicenda di un uomo su cui si abbattono mille calamità, che lui accoglie con stoicismo (mi chiedo quale debito enorme abbiano nei suoi confronti i fratelli Coen e Nathan Englander). Emblematico da questo punto di vista il mirabile incipit del racconto «L’angelo Levine»:

“Manischevitz, un sarto, nel suo cinquantunesimo anno di età ebbe a patire molte disgrazie e molte offese. Uomo agiato, nel giro di una notte perse tutto quello che aveva quando il suo laboratorio prese fuoco e, dopo l’esplosione d’un recipiente metallico pieno di smacchiatore, bruciò fino alle fondamenta. Sebbene Manischevitz fosse assicurato contro gli incendi, le cause per danni intentategli da due clienti rimasti feriti tra le fiamme lo spogliarono fino all’ultimo centesimo di tutto ciò che aveva riscosso. Quasi contemporaneamente suo figlio, un ragazzo molto promettente, fu ucciso in guerra, e sua figlia, senza neppure una parola di preavviso, sposò un tanghero e sparì con lui come cancellata dalla faccia della terra.”

Come vedete, non basta l’America a cambiare il destino degli ebrei. Del resto, malgrado Malamud, come molti altri suoi illustri correligionari, detesti essere considerato uno scrittore ebreo-americano, è indubbio che il destino dell’ebreo nel mondo dei gentili è ciò che più lo interessa e commuove. A un intervistatore del New York Post che gli chiedeva per quale ragione scegliesse sempre personaggi ebrei, Malamud rispose: «Perché li conosco. Ma soprattutto, ne parlo perché gli ebrei sono l’incarnazione perfetta del melodramma». Una risposta che, in contesti diversi, avrebbero potuto dare sia Kafka, sia Joyce, sia Svevo, e mille altri ancora da questa parte dell’oceano. Si pensi alla fine del romanzo Il commesso (per molti il suo capolavoro), quando Frank Alpine decide di convertirsi all’ebraismo:

“Un giorno d’aprile, Frank andò all’ospedale e si fece circoncidere. Per un paio di giorni se ne andò in giro faticosamente con un dolore tra le gambe. Il dolore lo esasperò e lo ispirò. Dopo la Pasqua divenne ebreo.”

Diventare ebrei significa imparare a soffrire. Imparare a soffrire significa trarre dal dolore una voluttà inimmaginabile. Benvenuti nel mondo di Bernard Malamud!

Eppure anche uno scrittore del genere, così impegnato sul fronte della sofferenza ebraica, dovette attendere la sua maturità artistica, e, per così dire, tempi migliori, per affrontare un romanzo interamente dedicato alla tragedia degli ebrei in Europa. Questo romanzo s’intitola L’uomo di Kiev.

Quando si pensa alla persecuzione antiebraica viene subito in mente il campo di concentramento. La verità è che, soprattutto in alcuni paesi dell’Est Europa, tale persecuzione ha avuto inizio molto prima che gli sgherri di Hitler concepissero l’Inferno in terra. Il pogrom era una pratica ampiamente diffusa nella Russia da cui provenivano i genitori di Malamud. E, del resto, gli stessi nazisti, solertemente coadiuvati da popolazioni autoctone, ammazzarono un sacco di ebrei sul posto – in Polonia, in Galizia, nella ex Cecoslovacchia – senza preoccuparsi di trasferirli in campi appositi (si veda Gli scomparsi, il capolavoro di Daniel Mendelsohn). I pogrom che gli ebrei subirono nel corso dei secoli non furono che una sorta di cruento antipasto rispetto al banchetto della Shoah. E visto che gli scrittori veri non amano prendere di petto i grandi eventi storici, preferendo evocarli attraverso piccole vicende individuali, Malamud, per scrivere il suo romanzo sulla persecuzione, sceglie un piccolo fatto di cronaca avvenuto nei pressi di Kiev all’inizio del secolo scorso, e lo trasfigura alla sua maniera.

Si tratta del caso di Mendel Beilis, ebreo ucraino ingiustamente accusato dalle autorità zariste di assassinio rituale a danno di un bambino. Nell’Uomo di Kiev, il povero Mendel prende le fattezze di Yakov Bok, un miserabile tuttofare che un giorno, dopo l’ennesimo tradimento subito dalla moglie, e devastato dall’indigenza, decide di abbandonare il suo shtetl e di avventurarsi verso il mondo ostile dei gentili. Da questa decisione incauta e inconsulta discenderanno tutte le sue atroci disgrazie: l’accusa di omicidio, la lunga detenzione in carcere, un processo burla, le torture.

La scrittura dell’Uomo di Kiev fu per Malamud un autentico calvario. Lui stesso confessò a più riprese di sentire sulla propria pelle i soprusi subiti dal suo protagonista. Del resto, mai la sua prosa aveva raggiunto un tale grado di brutalità. Come spesso avviene agli scrittori, il libro più difficile da scrivere alla sua uscita si rivelò anche il più controverso. Inoltre fu un grande successo, suggellato dal National Book Award e dal Pulitzer. Ma di questo chi se ne importa.

In uno dei suoi saggi più famosi, a un certo punto, René Girard scrive:

“Le minoranze etniche e religiose tendono a polarizzare contro di sé le maggioranze. Vi è in questo un criterio di selezione vittimaria certamente proprio ad ogni società, ma transculturale nel suo principio. Non c’è, quasi, società che non sottometta le proprie minoranze, i propri gruppi mal integrati o anche semplicemente distinti, a certe forme di discriminazione se non di persecuzione.”

È un peccato che il povero Yakov Bok non conoscesse queste parole (come avrebbe potuto visto che ai suoi tempi Girard non era ancora nato?). Se le avesse conosciute forse si sarebbe risparmiato quel disperato viaggio della speranza. Se solo avesse capito che non bisogna essere colpevoli per essere puniti ma che basta appartenere a una minoranza, probabilmente non sarebbe andato nella tana del lupo. Infatti, la sola verità cui giunge dopo aver a lungo riflettuto sull’accaduto non è molto lontana da quella di Girard. Yakov, ormai in galera da anni, in attesa di giudizio, non fa che chiedersi quale sia la ragione di tanta sofferenza immeritata. Finché a un certo punto non capisce tutto:

“Non c’era una «ragione», c’era soltanto un complotto contro un ebreo, un ebreo qualsiasi, e lui era l’uomo scelto casualmente come capro espiatorio. L’avrebbero processato perché era stata formulata un’accusa, non c’era bisogno di altre ragioni. Nascere ebreo significava essere vulnerabili alla storia e ai suoi errori più spaventosi. Il caso e la storia avevano coinvolto Yakov Bok come non avrebbe mai creduto possibile. Il coinvolgimento, in un certo senso, era impersonale, ma le conseguenze, il suo dolore e la sua sofferenza, non lo erano. La sofferenza era personale, acuta e, a quanto ne sapeva Yakov, senza fine.”

Essere ebreo. Questa è la sola ragione. Questa è la colpa tra le colpe. Non ne esistono altre. Quando Yakov grida la sua innocenza di fronte al più ottuso dei suoi accusatori, si sente rispondere candidamente: «Nessun ebreo è innocente». Lo stesso Yakov finisce per capire la verità tragica di quelle parole. Già, la capisce e s’infuria:

“Il suo destino lo riempiva di nausea. Scappando dalla Zona di residenza era finito dritto in prigione. Dalla nascita lo aveva seguito un cavallo nero, un incubo ebraico. Che cosa significava essere ebreo se non una maledizione eterna? Yakov era stufo marcio della storia degli ebrei, del loro destino, della loro colpa di sangue.”

Lo struggimento di Malamud di fronte all’ingiustizia della persecuzione – pur non raggiungendo le vette universali di Kafka (Kafka è irraggiungibile!) – è comparabile a quello di cui diede prova Danilo Kiš nello splendido Una tomba per Boris Davidoviï. E, a pensarci, c’è anche un po’ del Koestler di Buio a mezzogiorno e del Nabokov di Invito a una decapitazione. Del resto, che il modello (ripeto: inarrivabile!) sia Kafka è talmente esplicito che Malamud lo cita senza pudore. Quando Yakov viene tratto in catene, trascinato per strada di fronte a tutti, pensa: «Come un cane». Lo stesso pensiero di Joseph K. prima di essere sgozzato. Kafkiana è la metafisica ineluttabilità del destino di Yakov, e per così dire, la responsabilità storica che gli grava addosso.

Detto questo, Malamud ha una sensibilità del tutto peculiare nel descrivere l’azione del veleno della discriminazione. Conosce l’orrida capziosità di chi non fa altro che sospettare il prossimo. Di chi vuole trovare negli altri le colpe della propria infelicità. Per questo è così efficace nel mettere in scena lo spaventoso calvario di Yakov.

Da ultimo, prima di togliermi di mezzo e lasciarvi nelle abili mani di Malamud, mi siano consentite due notazioni tecniche.

1) I romanzi di Malamud (non solo questo ma tutti gli altri) appartengono a quel genere di 
libri assai rari che amano partire in sordina per diventare splendidi strada facendo, come se lui non lavorasse con le singole parole o le singole frasi, ma semmai con le pagine, con il loro implacabile ammonticchiarsi l’una sull’altra. È come quei seduttori che la prima volta che li vedi ti sembrano perfettamente insipidi e già la terza volta senti che non potrai mai liberarti di loro. Malamud elude programmaticamente qualsiasi piacioneria, non concede niente allo spettatore. E questo è un rischio immenso per uno scrittore. Devi avere fegato, carattere e una straordinaria fiducia nella storia che ti accingi a raccontare per non blandire il lettore sin dalla prima riga.

2) C’è chi ha accusato L’uomo di Kiev di essere un libro non sufficientemente realista. In effetti, è come se qui i dettagli ambientali, cui Malamud ci ha abituato nei primi romanzi e nei racconti più riusciti, venissero, chissà quanto deliberatamente, elusi. Come se l’intera avventura di Yakov avvenisse in un mondo astratto e remoto. Tutto questo ha un motivo preciso. Stavolta Malamud è costretto a lavorare con materiale di seconda mano, se non addirittura di terza. È evidente che, come narratore, si trova più a suo agio nell’America della sua epoca che nella Russia dei suoi nonni: l’odore degli scappamenti dei taxi o dei vapori della metropolitana gli è più familiare del lezzo di sterco. Il che spiega perché lavori per sottrazione. Eppure, proprio in virtù di quanto ho appena detto, Malamud dà prova in questo romanzo (più che da qualsiasi altra parte) delle sue capacità tecniche. Di più: del suo virtuosismo. Yakov, almeno per tre quarti del libro, è chiuso in una fetida gattabuia. È come se, da un certo punto del romanzo in poi, l’azione si spostasse nel suo cervello e nelle sue membra martoriate. La squallida biografia di Yakov diventa una specie di biografia morale. La sua povera prosaica esistenza si popola di ricordi, di fantasmi, di teoremi filosofici. Tutto questo, ben lungi dall’allontanarci dal cuore del dramma, ci rende partecipi, ci commuove. Più Malamud toglie più noi acquistiamo. Questo significa scrivere.

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O ti meno o ti proteggo. Ovvero parlare di violenza di genere tra sedicente femminismo e maschilismo benevolo. https://minimaetmoralia.it/interventi/o-ti-meno-o-ti-proteggo-ovvero-parlare-di-violenza-di-genere-tra-femminismo-light-e-maschilismo-benevolo/ https://minimaetmoralia.it/interventi/o-ti-meno-o-ti-proteggo-ovvero-parlare-di-violenza-di-genere-tra-femminismo-light-e-maschilismo-benevolo/#comments Sun, 29 Dec 2013 08:53:48 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=17186 Questo articolo è uscito sull’edizione online di Europa. di Christian Raimo La violenza di genere è diventata un argomento mainstream. Termini come stalking, femminicidio sono parole che oggi conoscono anche i ragazzini di dieci anni. I cartelloni sei per tre, le fiancate degli autobus anche negli ultimi mesi hanno ospitato una serie di campagne pubblicitarie, […]

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Questo articolo è uscito sull’edizione online di Europa.

di Christian Raimo

La violenza di genere è diventata un argomento mainstream. Termini come stalking, femminicidio sono parole che oggi conoscono anche i ragazzini di dieci anni. I cartelloni sei per tre, le fiancate degli autobus anche negli ultimi mesi hanno ospitato una serie di campagne pubblicitarie, istituzionali, progresso, commerciali con al centro la questione.

Questa, per esempio, è la campagna del giornale L’Unità.

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I sette claim sono:

– Se il tuo sogno d’amore finisce a botte, svegliati!
– Gli schiaffi sono schiaffi, scambiarli per amore può farti molto male.
– Non sposare un uomo violento. I bambini imparano in fretta.
– Un compagno violento non ti accompagna nella vita. Al massimo all’ospedale.
– Hai un solo modo per cambiare un fidanzato violento. Cambiare fidanzato.
– Un violento non merita il tuo amore. Merita una denuncia.
– Sai già che picchia. Quando picchia alla porta non aprire.

 

Questa è quella promossa da una Fondazione Del Monte di Bologna e Ravenna:

Roma-dice-no-noino.org-Alessandro-Gassman

 

Questa è la campagna intitolata “Punto su di te” da Pubblicità Progresso che ha piazzato in giro per strada dei cartelloni con dei fumetti parlanti a metà per vedere se qualcuno ci scriveva qualche insulto, ed è successo.

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Ma hanno pensato di fare una campagna apposta anche marchi di abbigliamento di Coconuda.

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E Yamamay:

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L’impressione che questa ondata di comunicazione trasmette è che si sia abbastanza conformato un messaggio e un linguaggio comune sulla questione: forse efficace perché semplice, o forse molto condivisibile perché semplificato. Di questo discorso sono protagonisti donne vittime e uomini violenti, o donne che dovrebbero denunciare e uomini buoni che sanno dare l’esempio. Non si parla di educazione; sostituita dalla denuncia. E si coccola questo pseudo-concetto molto moderno che si chiama “sensibilizzazione”, che sta a voler dire un po’ qualunque cosa. La violenza di genere in tutti i casi è vista come una sorta di malattia sociale da stigmatizzare socialmente per criminalizzarla. Nessuna parte di questo discorso prevede che tra uomini violenti e uomini buoni possa esistere una casistica più ampia; nessuna parte di questo discorso affronta la questione in senso culturale; nessuna parte di questo discorso prova a problematizzare la questione della violenza tout-court e della violenza di genere in particolare. Vorrei tentare di fare queste tre cose.

1.

È piuttosto deludente se non deprimente come una parte del nuovo femminismo, o meglio della ricezione nei media del nuovo femminismo, abbia di fatto ristretto una visione politica complessa a una mera “questione femminile”. Nel meno peggiore dei casi le donne vengono convocate a discutere di maternità, relazioni, crisi della famiglia…; nel peggiore vengono chiamate in causa come vittime di una società maschilista: persone da aiutare. Se è vero che nell’ultimo Parlamento, nelle giunte locali delle ultime elezioni, la componente femminile è leggermente maggiore delle precedenti legislature, è vero anche la prospettiva femminista è quasi completamente assente – ridotta appunto a una militanza testimoniale, da comunità ginocratica, genetica più che di genere, chiamata in causa al massimo per i femminicidi e simili.

La novità che invece rappresentò il femminismo negli anni Settanta fu quella di ripensare una grammatica politica a partire da una rilettura della polis nel privato. Come sottolinea Lea Melandri in Amore e violenza, è chiaro che quella rivoluzione pacifica che è stato il femminismo nutriva (ed era nutrita da) altre correnti parallele: il movimento non-autoritario, l’ecologismo, la riflessione sulla biopolitica… Se ci si dimentica, o si rimuove, tutto questo, l’idea di femminismo che ci resta è quella di un momento di rivendicazione, al massimo di emancipazione, non certo di liberazione: una stagione, se vogliamo essere benevoli – in cui le nostre mamme o le nostre nonne facevano casino. Il pensiero della differenza, l’autocoscienza, i collettivi… gli strumenti politici rivoluzionari del femminismo rimangono nei documentari musealizzanti; la condizione di minorità, di debolezza, sembra invece sempre attuale.

Questo sedicente e presunto femminismo che considera le donne solo come vittime – lo dico da maschio che invece viene messo in crisi in ciò che ha di più caro (la sua presunta superiorità, la sua presunzione intellettuale) da una Carla Lonzi o una Susan Faludi e non dalle battaglie rivendicative – è penoso, inutile, e politicamente regressivo.

Per esempio. L’immagine che nelle campagne dell’Unità e di Noino.org si hanno dei maschi sono duplici e false: in un caso hanno la faccia sbarrata dei killer potenziali, nell’altro la versione bonaria degli uomini buoni, protettivi, “migliori”. È un’idea del maschile riduttiva, inservibile, che una pratica femminista non può che contestare. E in questi mesi ha anche provato a farlo, criticando l’impostazione emergenziale; ma rimanendo di fatto perplessa di fronte all’attenzione mediatica: avere finalmente l’occhio di bue puntato su questi temi sarà buono o sarà controproducente?

Gli assenti ancora una volta, purtroppo viene da dire, sono stati gli uomini. Ci sono, va riconosciuto, uomini che da anni si occupano di questioni di genere, quelli di Maschileplurale sono i più noti tra un piccolo nucleo di gruppi e associazioni che fanno un lavoro di militanza da anni; e in questi giorni non sarebbe sbagliato andarsi a recuperare un librino-conversazione a due voci di Stefano Ciccone e Lea Melandri per Effigie, Il legame insospettabile tra amore e violenza.

E non sono mancati interventi pubblici di voci riconoscibili, anche in luoghi importanti, ma questi discorsi dei maschi soprattutto quando arrivano sui media popolari, pur nella loro acutezza, mancano spesso dell’elemento essenziale che sarebbe utile per un dialogo: il partire da sé. Ossia: non tanto porsi il problema della violenza di genere, non tanto criticare i modelli di maschilismo invalsi, non tanto raccontare quando fummo colpevolmente cauti da non stare dalla parte delle donne vittime, quanto provare a esplorare la propria educazione sentimentale e sessuale maschile, la propria tensione verso la violenza, la propria somiglianza di genere rispetto ai questi incredibili bruti.

È possibile che non ci sia mai un intellettuale maschio che racconti non dico la sua abitudine a andare a prostitute o quella volta che fu vicino a stuprare una donna, ma semplicemente riesca a confessare le sue telefonate ossessive, gli appostamenti sotto casa, le mail ricattatorie? Possibile che non ci siano maschi che riescano a mostrare queste fragilità, questa violenza implosa?

Perché questo è lo stato emotivo del tempo in cui viviamo; non un altro, non un’astratta utopia di maschi consapevoli e donne liberate – ma forse nemmeno un disastro apocalittico e irredimibile. La disfunzionalità – in fondo ci facciamo i conti tutti i giorni nei nostri rapporti – è quasi la norma.

Sapete un luogo della rete dove è visibile in modo argentino questa enorme difficoltà relazionale? I siti di seduzione. Andate a farvi un giro su internet e scoprirete in mezzo ai centinaia di blog chiamati imparaasedurla.it, comericonquistarelatuaex.it, comeritrovarelamore.it, una gigantesca quantità di dolore e di frustrazione, dove sedicenti esperti autobattezzatisi roba tipo Mr.Seduzione distribuiscono consigli a tamburo battente e cercano di improvvisare strategie di comportamento fatte di buon senso e tecniche manipolatorie. Chi sono gli uomini che affollano queste discussioni? Un’altra razza? Ci potremmo sedere a un bar con loro? Ci potremmo insegnare l’un l’altro qualcosa? Ci sentiremmo meno soli nei nostri dissesti sentimentali?

2.

Nel 2007 uscì un libro editorialmente sfortunato, verrebbe da dire. Lo scrisse Daniela Danna, lo pubblicò Eleuthera, s’intitolava Ginocidio. Aveva come suo obiettivo esplicito quello di provare a inserire questo neologismo, “ginocidio”, nel dibattito pubblico, in un momento in cui i casi di assassini di donne erano relegati in qualche sporadico trafiletto di cronaca locale. Aveva scelto male il momento e il titolo, ma aveva azzeccato molte altre cose. Ossia aveva capito che la questione della violenza di genere andava esplorata con un’ottica disciplinare e non giornalistica. Se i legislatori che hanno formulato la brutta legge sul femminicidio o i pubblicitari che hanno ideato le discutibili campagne anti-violenza avessero letto il libro della Danna avrebbero fatto propria forse una prospettiva più laica, o quantomeno più problematica. Si sarebbero chiesti come e perché si manifesta la violenza contro le donne e non si sarebbero precipitosamente affannati a cercare di dare una risposta legislativa, mediatica, all’ansia del momento.

Nella parte iniziale del libro Danna, sociologa dell’Università di Milano, insiste su un punto preliminare, linguistico. Circoscrive meritoriamente il campo in modo da dare legittimità e non solo attenzione al discorso che le interessa: si chiede di cosa parliamo quando parliamo di violenza di genere.

“Per valutare la posizione delle donne con un metro oggettivo, senza farsi trarre in inganno dall’acquiescenza di coloro che sono totalmente schiacciate da un potere maschile e tradizionale da aver rinunciato persino a una posizione migliore, la filosofa statunitense Martha Nussbaum ha applicato ai rapporti tra i sessi l’approccio basato sulle ‘capacità’ di Amartya Sen. Sen riconosce il problema dell’adattività delle preferenze, cioè del fatto che normalmente si esercita la facoltà di scelta solo tra gli obiettivi che sono effettivamente raggiungibili, e dunque la scelta non è un buon criterio per giudicare la volontarietà di un’azione. […] È solo nel momento in cui si intravede un’alternativa che il comportamento violento, fino ad allora subito, diventa inaccettabile e viene finalmente nominato come tale. A volte è sufficiente una pausa di riflessione, un confronto con persone che provengono da un ambiente diverso, una convalida della propria percezione di ingiustizia: ‘Mio marito mi picchia, viene a letto con me quando non voglio e io devo obbedire. Prima di venire intervistata non ci pensavo veramente. Pensavo che fosse naturale. Per un marito questo è il giusto modo di comportarsi’, ha dichiarato una donna senegalese nell’ambito di un’inchiesta dell’Organizzazione mondiale per la Sanità”.

Notare le differenze: se qui il focus è l’educazione alla consapevolezza e all’autonomia, il messaggio che passa dalla legge o dalle campagne mediatiche è che “intravedere un’alternativa” pare significhi individuare modelli alternativi di relazione, ma criminalizzare alcune persone e frequentarne altre. Emargina i cattivi: non una grande idea da un punto di vista politico. E tra l’altro, senza volerlo, questa soluzione marginalizzante comporta una specie di rimozione classista rispetto alle questioni di genere. Le donne che possono vedere riconosciuti i propri diritti sono quelle che se lo possono permettere: che hanno un’istruzione adeguata, la cui condizione socio-economica consente l’indipendenza da un uomo, che possono decidere di lasciare la casa dove vivono con il compagno violento. Ossia: il messaggio che passa nella denuncia del femminicidio riguarda soltanto una parte piccola di donne che riescono realizzare concretamente una messa a distanza o almeno a porsi l’idea di un’alternativa reale, altrimenti – questo è chiaro – io donna nemmeno sono capace di vederla questa violenza, mi rimane fantomatica.

Nel momento in cui l’“alternativa” è soltanto la denuncia e lo stigma sociale, la responsabilità collettiva è come se avesse dichiarato forfait. La politica si è lavata le mani dando i soldi a qualche pubblicità progresso o a qualche reading con attori impegnati.

Insomma la verità è che sembra funzionare rispetto all’intera questione una sorta di doppio legame: le femministe, per vedere riconosciuto il valore di certe battaglie, è come se dovessero disconoscere il proprio metodo. Un femminismo light, analcolico.

Continua a leggere sul sito di Europa.

Quiinvece, per chi vuole, c’è un’ottima bibliografia – curata dall’Università delle Donne – del materiale reperibile in rete sulla discussione italiana su questi temi.

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Come facevamo a insultarci quando non c’era Twitter? https://minimaetmoralia.it/societa/insulti-twitter/ https://minimaetmoralia.it/societa/insulti-twitter/#comments Wed, 15 May 2013 09:05:54 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14362 M’insultano ergo sum. Dopo le minacce a Laura Boldrini e le offese ricevute da Enrico Mentana su Twitter, da giorni si celebrano in Italia i funerali della “civil conversazione”. Sul tema sono intervenuti tutti: prima chiedendo a Mentana di restare su Twitter, poi replicando alla sua lettera d’addio. Giù trasmissioni, corsivi e talk-show. Nell’epoca dell’ingiuria, e soprattutto della sua riproducibilità tecnica, l’insulto scritto sembra diventato la struttura segreta dei social network. Domanda: prima com’era? Risposta: uguale. Sono decenni che sul web prima ci si provoca, poi ci si oltraggia. Da una parte gli anonimi, dall’altra firme più o meno famose, con la zona grigia tra i due insiemi che è l’area più vasta. Qualcuno rischia addirittura di fare la figura del neofita ad accorgersi con ritardo del tipo di galateo usato nel web.

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M’insultano ergo sum. Dopo le minacce a Laura Boldrini e le offese ricevute da Enrico Mentana su Twitter, da giorni si celebrano in Italia i funerali della “civil conversazione”. Sul tema sono intervenuti tutti: prima chiedendo a Mentana di restare su Twitter, poi replicando alla sua lettera d’addio. Giù trasmissioni, corsivi e talk-show. Nell’epoca dell’ingiuria, e soprattutto della sua riproducibilità tecnica, l’insulto scritto sembra diventato la struttura segreta dei social network. Domanda: prima com’era? Risposta: uguale. Sono decenni che sul web prima ci si provoca, poi ci si oltraggia. Da una parte gli anonimi, dall’altra firme più o meno famose, con la zona grigia tra i due insiemi che è l’area più vasta. Qualcuno rischia addirittura di fare la figura del neofita ad accorgersi con ritardo del tipo di galateo usato nel web.

Domanda: sì ma prima del web com’era? Risposta: è una storia lunga, ma già Dante Alighieri, per dire di un poeta, in una celebre “tenzone”, accusò Forese Donati di essere impotente, mangione, violento, ladro, figlio di un padre ignoto. C’era già tutto insomma, e Forese, nei sonetti di risposta, gli dette subito dell’accattone, tanto per gradire. Ci si è sempre offesi, ogni epoca escogita un modo, una retorica e dei canali nuovi. Quello che oggi manca è forse un po’ di sano “virtuosismo dell’ingiuria”. Nel Cinquecento sembrava che stesse per venire giù il mondo: Pietro Aretino era quello che oggi si chiamerebbe un troll. Le sue lettere sono volgarissime, senza diritto di replica, e i suoi giudizi vengono sparati come pietre su obiettivi che sono i più disparati: letterati, prostitute, soldati.

Prima del web forse era peggio. Di solito si passava dagli insulti al duello, oggi per fermare un molestatore su Twitter basta bannarlo. Un tempo, uno dei due contendenti lanciava il guanto per terra e allora la sfida cominciava: quella vera. Lo sapeva bene Gabriele D’Annunzio che discusse aspramente dalle pagine dei giornali con Edoardo Scarfoglio (un altro giornalista, appunto) finché a un certo punto Scarfoglio non ritenne che l’oltraggio aveva superato una linea immaginaria tracciata dal suo onore e lo sfidò a duello. Il giornalista colpì il poeta e al terzo assalto lo ferì. Oggi sul web, in confronto, sono tutti dilettanti.

Gli insulti, si dirà, non piacciono a nessuno. Specialmente all’orgoglio. Ecco il vero convitato di pietra della discussione. Si sta su Twitter per tante ragioni ma mostrare la propria fama a suon di follower è forse la tentazione più grande. L’orgoglio si gonfia, il narcisismo si bea, all’io basta poco per essere gratificato, va benissimo, per esempio, una cascata di retweet. Ma con l’aumentare della fama aumentano le sferzate. Perché le offese? Anche questa non è proprio una novità. Le società funzionano così da sempre. Twitter ha palesato un desiderio collettivo latente che ha origini nella notte dei tempi: dacci oggi il nostro linciaggio quotidiano. Il processo che fece Pilato a Gesù non aveva molto senso: «Ma che male ha fatto costui? Non ho trovato nulla in lui che meriti la morte. Lo castigherò severamente e poi lo rilascerò», dice Pilato. Ma la folla insiste: «Essi però insistevano a gran voce, chiedendo che venisse crocifisso». C’è sempre una vittima, inevitabilmente innocente, perché da sempre il linciaggio è il vero collante di ogni comunità. Basta aprire un libro a caso di René Girard per sapere come funziona il gioco (al massacro).

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Denaro e letteratura https://minimaetmoralia.it/libri/denaro-e-letteratura/ https://minimaetmoralia.it/libri/denaro-e-letteratura/#comments Mon, 02 Jul 2012 09:46:47 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8538 Pubblichiamo una recensione di Carlo Mazza Galanti, uscita su «Alias», su «Resistere non serve a niente» di Walter Siti (Rizzoli).

Non conosco altri scrittori che abbiano raccontato in maniera così documentata l'ambiente dell'alta finanza internazionale e i suoi addentellati criminali, aggiungendo inoltre quel tocco “glocal” che la tecnica di cut-up sul parlato dialettale tipica della scrittura di Siti è così appropriata ad esprimere e che difficilmente un romanziere americano (un Easton Ellis, per dire), dall'alto del suo centralismo linguistico e culturale, saprebbe riprodurre. Come spiega il narratore: “se c'è una superiorità che Morgan sente come liberatoria è aver potuto constatare di persona quanto la periferia non sia più periferica: conosce il progetto spaziale ucraino in Brasile, la mini-Beirut commerciale e godereccia a Ciudad del Este, le banche iraniane in Albania e la maxifonderia cinese in Uganda” (dietro il nome di Morgan si nasconderebbe un personaggio centrale dell'ampio Sistema che controlla buona parte del mercato planetario, fine teorico dell'inevitabile, strutturale, porosità esistente tra finanza e violenza, tra globalizzazione economica e reti clandestine, tra legale e illegale).

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Pubblichiamo una recensione di Carlo Mazza Galanti, uscita su «Alias», su «Resistere non serve a niente» di Walter Siti (Rizzoli).

Non conosco altri scrittori che abbiano raccontato in maniera così documentata l’ambiente dell’alta finanza internazionale e i suoi addentellati criminali, aggiungendo inoltre quel tocco “glocal” che la tecnica di cut-up sul parlato dialettale tipica della scrittura di Siti è così appropriata ad esprimere e che difficilmente un romanziere americano (un Easton Ellis, per dire), dall’alto del suo centralismo linguistico e culturale, saprebbe riprodurre. Come spiega il narratore: “se c’è una superiorità che Morgan sente come liberatoria è aver potuto constatare di persona quanto la periferia non sia più periferica: conosce il progetto spaziale ucraino in Brasile, la mini-Beirut commerciale e godereccia a Ciudad del Este, le banche iraniane in Albania e la maxifonderia cinese in Uganda” (dietro il nome di Morgan si nasconderebbe un personaggio centrale dell’ampio Sistema che controlla buona parte del mercato planetario, fine teorico dell’inevitabile, strutturale, porosità esistente tra finanza e violenza, tra globalizzazione economica e reti clandestine, tra legale e illegale).

Personalmente non so nulla di “operazioni off-shell”, di SIV, PIC, di “future”: prendo atto della presenza di più che affidabili consiglieri che l’autore ringrazia nella nota finale e ammiro la tessitura di tecnicismi e la sua capacità di saldare in profondità l’idioletto, o meglio il socioletto, al carattere dei suoi personaggi. Vale lo stesso per quanto riguarda le peripezie politico-finanziarie di questi ultimi, che non sapendo giudicare nel merito apprezziamo nel metodo, limitandoci a contemplare gli strani prodotti di un mondo lontano ma da cui, a quanto pare, dipendiamo molto più di quel che pensiamo. Straniamento che comunque Siti non si preoccupa di impedire, semmai favorendolo con svisate espressionistiche e visionarie che per brevi istanti sollevano l’impianto romanzesco dal suo ancoraggio empirico, lasciandolo fluttuare in spazi dove l’immaginazione surriscaldata di un Ballard (“Non dico il denaro, ma la proiezione olografica del denaro emette feromoni che ubriacano le menti digitalizzate” pare venuto fuori dalla Mostra della atrocità) si accoppia con la fanta-politica del Petri più metafisico (l’operazione occulta al corpo morto berlusconiano di pag. 246).

Resta una sfasatura alla quale, anche fatta la tara dei dubbi intorno allo statuto del testo (Vero? Falso? Fiction? Non-fiction?) che abbiamo fra le mani e preso per buono trattarsi proprio di un “romanzo realista” – con tutte le complicazioni che ha sempre incontrato qualsiasi dichiarazione di realismo (“le réalisme c’est l’impossible… pare l’abbia detto Picasso” cita il personaggio Walter Siti verso la fine del libro) – anche prese le giuste distanze e consegnato questo testo a un ipotetico lettore del 2200 che vi troverà senz’altro materiale utilissimo per un ricerca etnografica sulla nostra epoca, resta una sottile sfocatura che a volte disturba la visione, non per forza negativamente. “Ti ho delegato a vivere temi che sono miei” confessa il personaggio dello scrittore al suo amico finanziere di cui questo libro ricostruisce la vita, aggiungendo: “in pratica scriverò un romanzo per procura”. E in effetti i suoi temi ci sono tutti, ma i suoi temi sono anche temi di tutti, temi in qualche modo “classici”: l’ambizione e l’affermazione sociale come tentativo di riscatto da un’infanzia minorata (il protagonista è stato un bambino obeso, cresciuto in un ambiente umile); il culto della bellezza fisica contrapposto al valore etico della bellezza morale (eros e agape, incarnati nelle due figure della giovane Gabry, fiammante modella, e Edith, più attempata e poco avvenente poetessa) altrimenti aggiornato secondo la più puntuale dicotomia: culto dell’immagine vs esperienza ruvida della realtà.

Infine la riflessione intorno al denaro come prodotto seminale di un processo di progressiva e onnipervasiva astrazione-mercificazione dell’esistente. Tutto ciò costituisce la matrice immaginaria che ha dato vita a ogni romanzo dell’autore: all’autobiografia è stata qui sostituita la narrazione in terza persona (molto oscillante, tuttavia), all’omosessualità l’eterosessualità, all’astrazione dell’immagine e dei corpi anabolizzati dei bodybuilders quella più impalpabile dei flussi finanziari. Se c’è una peculiarità di questo scrittore è quella di sapere saldare un molto privato discorso sentimentale alla rappresentazione accurata di specifici ambienti sociali: l’università (quello che  meglio aderiva al suo vissuto, e forse anche perciò Scuola di nudo resta il suo libro migliore), la televisione, le borgate romane, ora la finanza. Mappare le stratificazioni della realtà contemporanea utilizzando come sonda le proprie idiosincrasie è un operazione a cui Siti non ha rinunciato neppure in questo nuovo romanzo, dove si è tuttavia ben guardato dal correre il rischio di scrivere “un libro per froci”, secondo la definizione ormai famosa tra gli addetti ai lavori (e pure citata dallo stesso Siti in apertura del libro) che diede Antonio Franchini, editor di Mondadori, del suo precedente romanzo.

La sensibilità dello scrittore modenese “tiene” perfettamente anche in ambiente etero, per così dire, e proprio quella sottile sfasatura tra realtà documentaria e fantasmi personali che percepiamo (anche) in questo romanzo è ciò che lo distingue nettamente da un saggio o da una ricostruzione affidabile dei rapporti tra criminalità e “finanzcapitalismo”. A chi piace, Siti piace non solo per i suoi temi ma anche per il lirismo che tende le sue parole, per il mai appagato bisogno di frugare in zone dello spirito poco conosciute (bassifondi o alte sfere) ficcando le dita nei punti più dolenti. E per il vitalismo che attraversa, nonostante tutto, le sue più cupe esternazioni, le più sornione dichiarazioni di impotenza, i suoi lamentosi sarcasmi. Questa energia può venire meno nel momento in cui i pretesti narrativi si logorano per eccesso di frequentazione, com’è successo in Autopsia dell’ossessione (e non perché troppo sessualmente connotato). Non succede in questo libro, che riporta la scrittura di Siti al massimo della sua intensità e che personalmente collocherei tra le sue opere più convincenti. Se ci coinvolge così direttamente, se ci chiama in causa in maniera così urgente, ci dev’essere qualcosa di robusto, in questo autore, che regge in alto la sua ostentata disperazione permettendole di vedere lontano.

Azzardo: Siti è l’autore più religioso della nostra letteratura contemporanea. Andate a controllare quante volte le parole dio, dèi, assoluto, fede, sacro, onnipotenza ricorrono in questo e negli altri suoi libri. Il morto che circola tra le pagine di questo romanzo è forse la vittima di quel “delitto perfetto” di cui parlava Baudrillard, ovvero la realtà. Ma un corpo si intravvede, comunque, sotto un sudario che (in copertina) potrebbe benissimo ricordare la sacra sindone. È forse da una simile, febbricitante, tensione ideale, solo apparentemente demolita dai miti d’oggi e “deviata” (diceva René Girard, pensatore cui Siti deve molto) sull’immanenza della “magnifica merce”, che può emergere il soprassalto necessario a pensare altrimenti, scuotersi di dosso la mediocrità. Questa potenzialità percepiamo nelle sue pagine, alla faccia dell’apocalisse o della tabula rasa postumana in cui lo scrittore, per sua stessa snobistica ammissione, gode a immaginarsi. Quando chiudi Resistere non serve a niente potresti anche avere voglia di imbracciare il fucile (o di andare a vivere sui monti).

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L’immigrazione e le sue retoriche: intervista ad Alessandro Dal Lago https://minimaetmoralia.it/interviste/limmigrazione-e-le-sue-retoriche-intervista-ad-alessandro-dal-lago/ https://minimaetmoralia.it/interviste/limmigrazione-e-le-sue-retoriche-intervista-ad-alessandro-dal-lago/#comments Fri, 03 Jul 2009 19:15:54 +0000 http://minimaetmoralia.wordpress.com/?p=7 La redazione di minimum fax intervista Alessandro Dal Lago, per anni professore e rettore all’Università di Genova ed esperto sociologo impegnato nella ricerca sulle migrazioni internazionali e sul conflitto nella metropoli. Poiché ieri è stato approvato in via definitiva dal Senato il pacchetto sicurezza, che introduce nel nostro paese il reato di clandestinità (oltre a […]

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La redazione di minimum fax intervista Alessandro Dal Lago, per anni professore e rettore all’Università di Genova ed esperto sociologo impegnato nella ricerca sulle migrazioni internazionali e sul conflitto nella metropoli. Poiché ieri è stato approvato in via definitiva dal Senato il pacchetto sicurezza, che introduce nel nostro paese il reato di clandestinità (oltre a istituzionalizzare le discusse ronde), ci sembra appropriato, e necessario, riportare qui, ora, il pensiero di un uomo che a queste tematiche ha dedicato un’intera vita di studi.

Alessandro Dal Lago, in questi giorni la questione immigrazione è tornata ad essere la prima notizia del giorno, e lei sembra essere su questo tema uno degli intellettuali di riferimento in Italia. Ma da subito qui faccio mia una contraddizione che lei metteva in luce in un’intervista tempo fa, quando confessava in modo paradossale ma non troppo, di non essere interessato per nulla all’immigrazione. Quello che lasciava intendere è che il discorso sui migranti viene sempre formulato secondo una retorica fuorviante e pericolosa. Per esempio, a destra parlando di sicurezza, a sinistra parlando di società multietnica o multicultura. Che cosa occultano queste retoriche?

Vorrei chiarire: non mi interessa l’immigrazione così come è definita dal discorso dominante (uso il termine “discorso” nell’accezione foucaultiana di complesso testuale per lo più implicito, o dalle regole implicite, che regola a priori l’interpretazione di determinati fenomeni). A questo complesso – che a un certo punto fa sistema – appartengono luoghi comuni come l’immediato accostamento di migrazioni e questioni di sicurezza, ma anche, appunto, la retorica gommosa del multiculturalismo. Ammesso che i paesi di destinazione dei migranti abbiano una cultura (Ma quale? Nazionale, europea, occidentale, cristiana, laica, ecc. ecc.), si assume non tanto che i migranti siano esseri che agiscono in base a riferimenti culturali (il che è ovvio), ma che rappresentino la loro cultura, e quindi siano una specie di cultura in movimento. Dappertutto spuntano manifestazioni alle “culture migranti”, ma sono gli esseri umani che migrano, non le culture. Potrà sembrare una questione di lana caprina, ma la differenza è fondamentale. Un soggetto, per quanto dotato di un suo rapporto con qualche cultura, si sposta e quindi, in misura diversa, cambia. Magari resta islamico per certi aspetti, se lo è, ma può avere convinzioni democratiche o no, laiche o no ecc. ecc. A parte il fatto che inevitabilmente finirà per condividere alcuni aspetti della “cultura”in cui finisce (lavoro, consumi e così via, come è manifesto per i giovani), quello che conta è che un essere per definizione mobile come un migrante viene inchiodato alla bizzarra definizione di microcosmo culturale, di un cultural dope. E non parliamo di sciocchezze come una cultura “specifica” dei migranti, come se l’essere un migrante fosse un fatto culturale più o meno immutabile. In Italia ci sono migranti di più di cento nazionalità, con diversi rapporti con i paesi d’origine, le famiglie, le religioni e così via. E con la società in cui vivono. Un caleidoscopio di soggetti mutevoli, non di pezzi di cultura.

Che cosa nascondono queste retoriche? La risposta è lunga e spazia dalla pigrizia intellettuale, dall’orecchiamento di slogan importati dall’estero, fino a qualcosa di più sinistro: direi che è molto più facile considerare gli stranieri come collettivi culturali che non come soggetti portatori di diritti. Ed ecco spuntare le “consulte”, gli imam che parlano a nome degli “islamici”, la divisione degli stranieri in “etnie” e tutto il ciarpame pseudo-sociologico e pseudo-antropologico che copre un fatto essenziale: laddove si parla di culture, si tace di cittadinanza.

Quanto alla retorica della sicurezza, si tratta di una specie di accecamento collettivo a cui , da una quindicina d’anni, hanno contribuito non solo la Lega nord e la destra, ma, significativamente, il centro-sinistra (che ha governato, non dimentichiamolo, per quasi tutti gli anni Novanta, con quotidiani e sociologi di stato al seguito ecc.). Naturalmente, anche il fatto di considerare gli stranieri come delinquenti potenziali ha i suoi vantaggi: il primo è disporre di una quota di forza-lavoro semischiavizzata e a cui non si riconoscono i diritti elementari. Qualcosa che in un paese come il nostro ha una funzione economica evidente. Non voglio ridurre tutto allo sfruttamento, ma il nesso tra criminalizzazione e neo-schiavismo mi pare evidente.

Una delle contraddizioni che lei spesso fa notare è l’accostamento quasi brutale tra le notizie di guerre che producono migliaia e migliaia di profughi e gli sbarchi dei clandestini sulle nostre coste: quando e come avviene questo slittamento semantico, da profughi a clandestini? Non si tratta delle stesse persone?

Beh, è un esempio del “discorso” a cui facevo riferimento prima. Direi che si tratta di un’evoluzione, per vie che si possono ricostruire, del colonialismo. Il punto di partenza è che loro non sono come noi: non è un punto di arrivo, è qualcosa di trascendentale, un implicito fondante, come quando Bergson, nel saggio sul Riso, diceva che – cito a memoria – un “negro” fa “naturalmente ridere”. Oppure quando un notissimo accademico democratico (non ne faccio il nome per carità), di fronte a una platea di studenti di tutto il mondo, rivendica la superiorità della Bildung europea su qualsiasi altra. Lo stesso avviene per lo slittamento da profughi in clandestini. Qui l’abietto utilitarismo politico (“Non vogliamo seccature”) diventa genocidio: se uno scappa dalla guerra e dalla fame per venire qui non è più un essere umano, ma un caso di “illegalità”, e quindi qualcosa da rimuovere a priori. Anche i sassi sanno che la sorte dei respinti sarà atroce: l’internamento a tempo indeterminato nei lager libici o la morte, per non parlare di vessazioni di ogni tipo. I politici lo sanno. L’uomo della strada non è in grado nemmeno di immaginarlo, non vede letteralmente il problema. Per quanto i sondaggi debbano essere presi con le molle, che il 65% di un campione di nostri concittadini approvi il sequestro in mare degli stranieri e i “respingimenti” è qualcosa che fa disperare del nostro futuro. Ma devo dire che lo stesso atteggiamento si può riscontrare anche tra gli intellettuali che si considerano critici per natura. Forse, la questione dell’immigrazione scatena riflessi profondi di tipo difensivo. Dopo trent’anni di bavardage sull’alterità, ecco che gli altri in carne e ossa mandano in frantumi retoriche filosofiche e così via. L’immigrazione è qualcosa di inquietante per costoro. Non mi dimenticherò mai quello che mi ha chiesto una volta un amico filosofo a cui dicevo che l’immigrazione è una realtà con cui convivere: “Allora tu sei per lo sradicamento?”. Non c’è Foucault o Derrida che tenga. Alla fine scatta l’idea che noi siamo un popolo o una nazione che deve essere radicata in un territorio: è quello che Abdelmalek Sayad chiamava il “pensiero di stato”.

C’è stato in quest’ultima puntata della politica del governo sui respingimenti, un innalzamento di livello. Personaggi quali Berlusconi o Maroni hanno rivendicato il pugno duro, andando allo scontro frontale anche con l’Onu, la Chiesa, il presidente dello Stato. L’affermazione di questa nuova destra non è siamo razzisti ma lo nascondiamo, ma è vero, siamo razzisti, basta ipocrisie. E quindi viene ripetuto da più parti che Zapatero agisce allo stesso modo se non peggio. Mi sembra che questo upgrading del razzismo abbia due aspetti, da una parte il tentativo della destra di autolegittimarsi come gestore dell’esistente al di là di un’espressione ideologica; dall’altro il livello di minorità politica a cui i cittadini italiani si sono autoconfinati: ad accettare un razzismo rivendicato, in nome dell’assenza di ipocrisie.

Se devo dire francamente quello che penso, preferisco la brutalità all’ipocrisia. Mi spiego: quando Berlusconi dice che il suo governo è umano perché non mette gli stranieri nei Cpt o Cie, che sono dei lager, rivela una verità profonda. Che i Cpt li ha inventati la cultura progressista, anche se in seguito a spinte di destra. Al di là della strumentalizzazione ideologica dell’ineffabile Cavaliere, a me questo sembra il punto, e cioè una strategia condivisa che si avvale di tattiche diverse. È il nostro sistema politico (oggi con l’evidente assenso della società) che butta a mare i migranti, dopo che gli internamenti temporanei non funzionavano o erano troppo costosi. Il che ci porta al cuore del problema. Si sta difendendo una patria immaginaria. Forse, la storia sgangherata di questo infelice paese spiega questi sviluppi: che l’identità italiana si stia costruendo a spese degli stranieri? Secondo me sì, e qui io vedo qualcosa che, in mancanza di altri termini, chiamerei letteralmente neo-fascismo. Aggiungo qualcosa sul senso comune razzista. Non mi sorprendono le boutades della Lega nord. Quello che mi agghiaccia è leggere in fior di manuali di sociologia – i cui autori, da giovani, magari erano sessantottini – che non si deve più ignorare l’importanza della “razza” per buonismo ecc. E dove sarebbe mai il buonismo? Chi l’ha visto? E da quando la razza – dico il concetto relativo al colore della pelle – è stata riammessa in società? Una ricostruzione dell’ideologia razzista in Italia dovrebbe prendere in considerazione questi slittamenti, questi cedimenti al senso comune dominante ammantati di langue de bois “pseudo-scientifica”. In Italia ci sono scienziati sociali che non hanno mai letto un libro di Stephen Jay Gould.

Perché a suo parere ogni retorica di contrasto – che sia quella delle associazioni, della chiesa, degli studiosi di globalizzazione – in questi giorni si arena, senza capacità di far valere le sue ragioni dialetticamente a quelle del governo?

Perché, a parte sparuti intellettuali, la mia impressione è che l’opinione pubblica approvi tutto questo. Nessuno si chiede: come mai la berlusconizzazione del paese procede di pari passo con la militarizzazione delle frontiere e, all’interno, l’ossessiva persecuzione delle devianze (ordinanze contro i borsoni, contro la mendicità, rastrellamenti dei clandestini, schedatura di rom e homeless)? Una risposta molto materialista è nel fatto che da noi i salari sono i più bassi in Europa. Insomma, viene la tentazione di dire che l’ossessione per la sicurezza e gli stranieri, tutto sommato, è distrazione di massa. Non minimizzo la questione, ma penso che si dovrebbe tener conto soprattutto di un movimento per la trasformazione di un paese in una neo-nazione sotto la guida del nostro padrone mediatico. Quanto alla Chiesa, non esageriamone il ruolo!. Le proteste dei vescovi mi appaiono molto rituali. Alla fine, la loro vera trincea è la difesa della vita non cosciente (feti, malati in coma ecc.) e su questo il governo di destra ha il loro consenso. Non credo che la Chiesa si opporrà davvero alla destra in nome dei migranti.

Lei ha spesso parlato di non-persone, come Giorgio Agamben parla di condizione di homo sacer. Nel libro di Stefano Liberti, A sud di Lampedusa, si usa spesso la parola identità in transito. E si vede come gli africani abbiano elaborato l’esperienza di questi viaggi come un percorso iniziatico, quasi: accettando una zona di spersonalizzazione come un rito di passaggio. Dall’altra parte però il tentativo di questo governo sembra sia quello di allargare sempre di più sia geograficamente che temporalmente questa zona grigia, rendendo cronica una dimensione di passaggio.

Forse questo valeva prima dei “respingimenti”. Ora siamo all’aleatorietà estrema. Naturalmente i migranti continueranno ad arrivare. Ma non metterei sullo stesso piano le “identità in transito” . – qualunque cosa siano – con questa specie di guerra a bassa intensità, o deportazione preventiva. Analogamente, non sono del tutto convinto dell’utilità della nozione di homo sacer. Qui non si sacrifica nessuno, non c’è parvenza di ritualismi. Non c’è festa sacrificale, alla René Girard. C’è – come chiamarla? – l’obliterazione a priori, l’applicazione di procedure militari ai migranti. In fondo, la nostra marina, che agisce come tutte le altre su scala globale, un giorno blocca i pirati e l’altro intercetta i migranti. Ai primi sarà concesso un processo, ai secondi no…Qui torniamo al problema delle guerre. Sono sempre più convinto che la truce espressione “guerra all’immigrazione clandestina”debba essere presa alla lettera. Sì, è una guerra e come ogni altra ha i suoi “danni collaterali”; per esempio si vuole combattere il traffico e si colpiscono le sue vittime.

Sentivo parlare spesso rappresentanti del Pd in questi giorni di mancanza di mezzi per le forze dell’ordine, in relazione ai respingimenti. Secondo lei, quando è avvenuto questo passaggio nell’immaginario valoriale della sinistra? E perché negli ultimi anni non si è riusciti a sinistra in Italia a elaborare un progetto politico coraggioso su questi temi, lasciando alla dimensione culturale, o sociale il compito di esaurire la questione?

Perché la sinistra non esiste più da tempo, parliamoci chiaro. Quel poco di opposizione morale a Maroni e soci non è venuta da ciò che resta del Pd (parlo dell’opposizione parlamentare), ma da ex democristiani di sinistra. Il consenso ai respingimenti è venuto invece da classici uomini d’apparato come Chiamparino o Fassino, per non parlare dell’ex radicale e neo-cattolico Rutelli. Io la metterei in questi termini: svaniti i “valori” sociali del vecchio Pci, è rimata la crosta di arroganza, di perbenismo, di localismo di leader piccoli piccoli – per lo più abbonati alla sconfitta – che hanno un’idea fissa, o meglio una sola idea in testa.: che la destra si contrasta condividendone i valori, con in più una spruzzata di razionalismo amministrativo. Quello che li eccita dolorosamente è l’idea che Maroni, mentre fa bloccare i barconi, non dà auto nuove alla polizia! Il loro immaginario è un mondo di pattuglie e di volanti. Sono , a parole, contro le ronde, perché hanno un’idea centralistica dell’ordine pubblico – in fondo detestano ogni iniziativa “popolare”, che sia di destra o di sinistra. Ma amano l’ordine a ogni costo, gli studenti che pendono dalle labbra dei professori, le università manageriali e obbedienti, la pulizia delle strade dai rifiuti umani. Sono caricature della pedagogia sovietica, come si vede dal loro eloquio burocratico e dai tristi completi in grisaglia. Il bello è che, perseguendo il loro sogno gogoliano, non si sono accorti che diffondevano un senso comune che la destra sa sfruttare più abilmente. La “legalità” è da sempre la loro ossessione, e ora si trovano il padrone d’Italia che la applica ai poveri e ai marginali mentre inventa ogni giorno leggi a suo favore.

Apparentemente, la sinistra radicale è più libertaria, ma non ci giurerei troppo, a giudicare almeno dai travasi di voti dai partitini verso l’ex poliziotto ed ex magistrato Di Pietro.

Penso che su questo terreno ci sia tutto da ricostruire, magari ripartendo da una sinistra capace di lavorare sugli interessi reali, non su quelli immaginari, una sinistra che la smetta di far politica solo alle elezioni, e soprattutto che getti a mare la sua propensione a predicare bene e a razzolare male. Ci siamo dimenticati che Diliberto, quando era ministro della Giustizia, ha inventato i Gom, i reparti speciali della polizia penitenziaria incaricati di mettere ordine nelle prigioni? O che Bertinotti, una volta eletto Presidente della Camera, è stato il politico più salottiero e istituzionale del mondo? O che i governatori delle regioni di centro-sinistra firmavano appelli per la chiusura dei Cpt prima delle elezioni del 2006, per poi lasciar cadere la questione?

Credo che sia molto meglio ammettere che la sinistra è morta in Italia, tra opportunismi, narcisismi e ed equivoci, e che quindi dobbiamo, noi, reinventarla, invece di tenerne in vita i pallidi fantasmi. Senza dimenticarci che la partita non si gioca entro i nostri confini, ma nel mondo. Noi viviamo in uno dei paesi politicamente più disastrati d’Europa. Beh, cerchiamo di dare un’occhiata a quello che c’è fuori.

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