Renzo Piano Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/renzo-piano/ un blog di approfondimento culturale Wed, 27 Jan 2016 11:41:08 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Renzo Piano Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/renzo-piano/ 32 32 La grande ricucitura. Rigenerare Corviale https://minimaetmoralia.it/interviste/rigenerare-corviale/ https://minimaetmoralia.it/interviste/rigenerare-corviale/#comments Wed, 27 Jan 2016 06:30:37 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29774 Rigenerare Corviale – Look beyond the present è il titolo del concorso internazionale bandito dall'Azienda Territoriale per l'Edilizia Residenziale del Comune di Roma e finanziato dalla Regione Lazio, sottoscrivendo un protocollo d'intesa con l'Ordine degli architetti di Roma. Corviale, situato nell'undicesimo Municipio della Capitale, è un complesso residenziale di proprietà pubblica, progettato all'inizio degli anni Settanta da una squadra guidata dall'architetto Mario Fiorentino.

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Die Arena sollte für Nachbarschaftsfeste genutzt werden. Aber dafür fehlt das Geld.

Rigenerare Corviale – Look beyond the present è il titolo del concorso internazionale bandito dall’Azienda Territoriale per l’Edilizia Residenziale del Comune di Roma e finanziato dalla Regione Lazio, sottoscrivendo un protocollo d’intesa con l’Ordine degli architetti di Roma. Corviale, situato nell’undicesimo Municipio della Capitale, è un complesso residenziale di proprietà pubblica, progettato all’inizio degli anni Settanta da una squadra guidata dall’architetto Mario Fiorentino.

Una città lineare, che si estende per circa un chilometro, le cui prime abitazioni vennero assegnate nel decennio successivo alla progettazione e attualmente conta oltre seimila abitanti con una quota parte di occupazioni considerate abusive. Complessivamente si calcolano 1202 appartamenti e si prevede di ricavare 103 nuovi alloggi al quarto dei nove piani della struttura, originariamente destinato ai servizi.

Lo scorso dicembre l’architetta Laura Peretti, con lo Studio Insito che dirige, si è aggiudicata con un premio di centomila euro il bando, che richiedeva proposte per modificare il sistema degli spazi comuni del corpo principale del complesso edilizio, al fine di ottenere una nuova qualità urbana e spaziale. L’intento dichiarato è di assicurare una migliore vivibilità e sicurezza per gli abitanti di un luogo a lungo trascurato dalle istituzioni, alienato dall’altra città. La disponibilità di risorse per una prima fase di lavori è stata stanziata ed è pari a 7.2 milioni di euro. Il completamento dell’iter progettuale (fase preliminare, definitiva ed esecutiva) è previsto entro un anno e mezzo. Nell’ipotesi di Peretti saranno necessari circa sei anni per la concretizzazione di tutti gli interventi studiati. Il costo totale dell’opera di rammendo, di ricucitura topografica e valorizzazione dovrebbe attestarsi attorno ai venti milioni di euro.

Il progetto non riguarda gli alloggi, ma la viabilità e il recupero delle aree verdi; ripensa le connessioni urbane dell’edificio, le sue coperture introducendo criteri di efficienza energetica e avrà un contributo artistico di Mimmo Paladino. Il 7 settembre è stato effettuato il primo sopralluogo nell’area, per poi elaborare il disegno concettuale entro il termine dato del 18 novembre. La giuria internazionale, che ha valutato 45 progetti, ha premiato il gruppo Peretti con questa motivazione: «Affronta meglio i temi richiesti dal concorso, perché esprime la capacità di controllare alle varie scale la complessità, a livello paesaggistico, urbano, della circolazione interna all’edificio e dello spazio pubblico». La riqualificazione di Corviale è stata definita «la prima e più significativa sperimentazione di rigenerazione urbana delle periferie romane».

Peretti, qual è stata la sua esperienza di Corviale prima di approcciare il progetto?

«Molti anni fa da studentessa. Ci sono tornata, da abitante di Roma, perché insegnavo alla Cornell University e ci portavo i miei studenti. L’ho scoperto decisamente di più nel recente contatto diretto che all’epoca degli studi. Quando l’Ater ha bandito il concorso, prima di effettuare il sopralluogo collettivo, ero poco convinta. Poi sono venuta via con l’impressione opposta».

Quali sensazioni le destano la struttura, la sua storia e i suoi dolori?

«Lo percepivo come un edificio un po’ eroico per questa grande volontà di salvare l’agro romano. Era molto visibile l’intenzione dell’architetto di creare una diga architettonica ed è stata una cosa molto importante. È stato uno dei pochi momenti nella storia dell’architettura italiana in cui, al di fuori della dittatura, abbiamo avuto il compimento di un pensiero politico espresso e reso realtà. Stando a lungo lontana dalla città non ho vissuto il carico di sofferenza sociale concentratosi nell’area. Oggi ho trovato Corviale un luogo non degradato socialmente, con risorse vitali, che ha problemi comuni ad altre zone. C’è una storia di questo edificio che appartiene sicuramente al suo entrare nella città e diventare un pezzo di città vero. C’è una questione demografica, come nel resto del paese. L’invecchiamento può produrre un ripiegamento. Corviale è stato la risoluzione di un problema abitativo e sicuramente ne ha creati degli altri. È successo perfino a un edificio molto più semplice da gestire come l’Unité d’Habitation di Marsiglia. Ha patito un periodo di abbandono fortissimo e adesso ha il comitato degli inquilini; ed è motivo di orgoglio di tutta la gente che abita lì tenerlo nelle condizioni in cui venne progettato».

Perché tuttora anche a livello internazionale questo edificio attira simile attenzione?

«Dovremmo fare una mostra dal titolo Corviale e i suoi fratelli. Questa dimensione che a noi sembra gigantesca non è assolutamente una cosa incredibile: Vienna rossa, Mosca, la Francia stessa; ci sono tantissimi esempi di edifici con dimensioni addirittura più grandi di Corviale. È così famoso, intanto perché è un gran pezzo di architettura, al di là di tutti i difetti evidenziabili. Come per altri edifici di architetti è stato capito dopo molto tempo, come succede quando gli edifici non sono così sbagliati. Ci sono ovviamente degli errori, ma in un pezzo di città nuova è un po’ difficile non commetterne. È un’architettura fatta da un architetto molto bravo, ma è stata costruita un po’ fuori tempo massimo. La costruzione di Corviale è stata come un rigurgito di un’ideologia che era ormai alla fine. Altre utopie architettoniche di quel tipo in altri luoghi in Europa non sono state condotte a termine. È diventato l’icona di un periodo, la sua solidificazione, la rappresentazione non solo ideale. A Roma esistono altri chilometri».

Ritiene che la creatura di Fiorentino fosse già nata male e in che modo si cura dopo un lungo abbandono?

«Non è nato rotto, ma ideologicamente forzato. Penso che abbiamo rivelato alcune potenzialità di Corviale. Abbiamo lavorato su Corviale come struttura urbana e non edificio. Il concorso chiedeva, senza toccare le case, di mettere a posto quello che non funziona: il rapporto con la città e quello con il suolo, l’attacco a terra. Essendo un edificio costruito in maniera molto razionale con un sistema strutturale ripetitivo, non ha dunque un’articolazione strutturale tale per cui non si possa metterci le mani. Si pensava che l’edificio dovesse essere completamente autonomo, dovesse essere una città di per sé e che si esaurisse in sé e per sé».

Come definirebbe il vostro disegno d’intervento: rammendo, ricucitura topografica, rigenerazione urbana?

«È talmente un grande rammendo che è la ricucitura di un crinale tra città e campagna. La definizione più corretta credo sia una ricucitura topografica innanzitutto: riuscire a ritrovare l’identità del luogo quasi prima dell’insediamento. Qui il rapporto tra suolo ed edificio non è in armonia. Mi auguro che venga fatto, perché è vitale per Roma, per Corviale. Stiamo parlando comunque di un paese, perché settemila persone rappresentano un paese. Stiamo dando a persone che ora hanno solo un’abitazione dei servizi per i quali pagano le tasse. Un grosso progetto di rigenerazione è una grande opportunità per Roma. Oggi tutto quello che è vuoto, viene occupato, vige la legge del più forte. Lo spazio per la sopravvivenza è una cosa, quello per vivere un’altra».

 Ha già sentito Renzo Piano?

«Sposo in pieno l’idea del rammendo fra parti di città che sono strappate. Il nostro mestiere è dover rispondere alla domanda: come facciamo la città? E oggi che la città c’è, non c’è bisogno di costruire inutilmente, soprattutto nelle periferie che spesso sono state costruite senza un pensiero organico. Detesto l’idea dell’archistar che arriva, fa il suo oggetto e poi se ne va. Costruire la città vera non significa cementificare; costruire una città vuol dire creare rapporti fra le parti. Utilizzare quello che abbiamo già e renderlo urbano nel senso della civitas, renderli luoghi. Visto che Corviale è un pezzo di periferia molto cospicua spero mi capiterà l’opportunità di parlarne con Piano».

 

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(Figura 1. Rigenerare Corviale)

In che cosa consiste la prima fase dei lavori?

«La road map significa seguire il principio di realtà dei finanziamenti. I primi interventi puntano alla  razionalizzazione di tutti i corpi scala, perché c’è una situazione di disordine assurda, di  astrusità e rigidità dei percorsi con cui oggi il residente deve fare i conti. Sulla percorribilità verticale attualmente non ci si può contare. Per ogni corpo scala ci sarà un nuovo ascensore a norma e un atrio di accesso. L’accesso al proprio appartamento è uno degli aspetti più importanti, ognuno desidera avere una sorta di percorso personalizzato e questo al Corviale non è consentito. Abbiamo allora provato a ricompartimentare questo chilometro di edificio in senso individuale, modificando la strada che corre parallela all’edificato e che impedisce un accesso personalizzato e la realizzazione di piazze o sistemi di variazione. Abbiamo interpretato il fondamentale criterio della permeabilità, richiesto dal bando di concorso, come la necessità di mettere a sistema questa situazione, restituendo senso individuale all’accesso all’appartamento. Riconsiderare la connessione urbana dal piano terra e il piano garage. Fare il primo spostamento della strada, via Poggio Verde, in modo di poter cominciare la piazza. La strada deve diventare un generatore di spazio. Riassumendo: riportare a terra gli ingressi, fare gli atri, le scale e la piazza. Poi andranno concretizzati criteri di efficienza energetica, copertura con pannelli solari, un piano di illuminazione, giardini pensili».

Ci spiega che cosa intende per piazza?

«La piazza è stata posizionata in corrispondenza del salto di quota, laddove c’era il punto più difficile da risolvere, il punto di discontinuità massima. Abbiamo pensato che è esattamente lì il punto in cui sia necessario intervenire in maniera importante, anche perché è il punto che potenzialmente può attaccare di più Corviale alla città. Questa piazza gradonata risolve lentamente tutto il salto di quota con delle scale, ma anche delle rampe, e rompe la linearità dell’edificio. È possibile per tutti percorrere la piazza in lunghezza, ci sembrava un’esigenza fondamentale, vitale. La piazza è un cuore. Oggi Corviale purtroppo è un corpo dove scorrono dentro delle lunghe arterie, ma non c’è il luogo dove questo pulsa».

Nella definizione di Fiorentino Corviale costituiva la testa di ponte tra campagna e città. Come dargli il respiro di un ambiente molto interessante tra la Riserva naturale della tenuta dei Massimi e la Valle dei Casali?

«L’idea della diga per la campagna, di questo limite invalicabile al costruito, era talmente ossessiva nella testa di Fiorentino che si è dimenticato di quello che c’era al di là. L’ha concepita in una maniera talmente ideologica che la campagna non esiste più a Corviale. La si vede solo dagli ultimi piani. Abbiamo progettato di riaprire un varco importante. Dove sorgerà la piazza ci sarà un passaggio che permette un’apertura cospicua, passando sotto Corviale e aprendosi verso la campagna in corrispondenza del teatro, dove prevediamo la demolizione di un edificio che sta lì. Vorremmo riuscire a far respirare di nuovo l’aria della campagna a questo edificio. Questa idea l’abbiamo portata anche davanti con lo spostamento della strada, che non sarà più rettilinea assecondando il verde. Anzi uno dei fondamentali su cui abbiamo lavorato è infatti la compenetrazione forte fra il basamento verde, sul quale Corviale poggia. E che non sia più un basamento fatto di asfalto. Adesso è semplicemente un’aiuola molto lunga, ma non è un verde che si possa utilizzare, non è uno spazio».

I servizi che immaginate produrranno occupazione? Il lavoro resta l’urgenza sociale.

«”Qui non abbiamo bisogno di spazi nuovi, ma soprattutto di spazi gestiti”, mi hanno detto. Sono previsti edifici di servizio come atelier, centro di ricerca agricolo, laboratori e negozi distribuiti in vari punti e anche una quota di orti urbani. La gestione sarà altrettanto importante. Non serve a niente realizzare un bellissimo luogo, se poi viene abbandonato, se non c’è una struttura di gestione organizzata e pensata prima. Questo non sta all’architettura, tuttavia certamente anche il problema della gestione va posto all’amministrazione. Abbiamo pensato a servizi di prossimità per stimolare un’occupazione per la gente che abita lì. È vero che nel passato la gestione dell’Ater è stata in molti frangenti uno sfacelo, però Corviale non è semplice e nel momento in cui diventa veramente la casa deve essere curata. Uno dei grandi difetti di Corviale è la gestione impersonale. Non abbiamo la pretesa irrealistica di risolvere tutto, ma di attivare, coinvolgere i cittadini».

 A quanto ammontano i costi?

«Il concorso richiedeva i dettagli del preventivo di spesa, dunque che cosa s’intende fare con i 7.2 milioni di euro a disposizione per il primo intervento articolato su tutto l’edificio».

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(Figura 2. Assonometria notturna)

I fondi sono stati già stanziati?

«Sì».

Perché gli abitanti dovrebbero fidarsi? Non mancano loro ragioni storicizzate per lo scetticismo.

«Nutro fiducia, perché ho trovato seria la modalità in cui sono stati preparati i documenti del concorso con domande molto chiare. Ho pensato che questo potesse essere un concorso pulito ed è quello che è successo. Ho fiducia, perché da quando ho vinto il concorso tutte le persone a cui ne parlo, o mi domandano, hanno una fascinazione per questo edificio. Non mi ero mai resa conto che ci fosse questa affezione, che tocca anche le persone che ci abitano. Abbiamo già coinvolto Andrea Segre per un piccolo documentario, per raccogliere fin dall’inizio le voci e la storia di questo percorso».

Avete aperto un confronto con chi vive il luogo, ascoltato le loro necessità? Il senso di identità è radicato.

«So che la maggior parte degli abitanti di Corviale sono appunto sfiduciati, perché si sono sentiti abbandonati. Da architetta quello che posso fare è avere una grande attenzione nell’ascolto delle esigenze di tutti. È ovvio che nelle decisioni che saranno prese non tutti saranno contenti, però attivare un rapporto positivo con gli abitanti è fondamentale per come concepisco l’architettura. La qualità del concorso sta anche nella previsione della compartecipazione. Le domande poste dal concorso derivavano da una fase di ascolto. Ho cominciato, anche se non ho ancora firmato l’incarico ufficiale, per la seconda parte del progetto, perché penso che sia dirimente».

Che cosa si aspetta dalla politica?

«Il concorso è stato bandito da Ater e la Regione Lazio si è molto esposta. Il Presidente Zingaretti è andato a Corviale, si è impegnato, ha detto e so che ha un’attenzione particolare per il posto. Non posso che sperare che la politica mantenga quanto promesso. Sappiamo che in Italia non è molto comune, però Roma vive un momento particolare e bisogna ripartire. L’auspicio è che il processo continui come è cominciato. Il fatto che ci sia già uno stanziamento è una cosa molto buona. Ci vuole un controllo importante sulla costruzione. Tutti gli enti hanno l’obbligo della gara d’appalto. Il problema della gara è che sia pulita. Finora è stata una gara pulita, perché io non sono nemmeno di Roma. Non sono una persona che doveva vincere. Il progetto è stato votato da una giuria internazionale con sei voti favorevoli su sette con un bel distacco sul secondo. La politica può sorvegliare che le gare continuino a essere fatte in maniera pulita. Secondo me gli abitanti di Corviale possono fare qualcosa. Sono molti e contano elettoralmente. Gli abitanti di Corviale con tutte le proprie molteplici differenze dovrebbero cercare di formare una voce compatta».

Quali saranno i tempi presumibili per la realizzazione?

«È molto difficile stabilirli ora. Il concorso è la fase preliminare. Dovremmo firmare entro sei mesi il progetto definitivo, che serve per le concezioni edilizie, poche in questo progetto, e poi c’è la fase esecutiva. Dal definitivo all’esecutivo c’è un tempo che riguarda anche degli stanziamenti, la burocrazia, la conferenza dei servizi per spostare la strada, la volontà politica di chiudere questo progetto e condurlo in porto. Di lavoro nostro come architetti c’è almeno un anno e mezzo. Complessivamente prevedo sei, sette anni».

È una previsione ottimistica?

«Se la vedo bene, sì».

“A cento anni di distanza dal 1870 è ancora la stessa – dalla periferia al centro – la vera legge urbanistica di Roma: il massimo profitto attraverso ogni possibile rendita parassitaria”, scriveva Italo Insolera. In un quadro di emergenza abitativa, qual è il futuro delle case popolari?

«Affrontiamo una crescita commercialmente quasi incontrollabile per cui la città è diventata un mercato e questo è un fenomeno duro da cambiare. La pianificazione corre dietro a quello che avviene, cercando di tappare le falle. Non è nuovo nella storia di Roma, sì. Il patrimonio edilizio parassita non è denaro messo all’interno dell’economia che quindi crea movimento e risolve urgenze. Resta nelle tasche di chi ha la rendita. Ho lavorato molto sul tema delle case popolari. Recuperare una dimensione sociale del nostro lavoro credo sia una condizione di necessità. Il futuro delle case popolari? Cresce la percentuale dei sempre più poveri. Le case popolari sono tornate e torneranno a essere richieste; è inevitabile in una società sempre più diseguale. I costi sociali di non affrontare questi problemi sono altissimi. Oggi abbiamo degli strumenti di previsione di queste dinamiche molto più accurati rispetto a quelli di venti o trenta anni fa. Anche cinicamente, per una questione elettorale, ai governi conviene fare i conti prima per non pagare le conseguenze dopo».

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Citofonare Malaparte https://minimaetmoralia.it/reportage/citofonare-malaparte/ https://minimaetmoralia.it/reportage/citofonare-malaparte/#comments Wed, 02 Sep 2015 06:18:40 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28296 Questo pezzo è uscito sul Foglio. (Fonte immagine)

"Pronto, casa Malaparte”, dice una governante gentile, al telefono, e poi viene giù alla scogliera, per prendere i bagagli, appena si scende dal gommone, per approdare a una delle case più famose d’Italia, forse del mondo.

Vicino ai Faraglioni, a Capri, casa rossa a scalinata, con quella vela bianca sopra, iconica tipo sneaker Nike. Casa chiusa, perché abitata dai proprietari, gli eredi Malaparte che si chiamano giustamente Suckert, com’era il vero cognome dell’autore de “La pelle” e “Kaputt”. Figlio di un tintore di stoffe sàssone trapiantato a Prato, Kurt Suckert prese poi quel nome d’arte, mentre “Il nero Suckert si usa ancora oggi nei tessuti”, dice Niccolò Rositani-Suckert, pronipote, tutore delle memorie di casa, e non solo.

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Questo pezzo è uscito sul Foglio. (Fonte immagine)

“Pronto, casa Malaparte”, dice una governante gentile, al telefono, e poi viene giù alla scogliera, per prendere i bagagli, appena si scende dal gommone, per approdare a una delle case più famose d’Italia, forse del mondo.

Vicino ai Faraglioni, a Capri, casa rossa a scalinata, con quella vela bianca sopra, iconica tipo sneaker Nike. Casa chiusa, perché abitata dai proprietari, gli eredi Malaparte che si chiamano giustamente Suckert, com’era il vero cognome dell’autore de “La pelle” e “Kaputt”. Figlio di un tintore di stoffe sàssone trapiantato a Prato, Kurt Suckert prese poi quel nome d’arte, mentre “Il nero Suckert si usa ancora oggi nei tessuti”, dice Niccolò Rositani-Suckert, pronipote, tutore delle memorie di casa, e non solo.

Nipote della sorella di Malaparte, famiglia di scienziati, è avvocato, legale di Adelphi e di altre case editrici, ma soprattutto docente di Diritto d’autore al Politecnico di Milano, un ayatollah nella lotta contro il plagio, artistico e architettonico, contro lo sfruttamento che distrugge. Complice una somiglianza anche inquietante con l’antenato, difende lo scoglio di famiglia dalla società di massa.

Eccola qui: battelli e gozzi e panfili e traghetti passano sotto di noi, inquadrati nelle quattro finestre enormi e tutte diverse del salone immenso al primo piano, e si sente gracchiare negli altoparlanti “ecco la casa Malaparte, opera di Adalberto Libera, donata al governo cinese…”, e si vedono da quassù i braccini e braccetti con i loro smartphone puntati del turismo ferragostano. Il loro sogno sarebbe di venire fin quassù, probabilmente, e selfarvisi, e magari trovare quei cinesi che dovrebbero stare qua. Rositani-Suckert vorrebbe forse cannoneggiarli, invece, come i tanti che telefonano per venire su a vedere “la casa di ‘Alberto’ Libera”, cioè poi l’architetto eminente delle Poste romane di via Marmorata e del palazzo dei Congressi dell’Eur. Che non c’entra niente, non più dei cinesi, almeno.

È chiaro infatti che “questa non è una casa razionalista, semmai surrealista”, dice il padrone di casa, che non ne può più di questa storia. Frugando tra le carte, ecco prove e riprove che Malaparte, esemplare abbastanza unico di artista poliedrico italiano, scrittore e giornalista e sceneggiatore e pubblicitario e anche un po’ designer (forse per questa poliedricità rimosso, in un paese di conformisti), la sua casa se la fece tutta da sé: “Casa come me”, la chiamò, autoritratto abitativo ed estetico, e risultato meglio di tante archistar dell’epoca o di oggi.

Ecco dunque i complimenti di Aldo Morbelli, primario progettista littorio, “per le doti così rare in un non-architetto”; ecco il comune di Capri, che attesta non esservi mai stato alcun progetto di codesto Libera; ecco gli studi per la vela bianca sul tetto fatti da Uberto Bonetti, futurista viareggino e tecnico brillante che aveva coadiuvato Malaparte, che certifica: “Dietro vostro indirizzo estetico e costruttivo”. Ecco i disegni malapartiani della casa che cambia, con un iniziale ingresso alla base della celebre scalinata rastremata, omaggio alla chiesa di Lipari dove lo scrittore era stato esiliato da Mussolini.

E poi altri cambiamenti in corso d’opera: la casa che nasce bianca e poi diventa rossa. E, nell’articolo “Una casa tra Greco e Scirocco”, del 1940, ecco il rilievo architettonico e poetico d’autore: “Non solo la linea della casa, la sua architettura, ma i materiali con cui l’avrei costruita avrebbero dovuto essere intonati con quella natura selvaggia e delicata”. Anche scelte di campo: “Non mattoni, non cemento, ma pietra, soltanto pietra, e di quella del luogo, di cui è fatto il monte”. E infatti sotto l’intonaco, c’è pietra, e non cemento come si crede. “Fu con timore reverente” scrive sempre Malaparte, “che mi accinsi alla fatica, aiutato non da architetti o da ingegneri, ma da un semplice capomastro. La feci lunga, stretta dieci metri, lunga 54”.

Assai corte invece le pratiche amministrative, su cui permane il mistero: che fosse stato il vecchio senatore Agnelli ad agevolare i permessi per quello splendido abuso d’epoca, pur di levar di torno Malaparte alla nuora scalmanata Virginia al Forte dei Marmi; che fosse stato invece proprio Libera, architetto top di regime, ingaggiato per queste pratiche e poi dismesso (ci sono testimonianze di un celebre litigio in piazzetta; mentre Libera è provato che qui in cantiere non venne mai); che se ne fosse occupato Galeazzo Ciano ministro degli Esteri e amico (a cui pure non viene risparmiato nulla nelle pagine migliori e più romane di Kaputt). Comunque, si disintermediò molto.

Scartabellando negli archivi di casa vien fuori poi un romanzo catastale: che il terreno fu comprato nel 1938 con rogito di un notaio locale che si chiamava Carlo Caracciolo; che fu pagato con un mutuo Inpgi (la cassa dei giornalisti), e che i permessi vennero dati per una “villetta in armonia con l’architettura caprese, non visibile dal mare”, come dice l’atto comunale, mentre poi sorgerà questo Ufo sulla scogliera che diventa landmark isolano (“una delle più strane case del mondo occidentale”, secondo Bruce Chatwin).

Qui, nella casa surrealista (ma forse più espressionista) ci vive Rositani-Suckert, insieme al figlio Tommaso (in onore di Filippo Tommaso Marinetti) e alla moglie Alessia, che gestisce i diritti internazionali dell’opera di Malaparte (oggi, 30 paesi), e aggiunge dotazione genetica molto avvantaggiata a un luogo già esteticamente quasi insostenibile. “Una casa metaforica, da interpretare”, secondo Rositani-Suckert, “complessa come il ‘Finnegans Wake’ o l’‘Ulisse’”. Casa molto fotografata al cinema, dalla “Pelle” di Liliana Cavani al “Disprezzo” di Godard, e con tante simbologie; e però rimanendo alle planimetrie, ecco dunque al piano terra (si fa per dire, siamo scoscesi sul mare come su un vascello fantasma), nella parte sinistra della casa (il cervello?) vagamente tirolese, una sala da pranzo-stube da Neuschwanstein, “a ricordare la sua metà tedesca, e la sua esperienza negli Alpini”; e poi ecco quattro camere per gli ospiti, due a destra e due a sinistra, come celle francescane, o cabine di marinai, col legno grezzo a listoni per terra, e le stampe di cavalli – in cornici disegnate da sé – regalate a Kurt Suckert dalla corona di Svezia (saranno poi i cavalli molto cinematografici del re Eugenio, sempre in Kaputt).

E addirittura l’emozione di una valigia veramente malapartiana, forse usata nei suoi viaggi cinesi o etiopi, come comodino. Lino giallo per i copriletti e per le tende, e maioliche bianche e nere con una piccola rosellina e una M di Malaparte nei corridoi. Salendo uno scalone di legno, ecco poi al primo piano il salone enorme con le quattro finestre irregolari tutto-vetro, senza montanti, e basculanti, invenzione del padrone di casa; e un camino che pare disegnato da Dalí, con vetro per “vedere il mare” come dice Jack Palance a Brigitte Bardot nel “Disprezzo”, e pavimento in pietra serena.

Rispetto al film, manca la grande “Danza” di Pericle Fazzini, smontata e restaurata e da rimontare, su una parete, ma invece troneggiano gli arredi brutalisti sempre by Malaparte, ripristinati: un grande tavolo di legno con colonne tortili tipo Borromini a San Pietro; una consolle mossa, da onda marina o cavallone, sempre di legno, ma su colonne d’arenaria; e una panca con le medesime colonne, che però nascondono all’interno un water e un bidet, e qui si è nel più puro ready made. I divani sono stati riportati al bianco, in un’opera filologica totale (c’è anche un golden retriever che si chiama Febo come il cane dello scrittore, ci sono tutti i libri e le annate della malapartiana rivista Prospettive).

Andando poi verso prua, ecco la suite Favorita, che lo scrittore-designer destinava alle signore, con bagno a gran vasca scavata d’alabastro grigio e letto incassato in severo armadio a ponte (oggi ci dorme e fa la doccia l’erede, Tommaso); e poi il Pensatoio, con gran scrivania tipo sagrestia o cabina di comando (manca solo il timone), e le piastrelle con la lira disegnate apposta da Savinio. Su tutto, un manifesto malapartiano di stile, contro il barocchetto caprese imperante, ancor oggi in voga tra Lucky Ladies di via Camerelle: “Nessuna colonnina romanica, nessun arco, nessuna scaletta esterna, nessuna finestra ogivale, nessuno di quegli ibridi connubi tra stile moresco, romanico, gotico e secessionista”.

In giro, altre opere di puro Malaparte Design: ecco, nella stube in cui prendiamo delle insalatine perfettamente impiattate in Richard Ginori d’epoca col filino d’oro, guardando il mare in tempesta su tovaglie candide con la S di Suckert ricamata, un’abat-jour che parrebbe di bambù e invece è di filo di cuoio, con rivestimento molto moderno di shantung. Tutto opera dell’avo poliedrico. Ci sono i progetti e tutto, dice Alessia Rositani-Suckert, bellezza boschiva, nel senso di Maria Elena Boschi, in caftano. Bionda anche se discendente di ministri e diplomatici onduregni, sta studiando una minuscola edizione di questi pezzi disegnati dall’antenato: otto oggetti in tutto, tra cui alcune cornici, la panca, il tavolo, tutto con una ricerca abbastanza esasperata di bellezza e dettaglio (al momento si stanno selezionando gli alberi da cui – forse – un giorno questa produzione prenderà piede).

E poi si occupa delle attività internazionali della casa: che, senza troppa pubblicità, da sempre ospita architetti (da Richard Rogers a Renzo Piano a Achille Castiglioni, che si svegliò perché aveva trovato un geco nel letto), in collaborazione con università americane, ma dal prossimo anno organizzerà workshop per venti fortunati studenti di tutto il mondo scelti a insindacabile giudizio dell’architetto londinese Billie Lee. “Casa Malaparte nasce chiaramente come casa privata, la famiglia fa grandi sforzi per mantenerla”, dice Lee al Foglio, arrivando in gommone anche lui; “non è facile far capire che aprirla al pubblico, renderla ‘accessibile’, ne distruggerebbe completamente il carattere”.

Eppure qualcuno entra: quest’estate ha fatto scalpore un compleanno di Larry Gagosian, boss dell’arte contemporanea globale, che qui ha voluto una piccola mostra da camera di Cy Twombly per primari amici internazionali. Qualche altro giorno la casa è stata data a Louis Vuitton per una mini sfilata di fondamentali gioielli. Queste attività, oltre a creare un network internazionale attorno al nome di Malaparte, coprono “le spese di restauro e mantenimento che sono proibitive”, dice Alessia, con le onde che arrivano al primo piano e spesso sfasciano tutto, e intonaci e serramenti da rifare costantemente, con qualche cura in più rispetto a villette capresi con piscina, pure assai costose. Questo uso liberista e americano di casa Malaparte fa naturalmente sturbare i locali, perché come i pattìni e gommoni che si sentono sotto, tutti vorrebbero entrare qui, tutti vorrebbero che la casa fosse pubblica, magari affidata a dei bei custodi tipo Pompei, giusto qui di fronte, tenuta così bene.

Invece l’avvocato Rositani-Suckert fa entrare solo “chi gli garba”, e difende la privatezza di questa casa protesa verso il mare, dove i napoletani vennero coi forconi a protestare per il ritratto poco urbano ne “La Pelle”, bloccati ai cancelli. Oggi ci sono diverse testimonianze di primari imprenditori buttati giù dalle scalette ripide anche in malo modo, dopo dei “lei non sa chi sono io” non proficui. Mentre qui, è bastato telefonare gentilmente per essere ammessi e poi addirittura ospitati. Gli si è garbati.

Intanto, a Capri, le dame benecomuniste rosicano, probabilmente perché mai invitate; un po’ come gli integralisti che protestano per le mostre di stilisti alla Galleria Borghese a Roma, e darebbero diversi organi interni per andare a qualche evento (privatissimo e sponsorizzato) in un primario museo pubblico tipo Metropolitan o Moma. Alcuni tirano fuori la vecchia questione cinese: la vulgata non solo caprese vorrebbe infatti che gli eredi abbiano ribaltato il testamento dello scrittore, che nel 1957 destinò l’immobile a una erigenda fondazione italo-cinese. Mentre la questione pare più semplice: poiché la Cina non era riconosciuta dal governo italiano (né da altri), l’obiettivo del lascito era impossibile, “e la casa ritornò automaticamente in famiglia”; e gli eredi del resto ci son sempre andati, con le loro zie e nonne, nella loro casa-opera d’arte, e “questi cinesi proprio non si sono mai visti a Capri”.

Così, galleggiando sui flutti e i rosicamenti locali, spendendo molti denari propri (mai preso un euro pubblico) per le manutenzioni, la vita trascorre surreale e espressionista a casa Malaparte. Si studiano gli archivi, si restaura e si conserva; si è costretti talvolta a rifiutare anche proposte imbarazzanti; di acquisto, da personaggi e cifre che non si dicono ma è facile immaginare, basta guardare i panfili in rada dalla finestra. O d’affitto: come quella del texano che “ha offerto centomila euro per dormirci una sola notte, e noi naturalmente abbiamo rifiutato, anche se quasi non ci ho dormito, per la cifra”, dice Alessia Rositani.

Noi invece si è dormito benissimo, e lasciare il Grand Hotel Malaparte, con i saponi liquidi giusti in bagni minimalisti e filologici, e gli asciugamani di lino, e un design evidentemente genetico, dopo tre giorni è particolarmente arduo. Fuori la società di massa preme alle porte, e intona il suo canto nell’altoparlante: “ecco la villa Malaparte…”, e gli smartphone ricominciano a scattare, tra le onde.

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Catania: come cambia una città https://minimaetmoralia.it/interventi/catania-come-cambia-una-citta/ https://minimaetmoralia.it/interventi/catania-come-cambia-una-citta/#comments Tue, 25 Aug 2015 05:00:46 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28069 (Nella foto, i silos del porto di Catania dopo gli interventi di otto street artist. Fonte immagine)

di Giuseppe Lorenti

Io sono un Pentito. Per anni ho frequentato le più luride bettole dei “peggiori” quartieri di Catania, perché volevo mangiare solo carne, ancor di più carne di cavallo. Lontano dalle luci delle notti catanesi, mi inoltravo con alcuni amici, fidati e carnivori, in Via del Plebiscito, superando quella linea di confine tra il quartiere degli Angeli Custodi e San Cristoforo. Era quasi un rito di iniziazione, quel piacere di spingersi oltre, un sentirsi adulto e catanese: carne di cavallo al sangue, del vino rosso, spesso, anzi sempre, di pessima qualità. E poi, mi sono Pentito. Sono diventato vegetariano e sono andato oltre. Oggi sono vegano. Io sono cambiato, Catania è cambiata. Alla carne, che confesso, ogni tanto, tradivo volentieri con il pesce, cotto alla brace e al sale, ho iniziato a preferire il tofu alla piastra e il seitan kebab, al vino la birra, rigorosamente artigianale, mentre in città si alternavano il “Faraone” Scapagnini, il “ragioniere” Stancanelli per poi, nel 2013, riapprodare, alla guida dell’amministrazione comunale l’uomo della primavera catanese, il “sempreverde” Enzo Bianco.

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(Nella foto, i silos del porto di Catania dopo gli interventi di otto street artist. Fonte immagine)

di Giuseppe Lorenti

Io sono un Pentito. Per anni ho frequentato le più luride bettole dei “peggiori” quartieri di Catania, perché volevo mangiare solo carne, ancor di più carne di cavallo. Lontano dalle luci delle notti catanesi, mi inoltravo con alcuni amici, fidati e carnivori, in Via del Plebiscito, superando quella linea di confine tra il quartiere degli Angeli Custodi e San Cristoforo. Era quasi un rito di iniziazione, quel piacere di spingersi oltre, un sentirsi adulto e catanese: carne di cavallo al sangue, del vino rosso, spesso, anzi sempre, di pessima qualità. E poi, mi sono Pentito. Sono diventato vegetariano e sono andato oltre. Oggi sono vegano. Io sono cambiato, Catania è cambiata. Alla carne, che confesso, ogni tanto, tradivo volentieri con il pesce, cotto alla brace e al sale, ho iniziato a preferire il tofu alla piastra e il seitan kebab, al vino la birra, rigorosamente artigianale, mentre in città si alternavano il “Faraone” Scapagnini, il “ragioniere” Stancanelli per poi, nel 2013, riapprodare, alla guida dell’amministrazione comunale l’uomo della primavera catanese, il “sempreverde” Enzo Bianco.

Catania è cambiata ma continua a essere tutto uno strappo, una lacerazione, un inseguirsi di nascita, morte, resurrezione. La crisi soffia forte con un tasso di disoccupazione che vola tra il 22% e il 25% (Fonte Istat). I poteri forti, negli ultimi due anni, sono diventati deboli. Mario Ciancio è caduto sotto i colpi della Magistratura e della crisi economica, con lui vacilla l’impero economico che ruota intorno al quotidiano La Sicilia. Da ultimo, lo smantellamento di tutta la redazione di Antenna Sicilia, una delle emittenti televisive storiche del potere di Ciancio e il sequestro di 17 milioni di € ritrovati in banche svizzere.

La città di Mario Ciancio senza Mario Ciancio, impensabile solo fino a qualche anno fa. E lui che sognava, un giorno, di vedersi intitolata una via, un corso, una piazza cittadina. Antonino Pulvirenti, ormai ex Presidente del calcio Catania, arrestato per aver comprato cinque partite del campionato di Serie B per salvare la squadra. La sua storia rappresenta, molto bene, questi ultimi anni catanesi. L’ascesa in Serie A, catene di supermercati, una compagnia aerea, la Wind Jet, alberghi di lusso, e poi il crollo. Squadra retrocessa, Wind Jet fallita, supermercati venduti, lui arrestato. Si è, sempre, molto discusso di questo giovane imprenditore; chi sosteneva che alle sue spalle ci fossero i soldi della famiglia Ligresti, chi ripeteva che Pulvirenti stesse facendo fruttare le enormi ricchezze di un vecchio boss mafioso, U’ Malpassotu, che dominava in provincia ai tempi del potere, violento e spietato, di Nitto Santapaola. La storia che si ripete, l’alternarsi, troppo rapido, di speranze e drammi, di ascese vertiginose e cadute rovinose.

Catania è cambiata, si è lanciata in un inseguimento verso la modernità. Sono nati spazi in cui sperimentare nuove forme di economia e di condivisione. Le parole d’ordine sono innovazione, partecipazione, coworking, brand, cluster. C’è il WCAP di Tim, il programma di Open Innovation di Telecom Italia; è arrivata l’esperienza degli Impact Hub, la rete globale di laboratori per l’innovazione economica e sociale. Rosario Sapienza e Stena Paternò, tra gli altri, hanno animato l’esperienza catanese, che in poco più di un anno ha accompagnato 27 start up, ospita lo sportello del Micro credito del Movimento 5 stelle e collabora con Banca Etica e Confcooperative, sperimentando nuovi linguaggi e nuovi modi di fare impresa. Stena e Rosario confermano la drammaticità della situazione catanese, intravedono il pericolo di una spinta effimera e gassosa ma rilanciano con un nuovo progetto, “Vulcanìc”. C’è un gruppo di docenti universitari, economisti, antropologi, sociologi, che ha centrato il suo impegno sul tema dell’economia civile, e da due anni organizza il Festival della Felicità interna lorda, per immaginare e disegnare un nuovo modello di sviluppo urbano, puntando più sul patrimonio di relazioni che sul patrimonio finanziario.

Nonostante ciò il motore dell’economica catanese continua ad essere l’amministrazione comunale. Il Comune ha 2970 dipendenti, la pianta organica ne prevede addirittura 3700, a cui bisogna aggiungere il personale delle aziende partecipate, che sono cinque: AMT che gestisce il trasporto urbano con 400 dipendenti, la Multiservizi, che gestisce la manutenzione degli spazi comunali con 500 dipendenti, la Sidra, l’azienda del servizio idrico con oltre 100 unità, Sostare che si occupa di parcheggi e mobilità con 208 dipendenti e le due aziende che si occupano dei servizi energetici che danno lavoro ad oltre 120 persone. Tutto questo in una situazione di predissesto finanziario, dentro cui si è acceso uno scontro tra l’amministrazione e la Corte dei Conti, assai preoccupata, quest’ultima, dei piani di rientro predisposti e che continua a vedere realistica l’ipotesi del dissesto.

C’erano grandi aspettative riposte nel ritorno di Enzo Bianco, la nostalgia della Primavera catanese. Ai tempi della prima sindacatura Bianco commise un errore imperdonabile, lasciò la città, per fare il Ministro dell’Interno, quando stava iniziando a consolidare il suo modello di governo della città. Quell’esperienza non ha retto e lui ha perso, oggi, molto della sua spinta e della sua brillantezza. Le aspettative cominciano a essere deluse. Niccolò Notarbartolo, consigliere comunale del PD, mi racconta della fatica di trasformare la politica della discrezionalità dell’azione pubblica in un’azione di legalità amministrativa. Niccolò Notarbartolo, espressione di una giovane borghesia cittadina che ha voglia di diventare classe dirigente, non è amato dal suo partito, in città governato dalla componente sindacale della CGIL, lontana dalle spinte di cambiamento profondo, e ancor di più lontana dal bisogno di un rinnovamento capace di proiettarsi nel futuro.

Catania è cambiata, c’è un fermento civico e culturale, un bisogno, elaborato in desiderio, di riappropriarsi della città. In una delle zone considerate più a rischio, tra San Cristoforo e il Castello Ursino, opera l’associazione Gammazita. Questi ragazzi hanno messo in piedi, in poco più di un anno, una scuola di percussioni, un festival di arte di strada, Ursino Buskers, e si sono, letteralmente, inventati la Piazza dei Libri. Una biblioteca all’aperto che contiene, già, più di 5000 volumi.

Il fermento sono le Officine culturali, dirette da Ciccio Mannino, che si occupano della valorizzazione dei beni culturali, dalla Facoltà di Lettere al Monastero dei Benedettini all’Orto Botanico della città. Adesso, insieme a Karma communication, hanno dato vita al CUB che gestisce il bookshop del Museo Civico del Castello Ursino. Officine culturali ha 9 dipendenti a tempo indeterminato e una decina di collaboratori, mentre il Museo del Castello Ursino ha appena finito di ospitare una mostra su Picasso che, in tre mesi, ha fatto oltre 50.000 visitatori.

Il fermento sono le esperienze di Amedeo Padalino che, insieme ad altri amici, gestisce il blog catania.mobilita.org, immaginando e proponendo un modo nuovo e moderno di concepire e utilizzare trasporti e spazi pubblici, la creatività produttiva di Giovanni Milazzo, un ragazzo di 23 anni, un po’ green e un po’ complottista, che ha creato Kanèsis, un’associazione che studia soluzioni e prodotti eco sostenibili a partire dalla canapa. C’è Danilo Pulvirenti che con l’Associazione Rifiuti Zero conduce una battaglia per una politica dell’ambiente e una diversa gestione del ciclo dei rifiuti.

Altro motore economico, la raccolta dei rifiuti in città. Un affare da 70 milioni di euro l’anno, affidato a due società, IPI e Oikos, entrambe oggi commissariate dalla Prefettura di Catania in applicazione delle disposizioni dell’Autorità nazionale Anticorruzione. Un affare da 70 milioni di euro l’anno tutti garantiti dalla Tassa sui rifiuti, la T.A.R.I. Garantiti solo sulla carta, perché la percentuale di evasione della tassa raggiunge il 50%, quindi somme messe in bilancio ma che non ci sono nelle casse del Comune. E se si aggiunge che il ciclo dei rifiuti produce una raccolta differenziata di appena il 13%, la media dovrebbe raggiungere almeno il 50%, il quadro è sconfortante.

Catania è una città “inconsapevolmente universitaria”, mi racconta Luciano Granozzi, delegato del Rettore alla Comunicazione, un Ateneo che, oggi, conta 49.600 iscritti, mentre nel 2004 erano più di 60.000. Undicimila studenti in meno, e sono tanti. Un Ateneo che si sforza, nonostante tutto, di costruire un rapporto con la città al di là delle aule universitarie, e che organizza, in collaborazione con le associazioni, la Jazz marathon, il Learn by Movies, e concede alcuni suoi luoghi a Zanne, festival di musica nato a Catania tre anni fa, e che ha riportato la città al centro dell’attenzione nel palcoscenico dell’Indie Rock.

E poi, ci sono le Buone Azioni di Librino, nate e sviluppate da un’idea di Renzo Piano e dal suo progetto di rammendo urbano di alcune periferie italiane. Catania oltre Roma e Torino. La leggendaria New Town catanese nata negli anni ‘70, sfregiata da una classe politica corrotta e complice di una criminalità organizzata feroce e potente, in cui, da anni, operano realtà del miglior associazionismo civile come Iqbal Masih e la squadra di rugby dei Briganti, al centro di un progetto finalizzato a migliorare le parti più fragili delle città, che ha impiantato 53 piccoli orti e realizzato 18 giochi di strada.

C’è il tentativo de La Fabbrica del decoro, laboratorio voluto dall’assessorato all’urbanistica e che coinvolge oltre 60 realtà associative per promuovere un piano finalizzato alla riqualificazione socio territoriale degli spazi cittadini. C’è il comitato San Berillo, che nasce dall’incontro tra l’Università, con il suo laboratorio per le politiche sociali, il LaPoSS, l’Ordine degli architetti, e il comitato dei cittadini che vuole ricostruire l’identità di un quartiere, sventrato negli anni della speculazione edilizia, immaginando un rinnovato disegno urbano che veda al centro i cittadini.

Tutto questo, lo confesso, io non lo conoscevo e lo apprendo mentre ascolto la voce di Carlo Colloca, docente di Analisi sociologica e metodi per la progettazione del territorio dell’Università di Catania, coinvolto in questi tre progetti di recupero urbano. Un calabrese, appassionato e chiacchierone, e perdutamente innamorato di Catania.

C’è la vitalità e c’è la palude. C’è la Catania, immobile e arrogante, che resiste. La città di una borghesia complice e ipocrita, arricchitasi negli anni del degrado e del saccheggio. La città dei parcheggiatori abusivi, divenuti una vera piaga sociale, capaci di comandare intere aree della città dettando le loro leggi, fatte di estorsioni e violenza. La città di una criminalità organizzata che ha cambiato pelle e metodi ma che continua a condizionare le scelte politico ed economiche. C’è una classe dirigente vecchia e incapace di cogliere le spinte che arrivano, fortissime, dal ventre della città e che rischiano di spegnersi se non vengono raccolte e trasformate in un progetto di governo della città, che, ahimè, non si intravede.

Catania è tutto questo, un insieme di contraddizioni, di emozioni forti e inquiete. Io ritorno al mio piatto di Pita di grani antichi siciliani, seduto al tavolo di uno dei cinque ristoranti di cucina vegetariana, nati negli ultimi anni, e mentre mangio vegano ripenso agli anni della carne di cavallo. Senza rimpianto.

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Se Venezia muore all’ombra dei grattacieli: intervista a Salvatore Settis https://minimaetmoralia.it/arte/intervista-salvatore-settis/ https://minimaetmoralia.it/arte/intervista-salvatore-settis/#comments Mon, 24 Nov 2014 09:36:10 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24459 Pubblichiamo un'intervista di Simona Maggiorelli a Salvatore Settis apparsa sul settimanale Left. Ringraziamo l'autrice e la testata. (Fonte immagine)

di Simona Maggiorelli 

Lancia un grido d’allarme per Venezia e, attraverso questo simbolo, per il futuro di molte altre città storiche il nuovo libro di Salvatore Settis. Nel volume Se Venezia muore edito da Einaudi, l’eminente archeologo e storico dell’arte della Normale stigmatizza le responsabilità politiche e l’ignoranza di amministrazioni e governi che hanno ridotto la laguna a una sorta di Disneyland per grandi navi. Ma al contempo, come è nel suo stile colto e animato da passione civile, offre una riflessione alta sul senso politico dell’abitare raccontando l’originalità e l’unicità di centri urbani (da Venezia a l’Aquila, a Matera e oltre) che rappresentano una sfida creativa ai limiti imposti dalla natura.

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Settis

Pubblichiamo un’intervista di Simona Maggiorelli a Salvatore Settis apparsa sul settimanale Left. Ringraziamo l’autrice e la testata. (Fonte immagine)

di Simona Maggiorelli 

Lancia un grido d’allarme per Venezia e, attraverso questo simbolo, per il futuro di molte altre città storiche il nuovo libro di Salvatore Settis. Nel volume Se Venezia muore edito da Einaudi, l’eminente archeologo e storico dell’arte della Normale stigmatizza le responsabilità politiche e l’ignoranza di amministrazioni e governi che hanno ridotto la laguna a una sorta di Disneyland per grandi navi. Ma al contempo, come è nel suo stile colto e animato da passione civile, offre una riflessione alta sul senso politico dell’abitare raccontando l’originalità e l’unicità di centri urbani (da Venezia a l’Aquila, a Matera e oltre) che rappresentano una sfida creativa ai limiti imposti dalla natura.

Con i suoi palazzi storici che concorrono, ciascuno con un proprio timbro, alla composizione armonica della città sull’acqua, «Venezia offre l’esempio supremo di una transizione dall’ordine della natura a quello della cultura» scrive Settis. Qui più che altrove le tipologie architettoniche, le sequenze dei quartieri, le tecniche di muratura, i materiali, le membrature lasciano trasparire in filigrana il vissuto, le tensioni, i conflitti di chi l’ha abitata e modificata nei secoli.

«Per sparse sopravvivenze», la città visibile racconta la storia della «città invisibile» fatta di relazioni umane. All’occhio attento Venezia si fa leggere «come un palinsesto» lasciando intravedere una forma latente e più profonda. Che inavvertitamente, potremmo dire, concorre a creare la speciale atmosfera cosmopolita e malinconica che aleggia per le calli.

«Ogni città lascia una traccia nell’animo, nel carattere e negli umori delle persone che la abitano», scrive Orhan Pamuk in Istanbul. Tornano in mente queste parole del premio Nobel turco leggendo Se Venezia muore. «Nel parlare di città invisibile la mia ispirazione diretta è Italo Calvino e il suo personaggio Marco Polo» commenta Settis. «Ma Pamuk è un autore che amo molto. Nel libro Istanbul c’è il suo continuo girare intorno alla città e alla sua infanzia. Mentre il museo privato che ha costruito più di recente racconta un amore per una donna che è anche amore per Istanbul. La dimensione più importante di ogni discorso sulle città non è quella urbanistica né quella speculativa o dei piani casa dei vari governi, ma riguarda l’anima della città: l’anima siamo noi che l’abitiamo».

La città vive di relazioni umane, di spazi pubblici abitati, altrimenti rischia di scadere a scenografia inerte. Il centro di Venezia, come quello di Firenze, perde abitanti ed è sempre più ostaggio di un turismo mordi e fuggi. Come far capire ai politici che è un assassinio?

Di fronte alla politica ufficiale dei partiti ci sono già moltissimi movimenti di cittadini che si oppongono e contrastano tutto questo. Ma oltre alla lotta perché non si facciano più cene sul ponte Vecchio a Firenze, perché non si svendano i nostri centri storici, occorre una riflessione sui grandi principi: bisogna ricordarsi che cosa è la città e che sono gli esseri umani ad animarla. La città storica si pone come un luogo di dialogo, di discorso, uno spazio di creatività, di democrazia. In cui i cittadini sono attivi, non sono solo servitori di stuoli di turisti. Beninteso, va benissimo che ci sia chi tiene alberghi, chi fa cucina, ma non può essere solo questo. Le città devono ritrovare la loro “anima”. Venezia perde mille abitanti l’anno. Si svuota, in particolare, di chi ha pochi soldi. Sta diventando una sorta di paradiso artificiale per ricchi, una città che non esiste, una Disneyland. Questo è esattamente il contrario di ogni meccanismo di eguaglianza, di democrazia, di cui oggi invece avremmo bisogno.

Se non si danno strumenti di conoscenza, ma al contrario impacchettiamo pubblicitariamente Venezia, dando libero accesso alle grandi navi, non rischiamo di azzerarne la storia e di offrirne agli stessi turisti un’immagine appiattita, quasi fosse un clone di se stessa?

La ragione per cui Venezia si presta ad essere il simbolo delle città storiche è che, oltre ad essere straordinariamente bella, il suo tessuto urbano vive in simbiosi con la natura e in particolare con la Laguna. Il che, mutatis mutandis, è vero anche per altre città. In genere il limite della città è la campagna ma oggi è ridotta a un ritaglio fra un’autostrada e un’altra. A Venezia invece la presenza della Laguna è molto forte. Ma queste gigantesche navi sfilano portando decine di migliaia di persone al giorno, che guardano Venezia dall’alto stando in mutande. A volte non si degnano nemmeno di scendere. Questa intrusione di grattacieli immobili, distrugge il rapporto con la natura. È un problema non solo estetico, ma anche di natura etica,comportamentale, sanitaria, perché è chiaro che queste navi inquinano pesantemente. Le autorità comunali, regionali e nazionali fanno finta di non vedere ma lo sanno tutti.

Oltre alle «navi grattacielo», c’è stato anche chi ha avanzato il progetto folle di costruire un cordone di grattacieli a margine della città per proteggerla dall’acqua alta. Il postmoderno in architettura rischia di fare danni irreparabili?

Questo «grattacielismo» – l’espressione è di Vittorio Gregotti – affligge l’architettura contemporanea. È un figlio diretto della speculazione finanziaria. Edificare in altezza non conviene a chi ci va a vivere o a lavorare. Chi potendo scegliere andrebbe al centesimo piano, chiuso in un loculo e non in una casa con giardino? Il grattacielismo di moda nei più ricchi fra i Paesi del Golfo Persico, ad Abu Dhabi e Dubai, in Italia non ha mai preso piede ma ora lo si cerca di lanciare: i grattacieli di Milano spuntati per l’Expo ne sono un esempio. Pensavamo che i grattacieli a Venezia fossero solo un delirio di Pierre Cardin, ma è uscita quest’idea di uno studio belga di fare una corona di grattacieli. Può essere considerata una provocazione, uno scherzo, non è un progetto commissionato davvero, ma racconta questa difficoltà a pensare l’architettura contemporanea se non passando attraverso la forma del grattacielo. Qui sarebbe passiva imitazione, una scopiazzatura.

Riallacciandosi a Rem Kolhaas, tra l’altro direttore della Biennale 2014, lei racconta la storia dei grattacieli di Manhattan. A New York, come a Dubai o ad Honk Kong, il grattacielo era forse l’unica forma proponibile, ma che senso avrebbe nel nostro contesto?

La forma del grattacielo, così come è nata storicamente alla fine dell’800 ai primi del ’900 in città come Chicago o New York, veniva da un certo orizzonte culturale . È veramente sorprendente che città come Milano o Torino si vogliano allineare a questa moda con cento anni di ritardo, per giunta presentandola come se fosse una novità. E qui si notano contraddizioni anche di un architetto come Renzo Piano che da un lato dice «rammendiamo le periferie», dando una parola d’ordine bellissima, dall’altra costruisce un grattacielo nel centro di Torino. Se si limitasse a curare le periferie senza fare grattacieli sarebbe più credibile.

Citando Plutarco lei ricorda che una città è come un organismo vivente. Ed è soggetta al passare del tempo. Ma non tutto ciò che appartiene al passato deve essere conservato tale e quale. Da parte dei politici al governo va di moda accusare i soprintendenti di essere dei talebani della conservazione, ma la tutela non è, di per sé, necessariamente dinamica?

La tutela è sempre qualcosa di dinamico. Non solo i soprintendenti ma anche persone come me vengono accusate di essere talebani della conservazione. C’è questa specie di leggenda nera per cui chi dice dobbiamo proteggere le nostre città e il nostro patrimonio viene scambiato per uno che vuole ibernarli. Ma la realtà non si può ibernare, gli alberi crescono, nascono, muoiono, lo stesso paesaggio è in continuo mutamento, la natura e l’essere umano hanno a che fare con il cambiamento. Certo in questo caso deve essere negoziato in base al codice genetici di una determinata città, di un determinato paesaggio. E poi ci sono le leggi e il rispetto della legalità che dovrebbero portare verso la tutela.

Lo Sblocca Italia, di cui lei ha scritto anche nel libro Rottama Italia (L’Altreconomia) porterà nuove colate di cemento? Come si muove il governo?

La politica si sta muovendo come al tempo in cui il presidente del Consiglio si chiamava Berlusconi. Da questo punto di vista il cambiamento di cognome del premier e del nome del partito di maggioranza relativa non ha portato nessun cambiamento. Qui si vede che con il patto del Nazareno Berlusconi porta dei voti a Renzi, chiedendo delle cose in cambio. Nello Sblocca Italia ci sono delle norme contro cui il Pd protestava vivacemente quando le proponeva il centrodestra, ora le ha fatte proprie.

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Tempo fuori sesto. Guy Debord contro la Modernità 5 https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/tempo-fuori-sesto-guy-debord-contro-la-modernita-5/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/tempo-fuori-sesto-guy-debord-contro-la-modernita-5/#comments Thu, 06 Sep 2012 09:49:18 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8836 Pubblichiamo la quinta parte del testo di Raffaele Alberto Ventura su Guy Debord. Qui le puntate precedenti.

Per Guy Debord, un identico discorso vale per la Germania nazista come per l'Unione Sovietica, la Cina maoista e l'Occidente capitalista: si tratta di totalitarismi burocratici che operano a una «divisione mondiale delle mansioni spettacolari» e realizzano compiutamente l'utopia meccanicista moderna. Non è efficiente la macchina dello Stato e non è virtuosa la mano invisibile che guida l'economia di mercato. Ogni cosa è disarticolata, fuori sesto. Questa tragica disfunzionalità si manifesta in maniera evidente nelle politiche urbanistiche del dopoguerra: sotto gli occhi di tutti, Parigi e le altre città vengono progressivamente deturpate (Debord dice «distrutte») per opera di tecnocrati corrotti e speculatori.

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Pubblichiamo la quinta parte del testo di Raffaele Alberto Ventura su Guy Debord. Qui le puntate precedenti.

Per Guy Debord, un identico discorso vale per la Germania nazista come per l’Unione Sovietica, la Cina maoista e l’Occidente capitalista: si tratta di totalitarismi burocratici che operano a una «divisione mondiale delle mansioni spettacolari» e realizzano compiutamente l’utopia meccanicista moderna. Non è efficiente la macchina dello Stato e non è virtuosa la mano invisibile che guida l’economia di mercato. Ogni cosa è disarticolata, fuori sesto. Questa tragica disfunzionalità si manifesta in maniera evidente nelle politiche urbanistiche del dopoguerra: sotto gli occhi di tutti, Parigi e le altre città vengono progressivamente deturpate (Debord dice «distrutte») per opera di tecnocrati corrotti e speculatori.

Alla monumentale Histoire du vandalisme di Louis Réau, del 1958, i curatori hanno aggiunto nel 1994 un esauriente capitolo sul «vandalismo di Stato» sotto la Quinta Repubblica. Vi si racconta, tra le altre cose, di come nel quartiere delle Halles, il «ventre di Parigi», in dieci anni furono abbattuti centotrentadue edifici per lasciare spazio ad ambiziosi progetti urbanistici. Mentre la città si trasformava a una velocità impressionante, e perlopiù si sfigurava, gli intellettuali sembravano avere cose più serie di cui occuparsi. Debord compreso: convinto nel Sessantotto di occupare la Sorbona, assieme a tanti altri ne era più che altro prigioniero. Intanto il presidente Georges Pompidou tracciava sulla mappa di Parigi un quadrato, per stabilire dove dovesse sorgere il centro culturale che avrebbe portato il suo nome. In quel quadrato nel quartiere Beaubourg stavano una trentina di case che in nome dell’Arte e della Cultura avrebbero dovuto essere abbattute. E lo furono, ma non senza qualche resistenza. Gli abitanti del quartiere espressero le loro ragioni in un volantino del 1971:

Oggi si assegna al signor Renzo Piano il primo premio internazionale per il suo progetto di centro contemporaneo. Si tratta probabilmente di un raffinato capolavoro di concezione razionale. Ma noi, abitanti del quartiere Beaubourg, ce ne freghiamo! Per noi, il signor Renzo Piano non è altro che il valletto della borghesia e della sua frangia più rapace: speculatori e promotori immobiliari.

Negli stessi anni, i padiglioni delle Halles costruiti da Victor Baltard nel diciottesimo secolo vennero abbattuti per lasciare spazio a un centro commerciale retro-futurista, che a sua volta oggi viene pietosamente abbattuto. È invecchiato in quarant’anni molto peggio di quanto avesse fatto il complesso di Baltard in un secolo. Si parlò all’epoca di «Battaglia delle Halles», con una petizione che raccolse trentamila firme contro la distruzione. Debord, nel frattempo, scriveva il testo e poi girava l’adattamento cinematografico della Società dello Spettacolo. Si può capire lo sconforto che provò quando, terminata la stagione delle occupazioni e delle ambiziose costruzioni teoriche, verso i quarant’anni finalmente uscì alla luce del sole e si accorse che Parigi era completamente cambiata. Questa trasformazione era avvenuta sotto gli occhi di tutti, ma gli intellettuali sembravano averla ignorata.

Nel 1977, mentre Debord lavorava a In girum imus nocte et consumimur igni, usciva per Calmann-Lévy un libro dello storico Louis Chevalier, professore al Collège de France, intitolato L’Assassinat de Paris. Il libro denunciava gli esiti catastrofici di una politica urbanistica animata in egual misura, a partire dalla metà degli anni Cinquanta, dall’idiotismo tecnocratico e dalla sete di profitto. Chevalier faceva nomi e cognomi, citava atti ufficiali e scoperchiava un gigantesco scandalo culturale: il libro venne naturalmente ignorato. Nel Panégyrique del 1990, Debord ammetterà di avere a lungo creduto di essere stato l’unico ad amare ancora Parigi nei «ripugnanti anni Settanta» per poi scoprire, leggendo L’Assassinat de Paris, che c’era stata almeno un’altra persona, «quel vecchio storico».

Nella Società dello Spettacolo, Debord già denunciava l’architettura delle periferie, «destinata ai poveri» e perciò alienante. La questione urbanistica stava all’origine dell’Internazionale Situazionista, fin dal 1958, nella pratica della psicogeografia. Vent’anni dopo, è proprio il trauma collettivo legato alle rapide trasformazioni dello spazio urbano parigino a catalizzare il malessere dei reduci e degli eredi del situazionismo. Il ripiego pessimista degli anni Settanta è forse il segno di una presa di coscienza per Debord dell’inesorabilità, nelle concrete condizioni demografiche del pianeta, del processo d’industrializzazione. Chiusa la stagione delle illusioni rivoluzionarie, questo processo viene finalmente percepito come una terribile catastrofe alla quale non esiste rimedio. Se questo anti-industrialismo è stato ampiamente recuperato dalla pubblicità e dall’industria culturale, esso ha tuttavia influenzato realtà più o meno radicali nell’incontaminata giungla dell’ecologismo radicale e persino un revival dell’utopia Arts & Crafts di William Morris.

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